Preziosi racconta gli ultimi anni di vita (reclusa) di Vincent van Gogh

Vincent van Gogh ce le aveva tutte: “soffriva” pure di sinestesia (anche se non è una vera patologia). A questa si è richiamato Stefano Massini sin nel titolo di un suo testo del 2005, già vincitore del Tondelli: L’odore assordante del bianco si concentra, infatti, sugli ultimi anni di vita del pittore, internato in manicomio.

Di questo testo si è recentemente “innamorato” Alessandro Preziosi che, nei panni del protagonista, lo sta portando in scena dall’estate scorsa, con la regia di Alessandro Maggi: all’Eliseo di Roma fino al 4 marzo, il tour proseguirà fino a metà aprile (con tappe a Bologna, L’Aquila, Salerno…).

Lo spettacolo, spiega l’attore, “è un’immersione nel labirinto mentale di Van Gogh autorecluso nel nosocomio di Saint Rémy, qui immaginato come una bianca fortezza, dove l’ispirazione pittorica, cromatica, è totalmente azzerata… Per ritrovarla l’artista si affiderà al fratello Theo e alle terapie: quella di contenzione nelle vasche d’acqua e quella analitico-freudiana”.

Non tutti possono permettersi il “lusso” di allestire quest’opera quasi di nicchia: la fama l’avrà aiutata… “Diciamo che la fama mi ha permesso di fare un percorso, dai classici alla drammaturgia contemporanea. Ma la fama in teatro si smussa: se non offri un percorso, una visone, lo spettatore non ti segue”.

Molti suoi colleghi lamentano la crisi e l’irrilevanza del teatro: è così? “A mio avviso ci sarebbe bisogno di un confronto serio tra addetti ai lavori e Mibact per evitare, più che il tracollo, il distacco. Da noi c’è un bacino enorme di piccole-medie compagnie, piccoli-medi attori, piccoli-medi registi e produttori: bisogna tenerli in considerazione perché tengono in vita il sistema. Altrimenti, il rischio è che uno, a un certo punto, dica: ma sai che c’è? Basta, mi metto a fare fiction, o mi trovo un altro lavoro. Mi metto a creare una startup che produce gelati artigianali”.

 

 

Eppure a volte arte e vita s’incontrano

Una idea una: è questo che fa dello spettacolo – Un quaderno per l’inverno – un bello spettacolo. Un tavolo uno, un piazzato di luci uno, due attori due, due sedie due: tutto qui, eppure occorrono perizia e intelligenza per rendere universale il semplice e pieno il poco.

Prodotta dal Metastasio di Prato, scritta da Armando Pirozzi e diretta da Massimiliano Civica, la pièce si è già conquistata due Premi Ubu 2017, per il Miglior testo italiano e la Miglior regia, e va a chiudere in questi giorni la tournée, nella speranza di una più nutrita circuitazione futura.

La trama gira intorno all’incontro surreale e notturno – “come un incubo” – tra un ladro e un professore di letteratura, interpretati dagli straordinari Luca Zacchini e Alberto Astorri (anch’essi in odor di premi), laddove il primo minaccia il secondo con un coltello per estorcergli una poesia. Il truffaldino Nino, infatti, ha rubato pochi giorni prima in università la borsa con il pc del prof, in cui era custodito pure un quadernetto di appunti e versi sparsi: di quei versi Nino subito si è innamorato e con lui (sembra) la moglie, in stato vegetativo, ma misteriosamente reattiva alla lettura di quelle poesie. Per questo Nino ne reclama altre, e insegue il docente laureato fin dentro casa sua: vuole strappare la consorte al sonno eterno, sperando in un miracoloso risveglio dal coma…

Bene: il delinquente imparerà a sue spese che bisogna sempre diffidare delle poesie, che “non servono a niente”, e soprattutto mai fidarsi di un poeta innamorato, uno che scrive solo quando gli girano gli ormoni e gli piglia la fregola amorosa. Esplicitamente quella di Pirozzi è una riflessione, o meglio un’invettiva, sulla scrittura: da un lato c’è il professore che legge tutto per “simboli e segni”, dall’altra c’è il ladro che candidamente ammette di “non sentirsi un simbolo”; da una parte c’è l’arte, dall’altra la vita.

