Eni, il procuratore di Siracusa rischia il posto

Il procuratore di Siracusa Francesco Paolo Giordano potrebbe essere trasferito dal Csm per incompatibilità ambientale. L’ipotesi sarà vagliata oggi dalla Prima commissione. È la Procura in cui ha lavorato Giancarlo Longo, arrestato la settimana scorsa per associazione a delinquere e corruzione, già trasferito al tribunale civile di Napoli dopo l’inchiesta a suo carico a Messina: avrebbe pilotato fascicoli di indagine per favorire i clienti eccellenti di due avvocati, Piero Amara di Catania, legale dell’Eni e Giuseppe Calafiore, anche loro arrestati. Nella stessa Procura di Siracusa ha lavorato il pm Maurizio Musco, trasferito dal Csm a Sassari dopo la condanna definitiva per abuso d’ufficio e in primo grado per tentata concussione.

Il Fatto ha visionato la relazione all’attenzione del Csm su Giordano: emergono dalle audizione dei pm “sintomi di lacerazione del rapporto fiduciario” con i suoi sostituti, “significativo appannamento dell’esercizio indipendente e imparziale dell’attività giudiziaria” dopo che nonostante le segnalazioni su diverse “anomalie” nella conduzione di indagini da parte di Longo e Musco in testa, Giordano “ha spesso cercato di minimizzare gli accadimenti e di disincentivare, se non di ostacolare le segnalazioni”.

Si ricorda l’indagine sul presunto tentativo di Longo e dell’avvocato Amara di danneggiare l’inchiesta Eni del pm di Milano Fabio De Pasquale a carico dell’ad Claudio Descalzi per corruzione internazionale in Nigeria: “Preme segnalare l’anomalia relativa al procedimento per il presunto complotto ai danni” di Descalzi. Una denuncia racconta il falso: un dossier contro l’ad Eni scritto da fantomatici nigeriani. È Longo che quel 14 agosto 2015, da procuratore facente funzioni, si autoassegna il fascicolo e “in violazione delle disposizioni” di Giordano non informa né il procuratore né l’aggiunto Fabio Scavone. Ma Giordano “ha lasciato Longo nel settore reati di pubblica amministrazione e l’ha poi inserito in quello reati tributari nel quale vi erano procedimenti relativi a membri del gruppo Frontino”. Concetta Frontino è la compagna dell’avvocato Calafiore.

Ci sono anche altri episodi emblematici di inquinamento ambientale denunciati coraggiosamente da alcuni pm: di fronte alle informazioni del pm Davide Lucignani su una vicenda di presunto favoritismo del collega Longo nei confronti di membri del gruppo Frontino, indagati per reati tributari, il procuratore Giordano, sbottò: “‘Basta con questi esposti, Longo è uno dei migliori sostituti che abbiamo in questa Procura”.

Per Giordano “la frase è da inquadrare nella mia abitudine di parlar bene di tutti con tutti”; inoltre, “l’avvocato Calafiore è rimasto un’ora e mezza” nell’ufficio di Giordano, ha raccontato il pm Nitti, “nel giorno in cui una consigliera comunale, assistita da Calafiore, ha accusato di gravi reati” i pm Lucignani, Palmieri e Nicastro, tra i denunciati del “sistema Siracusa”. Giordano non ci sta a passare per il procuratore alla don Abbondio e rivendica “5 segnalazioni disciplinari contro il dottor Longo e il suo esonero” da nuovi procedimenti e udienze, in seguito all’indagine della Procura di Messina, nata dall’esposto di 8 pm di Siracusa, contrario Giordano.

Ma dopo il trasferimento di Musco e Longo il clima è più disteso? Mica tanto. I sostituti hanno raccontato di un tentativo, fallito, del procuratore di far scrivere loro una lettera al Csm per raccontare di una realtà migliorata. Secondo i pm, Giordano ha ancora del “risentimento” per le critiche secondo lui “immeritate”.

In tre denunciano Brizzi, l’accusa è violenza sessuale

Il primo nemico per chi ha denunciato Fausto Brizzi è il tempo. Due dei tre esposti presentati alla Procura di Roma contro il regista, infatti, rischiano di essere, come si dice in gergo, fuori termine. Ossia raccontano fatti che sarebbero avvenuti, a detta delle stesse esponenti, più di sei mesi fa.

