Villa Maniero, dal boss alla lotta tra associazioni

Il simbolo della legalità perde pezzi. Si sgretola il totem della vittoria sulla mafia che seminò il terrore in una parte del Nordest, ovvero la Mala del Brenta, riconosciuta da svariate sentenze come un’associazione per delinquere che nulla aveva da invidiare alle cosche siciliane. La villa di Felicetto Maniero, meglio noto come “Faccia d’angelo”, per un ventennio boss indiscusso delle campagne padovane, è diventata una grande occasione mancata. Invece di unire il popolo degli onesti, sembra dividerli. Marca steccati politici, interessi privati, sospetti e denunce.

Circondata da un parco, dove si possono ammirare ancor oggi le sculture collezionate da Felicetto, dovrebbe essere il luogo dell’incontro delle anime che testimoniano il rispetto della legge, in una terra ricca e per questo a rischio di infiltrazioni. È stata confiscata nel 2001, molti anni dopo il pentimento del capo feroce. Nel 2008 è diventata uno spazio ad utilizzo pubblico. Dapprima ci andavano gli anziani a giocare a carte. Oggi, gestita dall’associazione Affari Puliti, è praticamente chiusa, inutilizzata. Questa mattina la soglia della caserma dei carabinieri di Campagna Lupia sarà varcata dall’ex consigliera comunale Oriana Boldrin, presidente dell’associazione Mondo di Carta, membro di Libera dalle mafie. Ai carabinieri consegnerà una denuncia circostanzia, un’ottantina di fogli che mettono nel mirino proprio Affari Puliti, il cui presidente è Filippo Auguiari e il direttore Paolo Bordin, che fu assessore alla cultura di centrosinistra. “In villa Maniero si dovrebbe combattere il sistema mafioso, ma i metodi usati non mi piacciono. Dovrebbe essere di tutti, ma di fatto è riservata a pochi intimi, esponenti di un determinato partito politico o dei loro parenti. E non esistono bilanci pubblici”, sintetizza la Boldrin.

Per capire a cosa si riferisca, occorre fare un passo indietro. Fino al 2016 Campolongo Maggiore era gestita dal centrosinistra (ultimo sindaco Alessandro Campalto). Affari Puliti deve gestire la villa per promuovere non solo iniziative culturali, ma anche l’incubazione di nuove imprese. Un classico start up. Quando la giunta è passata al centrodestra, il sindaco Andrea Zampieri ha deciso che la villa dovesse diventare una casa delle associazioni. E così nel maggio 2017 è partito lo sfratto ad Affari Puliti.

“Solo nel settembre 2017 ho visto tutti i documenti di gestione – scrive la Boldrin – e ho scoperto cose che non mi convincono. Non c’è traccia dei risultati dei concorsi banditi per l’assegnazione degli uffici a giovani imprenditori. Inoltre, non ci sono i bilanci del 2014 e 2015 perchè sostengono che il commercialista è scappato con i documenti”. Dal carteggio emerge che le attività riguardano (o riguardavano) una psicologa, un tecnico informatico, un giornalista e una Fab Lab. “La psicologa è sorella della compagna di Bordin e la società Sport Lab è riconducibile allo stesso direttore” afferma la Boldrin. Non esistono resoconti economici degli spettacoli organizzati in villa né dei contributi Siae. Ancora non sappiamo come sia stata impegnata la somma di denaro raccolta durante la partita Un calcio alla mala del Brenta del 2013”.

Replica Bordin: “Non siamo operativi perchè dopo lo sfratto non possiamo programmare le iniziative. Ma in questi anni abbiamo assolto all’impegno di creare nuove imprese. Non è vero che i bilanci non ci sono, altrimenti saremmo già stati messi fuori da anni. Chi ha ottenuto i locali, per cui paga un canone, ha partecipato a un bando regolare”. Quante attività rimangono? “Due”.

