“Zuma è stato sacrificato per lo spirito di Mandela”

Cyril Ramaphosa ha giurato come nuovo presidente del Sudafrica. Arriva al potere non attraverso un passaggio elettorale (previsto nel 2019), ma grazie all’investitura del suo partito, l’African National Congress (Anc), e al voto del Parlamento che ha sostituito Jacob Zuma, presidente dal 2009. Rocco Ronza, docente di Geoconomia presso l’Università Cattolica di Milano ed esperto di Sudafrica, spiega cosa rappresenta tutto ciò.

L’uscita di scena di Zuma è sembrata un lungo braccio di ferro.

Zuma, sostituito alla guida del partito 3 mesi fa, sapeva di dover lasciare la presidenza: accordi informali indicavano giugno come termine ultimo. Ma c’è stata una forte pressione, anche internazionale, per anticipare la data. E, al di là delle apparenze, non ci sono stati “spargimenti di sangue” dietro le dimissioni: Ramaphosa non ha mai attaccato pubblicamente Zuma. Zuma ha evitato di consegnargli un partito spaccato.

Chi è Jacob Zuma?

È l’esponente della generazione che ha combattuto l’apartheid con Mandela, affrontando l’esilio e il carcere. A differenza del predecessore Tabo Mbeki, un tecnocrate, Zuma ha dato voce per quasi un decennio all’anima più populista del Sudafrica dei neri. Da diversi anni la stampa internazionale lo descrive come corrotto e inadeguato a risollevare la stagnazione economica. C’è però da dire che ha avuto la sfortuna di incappare nella crisi del 2008. Inoltre, sul fronte della corruzione, va ricordato che l’Anc è al potere da 25 anni senza forti contrappesi e quindi esposto alle tossine del malaffare.

Si è dimesso per via degli scandali?

Per quanto gravi fossero, i guai giudiziari hanno avuto soprattutto un effetto politico: quello di saldare contro di lui l’opposizione “bianca” della Democratic Alliance alla sua destra e quella “nera” di Julius Malema alla sua sinistra, e tutt’e due con l’opinione pubblica internazionale.

Ora si apre l’era Ramaphosa. Che presidente sarà?

Da giovane fu leader anti-apartheid nel sindacato dei minatori. Non combattente armi in pugno, non esiliato, quindi. Negoziatore nello staff di Mandela, fu battuto da Mbeki come successore. Poi passa agli affari, rappresentando la borghesia nera ascendente, ma a differenza di altri non viene toccato dalla corruzione. Rientra nell’Anc come vice di Zuma e nella gestione del passaggio al dopo Zuma usa tutte le sue qualità diplomatiche. Insomma, un profilo di leader capace e competente.

Perché lo definiscono l’erede di Mandela?

La parola chiave è tornata a essere “riconciliazione”, come nel ’94 (passaggio dall’apartheid alla democrazia ndr). Con Mbeki e poi con l’africanismo di Zuma, la politica aveva avuto una forte caratterizzazione razziale a favore dei neri. Ramaphosa potrebbe rimettere al centro il rapporto coi bianchi: ecco il parallelismo con Madiba.

Che significa questo passaggio di consegne per noi occidentali?

Fino a qualche anno fa la narrativa sull’Africa era così: se non si sono sviluppati, affari loro. Oggi, con l’esplosione demografica e la migrazione verso Occidente, l’Europa ha interesse allo sviluppo del continente. Il Sudafrica potrebbe essere una porta di ingresso all’Africa intera. Ramaphosa promette di far tornare il Paese a essere quel fiore all’occhiello dell’Occidente come ai tempi di Mandela.

I soldati-fantasma di Vagner che muoiono per Putin

Il gruppo Vagner soffre spesso parecchie perdite, che non è una caratteristica delle forze mercenarie; sia nel Donbass che in Siria le squadre sono state coinvolte in situazione molto pericolose, sono state la prima ondata negli assalti, hanno partecipato a scontri casa per casa nei centri abitati”. Questa analisi del sito militaryarms.ru reports si trova anche in un articolo pubblicato nel 2016 da Radio Free Europe Radio Liberty dedicato all’esercito ombra di Mosca: il gruppo Vagner (o Wagner).

Nella battaglia avvenuta in Siria il 7 febbraio a Deir ez-Zor fra lealisti di Damasco, opposti a forze curde appoggiate dagli americani – la contesa era per i pozzi di petrolio – fra i 100 morti nelle file siriane vi sarebbero stati 13 russi. La notizia è stata data da Novaia Gazeta e ripresa dalle agenzie Bloomberg e Reuters; quest’ultima citando degli ex compagni dei caduti, afferma che fra i paramilitari uccisi c’erano Vladimir Loghinov e Kirill Ananiev. Il Conflict Intelligence Team (Cit) conferma questi nomi e aggiunge quelli di Stanislav Matveev, Igor Kosoturov e Aleksey Ladyghin: soldati che servivano nel gruppo Vagner.

Il presidente Putin aveva dichiarato che la guerra in Siria per Mosca era conclusa e i militari potevano tornare alle rispettive basi. A quanto pare, di russi ne rimangono, e persino ci muoiono.

