Finto complotto. Eni Funzioni e stipendio sospesi al pm Longo

Sospensione dalle funzioni e dallo stipendio per l’ex pm di Siracusa Giancarlo Longo, arrestato il 7 febbraio con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione su richiesta della Procura di Messina. Lo ha deciso ieri la Sezione disciplinare del Csm. Longo, che alcuni mesi fa è stato trasferito in via cautelare dal Csm al Tribunale civile di Napoli, è accusato di aver pilotato a Siracusa fascicoli di indagine, in cambio di soldi e regali lussuosi, per favorire clienti eccellenti di due avvocati, Piero Amara e Giuseppe Calafiore, anche loro arrestati. L’ex pm con l’avvocato Amara avrebbe provato a danneggiare l’inchiesta milanese sull’ad dell’Eni Descalzi, accusato dal pm De Pasquale di corruzione internazionale in Nigeria. Nulla di deciso, ancora, per quanto riguarda il procuratore di Siracusa Francesco Paolo Giordano, non indagato. La Prima Commissione ieri doveva votare sul suo trasferimento per incompatibilità ambientale, data la sfiducia che nutrono i suoi pm per il comportamento, dicono, troppo morbido nel guidare l’ufficio, ma ha rinviato a lunedì.

Ma se passasse così tanti boss uscirebbero dal regime di 41 bis

L’intervento in Commissione al Senato del procuratore aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita, ex direttore dell’ufficio detenuti, sul tema dell’ordinamento penitenziario, che attende il via libera definitivo

La disposizione che presenta maggiori problemi interpretativi e potrebbe dar luogo a “pericolose” conseguenze è rappresentata dall’art. 7 del decreto che introduce l’art. 4 ter dell’ordinamento penitenziario. (…) Tale disposizione che prevede per legge il cosiddetto “scioglimento del cumulo”, per la genericità della sua formulazione e per la sua collocazione fuori dal 4bis (ossia all’esterno della norma che specificamente prevede il divieto di accesso ai benefici) sembrerebbe potersi applicare a tutte le possibili situazioni più favorevoli – non solo ai benefici penitenziari – e dunque potrebbe incidere sui presupposti di applicazione dell’articolo 41bis, trasformandosi in un possibile varco attraverso il quale una abbondante fetta di detenuti di mafia uscirebbero dal regime speciale. (…) V’è da ricordare come già nel 2002 – all’indomani della introduzione della prima riforma del 41bis – alcuni tribunali di sorveglianza operarono lo scioglimento del cumulo (istituto normalmente applicato ai benefici penitenziari), anche rispetto ai presupposti di applicazione del 41bis.

Ne conseguì una piccola frana che portò complessivamente – per questa e per altre ragioni interpretative – all’annullamento di oltre 70 decreti di 41bis (ma v’è da dire che non tutti i tribunali applicarono lo scioglimento del cumulo ai 41bis, alcuni di essi si rifiutarono).

(…) Successivamente il legislatore del 2009 introdusse la modifica sopra richiamata. (…) Oggi questa norma rischierebbe di superare la disposizione del 2009 (…), finendo per incidere pesantemente sui presupposti di applicazione del regime speciale. (…) Con riferimento alla soluzione adottata nel decreto – che consiste nel mero abbattimento dello sbarramento ai beneficio che prima era previsto per coloro che rispondono dei delitti del 4bis – si può formulare qualche osservazione. Innanzitutto le sentenze della Corte (…) censuravano l’eccessiva eterogeneità del 4bis che “contiene reati di diseguale gravità”, rilevando come fosse particolarmente delicata la questione tutte le volte che il bilanciamento di interessi (…) potesse includere per l’appunto soggetti estranei.

