La tattica di King Bibi: prendere tempo fino al 2019

Ce la farà anche questa volta “King Bibi”? È la domanda che tutti gli israeliani si pongono. Sopravvissuto a diverse inchieste, adesso però il premier Benjamin Netanyahu sembra all’angolo inchiodato dai risultati delle indagini della polizia per corruzione, frode e abuso di potere.

Gli agenti della Lahav 443, la squadra anti-frode della polizia fondata nel 2008 sullo stile dell’Fbi, lo hanno interrogato 7 volte negli ultimi 12 mesi raccogliendo prove al vaglio ora del procuratore generale Avishai Mandelblit. Il futuro politico di Netanyahu è avvolto in una nube di incertezza, dovrà attendere la decisione del procuratore generale che potrebbe richiedere settimane, se non mesi. Netanyahu ora è debole e vulnerabile. I suoi alleati di governo lo sanno, e non tutti sembrano dispiaciuti.

Quando è comparso in tv l’altra sera sembrava il momento giusto perché annunciasse le sue dimissioni, invece no. Netanyahu è il politico di maggior spicco della sua generazione in Israele sul palcoscenico nazionale e internazionale, nessun rivale si avvicina lontanamente a questo consumato “veterano”. Così ha rilanciato replicando che si tratta di un colpo di mano di polizia e magistratura per estrometterlo, che le accuse contro di lui sono infondate e cadranno, che sarà nuovamente eletto premier al voto dell’anno prossimo.

Nelle “carte” mandate dal capo della polizia al procuratore generale c’è anche scritto che “alcune persone” stavano pedinando e controllando gli uomini della polizia incaricati di investigare sul premier. Netanyahu non lo ha negato, ma sostiene che il fatto che gli investigatori sapessero di essere seguiti li ha resi prevenuti e quindi le loro indagini sono squalificate. Una strategia certo non originale, è stata copiata dalla campagna di Donald Trump contro gli investigatori dell’Fbi nel caso “Russia”.

I fascicoli mandati al procuratore Mandelblit riguardano tre casi di corruzione. Il primo ruota attorno ai doni – casse di champagne, sigari, vacanze, fondi elettorali – di due ricchissimi sostenitori, un magnate di Hollywood e un miliardario australiano. Il secondo il tentativo di corrompere l’editore di un giornale avversario in cambio di una copertura più favorevole verso il governo. Il terzo riguarda lo scandalo dell’acquisto di 4 sottomarini tedeschi, affare da 1,5 miliardi di euro. Secondo la versione raccontata in tv da Benjamin Netanyahu, il capo della polizia e tutti i principali investigatori stanno progettando di rovesciarne la premiership, proprio come i loro precedessori hanno cercato di fare, fallendo, negli ultimi 20 anni. Secondo questo racconto, è Netanyahu ad aver scoperto un colpo di Stato da parte della polizia, un tentativo di sostituire il governo attraverso un’indagine penale con accuse creare ad arte, cioè quelle di aver usato il suo potere di premier per aiutare i sostenitori e mettere a tacere gli avversari.

È ampio il fronte con cui deve confrontarsi in queste settimane “King Bibi”, e non riguarda soltanto lui. La moglie Sara deve affrontare il giudizio in tribunale per il bottlegate – spese allegre nella residenza ufficiale – e i maltrattamenti sempre al personale della residenza di Balfour Street. Se non bastasse, in una registrazione trasmessa un mese fa dalla tv, il figlio Yair ubriaco discuteva con un amico mentre stava andando in un locale di strip-tease di Tel Aviv, con la scorta e la macchina di servizio (pagate dai contribuenti).

Per i Netanyahu, la first family d’Israele, sulla carta sembra finita. Ma quando si tratta di Bibi, mai dire mai. Il premier proverà a prendere tempo sperando che il procuratore generale respinga l’istruttoria della polizia e lo lasci al suo incarico. Proverà poi a descrivere Yair Lapid, il leader del partito di opposizione Yesh Atid che è uno dei principali testimoni contro di lui, come qualcuno con un chiaro interesse politico a diffamarlo.

Per ora i suoi alleati di governo, primi fra tutti il capo del Partito dei coloni Naftaly Bennett e il collega delle Finanze Moshe Kahlon, sostengono che Netanyahu non ha motivo di dimettersi, ed è preferibile attendere le decisioni della magistratura, per andare così alla scadenza elettorale del 2019.

Bennett, che sente arrivare la leadership della Destra nelle sue mani, ha comunque dovuto ammettere che “ricevere regali così ingenti per un periodo così lungo non rientra nelle aspettative dei cittadini di Israele dal loro premier”.