Qualcuno li chiama mercenari, ma il termine non è corretto; i mercenari non ricevono onorificenze ufficiali, tanto meno partecipano a celebrazioni in pompa magna. Nel caso del gruppo Vagner invece, sì; a iniziare dal capo, Dmitry Utkin, ex membro delle forze speciali russe. Il nome della formazione armata lo si deve a lui, soprannominato proprio “Vagner”. Utkin è stato fotografato nel 2016 con Putin al ricevimento del Cremlino in occasione del Giorno degli Eroi (Day of Heroes of the Fatherland) dedicata a ufficiali e civili che si sono distinti in azioni particolari tanto da ricevere direttamente da Putin un ringraziamento sotto forma di medaglia.

Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, il 16 dicembre confermava che Utkin era presente al ricevimento ed aveva ottenuto l’onorificenza Order of Courage. Inoltre, come ricorda l’Economist, Utkin è stato aggiunto dagli Usa nella lista dei funzionari russi sanzionati per il loro coinvolgimento nel conflitto ucraino del 2014.

Non è un caso perchè questo gruppo armato fa il suo debutto proprio nel conflitto fra Kiev e i filorussi del Donbass. Alexander Golts, analista militare sull’Economist ricorda: “Il gruppo Vagner ha risolto un problema: non avere perdite”; ovvero, permettere al Cremlino di schierare truppe sul terreno, ma evitare che si creasse il malcontento popolare riproponendo un film che nessuno voleva più vedere: la sconfitta dell’Afghanistan dell’Armata Rossa. Alexander Khramchikhin, dirigente dell’Institute for Political and Military Analysis ha aggiunto: “Quando si schiera sul campo il gruppo Vagner è solo in apparenza una compagnia privata, perchè ottiene indicazioni dall’esercito russo”.

Da chi è formata questa unità? ChVK Vagner ( acronimo per compagnia privata militare) conterebbe su circa 2.500 ex soldati di professione, guidati da un ufficiale che è stato comandante di brigata delle forze speciali del Gru, il servizio di intelligence militare.

Non sarebbe casuale che la loro base si trova accanto a quella della Decima Brigata Gru nella regione di Krasnodar, nord del Caucaso. Quando nel 2013 Utkin si ritira, inizia a lavorare per il Moran Security Group, compagnia fondata da veterani che svolge operazioni in tutto il mondo, specializzandosi nella sicurezza contro la pirateria.

Radio Free Europe Radio Liberty ha spiegato che “i senior manager di Moran erano collegati alla formazione di un’organizzazione di San Pietroburgo chiamata Slavonic Corps, che pubblicizzava online la ricerca di personale per ‘proteggere campi petroliferi e gasdotti’ in Siria.

Nell’ottobre 2015 inizia l’operazione di supporto aereo russo nei confronti delle truppe di Assad in difficoltà contro oppositori ed estremisti islamici. Questa è la parte di guerra ufficiale; quella che non trova posto nei comunicati è lasciata al gruppo Vagner che strappa all’Isis Palmira, anche se a caro prezzo. I jihadisti pubblicano foto di russi uccisi in combattimento e armi che solo il Gru ha in dotazione. Ma i soldati-fantasma del Cremlino restano comunque in una zona grigia: il giornalista russo Denis Korotkov citato da Radio Free Europe Radio Liberty ritiene che “basandosi su come vengono addestrati nel loro campo in Russia, sembrerebbero avere la preparazione delle forze speciali. In Siria “il gruppo Vagner è spesso usato come fanteria d’assalto”. Korotkov stima che dalla fine del 2014 almeno 600 paramilitari hanno combattuto con Vagner in Siria e almeno 60 di loro sono stati uccisi. A questa cifra si devono aggiungere le vittime dello scontro del 7 febbraio. Ma sono caduti che per il Cremlino non esistono, come non esiste il gruppo Vagner. Almeno, sino al prossimo ricevimento per celebrare il Giorno degli Eroi.

Pazzo, non scemo il piano di Nikolas: uccidere e salvarsi

Per Donald Trump è un pazzo, come tutti gli altri sparatori d’America, dal killer di Las Vegas, che il 1° ottobre fece 59 morti, in giù. Ma Nikolas Cruz è un pazzo raziocinante: il suo piano non è uccidere ed essere ucciso, o uccidersi, ma ucciderne quanti più possibile, azionando la sirena d’allarme per far uscire le classi nei corridoi – alla fine, le vittime contate sono 17 – ed eclissarsi.

A lasciare che Cruz s’armasse, è stato lo stesso presidente: una delle prime mosse di Trump appena insediato alla Casa Bianca fu di cancellare norme volute da Obama perché i malati mentali – circa 75 mila le persone interessate – non potessero entrare in possesso di un’arma. Nikolas era stato curato in una clinica psichiatrica, dove però non tornava da oltre un anno.

Adesso, Trump si lagna: “C’erano così tanti segnali che l’assassino della Florida era mentalmente disturbato; I suoi vicini e i suoi compagni sapevano che era un grande problema… Bisogna segnalare sempre questi casi alle autorità”. Cosa che era stata fatta: l’Fbi era stata avvisata a settembre delle minacce ‘postate’ su YouTube da Cruz, ma – pare – non condivise l’informazione con la polizia locale.

Cruz, 19 anni, l’autore della strage al liceo di Parkland in Florida, è comparso in serata davanti a un giudice che gli ha notificato, fra l’altro, l’accusa di 17 omicidi premeditati. Il ragazzo appare in post su Instagram con armi in mano – pistole e coltelli – e parla dello sparare come di “una terapia”, o si fa beffe dei musulmani. In quasi tutte le foto Nikolas porta una maglietta nera e ha una sciarpa sul viso, forse per celare la propria identità.