Sarebbe quindi scaduto il termine massimo per presentare denuncia per violenza sessuale. È questa la prima verifica che stanno facendo gli investigatori dopo l’apertura del fascicolo, nel quale Brizzi non risulta indagato. Ossia stanno cercando di capire se è possibile procedere.

Il ciclone che ha coinvolto Brizzi è scoppiato nell’ottobre del 2017 – sull’onda della vicenda del produttore Harvey Weinstein, che ha scatenato il movimento #meeto –, quando l’ex iena Dino Giarrusso (ora candidato M5S) ha raccolto le testimonianze di alcune ragazze che raccontavano di presunti abusi. Nella maggior parte dei casi, i volti delle giovani erano coperti e le voci camuffate, ma le storie di cui parlavano avevano dei tratti in comune compresa l’esistenza di una casa con una jacuzzi piazzata nel salotto.

Inizialmente il nome di Brizzi non viene rivelato, si parla genericamente di un “regista cinquantenne”. Dopo che è finito sulla stampa, il regista autore tra gli altri di Notte prima degli esami, oltre a respingere le accuse aveva anche annunciato di procedere “in ogni opportuna sede nei confronti di chiunque abbia affermato e affermi il contrario. In via precauzionale, e per evitare strumentalizzazioni, ho sospeso tutte le mie attività lavorative e imprenditoriali”. La Warner Bros poco dopo, infatti, ha tolto la sua firma dal film Poveri ma ricchissimi, uscito nelle sale a Natale.

Adesso si scopre che tre denunce sono state presentate in Procura. In due casi si raccontano di episodi avvenuti più di sei mesi fa e quindi appunto improcedibili. In un altro, si parla, invece dello scorso agosto (la ragazza dice di aver incontrato più volte il regista), e anche in questo caso i termini per presentare querela sono al limite.

Gli accertamenti degli investigatori romani sono appena iniziati nel massimo riserbo e necessitano di particolare attenzione, sia per tutelare le denuncianti sia per le accuse pesanti che devono essere tutte dimostrate.

“Ad oggi, anche a seguito di una verifica effettuata nel corso della mattinata odierna, non risultano iscrizioni a suo carico presso la Procura della Repubblica di Roma”, ha fatto sapere in una nota Antonio Marino, avvocato di Brizzi. “Il mio assistito, come già fatto in passato e in qualsiasi presente e futura circostanza – conclude Marino –, ribadisce di non aver mai avuto nella sua vita rapporti che non fossero consenzienti”.

Dell’intenzione di denunciare, alcune giovani (che hanno preferito mantenere l’anonimato) avevano già parlato a Le Iene. Intervistata da Giarrusso, una ragazza con il volto coperto, ha spiegato: “Ho fatto un colloquio con ben tre avvocati che mi hanno chiesto di raccontargli tutto quello che era avvenuto e i dettagli. C’erano i presupposti per presentare denuncia non per molestia, ma per violenza sessuale”. La ragazza dice di voler presentare la denuncia in tribunale affinché “possa emergere, al di là di quelli che possono essere i risultati di questa operazione, la verità”.

“Non ho sentito solidarietà verso noi ragazze – ha spiegato invece un’altra persona al programma Mediaset –, anzi, alla fine capisci perché una donna non denuncia in questo Paese. Questo atteggiamento che ho riscontrato mi ha fatto venire ancora più voglia di portare questa storia in Tribunale. Sono ancora più decisa, mi rendo conto che non sarà facile. Ho avuto un colloquio con gli avvocati, stanno valutando come procedere dal punto di vista legale”.

Voragine in cantiere, le auto sprofondano. Evacuati due palazzi

Una voragine si è aperta ieri pomeriggio in via Livio Andronico, a Roma, in zona Balduina. Nel solco sono cadute alcune auto parcheggiate nelle vicinanze, sprofondate per circa 10 metri. Per fortuna il crollo non ha causato feriti. A causare il danno, secondo le prime ricostruzioni dei vigili del fuoco, potrebbe essere stato il crollo del costone di un cantiere, che ha trascinato parte della strada dove erano parcheggiate le macchine. La zona è stata subito isolata dai soccorritori e due palazzi, in cui vivono circa 60 persone, sono stati evacuati a scopo precauzionale. Non si esclude anche che a provocare l’apertura della strada possano essere state infiltrazioni d’acqua, problema che sembra essere stato segnalato da tempo ai residenti. Sul fatto la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine, mentre anche Virginia Raggi ha chiesto verifiche: “Le responsabilità saranno accertate con le conseguenze del caso, l’area è sotto sequestro della magistratura. Chi è responsabile dovrà pagare”.