Eppure in scena si inscena un incontro, tra l’una e l’altra, tra l’uno e l’altro. Lo ricorda anche il regista nelle note: “Nel Teatro all’Antica Italiana, di uno spettacolo che era stato un successo si diceva che aveva ‘incontrato’ il pubblico. La parola ‘incontro’ stava dunque per ‘successo’. È stato un incontro, è stato un bell’incontro: è tutto quello che si può e si deve pretendere dal Teatro”.

Gli incontri sono invero tre: al primo, infatti, ne seguiranno uno tre ore più tardi e un altro otto anni dopo. Quando la drammaturgia si inceppa, e pare girare a vuoto, ci pensa la regia, e di conseguenza la recitazione, a rimetterla in carreggiata (quell’unica, dritta carreggiata dove è naturale che scorra): lo fa andando contro il testo, creando deliziosi cortocircuiti comici, così come nel cortocircuito finiscono le succitate arte e vita. No, non c’è dicotomia tra le due: l’ha detto il commesso dei grandi magazzini, mica il prof di letteratura.

Napoli, Teatro Bellini, fino al 18 febbraio; Castel Maggiore (Bo), Teatro Biagi D’Antona, 24 febbraio – Un quaderno per l’inverno di Armando Pirozzi M. Civica

L’umanissima allegoria liquida di Esopo Del Toro – La forma dell’acqua

È il titolo in pole position agli Oscar con 13 nomination, quello che può solo perdere, e forse perderà nella categoria miglior film: buste scambiate a parte, vi ricordate l’anno scorso la sortita di Moonlight ai danni di La La Land? Dato che gli Academy Awards sono sempre più il post-it del politicamente corretto, La forma dell’acqua la statuetta più preziosa rischia di farsela scippare, sul fronte del Black Lives Matter, da Get Out di Jordan Peele o, sul versante #MeToo, da Ladybird di Greta Gerwig.

Per intanto, il più compiuto lavoro di Guillermo Del Toro è buono per rinverdire la fortuna di #OscarsSoMexican, dopo gli exploit degli amigos Iñárritu e Cuarón, e per acclarare col Leone d’Oro in bacheca l’eccezionalità del trampolino veneziano per l’award season hollywoodiana: per sdebitarsi, il regista classe 1964 di Guadalajara farà da presidente di giuria alla 75esima Mostra.

Nel frattempo, ha incantato o, quantomeno, convinto financo i detrattori, poco inclini alle sue idiosincratiche fiabe horror popolate di mostri e incubi, ma anche e soprattutto di speranza, accoglienza del diverso e bontà senza buonismo. La 20th Century Fox il 4 marzo al Dolby Theatre si presenterà con due cavalli di battaglia, questo e Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, inopinatamente ignorato per la regia: che vinca il migliore, anche se dirimere non è semplice, tutt’altro. Si può buttare lì, però, che Del Toro è più potabile, è più per tutti, come si addice ai cantastorie di ieri e, sparuti, di oggi: al seguito una inserviente muta e un mostro anfibio, Guillermo rimesta nella storia del cinema (di serie B) e rimescola le acque marce del razzismo e dell’intolleranza qui e ora per scovare la sorgente viva, speciosa, fusionale.

Fiaba e favola insieme, Grimm ed Esopo riveduti e scorretti dall’Uomo Branchia di Jack Arnold in giù: La forma dell’acqua è umanissima allegoria, apologo umanista e, sì, evasione nobile dal cinema normale e normalizzato, pastorizzato dagli Studios – il tosto Del Toro ci ha sguazzato, il titolo è sintomatico – e dal gusto indifferenziato del, ehm, grande pubblico. Dunque, primi anni Sessanta, la Guerra Fredda è calda, un anfibio antropomorfo (Doug Jones) catturato in Sudamerica viene analizzato in un laboratorio governativo, e i russi non stanno a guardare. L’incantevole Elisa, donna delle pulizie senza favella (Sally Hawkins), conquista il mostro con uova bollite e musica: il temibile capo della sorveglianza (Michael Shannon) se lo farà sfuggire? Nel cast Richard Jenkins e la superba Octavia Spencer,TheShapeof Waterè teneramente esplicito (autoerotismo femminile, sesso con la creatura, piselli a scomparsa, gatti sbranati e dita in cancrena), battutista creativo (“I cornflakes sono stati inventati per combattere la masturbazione, non hanno funzionato”) e, al netto di qualche lungaggine, irrimediabilmente spassoso. Avercene.