I compagni sono concordi: a scuola, fin quando non l’hanno espulso per una lite con il boyfriend della sua ex ragazza, andava sempre armato. Uno studente racconta: “Qualunque cosa postava era sulle armi”; oppure, erano foto di animali uccisi; “È malato”. Le armi non sono l’unica ossessione del killer: non si levava dalla testa la sua ex ragazza, la ‘stalkerizzava’ ed era pure stato violento. Nikolas si sarebbe anche addestrato, almeno una volta, con un’organizzazione suprematista che vuole creare uno “stato etnico bianco” in Florida.

La strage è stata compiuta con un fucile d’assalto AR-15 legalmente acquistato. La mamma adottiva di Cruz, Lynda, è morta a novembre. Quando arrivò nella famiglia con cui ha vissuto da allora, Nikolas aveva già il suo fucile. Per la strage, s’era procurato una maschera a gas, bombe fumogene e caricatori. Dopo la sparatoria, s’è confuso tra le centinaia di studenti che fuggivano dal complesso scolastico. La polizia lo ha però intercettato e catturato, dopo averlo identificato grazie al sistema di video-sorveglianza.

Trump ricevette prima di Natale la letterina di Ava Rose Olsen, 7 anni, che gli chiedeva di “tenere sicuri i bambini dalle armi” dopo che in una sparatoria nella sua scuola in South Carolina, nell’autunno 2016, era morto il suo migliore amico, quello che “voleva sposare da grande”. Trump le aveva risposto: “Le scuole sono posti dove i bambini imparano e crescono coi loro amici. Il mio obiettivo come presidente è di garantire che i bambini in America crescano in un ambiente sicuro…”. Da allora, altre 19 sparatorie a scuola e nessun provvedimento.

Il fegato del Post, la guerra di Nixon e quella dei legali

Gli avvocati del Times Lord, Day & Lord – erano talmente dell’idea che non si dovessero pubblicare i documenti che alla fine rifiutarono di trattare la faccenda. Ma il Times procedette lo stesso e sganciò la propria bomba quella domenica mattina di metà giugno. Ben Bradlee era prostrato dal loro scoop.

Aveva lavorato così duramente per migliorare il giornale, non solo affinché fosse competitivo nei confronti del Times, ma affinché fosse preso sul serio, messo al loro livello, citato nella stessa frase. E ora il Times ci aveva surclassato e Ben, mortificato ma non vinto, si mise subito al lavoro per cercare di procurare le Carte al Post. Nel frattempo, ingoiando amaro, riscrisse gli articoli che erano comparsi nel Times, accreditando alla concorrenza il merito della loro pubblicazione originale.

Il giorno dopo, lunedì, mi trovavo a New York e andai a cena con alcuni amici, tra cui Abe Rosenthal, il direttore operativo del Times. Quando fummo seduti davanti a un bicchiere di vino come aperitivo, feci ad Abe le mie congratulazioni per la pubblicazione delle Carte. Poco dopo, prima ancora che servissero la cena, gli riferirono che il Governo stava chiedendo al Times di sospendere la pubblicazione. Anzi, il ministro della Giustizia, John Mitchell e Robert Mardian, il suo vice responsabile della divisione della sicurezza interna del Dipartimento di Giustizia, avevano trasmesso il messaggio, approvato dal presidente, che, se il Times non obbediva, il governo avrebbe ottenuto un’ingiunzione. Abe ci lasciò immediatamente e io mi feci portare subito un telefono per avvertire Ben di cosa stava succedendo. Nel frattempo il Times si rifiutò “rispettosamente” di cessare la pubblicazione delle Carte, il che avviò il procedimento legale. Per una strana coincidenza, quando Scotty sentì della reazione del Governo, lui e Sally stavano cenando da soli con Bob McNamara, che aveva la moglie in ospedale. Scotty chiese a McNamara cosa pensasse di questa sfida del Times al Governo. McNamara considerò la questione nel suo solito modo obiettivo e, nonostante non gradisse questa pubblicazione anticipata del suo archivio, incoraggiò comunque il Times a procedere. Dette persino un proprio parere al comunicato che il Times inviò al Governo, come risposta al messaggio di Mitchell. Fu Bob che suggerì di cambiare la frase proposta secondo cui il Times si sarebbe attenuto “alle decisioni delle Corti”, mutandola in “alle decisioni della Corte più alta”. Alla fine fu raggiunto un compromesso e il Times si disse disposto a conformarsi “alla decisione finale della Corte”. Scotty raccontò in seguito che se non fosse stato per l’intervento di McNamara, il Times avrebbe dovuto interrompere la pubblicazione sulla base della decisione negativa di qualsiasi corte. Così, grazie all’ex segretario alla Difesa, il Times evitò di incorrere in una svista che poteva costargli cara. (…). Martedì mattina il Times pubblicò la terza parte della serie, insieme a un articolo che descriveva il tentativo del Governo di impedirne la pubblicazione. Sempre quel martedì mattina, il giudice Murray Gurfein chiese al giornale di sospendere la pubblicazione volontariamente, cosa che il Times si rifiutò di fare. Quindi emise un ordine di sospensione temporaneo, fissando per quello stesso venerdì la prima udienza. Era in assoluto la prima volta che in America veniva emesso un ordine di censura preventiva della stampa. Gli ultimi articoli, ricopiati dal Times, comparvero sul Post il 16 giugno, giorno del mio compleanno, che festeggiai a cena con Polly Wisner e Bob McNamara a casa di Joe Alsop. Quel giorno era anche l’ultimo in cui il Times era libero di pubblicare le Carte e il giorno in cui le ricevemmo noi, un giorno straordinario per il Post e anche per me. I nostri caporedattori e i nostri cronisti avevano cercato disperatamente di mettere le mani sulle Carte del Pentagono. Secondo Ben Bagdikian, il caporedattore degli interni, la loro fonte al Times era Daniel Ellsberg, che aveva cercato freneticamente di raggiungere per telefono. Finalmente, il 16 giugno, un amico di Ellsberg chiamò Bagdikian e gli chiese di richiamarlo da un telefono pubblico. Bagdikian parlò con Ellsberg, che gli disse che gli avrebbe dato le Carte quella sera. Tornò quindi al giornale e si consultò con Gene Patterson – Ben Bradlee era fuori – chiedendogli la garanzia che qualora avesse avuto le Carte avremmo cominciato a pubblicarle sul numero di venerdì mattina. Gene disse di sì ma chiese a Bagdikian di sentire anche Bradlee, cosa che Bagdikian fece dall’aeroporto. La risposta di Bradlee, che potrebbe essere una leggenda ma in effetti è proprio quello che ci si sarebbe aspettati da lui, fu: “Se non le pubblichiamo, il Washington Post avrà un nuovo direttore operativo”. Seguendo le istruzioni, Bagdikian partì per Boston con una valigia vuota. (…) La valigia che aveva portato con sé era risultata troppo piccola, così aveva messo i documenti in un grande scatolone ed era tornato a Washington occupando un posto di prima classe con lo scatolone poggiato sulla poltrona accanto una spesa aggiuntiva che il Post pagò di buon grado.