“Non possiamo permetterci scontri tra scuola e famiglie”

In passato, se i bambini della comunità di Barbiana tornavano a casa e si lamentavano perché Don Milani aveva dato loro un ‘nocchino’, uno scappellotto, i genitori non sarebbero mai andati a lamentarsi col priore. Anzi. Avrebbero risposto: ‘Te ne ha dato uno? Allora io te ne do due’. In pratica, avrebbero rafforzato l’azione educativa di don Lorenzo. Oggi è il contrario. E i ragazzi non hanno più i riferimenti gerarchici di un tempo”.

Eraldo Affinati è docente da trent’anni e anche uno scrittore (ha pubblicato per Mondadori Tutti i nomi del Mondo). Oggi insegna italiano agli immigrati alla scuola Penny Wirton. “La scuola – spiega – è lo specchio della realtà, quindi si porta dentro tutti i problemi che ci sono fuori. Non è un’isola”.

Professor Affinati, quali sono questi problemi?

Prima di tutto gli adulti che diventano sempre più fragili. Non incarnano più l’emblema della regola da rispettare e vogliono spianare la strada ai figli cercando di rimuovere qualsiasi ostacolo si presenti sulla loro strada. Ma è sbagliato. L’adolescente ha bisogno di ostacoli da superare per crescere. Ha bisogno di un nemico con il quale confrontarsi. A un certo punto, l’adulto deve anche accettare il rischio di perdere il consenso dei figli, deve accettare la tensione e la responsabilità

E se non lo fa?

Allora tocca alla scuola. Inevitabilmente si crea una spaccatura tra scuola e famiglia che a volte può degenerare nei fatti di cronaca di cui leggiamo e sentiamo nelle ultime settimane.

Si riferisce agli insegnanti aggrediti da alunni e genitori?

Sì. Lì c’è il problema della sempre crescente solitudine del docente. Come dicevo, un tempo godeva dell’appoggio delle famiglie, oggi molto spesso si trova in classe da solo a esercitare anche la funzione genitoriale. L’azione educativa non può essere esercitata da una sola persona o da un solo soggetto: è una questione che riguarda la cosiddetta intera “comunità educante” attorno al giovane.

Come mai i ragazzi reagiscono con violenza?

Crescono in un mondo nuovo, digitale e informatico, che li pone di fronte a una marea informativa che un tempo ci si sognava. Non c’è però la gerarchia di valori che dovrebbe organizzare questa mole. E sono più smarriti di prima, soprattutto le personalità fragili. L’adolescente, si sa, è pur sempre lo specialista dell’errore.

La funzione del docente è stata spogliata della sua autorevolezza?

Chiunque parli di scuola, prima di farlo dovrebbe entrare in un’aula scolastica, alle 10 del mattino. Meglio se in un istituto tecnico o professionale. Così si potrebbe sperimentare cosa significhi insegnare, cosa osservare l’azione quotidiana degli insegnanti: 25 o 30 ragazzi tutti diversi, bravi, negligenti, di seconda generazione o che ancora non parlano bene l’italiano, ragazzi Dsa, cioè con disturbi specifici di apprendimento, oppure ragazzi Bes, cioè con Bisogni Educativi Speciali, o con handicap. Capite quanto sia difficile insegnare Petrarca o una formula matematica in un panorama come questo? Poche ore di questo e cambierebbero molti dei pregiudizi nei confronti della scuola.

Cosa pensa delle scuole come il Visconti di Roma che sponsorizzano l’assenza di questo tipo di differenze?

Annoveravano, nello specifico, l’assenza di immigrati e di disabili. Ai genitori che sono spinti a iscrivere i figli in queste scuole considerate “migliori” per questi motivi, posso dire che in trent’anni di insegnamento ho capito che le classi migliori erano proprio quelle composte da persone diverse: ragazzi, ragazze, immigrati, secchioni, ripetenti, negligenti.

Molti ritengono che sia un ostacolo allo svolgimento delle lezioni e un ostacolo per gli studenti più zelanti.

