Quando l’americano Edward C. Banfield coniò a imperitura memoria la definizione di “familismo amorale” erano i lontani anni Cinquanta. Il politologo studiò un paesino lucano per comprendere le ragioni dell’arretratezza del Sud italiano. E la regola principe del familismo è tuttora questa: “Massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”.
A rigore di anagrafe, anche il salernitano Vincenzo De Luca è nato in un paesino lucano, a Ruvo del Monte nel 1949. Ma questi sono gli accidenti della storia perché il familismo amorale del governatore campano e dei suoi due figli, il primogenito Piero e poi Roberto, ha le basi nel controllo totale della loro città: Salerno. Un regno. Un feudo. Una roccaforte del clan De Luca sin dagli albori della Seconda Repubblica, nel Novantatré. Lì papà Vincenzo è stato sindaco dal 1993 al 2001 e dal 2006 al 2015. Indi, l’elezione trionfale alla Regione, a presidente della Campania. Quando De Luca senior lasciò l’amata città al fedelissimo Vincenzo Napoli la prima condizione da soddisfare fu la nomina del secondogenito Roberto ad assessore al Bilancio, in quanto valente commercialista. Roberto che ha 34 anni e oggi si trova invischiato nell’affaire regionale dei rifiuti.
In pubblico e in privato, il governatore, anche per esorcizzare critiche e polemiche, si è sempre vantato della competenza e della preparazione dei rampolli. Al punto da sembrare come la Cornelia dell’antica Roma. La madre dei Gracchi fiera e orgogliosa di Tiberio e Gaio. “Haec ornamenta mea”. “Ecco i miei gioielli”. Appunto.
L’Italia è piena di dinastie familiari in politica. Ma quella dei De Lucas è un unicum. In una città, Napoli, e in una regione, la Campania, in cui il Pd è ormai una confederazione di notabili e correnti, la famiglia regnante di Salerno esercita un potere abnorme. E non solo per i flussi di denaro che da Roma arrivano a Palazzo Santa Lucia, sede del governatore a Napoli, lasciando a secco il sindaco Luigi de Magistris. De Luca padre gestisce un welfare della politica, ultima evoluzione del familismo amorale. Ché le poltrone, i seggi, le nomine sono “lavoro” che danno stipendi e prebende e talvolta anche altro. Anche per questo la sua preoccupazione è quella di tramandare il suo “lavoro” ai figlioli, per dargli una “sistemazione”, atavica angoscia di ogni famiglia italica, non solo meridionale. Un tempo, ai figli, i padri consegnavano, e consegnano ancora, le imprese o le ditte. Per l’ex comunista De Luca è la politica l’azienda di famiglia.
Accanto a Roberto, che per molti farà il sindaco di Salerno al prossimo giro, c’è poi Piero, avvocato, di quattro anni più grande del fratello. Piero De Luca è candidato alla Camera per il Pd, alle elezioni politiche del 4 marzo. Una candidatura blindata: uninominale nel collegio di “famiglia”, a Salerno, e capolista al plurinominale Caserta-Aversa. In pratica, il primogenito è già deputato. Per ottenere il seggio, il padre, dopo la burrasca del referendum e delle fritture di pesce, ha rinnovato il patto con Renzi alle ultime primarie del Pd. Per la serie: io ti porto i voti di Salerno, tu mi garantisci Piero. Così nel giro di un paio di anni la famiglia De Luca si è tripartita in modo perfetta. Una Trinità esemplare della politica: il figlio maggiore a Roma, quello minore nel regno natìo di Salerno, il papà a Napoli.
Ora però tutti e tre, dopo l’inchiesta scoppiata per i rifiuti, condividono pure le grane giudiziarie. De Luca senior ha ancora due processi in corso, più tre condanne in primo grado della Corte dei Conti. I due procedimenti aperti sono entrambi riconducibili alla sua attività di sindaco di Salerno: uno per l’ecomostro Crescent (abuso d’ufficio, falso e lottizzazione abusiva), l’altro per la variante di piazza della Libertà (falso). Piero De Luca è invece imputato per bancarotta fraudolenta. Una vicenda che origina dal crac della Ifil, società satellite del pastificio Amato in affari con il Comune di Salerno. Il primogenito avrebbe beneficiato di una serie di viaggi pagati in Lussemburgo, dove lavorava, con denaro della Ifil.
Ha detto ieri papà Vincenzo in difesa di Roberto: “Abbiamo assistito a sceneggiature impensabili, con camorristi assoldati per fare grandi operazioni di intelligence”. La dinastia non si arrende.