Riordinare le quattromila e quattrocento pagine che avevamo e decidere cosa pubblicare avrebbe richiesto di per sé ben più di una giornata di lavoro e in più lavoravamo sapendo che al Times era stato proibito di continuare la pubblicazione e che la Washington Post Company veniva proprio in quei giorni collocata sul mercato, con tutto ciò che questo comportava.

(…) Scoprì che era in corso una furibonda battaglia legale. Ben correva avanti e indietro tra le stanze dove stavano lavorando i giornalisti e il soggiorno, dove gli avvocati discutevano tra loro ed era chiaro che questi ultimi erano decisamente contrari alla pubblicazione e chiedevano almeno di aspettare fino a quando non fosse stata presa una decisione a proposito dell’ingiunzione data al Times. La nostra situazione, in ogni caso, era molto diversa da quella del Times. Dopo l’ordine della Corte contro di loro, la nostra decisione di pubblicare comunque i documenti poteva essere vista come una sfida alla legge e un insulto alla Corte. E poi c’era la delicatezza della nostra posizione societaria. (…) Ben cominciava a sentirsi preso tra i giornalisti, tutti concordi a pubblicare e a sostenere il Times sul tema della libertà di stampa, e gli avvocati, che a un certo punto proposero un compromesso in base al quale il Post non avrebbe pubblicato le Carte quel venerdì, cioè l’indomani, ma avrebbe notificato al ministro della Giustizia la propria intenzione di pubblicarle la domenica. Howard Simons, che era al cento per cento a favore della pubblicazione, riunì i giornalisti e li fece parlare direttamente con gli avvocati. Oberdorfer disse che quel compromesso era “l’idea più merdosa che ho mai sentito”. Roberts disse che il Post avrebbe fatto la figura di “strisciare sul ventre” davanti al ministro; se il Post non pubblicava le Carte, avrebbe anticipato il suo pensionamento di due settimane, trasformandolo nelle sue dimissioni e accusando pubblicamente il Post di codardia. Murrey Marder disse: “Se il Post non le pubblica, sarà in una condizione peggiore, come istituzione, che nel caso in cui le pubblichi”, perché la sua “credibilità da un punto di vista giornalistico sarà distrutta dal fatto di non aver mostrato abbastanza fegato”. Bagdikian ricordò agli avvocati l’impegno preso con Ellsberg a pubblicare i documenti e dichiarò: “L’unico modo di asserire il diritto a pubblicare è pubblicare”.

