Mai sbilanciarsitroppo. Qualcuno avrebbe dovuto dirlo al sindaco di Firenze Dario Nardella nel maggio 2016 quando rilasciò un’intervista a un magazine fiorentino (il Reporter) mettendo a verbale quanto segue: “La tramvia sarà pronta entro il 14 febbraio 2018, scommetto una cena coi fiorentini”. Come si sa, il 14 febbraio 2018 era ieri e le linee 2 e 3 della tramvia fiorentina sono ancora in costruzione: se tutto va bene per vederle in funzione ci vorranno l’estate inoltrata in un caso, l’autunno nell’altro. E dire che la prima pietra per la linea 2 era stata posta dall’allora sindaco Matteo Renzi nel 2011: “Sarà pronta nel 2014”, disse. In città l’anniversario non è passato inosservato: ieri la Lega ha fatto una finta inaugurazione con tanto di fascia tricolore tarocca, mentre per oggi è stata convocata su Facebook “La cena di Nardella”, poi divenuta “La cena de’ piatti voti” (dalle otto in piazza della Signoria) a cui hanno aderito oltre quattromila persone. Forza Italia, invece, preferisce ricordare le penali previste dai contratti per i ritardi: “Il conto complessivo è di 488 giorni di ritardo sulla linea 2 e di 333 giorni sulla linea 3. Tradotto in euro, questo comporta una penale da 17 milioni per la linea 2 e da 15 milioni per la linea 3”.
“Aiutiamoli a casa loro”? I 10 milioni della Lombardia finiti tutti in aziende fallite
Metti 3 milioni e mezzo di euro, soldi pubblici, per finanziare una catena di gelaterie italiane in Libano. La società “Gastronomia Italiana Holding” spende, ma non decolla. Nell’agosto 2017 chiude. Valore residuo: 2 euro. È solo la più pittoresca delle avventure finanziarie della Regione Lombardia di Roberto Maroni, che in pochi anni ha perso 10 milioni di euro investiti in Paesi del Nordafrica. A denunciarlo sono i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle, non senza qualche battuta sullo scandalo dei rimborsi che li riguarda: “Abbiamo controllato, i parlamentari lombardi e i consiglieri regionali M5S della Lombardia hanno restituito tutto regolarmente”, dice Stefano Buffagni. “Noi in Regione abbiamo restituito 1,5 milioni di euro, messi in un fondo per le piccole imprese che ha contribuito a far nascere 163 nuove aziende. Ma noi siamo quelli incompetenti. Ora vi diciamo come hanno buttato i soldi quelli competenti”. Segue il racconto dell’impegno della Regione Lombardia in Nordafrica. Finlombarda, la finanziaria regionale, ha costituto nel 2001 Finlombarda Sgr, società di gestione del risparmio. Questa nel 2006 dà vita a Euromed, fondo mobiliare chiuso di venture capital e private equity con l’obiettivo di investire nei Paesi del Mediterraneo, per “accompagnare gli imprenditori che desiderano avviare o espandere la propria attività nei mercati nordafricani”. Dotazione: 50 milioni, raccolti da Regione Lombardia, Fondazione Cariplo e Banca europea degli investimenti. Fondi “per aiutarli a casa loro”, direbbe la propaganda leghista. Peccato che Euromed abbia bruciato almeno una decina di milioni in imprese miseramente fallite, prima di chiudere definitivamente le sue attività ed essere liquidata nel novembre 2017.
La prima avventura si chiama “Energie del sole Sa”, azienda per produrre e vendere impianti solari e installare sistemi fotovoltaici in Tunisia. Euromed ci mette 1 milione di euro. Nel luglio 2016 esce dall’affare con il valore della sua partecipazione precipitato a 90 mila euro. Va anche peggio con “Almed Sas”, che deve produrre e vendere bottiglie e tappi in plastica per l’imbottigliamento, sempre in Tunisia. Il fondo ci mette 6,2 milioni di euro. Quando esce, nel luglio 2017, la sua partecipazione vale 2 euro. La terza avventura è quella dei gelati in Libano. Euromed vi impegna 3.517.223 euro. I gelati italiani vanno forte nel mondo, ma evidentemente non in Libano, o almeno non quelli finanziati dalla Regione Lombardia, perché l’azienda non va bene e il fondo esce dalla società nell’agosto 2017 segnando a bilancio un valore della partecipazione di 2 euro.