La Corte non negava questa possibilità di bilanciamento, ma pretendeva che operasse in modo più rigoroso. (…) Inoltre le pronunce della Consulta sono centrate sulle detenute madri giacché affrontano in modo diretto la questione del rapporto madre-figlio; si è deciso invece di estendere questa possibilità anche ai padri. E così i detenuti di mafia uomini, con pena residua fino a 4 anni, vedrebbero la concreta possibilità di essere ammessi al beneficio qualora abbiano prole sotto i dieci anni o affetta da disabilità e la madre sia morta o assolutamente impossibilitata a occuparsene. La norma pone seri problemi di ordine pubblico, nella misura in cui consente a esponenti di mafia, anche pericolosi, di ottenere la possibilità di uscita dal carcere al determinarsi di condizioni impeditive del ruolo della madre. (…)

Per quanto riguarda il clima interno agli istituti, dal 2011 – sul presupposto dell’adeguamento a parametri europei – sono stati adottati una serie di interventi legislativi ed amministrativi che hanno modificato le caratteristiche della vita penitenziaria. Alcune disposizioni attengono alle concrete modalità di circolazione all’interno delle strutture ed in particolare hanno introdotto il cosiddetto regime aperto, che consente la libera circolazione dei detenuti fuori dalle camere detentive ed all’interno della sezione durante le ore diurne. Questa innovazione era stata introdotta (…), prevedendo che fossero i responsabili di polizia caso per caso a stabilire chi potesse essere ammesso al regime aperto. Poi (…) è stato aperto a tutti, anche a soggetti dei quali non era stata preventivamente valutata la pericolosità. Solo recentemente è stata prevista la possibilità di riportare a un regime chiuso i pericolosi.

(…) Un altro problema è la mancanza di qualunque connessione tra le opportunità previste per i detenuti attinenti ai maggiori spazi da fruire, a intrattenimento, ad affettività e la risposta alla proposta di rieducazione. (…) Se non si bilancia il sistema, pure le disposizioni ispirate da sacrosante intenzioni di civiltà rischiano di accreditare una rieducazione autogestita, sindacalizzata, imposta agli operatori, produttiva di pretese che si scontrano con la realtà della scarse, o inesistenti, risorse.

Tempo scaduto: nessuna riforma per le carceri

I decreti attuativi ci sono, il Consiglio superiore della magistratura ha appena dato l’ultimo parere positivo (pur con qualche distinguo) che mancava, ma la riforma dell’ordinamento penitenziario non è ancora legge. Nonostante le promesse dei governi Renzi e Gentiloni e le assicurazioni di Andrea Orlando. E anche se è ancora in vigore quella di 40 anni fa. La riforma restringe le preclusioni automatiche e prevede – rispetto a ora – una possibilità più ampia di ottenere forme di detenzione alternativa, permessi premio, e collegamenti vari con la realtà esterna. Mantenendo il doppio binario: non è permesso per i reati di mafia, terrorismo, e una serie di altre categorie gravi.

E lasciando la decisione al magistrato di sorveglianza. Le critiche principali che sono arrivate riguardano proprio il fatto che sarebbero state allargate troppo le maglie delle pene alternative. E così il tutto si è fermato.

Il governo per gli affari correnti sta lavorando più che a pieno regime in queste settimane che mancano alle elezioni, ma i problemi arrivano dalle Camere (sciolte). Le Commissioni Giustizia di Camera e Senato hanno audito una serie di esperti: dai magistrati al Procuratore nazionale antimafia al direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Tutti hanno fatto dei rilievi, che sono stati in parte recepiti dalle Commissioni. Così, il testo è stato riscritto. E adesso, tocca al governo riformularlo. Se non accetta in blocco i rilievi arrivato dal Parlamento deve rispedire il testo alla Camere, che avranno 10 giorni per intervenire. Dunque, a meno che il governo non dica sì su tutta la linea, non ci sono i tempi tecnici. E tanto meno ci sono in campagna elettorale.

Però il ministro della Giustizia non dispera. L’idea resta quella di far approvare la riforma dopo il voto. Tecnicamente, fino all’insediamento del nuovo Parlamento è possibile, ma sarebbe una situazione decisamente ai limiti.

