Il governatore uno e trino, il clan del familismo amorale

Quando l’americano Edward C. Banfield coniò a imperitura memoria la definizione di “familismo amorale” erano i lontani anni Cinquanta. Il politologo studiò un paesino lucano per comprendere le ragioni dell’arretratezza del Sud italiano. E la regola principe del familismo è tuttora questa: “Massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”.

A rigore di anagrafe, anche il salernitano Vincenzo De Luca è nato in un paesino lucano, a Ruvo del Monte nel 1949. Ma questi sono gli accidenti della storia perché il familismo amorale del governatore campano e dei suoi due figli, il primogenito Piero e poi Roberto, ha le basi nel controllo totale della loro città: Salerno. Un regno. Un feudo. Una roccaforte del clan De Luca sin dagli albori della Seconda Repubblica, nel Novantatré. Lì papà Vincenzo è stato sindaco dal 1993 al 2001 e dal 2006 al 2015. Indi, l’elezione trionfale alla Regione, a presidente della Campania. Quando De Luca senior lasciò l’amata città al fedelissimo Vincenzo Napoli la prima condizione da soddisfare fu la nomina del secondogenito Roberto ad assessore al Bilancio, in quanto valente commercialista. Roberto che ha 34 anni e oggi si trova invischiato nell’affaire regionale dei rifiuti.

In pubblico e in privato, il governatore, anche per esorcizzare critiche e polemiche, si è sempre vantato della competenza e della preparazione dei rampolli. Al punto da sembrare come la Cornelia dell’antica Roma. La madre dei Gracchi fiera e orgogliosa di Tiberio e Gaio. “Haec ornamenta mea”. “Ecco i miei gioielli”. Appunto.

L’Italia è piena di dinastie familiari in politica. Ma quella dei De Lucas è un unicum. In una città, Napoli, e in una regione, la Campania, in cui il Pd è ormai una confederazione di notabili e correnti, la famiglia regnante di Salerno esercita un potere abnorme. E non solo per i flussi di denaro che da Roma arrivano a Palazzo Santa Lucia, sede del governatore a Napoli, lasciando a secco il sindaco Luigi de Magistris. De Luca padre gestisce un welfare della politica, ultima evoluzione del familismo amorale. Ché le poltrone, i seggi, le nomine sono “lavoro” che danno stipendi e prebende e talvolta anche altro. Anche per questo la sua preoccupazione è quella di tramandare il suo “lavoro” ai figlioli, per dargli una “sistemazione”, atavica angoscia di ogni famiglia italica, non solo meridionale. Un tempo, ai figli, i padri consegnavano, e consegnano ancora, le imprese o le ditte. Per l’ex comunista De Luca è la politica l’azienda di famiglia.

Accanto a Roberto, che per molti farà il sindaco di Salerno al prossimo giro, c’è poi Piero, avvocato, di quattro anni più grande del fratello. Piero De Luca è candidato alla Camera per il Pd, alle elezioni politiche del 4 marzo. Una candidatura blindata: uninominale nel collegio di “famiglia”, a Salerno, e capolista al plurinominale Caserta-Aversa. In pratica, il primogenito è già deputato. Per ottenere il seggio, il padre, dopo la burrasca del referendum e delle fritture di pesce, ha rinnovato il patto con Renzi alle ultime primarie del Pd. Per la serie: io ti porto i voti di Salerno, tu mi garantisci Piero. Così nel giro di un paio di anni la famiglia De Luca si è tripartita in modo perfetta. Una Trinità esemplare della politica: il figlio maggiore a Roma, quello minore nel regno natìo di Salerno, il papà a Napoli.

Ora però tutti e tre, dopo l’inchiesta scoppiata per i rifiuti, condividono pure le grane giudiziarie. De Luca senior ha ancora due processi in corso, più tre condanne in primo grado della Corte dei Conti. I due procedimenti aperti sono entrambi riconducibili alla sua attività di sindaco di Salerno: uno per l’ecomostro Crescent (abuso d’ufficio, falso e lottizzazione abusiva), l’altro per la variante di piazza della Libertà (falso). Piero De Luca è invece imputato per bancarotta fraudolenta. Una vicenda che origina dal crac della Ifil, società satellite del pastificio Amato in affari con il Comune di Salerno. Il primogenito avrebbe beneficiato di una serie di viaggi pagati in Lussemburgo, dove lavorava, con denaro della Ifil.

