Nel calcio torna un vecchio amico di Mediaset: Bogarelli

La Serie A finisce in mano agli spagnoli, anzi ai cinesi. Ma chissà che dietro questa rivoluzione non possa esserci pure una vecchia conoscenza del calcio italiano: Marco Bogarelli, ex presidente di Infront, l’uomo che fino a qualche anno fa era considerato il vero padrone del pallone, prima di essere travolto dalle indagini. Si è defilato il tempo necessario perché si calmassero le acque: la sua richiesta di arresto fu respinta, l’inchiesta archiviata, lui ne è uscito pulito. Ora è pronto a tornare, bisbigliando nelle orecchie di MediaPro consigli preziosi per accaparrarsi i diritti del campionato.

Ieri la società ha ufficializzato la cessione della maggioranza al fondo di investimento Orient Hontai Capital, che ha acquistato il 53,5% delle quote per un miliardo di euro. Il passaggio ai cinesi dovrebbe rafforzare la solidità del gruppo, che nel 2016 ha fatturato 1,5 miliardi di euro con un utile di 162 milioni, e ora punta a espandersi in Italia. A inizio febbraio, come detto, la Lega calcio ha votato una svolta epocale, dicendo addio al duopolio Sky-Mediaset e affidandosi agli spagnoli per trasmettere i campionati 2018-2021. E da allora le voci, più o meno maligne, si rincorrono: “Dietro c’è Bogarelli”.

Non è un mistero, del resto, che lui sia grande amico di Taxto Benet, fondatore e tuttora azionista (col 12%) di Media Pro. I due si conoscono da anni, in passato avevano pensato di mettere su una società insieme: ai tempi d’oro di Infront, Taxto era presenza abituale negli uffici milanesi. E così quando nel bel mezzo della trattativa privata MediaPro ha tirato fuori l’ipotesi del cosiddetto “canale della Lega”, uno dei pallini di Bogarelli, in molti hanno fatto 2+2. Per il momento non se ne farà nulla, salvo parere contrario da parte dell’Antitrust (se l’Autorità dovesse bocciare il bando, la Lega punterà direttamente sul canale con MediaPro). Ma Bogarelli, che per ora si è limitato a dare qualche suggerimento a titolo gratuito, potrebbe essere della partita in ogni caso.

In realtà il manager, uscito dalla porta di Infront con tanto di “obbligo di non concorrenza” per impedirgli di svolgere incarichi nell’ambiente, è già rientrato dalla finestra da un po’ di tempo: negli scorsi mesi ha svolto una preziosa consulenza per la Lega Pro, facendo da intermediario per la cessione dei diritti tv della Serie C a Eleven (gruppo che ha rilevato Sportube e il canale della Lega). La clausola sottoscritta valeva solo per Serie A e Serie B, all’epoca nessuno si pose il problema che il grande Bogarelli potesse ripartire dal basso della terza serie. Adesso pensa a una nuova scalata.

L’occasione potrebbe dargliela, suo malgrado, proprio la sua ex azienda, e l’accordo stipulato con MediaPro. Di sicuro le parti ci stanno pensando: lui sarebbe felice di mettersi a disposizione e di recente gli spagnoli hanno sondato il campo in via Rossellini sul suo ritorno (con esiti contrastanti). MediaPro ha appena aperto la sua filiale italiana, e deve dotarsi in tempi stretti di una intera governance: il primo nome sulla lista non poteva che essere il suo. Un rientro in grande stile, da amministratore delegato o addirittura presidente, sarebbe davvero clamoroso. Forse troppo. Più facile che per lui possa esserci un posto nel board degli advisor: una sorta di consigliori, grande saggio del nuovo, vecchio corso della Serie A. Per ora MediaPro precisa che “Bogarelli non lavora per il gruppo, anche se ne conosciamo il grande prestigio professionale”. Praticamente un’investitura.

C’è chi è pronto a riaccoglierlo a braccia aperte: il manager con un passato in Fininvest è da sempre vicino ad Adriano Galliani, che dopo aver lasciato il Milan è stato nominato presidente di Mediaset Premium e ora sarà candidato da Forza Italia (proprio come Claudio Lotito, altro amico di vecchia data) in Parlamento, dove magari continuerà a occuparsi di sport e diritti tv per conto di Berlusconi.