Finlombarda Sgr viene messa in vendita per 1 milione di euro, ma l’operazione viene bloccata quando si capisce che la società ha ancora in cassa 3 milioni e dunque la vendita si sarebbe potuta trasformata in un regalo di 2 milioni ai compratori. “Così sono sperperati i soldi pubblici”, dichiara il 5 stelle Dario Violi, “invece che inventare prodotti finanziari, Finlombarda dovrebbe offrire sostegno alle piccole imprese lombarde”. I “prodotti finanziari”, oltretutto, sono stati fallimentari. “Sono i frutti di Roberto Formigoni prima e di Roberto Maroni poi”, aggiunge Buffagni, “e il centrosinistra, che avrebbe dovuto controllare dall’opposizione, non si è mai accorto di niente”.
Nardella la assume a chiamata e poi le paga pure l’aspettativa
Assunta con chiamata diretta e subito messa in aspettativa. Retribuita, ovviamente. Capita a Firenze, feudo di Matteo Renzi, sbandieratore della meritocrazia come modello. La giovane Celeste Oranges, 28enne con in tasca un corso di laurea magistrale in Giurisprudenza, nell’ottobre 2017 è stata assunta dal sindaco metropolitano Dario Nardella con chiamata diretta. Il compenso è ottimo: 47 mila euro annui. L’impegno importante: 36 ore settimanali. L’obiettivo: stilare il patto per la sicurezza. Una proposta impossibile da rifiutare. Fra l’altro per realizzare un progetto prestigioso. Ma forse troppo impegnativo per Celeste Oranges che infatti, dopo aver accettato l’incarico, ha ritenuto necessario tornare sui libri e si è iscritta a un master per colmare le possibili lacune. Quindi ha rinunciato all’incarico? No. Ha chiesto una aspettativa retribuita. Che le è stata concessa: 150 ore nel periodo tra il 9 novembre e il 31 dicembre 2017 e altrettante per tutto il 2018.
Si aggiunge così un altro tassello alla vicenda raccontata dal Fatto a gennaio. La chiamata diretta di Oranges è di fatto apparsa sin da subito particolare. Particolare per le casualità che ruotano attorno alla giovane. La prima. Appena un mese prima di essere chiamata da Nardella in Città Metropolitana, la 28enne Celeste aveva partecipato a un bando pubblico di Palazzo Vecchio. Un concorso per 48 posti di istruttore direttivo amministrativo al quale risposero tremila candidati. Orange è però arrivata 627esima, esclusa alla prima prova. Ma la sorte a volte si accanisce e fa emergere un’altra casualità. La seconda: Celeste è figlia di Acheropita Mondera Oranges che dal 6 giugno guida la Procura della Corte dei conti della Toscana dopo esserne stata a lungo vice procuratore generale. Un incarico di assoluto rilievo.
È, per capirci, colei che dovrebbe o potrebbe indagare sulla corretta o meno gestione degli enti pubblici toscani. Insomma: dell’uso responsabile da parte dei sindaci dei soldi dei cittadini. Acheropita è il capo dei magistrati contabili. Non solo, ed è la terza casualità: fu proprio lei a formulare nel settembre 2014 la richiesta di archiviazione per Matteo Renzi in una vicenda legata ad alcune nomine compiute dall’ex sindaco proprio a chiamata diretta. C’era poi un procedimento avviato dai tempi di Palazzo Isimbardi, gli anni in cui il rottamatore era un esponente della Margherita rutelliana e guidava la Provincia di Firenze. La Corte dei conti aveva contestato spese per 20 milioni. Poi nel tempo ridimensionate. Nel frattempo era sorto l’altro procedimento per l’assunzione di quattro dirigenti al posto di uno.
Oranges mamma chiese l’archiviazione (ottenendola) sostenendo che la responsabilità non era politica, quindi di Renzi, ma degli stessi dirigenti. Tutto finito in nulla. Come le successive numerose denunce e segnalazioni presentate dal consigliere comunale Tommaso Grassi e dai gruppi di opposizione del Movimento 5 Stelle seguiti anche da Fratelli d’Italia negli ultimi due anni sulle spese da sindaco di Renzi e di Nardella. Ora, infine, la magistratura contabile è stata invitata a controllare i fondi impiegati per realizzare la tramvia: un’opera che costa già 54 milioni a chilometro ed è in procinto di lievitare fino a 68 milioni. Uno sproposito rispetto ai 7,6 milioni di media europea, come rivelato proprio dal Fatto appena una settimana fa. Una segnalazione è stata recapitata anche all’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone.
