Colazione con Tiffany, Spacey e Jackson: varie oscenità di Chappelle

L’ultimo show Netflix di Dave Chappelle, The Closer, ha suscitato le proteste della comunità Lgbtqia+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Era già successo dopo ciascuno dei cinque special precedenti, per lo stesso motivo. Continuiamo a passare in rassegna quelle gag perché è sempre meglio sapere di cosa si parla; poi le commenteremo, evitando per quanto possibile di sederci, in paramenti pontificali, sulla sedia gestatoria della comicità. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.

CHAPPELLE: “A volte, la cosa più divertente da dire è cattiva. È una posizione difficile in cui trovarsi. Quindi dico molte cose cattive. Ma ricordatevi: non le dico per essere cattivo. Le dico perché è divertente. Tutto è divertente finché non capita a te”.

“A essere sincero, brutalmente, l’unico motivo per cui mi sono mai arrabbiato con la comunità transgender è perché ero in un club di Los Angeles e ho ballato con una di loro per sei canzoni di fila. Non ne avevo idea. Poi si sono accese le luci e ho visto le nocche. Ho detto: ‘Oh, no!’. E tutti ridevano di me. Star mondiale. Ho detto: ‘Perché non mi hai detto niente?’. Poi ho sentito quella voce sensuale: ‘Non ho detto niente, Dave Chappelle, perché mi stavo divertendo molto. E non ero sicura di come ti saresti sentito al riguardo’. Ho detto: ‘Lo sapevi, come mi sarei sentito’. E lei: ‘Sto andando a casa. Non voglio problemi da te’. Ho detto: ‘Casa? Sono rimaste solo due canzoni. Voglio dire, potremmo anche finire la notte’. E abbiamo finito per fare colazione insieme. Oh, crescete: questo non mi rende gay. Le ho scopato solo solo le tette. Quelle tette sono vere come tutte le tette di Los Angeles. Erano le due del mattino. Stavo solo prendendo in prestito un po’ di attrito da una sconosciuta”.

“Era un ragazzo di 14 anni. E Kevin Spacey gli si avvicina a un party. Ironicamente, il ragazzo è cresciuto ed è gay. Il che significa che Kevin Spacey può sniffarne uno come un maiale da tartufi. (Annusa) ‘Sì, è uno come me’. E non per biasimare la vittima, ma mi sembra il tipo di situazione in cui va a cacciarsi un gay di 14 anni. Perché ho frequentato una scuola d’arte. Ed erano tutti gay. Alle superiori. Erano tutti gay. E i gay sono molto più maturi di tutti quanti noi… Scherzi a parte, Kevin Spacey non avrebbe dovuto fare quella stronzata a quel ragazzo. Aveva 14 anni ed è stato costretto a portare con sé il segreto di un uomo adulto. Per 30 anni. Cristo, deve aver rotto le cuciture con quello. La parte più triste è che se manteneva quel segreto per altri sei mesi adesso saprei come finisce ‘House of Cards’”.

“Non sono venuto qui per avere ragione, sono venuto qui solo per cazzeggiare”.

“Per la strada sono noto come incolpatore di vittime. Se qualcuno viene da me tipo ‘Dave, Dave, Chris Brown ha appena picchiato Rihanna’, io dico: ‘Bè, lei cos’aveva fatto?’. ‘Dave, Michael Jackson molestava i bambini’. ‘Bè, loro cosa indossavano in quel momento?’. Non credo che Michael Jackson l’abbia fatto. Ma sapete cosa? Se anche l’avesse fatto… Capite cosa intendo? Voglio dire: è Michael Jackson. So che più della metà delle persone in questa stanza è stata molestata nella sua vita. Ma non era Michael Jackson, vero? Questo ragazzo si è fatto succhiare il cazzo dal Re del Pop. Tutto quello che otteniamo noi sono Giorni del ringraziamento imbarazzanti per il resto della nostra vita. Sai quanto deve essere stato bello andare a scuola il giorno dopo quella stronzata? ‘Ehi, Billy, com’è andato il fine settimana?’. ‘Com’è andato il mio weekend? Michael Jackson mi ha succhiato il cazzo! Ed è stata la mia prima esperienza sessuale. Se sto iniziando da qui, allora il limite è il cielo!’”.

(5. Continua)

 

Calenda-Michetti e i voti a perdere dei poveri romani

Iseicentomila voti a perdere degli elettori romani, quelli ricevuti e poi gettati nel cassonetto da Enrico Michetti e Carlo Calenda, che non siederanno in Consiglio comunale perché hanno di meglio da fare, rappresentano una salutare lezione per chi ancora si ostina a recarsi alle urne ignorando l’evidenza dei fatti.