Pioltello, il treno ripara-binari è a Benevento da due anni

Èfermo da due anni il treno Galileo delle Ferrovie dello Stato utilizzato per la diagnostica dei binari che avrebbe dovuto transitare anche sulla linea di Pioltello (Milano) dove la mattina del 25 gennaio è deragliato un convoglio: tre morti e 46 feriti. Se quel treno per i controlli fosse passato avrebbe quasi sicuramente segnalato l’incredibile rattoppo del binario effettuato con una tavoletta di legno su un pezzo di binario di 23 centimetri e quasi sicuramente avrebbe dato l’allarme perché fosse eliminata la pericolosa anomalia. Galileo purtroppo era bloccato dall’altra parte d’Italia, a Benevento, la vigilanza Fs non ha funzionato a dovere, chi avrebbe dovuto eliminare il rattoppo non è intervenuto e il peggio è successo.

La linea su cui è avvenuto il disastro è considerata da Rfi-Rete ferroviaria delle Fs di massima importanza e fa parte di quei 2.800 chilometri di binari (16 per cento del totale) che comprendono l’Alta velocità, le cosiddette linee di nodo e le linee ad alto traffico per le quali i regolamenti impongono una vigilanza di tipo 1. Cioè massima in una scala decrescente che contempla quattro tipologie di intervento. Galileo è uno dei nove treni della flotta per la diagnostica ferroviaria ed è quello dedicato all’armamento, cioè i binari, con le attrezzature più idonee per individuare irregolarità come quella di Pioltello su cui stanno indagando gli inquirenti. I quali al momento si concentrano sul rattoppo con la zeppa di legno anche se non escludono altri fattori o una concausa di fattori.

Secondo informazioni ufficiali, il Galileo effettua i controlli con ultrasuoni e la video-ispezione digitale delle rotaie transitando sulla linea a 45 chilometri l’ora. È dotato di un dispositivo automatico grazie al quale, nel momento in cui viene rilevata un’anomalia, una pompa spruzza un getto di vernice in corrispondenza del punto critico, in modo da facilitare l’intervento di manutenzione o riparazione. Galileo, però, da circa due anni è in officina. In questo momento è fermo a Benevento per un nuovo ciclo di riparazioni dopo essere stato parcheggiato per un anno e mezzo a Foggia. Il punto è che pur essendo equipaggiato con attrezzature ultramoderne, quel treno è molto vecchio, con mezzo secolo di circolazione sulle spalle, e quindi sottoposto a guasti frequenti. Alle Ferrovie sono consapevoli di questa debolezza e stanno cercando di correre ai ripari: hanno ordinato un nuovo treno per la diagnostica che dovrebbe entrare in esercizio entro la prossima estate.

Assieme a Galileo sui binari più trafficati circolano altri convogli diagnostici con compiti specifici. Sulla linea di Pioltello transita pure il treno Diamante, acronimo di Diagnostica e manutenzione tecnologica, con la frequenza di un passaggio ogni 15 giorni. Diamante è molto più veloce di Galileo e, secondo quanto dichiarano le Ferrovie dello Stato, effettua a 300 chilometri l’ora i controlli su rotaie, linee di contatto e segnalamento. Siccome il rattoppo di Pioltello secondo gli inquirenti risale a circa due mesi fa, seguendo gli standard Fs il Diamante dovrebbe essere passato su quel punto critico almeno tre volte. Non risulta, però, abbia segnalato alcunché e se lo ha fatto nessuno ha raccolto la segnalazione oppure l’ha raccolta ma l’ha infilata in un cassetto. Quel che emerge in ogni caso è l’insufficienza del sistema di controllo Fs dei binari dove in sei mesi si sono verificati cinque incidenti: il 23 luglio 2017 deragliamento sempre a Pioltello, il 9 novembre svio di un Frecciargento a Firenze Castello, il 6 dicembre deragliamento tra Cosenza e Paola, il 9 gennaio 2018 deragliamento sulla linea Pescara-Foggia, il 25 gennaio il disastro di Pioltello.