Nardella a gennaio giustificò la nomina sostenendo fosse dovuta “alla necessità di creare un gruppo di lavoro specifico con determinati profili professionali”. E l’aspettativa retribuita? Come è giustificata? Per “motivi di studio”, si legge nella delibera. Ma può un soggetto chiamato a svolgere uno specifico incarico per le sue competenze chiedere ancor prima di iniziare a lavorare una aspettativa retribuita per motivi di studio?
Lo stesso decreto di nomina firmato da Nardella specifica che la chiamata diretta è dovuta alla necessità di individuare “una figura specializzata in ambito giuridico” e la scelta è caduta su Oranges “visto il curriculum”. L’unico letto, trattandosi di chiamata diretta. È allegato all’atto. Dopo una laurea magistrale in Legge conseguita nel 2014 con una votazione di 106/110, Celeste Oranges svolge 6 mesi di pratica legale nello studio di Gaetano Viciconte. Poi frequenta vari corsi. Dal giugno 2016 è tirocinante presso la Procura della Repubblica di Firenze, nel settembre dello stesso anno frequenta il corso di preparazione al concorso per magistrato, infine, nel 2017 frequenta un master universitario di secondo livello in Criminologia presso l’università di Roma.
Queste le voci indicate come “istruzione e formazione”. Esperienze professionali? Nessuna. Lasciate in bianco anche le “capacità e competenze personali”. Tra quelle tecniche, invece, Oranges annovera, testuale: “Conoscenza informatica Office discreta”, “conoscenza Internet discreta”. Infine le “capacità e competenze artistiche”: “Attitudine alla grafica, ritrattistica e all’arte canora”. Ora Oranges lo arricchirà ulteriormente.
E Renzi gonfia anche il dato sull’abolizione dei rimborsi elettorali
Quantohanno risparmiato le casse dello Stato dopo il decreto Letta, che nel 2014 abolì gradualmente il finanziamento pubblico diretto ai partiti? Secondo Matteo Renzi, che ha attaccato il Movimento 5 Stelle sulla questione delle restituzioni, con questa legge il Pd avrebbe “rinunciato ogni anno ad oltre 38 milioni di euro”. Ma ieri sera il programma Checkroom, condotto da Nicola Ghittoni su Skytg24, ha fatto i conti in tasca al segretario dem, dimostrando che le cifre sui finanziamenti pubblici sono diverse: “Prendendo come riferimento il dato sul totale dei proventi del Pd nel 2013, troviamo i 38 milioni a cui probabilmente si riferisce Renzi, ma di questi, soltanto 24 provenivano dal finanziamento pubblico”. Il risparmio dunque c’è, ma bisogna tenere conto che negli ultimi anni i partiti, Pd compreso, hanno percepito comunque fondi pubblici, seppure in forte diminuzione rispetto al passato, fino all’azzeramento del 2017, compensato solo in parte da contributi indiretti. Per questo, sostiene Checkroom, “il dato di Renzi è falso, perché la rinuncia del Pd si può stimare attorno ai 17/18 milioni ogni anno”.
Spese grilline: 28mila euro di taxi e 2.200 al mese per una casa
Anche il settimanale Panorama ha fatto i conti sui rimborsi del Movimento 5 Stelle durante la loro prima legislatura. Il settimanale – si legge in una nota – ha passato in rassegna i costi degli eletti del M5S da inizio legislatura. Marta Grande per la sua casa ha pagato 132 mila euro: una media di 2.200 euro al mese. Lello Ciampolillo, fino a ottobre 2017, ha speso 90 mila euro in hotel e 70 mila euro di trasporti, tra cui 28 mila euro di taxi. Mattia Fantinati ha pagato circa 39 mila euro in pranzi, cene e bar. Mentre 28 mila euro sono le spese in generi alimentari di Carlo Martelli, coinvolto nella Rimborsopoli. Anche il record delle consulenze va a Ciampolillo: 183 mila euro, fino a ottobre 2017. Segue Barbara Lezzi, con quasi 106 mila euro. Nell’assistenza legale brilla invece Alessandro Di Battista: 56 mila euro, più di mille al mese. Mentre Luigi Di Maio ha speso ben 171 mila euro in attività ed eventi sul territorio. Panorama ha verificato anche come sono stati utilizzati i soldi della diaria parlamentare, riconosciuti per le spese di soggiorno a Roma, ad agosto 2017, quando l’attività d’aula s’è limitata a due giorni.