Il destino di Netanyahu è nelle mani dei suoi partner politici, Kahlon e Bennett. Da oggi dovranno spiegare al loro elettorato perché continuano a sostenere un premier accusato di corruzione piuttosto che smantellare la coalizione e lasciare che “King Bibi” combatta la battaglia per la sua innocenza senza avere anche l’onere di dover guidare il Paese.

Abusi, Msf si autodenuncia. Le Ong temono per i fondi

Dopo lo scandalo Oxfam, tocca a Medici senza Frontiere (Msf). La ong internazionale – nata in Francia negli anni 70 e premo Nobel per la Pace nel 1999 – ha rivelato ieri di aver ricevuto 146 segnalazioni di abusi o molestie sessuali nel 2017, di averne accertate 24, licenziando di conseguenza 19 operatori. Da venerdì, quando la stampa ha sollevato il caso dei festini con le prostitute organizzati dallo staff dopo il terremoto di Haiti nel 2010, la britannica Oxfam viene passata ai raggi x. A partire dal bilancio: 409 milioni di sterline lo scorso anno, 176 dei quali da governi o istituzioni internazionali. Contributi pubblici che ora rischia di perdere. Il ministro della cooperazione del governo di Londra Penny Mordaunt ha minacciato di togliere il finanziamento di 32 milioni di sterline l’anno – quasi un quarto di tutti gli aiuti allo sviluppo erogati dal Regno Unito – e anche l’Unione europea potrebbe ritirare altri 29 milioni.

Senza contare che il caso Haiti pesa già sulle casse di Oxfam, che in pochi giorni ha perso già quasi 1300 micro-donatori privati. Soldi pubblici e privati ora a rischio forse per Msf e Save the Children, anch’essa sfiorata da accuse di molestie (che tuttavia, come Msf, dice di aver prontamente segnalato)?

Vediamo quanta parte dei soldi delle ong arriva dalle istituzioni e quanto invece da donazioni private. La galassia della cooperazione internazionale ha mosso lo scorso anno 146 miliardi di dollari. In Italia il dato si attesta a quasi 561 milioni di euro (fonte: OpenCooperazione). L’ultimo bilancio disponibile di Save the Children Italia (2016) informa su 101 milioni raccolti – a livello mondiale siamo oltre i 2 miliardi di dollari – il 72% dei fondi proviene da donazioni individuali, il 17% da fondazioni, l’ 11% da istituzioni. Nel caso di Action Aid, i 48 milioni di euro raccolti nel 2017 in Italia sono composti per il 92% da donazioni di privati, per il 3% da aziende e fondazioni, e per il restante 5% sono pubblici. Da parte sua Msf, che in Italia gestisce quasi 57 milioni di euro, si sovvenziona esclusivamente attraverso donazioni private. Ma a livello internazionale, i fondi pubblici contano circa il 4% del totale. “Quattro le fonti di finanziamento per organizzazioni non governative: i fondi multilaterali – da organizzazioni internazionali come Onu, Banca Mondiale ecc -, i fondi bilaterali – da noi, quelli del ministero degli Esteri attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) –, i soldi dei donatori privati e infine le fondazioni come quella di Bill Gates o Soros. È molto importante che una ong riesca a differenziare le fonti di finanziamento”. Javier Schunk è coordinatore del Master in Cooperazione Internazionale dell’Ispi di Milano e proviene dal mondo della cooperazione internazionale in cui ha cominciato a lavorare 30 anni fa.

In origine, spiega Schunk, le organizzazioni non governative si sostenevano esclusivamente attraverso donazioni private. Ma da metà degli anni ’70 grazie ai finanziamenti Ue, e poi in Italia con una legge del 1987, il settore si è aperto ai fondi pubblici. Questi contributi hanno favorito la crescita esponenziale dei budget e hanno messo in crisi la definizione stessa di “non governativo”. Che infatti è oggetto della recente legislazione del Terzo settore che nel nostro Paese passerà a indicare come “organizzazione della società civile” (Osc) le 232 ong italiane attualmente registrate e le circa 1300 onlus. Tenendo presente tra l’altro come ormai è soprattutto Bruxelles, con i fondi europei per la cooperazione, a essere il maggior finanziatore di molte ong sia internazionali che nazionali.

Ecco perché Oxfam vede messa a rischio una grande fonte di finanziamento, che è pubblica. “Gli scandali emersi sono certamente gravi”, ragiona Schunk, “ma bisogna tenere presente che quando un’organizzazione diventa così grande, è difficile controllare tutto e fino all’ultimo uomo sul terreno e che si tratta in ogni caso di singoli episodi a fronte del lavoro quotidiano di tantissimi operatori onesti”. Poi cancellando i fondi pubblici si reca un danno non solo a questi ma soprattutto alla popolazione beneficiarie dei loro progetti. C’è modo per limitare tali episodi in futuro?, Per Schunk “a livello operativo, ci vogliono responsabili Paese sperimentati che sappiano mantenere il sangue freddo e possano controllare il personale espatriato, soprattutto in situazioni di forte stress”. Ciò che ad Haiti sembra sia mancato.