Non solo i deboli hanno bisogno dei forti, ma anche i forti hanno bisogno dei deboli. A livello educativo si sente subito che una classe eterogenea è molto più formativa di una livellata su un solo grado. Sono più vicine alla vita, durante la quale si avrà a che fare con un’umanità eterogenea e non di certo solo con persone eccellenti oppure solo con persone negligenti.

Quale soluzione a queste criticità?

Comunicare una scuola positiva e il grande lavoro dei docenti. Giustamente i media enfatizzano i casi di cronaca peggiori e tutti i fallimenti, ma la scuola è fatta da milioni di persone che ogni giorno entrano in aula e fanno lezione senza problemi. Il mondo dell’istruzione è bellissimo. E molto complesso.

 

Un ragazzino delle medie manda all’ospedale la prof

È l’effetto valanga: un caso ne svela un altro, fino a che non se ne rintraccia uno al giorno. L’ultima notizia di aggressione a un insegnante arriva da Piacenza: una professoressa di una scuola della provincia, che fa capo all’istituto comprensivo della Val Nure (a Ponte dell’Olio) è stata colpita ripetutamente a un braccio da uno studente di prima media tanto da finire al pronto soccorso con una prognosi di sette giorni. Il ragazzino è stato sospeso con obbligo di frequenza e la scuola ha presentato una denuncia per infortunio sul lavoro e una segnalazione ai Servizi sociali.

A raccontarlo, ieri, il quotidiano di Piacenza Libertà, ma l’episodio risale al 30 gennaio. “È stata la punta dell’iceberg di una situazione già molto difficile – ha detto la dirigente scolastica, Teresa Andena -. Il ragazzino si era già reso protagonista di altre intemperanze, ad esempio aveva costruito un rudimentale aggeggio con il quale dava la scossa ai suoi compagni e aveva fatto esplodere dei petardi nel doposcuola pomeridiano”. La preside racconta di aver segnalato tutto ai Servizi sociali del Comune di residenza del ragazzo, che avrebbero mandato un assistente sociale a casa. “Poi siamo intervenuti con tutte le azioni di sostegno possibili sulla classe – ha aggiunto – perché in questi casi c’è anche il rischio che un soggetto di questo tipo possa diventare un leader negativo per tutti i compagni”.

Per i sindacati c’è anche un problema di poco interesse da parte dell’amministrazione nel difendere i docenti. “I dirigenti hanno distorto la percezione dell’insegnante prestando troppa attenzione a ogni capriccio dei genitori – spiega Salvatore Pizzo, coordinatore della Gilda degli Insegnanti di Piacenza e Parma – . Si dimenticano di essere di fronte a un pubblico ufficiale”. Attacca poi l’Avvocatura di Stato “sempre pronta a sostenere azioni contro gli insegnanti accusati e mai per difenderli da ciò che invece subiscono”.

Piacenza è solo l’ennesima segnalazione: sabato scorso un padre foggiano ha preso a pugni il docente che aveva sgridato il figlio. A inizio febbraio, nel Casertano, una insegnante è stata sfregiata con un coltello da un’alunna 17enne. A gennaio ad Avola (Siracusa), un professore è stato malmenato fino ad avere una costola rotta. Indietro nel tempo, i casi aumentano, spesso anche privi di processi adeguati (come per un professore di Matera aggredito durante il ricevimento). “I docenti sono soli – continua Pizzo -. Recentemente a Piacenza è stato condannato in primo grado un signore che aveva telefonato a scuola il giorno della verifica del figlio fingendo un allarme bomba. L’amministrazione scolastica, ovvero l’Avvocatura di Stato di Bologna, ha scelto di non costituirsi parte civile. Sono certo che se l’illecito fosse stato compiuto da un insegnante, l’avrebbero fatto. Tutto questo non fa che indebolire il ruolo del docente”.

Musumeci caccia Antoci dal Parco in cui gli spararono

Già tagliato fuori dal Pd che l’ha escluso dalle candidature nel Messinese, Giuseppe Antoci, responsabile nazionale per la legalità dei dem, viene fatto fuori anche dalla carica di presidente del Parco dei Nebrodi: poco importa che si sia distinto per l’impegno contro la mafia dei pascoli, contribuendo a redigere un protocollo di legalità adottato nel codice antimafia e che per quest’impegno due anni fa sia sfuggito miracolosamente a un attentato, proprio sui Nebrodi. Adesso paga il prezzo dello spoils system del governatore Nello Musumeci che sta azzerando i vertici di enti e società regionali cacciando i fedelissimi di Crocetta. “Perché questa fretta con un presidente che scade tra sei mesi? – si è chiesto Antoci – a chi si doveva dare il segnale subito in maniera così urgente?”. “Abbiamo esercitato, senza alcuna eccezione per tutti gli enti regionali, il diritto allo spoils system – ha replicato Musumeci – applicando una legge del governo Crocetta, peraltro voluta proprio dal partito di Antoci. Al suo posto andrà un ufficiale del Corpo Forestale, noto per avere condotto impegnative indagini di pg”.