Ha detto ieri papà Vincenzo in difesa di Roberto: “Abbiamo assistito a sceneggiature impensabili, con camorristi assoldati per fare grandi operazioni di intelligence”. La dinastia non si arrende.

450 milioni per smaltire le ecoballe: sono ancora quasi tutte in Campania

Chi di monnezza ferisce di monnezza perisce. La massima potrebbe essere applicata a Vincenzo De Luca, il governatore della Campania e padre padrone di quel che resta del Pd in quella regione. Perché è proprio sulla monnezza che “lo sceriffo” ha costruito la sua irresistibile ascesa. Antonio Bassolino e l’emergenza rifiuti a Napoli, con le città invase da colline di sacchetti neri, lo scandalo delle ecoballe, gli artigli della camorra sul business, sono stati per anni il suo cavallo di battaglia per distruggere l’ex compagno ed eterno rivale. E ora l’inchiesta della Procura di Napoli dopo l’ottimo lavoro giornalistico del sito Fanpage, le perquisizioni dello studio e degli uffici del figlio Roberto con l’accusa di corruzione, che rischia di far scoppiare la dinasty salernitana.

Roberto è assessore al Bilancio, per il momento, messo al Comune a farsi le ossa in attesa di diventare sindaco. Erede numero uno del feudo familiare. L’altro rampollo, Piero, è destinato al Parlamento. Candidato sia a Caserta che all’uninominale alla Camera a Salerno, con i sondaggi che lo portano al 32,2%, in vantaggio sul centrodestra e sui Cinquestelle.

Ma a parte le inchieste e l’indignazione per un familismo che più amorale non c’è, la verità è che le promesse sui rifiuti del papà governatore stanno tutte miseramente fallendo. Solo una parte (minima) delle 5 milioni e 600 mila tonnellate di ecoballe (in pratica monnezza impacchettata non più riciclabile) è stata rimossa. “Renzi ci deve dare i soldi per le ecoballe”, tuonò De Luca. E Renzi mollò: 450 milioni.

A novembre scorso, le cronache registrano un simpatico siparietto tra i due. “Vincenzo, il governo ti ha dato i soldi, quanti ne hai spesi?”. E Vincenzo, che mesi prima aveva regalato un’altra delle sue gag a Crozza offrendo uno slogan a Renzi, “dalla terra dei fuochi alla terra dei fiori”, di rimando: “Ho impegnato 230 milioni, e ora è partita la seconda gara per la rimozione di altre 500 mila tonnellate di ecoballe”. Contento, Renzi, ma severo. “Vincenzo caro, ma mi hai promesso che per febbraio 2018 avresti smaltito tutte le ecoballe. Io torno a febbraio, fammi trovare le aree ripulite”. Renzi non è più tornato e le ecoballe stanno sempre lì, tra Avellino e Giugliano, montagne di monnezza.

Certo, la loro rimozione è una impresa titanica, costosa e difficile. Un esempio è Giugliano, dove una ditta ha vinto l’appalto per la rimozione di 33 mila tonnellate da portare in Bulgaria, nei pressi di Sofia. Per farlo, occorrono 1179 trasporti, via terra e via mare. Appalti, imprese che si fanno avanti, un vecchio sistema di affari che si è arricchito sul business dei rifiuti e che ora punta a fare altrettanto con la bonifica. Fanpage ha messo in chiaro l’esistenza di un sistema che sembra non voler morire mai. La monnezza in Campania non è solo materiale, ma anche politica.

