Cyril Ramaphosa ha giurato come nuovo presidente del Sudafrica. Arriva al potere non attraverso un passaggio elettorale (previsto nel 2019), ma grazie all’investitura del suo partito, l’African National Congress (Anc), e al voto del Parlamento che ha sostituito Jacob Zuma, presidente dal 2009. Rocco Ronza, docente di Geoconomia presso l’Università Cattolica di Milano ed esperto di Sudafrica, spiega cosa rappresenta tutto ciò.
L’uscita di scena di Zuma è sembrata un lungo braccio di ferro.
Zuma, sostituito alla guida del partito 3 mesi fa, sapeva di dover lasciare la presidenza: accordi informali indicavano giugno come termine ultimo. Ma c’è stata una forte pressione, anche internazionale, per anticipare la data. E, al di là delle apparenze, non ci sono stati “spargimenti di sangue” dietro le dimissioni: Ramaphosa non ha mai attaccato pubblicamente Zuma. Zuma ha evitato di consegnargli un partito spaccato.
Chi è Jacob Zuma?
È l’esponente della generazione che ha combattuto l’apartheid con Mandela, affrontando l’esilio e il carcere. A differenza del predecessore Tabo Mbeki, un tecnocrate, Zuma ha dato voce per quasi un decennio all’anima più populista del Sudafrica dei neri. Da diversi anni la stampa internazionale lo descrive come corrotto e inadeguato a risollevare la stagnazione economica. C’è però da dire che ha avuto la sfortuna di incappare nella crisi del 2008. Inoltre, sul fronte della corruzione, va ricordato che l’Anc è al potere da 25 anni senza forti contrappesi e quindi esposto alle tossine del malaffare.
Si è dimesso per via degli scandali?
Per quanto gravi fossero, i guai giudiziari hanno avuto soprattutto un effetto politico: quello di saldare contro di lui l’opposizione “bianca” della Democratic Alliance alla sua destra e quella “nera” di Julius Malema alla sua sinistra, e tutt’e due con l’opinione pubblica internazionale.
Ora si apre l’era Ramaphosa. Che presidente sarà?
Da giovane fu leader anti-apartheid nel sindacato dei minatori. Non combattente armi in pugno, non esiliato, quindi. Negoziatore nello staff di Mandela, fu battuto da Mbeki come successore. Poi passa agli affari, rappresentando la borghesia nera ascendente, ma a differenza di altri non viene toccato dalla corruzione. Rientra nell’Anc come vice di Zuma e nella gestione del passaggio al dopo Zuma usa tutte le sue qualità diplomatiche. Insomma, un profilo di leader capace e competente.
Perché lo definiscono l’erede di Mandela?
La parola chiave è tornata a essere “riconciliazione”, come nel ’94 (passaggio dall’apartheid alla democrazia ndr). Con Mbeki e poi con l’africanismo di Zuma, la politica aveva avuto una forte caratterizzazione razziale a favore dei neri. Ramaphosa potrebbe rimettere al centro il rapporto coi bianchi: ecco il parallelismo con Madiba.
Che significa questo passaggio di consegne per noi occidentali?
Fino a qualche anno fa la narrativa sull’Africa era così: se non si sono sviluppati, affari loro. Oggi, con l’esplosione demografica e la migrazione verso Occidente, l’Europa ha interesse allo sviluppo del continente. Il Sudafrica potrebbe essere una porta di ingresso all’Africa intera. Ramaphosa promette di far tornare il Paese a essere quel fiore all’occhiello dell’Occidente come ai tempi di Mandela.