Piacenza, arrestati i due che picchiarono il carabiniere

Sono statiarrestati gli autori del pestaggio di un carabiniere, avvenuto durante la manifestazione antifascista organizzato dal collettivo ControTendenza contro l’apertura della sede di Casapound, corteo a cui avevano partecipato militanti della sinistra antagonista provenienti da diverse città del Nord Italia. Gli arresti, avvenuti tra Pavia e Torino, sono stati eseguiti dalla polizia e dai carabinieri di Piacenza e Torino. Secondo quanto si apprende, la persona arrestata a Pavia sarebbe quella che avrebbe prima sottratto lo scudo al militare e poi lo avrebbe utilizzato per colpirlo più volte. Le indagini avrebbero inoltre accertato che il manifestante bloccato a Torino sarebbe la persona che, dopo aver colpito ripetutamente con un’asta di una bandiera i carabinieri che stavano fronteggiando il corteo, avrebbe fatto lo sgambetto al brigadiere capo Luca Belvedere, facendolo cadere in terra. A quel punto il militare era stato subito accerchiato da diverse persone e colpito ripetutamente con calci e pugni. Nei giorni scorsi erano state denunciate undici persone.

L’ambasciatore del Catonga, ovvero Silvio al pomeriggio

Il mistero o il segreto di Pulcinella di questa campagna elettorale è: chissà cosa ha combinato stavolta B. per riscendere in campo nelle condizioni psicofisiche in cui si trova, e chissà quanto deve averla fatta grossa, se i congiunti lasciano che scorrazzi su e giù per l’Italia facendosi le sette chiese per ripetere biascicando le solite squinternate quattro idee in croce, sempre che sia possibile salvarsi per via politica a questo punto della famigerata carriera. Ieri pomeriggio, nell’ora in cui si rassetta la cucina e nelle cliniche si fa il riposino, è apparso a Tagadà su La7. Reduce dalla replica del contratto con gli italiani nel Porta a Porta della sera prima, sempre più uguale a Mao Tse-tung, esordisce: “Sono l’usato sicuro e garantito, io sono un uomo vero!”. In studio scende all’istante quell’aria tesa tipica di quando c’è lui: sospesa tra imbarazzo e sgomento, riso e terrore, come quando al circo entra un clown in piedi sul dorso di una tigre.

La conduttrice Panella gli fa domande a cui lui non risponde. Pare che dorma. Il fondotinta mattone sopra la concia chirurgica vuole citare il sé stesso del ’94 ma finisce per ricordare Nino Taranto ambasciatore del Catonga. “Sono sceso in campo” dichiara “per non lasciare che i Cinquestelle andassero al governo”. Per lui si è già votato e il vincitore è lui. “Ho spostato Forza Italia dal 14 al 18%, la coalizione è al 40%”. Il sorriso Chlorodont accecante, le fotocopie anti-tremore strette nella mano destra, delira: “Porterò la crescita del Pil al 3%”. Brandisce la risma di fogli: “Io sono il Mago Silvio!”. Il pubblico ride, sollevato di ritrovare il solito pagliaccio. L’incarnato scamosciato lo fa sembrare appena uscito da una bottega di tassidermia. Millanta di un fantomatico candidato premier di cui non rivela l’identità perché “prima ha dei problemi da risolvere”. E se è chi pensiamo noi, il problema è bello grosso (perciò bisogna sempre ricordare che sotto il clown c’è la tigre).

Trecentomila euro per whisky e cioccolatini

Cene, notti in albergo, alcolici, cellulari, persino cioccolatini: tutto in conto alla Regione Liguria, per un totale vicino ai 300 mila euro. Due giorni fa la Procura di Genova ha chiesto e ottenuto il sequestro preventivo dei conti correnti di diciassette ex consiglieri regionali della Liguria per aver lucrato sui rimborsi tra il 2008 e il 2010.