“Il 15% per te e De Luca jr.” E il commercialista dice sì

L’ex boss di camorra e rifiuti si è presentato all’assessore al Bilancio di Salerno Roberto De Luca col suo nome vero, Nunzio Perrella. Si è fatto passare con l’organizzatore dell’appuntamento, il commercialista Francesco Colletta, come imprenditore di una multinazionale. Perrella ha discusso con il professionista di Angri (Salerno) e con il rampollo del governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca di come smaltire i milioni di ecoballe che infestano la Campania. Roberto ha ricordato “che c’è già qualche gara in corso” e poi ha fatto riferimento a una telefonata da fare al “professore B. o a un altro tecnico della Regione” per saggiare Perrella “in via sperimentale” dopo avergli chiesto se si occupava solo di ecoballe e sentendosi rispondere da Perrella che la sua azienda può fare tutto. Il giorno dopo, l’ex boss si è intrattenuto con Colletta, in assenza di Roberto, per proporgli una quota “tra il 10 e il 15%”, e Colletta ha risposto sì. “È comprensivo anche di Roberto”. “Sì”.

Gli incontri sarebbero avvenuti il 6 e il 7 febbraio nello studio di Colletta, e la prova è in 4 minuti e mezzo di video che sono la parte più incandescente delle 900 ore di filmati girati di nascosto dalla redazione di Fanpage.it nell’ambito di una colossale videoinchiesta di 6 mesi sui traffici di rifiuti tossici attraverso lo Stivale. Il direttore Francesco Piccinini e la redazione hanno utilizzato Perrella come una sorta di “agente provocatore”. Lui si è mosso con consumata esperienza, sfruttando le sue competenze nel business della spazzatura e una spregiudicatezza senza pari nel proporre tangenti sui lavori a cui fingeva di essere interessato (l’uomo ha fatto più di 20 anni di arresti ed è fuori dal giro, ma aveva fatto sapere di essere tornato “in attività”). La videocamera nascosta registra Perrella, sulla sessantina, mentre dice “è proprio giovane” di fronte a Roberto, 34 anni, che gli apre la porta. Deve essergli sembrato un ragazzino.

A che titolo intermediari organizzano incontri su appalti di competenza della Regione Campania con un assessore di Salerno il cui unico rapporto con Palazzo Santa Lucia è l’essere figlio del presidente? Forse la risposta verrà dai pm di Napoli, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, che hanno indagato De Luca jr e Colletta per corruzione, hanno perquisito ieri all’alba casa e studio di Roberto (ma non gli uffici in Comune) e hanno acquisito computer e cellulari per estrarne documenti, email, sms e whatsapp. Un’accelerazione improvvisa, che la Procura ha spiegato con la comunicazione informale di Fanpage di essere pronta a mandare in rete i video di gennaio sulla gestione di Sma Campania (bonifiche ambientali e smaltimento fanghi) da parte degli uomini di Luciano Passariello, candidato di FdI e del centrodestra a Napoli, indagato per corruzione e corruzione aggravata (oggi verrà revocato l’ad di Sma, indagato anche lui). Ma c’era anche il materiale sull’entourage di De Luca jr.

Sarebbero tre video (in uno solo compare Roberto). I primi contatti tra i giornalisti della testata web e la Procura risalgono a pochissimi giorni prima di Natale. Un camion pieno di fusti tossici manovrato da uno dei broker contattati da Fanpage sta girando per il Veneto senza riuscire a sversare, e Piccinini ritiene sia venuto il momento di tutelarsi. Va dai pm e racconta, sa che ci sono altri fascicoli aperti su Sma e spiega che sta girando da mesi una videoinchiesta. Il 30 dicembre mette a verbale e consegna il girato. Poi va avanti. Fino ad arrivare a De Luca jr attraverso Perrella.

Piccinini, Perrella e il videoreporter Sacha Biazzo (che si fingeva autista dell’ex boss) sono indagati di induzione alla corruzione e il direttore rischia anche la violazione del segreto d’ufficio perché ha iniziato a pubblicare i video acquisiti dalla Procura l’altroieri. Roberto De Luca ieri sera ha fatto sapere che ha “piena fiducia nel lavoro della magistratura . Sono certo – dice – che tutto sarà chiarito, rispetto a questioni con le quali non c’entro assolutamente nulla”.