Bollette a 28 giorni, l’Agcom diffida ancora le compagnie

Continua il pugno di ferro dell’Autorità garante delle comunicazioni contro le compagnie telefoniche che non rispettano l’obbligo di riportare la fatturazione delle bollette a scadenza mensile, ripristinato a fine anno dal decreto fiscale. Nonostante la legge e la delibera del marzo 2017, l’Agcom , ha verificato “la persistenza di offerte di servizi di telefonia con cadenza di fatturazione 28 giorni”. Di conseguenza sono stati avviati nuovi procedimenti sanzionatori verso gli operatori responsabili della reiterata violazione. Provvedimenti che saranno notificati a breve. “Ora servono sanzioni pesanti” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. Mentre il Codacons attacca: “Le diffide non bastano, servono multe milionarie che abbiano efficacia” e presenta ricorso al Tar contro l’aumento delle tariffe. L’autorità garante delle comunicazioni ha anche deciso di diffidare Tim, Wind Tre, Vodafone, Fastweb e Sky per “non aver rispettato le prescrizioni in materia di chiarezza, trasparenza e completezza delle informative”. Le società dovranno chiarire agli utenti che gli aumenti dei costi “sono conseguenza della scelta degli operatori” e non del ritorno alla bolletta mensile.

Guerra con il ministero, perquisizione della Finanza nella sede Whirlpool

La Finanza si presenta nello stabilimento di Riva di Chieri dell’Embraco, l’azienda del gruppo Whirlpool che ha avviato la procedura di licenziamento per 500 dipendenti. I militari controllano documenti e fotografano gli impianti produttivi. È l’ennesimo capitolo di una storia sempre più complicata. Lunedì a Roma ci sarà l’incontro, che dovrebbe essere decisivo, convocato dal ministero dello Sviluppo, Carlo Calenda, che ha minacciato “di fare guerra alla multinazionale”. L’Embraco dovrà rendere noto se accetta di sospendere i licenziamenti e di ricorrere alla cassa integrazione per consentire di esaminare proposte di reindustrializzazione. Il giorno dopo Calenda incontrerà la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager a Bruxelles: tra i dossier aperti la recente lettera inviata dal ministro sulla vicenda Embraco e il regime di agevolazioni fiscali applicato dalla Slovacchia alle imprese straniere. Una interrogazione sul caso Embraco e sulla legittimità di politiche fiscali straordinarie è stata depositata ieri a Bruxelles dall’eurodeputato Alberto Cirio. “Ho chiesto – spiega Cirio – lumi sulla legittimità di politiche fiscali che puntano a spostare investimenti da uno Stato all’altro”.

Alberi strapagati e gare irregolari: giudici contro Expo

Irregolarità amministrative che hanno portato la Ragioneria dello Stato a non approvare alcuni rendiconti del 2014 e del 2015 di Expo spa. E indagini in corso sul finanziamento delle infrastrutture di trasporto la cui realizzazione era legata all’esposizione universale. Sono gli elementi di novità contenuti nella relazione del procuratore regionale della Corte dei Conti della Lombardia Salvatore Pilato presentata all’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Gli approfondimenti dei magistrati contabili su Expo vanno dunque avanti, come già reso evidente nelle scorse settimane dalla contestazione all’ex commissario unico Giuseppe Sala di un danno erariale da 2,2 milioni per i 6.000 alberi pagati 716 euro l’uno, ben più dei 266 di costo d’acquisto in vivaio. La stessa vicenda per cui l’attuale sindaco di Milano rischia il rinvio a giudizio per abuso d’ufficio dopo che le indagini sono state prese in mano dalla procura generale, che in un procedimento parallelo accusa Sala di falso materiale e ideologico per la retrodatazione della nomina di due commissari di gara del maxi appalto della “piastra”. Tutte questioni su cui Sala è dovuto tornare ieri con i cronisti, poco dopo avere ascoltato dalle prime file le relazioni dei magistrati: “Spero di non venire rinviato a giudizio, ma se così fosse sarò ovviamente pronto ad affrontare la questione”.