Altri due consiglieri si sono salvati dal sequestro, ma soltanto perché hanno preferito restituire il dovuto di propria iniziativa. Il gruppo dei furbetti, secondo la Procura, è più che mai bipartisan: si va da Vito Vattuone, che il Pd ha candidato alle prossime lezioni per il Senato come capolista nel plurinominale, e i suoi compagni di partito Luigi Cola e Michele Boffa, agli ex Pdl Luigi Morgillo e Franco Orsi, passando per i rappresentanti dei Verdi (Cristina Morelli, Carlo Vasconi) e di Rifondazione comunista (Giacomo Conti).

Proprio Vito Vattuone, uno dei candidati blindati per il prossimo Parlamento nonostante l’accusa di peculato, ha fatto sapere al Secolo XIX di voler saldare gli oltre 7 mila euro che la Procura gli contesta, non prima di aver chiarito, tramite l’avvocato Massimo Leandro Boggio, che il suo gesto non deve essere mal interpretato: “Non vuole essere assolutamente un’ammissione di colpevolezza. Pagheremo, ma chiederemo la restituzione della cifra non appena sarà riconosciuta la nostra estraneità ai fatti”.

L’elenco delle spese messe in conto alla Regione è lungo. Come riporta il Secolo Xix, Luigi Cola (Pd), ex sindaco di Cogoleto, si sarebbe fatto rimborsare 187 pasti allo stesso ristorante nel giro di due anni. Più tecnologiche le spese di Giacomo Conti (Prc), che avrebbe messo in conto un telefono cellulare e un software aziendale.

Gino Garibaldi (Pdl), invece, sarebbe arrivato a 30.000 euro di spese tra whiskey, cioccolatini, pranzi in fast food, chewing gum, fazzoletti, panettoni e sigarette.

Film d’amore, gelati, caramelle e camere d’albergo esclusive nelle serate – a spese della Regione per quasi 50mila euro – contestate a Cristina Morelli (Verdi), un totale comunque inferiore ai 55mila euro da record dei rimborsi pazzi di cui è accusato Alessio Saso (Pdl), appassionato di aperitivi alcolici, colombe pasquali e pizza napoletana.

Vizi che, a suo tempo, sono costati caro alla Regione e che ora, in attesa del processo, hanno fatto scattare i sequestri.

Monnezza e corruzione De Luca jr. e Fdi nei guai

Monnezza, politica e promesse di tangenti filmate di nascosto. Ed almeno due indagati eccellenti, l’assessore di Salerno Roberto De Luca, figlio del Governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca, e un candidato alle politiche, Luciano Passariello, consigliere regionale campano di Fratelli d’Italia, e candidato del centrodestra all’uninominale nel collegio della Camera di Napoli-Ponticelli.

L’altroieri accompagnava Giorgia Meloni in tour elettorale. Ieri è stato perquisito in un’inchiesta della Procura di Napoli che ipotizza a vario titolo i reati di corruzione, corruzione aggravata dal metodo camorristico e traffico illecito di rifiuti e che coinvolge Roberto De Luca, filmato di nascosto a Salerno da Fanpage.it, testata diventata famosa nel 2016 per aver sgamato le monetine regalate ai seggi delle primarie Pd di Napoli, mentre un finto imprenditore discute con lui di un appalto sullo smaltimento delle ecoballe e poi, con il suo commercialista, l’imprenditore concorda una “quota” che secondo le nostre fonti sarebbe del 15%.

È un’indagine giudiziaria che si intreccia con un’indagine giornalistica, che affonda le mani nella gestione della Sma Campania, e in particolare di un appalto di smaltimento fanghi. Ma non solo. L’indagine potrebbe essersi allargata in altre parti d’Italia. La Sma è una società in house della Regione Campania che si occupa di bonifiche e smaltimento dei rifiuti. I guai giudiziari di Passariello – e quelli di un’altra decina di indagati, di cui sette (ma non De Luca jr.) compaiono sul decreto di perquisizione, tra questi Agostino Chiatto, dipendente Sma e comandato nella segreteria di Passariello, e Lorenzo Di Domenico, consigliere delegato di Sma – sarebbero il frutto di un lavoro giornalistico di Fanpage.it.