Il Lodo Sarti&Lezzi: così i Cinque Stelle vogliono salvare le zarine di Rimini e Lecce
Le donne fanno la differenza. Anche per il M5S, che nel 2013 ne portò una vagonata in Parlamento, e questa volta ha fatto una fatica immane nel trovarne da candidare. Ecco perché era (ed è) così difficile rinunciare a Giulia Sarti e Barbara Lezzi, parlamentari di peso coinvolte da Le Iene nell’epopea delle restituzioni mancate. Storie diverse: perché Lezzi, il nome più importante tra i dieci accusati da Le Iene, è ormai fuori dalla bufera. Mentre Sarti balla ancora sopra il precipizio.
Martedì sera le avevano chiesto conto dell’elenco de Le Iene, e così ha telefonato a Di Maio, ammettendo per la prima volta “problemi sulle rendicontazioni per vicende personali”. Ovvero bonifici mancati per oltre 20mila euro. Ieri mattina sembrava perduta. Ma la riminese Sarti, in passato molto vicina all’ex 5Stelle Federico Pizzarotti, si è difesa con le unghie. E ha spiegato i mancati versamenti con una truffa, subìta da una persona che di fatto le avrebbe sottratto online i suoi versamenti. Di Maio e i suoi si sono presi altro tempo per decidere. Anche perché sarebbe complicato escludere una capolista che proprio il candidato premier ha voluto anche nel collegio uninominale. Oltretutto, membro dell’Antimafia. Oggi Di Maio sarà a Rimini, assieme a Max Bugani, membro dell’associazione Rousseau, il referente in Emilia del Movimento. E dovrà dire qualcosa, a occhio di definitivo. Ma la sensazione è che Sarti sia quasi salva. Mentre è sicuramente al riparo Lezzi, che martedì aveva pubblicato su Facebook la sua verità. Ovvero, di tutti i bonifici fatti solo uno da 3500 euro “non era andato a buon fine”, respinto dalla banca “forse per mancanza di fondi”.
Lezzi ha versato quanto mancava, e ha aspettato la sentenza dei vertici. Poche ore, e Di Maio e i suoi hanno lanciato segnali di pace. “Errore in buona fede, e poi era solo un bonifico” è stata (in sostanza) la linea: ufficiosa, perché il caso era spinoso. Tanto che ieri Di Maio non vi ha fatto cenno. Ma Lezzi andava salvata. Troppo di spicco, la senatrice di Lecce. Volto di prima fila in tv, popolare tra gli attivisti, capolista: proprio sopra quel Buccarella che è già negli inferi con i suoi 137mila non restituiti.
E poi “ha mostrato coraggio” sottolineano dal M5S. Non ha mai perso la testa, anche di fronte alle Iene che nel servizio pubblicato domenica la incalzavano, mentre Buccarella era un fascio di nervi, lui che è noto per la sua calma simil-britannica. Insomma, Lezzi resterà dentro il Movimento. E lei per celebrare ieri sera ha partecipato all’inaugurazione di un comitato elettorale dalle sue parti, a Nardò. Ma il segno che era tutto passato l’aveva già dato in mattinata intervenendo su Radio 24, dove ha addirittura annunciato un cambio di sistema: “Dalla prossima legislatura verseremo su un conto corrente nostro: dopo di che, una volta verificati tutti gli accrediti su questo conto, verranno girocontati a quello del ministero, così avremo sempre la quadratura mensile”. E saluti alla grande paura.
Riecco Borrelli: sta benissimo e fonda un altro movimento
In calce al suo post su Facebook – quello con cui è riemerso dall’ombra dopo 30 ore di silenzio –i commentatori danno sfoggio di saggezza popolare che inevitabilmente il dialetto veneto, la regione di cui David Borrelli è stato ràs indiscusso del Movimento 5 Stelle, avvicina di molto alla blasfemia.
È tornato Borrelli. E non ha buone notizie per chi aveva riposto fiducia in lui. Nessun problema di salute, sta benissimo. Semplicemente ha “deciso di aderire a un nuovo progetto: un movimento, che nascerà a breve e che si occuperà proprio di imprenditori e risparmiatori”. Lo annuncia con naturalezza estrema, come se non fosse uno dei tre soci dell’associazione Rousseau, l’organizzatore delle feste nazionali del Movimento, uno che Gianroberto Casaleggio lo sentiva tutti giorni. “Per 13 anni il Movimento è sempre stato la mia casa, l’ho visto nascere ed ho avuto il privilegio di assistere molto da vicino a tutte le tappe di questa avventura”. Ma “ora è arrivato per me il momento di cambiare percorso”. Arrivederci e grazie.
Dire che i vertici Cinque Stelle siano attoniti è un eufemismo. Ancora ieri pomeriggio Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio hanno provato a cercarlo per chiedergli spiegazioni sul suo improvviso passaggio al gruppo dei “non iscritti” all’europarlamento. Ma lui non ha mai risposto.