Matteo d’Arabia, il profeta Minniti e la Grande Proletaria 2.0

Fare il ministro dell’Interno è un lavoro difficile. L’attuale, poi, ha una difficoltà in più: ogni tanto deve andare a casa di Eugenio Scalfari per farsi una chiacchierata “su tutto quel che accade”. L’ultima, avvenuta però al Viminale, ha prodotto un’intervista uscita ieri su Repubblica in cui Minniti parla, curiosamente, con la disperata paratassi e il tono equestre del Fondatore, mentre quel filo di megalomania, che pure c’è, li accomuna entrambi. È un Minniti biblico, profetico, visionario, mezzo Casaleggio, mezzo Kazzenger: la popolazione africana aumenta e ringiovanisce, dunque “aumenterà anche la cultura”; la globalizzazione “consentirà un intreccio di popoli” e, d’altra parte, già ora c’è “un’ondata di cinesi verso l’Africa” e viceversa; alla fine “non escluderei una emigrazione di europei e di italiani giovani e famiglie addirittura che si trasferiscono in Africa”. Oddio, la Grande Proletaria s’è rimossa: il sole abbaglia là sopra le dune e di nuovo gli ascari, i cammelli, il Negus e quell’idiota di Graziani che farà una brutta fine… Comunque, non è per ricolonizzare lo “scatolone di sabbia” che Minniti s’è sottoposto a una seduta di brevi cenni sull’universo con Scalfari, ma per dire questo: il 4 marzo non vince nessuno e “Gentiloni deve continuare come governo di ordinaria amministrazione: questo rinvio può durare 6 mesi, 8 mesi, un anno ma poi bisognerà indire nuove elezioni”. A quel punto, “è possibile che Gentiloni venga rieletto”. E Renzi? “Faccia il segretario del Pd”. E poi, se vuole, c’è libero pure il ruolo di Matteo d’Arabia.

La giustizia vale più della legge

“Io sono un giurista abituato per abito mentale a vedere di tutti i problemi l’aspetto giuridico” (1950). Il giurista Piero Calamandrei divenne una forza non trascurabile della vita politica italiana.

Refrattario fin che si vuole alla milizia dei partiti; ma non apolitico nel senso delle Betrachtungen eines Unpolitischen di Thomas Mann: se intendiamo, come dovremmo, la politica nel suo senso più alto. Come ha detto Norberto Bobbio, “non elaborò mai una vera e propria dottrina politica: da giurista si preoccupò piuttosto delle impalcature, degli strumenti giuridici più adatti per assicurare lo sviluppo della democrazia, di una democrazia reale, e non soltanto formale, in Italia”. Direi che proprio in ciò risieda la sua grandezza di politico, il valore attuale del suo insegnamento: nell’avere indicato la via lungo la quale un’esigenza di libertà, di giustizia, di più aperta e profonda democrazia s’incarna e si consolida in norme chiare e precise, valevoli per tutti i cittadini.

Nel corso di quello che avrebbe chiamato il “quinquennio apocalittico” (1938-1943), Calamandrei era dominato da un duplice sentimento: da un lato la fede nel principio della certezza del diritto, il convincimento del valore anche morale di una difesa a tutti i costi della legalità, contro l’arbitrio, i soprusi, i sotterfugi delle dittature; dall’altro l’ansia di una nuova, effettiva, umana giustizia, a sua volta creatrice – con mezzi al limite rivoluzionari – di una nuova legalità opposta alla vecchia. Potevano apparire due sentimenti tra loro inconciliabili. Una cosa era la morale del giurista; un’altra, e ben diversa, la morale del cittadino. E il dissidio si faceva particolarmente acuto, fino a determinare veri casi di coscienza nel giurista-cittadino, di fronte a certe infamie travestite da leggi, che vulneravano sfacciatamente i principî fondamentali sui quali si reggono da secoli gli ordinamenti giuridici dell’età moderna.

Il tipico esempio di questo abominio legale era stato offerto, nel nostro Paese, dalle leggi antisemite del 1938. Calamandrei, come giurista e come uomo civile, ne aveva sentito e sofferto tutta la sconvolgente vergogna. E avrebbe più tardi scritto che quando cadono addosso ai sudditi leggi come quelle “razziali”, di fronte alle quali “si ribella il senso di dignità e di umanità di ogni galantuomo, anche il giurista, il cui compito proprio è quello di servire le leggi, interpretandole come sono e non come si vorrebbero, sente a maneggiar queste leggi oppressive lo schifo del contatto immondo, e prende in odio per colpa di esse la stessa scienza giuridica”.

