Agenzia dello Spazio, la corsa per “blindare” il presidente

La pubblicazione della chiamata per la presidenza dell’Asi, l’Agenzia Spaziale Italiana, ha insospettito molti: arriva – secondo diversi scienziati, industriali e docenti – troppo presto (l’incarico dell’attuale presidente Roberto Battiston scade a maggio) e la presentazione delle candidature per il posto si conclude il giorno prima delle elezioni. Il Comitato che dovrà sottoporre la rosa di nomi al ministro dell’Istruzione, infatti, ha 60 giorni di tempo per indicare i cinque candidati prescelti (quindi potrebbe sceglierli anche ben prima di quella data o impiegare anche una sola ora) e serpeggia il sospetto che si possa riuscire a concludere la partita prima che si formi il nuovo Governo per cercare di confermare l’attuale presidente. Quindi da un lato c’è la stranezza di un bando che scade il giorno prima delle elezioni (pubblicato con quattro mesi d’anticipo, nel 2014 erano stati tre e mezzo), dall’altro c’è il divieto di presentazione della candidatura per chi è a meno di cinque anni dalla pensione.

Si legge infatti tra i requisiti per candidarsi: “Non sono ammissibili candidature di coloro che saranno collocati in quiescenza prima dei cinque anni dalla data di presentazione della domanda”. Un vincolo che esclude molti accademici e importanti studiosi italiani. Il testo rimanda a un decreto del 2014 che vieta di attribuire incarichi dirigenziali a chi sia in pensione. Sempre in tema di tempistiche, poi, la chiamata è arrivata prima della pubblicazione in Gazzetta (il 10 febbraio) della legge sul nuovo coordinamento delle politiche aerospaziali che di fatto passa a Palazzo Chigi. La legge prevede inoltre che il presidente in carica rediga entro sei mesi il nuovo Statuto dell’Agenzia. Elemento che potrebbe spingere per una conferma di Battiston.

L’Alcoa riparte col supporto dello Stato

Sta per iniziare l’era svizzera dell’alluminio sardo. Ieri al ministero dello Sviluppo economico è stata firmata la cessione dell’Alcoa – fabbrica del Sulcis chiusa nel 2014 – in favore dell’elvetica Sider Alloys. Il rilancio, accolto con favore da tutti i sindacati, prevede un piano di investimenti da 135 milioni di euro, per la maggior parte sostenuti con finanziamenti pubblici, e permetterà di reimpiegare 450 degli oltre 800 lavoratori mandati a casa dopo lo spegnimento. Non subito: il reinserimento sarà completato solo nel 2020, quando lo stabilimento raggiungerà la capacità massima e quindi la piena occupazione.

Si è così sbloccata una fase iniziata nel 2009 che ha avuto un enorme impatto sociale nell’area a Sud della Sardegna famosa per la produzione di alluminio. Qui l’Alcoa è presente dal 1996, quando ha acquisito l’impianto di Portovesme che – in mano a un’azienda a partecipazione statale – occupava mille addetti. Otto anni fa, però, l’Unione europea ha multato l’Italia perché aveva concesso agevolazioni per l’acquisto di energia. Così l’Alcoa ha prima avviato un’operazione per ridurre il personale ma poco dopo, nel 2012, ha dichiarato di voler chiudere, cosa che si è concretizzata nel 2014.

Nel frattempo, i vari governi hanno cercato nuovi investitori: tra il 2012 e il 2015, le trattative informali con la Glencore, multinazionale anglo-svizzera interessata a rilevare la fabbrica, non hanno portato ad alcun risultato. A fine 2015, la Sider Alloys ha iniziato i sondaggi, arrivando a presentare a marzo 2017 una formale proposta di acquisto, che il ministero dello Sviluppo economico ha accettato a luglio, quindi siamo arrivati alla firma di ieri. La fabbrica è stata presa da Invitalia, l’agenzia pubblica per l’attrazione di investimenti stranieri, e contestualmente ceduta a Sider Alloys. Il contratto di sviluppo prevede 92 milioni di euro messi a disposizione dallo Stato: 8 milioni a fondo perduto e 84 sotto forma di finanziamenti agevolati. Anche Alcoa ha messo una sua parte, per un totale di 20 milioni. Il contributo di Sider Alloys è di 23 milioni (5 milioni in macchinari).