Benedetta ingenuità, ma come si fa a non rendersi conto che il voto è un apostrofo rosa tra le parole tu non conti niente? Infatti, cos’è il Parlamento dei nominati se non il certificato di un’interdizione legale? Come dire: sbarrate il simbolo del partito, analfabeti che non siete altro, che al resto pensiamo noi. E il governo dei Migliori (come tutti i Migliori che in questi anni si sono succeduti a palazzo Chigi) lo ha forse eletto qualcuno? L’ultima volta che siete andati a votare avete per caso trovato sulla scheda elettorale il nome di Draghi, o quello di Conte, o di Letta, o di Gentiloni, o di Renzi, o di Monti?

L’ultimo premier votato dagli italiani fu Silvio Berlusconi, e ciò non depone a favore del suffragio universale. Si dirà che con tutte le storture e le camarille le Camere sono chiamate pur sempre a rappresentare la volontà dei cittadini. Mica vero a leggere il sondaggio di Ilvo Diamanti sul ddl Zan (la Repubblica), secondo il quale la legge contro l’omotransfobia “piace al 60% degli italiani con punte del 70-85% tra giovani e under 40”. Fantastico, infatti l’hanno affondata.

Si dirà che da Michetti (374 mila voti) e da Calenda (220 mila) non era lecito aspettarsi nulla di diverso visto che hanno cose più importanti da fare. Il primo è impegnato a far sottoscrivere abbonamenti alle sue preziose gazzette amministrative. Al secondo bisogna dare atto di avere mantenuto la carica di europarlamentare “più importante e meglio retribuita ma avrebbe potuto cumularla a quella di consigliere comunale e non ci sarebbe stato nulla di male, a meno di non pensare che anche Calenda subisca l’egemonia ideologica degli anti-casta, coloro che sono soliti definire i ruoli istituzionali ‘poltrone’” (testuale su Repubblica, giornale che alla campagna elettorale di Cumulator ha dedicato più spazio perfino di quello riservato a Renzi d’Arabia).

A questo punto, visto che si parla di comici, come non ricordare la strepitosa battuta di Beppe Grillo? “Non sono andato a votare e mi vergogno. L’ho fatto per protesta. Ma poi ho scoperto che si dividono anche i voti degli assenti e anche le nulle, sì quelle schede su cui scrivono ‘vaffanculo’. Si sono divisi anche ‘l’affanculo’: 30% alla Dc, 17% al Pds eccetera”. (Scusate lo sfogo ma sono un elettore compulsivo e sto cercando di smettere).

Green pass, decisioni senza basi di scienza

Un pizzico(sic!) di variabilità e confusione non manca mai, e si basa sempre su infondatezza scientifica. Fino a maggio 2021 il Green pass aveva valore per 6 mesi. Successivamente la scadenza della validità dal completamento del ciclo vaccinale viene posticipata a 9 mesi, e viene rilasciato anche contestualmente alla somministrazione della prima dose vaccinale ma con validità dal quindicesimo giorno fino alla data prevista per il completamento del ciclo vaccinale. Ciò ha comportato una diversa durata a seconda della tipologia di vaccino somministrato: il vaccino monodose Johnson&Johnson fornirà una copertura sul certificato di 9 mesi, mentre con AstraZeneca, che ha una finestra fino a 12 settimane tra prima e seconda dose, la durata potrà toccare i 12 mesi. In caso di guarigione dalla malattia, la validità del pass è di 6 mesi, mentre scade dopo 48 ore dal test in caso di tampone negativo. È quanto prevede l’articolo 14 del decreto legge 18 maggio 2021, n. 65 (“Disposizioni in materia di rilascio e validità delle certificazioni verdi Covid-19”) . A settembre è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto super Green pass che, oltre ad estendere l’obbligo di certificazione verde anche ai lavoratori del settore pubblico e privato, apporta una novità per la durata del Green pass stesso, che si può ottenere subito e non più dopo 15 giorni dalla vaccinazione e avrà durata di 12 mesi dopo la prima dose di vaccino o per chi è guarito. Nello stesso decreto si legge: “A coloro che sono stati identificati come casi accertati positivi al SarsCov2 oltre il quattordicesimo giorno dalla somministrazione della prima dose di vaccino, nonché a seguito del prescritto ciclo, è rilasciata, altresì, la certificazione verde Covid-19, che ha validità di dodici mesi a decorrere dall’avvenuta guarigione”. Quali sono le basi scientifiche di tali mutevoli decisioni? Da quando esiste l’Immunologia, si sa che il nostro sistema immune produce anticorpi almeno dopo 15-20 giorni dal vaccino. Perché adesso siamo reputati immuni immediatamente dopo la prima somministrazione? Perché a maggio chi era guarito da Covid aveva un’immunità di sei mesi e adesso di 12? Perché il tampone molecolare prima valeva 48 ore (che scientificamente sono già tante) ed adesso 72 ore? Vorremmo avere indicazioni scientifiche a supporto.