Con Bogarelli al timone di Infront, Mediaset ha sempre fatto ottimi affari nel pallone e adesso è tra i principali beneficiari dell’arrivo sul mercato degli spagnoli, che indebolisce la posizione di Sky e permetterà al Biscione di continuare a trasmettere le partite delle big sul digitale terrestre. Non a caso, l’azienda ha già fatto sapere di “non avere preclusioni” a trattare con MediaPro: se poi dall’altra parte del tavolo ci fosse proprio Bogarelli, sarebbe l’ideale. Proprio come ai vecchi tempi.

Salvini annulla il duello con Renzi a “Porta a Porta”

Gli eventitelevisivi latitano in questa campagna elettorale. Niente big match tra i candidati, un po’ perché non vogliono, un po’ perché tanto nessuno dei candidati alla carica sarà presidente del Consiglio. Anche il “duello” tra i due Matteo, Renzi e Salvini, non si farà. Lo si è capito ieri, quando il leader della Lega ha reso pubblica la sua agenda per la prossima settimana: martedì sera, invece della puntata di Porta a Porta col segretario del Pd, c’è un comizio a Bologna. La notizia del confronto nel salotto di Bruno Vespa era stata rivelata dallo stesso Renzi alla platea di Confcommercio: “Abbiamo fissato due volte e due volte Salvini ha dato buca”, spiegavano ieri dal Pd. L’interessato la mette così: “Per anni gli ho chiesto un confronto in tv, ora è troppo tardi: se proprio vuole un faccia a faccia lo sfido a venire in piazza con me, a Bologna”. Efficace la replica di Renzi: “Riepilogo: Salvini non fa confronti con me perché ‘lui non ha tempo per la Tv, deve fare i comizi in piazza’. Di Maio perché io non ho il suo stesso status, non sono alla sua altezza. Berlusconi perché i confronti li fa solo con Vespa”. Buona anche la battuta di Di Maio: “Renzi, un uomo solo al telecomando” scrive postando “La solitudine” di Laura Pausini.

Merkel benedice Gentiloni e le larghe intese

Si presentano uniti nel nome della “grande coalizione”, Angela Merkel e Paolo Gentiloni, davanti alle telecamere, a Berlino. Al secondo tentativo, il premier ottiene l’incontro con la Cancelliera. La settimana scorsa era tornato da Berlino senza riuscire neanche a prendere un caffè con lei, impegnata nella stretta finale sull’accordo per la Grosse Koalition. I due parlano – da soli – per un’ora. Di Europa, ma anche di Italia, visto che tra due settimane si vota. Non è un mistero per nessuno che l’Europa tifa per le larghe intese. E anche a giudicare da quello che dice Gentiloni – nella conferenza stampa dopo l’incontro – è evidente che la Merkel al premier italiano gliel’ha espressa chiaramente la sua idea.

“La mia opinione è che l’unico pilastro possibile di coalizione stabile e pro-Ue sia la coalizione di centrosinistra guidata dal Pd. Dopo il voto sarà il presidente della Repubblica a reindirizzare tutti verso una soluzione. Una cosa è certa: l’Italia avrà un governo stabile e non c’è pericolo che sarà un governo populista e guidato da posizioni anti-europee”. Così Gentiloni rassicura la Germania. E poi si richiama esplicitamente all’esperienza tedesca: “L’accordo per la grande coalizione in Germania è per noi italiani una cosa buona e giusta che aiuta il progetto europeo e quindi la decisione dei vertici dell’Spd di sottoscrivere l’accordo va in una direzione importante per l’Europa e per l’Italia”. La Cancelliera tedesca sottolinea: “Abbiamo relazioni bilaterali ottime. Mi rallegro di questa visita”, ha esordito. Poi: “Negli ultimi anni abbiamo avuto una stretta cooperazione con l’Italia, soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione”. Idem, sulla Brexit: “Germania e Italia sono sulla stessa linea”. Gentiloni resta uno dei primi candidati a succedere a se stesso. Lo schema di gioco offerto alla Merkel è chiaro: larghe intese, con il Pd a fare da asse portante. Anzi, per come è stato “riscritto” da Marco Minniti negli ultimi due giorni “governo di unità nazionale”. Dov’è la differenza? Ammesso che ci siano i numeri, Sergio Mattarella non vedrebbe di buon occhio un esecutivo solo tra Pd, FI e cespugli vari, ma punterebbe ad allargare a LeU, magari a pezzi di Lega e Cinque Stelle.