Da martedì pomeriggio era chiuso a casa sua, a Treviso. I collaboratori sono rimasti a Bruxelles, a lavorare sugli “importanti dossier” che il deputato europeo continuerà a seguire dalle commissioni in cui è stato eletto in quota M5S: Industria e Ricerca la prima, Commercio internazionale la seconda. Da lì farà politica per conto di questo “nuovo movimento” a cui fa cenno nel post di ieri sera. Suo compagno di avventura potrebbe essere Massimo Colomban, l’imprenditore veneto che fu già arruolato nella giunta Raggi, amico di vecchia data di Beppe Grillo, e che da sempre ha il pallino di scrivere il programma economico del Movimento (ma non glielo hanno lasciato fare). Martedì, al Fatto, Colomban aveva raccontato che Borrelli gli aveva annunciato con un sms il suo addio ai Cinque Stelle e ancora ieri lo stesso Colomban annunciavo un appuntamento fissato per il prossimo weekend con il deputato sparito dai radar. Insomma, è l’unico con cui ha parlato in questi due giorni di “fuga”.
E le ragioni di salute, quelle con cui martedì si era spiegato l’addio di Borrelli? “Non ne ho mai accennato”, dice adesso l’europarlamentare, sostenendo che il testo del comunicato era farina del sacco della delegazione M5S al Parlamento europeo capitanata da Laura Agea. E a questo punto pare evidente che appellarsi all’impedimento fisico sia stata la maniera con cui il Movimento ha provato a giustificare un addio così imprevedibile e inspiegabile.
Borrelli annuncia querele contro le “invenzioni fantasiose” che ha letto sui giornali, perché lo “indicano come autore di condotte che non ho mai tenuto”: non sono i soldi la ragione che lo ha spinto ad andarsene, nessuna Iena alle calcagna. Eppure sembra a tutti incredibile che un personaggio così quotato nel Movimento abbia improvvisamente cambiato idea alla vigilia delle elezioni e nel pieno dello scandalo sui rendiconti. Il suo mandato scade tra un anno. Era l’ultimo a disposizione.
M5S, sono in 8 nella lista nera. E almeno 3 saranno rieletti
La sentenza la emette in serata il candidato premier, Luigi Di Maio, di fronte a un pugno di telecamere. E parla di otto parlamentari colpevoli di mancate restituzioni, due in meno di quelli indicati dalle Iene, per un totale di quasi 800mila euro. “Si sono autoesclusi dal Movimento” riassume Di Maio dopo una giornata passata a incrociare dati e cifre forniti dal ministero dell’Economia con i bonifici dagli eletti. Dal suo comitato elettorale a Roma, celebra: “Abbiamo restituito oltre 20 milioni di euro”. E prova a mettere un punto al caso dei versamenti mancati, un lutto per il M5S che delle donazioni alle piccole e medie imprese aveva fatto lo stemma della sua diversità. Nel rosario dei dannati recitato dal capo politico finiscono anche la deputata Silvia Benedetti, capolista in Veneto, che si sarebbe tenuta 23mila euro, la senatrice Elisa Bulgarelli, che non ne avrebbe donati 43 mila, e il deputato uscente Girolamo Pisano, accusato di non aver versato qualcosa come 205 mila euro. Ma soprattutto non c’è la deputata Giulia Sarti, capolista in Emilia Romagna e candidata anche nell’uninominale, nonché membro della commissione Antimafia.
Nell’elenco dei colpevoli pubblicato martedì sera da Le Iene, i grandi inquisitori dei 5Stelle che pure le ritengono un programma di riferimento, c’era anche lei. Ma sul suo caso il Movimento sta svolgendo ulteriori verifiche. E la sensazione è che si vada verso l’assoluzione. Però non ci sarebbero altri in bilico, giurano dal Movimento. “C’erano altri 4-5 casi sospetti, ma si trattava solo errori materiali” assicurano, ripetendo che la storia dovrebbe finire qui. E per ora è questo il responso dei controlli incrociati del M5S tra i conti del ministero dell’Economia, depositario del fondo dove affluivano i soldi dei parlamentari, e la documentazione fornita dagli eletti. O almeno per quelli che hanno dato l’autorizzazione. Ieri infatti nel Movimento hanno scoperto che serviva l’autorizzazione di ogni parlamentare per controllare i suoi bonifici, perché così prevedono le norme sulla privacy. E alcuni l’hanno negata: per esempio Ivan Della Valle, che si sarebbe tenuto 272mila euro. Ovvero, avrebbe fatto restituzioni solo per pochi mesi su 5 anni. E non ha dato il via libera neppure Pisano. Entrambi non saranno nel prossimo Parlamento.