 

Talpe e dissidenti: ecco chi si ribella a Big Tech

Sono sempre più frequenti: le gole profonde della Silicon Valley, negli ultimi anni, hanno dato una grossa mano alla politica che, dopo Cambridge Analytica, si è svegliata contro Big Tech. La risonanza mediatica, la sensazione di poter fare la differenza e la protezione reputazionale garantita dall’interesse mainstream hanno contribuito alla formazione di un esercito di whistleblower e dissidenti dei piccoli e grandi segreti di Big Tech: dal razzismo alle disparità salariali.

Frances Haugen. L’ultima, in ordine di tempo: ha fornito decine di migliaia di pagine di documenti interni prima alla Sec e al Congresso Usa, poi al Wall Street Journal e infine a un consorzio di 17 testate Usa. Ingegnere informatico con un Mba ad Harvard e un passato a Google e Pinterest, era entrata in Facebook nel 2019 come project manager in una divisione per il contrasto alla disinformazione. “Ho visto ripetutamente conflitti di interesse fra quello che era buono per il pubblico e quello per che era buono per Facebook e Facebook ogni volta ha scelto quello che era meglio per lei” ha detto in una intervista, durante la quale ha confessato di aver perso una persona cara a causa di queste teorie cospirazioniste. Haugen si era licenziata a maggio: il suo gruppo di lavoro sarebbe stato smembrato.

Sophie Zhang. Non è ancora chiaro cosa abbia rivelato e a chi, ma la data scientist di Facebook, licenziata “per scarso rendimento” dopo tre anni ha recentemente dato la sua disponibilità a testimoniare di fronte al Congresso Usa. “Mi sentivo come se avessi il sangue sulle mani” ha detto in una intervista. Zhang ha aggiunto di aver fornito una documentazione dettagliata relativa a potenziali violazioni penali: “Per quanto ho capito l’indagine è ancora in corso. È solo che non ho scelto di farla esplodere in prima pagina. Questo mi rende meno un’informatrice?”.

Timnit Gebru. Nata ad Addis Abeba, dopo un dottorato a Stanford è passata per Apple e Microsoft. Nel 2017 aveva co-fondato “Black in AI” un network per aumentare la presenza dei ricercatori neri nel campo dell’Intelligenza Artificiale. A novembre 2020 firma con altri un articolo sui rischi di discriminazioni nell’AI e l’inquinamento dei data center. Google le chiede di ritirare dal paper le firme dei dipendenti dell’azienda, poi sostiene che la ricerca non risponde ai requisiti per la pubblicazione e che – tra le altre cose – non include riferimenti alle soluzioni dell’azienda contro i problemi sollevati. A far scattare il licenziamento (comunicato come “accettazione di dimissioni”) lo sfogo inviato da Gebru via mail ai membri del suo team “Mettere a tacere le voci emarginate in ogni modo possibile” poi pubblicato dalla newsletter Platformer.

Christopher Wylie. Capelli rosa, vegano e canadese: ha prima creato l’arma per la guerra psicologica sfruttata da Steve Bannon tramite Cambridge Analytica (i dati raccolti grazie alle app con test di personalità per veicolare messaggi elettorali per le presidenziali americane e il referendum sulla Brexit) poi lo ha svelato al mondo. Un sistema che ha permesso di spiare i profili Facebook di almeno 50 milioni di persone “giocando con la psicologia di un intero Paese senza il suo consenso”.

Francoise Bourgher. Ha appena vinto una causa da 22 milioni di dollari dopo aver denunciato Pinterest per mobbing. La direttrice operativa si era lamentata del divario salariale dopo aver scoperto che guadagnava meno dei colleghi. Arrivata nel 2018 a Pinterest a 52 anni dopo ruoli importanti a Google e Square, ha raccontato nel dettaglio la sua esperienza: discriminata, esclusa dalle decisioni più importanti (spesso prese in modo non ufficiale), “Qual è il tuo lavoro comunque?”, le ha detto il direttore finanziario Todd Morgenfeld dopo averla messa in imbarazzo davanti ai colleghi di pari livello e prima di urlarle contro e chiuderle il telefono in faccia. Nel 2020 è stata licenziata e le è stato chiesto di farla passare per una sua decisione.