Per quasi sei mesi, il direttore di Fanpage.it Francesco Piccinini, il videoreporter Sacha Biazzo e l’ex boss pentito di camorra Nunzio Perrella, l’uomo che 25 anni fa consegnò al pm Franco Roberti alcuni segreti del clan e dei loro business sui rifiuti (“la monnezza è oro, dottò”), hanno vestito i panni degli ‘agenti provocatori’. Si sono camuffati da imprenditori del settore (Piccinini ha finto un accento settentrionale) e si sono infiltrati negli uffici di Sma e altrove, a fare proposte indecenti. Con le telecamerine nascoste, i tre avrebbero raccolto e filmato ovunque, non solo a Napoli, la disponibilità ad ottenere appalti e lavori in cambio di tangenti. Sia in ambienti politici che mafiosi. Secondo quanto rivelato da Fanpage.it che nella giornata di oggi dovrebbe iniziare a pubblicare i video, sarebbero entrati in contatto anche con “camorristi che chiedevano 30.000 euro per ogni camion di rifiuti da smaltire”.

A dicembre Piccinini ha varcato la soglia della Procura partenopea e il cronista del Fatto si è incuriosito. “Cosa ci fai qui?”. “Ragioni personali”, fu la risposta evasiva. Ma non era una bugia. Infatti quel giorno Piccinini – allertato da altre notizie di stampa su un’altra indagine su Sma per peculato – portava di sua iniziativa agli inquirenti materiale succoso: le anticipazioni dei filmati. Tra i quali anche quello con De Luca jr. e uno con il suo commercialista, delegato da Roberto a trattare l’affare. L’altroieri il direttore ha avvertito gli inquirenti: “Mettiamo in Rete i video sabato”. La Procura – aggiunto Borrelli, pm Carrano, Woodcock, Fulco, Amato, Sasso Del Verme – ha reagito anticipando a ieri le perquisizioni, affidate a Sco e Squadra Mobile, “per la annunciata diffusione di notizie e immagini in grado di pregiudicare gravemente le investigazioni”. Tra i perquisiti ci sono anche Piccinini e la sua redazione: lui, Biazzo e Perrella sono indagati per induzione alla corruzione. “Tutto questo è assurdo”, commenta il direttore di Fanpage.it “abbiamo inchiodato criminali mettendo a rischio la nostra incolumità e ci indagano”. Passariello si difende: “Risulto coinvolto perché altre persone avrebbero fatto il mio nome. Tutto questo accade a soli 15 giorni dalle elezioni. Qualcuno può millantare credito – sostiene – ma essere nominato da altre persone in terze conversazioni è cosa ben differente dal compiere reati”.

. Fanpage.it scrive: “Ci sono altri politici coinvolti, quasi tutti candidati in vari schieramenti”. E la Procura starebbe per scoprire altre carte.

Al Csm si discute del procuratore di Salerno e del figlio

Il presidente della Prima commissione del Csm Antonio Leone, membro laico in quota Ncd, ha chiesto l’apertura di una pratica per eventuale incompatibilità ambientale del procuratore di Salerno Corrado Lembo, di Magistratura Indipendente (la corrente di destra delle toghe) se il figlio dovesse essere eletto a sindaco di un paese nel salernitano. Andrea Lembo, 32 anni, avvocato, è candidato a sindaco di Campagna per il Pd. È considerato molto vicino, politicamente parlando, a Piero De Luca, figlio del governatore campano Vincenzo De Luca, rinviato a giudizio nel marzo dell’anno scorso per bancarotta fraudolenta proprio su richiesta della Procura di Salerno. Se Andrea Lembo dovesse essere eletto sindaco si porrebbe il problema di un imbarazzante conflitto di interessi. Il territorio che si troverebbe ad amministrare Lembo junior, infatti, è sotto la competenza giurisdizionale del padre procuratore. Potrebbe nascere il dubbio, a torto o a ragione, di favoritismi nei confronti del figlio.