Rossello, la Boschi di Forza Italia e Veneto Banca

Cristina Rossello è stata voluta da Silvio Berlusconi in persona come candidata di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un prezioso collegio di Milano, e se la giocherà con Bruno Tabacci, candidato del centrosinistra. Certo, Rossello è stata l’avvocato che ha assistito Berlusconi nella causa di separazione con l’ex moglie Veronica Lario e questo ha pesato. Se un tempo Silvio si portava in Parlamento i suoi avvocati Cesare Previti, Gaetano Pecorella, Memmo Contestabile, e poi Niccolò Ghedini, Nico D’Ascola, Piero Longo, ora si vuol portare Rossello, che non lo ha difeso in processi penali, ma lo ha sostenuto in una causa matrimoniale molto pesante. Rossello però è molto di più che uno dei tanti avvocati di Berlusconi. È un pezzo del potere finanziario a Milano e nel Nord Italia. O meglio: un pezzo delle relazioni di potere, che in Italia sono potere (e soldi). Ma Cristina Rossello è anche la Boschi del centrodestra. Chi ricorda infatti i suoi incarichi in Mediobanca e nei consigli d’amministrazione che contano, tende a dimenticare che è stata vicepresidente di Veneto Banca, dopo essere stata membro esecutivo del cda e presidente del Comitato controllo e rischi dell’istituto. E che proprio come vicepresidente è stata duramente sanzionata dalla Consob (la commissione di vigilanza che sugli scandali bancari non è stata proprio un Viscinski delle Grandi Purghe staliniane). Dunque i milanesi ora sono chiamati a votare Cristina Rossello, detta “la Lady di ferro di piazzetta Cuccia”, ma anche “Lady Papello”. È stata nei consigli d’amministrazione di Mondadori e di Spafid (la fiduciaria di Mediobanca), presidente di Nico New Investments Company e della Fratelli Branca. Ma è stata soprattutto la custode del “papello” della famiglia Ligresti. In quanto segretario del patto di sindacato di Mediobanca, ha conservato quel foglio, controfirmato dall’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel, in cui erano scritte a mano le richieste della famiglia Ligresti per mollare la presa sulle pericolanti aziende di don Salvatore che, dopo decenni di fedele e silenzioso servizio, dovevano essergli tolte di mano e passate a Unipol.

Questa storia è stata scritta: Ligresti ormai è passato tra le famiglie perdenti. Più difficile trovare scritto chiaro che Cristina Rossello ha ricevuto la mega-multa che ha colpito gli ex vertici di Veneto Banca. La Consob ha chiesto complessivamente 5,485 milioni. La sanzione più salata per gli ex esponenti di vertice dell’istituto, a partire dall’ex amministratore delegato e direttore generale Vincenzo Consoli e compresa la vicepresidente Rossello, è per “comportamenti irregolari nei finanziamenti concessi ai clienti per l’acquisto di azioni”, per la non correttezza delle informazioni relative alla determinazione del prezzo delle azioni dell’istituto e altre mancate comunicazioni al pubblico, per la scorretta rappresentazione della situazione della banca in occasione dell’aumento di capitale del 2014 e per analoghi comportamenti in occasione dell’emissione di bond.

Ora, Maria Elena Boschi ha gravi responsabilità politiche, in quanto ministra della Repubblica portatrice di un conflitto d’interessi a causa del padre, vicepresidente di Banca Etruria. Ma non si può dire che abbia responsabilità dirette nella gestione della banca. Rossello invece era nel gruppo di vertice di Veneto Banca. O sapeva quello che il suo istituto stava combinando, e allora è direttamente responsabile del disastro che ha coinvolto i risparmiatori e gli azionisti, oppure – peggio – non si è accorta di nulla, e quindi non si merita certo di andare a rappresentarci in Parlamento. Ma qualcuno se n’è accorto? Qualcuno ha il coraggio di scriverlo?

Cari 5 stelle, ora siete l’alibi della politica

Cari 5Stelle, se non ci foste bisognerebbe inventarvi. Avete finalmente portato aria nuova nella politica e nell’informazione italiana. Grazie alle proposte? Macché, con voi contano soprattutto gli errori! E di errori ne avete fatti e perseverate. Come l’ultimo, grave per chi ha fatto dell’onestà e della trasparenza la propria carta d’identità: la mancata restituzione di parte dello stipendio di alcuni vostri parlamentari e la candidatura di tre affiliati alla massoneria.

Vi tocca cacciarli, perché incarnano il tradimento dei principi con cui vi siete presentati agli italiani, ma non è facile essendo ormai in lista. Bisogna sperare che non siano eletti o, se lo saranno, facciano un passo indietro una volta entrati in Parlamento. Ma tra l’ok alle dimissioni (sempre che ci siano) della Camera di appartenenza e le sirene degli altri partiti, alla ricerca famelica di fuoriusciti, finiranno verosimilmente in qualche altro gruppo (tanto più che sono gratis). Insomma, avete fatto un bel casino e, nella migliore delle ipotesi, perderete subito dopo il voto qualche parlamentare.

Un errore di cui però dobbiamo dirvi grazie. Finalmente, grazie a voi, possiamo vedere una Politica con la P maiuscola, che parla di onestà, trasparenza, coerenza, e un’informazione con la schiena dritta, che titola “Candidato massone”, “Rimborsi farlocchi” e spiega nel dettaglio come si possa revocare entro 24 ore un bonifico bancario. Un’accuratezza che abbiamo visto poco, chessò, per l’inchiesta Consip o i processi di Berlusconi. Finalmente, grazie all’unico partito che si è tagliato gli stipendi – magari non tutti gli eletti, ma la maggior parte sì – versando oltre 23 milioni di euro al fondo per le piccole e medie imprese, e ha rinunciato a vitalizi e rimborsi elettorali, tutti gli altri partiti – che quei soldi li incassano tranquillamente – possono tirare un respiro di sollievo. Finalmente, con 76 “impresentabili” in lista (non per violazione di una regola interna al partito, ma del codice penale) e leader pregiudicati per frode fiscale e indagati per mafia, i rappresentanti della coalizione renzian-berlusconiana possono alzare il ditino e dire “Eh no, così non si fa” e il quotidiano di famiglia del suddetto pregiudicato titolare “Disonestà, disonestà, disonestà”. Finalmente, grazie a voi, hanno capito cosa significa? E finalmente, grazie a un partito che caccia un massone, gli altri – quelli dei leader piduisti, degli intrecci con la P3 (pure negli incontri di papà Boschi per Banca Etruria) o del Pd in cui bisogna “comunicare preventivamente a quali altre associazioni si sia iscritti” – possono sentenziare: “Da noi certe cose non succedono”. Nel senso che gli “assonnati” non vengono messi alla porta (anzi, ad avercene?).