Come si poteva dunque risolvere, nella libera e onesta coscienza di un giurista, questa contraddizione fra il principio di legalità e l’ansia di una nuova giustizia? L’angoscioso dilemma fu affrontato da Calamandrei nella solitudine di Colcello, in attesa della imminente liberazione, tra la fine del 1943 e l’estate del 1944. Ci andava pensando, nel passeggiare tra i boschi; e alternava gli appunti su questo tema con quelli sul libro di Cesare Beccaria, intrecciati gli uni con gli altri. E fu proprio questo l’argomento del primo corso che tenne all’università di Firenze, a partir dall’ottobre del 1944.

Alla frase ora riportata – sul disgusto quasi fisico che il giurista prova di fronte a certe leggi immonde – egli fa seguire immediatamente questa: “Ma poi, ragionando, il giurista torna con rinata fede al suo lavoro: se è vero che alcune di queste leggi in particolare sono abominevoli, non si può su di esse giudicare in generale il valore umano e sociale della legalità: il significato della quale si può intendere a pieno solo quando si consideri quale è attuata nei regimi animati dal soffio vivificatore della libertà, mentre le leggi della tirannia non sono che forma senza anima”. Presupposto della legalità è pertanto un regime libero.

Quando finalmente Calamandrei può esprimere pubblicamente il suo pensiero non potrebbe essere più esplicito. La legalità non può ridursi a servitù imposta; deve essere e restare responsabilità liberamente accettata, nel senso che essa deve derivare dall’autogoverno del popolo, creatore delle proprie leggi, “legislatore di se medesimo”.

Aveva già detto Giuseppe Mazzini, nei Doveri dell’uomo, che affinché le leggi siano rispettate “è necessario che tutti contribuiscano a farle”. Se legalità è limite della libertà, anche la libertà è limite della legalità. Le leggi razziali erano un’infamia, perché rinnegatrici della eguaglianza costituzionale dei cittadini; e inducevano il giudice di coscienza a correggere la loro mostruosità morale, e a commettere una “illegalità” particolare per rimediare alla generale ingiustizia del legislatore.

I due sentimenti che sembrano antitetici – quello di legalità e quello di giustizia – devono trovare nello Stato libero e democratico la loro sintesi: “Il fedele attaccamento alle leggi, che è l’abito proprio del giurista, non può mai essere concepito come velleità retriva di fermare la storia, là dove le leggi sono destinate a durare solo fino a quando non si manifesti nelle forme legali la volontà collettiva di mutarle; e viceversa il fervore di rinnovamento, che è proprio del politico, non ha bisogno di diventare furia rivoluzionaria, là dove sono a disposizione della politica i congegni costituzionali fatti apposta per adeguare continuamente la legalità alla giustizia”. Ma quando queste condizioni non sussistono, si pone il dovere morale di ribellarsi alle leggi create senza libertà e imposte col terrore. Nei regimi dove manca una legalità, cioè una libertà, da difendere, può avvenire che il giurista “senta il dovere di deporre la toga per prendere le armi”.

In un articolo del dicembre 1944 su La Nuova Europa, Calamandrei ripete a chiare lettere che la libertà è condizione di legalità, e che solo dove esiste un regime democratico rispettoso delle libertà individuali la legge può esser sentita come autodisciplina voluta, non come tirannide imposta.

Mantova, il Duce e l’antifascismo di maniera

A casa nostra, Mantova, hanno recentemente scoperto che il Duce è stato un “dittatore liberticida”. Lunedì il consiglio comunale ha revocato la cittadinanza onoraria concessa il 21 maggio del 1924 a Benito Mussolini. Temevamo di avere avuto le traveggole. Invece no: la mozione di Pd, Sinistra italiana e Lista Palazzi (il sindaco) è stata votata in modo pressoché compatto dalla maggioranza. Così, non senza mal di pancia vari, a Lui è stata tolta l’antica onorificienza. Ha detto il sindaco poco prima della decisione: “Il voto, che altrove ha diviso le forze politiche, qui non determinerà gli amici e i nemici di Mussolini. Stiamo solo ragionando se la cittadinanza a Mussolini oggi rientri o meno nei valori che questo consiglio e questa città intendono celebrare”. La domanda, spiace dirlo, è priva di senso perché ha una risposta ovvia, dato che la Repubblica nasce con una legge fondamentale che ha l’antifascismo come precondizione. A questo proposito ci sia consentito citare ancora una volta Domenico Gallo, che sottolineando come l’antifascismo della Carta non si riduca alla XII disposizione transitoria e finale, ha scritto: “L’antifascismo è il presupposto della Carta perché sta nei fondamenti e nell’architettura del sistema. La Costituzione rende impossibile ogni forma di dittatura della maggioranza”. Dunque non è questione di valori. Ma di conti (mai fatti davvero) con la storia.