Gentiloni e Minniti parlano già del dopo, anche se Matteo Renzi, in questi ultimi giorni ha continuato a dire che “senza i numeri si torna alle urne”. Tattica per recuperare qualche voto, visto che quello a cui il segretario dem aspira è il Pd primo gruppo parlamentare per essere l’interlocutore numero 1 di Berlusconi. Magari persino per giocarsi il ritorno a Palazzo Chigi. Uno scenario impossibile nella realtà, a meno che il centrosinistra non superi il traguardo irraggiungibile del 30%.

Mentre Renzi ha ricominciato a girare l’Italia da solo, Gentiloni, tornato da Berlino, è andato a Otto e mezzo. Ma soprattutto a un’iniziativa elettorale all’Angelicum a Roma, con Francesco Rutelli e Carlo Calenda. “Per me Gentiloni è il premier migliore di tutti”, ha detto il ministro dello Sviluppo economico. Un altro che piace all’Europa.

Il “voto disgiunto” annullerà la scheda del 4% degli elettori

Un milione e 880 mila elettori il prossimo 4 marzo rischiano di vedersi annullare la scheda. Perché potrebbero dare un voto disgiunto, quando per le elezioni politiche non è possibile. Secondo un’analisi elaborata da Lorien Consulting (società di ricerche e marketing) lo scorso 15 febbraio risulta che il 4% del corpo elettorale (composto da 47 milioni di persone aventi diritto in Italia) sulla scheda potrebbe esprimere una preferenza per il nome di un candidato nell’uninominale e poi esprimerne un’altra nel proporzionale a una lista collegata a un altro candidato.

Insomma, si vota per un nome e poi si sceglie un partito che ne sostiene un altro. Possibilità che nel Rosatellum è esplicitamente vietata. “Di fronte alla scheda elettorale, il 68% del nostro campione ha espresso un voto congiunto, quindi corretto, il 4% un voto disgiunto, il 21% non ha votato e l’1% l’ha fatto scegliendo scheda bianca”, racconta l’ad di Lorien, Elena Melchioni.

Ma l’analisi ha chiesto anche qualcosa in più: se il candidato della coalizione che vorrebbe votare nel suo collegio fosse un personaggio a lei sgradito, pensa che cambierebbe il suo voto? Ebbene, la maggioranza (il 36%) ha espresso il desiderio di votare in modo disgiunto, nome da una parte e partito dall’altra, il 25% manterrebbe quel voto, mentre il 15% si dice pronto a cambiare schieramento. “Si tratta di un dato significativo, perché si vede che agli italiani la possibilità di votare una lista diversa dal candidato piaceva. Ora, però, il rischio di errore è alto: si dovrà spiegare bene agli elettori come si vota”, aggiunge Melchioni.

Ad aggiungere confusione c’è il fatto che il 4 marzo si vota anche per le Regionali in Lazio e Lombardia, consultazioni dove la scelta disgiunta è consentita. In queste due regioni, dunque, il pericolo di errore raddoppia, con il rischio dell’annullamento di migliaia di schede. A intuire il pericolo è stato Silvio Berlusconi che, la sera della firma del nuovo contratto con gli italiani sulla scrivania di “Porta a Porta”, a un certo punto se n’è uscito con una sorta di vademecum elettorale: “Mi raccomando, fate attenzione, si vota facendo una sola croce sulla scheda”.

In Italia il voto disgiunto per il Parlamento è rimasto in vigore dal 1994 al 2006. Mentre è ancora possibile per le elezioni regionali e comunali (ma solo in quelli sopra i 15 mila abitanti). In fase di approvazione del Rosatellum, però, l’appello (e i relativi emendamenti) per inserire il voto disgiunto era arrivato forte in particolare da Liberi e Uguali, perché in quel modo si sarebbe favorita un’alleanza col Pd o perlomeno una forma di desistenza all’interno del centrosinistra, ma è stato proprio il partito di Matteo Renzi a chiudere la porta.

“Quando abbiamo visto il muro contro il voto disgiunto abbiamo capito che il Pd escludeva a prescindere qualsiasi accordo con noi”, hanno ribadito in diverse occasioni Pier Luigi Bersani e i suoi.

Ma la scelta dei dem è dovuta anche al fatto che il “disgiunto” andrebbe a danneggiare la parte maggioritaria sulla quale il partito di Renzi conta per una buona affermazione nel proporzionale. Insomma, le motivazioni sono state sia tecniche che politiche.