Finalmente, grazie a voi, sentiamo Renzi citare Craxi in negativo (salvo poi “scusarsi con chi si è sentito offeso”: Di Maio o la figlia Stefania?) e definire il M5S “arca di Noè di truffatori e massoni. Querelatemi se dico il falso”, lasciando presagire una class action.

Insomma, cari 5Stelle, siete diventati il più potente alibi della politica e dell’informazione nostrane, le loro palline anti-stress. Attenti però a quelle degli italiani: a forza di errori, tendono a girare.

Un cordiale saluto.

Senza stato non c’è integrazione

Piaccia o no, il dibattito sui migranti ha travolto la vecchia frontiera sinistra-destra e proposto una nuova geografia, dove adesso non risulta chiarissimo quale posto occupi la cosiddetta borghesia illuminata, coscienza critica dei progressisti. Se per esempio prima si poteva credere che vi fosse una qualche differenza tra razzisti e migranti, Michele Serra vi invita a ricredervi. I razzisti sarebbero infatti italiani “spersi e imbarbariti, poveri di pensiero e di linguaggio, brutti sporchi e cattivi almeno tanto quanto i figli di nessuno sbattuti qui da qualche terribile deriva”: dove quel ‘tanto quanto’ istituisce un’equivalenza tra chi è costretto a rischiare la pelle in Mediterraneo e chi sputazza i sopravvissuti alla traversata.

Più in generale una frontiera nuova adesso opporrebbe la deprecata xenofilia di chi non convive con immigrati e la comprensibile esasperazione di quanti, per esperienza vissuta, sarebbero in diritto di averne le scatole piene. Le ragioni dei secondi sono spiegate bene in un articolo sul Corriere della Sera a firma del vicedirettore Antonio Polito. S’intitola “Le illusioni multiculturali dell’Esquilino” e racconta il degrado in cui è precipitato il quartiere romano a causa dei migranti accampati lì. Polito è un anti-razzista limpido e la sua narrazione impeccabile, salvo la conclusione: davvero il problema è il multiculturalismo, inteso come patologica accozzaglia di culture inconciliabili? E cosa vuol dire “multiculturale”? L’Italia sarebbe multiculturale anche se non ospitasse stranieri, altrimenti Polito dovrebbe concludere che tanto lui quanto i razzisti nostrani condividono lo stesso sistema di valori. Come la condotta di ciascun italiano non deriva da un destino collettivo, da una “cultura”, così la condotta di ciascun migrante è il risultato di vicissitudini e di scelte per gran parte individuali, E il fatto che vari drop-out e furfanti abbiano trovato all’Esquilino un territorio ideale per rifugiarsi non comporta che i loro connazionali siano “proclivi a delinquere”.

Che il problema non sia la diversità “culturale”? “Per integrare gli immigrati”, osserva del resto Polito, “ci vuole molto più di un’accoglienza fraterna e generosa: ci vogliono controlli, agenti, vigili urbani… trasporti pubblici efficienti… aziende di servizi in grado di… un’assistenza pubblica e privata che dia…”, eccetera. “Ci vuole dunque lo Stato, e soldi, investimenti, progetti”. E qui siamo al cuore della questione: ci vuole uno Stato efficiente. E amministrazioni pubbliche con capacità di progettazione e strumenti adeguati. Mancando l’uno e le altre, non possiamo permetterci di ricevere tutti questi stranieri, conclude Polito. Ma se questo è vero allora i migranti problematici sono una questione secondaria rispetto alle magagne italianissime che la loro non-integrazione rivela. E a quelle magagne dovremmo innanzitutto dedicarci, dato che continueremmo a patirne gli effetti anche se gli immigrati sparissero dal giorno alla notte. Magari gli abitanti dell’Esquilino non subirebbero gli incomodi attuali ma le strade non tornerebbero pulite, gli autobus non smetterebbero di rompersi nei sabati estivi, la percentuale di furti impuniti non precipiterebbe dall’attuale 99%, le famiglie in difficoltà resterebbero abbandonate a se stesse, la malavita organizzata non mollerebbe la presa su province e rioni, la corruzione non verrebbe meno, la sanità non cesserebbe di ammazzare, insegnanti inadeguati manterrebbero il diritto di straziare alunni… in breve, saremmo al punto di partenza, e senza neppure un underdog sul quale rifarci.