Perché l’argomento suscita ancora tanto clamore? La risposta sembra semplice: non abbiamo davvero mai affrontato la storia, le macchie, le responsabilità del Ventennio. Frasi come “erano tutti fascisti” sono ancora oggi ripetute senza che siano sollevate obiezioni di sorta. Ma, per paradosso, erano anche “tutti antifascisti”: si citano ossessivamente i 12 che non giurarono (ignorando gli altri 1840 professori universitari che s’inchinarono al regime). La Resistenza, giustamente celebrata il 25 aprile, è diventata la guerra di tutti: si è dimenticato che è stata combattuta da pochi coraggiosi, molti dei quali ci hanno lasciato la pelle. Per capire come la questione delle responsabilità sia stata rimossa – in favore di un’oleografia che non aiuta il radicamento dei valori antifascisti – basti ricordare che Una guerra civile di Claudio Pavone è uscito all’inizio degli anni 90. Passare il cancellino sulla Storia, nel ridicolo tentativo di rifarsi una verginità, non serve a nulla: non ci rende migliori e non ci rende nemmeno più antifascisti. La riduzione del dibattito pubblico a questioni di maniera è anzi dannosa. L’abbiamo scritto più volte: di questo passo, nella furia censoria, dovremo demolire tutta l’architettura fascista (nel caso di Mantova perfino il cimitero o il centralissimo Palazzo dell’Agricoltura). È assurdo pensare che l’oblio possa rappresentare un antidoto al ripetersi della Storia: è vero il contrario. La città che tributò l’onore della cittadinanza al Duce (furono molte nel 1924, per l’anniversario della “Rivoluzione fascista”) non è, ovviamente, la stessa di oggi. Ma, come ha ricordato il presidente locale dell’Anpi, Luigi Benevelli, quella Mantova fu fascista: “La mia personale opinione”, ha dichiarato a La voce di Mantova, “è che quella cittadinanza è documento della volontà dei mantovani. Mantova è stata una provincia molto fascista: prima, durante, e anche dopo il fascismo, ai tempi della Repubblica sociale”. Se il sindaco e la giunta vogliono davvero rinverdire la fede antifascista, perché non intitolano una strada a Walter Cundari, nome di battaglia Wolf, comandante partigiano, nonché ex sindacalista e dirigente del Pci? Sarebbe un tributo utile a quei valori nonché a un grande uomo (fidatevi di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo).

M5S, “legalità” è meglio di “Onestà”

Travaglio ha ragione. Ma io non ho torto.
Ha ragione Travaglio quando afferma che di fronte alla slealtà, alla malafede, ai raggiri, alle truffe, alle violenze sostanziali bisogna restare fermi sui propri princìpi senza abbassarsi a quei livelli, costi quello che costi. Perché quando si scalfisce un principio anche per una sola volta e per cosa di poco conto, si sa da dove si comincia ma non dove si va a finire.

Ma io non ho torto perché un principio, anche il più giusto dei princìpi, se portato alle sue estreme conseguenze è un errore (“l’errore è una verità impazzita”, Chesterton). È l’errore che hanno fatto i Cinque Stelle, nella comprensibile ansia di un rinnovamento etico in un’Italia marcia fino al midollo, insistendo con eccessiva ossessività sull’“onestà”, che avrebbero fatto meglio a chiamare “legalità” perché l’onestà è un fatto interiore e anche un delinquente può essere onesto se rispetta il proprio codice morale (è il concetto che io riassumo nel binomio emblematico Vallanzasca/Berlusconi, il primo è un criminale, ma interiormente pulito, il secondo oltre a essere un criminale è, interiormente, moralmente marcio, un “delinquente naturale” come lo ha definito la Cassazione, cioè una persona che delinque anche quando non ne ha alcun bisogno).

Questo aver portato il principio dell’onestà/legalità alle sue estreme conseguenze espone i Cinque Stelle a facilissimi boomerang. Ieri tutti i principali giornali italiani titolavano, in testa alla propria prima pagina, sul fatto che alcuni Cinque Stelle, violando il proprio codice interno, non avevano restituito la diaria. Il Giornale: “Disonestà, disonestà. Crolla il mito dei ‘puri’. Fine del sogno a 5 Stelle”; Repubblica: “Rimborsi, lo scandalo scuote M5S”; Corriere della Sera: “M5S, un buco da 1,4 milioni”; La Stampa: “I grillini ammettono: rimborsi gonfiati”; Il Messaggero: “Rimborsi M5S, manca un milione”; Il Foglio: “Gioioso j’accuse contro gli impresentabili del moralismo”.

Il sottotesto di quest’orgia di j’accuse è la sua “gioiosa” implicazione: vedete sono come noi, sono marci come noi, che meraviglia.