 

Ficarra e Picone sull’Aventino dei David

Potrebbe essere peggio. E come? Potrebbe piovere. Salvo Ficarra e Valentino Picone non mancheranno di cogliere il celeberrimo scambio di battute di Frankenstein Junior, ma nella querelle tra campioni d’incassi, e dunque d’abitudine film comici, e David di Donatello non sono i primi a bagnarsi né i più fradici. Insomma, si mettano in fila. A ridosso dell’annuncio delle cinquine, il duo siciliano ha palesato il perché dell’assenza de L’ora legale dalla 62esima edizione dei Premi: “Già da tre anni abbiamo rinunciato al ruolo di giurati dell’Accademia dei David non riconoscendoci nel metodo di votazione. Per coerenza, quindi, non abbiamo iscritto L’ora legale al concorso di quest’anno”. Non è, quello da loro diretto e interpretato, un film qualsiasi, almeno per il pubblico: è il primo incasso italiano del 2017, l’unico con Mister felicità ad aver trovato posto nella Top 10 annuale. Alessandro Siani decimo, Ficarra e Picone, registi e interpreti, noni con 10.347.288 euro: buttali via, ancor più a fronte di dodici mesi miserrimi per i colori patri.

Quanto questa assenza avrebbe dato nell’occhio non è preventivabile, nel dubbio Salvo e Valentino hanno diramato un comunicato dove, riconoscendo “l’importanza e il prestigio dei David: non critichiamo il premio in sé”, stigmatizzano “un meccanismo di votazione che spesso ha prodotto situazioni a nostro avviso paradossali”.

Non hanno tutti i torti, mutatis mutandis, nella recente e recentissima storia dei nostrani Academy Awards c’è chi ha avuto esito peggiore: Checco Zalone. In coppia con l’ex sodale regista Gennaro Nunziante, il fenomeno pugliese ci ha abituato ai titoli meteorologici, da Cado dalle nubi (2009) a Che bella giornata (2011), da Sole a catinelle (2013) a, variante GPS, Quo vado? (2016), sicché la pioggia di Mel Brooks serve da pena del contrappasso: Luca Medici, al secolo, è finito zuppo. Chi non dovesse conoscerne l’occupazione primaria, attore cinematografico, potrebbe essere sviato dai David: le uniche tre nomination, non trasformate, le ha conquistate con le canzoni originali di Cado dalle nubi, Che bella giornata, Quo vado?. Perché Sanremo è Sanremo? Chissà. Analoga sorte, e medesime candidature non realizzate, Zalone ha avuto ai Nastri d’Argento, l’unico premio a distinguerne la dimensione attoriale sono stati i Globi d’Oro, attribuiti – sintomatico – dalla stampa estera: interprete rivelazione per Cado dalle nubi nel 2010. A dir la verità, gli Oscar nostrani provarono a metterci una pezza nel 2014, l’anno di Sole a catinelle, assegnando un David speciale a Zalone “per aver portato al cinema persone che non ci mettono mai piede” o giù di lì. Checco e il suo produttore, Pietro Valsecchi, cortesemente declinarono.

Uguali e contrari, Ficarra e Picone si son levati dall’imbarazzo, anzi, si son levati e basta: “Evviva i David, Evviva Santa Rosalia” per commiato e, prima, l’auspicio che “il nuovo presidente Piera Detassis, insediata da poche settimane, venga messa nelle condizioni di avviare un processo di rinnovamento”. Che fare? I conti, innanzitutto: L’ora legale con i suoi dieci milioni e rotti doppia agevolmente l’incasso complessivo dei cinque – A Ciambra, La tenerezza, Gatta Cenerentola, Nico, 1988 e Ammore e malavita – candidati a miglior film, e se gli euro rastrellati sono condizione necessaria e sufficiente di popolarità e visibilità… Appunto, il botteghino è un indice di gradimento, un viatico alla statuetta o, all’opposto, un dissuasore, financo uno stigma? La ragione vorrebbe equanimità e predicherebbe l’irrilevanza della borsa, eppure, che cosa sottende e denuncia l’Aventino di Ficarra e Picone? La discriminazione di censo, al grido cinematografaro di ‘pecunia olet’, che il “meccanismo di votazione”, e il bacino dei votanti, contribuirebbe a perpetuare.