Il patto di desistenza immaginato da LeU invece funzionò benissimo nel 1996, quando l’Ulivo di Romano Prodi rinunciò a presentarsi in 45 collegi sicuri lasciandoli al candidato di Rifondazione comunista, senza per questo perdere elettori nella propria lista.

Un esempio più recente degli effetti di voto disgiunto si è visto alle elezioni in Sicilia nel novembre scorso, dove il candidato del M5S Giancarlo Cancelleri ha preso il 35% dei voti, mentre il simbolo pentastellato solo il 27%: l’8% degli elettori ha scelto il candidato grillino ma poi ha votato un altro partito. Al candidato del Pd Fabrizio Micari capitò l’inverso e, in generale, nell’isola a novembre il voto disgiunto ha interessato oltre il 10% dei voti validi.

Secondo diversi osservatori, tra cui il professor Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore, il fatto che tale possibilità alle Politiche sia negata spingerebbe il M5S a fare il pieno di voti anche nelle regioni del Sud, penalizzando il centrodestra che, per questo effetto, non arriverebbe ai seggi necessari per avere la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento. Forza Italia, Lega eccetera, insomma, sembrano essere stati poco perspicaci nell’assecondare la scelta del Pd.

Morti due alpinisti sotto una valanga sulla Grignetta

Esperti alpinisti, soccorritori generosi e grandi appassionati della montagna: così gli amici ricordano Ezio Artusi, 41enne di Introbio, e Giovanni Giarletta, 37enne di Lecco, che nel pomeriggio di ieri sono stati travolti e uccisi da una valanga sulla Grignetta, in provincia di Lecco. I due, da anni tecnici del Cnsas (Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico), stavano risalendo il Canale del Sasso Incastrato, sul versante valsassinese della montagna. L’allarme, grazie a una guida alpina impegnata nello stesso canale, è scattato intorno alle 15.30 e pochi minuti dopo sono partiti due elicotteri da Como e Sondrio. Sul posto sono accorsi i volontari del Soccorso alpino della XIX delegazione, vigili del fuoco, carabinieri e 118. Ma quando i soccorritori sono giunti sul posto si è capito subito che non c’era nulla da fare per salvare la vita ai due alpinisti. “L’intero Corpo piange questi due nostri amici” ha commentato il presidente nazionale del Cnsas, Maurizio Dellantonio, ricordando che i due “erano impegnati in un’escursione personale” quando sono stati travolti da “una placca insidiosa di neve”. Ezio e Giovanni “erano da anni in forza al Soccorso Alpino e avevano alle spalle numerosi interventi di salvataggio”.

Stalking, la legge non fa in tempo e il persecutore è “salvato”

Un uomo condannato dal tribunale e dalla Corte d’Appello di Milano per stalking si è salvato, in extremis in Cassazione, in un cortocircuito giudiziario, grazie all’estinzione del reato per condotta riparatoria. Un beneficio poi escluso per legge per chi è accusato di atti persecutori: soppressione entrata in vigore proprio il giorno dopo la decisione della Cassazione sul caso specifico. L’imputato, un direttore di supermercato in un centro commerciale, aveva risarcito la vittima, una collega con cui aveva avuto una relazione, prima dell’avvio del processo di primo grado, tanto che la donna non si era costituita parte civile. Tuttavia in primo grado l’uomo è stato condannato e così pure in appello, con uno sconto di pena dovuto proprio all’avvenuto risarcimento. L’uomo ha fatto però ricorso e il processo è arrivato davanti alla Cassazione che ha applicato la norma, approvata con la riforma penale la primavera scorsa, che ha introdotto nel codice penale (art. 162 ter) la possibilità di estinguere i reati procedibili a querela in caso di condotte riparatorie. Una disposizione che aveva suscitato allarme e proteste di associazioni e centri antiviolenza e che è stata poi modificata, con la legge di conversione del decreto fiscale, a dicembre, togliendo il beneficio a chi è accusato di atti persecutori. Ma la norma è rimasta in vigore il tanto che basta per far dichiarare in questo caso alla Cassazione estinto il reato, puntando sul fatto che la donna si era dichiarata soddisfatta del risarcimento, prima dell’avvio del processo. Ironia della sorte, la legge che ha modificato la disposizione è stata approvata il 4 dicembre scorso, ed è entrata in vigore il 6 dicembre, mentre la decisione della Cassazione – di cui ieri sono state pubblicate le motivazioni (sentenza n. 7763, della quinta sezione penale ) – è del 5 dicembre. “Pure nella consapevolezza della intervenuta approvazione – scrive la Cassazione – non resta che prendere atto che non è ancora entrata in vigore”.