I 5Stelle attaccano e ricordano che Passariello, presidente della Commissione partecipate, ha goduto di una proroga di 60 giorni, l’ennesima, fino al 28 febbraio. Fino al voto. Il leader di LeU Pietro Grasso: “A Napoli si dice ‘tengo famiglia’ ed evidentemente si pensa che la politica, fatta secondo una discendenza dinastica, sia un modo di risolvere i problemi personali’”. Oggi Matteo Renzi è a Napoli, ieri al Tg Norba ha invitato gli elettori a non confondere i fratelli De Luca (Piero è capolista Pd a Caserta): “Questa storia qui con il nostro candidato non c’entra niente, Piero De Luca non è indagato. Ora non iniziamo anche ad addossare ai fratelli le responsabilità degli altri”.

 

Uguale sarà lei

Anche se i sondaggi al momento non rilevano smottamenti, può darsi che alla fine i 5Stelle perdano voti per colpa dei 7-8 traditori che non hanno versato parte dello stipendio al fondo per le piccole imprese. Ma il caso sollevato dalle Iene, chiunque sia la loro fonte, s’è comunque rivelato utile per capire i meccanismi della nuova e della vecchia politica, ma anche della leggendaria “società civile” (per la quale vale sempre un memorabile titolo di Cuore: “L’uomo della strada è una bella merda”). E così le inchieste del nostro mensile Millennium e del sito Fanpage che hanno sondato la permeabilità dei partiti alle proposte indecenti di lobbismo e corruzione. Una volta tanto, la categoria dei giornalisti ha dato buona prova di sé, smascherando altarini che sarebbero rimasti nascosti. In un caso ne hanno fatto le spese i 5Stelle; negli altri, vari esponenti di destra e Pd. Dunque sono tutti uguali? No, al contrario. Le inchieste di Iene, Millennium e Fanpage hanno innescato reazioni diverse, anzi opposte: allarmate e severe dai vertici 5Stelle, omertose e indifferenti dai vertici dei partiti, dei loro elettorati e dei giornali e dei tg al seguito.

Le mancate donazioni di 7-8 pentastellati domina i tg e i quotidiani da una settimana. Lo scoop di Millennium sui politici di destra e sinistra pronti a vendersi a un finto lobbista non l’ha ripreso nessuno (e sappiamo bene il perché). Invece di quello di Fanpage, con il candidato FdI Luciano Passariello in vendita e il figlio assessore di De Luca e i suoi che chiedono il 15% sugli appalti della monnezza, qualche testata ha dovuto occuparsi per forza, visto che la Procura di Napoli è intervenuta con perquisizioni e avvisi di garanzia per corruzione. Ma nessuno, a parte il Fatto, ha dato la notizia in prima pagina e già da ieri non se ne parla più. Comunque, anche se ne parlasse, l’homo renzusconianus non si scandalizzerebbe: ne ha viste troppe e ormai si aspetta e s’infischia di tutto (come un tempo faceva l’homo berlusconianus), anticipando il governo di larghe intese. Così come i militanti di FI&Pd se ne fregano dei conflitti d’interessi di B. e delle famiglie Renzi (caso Consip) e Boschi (caso Etruria). Se ne fregano dell’inchiesta per strage su B. e Dell’Utri e delle ultime vergogne del Giglio Magico: l’insider trading Renzi-De Benedetti; l’appalto da 10 milioni per la distribuzione delle Pagine Gialle “ceduto” nel 2016 dalle Poste a un’aziendina di babbo Tiziano con 4 dipendenti; Nardella che assume alla Città metropolitana di Firenze la figlia del Pg della Corte dei conti che archiviò un’inchiesta su Renzi e ora deve controllare la giunta Nardella.

Assunzione che, conflitti d’interessi a parte, non poteva essere fatta, visto che la ragazza s’è messa subito in aspettativa per seguire un corso che le insegni a fare ciò che è stata assunta per fare, intanto la paga Pantalone.