L’esercito elettorale di riserva: gli indecisi tentati da M5S e Pd

Dieci milioni di elettori sono in procinto di decidere se e quale partito votare. Un esercito ampio quanto tutta la popolazione della Lombardia, per intenderci. Non è una quantità anomala, era così consistente anche a due settimane dal voto delle precedenti Politiche del 2013. L’obiettivo, nel giorno dell’entrata in vigore dello stop alla divulgazione pubblica dei sondaggi, è stimare cosa potrà accadere quando la folta schiera dei dubbiosi di oggi prenderà finalmente posizione e sceglierà quale sarà il proprio comportamento di voto.

Questo accadrà presumibilmente a 3-4 giorni dalla giornata elettorale: nel 2013 ben il 15% della popolazione decise cosa e se votare tra il giovedì e il venerdi antecedenti l’apertura dei seggi, e addirittura il 5% solo una volta all’interno della cabina elettorale. A questi si aggiunge il 7% dell’elettorato che cambiò idea su quale partito votare a 24 ore dal voto o addirittura quando vide la scheda nel seggio. Il “voto last minute” assume, dunque, importanza sempre maggiore, forse generato anche da un basso livello di fiducia ai partiti (7%). È bene chiarire però che il profilo dei cosiddetti indecisi è molto variegato e non bisogna pensare che tutti i dubbiosi potrebbero votare indistintamente un partito piuttosto che un altro.

Anche in questo target si registrano le “vicinanze politiche”, tanto che dalle analisi demoscopiche emerge in maniera netta che l’indecisione si manifesta principalmente tra due opzioni: scegliere tra il voto verso un partito, definito di riferimento, oppure astenersi. Difficilmente il dubbio si esplicita tra la possibilità di votare due o tre liste. Per esempio, dunque, la netta maggioranza degli indecisi deve ancora convincersi se votare M5S o astenersi, Pd o astenersi, ma difficilmente è indeciso tra votare Pd o M5S. Pertanto l’Istituto Noto Sondaggi ha condotto un particolare studio su un campione di popolazione incerta per comprendere qual è il partito o la coalizione di riferimento, anche se la preferenza non è affatto certa.

In pratica, in maniera estrema, se tutti gli incerti decidessero di votare la lista di cui sono dubbiosi, quale sarebbe il partito o la coalizione che se ne avvantaggerebbe la sera del 4 marzo? Al momento lo scenario è abbastanza definito: il centrodestra sembra aver fatto il pieno dei voti certi, cioè gli indecisi che hanno come riferimento questa coalizione sono in netta minoranza, il 17%. Al contempo la potenzialità maggiore di incremento elettorale la potrebbe avere il M5S, in quanto è la lista di riferimento del 40% dei dubbiosi, in misura minore, ma comunque consistente, il centrosinistra, coalizione alla quale si riferisce il 30% degli incerti.

Dalla lettura di questi dati si evince, quindi, che se è possibile proiettare le stime di voto prevedendo come potranno variare i trend del consenso nelle prossime due settimane, c’è da attendersi che i “blocchi politici” che hanno una maggiore probabilità di aumento sono quelli dei pentastellati e del centrosinistra, con meno probabilità assisteremo ad un incremento vertiginoso del centrodestra il cui elettorato sembra già molto mobilitato e con maggiori certezze.