Laurence Berland. È uno dei quattro dipendenti di Google licenziato dopo anni di attivismo interno tra i dipendenti. Aveva promosso petizioni contro i contratti di fornitura della compagnia con l’agenzia statunitense per l’immigrazione e il controllo delle frontiere. Il gruppo era conosciuto colloquialmente come i “Quattro del Ringraziamento”, così chiamati per il periodo festivo del loro licenziamento. Alla fine, dopo lunghi processi, sono arrivati a un accordo per un importo di cui non si conosce l’entità. Berland ha poi collaborato con un gruppo di ex e attuali lavoratori di Google per creare una non profit che offre supporto finanziario, legale e strategico alle persone che vogliono lottare per i cambiamenti all’interno delle loro aziende.

Facebook Papers: il social è in un vicolo cieco

È l’autunno del 2019 quando Facebook intensifica gli sforzi contro la tratta di esseri umani: i dipendenti setacciano i social alla ricerca di post critici, soprattutto in Medio Oriente. Racconta The Atlantic che l’azienda rimuove 129 mila contenuti, disabilita più di mille account, rafforza politiche e strumenti per contrastare questo fenomeno. Un successo. L’intervento è però arrivato in ritardo. Un gruppo di ricercatori aveva scoperto profili utilizzati come pubblicità per i traffici già nel marzo 2018, ma non erano stati rimossi almeno fino a quando, un anno dopo, un’indagine della Bbc aveva rivelato la portata del problema e Apple aveva minacciato di ritirare le piattaforme dal suo App Store. I dipendenti parlano di misure prese solo per timore di “conseguenze potenzialmente gravi per l’azienda”.

Per spiegare la fretta del fondatore e Ceo di Facebook, Mark Zuckerberg, nell’annunciare l’era del Metaverso e il cambio di nome, bisogna immergersi in storie come questa, contenute nei documenti consegnati prima alla Securities and Exchange Commission (Sec), poi al Congresso Usa da Frances Haugen, informatrice ed ex data scientist di Facebook. Decine di migliaia di pagine fornite anche al Wall Street Journal e poi a un consorzio di 17 testate. I “Facebook Papers”, oggi, sono il più grosso problema di Facebook dai tempi di Cambridge Analytica. Distorsioni e criticità vengono fuori da report e parole di dipendenti spesso inascoltati e impotenti, che evidenziano timori poi trasformatisi in realtà: dalla disinformazione all’odio, tutto spinto all’estremo dagli algoritmi e privo di trasparenza.

“Numeri nascosti”. A marzo ad esempio, un gruppo di ricercatori interno compila un rapporto che evidenzia la fuga degli adolescenti e dei giovani adulti dal social, racconta Bloomberg. I numeri, però, non vedono la luce con gli investitori, nascosti secondo la Haugen, dietro la costante crescita del social. Il grafico mostra che il “tempo trascorso dagli adolescenti statunitensi su Facebook era diminuito del 16% sull’anno” e che i giovani adulti negli Usa hanno ridotto il loro tempo sulla piattaforma del 5%, oltre a ritenere ciò che circola su Facebook “negativo, falso e fuorviante”.

Teenager a rischio.Nei Facebook Files del WsJ emerge anche l’esistenza di un rapporto interno sull’effetto della app Instagram sulle adolescenti, secondo cui peggiora “i problemi connessi all’aspetto fisico in una su tre”. Nel paper “le teenager accusano Instagram per l’incremento del livello di ansia e depressione” e tra coloro che hanno riferito di avere avuto pensieri suicidi, il 6% delle statunitensi e il 13% delle britanniche li ha fatti risalire al social.

Rabbia first. Uno dei maggiori cortocircuiti del social riguarda gli algoritmi che regolano i feed, ovvero le notizie che gli utenti vedono scorrere. Dai documenti emerge che ci sono delle variabili attivate-disattivate a seconda della situazione. A luglio 2020, per dire, ci si accorge che l’algoritmo favorisce i contenuti che alimentano la rabbia (studiando le reazioni diverse dal “like”). Fermarlo – come suggerito dal ramo Integrity e come poi effettivamente fatto – avrebbe aiutato a ridurre la diffusione di contenuti dannosi di un 5%. Su altre modifiche simili, però, non c’è stata uguale apertura. Vietate funzionalità che intralcino “interazioni sociali significative”. Per i dipendenti, l’engagement è considerato “significativo” anche quando è pericoloso (come i gruppi etiopi che istigano alla violenza contro le minoranze etniche o i cartelli della droga messicani che reclutano).