Non c’è chi non veda, spero, la differenza che esiste fra coloro che oggi fan la morale ai moralisti e questi ultimi. I Cinque Stelle (cinque, dieci? Vedremo) hanno violato un proprio codice interno, privato, fra i moralisti d’occasione ci sono partiti nelle cui file militano deputati, senatori, consiglieri regionali, consiglieri comunali che hanno violato il Codice penale.

Giuseppe Prezzolini nel suo Codice della vita italiana distingueva gli italiani fra “i furbi” e “i fessi”. I primi sono quelli che se fregano di ogni regola, i secondi le rispettano. Ma i fessi sono così fessi da provare ammirazione per i “furbi”. Scrive ancora Prezzolini nel capitolo che introduce il Codice della vita italiana che s’intitola appunto “Dei furbi e dei fessi”: “L’italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno”. Il ventennale successo di Silvio Berlusconi, come ricordava ieri Marco Travaglio, insegna.

La violenza di piazza non è un fatto “lieve”

Sabato scorso, a Piacenza, è accaduto un fatto increscioso. Anche un video de ilfattoquotidiano.it documenta come in occasione di un corteo antifascista (sedicente: sul punto è già intervenuto su questo giornale Massimo Fini), un branco di facinorosi abbia picchiato selvaggiamente un carabiniere rimasto isolato e caduto a terra indifeso con urla concitate sullo sfondo.

La gravità dell’episodio avrebbe meritato parole di ferma condanna. Invece, solo imbarazzati silenzi o valutazioni generiche. Talora con il rimando ad analisi complesse e fumose: per condannare, allo stesso tempo, tutti e nessuno. Sembra di essere tornati alla fine degli anni Sessanta – inizio anni Settanta (anticamera degli spietati “anni di piombo”).

Sicché tornano utili alcune parole del cardinale Carlo Maria Martini, pronunciate più di 15 anni fa a Milano, in un Discorso alla vigilia di Sant’Ambrogio.

Parole che si fanno apprezzare prima di tutto per chiarezza e altrettanta franchezza. Sosteneva infatti Martini: “Chi di noi ha l’età per ricordare i primi tempi della contestazione sa che la noncuranza e la leggerezza ostentata anche da chi avrebbe avuto la responsabilità di giudicare e di punire, rispetto ad atti minori di vandalismo e disprezzo del bene pubblico, ha aperto la via a gesti ben più gravi e mortiferi. Chi getta oggi il sasso e si sente impunito, domani potrà buttare la bomba o impugnare la pistola”.

Che insegnamenti trarne? Che non ci si deve lasciar impressionare dal rischio di essere fraintesi, strumentalizzati o criticati. Di decisiva importanza, per contro, è valutare “subito” quanto accade nel mondo che ci circonda. Per evitare che quel che oggi può sembrare un piccolo male, conduca – dopo – “a gesti ben più gravi”. Oggi – e non domani – occorre valutare quanto accade ; e giudicare ciò che deve essere realizzato nella giusta direzione.

Quel che è successo nel nostro Paese alla fine degli anni 60 e l’inizio dei 70 il Cardinal Martini lo ha spiegato – senza troppi giri di parole – anche con l’incapacità, da parte di tanti adulti, di guidare, educare e correggere i giovani che sempre più stavano teorizzando e cominciavano a praticare la violenza come metodo di lotta politica.

In altre parole, coloro che hanno rinunciato al proprio ruolo “educativo” hanno reso orfani di aiuti e riferimenti i giovani che stavano crescendo nel codice della violenza. Non correggere e non punire chi aveva bisogno di essere aiutato a cambiare, ha di fatto rappresentato una violenza che ha generato altra violenza. E a molti di quei giovani si è tolta la voglia di futuro.

Se oggi si ripropongono quella miopia e quel giustificazionismo indulgenti che portano a definire “minori” certi contesti, ecco rinnovarsi il rischio che i giovani inclini alla violenza non siano per nulla dissuasi e “fermati” da quanti hanno il diritto-dovere di assumersi la responsabilità di farlo.

Ricordando, tra l’altro, che la violenza è la risposta di chi – a dispetto delle sue illusioni – è incapace di analisi approfondite e insofferente a valutazioni realistiche dei dati di fatto. Perciò soggetto al pericolo dei condizionamenti di un’impazienza avventuristica, dove il radicalismo verbale e il nullismo pratico (sul piano dei progetti politici) si intrecciano, bloccando ogni filtro critico. Con concreto vantaggio di coloro che si vorrebbero contrastare.

La nostra non è una democrazia perfetta, ma è democrazia. Il ricorso alle maniere forti e alla violenza infanga e indebolisce l’essenza stessa della democrazia e i suoi valori. Fino al punto di favorire la crescita della diffidenza e dell’ostilità verso l’antifascismo. Aprendo nel contempo e dilatando varchi prosperosi ai rigurgiti fascisti che oggi ci impestano. Del che dovrebbero farsi carico anche quei politici che disinvoltamente flirtano con gli “antagonisti” sperando di racimolare qualche voto in più.