Infine, uno dei temi di questa campagna elettorale è stata la partecipazione ed il voto delle donne. Tra l’altro il Rosatellun prevede in maniera rigida una quota di presenza minima nelle liste. Le scelte politiche delle donne si differenziano sensibilmente rispetto a quelle dei maschi. Ci sono alcuni partiti che attraggono maggiormente le signore. Per esempio Forza Italia è la lista votata più da donne che da uomini, mentre nel Pd e nella Lega sono in minoranza. La scelta delle altre liste, invece, è meno diversificata per sesso e la preferenza delle donne sugli uomini è di minore differenza. È da segnalare che l’astensione delle donne sembra essere più alta. Attualmente è del 38%, qualche punto in più rispetto ai maschi. A due settimane dal voto, quindi, i giochi sono ancora aperti e nulla è scontato e già prevedibile da oggi.

Il Sarchiapone

Quando B. firmò il primo “Contratto con gli italiani” (peraltro ignari di tutto) sulla scrivania in noce di Bruno Vespa, nel maggio del 2001, Roberto Benigni disse a Enzo Biagi che la scena era più divertente del Sarchiapone di Walter Chiari e Carlo Campanini. L’altra sera l’anziano insetto e il decrepito Caimano, a Porta a Porta, hanno concesso il bis, riesumando pure l’antico scrittoio ad personam. Come i vecchi guitti dell’avanspettacolo che, per strappare qualche applauso stentato, andavano di repertorio. Gli impegni assunti dall’ometto di Stato dinanzi al suo notaio personale è inutile dirlo, visto che i contratti bisogna essere almeno in due per siglarli, e questi fantomatici “italiani” non hanno firmato nulla. E visto, soprattutto, l’esito miserevole delle promesse del 2001. Alcuni compiacenti professori dell’Università di Siena garantirono che il Contratto primigenio era stato rispettato per quattro punti e mezzo. In realtà nessuno dei cinque punti fu minimamente onorato (aspettate qualche giorno e nel libro “B. come basta!” lo dimostrerò), così come il giuramento finale di ritirarsi a vita privata nel caso in cui almeno quattro dei cinque punti non fossero divenuti realtà.

Un solo esempio: la promessa del “dimezzamento dell’attuale tasso di disoccupazione con la creazione di almeno 1,5 milioni di nuovi posti di lavoro”. Per poter dire di essere giunto a un milione di nuovi occupati, il pover’ometto calcolò pure i 630 mila extracomunitari irregolari regolarizzati con la grande sanatoria del 2002 seguita alla legge Bossi-Fini. Purtroppo quei lavoratori lavoravano già prima, in Italia, dunque non erano nuovi posti di lavoro, ma vecchi emersi dal sommerso. La prova migliore del totale fallimento è che oggi B. ripromette le stesse promesse non mantenute nelle sei precedenti campagne elettorali. L’unica differenza fra la gag del 2001 e quella dell’altra sera è che Vespa è un tantino più abbronzato, mentre B. è molto più capelluto. Ma anche molto più rintronato. L’altroieri Tommaso Rodano ha raccontato i suoi delirii alla Confcommercio. Il Cainano ha intrattenuto i commercianti con uno show irresistibile sugli strepitosi successi dei suoi tre governi. Tipo questo: “Ho portato le pensioni minime a mille lire. E allora bastavano, per arrivare alla fine del mese”. Purtroppo la canzone “Se potessi avere mille lire al mese” di Gilberto Mazzi risale al 1939, quando B. aveva appena tre anni e fortunatamente non governava. Allora mille lire al mese bastavano e avanzavano, ora non più, anche perché chissà se l’ha saputo, ma dal 2002 c’è l’euro.