Intanto, a fronte di molti critici c’è anche chi si sta spendendo per l’approvazione. Rita Bernardini ha iniziato il digiuno 4 settimane fa. E l’Unione delle camere penali ha indetto una manifestazione per chiedere al governo la sollecita approvazione definitiva. Si tratta di una “grande riforma organica” con cui, “dopo oltre quaranta anni, si è tornati a porre la finalità rieducativa ed il reinserimento sociale del condannato al centro della legislazione penale”, la motivazione dell’Ucpi.

L’impressione è che ormai si sia davvero fuori tempo massimo.

64 tra attori e registi chiedono le dimissioni di Bergamo e Guerrini

La questione del Cinema America e della rassegna estiva in Piazza San Cosimato da polemica romana è diventata un fatto nazionale. Contro l’assessore (e vicesindaco di Virginia Raggi) Luca Bergamo e la consigliera dei 5 Stelle Gemma Guerrini è sceso in campo metà dello star system nazionale. Sono in 64, tra attori e registi, a chiedere le dimissioni di Bergamo e Guerrini. Tra di loro Checco Zalone, Luca Zingaretti, Luigi Lo Cascio, Daniele Luchetti, Paolo Sorrentino, Francesca Archibugi, Neri Marcoré, Mario Martone, Marco Tullio Giordana, Lorenzo Mieli, Ferzan Özpetek, Gabriele Muccino e Paolo Virzì. Al centro della richiesta, la decisione di Bergamo di inserire nel bando dell’estate romana lo spazio di piazza San Cosimato dove negli ultimi anni si è svolta la kermesse di cinema all’aperto organizzata dai ragazzi dell’America. E le parole scritte dalla Guerrini mercoledì in un post su Facebook, nel quale la 5 Stelle si chiede “cosa ci sia di così altamente culturale nella riedizione di vecchi film”, e definisce “feticismo, la reiterata proiezione, giorno dopo giorno, di vecchi film che hanno in comune soltanto il fatto di essere famosi”.

Minniti e il governo di unità nazionale: “Se c’è il Pd, va bene”

Il ministro dell’Interno Marco Minniti non si nasconde. Le larghe intese non sono un problema, spiega a Bruno Vespa durante la puntata di Porta a Porta di ieri sera: “Farei parte di un governo di unità nazionale? Assolutamente sì, purché ci sia anche il mio partito. Lo considererei un giudizio positivo sul mio operato”. L’attuale titolare del Viminale dunque ambisce alla riconferma. Ed è già proiettato agli scenari del post voto: “Ora siamo in piena competizione elettorale – ha aggiunto – ma dal 5 marzo la partita è nelle mani solide ed equilibrate del presidente della Repubblica e spetterà a lui dare una soluzione alle grandi questioni che si porranno”. Mentre Matteo Renzi continua a negare lo scenario più ovvio, quello della grande coalizione, uno dei suoi ministri più popolari lo evoca senza timidezze. Ma dopo i malumori per le scelte del segretario sulle candidature, ora Minniti nega di avere problemi con Renzi: “C’è un momento in cui si discute, come nel caso delle liste, poi c’è la partita elettorale in cui si combatte per il consenso e si fa gioco di squadra in un partito che si riconosce nella sua leadership”.