I vip. Una ricerca ha anche rivelato che XCheck – il programma di “controllo incrociato” creato per prevenire problemi di pubbliche relazioni e che imponeva una supervisione sugli interventi sugli account di politici e altri utenti con un ampio seguito – era praticamente diventato una “lista bianca” che di fatto ha escluso i potenti dalle policy aziendali.

Capitol Hill.Si arriva così a Trump, alle elezioni americane e al 6 gennaio con l’attacco a Capitol Hill. Lo racconta il Washington Post: “Il sollievo era palpabile nei giorni dopo le elezioni presidenziali – si legge – I dipendenti credevano di essere riusciti in gran parte a limitare i problemi che, quattro anni prima, avevano causato forse la crisi più grave”. C’è chi si prende una pausa, il social “spegne” molte delle misure di contenimento e non si accorge che dopo la chiusura del gruppo “Stop the Steal”, che in pochissime ore aveva raccolto 300 mila utenti pro-Trump, ne erano nati di simili e più piccoli. Il 6 gennaio arriva il disastro nutrito anche dalla circolazione dei contenuti su Facebook: i membri dello staff esprimono il loro orrore in messaggi interni mentre guardano migliaia di sostenitori di Trump arrivare al Campidoglio. Le segnalazioni di “notizie false” arrivano a 40 mila all’ora, l’account Instagram di Trump è segnalato di continuo per incitamento alla violenza. “Non è un problema nuovo – scrive un dipendente in una chat – Osserviamo questo comportamento di politici come Trump e, nella migliore delle ipotesi, le azioni sdolcinate della leadership aziendale, ormai da anni. Abbiamo letto i post di colleghi fidati, esperti e amati che scrivono che non possono in coscienza lavorare per un’azienda che non fa di più per mitigare gli effetti negativi”. Il ripristino urgente delle misure non basta, i post di Trump che accusa Biden di frode elettorale sono già online. “Non dimenticate mai il giorno in cui Trump ha chiesto il divieto per i musulmani di entrare negli Usa. Violava la nostra policy eppure l’abbiamo esplicitamente annullata e non abbiamo rimosso il video – scriveva un altro – C’è una linea che lega quel giorno a oggi. Avrebbe fatto la differenza alla fine? Non lo sapremo mai, ma la storia non ci giudicherà gentilmente”.

Bankitalia: “La soglia di Renzi sui contanti ha favorito il nero”

La riforma del tetto sull’utilizzo del contante, con l’aumento da 1.000 a 3.000 euro varato nel 2016 dal governo Renzi, “ha avuto l’effetto collaterale di allargare il sommerso” e ha “spostato verso l’alto” la sua percentuale “dello 0,5% circa”, che è in media al 18,9% del cosiddetto “valore aggiunto non dichiarato dalle imprese” (qui usato come termometro per misurare il fenomeno generale).

Parola di una ricerca appena pubblicata dalla Banca d’Italia, che conferma l’effetto distorsivo per il Fisco dell’innalzamento del tetto e lo fa fin dal titolo: Pecunia olet. Fu Matteo Renzi, il 13 ottobre 2015, ad annunciare alla stampa quand’era premier di voler triplicare il limite fissato da Monti, inserendo la norma nella legge di Stabilità varata poi senza modifiche dal Parlamento ed entrata in vigore dal primo gennaio successivo. Ma la mossa renziana, oggetto dello studio di via Nazionale, non fu che la riedizione di quanto era stato fatto in precedenza dal secondo e dal quarto governo Berlusconi, nel 2002 e nel 2008, quando la soglia del divieto era stata alzata in entrambi i casi a 12.500 euro.

Per verificare la relazione causale tra aumento della soglia di utilizzo dei contanti e sviluppo dell’economia sommersa, Michele Giammatteo e Stefano Iezzi dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) e Roberta Zizza della direzione generale Statistica e ricerca di Bankitalia hanno costruito un set di dati a livello provinciale che copre il triennio 2015-17 attingendo da più fonti. Come misura della dimensione dell’economia sommersa, i tre ricercatori hanno calcolato in modo innovativo la quota di valore aggiunto non dichiarato sul valore aggiunto totale, ricavandola dai dati Istat sulla componente dovuta alle imprese, la più rilevante perché rappresenta metà del totale dell’economia sommersa.