Nei Paesi normali, l’informazione e dunque gli elettori trattano tutte le forze politiche allo stesso modo: gli scandali sono scandali per tutti, vengono rinfacciati a tutti e danneggiano tutti. In Italia, la questione morale vale solo per chi si dichiara onesto, dando per scontato che interi partiti possano proclamarsi disonesti e per giunta ottenere la licenza di delinquere impunemente. E di dare lezioni di onestà agli altri. Impagabile lo spettacolo dei pidini & forzisti che si indignano perché 7-8 grillini hanno fatto ciò che fanno tutti loro, cioè si son tenuti l’intero stipendio. Si scagliano contro 3 massoni finiti nelle liste del M5S, avendone ben di più nelle proprie. E ridono all’idea che i 5Stelle si privino di qualche neoeletto con espulsioni o dimissioni preventive. Cosa che dovrebbero fare tutti, anzi andrebbe prevista da una legge elettorale decente, per consentire ai partiti di cacciare dalle istituzioni le eventuali mele marce scoperte dopo aver presentato le liste. Siccome però i partiti le mele marce le scelgono apposta per i voti sporchi, il problema che si pone per il M5S per loro non si pone.

Ora, nel nuovo Parlamento, il M5S si ritroverà 4-5 neoeletti già espulsi e proverà a farli dimettere. Poniamo che invece quelli restino lì e s’iscrivano al gruppo misto. Scommettiamo che i partiti faranno a gara ad accaparrarseli, per trovare i seggi mancanti al governo Renzusconi? Non è un’illazione: è già accaduto nell’ultima legislatura. Appena un pentastellato lasciava il M5S o ne veniva espulso, i partiti che fino al giorno prima lo dipingevano come un baluba se lo strappavano di mano. Quando esplose lo scandaletto di Quarto, dove la sindaca a 5Stelle Rosa Capuozzo non aveva denunciato i ricatti di un consigliere legato a un ras locale, Pd e FI ne chiesero le dimissioni. Grillo la espulse, ma lei rimase in piedi con una nuova giunta sostenuta da Pd e FI: fine dello scandalo Quarto. Nel 2016 la deputata palermitana M5S Claudia Mannino, indagata per le firme false alle Comunali del 2012, si avvalse della facoltà di non rispondere ai pm. E fu subito sospesa per aver violato il codice etico. Ora che è rinviata a giudizio, è candidata nella lista Insieme alleata del Pd: fine dello scandalo delle firme false.

Ieri, alla domanda se sia pentito di aver candidato Piero De Luca, figlio del governatore Vincenzo, Renzi ha risposto testualmente: “Non iniziamo ad addossare ai fratelli le responsabilità degli altri. Piero De Luca non è indagato e non ha alcuna relazione con questa vicenda”. Infatti nel caso sollevato da Fanpage è indagato per corruzione l’altro figlio di De Luca, Roberto, assessore Pd a Salerno, mentre il fratello Piero, candidato Pd alla Camera, è solo imputato per bancarotta fraudolenta. Non confondiamo. Se questa è la “diversità” del Pd, i 5Stelle si sforzino pure di diventare uguali. Ma non ce la possono fare.

Non tutti i nasi vengono per nuocere

Cyrano viveva in un tempo in cui le ragazze non si lavavano e i ragazzi a 20 anni non avevano già più i denti. Cyrano era un signore, poeta anche molto forte (nelle risse), quasi a tutti gli effetti: aveva un grossissimo naso. Questo però non gli impediva di innamorarsi: Cyrano era innamorato di sua cugina Rossana. Anche Rossana era innamorata, ma non di lui: di Cristiano. E Cristiano contraccambiava, anche se non glielo diceva per via della sua grande stupidità e perché Rossana amava soltanto la poesia e lui non ne sapeva niente.

Allora Cyrano aiutò Cristiano a dichiarare il suo amore a Rossana suggerendogli, da dietro un cespuglio, parole in versi. Quando sbocciò l’amore fra i due si mise in mezzo anche il conte de Guiche che mandò Cyrano e Cristiano a combattere in guerra, ma prima di partire Cristiano sposò Rossana. Però questo non gli impedì di andare in guerra.