Grafica Veneta è uscita dall’Editoriale Il Fatto Spa

La Società Editoriale Il Fatto comunica che il giorno 14 febbraio presso lo studio notarile Paone si è chiusa l’operazione di acquisizione di azioni proprie da parte dell’editoriale. L’azionista Grafica Veneta, rappresentata dall’amministratore delegato Giorgio Bertan, ha infatti ceduto la propria quota del 4% alla Società Editoriale Il Fatto, rappresentata dall’amministratore delegato Cinzia Monteverdi. L’uscita di Grafica Veneta è da ricondurre alla recente candidatura politica di Fabio Franceschi. L’operazione si è chiusa di comune accordo tra le parti in quanto entrambe hanno ritenuto le rispettive posizioni difficilmente conciliabili. La candidatura politica, in qualsiasi partito, di un azionista della Società Editoriale non è compatibile con i principi fondamentali di libertà d’informazione ai quali Il Fatto Quotidiano si ispira fin dalla nascita. Ugualmente per il presidente di Grafica Veneta, Fabio Franceschi, era opportuno portare a compimento l’uscita dall’Editoriale per consentirgli di proseguire il proprio percorso politico senza conflittualità alcuna e nel pieno e reciproco rispetto delle scelte e opinioni. I tempi e modi nei quali è stato possibile completare l’uscita dalla compagine sociale di Grafica Veneta hanno dato ulteriore conferma degli ottimi e corretti rapporti instaurati negli anni fra le aziende e le persone che le dirigono. Cinzia Monteverdi tiene infine a precisare che l’uscita di Grafica Veneta non modifica i rapporti di collaborazione tra le parti, essendo l’azionista cedente nota impresa leader nel settore della stampa e della rilegatura e a oggi fornitore della Editoriale Il Fatto per la stampa dei libri con marchio PaperFIRST. Grafica Veneta dunque continuerà a essere un valido fornitore per l’alta qualità dei servizi offerti sempre dimostrata.

I militanti l’assolvono, ma la Sarti si fa da parte

I l tour del “capo politico” 5 Stelle fa tappa in Emilia Romagna. Nei travagliati giorni del Movimento, scosso dalla grana dei rimborsi mancanti, caso vuole che Luigi Di Maio arrivi a Rimini per l’unico appuntamento elettorale nella regione “del voto d’apparato” (la definirà così dal palco Max Bugani), poche ore dopo la denuncia in questura della deputata riminese Giulia Sarti, assente alla kermesse, coinvolta nella vicenda dei mancati bonifici al Fondo per le piccole e medie imprese. Il suo nome era comparso nella lista diffusa dalle Iene, ma non su quella di “proscrizione” con cui Luigi Di Maio annunciò l’espulsione di otto candidati. In serata però, fonti del Movimento, riferiscono che la posizione di Sarti è in bilico: “Al 99% è fuori”.

E infatti poco dopo arriva la conferma: Sarti sarebbe decisa a un passo indietro, una sorta di autosospensione. Evidentemente non è bastata a chiarire tutto l’accusa all’ex fidanzato: secondo Sarti, Bogdan Andrea Tibusche, con cui aveva avuto una relazione di quattro anni e a cui aveva demandato la contabilità, non aveva provveduto al versamento dei bonifici per un totale di 23mila euro.

Quando arriva Di Maio, comunque, al Palasport di Igea Marina di Giulia Sarti non c’è traccia e il candidato premier M5S, tra gli applausi di un migliaio di militanti accorsi fin da Campobasso, si limita a un generico “chi ha sbagliato pagherà” e ribadisce che le mancate donazioni saranno un “boomerang” per gli altri partiti: “Sono orgoglioso di un movimento in cui chi non mantiene le promesse è fuori: non lo facciamo ministro o sottosegretario”, ripete. “Siamo stati l’unica forza politica in questi anni a fare le donazioni. Abbiamo donato: chi non lo ha fatto non ha mantenuto gli impegni e va fuori. Ma da noi è un’eccezione, negli altri è la normalità”. Poi passa al contrattacco: “Ai leader di tutte le forze politiche ho chiesto di firmare un atto di impegno per votare il dimezzamento degli stipendi dei parlamentari e la rendicontazione dei rimborsi. Io l’ho già firmato”, legge dal palco mentre la base in platea risponde con gli applausi.