Secondo i calcoli della Fiom, sono circa 500 i lavoratori rimasti, e sono coperti da un assegno sociale solo fino a giugno. Da luglio in poi, resteranno senza sostegni al reddito, per questo il sindacato ha chiesto che si faccia presto con il riassorbimento e che i lavoratori non perdano i diritti acquisiti prima di essere formalmente licenziati (a partire dal livello dello stipendio, ma sarà difficile perché formalmente si tratterà di neo-assunti). Il crono-programma prevede di partire con l’impiego di circa 180 persone, arrivare a 320 circa nel 2019 per chiudere nel 2020 con 380 dipendenti diretti e una settantina negli appalti.

Tutto il territorio del Sulcis attende che si passi ai fatti. Quella dell’Alcoa, tra l’altro, non è l’unica crisi industriale della zona: anche l’Eurallumina, fabbrica dove si estrae l’allumina dalla bauxite, attende il rilancio dai russi della Rusal, che dovrebbero garantire a 600 persone il ritorno al lavoro. Ieri però l’iter per far ripartire lo stabilimento ha subito un altro rallentamento e i lavoratori, nonostante le rassicurazioni del ministro Carlo Calenda, sono pronti a nuove proteste.

Thyssen, melina continua Berlino ri-salva i manager

Un altro stop e due condannati ancora liberi in Germania. Sono di nuovo ferme le pratiche per l’arresto dei due manager della ThyssenKrupp Acciai Speciali, l’amministratore delegato Harald Espenhahn e il consigliere d’amministrazione Gerald Priegnitz, ritenuti responsabili con altri quattro manager dell’omicidio colposo plurimo di sette operai nel rogo avvenuto nello stabilimento di Torino tra il 5 e il 6 dicembre 2007. Le ultime due sentenze, consegnate dall’Italia più di un anno fa, non bastano perché il magistrato tedesco incaricato della decisione vuole leggere tutti i verdetti emessi nelle varie fasi del processo. E molti di questi devono essere tradotti da interpreti esperti, che non è facile trovare.

Il 21 dicembre scorso il giudice della Corte distrettuale di Essen a cui era arrivata la richiesta di esecuzione inoltrata dalla locale procura generale ha stabilito che, “per effettuare un esame regolare” ai sensi della legge tedesca e poi decidere se procedere alla carcerazione, era necessario leggere tutte le sentenze del caso ThyssenKrupp, centinaia e centinaia di pagine. Vorrebbe capire bene perché la qualifica del reato sia passata dall’accusa di omicidio doloso con dolo eventuale, come impostata dai sostituti procuratori Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Traverso e riconosciuta dal tribunale torinese con pene altissime, alla meno grave incolpazione per omicidio con colpa cosciente stabilita dalla Corte d’appello nel 2013.

Quest’ultima impostazione era stata confermata nel 2014 dalla Cassazione, secondo la quale tuttavia i giudici di Torino avrebbero dovuto fare un nuovo processo d’appello soltanto per calcolare meglio la durata della pena. Così il 29 maggio 2015 nel secondo processo di secondo grado la corte stabiliva una condanna a nove anni e otto mesi per Espenhahn e a sei anni dieci mesi per Priegnitz.

Quella decisione è diventata definitiva il 13 maggio 2016 e pochi giorni dopo è cominciata la lunga partita per arrivare all’esecuzione della pena dei due manager tedeschi che, secondo gli accordi tra Italia e Germania in materia di giustizia, dovrebbero scontare nella loro patria la condanna rimanendo in carcere al massimo per cinque anni, pena massima prevista dal codice penale tedesco per questo tipo di reati.

Da allora, però, la partita è rimasta aperta. Prima la procura generale di Essen ha dovuto ottenere copia delle ultime due sentenze tradotte, quella della Cassazione e della Corte d’appello. Il ministero della Giustizia gliele ha inviate più di un anno fa, il 17 gennaio 2017, ma non sono bastate. L’8 maggio successivo dal Nord Reno Westfalia i giudici hanno chiesto lumi sulla contumacia per assicurarsi che i cittadini tedeschi fossero stati ben difesi. Le risposte fornite dall’Italia nel giugno scorso, però, erano andate perse negli uffici di Essen. Intanto lo scorso 5 dicembre a Torino si sono tenute le commemorazioni del decennale dalla tragedia e molte autorità, dal presidente della Regione Sergio Chiamparino al ministro della Giustizia Andrea Orlando, hanno chiesto alla Germania di rispettare la sentenza italiana. E invece il 21 dicembre il giudice della Corte distrettuale, incaricato di decidere sulla richiesta di esecuzione, ha chiesto altri documenti. Una richiesta irrituale, ma legittima.