I dati sono stati incrociati con quelli contenuti nel Report aggregato antiriciclaggio dell’Uif, l’autorità nazionale antiriciclaggio, costruito grazie alle segnalazioni mensili delle banche, delle altre società finanziarie e degli intermediari su tutte le operazioni di importo pari o superiore a 15 mila euro. L’elaborazione ha esaminato una mole di informazioni impressionanti: nel 2019 Uif ha ricevuto oltre 108 milioni di record aggregati, corrispondenti a circa 359 milioni di singole transazioni (il 6,8% delle quali in contanti) per un valore di quasi 62 mila miliardi. L’analisi ha calcolato la quota delle operazioni in contanti (sia depositi che prelievi) sul totale delle operazioni realizzate in banca solo da imprese private non finanziarie. In Italia questo valore era pari in media al 3,8%, con il minimo a Milano (0,4%) e il massimo a Enna (12,3%).

Come risultato finale l’analisi ha calcolato la sottostima degli utili delle imprese, evidenziata dalla sottostima del loro valore aggiunto. La quota di valore aggiunto non dichiarato, in media, su base provinciale era pari al 18,9%, ma la sua dimensione variava notevolmente da provincia a provincia, tra il 6 e il 32%, ed è più alta nel Mezzogiorno.

Lo studio ha confermato che l’utilizzo del contante non è uniforme a livello nazionale e che a determinarlo sono il reddito, il numero di lavoratori autonomi e imprenditori di età superiore a 50 anni o, in alternativa, il numero di lavoratori autonomi. A usare di più i contanti sono le persone più anziane. Un fenomeno associato anche al boom di banconote e monete in circolazione, che a maggio ha toccato i 245 miliardi: 4.142 euro cash pro-capite per ogni adulto, secondo le stime mensili di Bankitalia sugli aggregati monetari. Un fenomeno in crescita durante la pandemia: dall’inizio del 2020 la liquidità circolante è cresciuta di circa 34 miliardi, +16%, aumentando anche quest’anno ma a ritmi più bassi, +3,4%.

Lo studio conclude che “il principale messaggio da recepire è che la riforma della soglia ha avuto l’effetto collaterale di allargare il sommerso: le nostre stime mostrano che dopo l’allentamento dei vincoli all’utilizzo del contante il valore aggiunto sottodichiarato è aumentato di circa mezzo punto percentuale, con una forchetta compresa tra 0,4 e 0,8%”.

L’analisi di Palazzo Koch arriva proprio mentre sta per concretizzarsi il nuovo taglio al cash. Dal primo gennaio scatterà la nuova riduzione all’uso del contante varata nel piano contro l’evasione fiscale voluto dal secondo governo Conte: dal primo luglio 2020 la soglia è stata ridotta agli attuali 2.000 euro e ora tornerà ai 1.000 euro stabiliti dal governo Monti nel 2011. La mossa serve ad asciugare l’acqua dove nuota il sommerso: secondo l’Istat, nel 2019 l’economia “non osservata” valeva 203 miliardi, l’11,3% del Pil, anche se in calo di oltre 5 miliardi dal 2018 (-2,6%).

La campagna nascosta di Casini, che promette tutto e il suo contrario

Nel 2009 un “Anonimo Romano” scrisse un libello di 160 pagine in cui si raccontava, in forma di giallo, il “grande gioco del Quirinale”. Un intrigo politico ambientato nel 2011 – a cui partecipavano inquietanti personaggi, dal prelato dell’Opus Dei a un emissario dei Servizi – che, tra omicidi e finti suicidi, si concludeva così: l’elezione al Quirinale del “Sempre Giovane”. Alias, Pier Ferdinando Casini. Dodici anni dopo siamo ancora lì. Ma stavolta più di allora. Perché il senatore Casini, ribattezzato non a caso “Pierfurby” da Francesco Cossiga, rispetto al 2009 non passa più le sue giornate a rinnegare quel Silvio Berlusconi che lo fece eleggere presidente della Camera nel 2001. Da qualche mese Casini ha iniziato la grande rincorsa del Quirinale. “E per farlo – dice chi lo conosce bene – non deve solo essere, ma anche sembrare, un arbitro imparziale”.