Assente in sala, l’affaire Giulia Sarti è presente in spirito, ma ai militanti basta l’assoluzione (ufficiale) di Di Maio & C: “Una ragazza straordinaria come tutti gli altri, dovreste smettere di fare domande”, la assolve Lidia, 50 anni, attivista della prima ora: “Saranno i probiviri a stabilire se ha ragione oppure no. Se ha sbagliato, pagherà, altrimenti resta”. “È come il commercialista che ti deve tenere i conti, fa un errore e ci rimette il cliente – minimizza Claudio – Il suo è stato un errore da incosciente, non in malafede”. “È come dirsi cattolici e non essere praticanti. Il Movimento 5 Stelle non può controllare tutti”, sentenzia Antonio,60 anni, costretto a fare il pizzaiolo nel weekend per sperare nella pensione: “E poi forse hanno fatto bene a tenersi i soldi: tanto poi se li mangiano sempre gli altri…”.

E Calenda continua a farsi campagna col tavolo per Roma: ora lo fa saltare

La nuova puntata della polemica tra Carlo Calenda e Virginia Raggi si consuma a due settimane dalla chiusura della campagna elettorale per le elezioni politiche. Il tema è sempre lo stesso, il tavolo su Roma. Il canovaccio della disputa anche: il ministro dello Sviluppo economico che scrive una lettera dai toni irritati per “l’immobilismo” del Campidoglio ai lavori del tavolo, la missiva che puntualmente plana in anteprima sulle pagine dello stesso quotidiano e la sindaca che risponde per le rime, stavolta parlando di “bluff” del Mise. Così, mentre le due istituzioni si scontrano verbalmente, delle risorse aggiuntive per le infrastrutture di cui la Capitale avrebbe enorme bisogno continua a non esserci traccia.

Era il 17 ottobre dello scorso anno quando il tavolo per Roma, convocato da Calenda, si è riunito la prima volta al ministero per far dialogare istituzioni nazionali e locali, parti sociali e associazioni di categoria. Sono passati quattro mesi ma ancora non sono chiari né l’entità delle risorse realmente sul piatto – finora si è parlato di cifre comprese tra 1 e 3 miliardi di euro – né i tempi per spenderle. In larga parte comunque si tratta di fondi già stanziati su carta per singole opere, ma mai spesi.

Ieri Calenda è tornato a incalzare la Raggi via lettera accusando una “mancanza di capacità reattiva” del Campidoglio che potrebbe precludere “l’utilizzo delle risorse” del tavolo. Nella prima replica la sindaca ha sostenuto che “a due settimane dal voto si torna a promettere 1 miliardo per Roma, dopo cinque anni in cui il governo si è dimenticato della Capitale”. Replica del ministro: “La risposta della sindaca conferma che l’unica strada per evitare di continuare a sprecare tempo e risorse è quella di chiudere il tavolo. Evidentemente ritiene di non aver bisogno di aiuto”. La Raggi gli risponde, stavolta via social: “È bastato chiedere contezza del miliardo annunciato e mai stanziato dal Mise per scoprire che quello di Calenda è soltanto un bluff pre-elettorale, per noi il tavolo va avanti”. E poi accusa, parlando di “fondi che, alla prova dei fatti, sembrano non esistere”.

Insomma, Calenda sembra voler utilizzare la situazione in chiave elettorale sfruttando la timidezza del Campidoglio a 5Stelle sui dossier delle grandi infrastrutture, materiali e immateriali. Niente di più facile che, con l’avvicinarsi delle urne, le gambe del famigerato tavolo su Roma continuino a scricchiolare.

“Non lavoravo più, rischiavo di chiudere il mio studio legale…”

“Ho sbagliato, so di avere fatto una cazzata. Ma so anche di non essere una persona spregevole. E al Movimento ho dato tanto”. La voce di Maurizio Buccarella, senatore uscente del M5S, uno degli otto colpevoli di restituzioni mancate (“ma sono donazioni”) vacilla un po’. Sono i giorni più difficili, con gli attivisti e i colleghi che vorrebbero spiegazioni e giornali e tv a rilanciare le cifre del caso. Per Buccarella, avvocato leccese di 53 anni, si tratta di oltre 130mila euro non restituiti.

Buccarella, perché?