Però l’anziano intrattenitore ora promette l’abolizione dell’Irpeg (l’imposta sul reddito delle persone giuridiche, sostituita nel 2004 dall’Ires), confondendola con l’Irap (imposta sulle attività produttive, che lui promette di abrogare da una vita, infatti è sempre lì). Poi parla di una non meglio precisata “flat task”, che poi sarebbe la flat tax, ma a lui la parola “tassa” proprio non esce di bocca. Ed ecco la sua lucida analisi dell’economia in nero, cui lui peraltro contribuisce alla grande fin dagli anni 80, con 64 società estere del comparto B della Fininvest: “Il Pil emerso è 1.600 euro, il Pil sommerso è 800 mila euro”. Qui si nota lo sforzo di passare all’euro, ma anche un concetto un po’ approssimativo del cambio. Meraviglioso il passaggio sugli immigrati: “Ci sono 630 mila clandestini. Questi signori non hanno altro modo per vivere che commettere reati”. Quindi gli somigliano. E non solo: “Quando vanno negli appartamenti, per prima cosa svaligiano il frigorifero. Una signora aveva mezzo litro d’olio, si sono bevuti anche quello. Ho detto alla signora: ‘L’avranno messo in una boccetta’. No, dice, hanno trovato le impronte di olio delle labbra”. Chissà che gli ha detto, quella brava donna. E chissà dove avrà preso, il lucidissimo statista, la cifra di 630 mila clandestini: l’unico dato analogo è quello della sua mega-sanatoria di 15 anni fa, quando appunto il suo governo, anche con i voti della Lega, ne regolarizzò 630 mila. Ora andrà a cercarli uno per uno per comunicare personalmente che aveva scherzato.

Siccome la platea dei commercianti è soprattutto maschile, non manca una captatio benevolentiae per soli uomini: “Un sondaggio sull’elettorato animalista dice che il 73% delle mogli preferisce il cagnolino al marito”. Figurarsi l’entusiasmo di tutti i mariti in sala. L’ultima gag è l’annuncio di uno dei ministri del suo prossimo governo (che poi nessuno sa chi lo presiederà, perché lui non può votare né essere eletto, e ha deciso di nasconderci il nome del nuovo premier “fino al 4 marzo”, anche perché non l’ha ancora avvertito): “È Carlo Cottarelli, gli potremmo affidare una commissione o addirittura un ministero della spending review. L’ho sentito lunedì al telefono, mi ha ringraziato e mi ha detto di essere disponibile”. Ma deve aver sbagliato numero e chissà chi gli ha risposto. Non certo Cottarelli, che infatti ha subito smentito: “Ringrazio i partiti che mi hanno contattato, ma vorrei chiarire di non aver dato la mia disponibilità a nessuno schieramento a partecipare a un futuro governo”. Lo stesso era accaduto con il suo candidato premier, il generale in pensione dei carabinieri Leonardo Gallitelli, annunciato in tv, ma purtroppo ignaro di tutto (“Non sento Berlusconi da anni”). Alla fine, e proprio perché era giunta la fine, i commercianti sollevati hanno sommerso il nonnetto con un mare di applausi. E il bello è che le tv e i giornaloni hanno creduto che fossero applausi di consenso, infatti hanno benevolmente sorvolato su quelle gaffe da Guinness. Non sia mai che la gente poi capisca che il salvatore dell’Italia dai “populisti incompetenti” è completamente rincoglionito.

Nel raccontare De André un dettaglio sfugge sempre

C’è qualcosa che non è replicabile nella statura di quest’uomo. Non è abbastanza elevare Fabrizio De André al rango dei cantautori con il destino appeso addosso dell’immortalità. Sfugge persino a chi lo ha amato, da auditore, realizzare la trama che avvince chi lo abbia seguito, lungo una vita, contagiato dallo stesso sentimento anarchico, dalla stessa inadeguatezza per le cose del mondo. De André è inavvicinabile alle biografie conformi. Non è sufficiente spiegare in che misura una voce – note basse, alternate a armoniche – ci abbia parlato, raccontato qualcosa. Allora l’anarchico rivoluzionario, l’antidolatrico, non era un cantautore e chiusa la questione. Non è sufficiente, elenchiamo ottime collaborazioni, pensiamo alla canzone francese, a Brel, a Brassens. E dunque?