Ai Nastri dei giornalisti L’ora legale ha vinto quale commedia e con il produttore Attilio De Razza, ai David passa: Rai Cinema c’è in ognuno dei potenziali miglior film, Medusa marca visita. Ma questa è un’altra storia, forse.

 

“Ho realizzato i miei sogni Fiorello? Talento immenso”

Bibi Ballandi si descriveva così: “Sono una persona semplice, che ama la sua famiglia e il suo lavoro, ma soprattutto sono una persona che cerca il sorriso anche nelle giornate più buie”. Era vero. Questa risposta era arrivata dopo settimane di telefonate per ottenere un’intervista, lui con la voce fioca, rimandava, e rimandava, “mi dispiace, sono ancora in ospedale. Ma esco presto. Sì, esco. Ho tanti progetti. Però grazie per l’attenzione”. Così, alla fine, la sua proposta: “Perché non mi manda una serie di domande scritte, in modo da poterle inviare delle risposte”. Va bene, grazie. Ecco le sue: “Dopo tanti anni che faccio questo lavoro nel mondo dello spettacolo, ho imparato che non bisogna mai perdere di vista l’umiltà e il rispetto per gli artisti. Nello stesso tempo bisogna tenere a debita distanza la furbizia che è sempre pessima consigliera”. È riuscito a raggiungere quello che desiderava? “Molto di quello che ho desiderato l’ho realizzato, ma ogni mattina mi sveglio con la voglia di ricominciare a pensare a un nuovo spettacolo da produrre, da mettere in scena. Da ragazzo desideravo esattamente quello che ho fatto e seguendo una vecchia canzoncina disneiana dico che i sogni son desideri”. Lo stress? “È nemico dell’arte, il nostro compito è quello di far sì che l’artista possa esprimere la propria creatività con i suoi tempi e in libertà”. Chi e cosa sono per lei i cantautori? “Penso a Lucio Dalla, Fabrizio de André, Francesco Guccini e Vasco Rossi. Le loro canzoni hanno a che fare con la letteratura, sono canzoni in cui ci identifichiamo perché sanno interpretare il tempo che viviamo”. E Pierangelo Bertoli? “Una persona speciale, un cantautore di rara sensibilità con una voce splendida. Nelle sue canzoni, senza tanti fronzoli, si specchiava la sua vita che non è stata facile: sapeva unire in un solo sentimento passione, solidarietà e speranza”. Il ruolo della televisione di Stato? “Deve aiutare le persone a crescere migliorando il proprio pensiero e la propria vita. E considero esemplare il modo di fare tv di quel talento immenso che sì chiama Fiorello: un gigante!” Orietta Berti nuova maître à penser della politica italiana? “Non credo proprio, ognuno deve avere la libertà di dire quello che pensa. Per come la conosco è una persona perbene e un’ottima cantante”. È sempre democristiano non pentito? “Lo sono ancora perché sono gli ideali con i quali sono cresciuto, quelli di Alcide De Gasperi e Aldo Moro, in cui credo e non sono pentito. La parola democrazia unita alla parola cristiana per me ha un grandissimo valore”. Celentano per lei? “Un genio, uno di quelli che ha contribuito a traghettare l’Italia verso la modernità. Un’artista unico e irripetibile come Mina. È sempre rock, non è mai lento quando canta e quando pensa. Mi piacciono il suo modo di vivere la fede e i suoi pensieri ecologici”. Ruolo dei talent? “Sono una vetrina importante. Rappresentano una possibilità in più che hanno i giovani di farsi conoscere e di esprimere il proprio talento”. Su Lucio Dalla c’è un’aneddotica infinita, tra scherzi, solidarietà, atti di generosità. “Era mio fratello, con lui ho condiviso tanti momenti della vita. Mi ha fatto capire di che pasta era fatto un artista. Lucio era un vero amico che non sapeva cosa volesse dire tradimento. Era un uomo generoso che viveva da poeta la sua vita, aveva un’intelligenza sorprendente. Sapeva ridere e sapeva piangere e non lo faceva mai senza un motivo. Al pensiero della sua assenza mi commuovo sempre”.