Tra gli accertamenti della Corte dei Conti non ci sono solo quelli legati all’inchieta della procura generale. Ma anche, si legge nella relazione di Pilato, “gli atti e la relativa documentazione contabile trasmessa dal Mef – Ragioneria territoriale dello Stato di Milano–Monza–Brianza in sede di diniego dell’approvazione del rendiconto per gli esercizi finanziari 2014 e 2015”. Si tratta – spiegano dalla Ragioneria al Fatto Quotidiano – di alcuni capitoli relativi alle somme messe a disposizione di Expo dallo Stato, su cui sono state rilevate “irregolarità amministrative” che hanno portato la Ragioneria a non approvare la relativa rendicontazione. Per esempio spese di viaggio di cui non sono state rese disponibili le pezze giustificative, acquisto di prodotti o gare condotte con modalità non appropriate. Alcune decine di voci che prese singolarmente vanno ciascuna “da qualche migliaia di euro a circa 50mila”. C’è anche questo al centro delle verifiche della Corte dei Conti, oltre ad altre anomalie segnalate dall’Autorità nazionale anticorruzione riguardanti la realizzazione di infrastrutture di trasporto finanziate con risorse destinate a Expo. Come le “gravi disfunzioni e irregolarità – citate in una delibera dell’Anac dello scorso luglio – che non trovano giustificazione nelle deroghe per l’evento Expo 2015 e che hanno comportato notevoli incrementi di costo” nell’appalto del valore di 61 milioni di euro per la costruzione di un lotto della strada di collegamento Zara-Expo. A impegnare i magistrati contabili ci sono poi filoni già noti, come i 18 procedimenti di transazione avviati da Expo per la soluzione delle riserve, cioè gli extra costi di diversi appalti. E le forniture pagate con fondi di Expo per l’informatizzazione degli uffici del Palazzo di giustizia di Milano, al centro anche di una indagine della procura.

Non solo le beghe ereditate da Expo. L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata anche occasione per sottolineare i buoni risultati portati dalle nuove norme sul whistleblowing. “Una svolta”, secondo il presidente lombardo della corte Silvano Di Salvo: “In virtù della legislazione che ha predisposto dei meccanismi interni di segnalazione e rilievo delle anomalie sta emergendo una nuova cultura all’interno delle amministrazioni”.

Da Buzzi a Metro C: il conto milionario della mala gestione

Dalla metro C a “Mafia Capitale”, da “Affittopoli” alla “Nuvola” di Fuksas. È un lungo elenco di danni milionari causati alla Pubblica amministrazione quello stilato ieri dalla Procura della Corte dei conti del Lazio all’inaugurazione dell’Anno giudiziario 2018. Nella sua relazione, il procuratore Andrea Lupi ha tracciato il quadro pesante della mala gestione capitolina.

Il pm ha spiegato che i danni per la sola vicenda di Mafia Capitale ammontano a quasi 20 milioni di euro. Vicende che “hanno connotato illecitamente, in alcuni casi per lunghi anni, intere gestioni pubbliche”. Dopo un’accurata inchiesta guidata dai pm contabili Massimiliano Minerva e Ugo Montella sui danni del “sistema Buzzi”, l’udienza del processo, che vede imputati 21 tra politici e funzionari, è fissata per il 13 marzo. I danni nell’atto di citazione sono quantificati soprattutto per la lesione della concorrenza, con le gare alterate che hanno generato costi elevatissimi per il Comune e per il “disservizio” causato dalla paralisi conseguita con la sospensione di tutti i bandi di gara nel 2015.

C’è poi la vicenda Metro C, uno scandalo di proporzioni gigantesche che non avrà mai una sanzione giudiziaria (la procura è stata attivata anni dopo e a reati quasi prescritti). Lupi ha ricordato l’aumento “esponenziale dei costi di realizzazione” della linea, spiegando che dalle indagini sono emersi “gravi ritardi e il riconoscimento non dovuto di somme aggiuntive, per oltre 200 milioni, al contraente generale” , la società Metro C composta da Astaldi, Vianini (gruppo Caltagirone), la coop rossa Ccc e Ansaldo Trasporti per “riserve strumentali e pretestuose” ma concesse dalla stazione appaltante Roma Capitale. Per questo filone è stato disposto il rinvio a giudizio per l’ex sindaco, Gianni Alemanno, l’ex superdirigente del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza e altri 22 tra ex assessori e funzionari (udienza prevista a giugno). Un primo filone, con la contestazione dei danni per 270 milioni per il periodo 2006-2010 che ha portato al processo contabile 11 tra dirigenti pubblici e manager privati ha subito un duro colpo ad aprile quando la Cassazione ha escluso la giurisdizione della Corte dei conti sul direttore dei lavori nominato dal contraente generale, che quindi è affidatario dell’opera, si sceglie il direttore dei lavori, facendo venir meno la dialettica tra controllore e controllato e non è neanche sottoposto alla giurisdizione contabile.