Cyrano è una bellissima storia d’amore raccontata ai ragazzi dall’autore Taï-Marc Le Thanh con delle illustrazioni spettacolari di Rébecca Dautremer. Cyrano conferma che non tutte le storie devono finire che il cattivo deve morire e il protagonista deve essere felice e contento.

 

Pantera Nera, ora il supereroe non è più solo un comprimario

Nessun film tratto dai fumetti della Marvel è mai stato preceduto dall’emozione che accompagna Black Panther di Ryan Coogler, uscito nei cinema italiani martedì. Non è soltanto il primo cinecomics dedicato a un eroe nero, ma è anche il riscatto di tutti gli eroi afroamericani che per decenni nei comics Marvel e non solo sono stati al massimo spalle, omaggi alla necessità di apparire politicamente corretti. Molto di questo clima di interesse e partecipazione – da settimane giornali come Financial Times e Washinigton Post ospitano sterminati articoli sull’importanza di Black Panther – si deve alla serie a fumetti scritta, sempre per la Marvel, da Ta-Nehisi Coates, il più importante giornalista e scrittore sui temi della razza. Con l’occasione del film, Panini pubblica il volume Pantera Nera e la Banda, un ciclo di storie di Coates scritto con la poetessa Yona Harvey e disegnato da Butch Guice che è un buon punto di partenza per capire questo fenomeno. Pantera Nera è un supereroe creato nel 1966, sovrano di una monarchia africana illuminata e tecnologica, Wakanda, ovviamente immaginaria ma anche eroe degli Avengers di Capitan America. Coates ha preso questo eroe un po’ marginale e lo ha reso una specie di fusione tra Malcom X e Martin Luther King. In questo volume fa anche un passo avanti: riscrive tutta la lunga e faticosa emancipazione dei neri americani come una grande lotta di liberazione supereroica, le battaglie contro la gentrification di Harlem non sono attivismo di quartiere ma la linea di frontiera di un conflitto planetario, il bene contro il male (i supercriminali di Hydra che manovrano anche la polizia violenta). Nessun fumetto di supereroi è mai stato così serio e così politico come la Pantera Nera di Coates.

 

 

La squillo detective di Crapanzano, giallista ottantenne della Milano che fu

Margherita Grande detta Rita è una ventenne bella e ancora vergine. Ha smesso gli studi, da prima della classe, per sostenere il reddito familiare e lavora come cameriera in una trattoria. Milano anni Cinquanta. Il 1951, per la precisione. La bella Rita abbandona la trattoria e viene ingaggiata da una lussuosa “maison” di piacere – non un volgare bordello – per uomini facoltosi e “altolocati”, noti in città. Ci sono da mantenere i due fratellini che vanno a scuola e la nonna. Mamma e papà sono morti da tempo. In varie zone, Milano è ancora un cumulo di macerie belliche, ma la vita e la ripresa prendono il sopravvento e tra i suoi “clienti” Rita vanta magistrati, avvocati, giornalisti, docenti universitari.

Un giorno alla sua porta si presenta il fratello di Ines, una sua cara amica. Ines è in carcere, accusata di aver ammazzato il suo fidanzato Valerio Bongiovanni, bandito donnaiolo della ligera, la romantica mala meneghina che non spara ma ruba soltanto (e spesso ai ricchi). A inchiodare la donna è la scena del delitto: lei, con un coltello sanguinante in mano, accanto al cadavere dell’amato. Alla polizia fa comodo chiudere il caso così, senza indagare, e tocca allora alla squillo d’alto bordo investigare. Con esito, ovviamente, felice. Dopo la saga del commissario Arrigoni, Rita Grande è il nuovo personaggio di Dario Crapanzano, classe 1939, uno dei nomi nuovi del giallo italiano. Sia Arrigoni, sia Grande vivono e si muovono nella Milano degli anni Cinquanta e sono destinati prima o poi a incrociarsi. Per Crapanzano, stile garbato e chiaro, i delitti sono anche il pretesto per raccontare un mondo che non esiste più: la Milano della sua gioventù.