 

Dalla disco a Bolle: la tv inventata da Ballandi

Lo spettacolo non deve necessariamente continuare. Così alla notizia della morte del produttore tv Bibi Ballandi, Fiorello ha annunciato che “il rosario della sera” su Radiodeejay si sarebbe fermato per due giorni. Sì, perché se per Ballandi Fiore era il futuro dello spettacolo, a Fiore Ballandi il futuro l’ha assicurato. “Profondo dolore”, scrive su Twitter il presentatore reduce dal successo di Sanremo. Ma non è solo Fiorello a fermarsi. La morte del manager di decine di programmi ferma la memoria. Sabrina Ferilli ricorda quando l’ha conosciuto nello show con Lucio Dalla La Bella e la Bestia. “Era uno dei più grandi imprenditori che abbia conosciuto, perché investiva tutto ciò che guadagnava in nuovi spettacoli e nuovi eventi”, spiega l’attrice al Fatto. “Ma soprattutto veniva da un altro mondo. Era un prete laico, diciamo, si scandalizzava dietro le quinte per le situazioni goliardiche. Quando qualcuno di noi diceva parolacce, vedevo che restava di sasso. Non era abituato”.

Eppure qualche anno prima fu sua l’idea di fondare il Bandiera Gialla, quella che diventerà la storica discoteca sui colli di Covignano a Rimini. Era il 1983 ed erano lui, suo padre Iso, ex tassista che iniziò ad accompagnare cantanti e orchestre in giro per l’Emilia, e Red Ronnie. Per l’apertura Ballandi mise su la trasmissione tv omonima che andava in onda dalla pista. Fu un successo dietro l’altro.

Ogni sera si staccavano 7000 biglietti per entrare nella discoteca più in voga d’Europa che divenne subito un modello per il continente. Red Ronnie ricorda sui social network: “Ciao Bibi. Abbiamo iniziato insieme. Mi hai dato l’opportunità di iniziare il mio percorso televisivo con Bandiera Gialla e ti ho aiutato a trovare una tua identità che andasse oltre a tutto quello che aveva fatto tuo padre. Ti ho sempre voluto bene”. Infatti è proprio Ronnie a presentare dal 1984 al 1991 il programma Be Bop Lula. Nei locali della discoteca si incrociano i personaggi più in voga dello showbiz, e le trasmissioni più innovative di quegli anni. Da Stasera mi butto, (Rai 2) condotto da Gigi Sabani, Pippo Franco, Heather Parisi, Toto Cutugno e Giorgio Faletti, a Beato tra le donne di Paolo Bonolis, una delle più seguite degli Anni 90 con 3 milioni di telespettatori. Richiamato dal successo, al Bandiera Gialla si affaccia addirittura Federico Fellini, che, non riconosciuto dallo staff, manda a chiamare Ballandi per complimentarsi con lui.

Il Re Mida della tv e dello spettacolo dimostra da allora di saper mettere insieme Bob Dylan, il papa, Orietta Berti, Stefano Bonaga, Renato Zero, Antonella Clerici, Francesco De Gregori e Adriano Celentano. Tra le sue ultime produzioni Casa Mika, lo show di Capodanno con Roberto Bolle Danza con me – “Hai fatto la storia della Tv e hai cambiato anche la mia storia, grazie a progetti artistici meravigliosi. Mi mancherai!” twitta il ballerino – e Laura & Paola e con Laura Pausini e Paola Cortellesi: “Non posso dimenticare la sua faccia quando finalmente gli dissi di sì e quando mi disse di aver realizzato un suo grande sogno nel vedere me e la sua adorata Paola Cortellesi”, twitta lei. Ma di talenti ne ha scoperti a decine Ballandi. Vasco Rossi: “È stato lui che mi ha sbattuto in faccia a Salvalaggio su Domenica In… dal Motorshow e con Sensazioni Forti. Sempre lui ha organizzato il mio primo concerto in Piazza Maggiore e adesso si è messo in testa di sbattermi a fare un programma in TiVu. Se me lo chiedesse un altro mi metterei a ridere, ma se lo dice BIBI!” raccontava il cantante su Facebook nel 2012.