Prima il 28 dicembre e poi ancora il 10 gennaio il ministero della Giustizia italiano ha inoltrato la domanda del giudice tedesco al procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo, che ha trovato due traduttori con le competenze necessarie. Servivano professionisti che padroneggiassero sia il linguaggio giuridico, sia quello tecnico connesso al mondo industriale e alla sicurezza sul lavoro. Un’impresa non facile. Ma la documentazione è sterminata e così la Procura generale sta cercando altri due traduttori con queste capacità per poter fornire al più presto le sentenze tradotte e portare al termine la questione che va avanti da ormai da un anno e mezzo.

Bollette mensili col trucco, l’Antitrust apre l’indagine

Una giornata di ispezioni ieri per le principali società di telefonia che operano in Italia e per Asstel, l’associazione confindustriale che le rappresenta. In mattinata, il nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanza ha fatto visita alle sedi delle aziende su richiesta del Garante della concorrenza, dopo gli esposti delle associazioni dei consumatori (Codacons) e di alcuni parlamentari dem (Morani, Malpezzi, Esposito e Rotta). Nel pomeriggio, l’Antitrust ha poi comunicato l’avvio di un’istruttoria: l’ipotesi dell’authority è che le compagnie abbiano fatto cartello sull’aumento tariffario dell’8,6 % dopo la reintroduzione dell’obbligo di fatturazione mensile anzichè ogni 28 giorni.

Tutto inizia nel 2015, quando i principali operatori telefonici (Tim, Vodafone, Wind) modificano il periodo di rinnovo delle offerte e passano da una cadenza mensile a una ogni quattro settimane (incassando di fatto 13 mensilità per un aumento di 1,19 miliardi ). Seguono proteste ed esposti delle associazioni e così viene discussa la necessità di tornare a una cadenza mensile: il ministero dello Sviluppo economico annuncia l’intenzione di introdurre l’obbligo con una norma.

Lo stop arriva a fine 2017. Problema: le società hanno di fatto conservato il beneficio aumentando le tariffe di pari importo. “Sulla base di informazioni pubbliche – scrive l’Antitrust nell’avvio del’istruttoria – risulta che il dialogo tra gli operatori telefonici, l’Agcom e il ministero è avvenuto per il tramite dell’associazione Asstel, che ha gestito l’interlocuzione per conto delle associate, tra cui Tim, Vodafone, Fastweb e Wind Tre”. Poi è arrivata la controffensiva. “Fonti di stampa apparse nei mesi di ottobre/novembre 2017 – scrive ancora l’Antitrust – hanno dato conto del fatto che, quando è stata chiara l’intenzione del legislatore, gli operatori telefonici hanno discusso in sede Asstel delle modalità di implementazione di tale obbligo sulla propria base clienti”. Tim, inoltre, con indiscrezioni in un articolo (mai smentito), aveva annunciato l’intenzione di rispondere all’obbligo di fatturazione con un aumento del 10% circa a carico dei clienti. “Nella medesima nota di stampa – si legge – si faceva riferimento a un fronte composto da Tim, Fastweb e Vodafone all’interno di Asstel e al perseguimento di un obiettivo ad allinearsi sui rincari”. Tim, Vodafone, Fastweb e Wind Tre, secondo l’Antitrust, hanno inviato quasi contestualmente, tra la fine del mese di gennaio e gli inizi di febbraio 2018, ai propri clienti una comunicazione “dall’identico contenuto” che li informava delle modifiche temporali di fatturazione. “Tutti e quattro gli operatori – scrive l’Antitrust – hanno precisato che tale rimodulazione tariffaria, benché comportante l’aumento dei singoli canoni (8,6%), non avrebbe modificato il prezzo annuale dell’offerta di servizi”.