Mentre invece ha ottime possibilità di essere eletto il senatore Maurizio Buccarella, secondo in un collegio della Puglia sotto la capolista Barbara Lezzi (ufficialmente salva, dopo aver raccontato di un suo bonifico per 3.500 euro “respinto” dalla banca). Buccarella, già autosospeso dal Movimento, ha dato l’autorizzazione a essere controllato. E nella classifica dei “cattivi” è terzo, con 137 mila euro non ridati. Eppure su Facebook martedì aveva raccontato di “una leggerezza” commessa su tre bonifici, per un totale di 12mila euro. Una verità sconfessata dalle cifre. Si era detta tranquilla anche la senatrice emiliana Bulgarelli, ricandidata ma terza nel suo collegio (quindi ineleggibile): “Spiegherò tutto”. Pareva assolta, ieri mattina. Ma Di Maio l’ha accusata di non aver ridato 43mila euro: ed è fuori. Come il deputato Emanuele Cozzolino, ricandidato come terzo in Veneto, che sconta mancati versamenti per “soli” 13 mila euro. E come Benedetti che, ricordano, già aveva rischiato l’espulsione tempo fa perché in grave ritardo sulle restituzioni. Dissidente silenziosa, come capolista è però certa di essere eletta. E il nodo principale per il M5S è questo.
Perché degli otto “condannati”, almeno tre entreranno di certo in Parlamento: ovvero i primi due scoperti, Andrea Cecconi e Carlo Martelli, assieme a Benedetti. Poi ci sono Buccarella, eletto probabile, e Sarti, ancora in sospeso. Insomma, il caso restituzioni avrà una sua lunga, inevitabile coda. Grillo ha ammesso sul blog: “Ci sono rimasto male”. Ma Di Maio deve mostrarsi sicuro, positivo. E allora celebra il primatista nelle restituzioni, Massimiliano Bernini, anche lui tra i dieci accusati da Le Iene. Ma il deputato laziale (che non si è ricandidato) è quello che ha ridato più di tutti, 334mila euro. “Massimiliano ci aveva già avvertito di aver avuto problemi tecnici, è completamente a posto” spiega Di Maio, che annuncia “la settimana dell’orgoglio del M5S”, preannunciando eventi sulle restituzioni in tutta Italia. “Questa vicenda potrebbe portarci più voti”, ripetono dal Movimento. Ma sanno che la base è furibonda e che un dogma è stato violato, più volte. Anche da parlamentari che eleggeranno coi loro voti. È la beffa, il sale sulla ferita.
Il Gasparri di Renzi
Confesso che Matteo Richetti mi sta simpatico. Quando lo incontravo nei dibattiti televisivi, mi era sempre sembrato uno dei pochissimi renziani raziocinanti, cioè pensanti con la propria testa e non con quella del Matteo Maior (si fa per dire). Il quale infatti lo aveva “posato” per diversi anni perché non gli leccava i piedi a sufficienza. L’aveva addirittura silurato come candidato a governatore dell’Emilia Romagna con la scusa dell’indagine per la Rimborsopoli emiliana: e che fosse una scusa lo dimostrò il fatto che fu candidato Stefano Bonaccini, pure lui indagato nella stessa inchiesta. Poi furono archiviati entrambi, ma Bonaccini troneggia da quattro anni col suo mento volitivo alla guida della Regione Emilia-Romagna, mentre Richetti restò in purgatorio fino alla vigilia del referendum costituzionale del 2016, quando l’altro Matteo lo riesumò dalla quarantena per esibirlo last minute a recuperare il terreno perduto. Invano. Ora è stato promosso a portavoce di Renzi (bella forza: prima c’era Anzaldi) ed è un’altra persona. L’altra sera, a DiMartedì, mi ha messo tristezza. Bersani e Di Battista avevano appena risposto alle domande mie e di altri colleghi sulle magagne dei rispettivi partiti. Poi è arrivato Richetti e, a ogni domanda sulle magagne del Pd, rispondeva su quelle dei 5Stelle. Come se fosse reduce da un corso di aggiornamento tenuto da Gasparri, da Brunetta, da Elio Vito e dal Bondi dei tempi d’oro (prima della recente guarigione).