A Ballandi tutti riconoscono un pezzo di successo in una pioggia di ricordi sui social, da Celentano: “I tuoi proverbi erano perle di simpatica saggezza. Mi mancherai. Non abbandonarci da lassù e seguita a guidare tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di lavorare con te”, Jovanotti, Giorgia, Simona Ventura. Da Cristina D’Avena a Fabio Canino, i Negramaro e Mika. Artisti giovani e meno giovani, amici e compagni di viaggio hanno salutato la sua “forza e la sua dolcezza”, ma anche l’“entusiasmo e la grande generosità”. E non potevano mancare i politici, dal ministro della Cultura Dario Franceschini: “Per me anche un amico. Con lui se ne va un pezzo di storia dello spettacolo e della canzone italiana”, a Ignazio La Russa: “Se ne va un amico e un serio professionista”, passando per Gasparri e Confalonieri. Tutti d’accordo sul valore di Ballandi per l’Italia. Peccato che già da ieri siamo tutti più poveri, a giudicare dal cattivo spettacolo dato a Uno Mattina da Franco Di Mare e Benedetta Rinaldi che hanno avvisato in diretta Milly Carlucci della scomparsa del suo caro amico e produttore.

Sanità, le Regioni trovano i soldi per il rinnovo del contratto

Le Regioni hanno trovato le risorse per i rinnovi dei contratti per il personale della sanità e delle stesse amministrazioni regionali. Ora il governo dovrà convocare i sindacati per chiudere la partita, dopo 9 anni di blocco. “Le regioni hanno trovato da sole le risorse necessarie – ha spiegato il presidente del Comitato di settore Regioni-sanità, Massimo Garavaglia – oltre agli 800 milioni di cui già disponevano, sono stati trovati 360 milioni per il 2018 e poi nel 2019 c’è il miliardo in più previsto dall’aumento del fondo sanitario nazionale”. Il contratto dei professionisti del comparto Sanità riguarda oltre 500 mila lavoratori tra i quali 280 mila infermieri. Ora tocca alla dirigenza medica.

La fabbrica dell’Ak-47 diventa privata (solo in parte)

La holding statale russa Rostec ha venduto alla società privata Transkomplekt holding il 26%, meno un’azione, della nota azienda produttrice di armi Kalashnikov. Il 75%, meno un’azione, della Kalashnikov è quindi adesso di proprietà della società privata Transkomplekt holding, controllata al 50% dal direttore generale della Kalashnikov, Alexiei Krivoruchko. Mentre la società statale Rostec possiede il 25% più un’azione di Kalashnikov. Secondo alcuni esperti, questa mossa potrebbe portare verso il superamento delle sanzioni occidentali contro l’azienda. Il costo della transazione ammonta a oltre 1,5 miliardi di rubli (21 milioni di euro al cambio attuale).

La Città Santa vuol far pagare le tasse alle Chiese

Tensione a Gerusalemme tra le Chiese e il sindaco Nir Barkat che esige che centinaia di immobili religiosi e delle Nazioni Unite paghino le tasse comunali, da cui finora erano stati esentati. L’obiettivo del municipio, ha spiegato il giornale Israel ha-Yom, è raccogliere una cifra che dovrebbe ammontare a 650 milioni di shekel, circa 150 milioni di euro. L’iniziativa – giunta in apparenza a sorpresa per gli interessati – ha innescato la reazione dei Capi delle Chiese di Gerusalemme: “Contrasta con la posizione storica delle Chiese nella Città santa rispetto alle autorità civili nel corso dei secoli”. In passato quelle autorità civili “hanno sempre riconosciuto e mostrato rispetto – hanno scritto in un documento – per il grande contributo delle Chiese cristiane, che hanno investito miliardi nella Terra santa nella costruzione di scuole, ospedali e case a beneficio degli anziani e dei bisognosi”. Sta adesso al sindaco, affermano, revocare la sua decisione e confermare lo status quo.