Cappato, alla Consulta la “libertà di morire”

Non c’è stata assoluzione per Marco Cappato, accusato di avere aiutato Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, a morire in Svizzera grazie a un suicidio assistito. Ma la decisione della Corte d’Assise di Milano di sospendere il processo, trasmettendo gli atti alla Consulta perché valuti la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio, era una delle soluzioni auspicate dal leader radicale. Così, quando il presidente della corte Ilio Mannucci Pacini ha terminato la lettura dell’ordinanza in un’aula super affollata, Cappato si è subito girato ad abbracciare i suoi legali e Valeria Imbrogno, fidanzata di Dj Fabo. Mentre le prime parole di Valeria sono state: “Questa è una vittoria non solo per Fabo, ma per tutti”. Ora si apre infatti un’occasione senza precedenti perché la Corte costituzionale entri nel merito del tema dell’eutanasia e valuti se persone colpite da malattie irreversibili e da gravi sofferenze, ma ancora in possesso delle proprie facoltà mentali, possano un domani ottenere assistenza per morire con dignità anche in Italia. Accogliendo quello che i giudici della corte scrivono nell’ordinanza: “Deve ritenersi che, in forza dei principi dettati da Costituzione e Convenzione europea dei diritti dell’uomo, all’individuo sia riconosciuta la libertà di decidere quando e come morire”.

Cappato si era autodenunciato un anno fa all’indomani della morte di Fabo in una clinica svizzera. Il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni lo aveva accompagnato in auto perché Fabo, rimasto tetraplegico e cieco dopo un incidente stradale, non poteva arrivare da solo. A Cappato veniva contestato di avere “rafforzato” il proposito di Fabo di suicidarsi e di averlo poi “agevolato” nella realizzazione dei suoi intenti. Sul primo punto, la Corte ripercorre le testimonianze raccolte in un dibattimento che ha avuto diversi momenti di commozione, come quando in aula è stata proiettata l’intervista in cui Fabo motivava con decisione la sua scelta, presa in autonomia e ancora prima di conoscere Cappato. “L’imputato – scrivono i giudici – non ha inciso sul processo deliberativo di Fabiano Antoniani in relazione alla decisione di porre fine alla propria vita”. Dunque “deve essere assolto dall’addebito di averne rafforzato il proposito di suicidio”. Valutazione opposta a quanto sostenuto dal gip che dopo la richiesta di archiviazione della Procura aveva disposto l’imputazione coatta.

Cappato, secondo i giudici, ha invece “certamente realizzato la condotta di ‘agevolazione’ contestata”. Ma proprio qui entra in gioco quella che per la Corte è l’incostituzionalità della norma (l’articolo 580 del codice penale) nella parte in cui “incrimina le condotte di aiuto al suicidio a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito del suicidio”. Una norma prevista dal codice Rocco di epoca fascista, da rileggere alla luce dei principi della Carta da cui deriva “la libertà per l’individuo di decidere sulla propria vita ancorché da ciò dipenda la sua morte”. E alla luce delle recenti sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo in cui si afferma che “il diritto all’autodeterminazione si esplica nella facoltà di ogni individuo, che sia in grado di assumere determinazioni consapevoli e ponderate, di decidere ‘se e come porre termine alla sua vita’”.

L’ordinanza ripercorre le sentenze sui casi che hanno fatto la storia del fine vita in Italia, cioé di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro. Per poi arrivare alla legge approvata di recente sul biotestamento, che non ha riconosciuto il diritto al suicidio assistito. Ma tale mancato riconoscimento – sostengono i giudici – non può portare a negare “la sussistenza della libertà della persona di scegliere quando e come porre termine alla propria esistenza”. Con una conseguenza: non è sanzionabile, a differenza di quanto prescritto dal codice penale, chi pone in essere un aiuto soddisfacendo le richieste di un individuo che abbia fatto la sua scelta “liberamente e consapevolmente” e sia stato “costretto a far ricorso a una persona terza solo perché impossibilitato fisicamente a realizzare da solo quanto deciso”.