Ieri, tutte le società – inclusa Asstel – hanno preso le distanze dai sospetti di pratiche anticoncorrenziali, garantendo la piena collaborazione per l’indagine e la massima trasparenza.

Morto Abdon Alinovi, una vita dedicata alla sinistra

È morto all’età di 95 anni Abdon Alinovi, esponente della sinistra, del Pci, prima, del Pds e dei Ds dopo. Lo rende noto l’amministrazione comunale di Napoli che esprime profondo cordoglio per la sua scomparsa, ricordando in una nota “una vita dedicata alla sinistra italiana, deputato e presidente della Commissione parlamentare Antimafia”. Nato a Eboli il 6 maggio 1923, Alinovi è stato segretario della Federazione del Pci napoletano dal 1955 al 1962. Entra nella direzione nazionale del partito nel 1963 come responsabile della Commissione Enti Locali e Autonomie e nel 1969 viene eletto segretario regionale del Partito comunista della Campania. Nelle elezioni politiche del 1976 l’esponente politico viene eletto deputato al Parlamento nelle Circoscrizioni di Napoli, con Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano, e Benevento-Avellino-Salerno. Sarà riconfermato nelle elezioni del 1979, del 1983, e nell’ 1987. Nominato nella nona legislatura presidente della Commissione Bicamerale Antimafia, Alinovi introdusse il concetto di “organizzazione eversiva” nel contrasto dei gruppi criminali organizzati in holding finanziarie.

“Mancino non ha mentito: è Martelli che ricorda male”

“Nicola Mancino è imputato per falsa testimonianza, ma per l’effetto mediatico è diventato l’emblema della trattativa”. Nell’aula bunker è il giorno degli avvocati Massimo Krogh e Nicoletta Piergentili Piromallo, difensori dell’ex ministro dell’Interno per il quale i pm hanno chiesto 6 anni di carcere. Ricordando il ruolo “secondario” del loro assistito, entrambi i legali esordiscono dicendo che “per lui, sentire il proprio nome accostato a quelli dei mafiosi, è stata una sofferenza”. Più ideologico l’intervento di Krogh che ha sferrato una critica radicale al processo sulla Trattativa: “Ha creato un grande rumore mediatico, ma sul piano del diritto non esiste”. Poi ha fornito la sua visione del patto Stato-mafia, in puro stile giustificazionista: “I carabinieri del Ros volevano ricattare lo Stato o volevano prevenire i morti per strada? Possiamo dire al massimo che sono vittime del ricatto”. Krogh ha quindi sostenuto che Mancino “è stato sempre a favore del 41 bis”. E ha concluso dicendo che “i pm hanno creato un processone: se si fosse intervenuti in sede politica lo avremmo evitato”.

Piergentili ha puntato sul contrasto tra Mancino e l’ex guardasigilli Claudio Martelli. Quest’ultimo dice che nel ’92 informò il politico avellinese delle iniziative “anomale” del Ros con Vito Ciancimino, cosa che Mancino ha sempre negato. Leggendo la sentenza del Tribunale che nel 2013 ha assolto Mori per il mancato blitz di Mezzojuso, l’avvocato ha sottolineato come la memoria di Martelli fosse ritenuta “non limpida”, e come quei giudici avessero concluso di non poter procedere, “sulle incerte indicazioni di Martelli”, nei confronti di Mancino. I legali hanno chiesto l’assoluzione e Krogh, in subordine, lo stralcio dell’ex ministro e la trasmissione degli atti dalla Corte d’assise al Tribunale di Palermo.

Pinotti salva la Piaggio Aero degli amici arabi: 766 milioni

Ci costa 766 milioni lo “spottone” pre-elettorale che fa pagare la ministra Pinotti in Liguria. E per evitare spiacevoli discussioni in Parlamento, lo manda alle commissioni Difesa a Camere chiuse, con i deputati e i senatori assenti e ovviamente distratti dalle loro rispettive campagne elettorali.

Si tratta dell’atto del governo 510 per l’acquisto di 20 velivoli a pilotaggio remoto, che qualcuno chiama “droni” con un’orribile conversione dall’inglese a un pessimo italiano maccheronico, dal costo di tre quarti di miliardo di euro per la nostra Aeronautica militare.