Abituato alla Rai, dove di solito nessuno fa mai domande ai padroni di casa del Pd, Richetti era sinceramente incredulo perché gli chiedevo conto dei 29 inquisiti nelle liste del Pd, cioè del clamoroso, trionfale sorpasso financo su FI, che di impresentabili per motivi penali ne ha racimolati soltanto 22. A suo dire, chiedere il perché di quei 29 indagati significa “parlare come Rocco Casalino” (il portavoce M5S). In realtà significa parlare come Renzi, Richetti & C. Quando davano la scalata al partito e chiedevano le dimissioni dei ministri Cancellieri, Alfano, De Girolamo e Idem dal governo Letta, anche se i primi tre non erano indagati e la quarta lo era per un’evasione di pochi euro su una palestra. Allora i due Matteo invocavano la questione morale per questioni di opportunità, di etica, di conflitti d’interessi, di “disciplina e onore”. Ora che Richetti ha smesso, chi parla come parlava lui, cioè chi è rimasto coerente anziché voltare gabbana per uno sgabello da portavoce, è come Rocco Casalino. Come se ci fosse solo Casalino, in Italia, a trovare ipocrita chi s’indigna per le mancate donazioni di una decina di 5Stelle.
E intanto sta in partiti che non si sono mai tagliati un euro di stipendio, e hanno persino bocciato la legge (di Richetti!) che riduceva un po’ i vitalizi. Come se bisognasse essere Casalino per notare l’incoerenza di quanti rimproverano a dieci grillini di aver fatto ciò che fanno da sempre i parlamentari di tutti i partiti. Come se nessun altro, oltre a Casalino, trovasse scandaloso che 10 pentastellati abbiano violato il proprio Codice etico trattenendo soldi propri; e normale che centrodestra e centrosinistra portino in Parlamento una dozzina di consiglieri regionali indagati e imputati per aver violato il Codice penale, intascando soldi nostri: cioè rimborsi pubblici per spese private camuffate da attività istituzionali. L’altra sera, mentre il Gasparri di Renzi faceva fuoco di sbarramento contro ogni dato di fatto e ogni ragionamento logico sparando slogan a macchinetta, pensavo ai milioni di elettori del Pd. Quelli che per vent’anni si sono indignati per le liste sporche del centrodestra e martedì hanno scoperto dalla viva voce di Richetti che anche loro erano dei Rocco Casalino, dei fottutussimi criptogrillini che devono vergognarsi di aver sognato una politica pulita. Quelli che votavano Renzi (alle primarie 2012-2013 e alle Europee 2014) perché prometteva di rottamare la vecchia politica delle clientele e degli inciuci, e ora si ritrovano in lista l’uomo delle fritture di pesce e del “clientelismo come Cristo comanda” (copyright De Luca), Casini, la Lorenzin e altri venti ex berlusconiani al posto di tanti politici progressisti e ambientalisti.
Quelli che fanno battaglie antimafia in Sicilia rischiando la pelle e si ritrovano in lista il rettore dell’università di Messina Pietro Navarra, nipote del patriarca del clan dei Corleonesi Michele Navarra (ritenuto il mandante dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto), e non Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi scampato a un agguato mafioso e silurato da Musumeci. Quelli che, negli anni di Mani Pulite e del berlusconismo arrembante, manifestavano in piazza per i magistrati e contro corrotti e corruttori, e ora scoprono che aveva ragione Craxi. Già, perché Renzi, dopo aver paragonato Di Maio a Craxi per le mancate donazioni, ha fatto marcia indietro: ma non per aver offeso il leader dei 5Stelle e anche i 10 furbastri pentastellati (che non hanno violato alcuna legge); bensì per non offendere la memoria del pregiudicato latitante Craxi e tutti i craxini col Pd. Ho anche pensato al popolo del Pd che aveva sofferto per le collusioni di molti dirigenti col sistema di Buzzi & Carminati e sperava che Renzi & Orfini avessero fatto piazza pulita a Roma, mentre ora si ritrova in lista e prossimamente in Parlamento Micaela Campana, indagata per falsa testimonianza per i 39 “non ricordo” al processo Mafia Capitale sui suoi rapporti con Buzzi (che al telefono salutava con un bel “bacio, grande capo!”). Ecco, l’altra sera, grazie a quel genio del Gasparri di Renzi, questi milioni di elettori del Pd hanno scoperto di essere tutti Casalino. Cioè 5Stelle. Così, il 4 marzo, sanno come votare.