Lui, così, si muove. Felpatamente. Tra i corridoi e la buvette del Senato non si fa quasi più vedere. Entra in aula da ingressi laterali, vota e poi ritorna nel suo ufficio a palazzo Giustiniani. È lì che fa i suoi incontri. Casini vuole evitare i giornalisti. Non può permettersi di esporsi. Martedì scorso, per dire, era alla presentazione della biografia di Carlo Donat-Cattin all’Istituto Luigi Sturzo, in via delle Coppelle. Da Palazzo Madama distano 30 metri, il tempo di passare davanti a San Luigi dei Francesi. Ma lui voleva evitare domande indiscrete. Così, al ritorno, si è fatto venire a prendere da un’auto blu, ha girato l’angolo ed è sceso per andare a votare il ddl Zan. Già, il ddl Zan. Dopo l’affossamento della legge che ha certificato la nuova maggioranza centrodestra-renziani, Casini girava giulivo per i banchi. E andava dicendo: “Avete visto?”. Come dire: questa è la maggioranza che mi eleggerà al Colle. Si nasconde ma si muove, Casini. E tanto. È il candidato di Matteo Renzi ma il suo obiettivo è un altro: piacere a tutti. Il suo programma per salire al Quirinale lo si trova in una dichiarazione del 2013 prima del voto dei 101 che avrebbero impallinato Romano Prodi: “Sono amico di Prodi ma cercavamo un presidente che unisse tutti gli italiani e rischiamo di trovare un presidente che unisce il Pd”. L’Udc allora sosteneva Annamaria Cancellieri. Ma oggi il mantra di Casini è identico: “Serve una figura che unisca”. Pensando a se stesso, stavolta.

E così, da mesi, Casini pensa solo ad accontentare tutti. Ha speso una buona parola per ricordare quei democristiani che, in vita, sono stati suoi nemici storici nel partito. Lui, scuola dorotea di Antonio Bisaglia e poi allievo di Arnaldo Forlani, ha ricordato con eloquio magniloquente Giovanni Goria (“ha reso migliore l’Italia”), Mino Martinazzoli (“profeta della politica”) e perfino Aldo Moro (“Sapeva capire i bisogni della società”). Oggi “Pierfurby,” con i leader di partito, fa lo stesso. Dice loro quello che vogliono sentirsi dire. Ai centristi e ai cattolici dem propone il seggio fino al 2023: “Non sciolgo le Camere”. A Matteo Salvini, che ha incontrato un mese fa in Senato, dà garanzie: “Se vincete le elezioni, Palazzo Chigi va al centrodestra”. A Renzi di fare il king maker per il Colle e per i prossimi governi. La sua maggioranza di partenza è questa: centrodestra dal quarto scrutinio più i centristi (anche nel Pd). Spera nel caos, Casini. Anche la sua agenda è quirinalizia. A settembre ha ospitato i leader per parlare di Afghanistan, poi è andato con Marta Cartabia a Castenedolo con Renzi per ricordare Martinazzoli, infine la celebrazione di Donat-Cattin con Gianfranco Astori, consigliere per l’informazione di Sergio Mattarella . “Devo essere super partes” dice Casini. Qualcuno sa di che partito sia? No, non ha più incarichi nell’Udc dal 2016. Dopo l’elezione nel collegio di Bologna col Pd si è iscritto al gruppo delle Autonomie in Senato. Quello di Giorgio Napolitano. Come ricorda il suo amico-nemico Marco Follini non c’è una legge che porti il nome di Casini, non una causa che si è intestato. Per il Quirinale sono caratteristiche perfette. Sentite Giorgetti: “Casini non lo escluderei, d’altronde è amico di tutti, no?”.

Salvini ritorna su Draghi e si arrende al voto nel ’23

Giuseppe Conte, domenica, lo ha detto dritto: “Mario Draghi al Quirinale? Non possiamo escluderlo”. Un’apertura rumorosa, che si porta dietro un’incognita: cosa succederebbe in caso di elezione di Draghi? Si andrebbe al voto anticipato – ipotesi che Conte non vuole – oppure si potrebbe virare verso un premier con cui traghettare la legislatura al 2023, magari il ministro dell’Economia Daniele Franco (gradito ai 5S)?