Il testo è atterrato sulla scrivania della Boldrini l’8 febbraio, ma sarà formalmente annunciato all’assemblea solo il 23 marzo 2018, cioè il giorno in cui si riuniscono le nuove Camere. Il termine per l’approvazione in base all’articolo, comma, legge eccetera è il 25 marzo, cioè due giorni dopo. Impresa impossibile per deputati e senatori che in buona parte sono nuovi.

Il fatto è che la Pinotti deve pagare due pegni. Uno agli operai della Piaggio Aero, i cui stabilimenti sono in Liguria e ai quali deve pur sventolare qualche promessa elettorale sperando che qualcuno se ne ricordi quando andrà a votare il 4 marzo. L’altro, più impegnativo, agli arabi di Mubadala, il fondo di investimento sovrano di Abu Dhabi, che possiede il 100 per cento delle azioni di Piaggio Aero e che ha recentemente accettato di immettere 255 milioni di euro per ricapitalizzarla e di riacquistare dalle banche la totalità del debito della società ligure.

Ma Abu Dhabi non è un benefattore disinteressato. Entrò a suo tempo nel capitale della società (ormai ex) italiana con in mente un obiettivo ben preciso: procurarsi dei velivoli a pilotaggio remoto per le proprie forze armate. Una tecnologia che gli arabi non avevano e ancora non hanno. La ristrutturazione della Piaggio, pilotata da Mubadala, prevede infatti la cessione ad altri dei progetti civili (il bimotore P-180) e della manutenzione dei motori e il solo mantenimento in Piaggio della linea militare.

Ma per dare forza e credibilità al programma militare era necessario che l’Aeronautica Militare facesse il primo ordine. E così è stato, una settimana fa con il progetto della Pinotti. Che i tempi dell’ordine siano stati congelati in funzione della “soddisfazione” degli emiri e degli incombenti tempi elettorali italiani ce lo dicono alcuni indizi contenuti nelle carte consegnate al Parlamento. Il programma vi arriva l’8 febbraio, guarda caso una settimana dopo che gli azionisti hanno approvato il piano industriale di Piaggio. Ma il programma dell’Aeronautica è del 2017 e avrebbe dovuto essere avviato molti mesi fa. Tanto che sulla premessa al decreto trasmesso alle Camere le date dei pareri che avrebbero dovuto essere espressi dalle Commissioni Difesa hanno giorno e mese in bianco mentre l’anno è indicato come 2017.

Il documento inviato alle Camere poi è così indefinito e frettoloso che non si capisce neppure quale sia il velivolo che la Difesa vorrebbe acquistare: se il P1HH di cui già esiste un prototipo anche se precipitato in mare al largo di Trapani nel 2016 durante alcuni test o il più moderno P2HH di cui ha parlato a novembre durante il salone aeronautico di Dubai il capo di stato maggiore dell’Aeronautica, generale Vecciarelli.

Attorno all’aereo un paio di mesi fa c’è stato anche un mini giallo spionistico, con Carlo Logli, nel 2016 amministratore delegato di Piaggio Aero, che secondo Il Giornale avrebbe accusato Alberto Galassi, suo predecessore alla testa della stessa Piaggio, di aver ceduto segreti militari agli arabi. L’articolo sparì immediatamente dall’edizione online del quotidiano e delle accuse di Logli non si è più saputo nulla.

LeU: “Via Imu, bollo e imposte sul capitale Patrimoniale unica”

L’imposta di equità. Il gruppo dirigente di Liberi e Uguali, presentando il programma economico, la chiama così: in sostanza è una nuova forma di imposta patrimoniale che mira a razionalizzare quelle esistenti. In sostanza LeU propone di abolire l’Imu sulla casa, il bollo auto e le imposte fisse sul capitale per fare spazio a “un’imposta sul patrimonio unica” e fare in modo così che ci sia “un’imposta su tutti i redditi, un’imposta d’equità”. Spiega Pier Luigi Bersani: “Sostituisce tutte le patrimoniali che ci sono, perché ci sono già adesso, a parità di gettito. Mettendo in più un elemento di equità, di progressività”. Tecnicamente, le imposte sul patrimonio esistenti – che valgono circa 30 miliardi per l’erario – vengono sostituite “con un unico prelievo personale progressivo a base patrimoniale con aliquote comprese tra 0% e 1% – si legge nel programma – Viene escluso un valore patrimoniale di base pari al patrimonio familiare del contribuente medio. Circa la metà dei contribuenti sarebbe così esclusa dal prelievo”. Dato un patrimonio complessivo di 9 mila miliardi di euro, quello imponibile per LeU sarebbe intorno a 6 mila miliardi, quindi un’aliquota media dello 0,5% farebbe recuperare il gettito attuale.