Mail box

 

I colloqui non servono a nulla. Ve lo dice un disoccupato

In un’Italia dove il lavoro è sempre più una chimera vi racconto la storia di come, senza aver nemmeno avuto una chance lavorativa, sono stato bandito senza motivo per 11 anni dal poter lavorare in una nota azienda internazionale televisiva privata a pagamento.

I miei tentativi iniziarono nel 2006, quando venni licenziato dall’azienda nella quale lavorai per 13 anni. Nonostante l’invio di curriculum al sito della pay-tv non ricevetti mai nessuna risposta. Nel 2010 conobbi il nome del responsabile dell’area alla quale aspiravo, gli inviai il curriculum e mi contattò chiedendomi di scegliere il luogo di lavoro che preferivo tra due sedi, mi diede il suo numero di telefono e mi fece fare un colloquio – non con lui presente – dove mi venne chiesto solo cosa facessi nel tempo libero. Niente altro riguardo alle mie competenze. La persona che mi fece il colloquio non era una responsabile del personale ma una manager proprio dell’area dove desideravo entrare io. Di quel colloquio non ebbi mai alcun feedback e, anzi, oltre il danno la beffa: due anni dopo chiamai al cellulare il responsabile per avere spiegazioni e lui, come trasformato, mi disse che le aree gestite da questa manager per me erano out e senza possibilità d’appello. A 52 anni mi trovo senza lavoro e con il rammarico che senza questo ostracismo immotivato nei miei confronti ora sarebbero 7 anni di lavoro in quell’azienda che stimo e nella quale ancora anelo di lavorare.

Fabrizio Tassoni

 

La giustizia va dove i Servizi vogliono indirizzarla

Ho letto il vostro stupendo quotidiano e sono rimasto colpito dall’inchiesta Eni avente a oggetto, tra l’altro, il depistaggio delle indagini. Non solo per le persone e istituzioni coinvolte, ma mi è immediatamente balzato alla mente un passo del libro Doppio Livello di Stefania Limiti che, a sua volta, riportava una tipica espressione dei servizi segreti: “La giustizia va dove viene indirizzata”.

Ecco, credo che il modus operandi delle persone coinvolte in questa inchiesta, la loro levatura istituzionale e ruolo, sia proprio tipica dei cosiddetti servizi. Magari in questo caso potremmo definirlo maldestro, ma lo è. Invero, non vi sfuggirà che l’Eni, come altri colossi dello Stato, specie quando operano all’estero, sono tutelati e protetti da apparati dello Stato contro il rischio di infiltrazioni di concorrenza sleale.

In questo caso sembrerebbe proprio che abbiano cercato di “deviare” e orientare altrove l’azione della magistratura e degli inquirenti rispetto alla “ciccia” che invece era oggetto di attenzione.

Mariano Omarto

 

Se il popolo non si informa la colpa non è dei politici

Ho letto il fondo di Travaglio “Siamo rincoglioniti?” pubblicato il 9 febbraio e l’ho trovato, oltre che improntato a una divertente ironia, anche con una verità assoluta. Non v’è alcun dubbio che una bella fetta del popolo sia ignorante e sprovveduta. Già il grande pensatore Eraclito a cavallo del sesto e del quinto secolo avanti Cristo, scriveva di “svegli e dormienti” e, dopo una lunga fila di filosofi che hanno espresso opinioni similari, si può arrivare a citare anche il danese Kierkegaard che, nel diciannovesimo secolo, attestava: “In ogni campo sono sempre le minoranze, i pochi, che sanno, la folla è ignorante”.

e in oltre 2.500 anni tanti intellettuali hanno rilevato la dabbenaggine di tanta gente ci sarà pure una ragione, no? Mi ha molto meravigliato sentire il filosofo Massimo Cacciari affermare dalla Gruber che il popolo non c’entra niente ed è colpa della politica che non sa informare.

Oggi viviamo in un’epoca di informazione così diffusa e variegata che solo chi non vuole informarsi e ama vivere isolato dal mondo non riesce a distinguere gli imbonitori dagli onesti. Se Berlusconi riesce ancora a raccogliere milioni di voti si capisce perfettamente che non è colpa dei politici, ma di quei cittadini che non vedono e non sentono.

Giovanni Scarabello

 

Mi disgusta vedere in tv la presunzione di Sgarbi

Vedere a Piazza Pulita la faccia diabolica dello squinternato Vittorio Sgarbi, che si liscia continuamente i capelli con la mano con fare schizofrenico, mi disgusta.