Di qui il rinvio alla Corte costituzionale della norma che, tra l’altro, prevede per l’aiuto al suicidio senza istigazione una pena dai cinque ai dieci anni, giudicata eccessiva dalla Corte d’Assise. “È un’ordinanza impeccabile che fornisce numerosi elementi di valutazione ai giudici costituzionali”, commenta il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano che, assieme alla pm Sara Arduini, aveva chiesto l’assoluzione o, in subordine, il rinvio alla Consulta. “Aiutare Fabo a morire – dice Cappato – era un mio dovere. La Corte costituzionale stabilirà se questo era anche un mio diritto. E soprattutto un suo diritto”.

Rampelli, il vino e Montalbano

Togliete il vinoa Fratelli d’Italia: la campagna elettorale inizia a dare alla testa. Prima la polemica di Giorgia Meloni con il Museo Egizio, poi la gaffe della foto delle foibe (in realtà un plotone fascista che spara alle spalle a dei civili sloveni), ora pure Montalbano. L’ex missino Fabio Rampelli ce l’ha con la Rai: il servizio pubblico – dice – manda in onda le puntate del personaggio di Camilleri anche a ridosso delle elezioni regionali del Lazio. Così inganna gli elettori, che sulla scheda troveranno il nome di Nicola Zingaretti, candidato del Pd e fratello di Luca, l’attore che interpreta Montalbano. Una tremenda pubblicità occulta. Ma con un sussulto d’orgoglio, il fratello d’Italia ribalta il suo stesso ragionamento: “La Rai ha fatto male i conti”, dice, “perché Montalbano è di destra”. In quanto “uomo d’ordine, commissario incorruttibile fedele alla sua missione, coraggioso, creativo, con il senso dell’onore, sempre in prima fila e mai rinchiuso nelle stanze di un ministero o nelle sale conferenze a discettare sulla giustizia, come fa la sinistra”. Il commissario, dice Rampelli in un passaggio quasi onirico, è anche “pervicacemente eterosessuale”. Dunque la Rai ha fatto un “clamoroso autogol”. Voleva favorire Zingaretti (Nicola) “ma dal confronto tra il commissario Montalbano e il governatore, il politico ne esce a pezzi”. Infermiereeeee.

I due veri nemici di Renzi: Bonino e Gentiloni

Applausi calorosi dalla Confcommercio, attenzione della stampa internazionale (dal New York Times a Le Monde), interviste tv anche in programmi popolari come Domenica Live, appoggio costante di Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico. Così l’attenzione nei confronti di Emma Bonino cresce.

A lei guardano pezzi di establishment, dalla finanza al mondo delle imprese, attratti soprattutto dalle sue dichiarazioni in favore della spending review. A lei, per la vocazione europeista, è arrivato un (mezzo) endorsement di Napolitano. E poi di mondi diversi, da Saviano a Luigi Manconi. Tra i supporter c’è chi si spinge a pronosticare per lei un 4,5%. E il partito trasversale, da Leu alla stessa +Europa, con tifosi nel Pd, che vogliono un Gentiloni leader delle larghe intese e un Renzi definitivamente ridimensionato, indica un motivo in più per votarla: più prende, più debole sarà il segretario. Anzi, la Bonino può essere quella che fa perdere le elezioni a Renzi, secondo l’ asticella che si è fissato lui stesso (“Se il Pd sarà il primo gruppo parlamentare abbiamo vinto le elezioni, altrimenti no”). Il Pd al 23,1%, nelle proiezioni di You Trend, prenderebbe 105 deputati con le tre liste associate (Insieme, Civica popolare e + Europa) tra l’1 e il 3%; 93 con +Europa sopra il 3% (che ne prenderebbe 12) e le altre sopra l’1%; 86 con + Europa sopra il 3 e le altre sotto l’1. Renzi, sta facendo il giro delle trasmissioni tv. Lunedì, Otto e mezzo, ieri l’Aria che tira, oggi Quinta Colonna. Chi si vede poco, invece, è Gentiloni. L’ultima apparizione a Che tempo che fa di Fabio Fazio. In questi giorni dovrebbe andare a Otto e mezzo. Anche se lo stesso Renzi gli ha chiesto una mano in tv. Dopo le liste, i rapporti tra i due sono ai minimi storici. Invece, Gentiloni ha inaugurato la campagna della Bonino e potrebbe fare altre iniziative con lei.