Guarire da queste piaghe sembra un’impresa così difficile che ormai ci siamo rassegnati: non ci pensiamo più. Come se fossero nel nostro destino, nel nostro codice genetico (nella nostra “cultura”?). Eppure non sarebbe impossibile restituire dignità ed efficienza allo stato, e liberare capitali di straordinaria professionalità che le amministrazioni pubbliche racchiudono ma non esprimono. Però occorrerebbe devastare il patto trasversale che da lustri garantisce pace sociale e declino, saldando il peggio della partitocrazia e il peggio dell’impresa, alto funzionariato, la corporazione dei micro-sindacati, infinite consorterie, personale protetto da questi o da quelli… Chi si cimentasse nella sfida dovrebbe affrontare gli eserciti degli interessi costituiti e assumersi l’onere di una legislazione che autorizzi le migliaia di licenziamenti, cominciando dai piani alti, necessari ad un ricambio del personale in tutte le amministrazioni. Ci sono nel Paese riserve di coraggio e di senso del bene comune (patriottismo, se volete) sufficienti ad osare tanto. Se la risposta è “no” il dibattito sui migranti dovrebbe partire da questa ammissione.

Mail box

 

L’autogol dei partiti: adesso tutti sanno delle donazioni

Gesù fu tradito da uno solo dei 12 apostoli. La percentuale dei parlamentari 5 Stelle che ha tradito, non versando quanto previsto al Movimento, è anche inferiore. La campagna folle dei partiti e, per quello che mi sta a cuore, dei media, a forza di aperture di giornale e di telegiornale, non farà altro che santificare i 5 Stelle, che versano volontariamente 23 milioni di euro al microcredito che finanzia progetti di nuove imprese. Complimenti, non ne azzeccate una.

Corrado Giustiniani

 

Anche i cittadini facciano la loro parte per informare

Manca meno di un mese alla scadenza elettorale, e se si vuole che il voto sia informato e consapevole bisogna che sia documentata l’attuale situazione politica senza la mistificazione che molti organi d’informazione stanno facendo. Il nostro giornale e non solo le sue firme più prestigiose già svolge un ruolo determinante.

In occasione della campagna referendaria del 2016, mi permisi di suggerire ai lettori di lasciare copie del giornale nello studio del proprio medico curante. Ritengo possa essere utile anche in questa circostanza prorogare quella iniziativa. Spesso parlando con alcune persone viene riferito che alcuni fatti erano completamente sconosciuti: caso Consip, problemi giudiziari di Berlusconi, candidati impresentabili, modalità di voto del “Rosatellum”, ecc. Anche se in minima parte, si potrà contribuire ad informare qualche indeciso e a convincerlo di recarsi al seggio senza disperdere il proprio voto.

Francesco Iovino

 

Diamo voce a Rita Bernardini e al suo sciopero della fame

Fatte salve rare eccezioni, che perciò spiccano come oasi nel deserto, un ostinato silenzio dei media sta accompagnando lo sciopero della fame di Rita Bernardini, giunta ormai alla quarta settimana di astensione dal cibo. La dirigente del Partito Radicale non ambisce a comode poltrone o a scranni in Parlamento, visto che non è neanche candidata alle prossime elezioni, ma con la sua faticosa iniziativa scandisce un tempo che sta per scadere proprio in vista dell’appuntamento elettorale: è il tempo della riforma dell’ordinamento penitenziario, attesa da anni e che continua ad aspettare in extremis l’ultimo via libera del Consiglio dei ministri.

Bernardini con il suo digiuno avverte che si rischia di non farcela e, con lei, gridano inascoltati quasi diecimila detenuti, cioè i “cattivi” che accompagnano una buona causa, peraltro con radicale nonviolenza, privandosi del cibo o di altre possibilità di conforto, già così rare nei luoghi di detenzione. Per elettoralistica prudenza e convenienza, l’altra politica continua a… mangiare e a tacere, sia quella a favore, sia quella contraria alla riforma delle carceri. Che almeno l’informazione possa uscire da un surreale silenzio, si può ancora sperarlo?

Paolo Izzo

 

Le multe alle aziende ricadono sui consumatori

Un miliardo è il valore della morosità sulle bollette elettriche e duecento milioni è quanto sarà spalmato su chi regolarmente paga. Lo ha deciso l’Authority per l’energia, un provvedimento tipico del nostro Paese che tutela i furbi a danno degli onesti. Agli italiani, intanto, continuamente violentati, si somministrano in modo super amplificate, notizie sulle donazioni dei parlamentari del Movimento 5Stelle. A quando una comunicazione che faccia risaltare, in modo adeguato, decisioni così clamorosamente scandalose?

Pasquale Mirante

 

L’astensione tra i giovani merita una risposta

Bisogna riflettere sui dati che escono fuori in questi giorni. Tra i 17 milioni di italiani che si asterranno dal voto, molti sono gli under 25. Un dato clamoroso che dimostra il totale sconforto verso una classe politica che non trova soluzioni adeguate su vari fronti. Servono risposte concrete da parte di questa nostra classe politica con un confronto serio di apertura verso i nostri giovani.

Massimo Aurioso

 

DIRITTO DI REPLICA

Ho letto con grande interesse su Il Fatto il commento di Antonio Padellaro sulla sanità del Lazio. Posso confermare con orgoglio la mia frase da cui è partito. È proprio così: in questi anni abbiamo lavorato davvero, senza distrazioni, per portare la sanità della Regione Lazio fuori dall’emergenza e garantire meglio il diritto alla salute dei cittadini, in una regione – non dovremmo mai dimenticarlo – che partiva da una situazione disastrosa. I numeri dicono che ce la stiamo facendo. Grazie al netto miglioramento dei conti e a un progressivo aumento di tutti i principali indicatori sulla qualità dei servizi per salute, abbiamo portato il Lazio fuori dal commissariamento: una conquista per tutti i cittadini, dopo una traversata di dieci anni che ha significato tagli, sacrifici per chi lavorava nei nostri ospedali, e una condizione spesso insufficiente delle cure e dei servizi.