Sotto la lente è finita anche la cosiddetta “Nuvola” di Fuksas, il centro congressi dell’Eur per cui la procura “ha individuato un danno di oltre 3,5 milioni” per gli indebiti pagamenti all’archistar, imputata insieme a diversi manager della società appaltante Eur spa (prima udienza a maggio). Anche qui la Cassazione dovrà decidere se pure le società a controllo pubblico ma non inhouse sono soggette alla giurisdizione della Corte dei Conti (una pronuncia che può avere effetti dirompenti). Mentre per la “mala gestio” della vicenda “Affittopoli”, Lupi ha spiegato come “per quasi un ventennio il Comune si sia spogliato delle competenze nella gestione del patrimonio immobiliare, avendo optato sin dal 1997 per una gestione esternalizzata” e ha parlato di un danno di circa 20 milioni. Le indagini hanno confermato il quadro terrificante – con canoni d’affitto irrisori, a volte pagati da “persone risultate decedute” e 357 milioni di morosità storica – denunciato dall’ex commissario Tronca.

Ieri è stata anche l’occasione per tracciare un bilancio dell’attività svolta lo scorso anno: le condanne sono valse 31 milioni di euro, 42 milioni le somme recuperate. Risultati ottenuti nonostante la forte carenza di personale.

L’Ordine e la Fnsi difendono i colleghi e il diritto di cronaca

“Saremo con i giornalisti di Fanpage in tutte le sedi, il diritto di cronaca non può essere calpestato da nessuno, neanche dalla magistratura. I colleghi hanno fatto solo il loro dovere: ‘Stampare notizie e scatenare l’inferno’, è quanto ha affermato il segretario del Sindacato unitario giornalisti della Campania, Claudio Silvestri, che ha partecipato ieri nella redazione centrale del giornale a Napoli ad un’affollata conferenza stampa anche in rappresentanza del segretario generale e del presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti. Proprio Giulietti sarà giovedì 22 a Napoli per incontrare i colleghi di Fanpage. Ieri alla conferenza stampa del direttore di Fanpage Francesco Piccinini e del giornalista Sacha Biazzo ha partecipato il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna: “La redazione è luogo sacro, se ci saranno ancora delle violazioni ci rivolgeremo alle istituzioni europee: saremo costretti a chiedere sanzioni contro il nostro Paese”.

Scoop rischiosi, dall’Expo alle primarie Pd

Nell’agosto scorso Fanpage.it, da cui è partita l’ultima inchiesta su rifiuti e tangenti in Campania, è al quindicesimo posto nella classifica Audiweb sui siti di informazione online più cliccati. Con oltre sette milioni di utenti al mese, la pagina Facebook del quotidiano telematico napoletano, diretto da Francesco Piccinini, supera quelle di Repubblica e Corriere.

Sono questi i numeri che il sito di inchiesta giornalistica, fondato a Napoli a gennaio 2010 e appartenente al gruppo editoriale Ciaopeople Media Group, è riuscito a raggiungere anche grazie alla piattaforma video Youmedia in ultra HD 4K che ha lanciato il video Napoli 4K, usato dall’Onu per la campagna “Voci contro il crimine”. In sette anni Fanpage ha portato le sue telecamere ovunque, ha ampliato l’organico (lavora con loro anche Sandro Ruotolo, sotto scorta per le minacce della camorra) e ha aperto altre due sedi a Roma e a Milano.