 

Il futuro è a Beirut. La casa di tutti

Già nell’antica Grecia, il termine òikos definiva la casa e insieme ciò che al suo interno viene accolto: le persone, la gioia, la terra, la memoria. Ed è questa idea di casa, come di un’identità famigliare fatta di carne e ossa multietnica e guizzante che sempre accoglie, ciò che riverbera dall’esposizione Home Beirut Sounding the Neighbors (fino al 20 maggio al MAXXI di Roma), che tutti dovrebbero andare a vedere poiché, più di molti editoriali o manuali di politica internazionale, manifesta cosa sia l’accoglienza.

A ventisette anni dalla guerra civile, i curatori Hou Hanru e Giulia Ferracci vogliono provare a cancellare il ricordo della metropoli dai palazzi sventrati, così ben raccontata nei romanzi di Rabin Alameddine o Jabbour Douaihy tra gli altri, immaginando una mostra corale che racconti la rinascita della città attraverso più di 100 opere di 36 tra artisti: uomini e donne che in tempi di displacement geopolitico a Beirut hanno trovato la loro casa, il loro posto.

All’incrocio tra storia e memoria, si muovono le quattro sezioni in cui è riletta questa stravagante e felice Beirut: un calco in carta carbone del fondo di un container, Shipping Container Floor, è la riflessione critica di Caline Aoun su come il capitalismo globale abbia invaso la città; accanto ad essa una distesa nera di blocchi che il visitatore è invitato a percorrere è l’opera attraverso cui Marwan Rachmaoui racconta la pianta di una Beirut conscia del passato che vuol tornare a vivere (in Home for Remapping), come vivi sono gli occhi azzurrissimi dei due ragazzi che sorreggono una lampada e guardano al futuro sognato nella fotografia di Akram Zaatari nella sezione Home for Memory. Una bandiera aperta con quadrati di diverso colore – a testimonianza della multiculturalità di Beirut, che annovera la presenza di Armeni, Greci, Palestinesi, Siriani, che si riconoscono proprio nel tessuto urbano di Beirut – è l’opera di Etel Adnan (in Home for Everyone). A chiudere, in Home for Joy, ammiriamo il video Entre les Ruines di Sirine Fattouh in cui il danzatore Alexandre Pauliketvitch balla come un’araba fenice in mezzo alle rovine di un villaggio distrutto, o i disegni del progetto One Year di Mazen Kerbaj, che racconta il 2016 con un disegno al giorno, un diario visivo che registra il tempo che passa con un tono leggero che recupera, in modo inaudito, la gioia del gioco di vivere, a dimostrazione che l’arte sembra a volte l’unico strumento in grado di raccontare la realtà oltre ogni forma di pregiudizio.

Home Beirut Sounding the Neighbors Maxxi, Roma Fino al 20/5

“La sera a Roma” c’è Vanzina finito dentro a un delitto

La moglie Pamela a un certo punto urla al marito Federico: “Piantala! Io tanti anni fa non mi sono innamorata del personaggio di un film, mi sono innamorata di te. Uno che semplicemente i film li scrive. Storie finte”. Finte, non del tutto. L’ultimo libro di Enrico Vanzina, La sera a Roma, è un bel gioco di specchi, a volte sovrapposti, strutture e sovrastrutture; realtà, semi-realtà o mezza bugia, a seconda del punto di partenza (o di arrivo); fiction, cronaca, personaggi inventati, personaggi forse inventati, altri riconosciuti e riconoscibili. Qualche piccola ma evidente alterazione nelle biografie più comuni e conosciute (il padre Steno definito un musicista, o il fratello Carlo presentato come un medico), completa il quadro. Altera il quadro.

Inquina il quadro.

Questa la forza del libro, dove lo stesso Vanzina gioca con la sua prolifica penna (ha decine e decine di sceneggiature nel curriculum) e con i lettori, butta giù una storia-spia per raccontare Roma, il celebre generone spesso narrato nei suoi film, la voglia di stupire, quella di (forse?) liberarsi la coscienza da qualche immagine; il desiderio di rendere omaggio a uomini e amici decisivi all’interno di un percorso di crescita (belle le due pagine dedicate a Pietro Calabrese, ex direttore del Messaggero, morto nel 2010).