Difesa di Dell’Utri: “La Trattativa è solo un racconto intrigante, non c’è prova del ricatto a B.”

“L’accusa è cadutadentro una trappola mentale: si chiama wishful thinking, pensiero illusorio, si segue una credenza e si ignora tutto ciò che la contraddice”. Nell’aula bunker di Palermo l’avvocato Francesco Centonze ricorda che “la Trattativa non ha nessun rilievo penale”, contesta radicalmente l’esistenza di una minaccia veicolata dal suo assistito Marcello Dell’Utri fino al cuore del governo Berlusconi, e alla fine invoca la sua assoluzione “per non aver commesso il fatto” o, in subordine, “perchè il fatto non costituisce reato”. Un’arringa squisitamente tecnica che si conclude, in ulteriore subordine, con la richiesta che venga sollevata “una questione di costituzionalità sull’interpretazione dell’articolo 338”, quella minaccia a corpo politico dello Stato che è l’imputazione al centro del processo di Palermo. Centonze la definisce “inconcludente”. Poi ricorda che ”il 338 non può essere in nessuna misura chiamato ad accogliere una nozione di governo che pacificamente non è mai entrata nel corpo politico, dopo le riforme del 2006”.

Il difensore di Dell’Utri ricostruisce la “filiera della minaccia”, che per i pm di Palermo “da Brusca e Bagarella viene trasmessa a Mangano, a Dell’Utri, e infine a Berlusconi”. Qui Centonze ironizza definendolo un “racconto intrigante”, e poi aggiunge: “Nessuno dei testimoni ha fatto cenno alla trasmissione di un messaggio ricattatorio di Cosa nostra nei confronti del governo di Berlusconi. Eccetto Brusca, che alla fine però non sa dire se l’intimidazione è arrivata a destinazione”.

Citando, infine, la sentenza della corte d’appello di Palermo che nel 2013 ha assolto l’ex senatore Pdl “per i fatti successivi al ‘92”, l’avvocato non rinuncia a polemizzare con la procura: “È come il gioco dell’oca, si torna sempre alla casella di partenza”.

Nessun finanziamento illecito, Claudio Scajola è assolto e oggi si candida al Comune

L’ex ministrodell’Interno, Claudio Scajola, è stato assolto, perché il fatto non sussiste, dal reato di finanziamento illecito a singolo parlamentare. Scajola era accusato di aver ottenuto sconti particolari sui lavori di ristrutturazione di Villa Ninina, la residenza imperiese di famiglia. La sentenza è stata emessa dal giudice Caterina Lungaro a conclusione della replica del pm Alessandro Bogliolo che in requisitoria aveva già chiesto l’assoluzione. Assolto anche l’imprenditore Ernesto Vento, titolare dell’azienda che eseguì gli interventi a partire dal 2004. L’accusa sosteneva che i pagamenti per la ristrutturazione della villa erano inferiori al valore effettivo. Scajola ha sempre negato gli addebiti. Il perito definì “congrue” le cifre pagate da Scajola. L’ex ministro nei governi Berlusconi è stato anche assolto dall’accusa di arricchimento patrimoniale in capo al singolo parlamentare per il ritardo con cui pagò i 705 mila euro dello stato di avanzamento dei lavori con il contestato danno patrimoniale dell’impresa e mancato pagamento degli interessi. Uscendo dal tribunale Scajola, che proprio domani dovrebbe annunciare la sua candidatura a sindaco di Imperia, si è sfogato: “Non posso non ricordare chi mi è stato vicino sempre, così come, con un po’ di tristezza, non riesco a dimenticare chi ci ha speculato sopra e coloro, a me vicini, che non mi sono stati vicini. Non riesco a essere contento – ha detto ancora Scajola – perché tutte queste cose non dovevano cominciare. Mi prendo un giorno di relax perché sono otto anni che mi bastonano e questi ultimi giorni sono stati pesanti: la notte scorsa mi sono riletto tutti i giornali, le dichiarazioni, le parole che sono state dette. Domani (oggi per chi legge, ndr) parlerò”. Esulta l’avvocato Elisabetta Busuito: “Si concludono otto anni da incubo, nei quali ha subito ogni genere di procedimento, risultando alla fine sempre innocente. Si dovrebbe guardare con grande rispetto al calvario subito da quest’uomo”.