Tutto questo mi è successo perché stando in Parlamento mi sono reso conto che l’impegno da eletto mi assorbiva quasi sette giorni su sette. Non rimaneva tempo né possibilità di poter seguire la mia attività professionale.

È un problema comune a tanti avvocati eletti in Parlamento.

Lo so, ma io sono un piccolo avvocato, non sto in un grande studio con altri soci. E non ho mai avuto appoggi politici o incarichi in società o di altro tipo.

Sta dicendo che l’incarico da senatore ha danneggiato la sua attività?

Le faccio un esempio: a breve verrò cancellato dell’elenco dei difensori d’ufficio. E per me era una fonte di guadagno importante.

Ma prima di entrare in Parlamento non immaginava che sarebbe potuto accadere?

Non mi aspettavo un impegno così totalizzante. E nel frattempo avevo i costi fissi da affrontare per la mia professione, di fatto congelata.

Però in questi anni ha percepito uno stipendio mensile di 3.300 euro netto. E non è una cifra bassa.

Lo so, ma non è questo il punto. In certi anni avevo guadagnato di più, in altri di meno. Ma il tema è che ho gradatamente perso il mio lavoro e il mio posto nella società civile. E per i liberi professionisti o i piccoli imprenditori questo è un vero problema.

I suoi colleghi nel M5S condividevano con lei queste preoccupazioni, ne parlavate?

Sono considerazioni che sono state fatte con alcuni. Anche per questo, penso che le nostre regole sui tagli alle retribuzioni e il sistema stesso delle rendicontazioni non vadano bene. I parlamentari del M5S potrebbero applicare tagli forfettari alle loro retribuzioni, senza sottoporsi a folli raccolte di scontrini e ricevute, e calibrando tutto sulle singole situazioni personali e lavorative. Io non sono un dipendente pubblico in aspettativa.

Intanto però lei ha trattenuto donazioni per una cifra considerevole.

Vorrei ricordare che in 5 anni ho donato più di 100mila euro. Probabilmente la stessa cifra di diversi colleghi che sono risultati in regola. Dopodiché sono cifre che ho tenuto nel corso del tempo, senza donarle.

Perché inizialmente ha dichiarato di avere commesso una leggerezza solo su tre bonifici?

Quello che avevo scritto su quei tre bonifici era vero, anche se non era tutto. Ho provato un sentimento umano, quello della paura.

Lei ha rotto un patto di fiducia con il suo Movimento, e con gli attivisti.

Non mi sto assolvendo. Quello che le ho detto non giustifica i miei errori e la violazione di questo patto. E ricordo che mi sono subito autosospeso. Attendo quanto deciderà il collegio dei probiviri.

Lei potrebbe essere comunque eletto, essendo secondo in collegio plurinominale per il Senato.

Sì, è possibile.

Cosa le stanno dicendo gli attivisti, i colleghi?

Ho cercato di rimanere da solo in questi giorni. Ovviamente ho ricevuto diversi insulti, ma anche tanta vicinanza e messaggi di stima. La gente sa che sono una persona perbene. E io sono convinto di esserlo.

Piovono massoni: il M5S ne ha in lista tre (e li caccia)

Non c’è più pace, per i 5Stelle. Ogni giorno è trincea, e così di giovedì scoprono di avere altri due massoni in lista, uno a Lucca e uno a Reggio Calabria, che si aggiungono a quello già scoperto nella Campania di Luigi Di Maio. E allora M5S deve ancora una volta sconfessare suoi candidati, annunciare che “non fanno più parte del Movimento e che gli verrà chiesto di rinunciare al seggio”, atto impossibile giuridicamente, ma tanto è già paradosso.