Con presunzione critica Luigi Di Maio perché sbaglia i congiuntivi, poi non soddisfatto inveisce contro il giornalista americano Alan Friedman, che parlava a favore dei 5 Stelle, con insulti e ripetute offese, dicendo: “Tu sei brutto e la Boschi è bella”. É solo un gran maleducato.

R. Mariani

 

Il Movimento ricordi il perché del suo simbolo elettorale

In vista delle prossime elezioni (finalmente) politiche, suggerirei al Movimento di informare sul significato delle cinque stelle (acqua pubblica, mobilità sostenibile, sviluppo, connettività, ambiente), in quanto anche io, che pure seguo la politica, non ne conoscevo il significato fino a poco fa.

Essendo temi molto sensibili per il popolo italiano, per fare chiarezza sui simboli dei partiti che sono stati presentati, vedi le varie “ammucchiate”, il Movimento in tutte le sue manifestazioni politiche dovrebbe spiegare il significato del suo simbolo, per non incorrere ancora oggi a interpretazioni fuorvianti, tipo “albero di lusso”.

Angelo Acanfora

Rimborsi. Il vero nodo adesso potrebbe essere la reazione degli attivisti delusi

Non volevo andare a votare. Ho cambiato idea, vado e voto 5Stelle dopo aver visto e sentito l’ignobile comportamento di quasi tutti i mezzi d’informazione e partiti politici che si inventano e vedono la “pagliuzza” negli occhi degli altri e non si accorgono, volutamente, delle “travi” che hanno nei loro. Sarà vero boomerang come sostiene Di Maio?
Sebastiano Zedda

 

Forse, signor Zedda, non sarà un boomerang per i partiti come sperano Grillo e Di Maio. E forse non sarà neppure l’apocalisse elettorale per il Movimento. Il caso delle restituzioni mancate che da giorni lacera i 5Stelle, potrebbe anche non spostare nulla, per un Movimento che ha ormai un suo largo zoccolo duro nel Paese: a occhio piuttosto impermeabile agli errori veri o presunti dei 5Stelle. Ma pare altrettanto e forse più improbabile che la pioggia di donazioni promesse e mai versate aumenti i consensi per Di Maio e i suoi, che di certo non hanno mostrato attenzione ed efficienza (perché la totale assenza di controlli?). Piuttosto, il vero nodo per il M5S è la reazione degli attivisti, di quella base che ha visto tradita una promessa da alcuni eletti. L’amarezza di tante donne e tanti uomini che magari da anni organizzano banchetti al freddo, vanno a spese loro nei posti più sperduti e chiedono voti in nome dell’onestà e della trasparenza. “I nostri sono tutti molto incazzati e li capisco”, ci spiegava un parlamentare un paio di giorni fa, uno di quelli che la politica la fa (ancora) in strada. Ecco, urne o non urne, il primo problema del Movimento sarà recuperare il rapporto con la sua gente, rinsaldare un patto di fiducia senza indulgere nell’auto-assoluzione o viceversa in un’esagerata voglia di punire e magari reprimere. Si appronti un nuovo sistema, con controlli e regole serie, sulle restituzioni come sui rimborsi (c’è chi per cene o cancelleria ha speso vagonate di euro). E si accetti un principio naturale, ossia che un eletto a 5Stelle non è per sua natura onesto e/o leale a prescindere. Servirà a riconquistare gli attivisti, il motore del Movimento. Anche perché di elezioni ce ne sono tante, mentre di coerenza ce ne è una sola. O ci dovrebbe essere.

Luca De Carolis

Dell’Utri ricoverato nell’ospedale legato all’Opus Dei

L’ex senatore Marcello Dell’Utri, detenuto nel carcere di Rebibbia, è stato trasferito ieri mattina nel Campus Biomedico di Roma, legato all’Opus Dei di cui lo stesso Dell’Utri si è detto “ammiratore”, per controlli medici. L’ex parlamentare, che sconta una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, resta detenuto ma il trasferimento nella struttura sanitaria è stato disposto dal direttore del carcere in base alle norme dell’ordinamento penitenziario. Dell’Utri è piantonato. Il 6 febbraio scorso il Tribunale di Sorveglianza aveva nuovamente respinto la richiesta di scarcerazione per motivi di salute avanzata dal difensore, Alessandro De Federicis, affermando che può essere curato anche nell’attuale condizione di detenzione e che altrimenti, come ha già fatto, potrebbe scappare. L’ex senatore è affetto da problemi cardiaci cronici, diabete e un tumore alla prostata. “Lo staff del Campus Biomedico – ha detto il difensore – potrà verificare la situazione. All’esito degli accertamenti è possibile che si possano portare informazioni aggiuntive per il tribunale che a sua volta potrebbe assumere delle determinazioni. I medici devono chiarire. Vedremo le valutazioni sulle terapie da fare”.