Una portavoce del sindaco ha assicurato che “il municipio mantiene contatti buoni e rispettosi con le Chiese della città. Continuerà a provvedere alle loro necessità e a garantire piena libertà di culto”. Le esenzioni dalle tasse municipali (Arnona, in ebraico), ha precisato, resteranno sempre in vigore per i luoghi di preghiera. “Ma non possiamo esentare invece – ha aggiunto – alberghi, sale ed esercizi per il semplice fatto che sono di proprietà delle Chiese. Essi sono utilizzati per attività commerciali”. Spiegazioni che non convincono i Capi delle Chiese. Nel documento – sottoscritto da una quindicina di religiosi fra cui l’amministratore apostolico del Patriarcato Latino Pierbattista Pizzaballa e il Custode di Terra Santa Francesco Patton, oltre al Patriarca greco-ortodosso Teofilo III – si avverte che la politica del sindaco “mina alla base il carattere sacro di Gerusalemme, e minaccia la capacità della Chiesa di condurre il proprio ministero in questa terra a beneficio delle sue comunità”.

Da parte sua il municipio indica già una via di uscita dalla crisi e ne addossa la responsabilità al governo israeliano il quale, afferma, ha imposto alla popolazione di Gerusalemme il fardello delle esenzioni dalle tasse municipali per quelle istituzioni. Perciò o il governo, per continuare a onorare gli impegni con le Chiese e con l’Onu, indennizzerà il municipio per i mancati proventi, oppure quelle tasse saranno effettivamente riscosse.

Secondo il quotidiano Israel ha-Yom la vicenda rientra nelle tensioni maturate negli ultimi mesi fra il sindaco Barkat – che aspira a diventare un protagonista politico, possibilmente nelle fila del Likud – e il ministro delle Finanze Moshe Kahlon, accusato dal municipio di non aver destinato a Gerusalemme fondi necessari. Con le attuali pressioni il sindaco cercherebbe di forzare la mano al ministro.

Due giorni per ricomporre i resti di Maëlys, ma l’orco non spiega come ha ucciso

Iresti del corpo di Maëlys sono stati ritrovati in un dirupo sul massiccio della Chartreuse, in Savoia. Per gli inquirenti non è stato facile intervenire. Ci sono voluti due giorni, ore di ricerche nella boscaglia, con l’aiuto di macchine spalaneve e unità cinofile specializzate, lottando contro la nebbia e l’emozione. Mercoledì erano stati trovati i primi resti della bimba di 9 anni, scomparsa nella notte del 26 agosto scorso, a Pont-de-Beauvoisins, durante una festa di matrimonio. Poi ieri anche l’abito bianco e un sandalo.

Dopo aver negato per quasi 6 mesi, il 34enne Nordhal Lelandais, principale indiziato e già in stato di arresto, ha detto infine la verità. A incastrarlo definitivamente una microscopica traccia di sangue rinvenuta dopo un’accurata ispezione della sua auto. Il sangue di Maëlys era nel bagagliaio. Inutile continuare a negare. L’uomo ha condotto gli inquirenti sui luoghi dell’orrore, ma non ha voluto precisare le circostanze della sua morte: “È stato involontario”, sostiene.

Sin dall’inizio delle indagini tutti gli indizi portavano a Lelandais. L’addestratore di cani, con piccoli precedenti penali, il 26 agosto era tra gli invitati della festa di nozze come amico dello sposo. Quel sabato sera si era assentato per un breve periodo proprio mentre la bimba non si trovava più. Immagini di videosorveglianza lo mostravano al volante con una piccola sagoma bianca sul sedile a fianco. La mattina dopo Lelandais si era affrettato a portare a lavare l’auto. Ma una prima traccia di Dna della bimba era stata trovata sul cruscotto. Ora si sa che Lelandais, dopo aver sequestrato Maëlys, e messo il cellulare in modalità aereo, l’ha depositata nei pressi di casa sua, a Domessin, è tornato al matrimonio dopo aver cambiato i pantaloni con la scusa di essersi macchiato col vino. Poco meno di un’ora dopo, il cellulare di nuovo fuori rete, Lelandais ha recuperato il corpo e ha guidato fino alla scarpata per sbarazzarsene. “Il ricordo di Maëlys ti ossessionerà notte e giorno in prigione e fino all’Inferno – ha scritto la mamma della bimba su Facebook –. Non ho saputo difenderti da questo predatore”.