Il tutto raccontato attraverso un giallo, delle vittime, misteri annessi, un’indagine, bugie, bugie svelate, altre non svelabili, un cronista (coinvolto) che improvvisamente cerca barlumi di verità, e la classica “tripletta” da tre “S”, perfetta per catturare l’attenzione del lettore: sangue, sesso e soldi. Alle tre citate va aggiunta anche la nobiltà, che non guasta, specialmente a Roma, anzi offre quel tocco decadente, atto a rallentare il ritmo della storia, a sospenderla in un limbo aristocratico dove forma e maniera non sono secondari, e chi legge partecipa passivamente a questa liturgia da palazzo, avverte la polvere, le porte mentali chiuse con chiavistelli secolari.

Enrico Vanzina è il protagonista. È lui il cronista, è lui Federico. È lui a miscelare la sua professione nel cinema, il suo lavoro per il Messaggero (ha una rubrica settimanale), le sue frequentazioni, il suo sguardo disincantato per le vie di Roma, le sue storie, alcune perle recuperate, come l’epitaffio di Mario Monicelli: “Non andò mai alle Maldive”, le chiacchierate con Aurelio De Lauretiis per la realizzazione di un nuovo film, gli incontri con Mimmo Calopresti per il trattamento della sceneggiatura, o il pranzo con Galliano Juso, storico produttore, “davanti a un piatto di Pata Negra”. Chi paga il Pata Negra? “Alla fine abbiamo saldato alla romana”. Da amici. E il saldo alla romana arriva anche con la conclusione (apparente) del libro, dove il giallo viene svelato senza neanche un eccessivo colpo di scena, ma solo come un fatto incasellato e ineluttabile; dove resta Roma, i misteri, i suoi personaggi oramai diventati delle maschere da commedia.

Unica certezza, la dedica: “A mia moglie Federica che dà un senso alla mia vita”, firmato Enrico Vanzina, alias Federico.

 

Per gloria o per denaro: Johnny Depp macina ruoli

J ohnny Depp è una delle star più pagate di Hollywood ma dopo un recente divorzio con relativo esborso multimilionario e le spese fuori controllo contestategli per anni dai suoi ex commercialisti macina un film dietro l’altro per riportare in ordine il suo conto in banca. In attesa de L’uomo invisibile, l’annunciato remake del celebre film Universal del 1933 basato sull’omonimo romanzo di H.G. Wells, il tenebroso attore americano nei mesi scorsi è stato uno dei protagonisti di Animali Fantastici 2: I Crimini di Grindelwald, sequel del fortunato spin-off di Harry Potter sempre diretto da David Yates e ambientato qualche decennio prima della celebre saga di J.K. Rowling, qui ancora una volta nelle vesti di sceneggiatrice. Nel nuovo capitolo in uscita in Italia a novembre Depp interpreta il famigerato mago oscuro Gellert Grindelwald evaso di prigione con l’intento di sollevare una schiera di fedeli seguaci contro le creature babbane dopo gli eventi che nel prototipo avevano scosso la città di New York. Per contrastare Grindelwald e preservare il segreto della scuola di magia e stregoneria di Hogwarts il professor Albus Silente (Jude Law) ha bisogno di arruolare il mago che lo ha combattuto in passato, il giovane magizoologo Newt Scamander (Eddie Redmayne) e la sua variopinta squadra di complici.

A maggio il divo del Kentucky tornerà al cinema con Richard Says Goodbye, un film di Wayne Roberts in cui interpreta un professore di un college che dopo una diagnosi che lo condanna a morire a breve decide di bandire tutte le convenzioni e le regole e di vivere liberamente il tempo che gli resta. Nel corso dell’anno uscirà infine anche Labyrinth, un poliziesco di Brad Furman in cui sarà un detective che decide di riaprire le indagini sugli omicidi sospetti a breve distanza dei due celebri rappers Tupac Shakur e Notorius Big e il coinvolgimento di alcuni poliziotti di Los Angeles.