Ecco San Guido “assolto”: la chat per tornare in pista

Otto febbraio, un giovedì. Il Tribunale di Roma assolve Guido Bertolaso nel processo sugli appalti per il G8 in Sardegna. Guido assolto Bertolaso – nel giro di poche ore – crea un gruppo su Whatsapp chiamato “assolto”. E lì convoca amici, ex colleghi, giornalisti, politici per un’assoluzione collettiva di un’epoca in cui Guido non era “assolto”, ma più liricamente “San Guido”, protettore dell’efficienza governativa di Silvio Berlusconi, protetto di Gianni Letta e capo della Protezione civile. Bertolaso ritorna San Guido e saluta il pubblico selezionato sul telefono con una citazione di Gandhi: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. Più di recente, secondo le ricerche negli archivi, Luigi Di Maio ha scomodato Gandhi per accettare la guida del Movimento 5 Stelle. E adesso Bertolaso, sindaco mancato di Roma, può liberare l’istinto politico.

L’ex portavoce Silvia Cirocchi, compagna di Gianni Alemanno, è rapida a rispondere con un cuoricino. Anche il deputato Renato Brunetta, sempre loquace, omaggia l’amico con un cuoricino. Fabrizio Curcio, al vertice della Protezione civile fino all’estate scorsa, fa cadere cinque puntini sospensivi: “Chi sa non ha mai dubitato…..”. Pollici all’insù, altri cuori, abbracci normali, abbracci forti, abbracci a te e famiglia. Finché monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno e prima dell’Aquila durante la ricostruzione per il terremoto, invita a una riflessione profonda: “Io sono contento, ma chi può impedire a questi magistrati di rovinare le persone impunemente?”.

Il quesito precipita nel vuoto fra gli abbracci, sempre più avvolgenti e le faccine, sempre più stravaganti e le domande legittime: “Offri da bere?”. Tocca al senatore Maurizio Gasparri raccogliere lo spunto di monsignor D’Ercole: “La magistratura è il problema più grave del Paese”. Massimo Cialente, ex sindaco dell’Aquila e in lista al Senato per il Pd, elabora un pensiero d’affetto parecchio complesso e pure accorato: “Ti ricordo che quando rimanesti vittima del fuoco amico io, su carta intestata del Comune, ti espressi solidarietà e testimoniai la tua onestà. In quegli anni più volte in consiglio venivo attaccato per questo. Ma io ti ho conosciuto a fondo. Sei addirittura più matto e sognatore di me, ma sei onesto. L’ho detto ovunque. Oggi la tua gioia vale duemila, per me, in piccolo, vale almeno quaranta”. Cialente, scusi, perché soltanto quaranta?

C’è un po’ di nostalgia per quei tempi di San Guido, circola il desiderio di ripartire assieme. C’è chi suggerisce a Bertolaso di trasformarsi in conte di Montecristo e punire “traditori e denigratori”. C’è chi, invece, s’infuria: “Ma chi siete? Rompete i coglioni altrove. Non avete niente da fare?”, poi capisce chi scrive, e si scusa. Alcuni scappano in silenzio, “abbandonano” il gruppo – come Franco Gabrielli, successore di Bertolaso alla Protezione civile e oggi capo della Polizia – e forse si perdono l’intervento di Antonio D’Alì (si firma Tonino), che ancora non ha risolto i suoi guai con la giustizia: “Carissimo Guido, un grande abbraccio.

Pensando alle nostre grandi battaglie e alla vergogna di chi ha cercato di impedirle con armi improprie. Ma il tempo è galantuomo con i galantuomini”. Tracima di entusiasmo Angelo Borrelli, promosso direttore della Protezione civile dal governo di Gentiloni: “Poco fa a Barisciano (L’Aquila), in un momento ufficiale alla presenza di autorità nazionali e locali, ho detto che questa decisione giudiziaria ha reso dignità a tutti gli uomini e le donne della Protezione civile, decisione della quale non avevo dubbi essendo stato, come il mio Capo mi chiamava, il ‘ministro dell’economia del dipartimento’. Sono convinto che il modello a cui dobbiamo tendere è quello del 2009 con i dovuti aggiustamenti dettati dagli accadimenti successivi”.