Inchiesta per concussione e abusivismo: il sindaco non può più entrare in municipio

Il sindaco, Roberto Materia, non può più entrare nel palazzo comunale e ha l’obbligo di risiedere in un Comune diverso da quello che amministra; l’ex assessore allo Sport, Angelo Coppolino, è finito in carcere, un funzionario dell’ufficio tecnico, Carmelo Rucci, agli arresti domiciliari. E il vicecomandante dei vigili urbani, Salvatore Di Pietro, è stato sospeso dall’incarico: un ciclone giudiziario colpisce Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, oggetto negli anni scorsi di due richieste di scioglimento per mafia avanzate dagli ispettori del ministero degli Interni ma finite in un nulla di fatto.

Ieri mattina all’alba la polizia ha eseguito otto misure cautelari emesse dal gip Fabio Guigliotta per amministratori e funzionari accusati di concussione, abusivismo, abuso di ufficio e falso: al centro dell’inchiesta condotta dal pm Matteo De Micheli (sulla base anche di intercettazioni telefoniche e acquisizioni di tabulati), una serie di false attestazioni e velocizzazioni delle pratiche edilizie dei lavori, ritenuti abusivi in pieno centro storico, proprio alle spalle del Palazzo municipale, di un Bed &Breakfast e un ristorante, di proprietà della moglie e della cognata dell’ex assessore Coppolino. Favoritismi che hanno coinvolto anche il sindaco Materia, Forza Italia, accusato di avere revocato illegittimamente l’incarico al comandante dei vigili urbani. Materia è un fedelissimo dell’ex senatore Nania, ed è considerato vicino anche all’ex procuratore generale Franco Cassata, condannato definitivamente per diffamazione: una foto lo ritrae accanto al pg qualche giorno dopo il suo insediamento, davanti il museo etnoantropologico Nello Cassata, fondato dall’ex pg. Gli altri indagati sono i tecnici comunali Francesco Livoti e Giuseppe Bonomo e Santi Alligo, ex segretario generale del comune, padre di un giudice onorario di Barcellona: i primi due sono stati sospesi da ogni incarico al comune, il terzo è stato sottoposto all’obbligo di dimora.

Tra gli indagati, infine, c’è anche l’architetto Bruno Isgrò, sospeso per sei mesi dall’esercizio della professione e fratello dello scultore barcellonese Emilio Isgrò, che vive a Milano da anni e che nel luglio scorso chiese ed ottenne il sequestro dell’ultimo album di Roger Waters, bassista dei Pink Floyd, accusandolo di plagio. Il grafico di copertina, una serie di cancellature che evidenziavano il titolo del disco Is This The Life We Really Want? erano state copiate, secondo lo scultore, dalla sua opera Cancellature del 1964, una serie di libri ed enciclopedie in cui i testi erano parzialmente o completamente cancellati: fu una delle prime manifestazioni dell’arte concettuale in Italia. La querelle si è chiusa il mese scorso con la rinuncia, da parte di Isgrò, dell’azione “relativa alla violazione del copyright nei confronti di Roger Waters – com’è scritto in una nota dei legali della Sony Music Italia – delle cui opere (Isgrò, ndr) è grande fan e ammiratore”, nel nome di una comune lotta alla censura.

Teneva in cantina materiale bellico, muore nell’esplosione

Pauraieri a Bologna intorno all’ora di pranzo, quando un boato si è sentito anche dalle palazzine vicine dopo l’esplosione proveniente da una cantina di uno stabile di via Pietro Canonici, all’estrema periferia di Bologna, in zona San Ruffillo. Poco dopo le 13 di ieri, è morto Fiorenzo Romagnoli, 59 anni, collezionista di armi, che era nella propria cantina, saltata per aria. Le cause sono ancora da accertare, ma è stato escluso fin da subito che la causa scatenante fosse una fuga di gas. L’uomo, secondo le prime informazioni, infatti, poco prima dell’esplosione, avrebbe avuto fra le mani materiale bellico, di cui era collezionista e che teneva proprio in cantina, e sarebbe morto sul colpo. La grossa esplosione è stata avvertita anche nei dintorni. Sono intervenuti i vigili del fuoco, i carabinieri e gli uomini del 118. Il palazzo, ritenuto agibile dai tecnici, non è stato evacuato, ma in via precauzionale è stata staccata la fornitura di gas. I carabinieri, dopo il sopralluogo nell’appartamento dell’uomo, hanno trovato il suo gatto e hanno definito la vittima un collezionista di armi.