Vento, rinvii e un caso di doping. Ma arrivano le medaglie azzurre
Saranno i Giochi del “disgelo” diplomatico, ma nella contea di Pyeongchang imperversa un vento gelido e terribile con raffiche da cento chilometri l’ora, micidiale come le intemerate trumpiane. Il maltempo è implacabile: boicotta il calendario dello sci alpino, le prove della discesa e del gigante sono state infatti di nuovo rinviate: a oggi. La discesa è una disciplina che dipende sempre dalle condizioni meteo, la sicurezza degli atleti viene prima di ogni altra ragione, anche quella degli sponsor che in questi Giochi hanno investito cifre colossali: le Olimpiadi Pyeongchang dovrebbero costare qualcosa tra 10 e 14 miliardi di dollari, quattro volte Sestriere.
Quanto ai rinvii, succede ormai spesso. Vent’anni fa toccò a Nagano, in Giappone. Destino beffardo: il vento che spazza i monti Taebaek arrivano dalla Mongolia e soprattutto dalla Siberia, come se la Russia avesse deciso di partecipare lo stesso alla festa olimpica dalla quale, invece, è stata bandita a causa del doping organizzato (a proposito: il primo caso di questi Giochi è del pattinatore giapponese Kei Saito). Ma intanto, negli stadi del ghiaccio, il vento resta fuori e tutto procede con perfezione maniacale.
Ed è subito festa per gli italiani. La nostra portabandiera Arianna Fontana, 27 anni e le ali ai pattini, ha vinto i 500 metri dello short track, reggendo il feroce inseguimento della rivale coreana Choi Min-jeong, l’idolo di casa. È la prima volta che un’europea interrompe il dominio asiatico e americano ai Giochi d’inverno. In Corea, come in Cina e in Giappone, lo short track è popolarissimo: le atlete coreane hanno vinto 11 ori, le cinesi 9. Arianna il suo primo oro lo agguanta al quarto tentativo, dopo aver incassato un argento e quattro bronzi: una caccia alle medaglie che si accompagna a una longevità sportiva di altissimo livello, dopo aver conquistato un argento e quattro bronzi. I 500 metri sono spettacolari, di fatto uno sprint prolungato corsi all’ultimo respiro, in un catino infernale tipo Rollerball dove la pista circolare misura 111,12 metri e la devi ripetere quattro volte e mezzo. Ha battuto al fotofinish – in realtà, quasi tutte le gare di velocità breve dello short-track finiscono così, sul filo dei millesimi – la Choi che poi, dopo l’esame del Var (chiamiamolo così) è stata squalificata per una spinta. Trucchi e alleanze spesso condizionano i risultati. Arianna non è caduta nei tranelli, è partita subito in testa per evitare contatti fatali, la normalità purtroppo se si resta intruppati. Solo la canadese Vincent è stata capace di salire sul podio, come la Fontana, in quattro edizioni olimpiche.
Mica è finita, per l’Italia degli sport invernali. Il riccioluto aostano Federico Pellegrino ha conquistato un ottimo argento nello sprint a tecnica classica – spettacolare corsa dello sci di fondo – battuto solo dal fuoriclasse norvegese Johannes Klaebo, il dominatore assoluto della stagione, il quale punta a vincere tutte le gare del fondo. La nota positiva è che Pellegrino non ama la tecnica classica, bensì quella a passo alternato. Lui, il grande freddo coreano non l’ha patito, anzi, “non mi interessa”, ha subito premesso, a differenza di tanti altri che hanno messo le mani – e gli sci – avanti, lamentandosi del freddo. In inverno, capita… nella gara della combinata alpina, per esempio, Christian Innerhofer, 33 anni e grinta da vendere sulle pendenze che diventano sentenze, ha toppato, pur cominciando discretamente (quinto in discesa). Lo slalom lo ha punito. In Coppa del Mondo gli atleti azzurri avevano fatto cose egregie, quest’anno, soprattutto Peter Fill che ha addirittura conquistato il trofeo: ieri lui e Paris sono saltati nello slalom. Peccato. Intanto, la ricca spedizione italiana (122 atleti) ha cominciato discretamente: un oro, un argento, un bronzo. La nazionale è nona, per il momento. Ma la Fontana ha idee bellicose, per il futuro: parteciperà a tutte le gare dello short track e Pellegrino, Klaebo permettendo, punta ad arricchire il medagliere. In attesa delle ragazze dello sci alpino. Nel frattempo, ogni esibizione della squadra coreana unita dell’hockey è seguita come fosse un summit internazionale.
Giorno dopo giorno, la partecipazione della Corea del Nord solleva timide speranze di dialogo anche dopo i Giochi. Ma pochi, però, ci credono.