Un paio di giorni dopo, si palesa l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex capo della Marina: “Otto anni di sofferenza per te e la tua famiglia, è arrivata l’ennesima assoluzione. Chi come me ha avuto il privilegio di operare con te, sa che meritavi e meriti solo la stima e la gratitudine del Paese che hai servito con passione e abnegazione. Onore a te combattente e prora al futuro”. Troppo al futuro. Perché Bertolaso ha lasciato il gruppo Bertolaso un’ora prima. Così non ha saputo di De Giorgi. Ma s’è risparmiato anche il bis di Brunetta con un pezzo sul “colpo di Stato del 2011 ai danni di Berlusconi” e altri messaggi dell’incontenibile Borrelli. Ci sono le prove: riecco San Guido assolto.

Dario è nei guai: illegittima l’aspettativa per la Oranges

Acheropita Mondera Oranges, capo dei magistrati contabili della Toscana, è stata convocata a Roma per essere sentita dal procuratore generale della Corte dei conti che sta verificando se avviare un procedimento disciplinare o una sua possibile incompatibilità ambientale. Lei, del resto, è tenuta a valutare e indagare anche l’operato del sindaco di Firenze, Dario Nardella. Ma il primo cittadino lo scorso ottobre ha avuto la brillante idea di assumere per chiamata diretta, Celeste Oranges, la 28enne figlia del magistrato, nonostante fosse appena stata esclusa da un concorso pubblico indetto dal Comune, piazzandosi 600esima. Non solo. Dopo averle assegnato l’incarico da 47 mila euro annui per un impegno di 36 ore settimanali, alla giovane è stata riconosciuta una aspettativa retribuita di 150 ore per motivi di studio. E questo è un privilegio riservato al personale organico secondo quanto stabilito dal contratto collettivo nazionale di lavoro del 14 settembre 2000, comparto Regioni e autonomie locali. L’articolo 15, nello specifico, concede ai tempi determinati permessi massimi di 15 giorni e solo in caso di matrimonio.

Sul tema c’è una vasta giurisprudenza. Insomma: la vicenda, svelata dal Fatto, rischia di finire anche in Procura. E su questo fronte si stanno già muovendo alcuni consiglieri di opposizione a Palazzo Vecchio. Nel frattempo Nardella dovrà risponderne in aula, seppure abbia firmato la nomina da capo della città metropolitana. Questo è quanto ha chiesto ieri Silvia Noferi del Movimento 5 Stelle. Lunedì il primo cittadino dovrà fornire risposte. Intanto anche Fratelli d’Italia, con il capogruppo in Comune Francesco Torselli e il capolista alla Camera Giovanni Donzelli, si scagliano contro Nardella: “La persona assunta avrebbe dovuto occuparsi dell’applicazione del cosiddetto ‘patto per la sicurezza’, adesso abbiamo capito la ratio dell’accordo sottoscritto dall’amministrazione fiorentina con il ministro degli Interni Minniti: distribuire poltrone. La spudoratezza del metodo renziano ha da tempo superato ogni limite, una gestione del potere degna dei totalitarismi peggiori”.

Nell’entourage del sindaco vige un ferreo “no comment”. Ieri il primo cittadino ha evitato di rispondere alle domande. Ma per lui è stata una giornata difficile: fuori dal suo ufficio, in piazza della Signoria, si sono riversati centinaia di fiorentini con un piatto di carta in mano. Occasione: un flash mob proprio nei confronti di Nardella. Il sindaco aveva infatti garantito che la tramvia sarebbe stata inaugurata il 14 febbraio “altrimenti pago una cena ai fiorentini”. Scommessa persa. Fra l’altro proprio quella tramvia che ha visto lievitare i costi fino a 54 milioni al chilometro e che potrebbero diventare addirittura 68 se sarà accolto l’arbitrato delle aziende. Opera sulla quale dovrebbe vigilare la magistratura contabile guidata da Acheropita Mondera Oranges.