Domande a cui ha risposto Matteo Salvini. Il contesto è l’anticipazione del libro di Bruno Vespa ma non è un caso che le parole del leghista siano uscite proprio ieri: “Draghi lo voterei domattina, ma sul Quirinale gli scenari cambiano ogni momento. È certamente una risorsa per il Paese, ma non so se voglia andarci”. E poi: “Se ci andasse, non credo che ci sarebbero le elezioni anticipate”. Concetto che Salvini va ripetendo coi suoi: se Draghi resta la sua prima scelta per il Colle, il leghista sa che i parlamentari non hanno alcuna voglia di urne. Meglio un nuovo premier. E Franco, Salvini potrebbe accettarlo perché “la forza della Lega potrebbe emergere di più”. Il ministro dell’Economia, dicono i leghisti, non ha la stessa autorevolezza di Draghi e i partiti avrebbero più spazio. L’uscita di Salvini però spacca il centrodestra. Secondo Giorgia Meloni Draghi si può eleggere se “dopo si va a votare” e a Salvini ha risposto il capogruppo di FdI Francesco Lollobrigida: “Il ritorno alle urne è una necessità”. Per Ignazio La Russa le elezioni non “sarebbero certe”. Da FI c’è irritazione: “Da giorni vuole B. al Colle e poi lancia Draghi. Non ci fidiamo”. Finita qui? No, perché ieri a Domani è un altro giorno, Luigi Di Maio l’ha buttata lì: “Molte forze politiche parlano di Quirinale perché vogliono elezioni anticipate fra quattro mesi. Non è il caso di Conte, che ha risposto a una domanda, ma di altri sì”. Nello specifico, raccontano fonti del M5S, Di Maio ce l’ha con Salvini e il centrodestra. Il ministro degli Esteri è convinto che il leghista non possa reggere fino al 2023 la pressione dell’ala di Giancarlo Giorgetti. E che soffra il sorpasso di FdI nei sondaggi.

Per questo nel M5S sospettano che Salvini in realtà cercherà un pretesto per il voto anticipato, chiunque vada al Colle. “Stanno convincendo anche Berlusconi” sussurrano. Ma Conte nei colloqui privati ripete che no, non è tempo di urne. Anche perché prima l’ex premier vorrebbe cambiare la legge elettorale, con il proporzionale.

Ddl Zan, Prodi smentisce Iv: “Andava votato”

I renziani provano a farsi scudo con Romano Prodi, che però si sfila. Si potrebbe brutalizzare così il dibattito di ieri intorno al ddl Zan, affossato in Senato dopo che Italia Viva, al pari del centrodestra, aveva chiesto di modificarne il testo.

Ieri i parlamentari di Iv hanno rilanciato parte delle dichiarazioni di Prodi a Che tempo che fa di domenica sera: “Sul ddl Zan era molto facile fare piccole modifiche, anche verbali, ma si è strumentalizzato il tutto. Si voleva creare l’incidente e l’incidente c’è stato”. “Parecchia gente deve a Iv delle scuse”, ha twittato Ivan Scalfarotto, con Davide Faraone che ironizza: “A Letta fischieranno le orecchie”. Entusiasmo frenato dopo qualche ora dallo staff di Prodi: “Considerato che si continua a strumentalizzare, si ribadisce che il presidente Prodi ha sostenuto che correzioni eventualmente considerate migliorative erano possibili, ma l’inspiegabile richiesta di non discutere articolo per articolo ha affossato il ddl. Va però aggiunto che Prodi, a puntuale domanda, ha risposto che il ddl si sarebbe potuto approvare anche in assenza di correzioni”.

“Da Grillo jr & C. forse usata droga dello stupro”

Ecchimosi alle braccia e alle gambe “compatibili” con “la costrizione esercitata dagli imputati durante il rapporto di gruppo”, e “incompatibili con i segni della pratica di kytesurf”. E un “blackout” della vittima, “compatibile” sia con “un’assunzione molto rapida di alcol a stomaco vuoto” che con “la droga dello stupro”, sostanza “particolarmente insidiosa in quanto costituita da liquidi inodori ed incolori, facilmente mescolabile alle comuni bevande, anche non alcoliche senza che la vittima se ne possa accorgere”. È lo scenario descritto da Enrico Marinelli, docente di Medicina Legale dell’Università Sapienza di Roma, e consulente di parte di S. J., la giovane che ha denunciato per violenza sessuale Ciro Grillo e i suoi tre amici – Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria – dopo una serata passata a Porto Cervo nell’estate del 2019. La consulenza è stata depositata negli ultimi giorni dall’avvocato della ragazza, Giulia Bongiorno, in vista della prosecuzione dell’udienza preliminare, fissata al tribunale di Tempio Pausania venerdì. “In linea puramente teorica – conclude Marinelli – non è possibile escludere l’uso di sostanze di questo tipo prima o in associazione con l’alcol”. Dopo i fatti, si legge nel rapporto, S. J. ha sofferto di sintomi “ascrivibili a un disturbo post-traumatico da stress”: “Insonnia costante, flashback, tristezza e pianto, paura delle conseguenze future, sensazioni di rivivere quanto accaduto. In particolare riportava un senso di soffocamento e di nausea connesse all’esperienza dei rapporti orali imposti e la percezione di rivivere il dolore genitale provato durante la violenza oltre a inappetenza e vomito. S. ha raccontato che sentiva un profondo senso di vergogna e umiliazione, faceva fatica a guardarsi allo specchio e continuava a piangere”.