Fabrizio De André era una dimensione spirituale, azzardiamo. Un dettaglio che sfugge, bisogna attraversare una parte della propria esistenza, lungo la medesima via dell’anarchico, per accorgersi che quella voce – note basse, alternate a armoniche – ci ha spostato lo sguardo. Lo sguardo di chi ha amato De André deraglia, finisce nelle ombre: dove per tutti riparano le ombre, per chi ha amato De André comincia la luce. La dimensione spirituale di un anarchico ateo. L’anarchico ateo convertiva. E succedeva, debordando costantemente con coraggio, ai confini dell’eresia o blasfemia o era soltanto la temerarietà di un profeta laico. Il suo Dio misericordioso di Preghiera in gennaio non lo conosceva se non in una ricerca fremente, terrena; eppure lo rivelava nel suo attributo più potente, la Misericordia. Stigma di cui si parla in special modo e parecchi anni dopo, con alcune rivelazioni di mistiche come Suor Faustina Kowalska (viene istituito il Culto postumo alle rivelazioni), il Dio della Misericordia e del Perdono. Lo stesso Dio che, nel testo scritto in memoria dell’amico Luigi Tenco, partecipa del dolore dei morti per oltraggio, supera il tedioso severo confine umano che non assolve l’innominabile, a meno di una condanna eterna, bacia sulla fronte – Lui con le sue ossa stanche – gli imperdonabili. E li consola, li affranca, li libera. Così De André cantava la salvezza, la consolazione, sovvertendo l’austerità di una regola come il più progressista dei teologi. O degli eretici.

De André evangelizzava, nel nome di un Dio anticonformista, del Figlio libero e anarchico, che morì in croce, “come tutti si muore, cambiando colore”. E induceva alla compassione, al sentimento più violento e terribile che l’uomo nella giusta disposizione dello spirito può finanche sopportare: la pietà.

Laddove nessuno si era spinto tanto, De André, il mistico che gli inquisitori avrebbero condotto al rogo, De André, l’ateo anticlericale, aveva aperto una porta e un’altra e un’altra. E noi siamo precipitati, nelle sue canzoni che non erano canzoni (nemmeno alla maniera francese), ma erano salmi, salmi in cui gettarsi, come sorgenti, come cascate, così prossime alla verità.

Nella sua salmodia siamo precipitati. Lo abbiamo seguito.

Le cinque giornate per rilanciare Milano

A Milano il gattopardismo non funziona: qui “se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto cambi”. Così la seconda edizione di Tempo di Libri, presentata ieri, si annuncia radicalmente diversa dalla prima, deludente fiera del 2017: non a caso il programma si articola in “Cinque Giornate”, come quelle della liberazione risorgimentale, senza aspettare lo sbarco di un Garibaldi qualsiasi.

Fuori tutti, dagli spazi di Rho alle date cannate, dagli orari di apertura alla ex direttrice Chiara Valerio: quest’anno Tempo di Libri si terrà a FieraMilanoCity, nel vecchio polo fieristico, dall’8 al 12 marzo, con chiusura alle 22 (“almeno per tre giorni”) e un biglietto calmierato a 5 euro per chi entra dalle 17 in poi; per gli altri, 10 euro.

Il neodirettore Andrea Kerbaker promette una fiera “inclusiva, leggera, allegra e varia”, mentre Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione Italiana Editori – organizzatore con Fiera Milano – assicura che “si mangerà bene e ci saranno sedie, panche e cuscini ovunque per riposarsi”. D’altronde il programma è impegnativo: 650 appuntamenti e un filo rosso per ciascuna delle “Cinque Giornate” (Donne; Ribellione; Milano; Immagine; Digitale).

Pur ribattezzata “Fiera Internazionale dell’Editoria”, la rassegna vuole essere “una festa più che una fiera”, a partire dal party inaugurale del 7 marzo, dedicato agli incipit letterari e benedetto da “ben due sponsor, uno per il vino e l’altro per la birra”. Il 12, in chiusura, sarà invece Tempo di Telegatto, con ospiti nazionalpopolari come Michelle Hunziker e Pippo Baudo.