A Fanpage lavora una squadra di giovani che più volte hanno rischiato di essere aggrediti e molte volte sono stati malmenati sul serio. Come il videoreporter Alessio Viscardi nell’agosto 2015 quando andò a Terzigno (Napoli), a visitare l’eliporto da cui era partito l’elicottero che aveva sorvolato Roma per lanciare petali di rosa durante i funerali del boss Vittorio Casamonica. Qualche mese prima, un altro reporter si era intrufolato nel cantiere dell’Expo di Milano con tuta catarifrangente e berretto, e in mano un pacco di cartone con su scritto “bomba”, girando indistubato nonostante le recinzioni alte tre metri e centinaia di telecamere, carabinieri e soldati. L’anno precedente, il sito svelò l’esistenza nel carcere di Poggioreale a Napoli di una “Cella Zero”, dove un ex detenuto denunciò di essere stato picchiato dalle guardie penitenziarie. Nel marzo 2016 un altro scoop. A Napoli ci sono le primarie del Pd per eleggere il candidato sindaco dem. Stravince Valeria Valente sull’ex governatore Antonio Bassolino, ma i giornalisti di Fanpage, disseminati nei seggi di Scampia, San Giovanni a Teduccio e Piscinola, registrano e la compravendita dei voti. Bastano appena 10 euro, a volte anche una sola monetina da un euro: il tutto, come si vede nei video, con la complicità di qualche consigliere comunale di zona. Il Pd dell’allora segretario-premier Matteo Renzi non annullò le primarie.

Non è la prima volta che il quotidiano online ficca il naso nei rifiuti. Nel 2015 scovò in provincia di Caserta, in piena Terra dei Fuochi, la più grande discarica d’Europa, alta quanto un palazzo di due piani, mentre a Brescia indagò su quattro discariche di rifiuti nucleari riempite dalle acciaierie della Lombardia, dopo aver ospitato negli anni 90 anche rottami dell’ex blocco sovietico, contaminati da cobalto e cesio 137. Ma stavolta Fanpage è finita sotto accusa.

Chi non vuole introdurre l’agente provocatore

Due giornalisti e un ex boss della camorra hanno per mesi rivestito i panni dell’“agente provocatore”. Il direttore di Fanpage.it Francesco Piccinini, il videoreporter Sacha Biazzo e l’ex boss Nunzio Perrella si sono presentati come imprenditori in cerca di appalti per smaltire rifiuti. Non hanno fatto fatica a essere presi sul serio. Ci è cascato anche il figlio del governatorissimo della Campania, Roberto De Luca. Il lavoro giornalistico si è incrociato (sovrapposto?) con l’inchiesta giudiziaria della Procura di Napoli, che ha scoperto gli intrecci tra monnezza e corruzione: intrecci bipartisan, visto che oltre a De Luca jr., assessore a Salerno (Pd), risulta indagato anche Luciano Passariello, consigliere regionale in Campania (Fratelli d’Italia).

La prosecuzione dell’inchiesta stabilirà se i giornalisti hanno dato un contributo al lavoro giudiziario oppure lo hanno danneggiato, interferendo nelle indagini. Quello che balza comunque in primo piano, anche grazie alla forza delle immagini, è l’efficacia dell’“agente provocatore”. Negli Stati Uniti, dove la giustizia è più pragmatica che ideologica, la figura dell’agente infiltrato è istituzionalizzata e pacificamente accettata. Tanto che qualche anno fa un ristoratore italiano che aveva fatto successo a Miami, fu arrestato e condannato perché disse di sì a un agente della Dea, la polizia antidroga Usa, che gli aveva proposto di riciclare nei suoi conti in una banca dei Caraibi narcodollari sporchi che in realtà erano pulitissimi soldi del governo federale. La proposta di utilizzare l’“agente provocatore” anche per il reato di corruzione in Italia è stata avanzata più volte negli scorsi anni ma senza molto successo: forse per timore che le indagini si trasformino in retate. Piercamillo Davigo lo ha ripetuto più volte, anche quand’era presidente dell’Associazione nazionale magistrati: “Le operazioni sotto copertura sono l’unico strumento che permetterebbe di sradicare la corruzione”. La sua proposta è che, “come già avviene negli Usa e in altri Paesi, ci siano agenti che vadano a offrire tangenti a politici e pubblici amministratori per saggiarne la correttezza”. Proposta caduta nel vuoto. Anzi, accolta dalla politica come un’inaccettabile provocazione. “Purtroppo”, constata Davigo, “in Parlamento c’è una forte resistenza, così i legislatori si rifiutano di approvare interventi così semplici ed efficaci”. Favorevole all’introduzione dell’“agente provocatore” è anche Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione. “Uno offre a un pubblico ufficiale una grossa somma di denaro per avere un significativo atto a suo favore”, ha spiegato Cantone. Il tutto “con le garanzie di legge e sotto il controllo dell’autorità giudiziaria”. È quanto già si può fare nelle indagini sulla criminalità organizzata: perché dunque – si chiede Cantone – non renderlo possibile anche nelle indagini sulla corruzione e gli appalti pubblici? “Al governo direi di ampliare gli istituti dell’agente provocatore validi per la criminalità organizzata”, andava ripetendo il presidente dell’Anac. “Non solo il classico infiltrato, ma penso anche a chi si finge corruttore: come in materia di droga dove esiste il simulato acquisto”.