I due condividono pure il collegio uninominale di Roma 1: lui alla Camera, lei al Senato. Sabato il premier sarà a Bologna, con Insieme. Atteso Prodi. Su un palco con Renzi non si vede da mesi. In questo clima, crescono i rumors sul post voto. Renzi ha smentito un pezzo di Politico.eu che lo vorrebbe pronto a una battaglia per la guida della Commissione europea dopo Juncker. Ma il ragionamento che lo vuole proiettato verso Bruxelles è aperto. Se il risultato del Pd sarà pessimo, la sua presenza, anche come ministro, in un ipotetico governo di larghe intese diventa improbabile.

B. ricicla pure il contratto con gli italiani dal fido Vespa

“Io Silvio Berlusconi mi impegno…”. L’incandidabile di Forza Italia, a 17 anni dal “contratto con gli italiani”, torna a sedersi alla stessa scrivania dove firmò la prima volta con un magistrale colpo di teatro passato alla storia della televisione. E ancora una volta a Porta a Porta, alla presenza del celebrante, Bruno Vespa. “Dove hai ritrovato il cimelio?”, chiede con finta ingenuità Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama e ora candidato di FI alle Politiche. “Era nelle attrezzerie della Rai…”, ribatte Vespa. E l’abuso della credulità popolare si ripete nelle forme e probabilmente anche nella sostanza.

L’ex Cav. si siede e legge un testo che inizia così: “Io Silvio Berlusconi mi impegno con gli italiani a portare il tasso di disoccupazione al di sotto della media europea entro la fine della legislatura” e, chiosa “se non ci riesco, Vespa è autorizzato a sputtanarmi”. Tutto proprio come la prima volta, ma il “padrone di casa” del salotto tv non ha mai osato tanto, altrimenti con molta probabilità avrebbe fatto la stessa brutta fine che minaccia ora di fargli fare, per amor di battuta, il padrone di Mediaset: “Se lei continua così a farmi solo obiezioni, se noi dovessimo prevalere, non so se lei potrà continuare a lavorare in Rai”. Immediata la replica del direttore artistico di Porta a Porta: “No, io andrò in pensione….”. E il Cavaliere rilancia: “No magari verrà a Mediaset”. Finito il siparietto tra i vecchi compari, si torna a parlare di temi concreti, come la promessa di dare una pensione a tutte le mamme del Paese: “Non lo abbiamo scritto, per cui dobbiamo approfondire questo aspetto, comunque, le mamme sono quelle che avranno di più…”, promette Berlusconi. Ci dice il nome del candidato premier, chiede ansioso Vespa? “Penso che sarò autorizzato a farlo prima del 4 marzo”, si schermisce il leader – incandidabile ma sempre il King maker – di Forza Italia. “Il premier ricopre un importantissimo incarico, volevo aspettare che la persona che ho scelto mi desse il via per comunicare il nome, ce l’ho ed è il migliore possibile” spiega criptico l’ex Cavaliere che dopo l’ennesima musata presa con la candidatura di Carlo Cottarelli, regolarmente smentita dall’interessato, la tocca piano. Esiste sempre la possibilità che Forza Italia non abbia i voti per dare indicazioni al presidente Mattarella sul nome del futuro presidente del Consiglio, si fa osservare nel salottino televisivo, tanto più che nel caso degli azzurri un cognome sul simbolo elettorale c’è, ma non è quello giusto. “Se non c’è un esito chiaro si deve andare subito al voto, si torni a votare con questa legge elettorale nei tempi più veloci perché non ci sarebbe una maggioranza per cambiarla” ribatte risoluto Berlusconi. A chi gli chiede se è questo che dirà la delegazione di FI a Mattarella, l’ex premier risponde: “Sì, perché un governo per essere sostenuto deve avere una maggioranza”.

Gli alleatidel centrodestra però su questo punto diffidano, temono l’inciucio con Renzi. “Tra alleati bisogna avere fiducia totale: ma come si può pensare che noi possiamo tradire i nostri elettori e il patto con loro”, ribatte Berlusconi accorato. Ridetta davanti al “notaio” Vespa in persona, assume la sacralità dell’impegno solenne preso a favore di telecamere: come l’altro e finché il dopo voto non ci separi.