Ce la farà anche questa volta “King Bibi”? È la domanda che tutti gli israeliani si pongono. Sopravvissuto a diverse inchieste, adesso però il premier Benjamin Netanyahu sembra all’angolo inchiodato dai risultati delle indagini della polizia per corruzione, frode e abuso di potere.
Gli agenti della Lahav 443, la squadra anti-frode della polizia fondata nel 2008 sullo stile dell’Fbi, lo hanno interrogato 7 volte negli ultimi 12 mesi raccogliendo prove al vaglio ora del procuratore generale Avishai Mandelblit. Il futuro politico di Netanyahu è avvolto in una nube di incertezza, dovrà attendere la decisione del procuratore generale che potrebbe richiedere settimane, se non mesi. Netanyahu ora è debole e vulnerabile. I suoi alleati di governo lo sanno, e non tutti sembrano dispiaciuti.
Quando è comparso in tv l’altra sera sembrava il momento giusto perché annunciasse le sue dimissioni, invece no. Netanyahu è il politico di maggior spicco della sua generazione in Israele sul palcoscenico nazionale e internazionale, nessun rivale si avvicina lontanamente a questo consumato “veterano”. Così ha rilanciato replicando che si tratta di un colpo di mano di polizia e magistratura per estrometterlo, che le accuse contro di lui sono infondate e cadranno, che sarà nuovamente eletto premier al voto dell’anno prossimo.
Nelle “carte” mandate dal capo della polizia al procuratore generale c’è anche scritto che “alcune persone” stavano pedinando e controllando gli uomini della polizia incaricati di investigare sul premier. Netanyahu non lo ha negato, ma sostiene che il fatto che gli investigatori sapessero di essere seguiti li ha resi prevenuti e quindi le loro indagini sono squalificate. Una strategia certo non originale, è stata copiata dalla campagna di Donald Trump contro gli investigatori dell’Fbi nel caso “Russia”.
I fascicoli mandati al procuratore Mandelblit riguardano tre casi di corruzione. Il primo ruota attorno ai doni – casse di champagne, sigari, vacanze, fondi elettorali – di due ricchissimi sostenitori, un magnate di Hollywood e un miliardario australiano. Il secondo il tentativo di corrompere l’editore di un giornale avversario in cambio di una copertura più favorevole verso il governo. Il terzo riguarda lo scandalo dell’acquisto di 4 sottomarini tedeschi, affare da 1,5 miliardi di euro. Secondo la versione raccontata in tv da Benjamin Netanyahu, il capo della polizia e tutti i principali investigatori stanno progettando di rovesciarne la premiership, proprio come i loro precedessori hanno cercato di fare, fallendo, negli ultimi 20 anni. Secondo questo racconto, è Netanyahu ad aver scoperto un colpo di Stato da parte della polizia, un tentativo di sostituire il governo attraverso un’indagine penale con accuse creare ad arte, cioè quelle di aver usato il suo potere di premier per aiutare i sostenitori e mettere a tacere gli avversari.
È ampio il fronte con cui deve confrontarsi in queste settimane “King Bibi”, e non riguarda soltanto lui. La moglie Sara deve affrontare il giudizio in tribunale per il bottlegate – spese allegre nella residenza ufficiale – e i maltrattamenti sempre al personale della residenza di Balfour Street. Se non bastasse, in una registrazione trasmessa un mese fa dalla tv, il figlio Yair ubriaco discuteva con un amico mentre stava andando in un locale di strip-tease di Tel Aviv, con la scorta e la macchina di servizio (pagate dai contribuenti).
Per i Netanyahu, la first family d’Israele, sulla carta sembra finita. Ma quando si tratta di Bibi, mai dire mai. Il premier proverà a prendere tempo sperando che il procuratore generale respinga l’istruttoria della polizia e lo lasci al suo incarico. Proverà poi a descrivere Yair Lapid, il leader del partito di opposizione Yesh Atid che è uno dei principali testimoni contro di lui, come qualcuno con un chiaro interesse politico a diffamarlo.
Per ora i suoi alleati di governo, primi fra tutti il capo del Partito dei coloni Naftaly Bennett e il collega delle Finanze Moshe Kahlon, sostengono che Netanyahu non ha motivo di dimettersi, ed è preferibile attendere le decisioni della magistratura, per andare così alla scadenza elettorale del 2019.
Bennett, che sente arrivare la leadership della Destra nelle sue mani, ha comunque dovuto ammettere che “ricevere regali così ingenti per un periodo così lungo non rientra nelle aspettative dei cittadini di Israele dal loro premier”.
Il destino di Netanyahu è nelle mani dei suoi partner politici, Kahlon e Bennett. Da oggi dovranno spiegare al loro elettorato perché continuano a sostenere un premier accusato di corruzione piuttosto che smantellare la coalizione e lasciare che “King Bibi” combatta la battaglia per la sua innocenza senza avere anche l’onere di dover guidare il Paese.