Siamo tutti consapevoli che c’è molto, moltissimo ancora da fare. Ed è giusto mostrare quello che ancora non va. Ma penso che sia importante anche rendere la comunità del Lazio consapevole delle conquiste che abbiamo fatto in questi anni.

Grazie a queste conquiste, oggi siamo più forti anche nella difesa di tutte le eccellenze della nostra sanità, sia di quelle pubbliche che di quelle private come il Santa lucia, che in questi anni abbiamo sempre supportato e che nelle nostre intenzioni rimarrà anche nei prossimi anni un pilastro nell’offerta di cure e assistenza di qualità nella nostra Regione, senza regali o svendite.

Nicola Zingaretti

 

Ringrazio Zingaretti per le rassicurazioni sulla sanità nel Lazio. E per l’impegno formale a favore del Santa Lucia. A nome di tutti coloro che a questo “pilastro” guardano con fiducia.

A. P.

Scuola. Gli insegnanti non puniscono, correggono. Ma vanno rispettati

Come sono cambiati i tempi! Ricordo da ragazzo di essermi preso un calcio nel culo da un mio maestro. Il fatto avvenne nell’anno 1939 presso la scuola elementare Leopoldo Franchetti sita in San Saba, a Roma, classe 2ª maschile. Era consuetudine a quei tempi fare un po’ di ricreazione giornaliera in cortile della scuola stessa.

Nello scendere il pianerotto delle scale, mi soffermai a curiosare lungo la tromba delle stesse, involontariamente ostacolando la discesa della scolaresca. Fui a questo punto raggiunto da un indimenticabile calcio, che ne divennero due quando raccontai il tutto a mio padre.

Roberto Centracchio 

 

Gentile Roberto, altri tempi, appunto! E per fortuna. I calci nel culo dati tra l’altro senza spiegazione non hanno mai educato nessuno. Semmai hanno solo punito. Chi insegna non ha il compito di punire ma di correggere, di aiutare a capire. Non è un lavoro semplice, anzi è uno dei più complicati. È giusto, tuttavia, il suo richiamo al rispetto: il maestro lo deve al bambino, ai genitori e quest’ultimi al professore. Di una cosa abbiamo bisogno: di fare dell’educazione all’affettività, di educare i nostri ragazzi a gestire le emozioni, la rabbia, la paura. Un lavoro che va fatto insieme ai genitori senza presunzione. Non torniamo ai tempi dei calci nel culo: non sarebbe utile a nessuno! Ci sono altri modi per farsi rispettare. Le posso assicurare da maestro che non serve essere autoritari ma autorevoli con i bambini e con i genitori. A volte basta uno sguardo.

Un ultimo consiglio, una lettura: “Il diritto del bambino al rispetto” di Janusz Korczak. Buona lettura.

Alex Corlazzoli

Prato, maxi-blitz della Finanza contro la contraffazione

Cinquecentomila prodotti sequestrati, tra merce contraffatta e fuori dalle normative dell’Unione europea sulla sicurezza. Controlli e identificazioni anche per il trasferimento di denaro con i Money Transfer. É il risultato della maxi operazione condotta ieri dalla Guardia di Finanza a Prato per il contrasto ai fenomeni di illegalità presenti sul territorio della città toscana, con il controllo di decine di aziende cinesi. Oltre 120 finanzieri – coordinati dal comandante provinciale della Gdf Antonio D’Agostino – sono stati impegnati nel servizio “Alto Impatto” nella zona del Macrolotto, nota per essere ad alta intensità di presenza della comunità cinese.

Sotto la lente di ingrandimento, fa sapere la Guardia di Finanza, sono finiti “il contrabbando, la contraffazione e sicurezza prodotti, il controllo dei money transfer, il lavoro nero e irregolare, l’immigrazione clandestina, lo spaccio di sostanze stupefacenti”. In tutto sono stati 174 gli interventi anti-contraffazione e anti-abusivismo commerciale, con la denuncia di 183 persone all’autorità giudiziaria. Numeri notevoli anche quelli relativi ai sequestri: sono stati tolti dal mercato in totale oltre 1 milione e 400 mila articoli – tra cui più di un milione di capi di abbigliamento contraffatti – e oltre 1 milione e 300 mila prodotti non sicuri (beni di consumo, prodotti elettronici, giocattoli).

I reparti pratesi hanno anche effettuato ventiquattro accessi ispettivi a imprese cinesi in diciannove capannoni industriali, eseguendo il sequestro di sei immobili per reati o per gravi violazioni alla sicurezza dei luoghi di lavoro. In queste aziende le forze dell’ordine hanno sequestrato 158 macchinari, oltre ad aver rilevato la presenza di cinquantotto lavoratori irregolari, tra pagamenti in nero e problemi di immigrazione clandestina.

“Tali illegalità – ha spiegato la Guardia di Finanza – dispiegano un effetto pervasivo sul mercato e sulla libera concorrenza tra aziende, particolarmente deleterio alla luce della crisi economica che ha investito il Paese nell’ultimo decennio”.