Il sindaco di Milano Giuseppe Sala si dice “convintamente ottimista” rispetto alla nuova formula: “La data e la location ci favoriranno”. Di buon umore è pure Roberto Maroni, presidente uscente della Regione Lombardia: “Tempo di Libri sarà la mia ultima uscita istituzionale, dopo il voto e prima dell’insediamento del nuovo governatore… Il nostro è un territorio pieno di talenti: persino il sindaco Sala è un autore (in libreria con Milano e il secolo delle città, ndr)”. Risate.

L’entusiasmo è giustificato dai dati che certificano la ripresa dell’editoria: le vendite di libri sono cresciute del 5%; del 7,8% se si considerano anche quelli per bambini e ragazzi, che saranno maggiormente coinvolti in questa edizione, insieme con le scuole e le università, e con una simbolica distribuzione di biglietti gratuiti tra i giovani delle periferie.

Per non sbagliare, il programma rincorre qua e là diversi anniversari: il ’68; Paolo VI (morto nel ’78); L’infinito di Leopardi (del 1818, per cui si osserverà un minuto di silenzio); il suffragio femminile (del 1918, almeno in Russia, Gran Bretagna…), che offre il destro per salire sul carrozzone del #MeToo. Tanti anche gli eventi collaterali, dai reading teatrali a “I detenuti domandano perché”, una micro-rassegna nelle carceri, sponsorizzata da Mediobanca.

In totale si prevedono 400 espositori e 900 autori da 32 Paesi: a sottolineare la vocazione internazionale arriva il gemellaggio con la Frankfurter Buchmesse, dove, nel 2023, l’Italia sarà il Paese ospite. Ed è pace fatta, o quantomeno accordo di non belligeranza, con i rivali torinesi del Salone del Libro, il cui direttore Nicola Lagioia ha accettato l’invito a partecipare alla fiera milanese. L’anno scorso il confronto è stato crudele – 165 mila visitatori a Torino contro i 70 mila di Milano –; quest’anno vedremo.

Apre l’affezionato Wes Anderson. Dall’Italia, le donne di Bispuri

Sempre mastodontica di quasi 500 titoli, Berlinale apre l’edizione 68 con l’annuncio ufficiale che sarà la penultima diretta da Dieter Kosslick. Dopo di che sarà una “rivoluzione”, almeno da quanto auspica la massa critica di chi fa e scrive di cinema in Germania. In attesa che tutto cambi, al festival più metropolitano e internazionale d’Europa da 25 milioni di euro (di cui 7,7 di provenienza pubblica) il piatto resta ricco, con un fuori concorso capitanato dal genio di Steven Soderbergh e un concorso di 19 titoli fra cui spiccano l’affezionato Wes Anderson (oggi in apertura con The Isle of Dogs) e il suo connazionale Gus Van Sant, e dove non manca l’Italia “al femminile” con Laura Bispuri a dirigere Golino e Rohrwacher in Figlia mia, in programma domenica 18 e in uscita nelle sale il 22 febbraio. Il film vede due madri “palleggiarsi” una bimba sotto il cocente sole della Sardegna ancestrale. Ma il Belpaese è presente a Berlino anche in Panorama con l’esordio dei gemelli romani D’Innocenzo – La terra dell’abbastanza – dura parabola criminale nella periferia capitolina e con Land dell’iraniano Babak Jalali (di coproduzione italiana), mentre fra le giovani promesse delle “Shooting Stars” sfilerà la bolognese Matilda De Angelis. Non mancheranno i divi hollywoodiani: fra gli attesi Joaquim Phoenix, Robert Pattinson, Mia Wasikoskwa, la candidata all’Oscar Greta Gerwig, Isabelle Huppert, Rupert Everett da se stesso diretto in Happy Prince. E infine un grande attore americano come Willem Dafoe celebrato con l’Orso alla carriera.