Nell’indagine napoletana i giornalisti di Fanpage.it hanno provato ad anticipare le cose. Secondo quanto sostiene Piccinini, ci sono stati ripetuti contatti con la Procura di Napoli e una sorta di trattativa con la polizia giudiziaria per trasformare i cronisti in infiltrati. Non è stato possibile, perché i reati contestati dai magistrati napoletani riguardano la Pubblica amministrazione, dunque non consentono l’utilizzo di “agenti provocatori”. Per di più, la nuova legge sulle intercettazioni proibisce ai privati cittadini di registrare conversazioni all’insaputa di coloro che sono registrati, anche se, nel caso che a registrare siano giornalisti, dovrebbe essere considerato prevalente il diritto di cronaca. L’unico a non avere dubbi è lui, il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca: “Abbiamo assistito a sceneggiature impensabili, con camorristi assoldati per fare grandi operazioni di intelligence”. De Luca ha concluso con un rassicurante: “Massima fiducia nella magistratura”. Purché non esageri nelle “sceneggiature”.

Come ti imbosco lo scandalo rifiuti

Pirotecnico Tg1 in tempi elettorali: l’inchiesta della Procura di Napoli sullo smaltimento illegale dei rifiuti in Campania è declassata a notiziola di cronaca, infilata in fondo alla scaletta. Nel telegiornale delle 13 e 30, per esempio, viene agevolmente ignorata nei titoli di apertura, che introducono i principali fatti di giornata. Per ascoltare il nome “De Luca” servono tempo e pazienza: viene pronunciato incidentalmente dopo oltre 17 minuti di notiziario. Prima, ampio spazio alle buone notizie: la campagna del Pd e i guai dei 5Stelle. E dunque, nell’ordine: il vertice Merkel-Gentiloni a Berlino, il comizio in cui Renzi rivendica di aver abbassato le tasse, gli imbarazzi grillini tra nuovi massoni in lista e mancati rimborsi. Poi ancora politica: il centrodestra che potrebbe aver individuato in Antonio Tajani il suo futuro premier, e quindi il pastone che schiaccia insieme in un’allegra poltiglia di un minuto e mezzo (quasi) tutti i piccoli partiti che saranno sulla scheda elettorale (nell’ordine: Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia, Civica e popolare, Emma Bonino, Liberi e Uguali). Dopo si apre un’ampia pagina di esteri: si ritorna sulla strage in Florida e sullo scandalo della Ong Oxfam. E ancora: le Olimpiadi invernali e il prestigioso oro italiano nello snowboard cross. Poi un passaggio in Turchia, dove 5 scrittori e giornalisti anti Erdogan sono stati condannati all’ergastolo. All’inizio del diciottesimo minuto (e al termine di un agile e disinvolto imboscamento) arriva infine il servizio sull’inchiesta di Napoli. Che coinvolge – purtroppo va detto – anche il figlio del presidente della Regione Campania. E dunque eccolo: “C’è anche Roberto De Luca nell’inchiesta di Napoli su appalti e immondizia. L’assessore al bilancio della giunta Pd di Salerno e figlio del presidente della Regione Campania sarebbe indagato per corruzione”. Sarebbe. Compresa la presentazione in studio, lo spazio dedicato alla notizia è complessivamente di 99 secondi. Durante i quali la parola Pd viene pronunciata soltanto una volta.