Poi ci sono sempre Le Iene, il programma tv che ha aperto lo squarcio sulla restituzioni mancate: fanno sapere sul loro sito che i parlamentari bugiardi sarebbero 14, quasi il doppio degli otto “condannati” da Di Maio. Però i dettagli arriveranno nei prossimi giorni, “perché prima vorremmo chiedere conto a queste persone”. E saranno altri giorni sulla graticola per il M5S. Dove nel frattempo Davide Casaleggio cambia i soci dell’associazione Rousseau, che gestisce l’omonima piattaforma web, i dati sensibili e a breve anche tanti soldi dei futuri eletti. L’europarlamentare David Borrelli, dopo aver lasciato martedì in un amen il M5S, ieri mattina si è dimesso pure dall’associazione, pare per telefono. E allora al suo posto entrano Pietro Dettori, l’uomo macchina della Casaleggio, e soprattutto Enrica Sabatini, capogruppo a Pescara. Da ieri, la donna più potente del Movimento. Però a tenere banco sono i nuovi massoni. Perché non c’è più solo l’avvocato Catello Vitiello, candidato alla Camera nel collegio Campania 3.

Piove pure Piero Landi, che corre nell’uninominale per Montecitorio a Lucca. A scoprirlo è il Foglio, che lo racconta come iscritto alla loggia Francesco Burlamacchi, ma “in sonno“ dallo scorso 5 febbraio. Sentito dal quotidiano, Landi aveva smentito. Ma in giornata il M5S decide di metterlo alla porta. Lo accusa di aver mentito due volte: “Ce lo aveva presentato un imprenditore molto stimato e gli avevamo chiesto subito se era massone, domanda che poniamo di prassi. Ma aveva negato. In seguito si era appreso che Landi aveva un amico in una loggia, ed eravamo tornati a chiedergli conto.

Ma ha negato tutto, e ha pure fatto un post elogiando l’importanza della ‘lotta contro le mafie e la massoneria’”. Il post è datato 2 febbraio. Intanto arriva notizia di un altro massone nelle liste: Bruno Azzerboni, ordinario di elettrotecnica all’università di Messina, candidato nell’uninominale a Reggio Calabria. Così arriva una nota che invita i due a rinunciare all’elezione. Ma con loro il conto dei candidati sconfessati sale a dieci. Perché c’è anche l’ex consigliere comunale a Frascati Emanuele Dessì, secondo in un collegio del Lazio, quindi probabile eletto. Assieme a sei parlamentari coinvolti nelle donazioni mancate. Tra cui tre capilista, Andrea Cecconi, Carlo Martelli e Silvia Benedetti, che in Parlamento entreranno di sicuro. E poi c’è Maurizio Buccarella, secondo in un collegio per il Senato, anche lui con ottime possibilità di entrare. Non dovrebbero invece avere possibilità i tre massoni.

Ma lo scenario è surreale. Mentre il senatore Nicola Morra, il big del M5S in Calabria, precisa: “Non conoscevo Azzerboni e non ho preso parte alla procedura per selezionarlo”. Intanto ribattono un colpo Le Iene, sul loro sito: “I parlamentari morosi sarebbero 14, e alcuni avrebbero escogitato un altro giochino originale per trattenere più soldi: non il solito metodo di annullamento del bonifico appena inviato”. Ma niente nomi, per ora. Dal M5S però ostentano tranquillità: “Il programma conteggia anche persone da noi scagionate, quindi al limite sarebbero tre. Ma potrebbero essere semplici errori”.

Infine c’è Casaleggio, che ieri mattina riesce finalmente a parlare con il transfuga Borrelli, l’ex “numero 3 del M5S” secondo Massimo Colomban, con cui dovrebbe formare un nuovo movimento (ma Colomban all’Huffington smentisce). E l’eurodeputato avrebbe usato toni gentili, concilianti. Però ora è fuori. E l’associazione Rousseau cambia assetto: perché assieme al figlio di Gianroberto e al consigliere comunale a Bologna Max Bugani ora come nuovi soci ci sono Dettori e Sabatini. Entrati senza passare dal notaio. “Dovrebbe bastare un semplice verbale firmato dagli altri due soci” dicono. Tanto il presidente e tesoriere resta Casaleggio. E deciderà tutto lui, come sempre.

@lucadecarolis