“Perfino Humphrey Bogart reciterebbe Montalbano”

Record dei record: 11 milioni e 386 mila telespettatori per il 45% di share, La giostra degli scambi è Il commissario Montalbano più visto di sempre. L’acclamata serie tv lunedì 19 febbraio toccherà con Amore quota 32 film, e dal ’99 la triade creativa non è cambiata: Andrea Camilleri ci mette la penna, Luca Zingaretti la faccia e Alberto Sironi la macchina da presa. Gallaratese trapiantato a Roma, classe 1940, il regista non si capacita del successo: “Siamo contenti, anzi, di più. Ma anche un po’ sconcertati, sono cifre che fanno impressione”.

Sironi, a giudicare dagli ascolti Sanremo non è finito: è il trionfo del nazionalpopolare?

Come ascolti c’azzecca, ma la somiglianza col Festival finisce lì. Non sono nemmeno sicuro del nazionalpopolare, se è quello dei Promessi sposi allora sì, Montalbano lo è, in senso alto e importante. Camilleri ha scritto storie straordinarie, Salvo è tra i personaggi più belli della letteratura degli ultimi 50 anni.

Qual è la sua eccezione culturale?

Sceneggiature e romanzi hanno un’ambivalenza molto particolare, non sono storie naturalistiche, partono dal quotidiano, ma si e ci trasportano nel mito e, perfino, nella metafisica. Sicché il mondo di Montalbano è fatato: poche comparse, una macchina, la Tipo, che era già desueta nel ’99, una lentezza, una morbidezza di luce da favola. È un racconto diverso, e la gente lo capisce.

La gente vede anche Don Matteo: analogie?

Poche. Ho visto uno o due episodi qualche anno fa, per carità, certe cose sono anche divertenti, ma il modello d’ispirazione del poliziesco, quale è Montalbano, viene dal cinema americano, non dalla tv italiana.

Facciamo i nomi?

Il lungo addio, il bianco e nero, Raymond Chandler e Dashiell Hammett, le dark lady. E Humphrey Bogart.

Zingaretti come Bogart?

Beh, sono sicuro che copione alla mano Bogart Montalbano l’avrebbe fatto. Del resto, Luca l’abbiamo scelto sulla scorta del suo esempio: con la Rai e il produttore Carlo Degli Esposti, cercavamo un protagonista che oltre al commissario avrebbe potuto fare il villain. Accade, appunto, con i grandi attori americani, li vedi e non sai se aspettarti un buono o un cattivo: un interprete deve saper rovesciare la calza, altrimenti il pubblico s’addormenta. All’epoca Luca veniva da una carogna, lo strozzino di Vite strozzate, e dal villain della Piovra: perfetto. Ha ambivalenza, fisicità, sa essere forte e duro, per poi rivelare un’anima corretta e onesta.

Un gallaratese la Sicilia come la inquadra?

In realtà, esserlo è stata una fortuna: chi può emozionarsi di più delle bellezze sicule se non chi le conosce meno? Le piazze barocche le abbiamo liberate dalle macchine per filmarle, e grazie a Dio ci hanno copiato tutti, il sindaco di Ragusa Ibla in testa. E che dire della Fornace Penna, una fabbrica di mattoni abbandonata a Sampieri, che abbiamo usato più volte per location? Il sindaco ci ha messo un cartello, “luogo di interesse cinematografico”, e ha inibito la speculazione.

Da regista quali sono le premure?

Vengo dal teatro, facevo da assistente a Strehler, poi mi son trasferito a Roma, gavetta a Tv7. Ma dal palcoscenico ho mutuato un’attenzione estrema per gli attori: un regista li deve amare, non solo, deve esserne geloso, volersi sostituire. Bisogna saperli scegliere, come diceva Fellini, e il più è fatto. Zingaretti sa benissimo dove portare Montalbano, ha cervello, sensibilità: io al massimo posso dirgli “qui un po’ meno”, ma oramai tra noi basta uno sguardo.

32 episodi, il suo preferito?

Gli ultimi sono sempre i migliori, ma nel cuore ne serbo uno vecchio, Gita a Tindari, sul traffico d’organi di bambini.

Qual è il segreto di Montalbano?

Oltre alla dimensione mitica, incarna tutte le caratteristiche dell’italiano: anarchico individualista, vuole ragionare con la sua testa, vivere lì dove vive e stare con i suoi collaboratori, rinunciando a viaggi e carriera. Fedeltà e onore: molto siciliano e molto italiano, nel senso migliore. Ma ha anche uno sguardo ricco di pietas per i derelitti, non condanna quelli che sbagliano, al contrario, perdona e comprende. E il pubblico apprezza grandemente questa sua religiosità laica, tipicamente camilleriana.

Salvo chi voterebbe?

Non lo so, e vale pure per me. Agli inizi Fazio lo accusava di essere di sinistra, e Salvo si schermiva: “Ma quando mai!”. Eppure, l’attenzione per i deboli quella no, non l’ha mai nascosta.

“Vorrei essere italiana, come una contadina del Salento”

Come un vulcano in piena eruzione. “Che però non deve fermarsi: noi donne dobbiamo continuare a combattere perché questo cambiamento diventi irreversibile. E fare i nomi, quando serve”. Così Helen Mirren interpreta il maremoto al femminile contro le molestie ma soprattutto a favore di una mutazione profonda verso una definitiva parità. In Italia a presentare il ghost movie “pacifista” La vedova Winchester dei gemelli Michael e Peter Spierig , l’attrice si prepara a vestire i panni di Caterina II di Russia mentre non smette di lodare Virzì e il cinema italiano. “Vorrei essere un’attrice italiana, per ora sono una semplice contadina salentina”.

Cosa l’ha attirata a indossare l’abito nero di Sarah Winchester, protagonista di un macabro horror?

Prima di tutto non è un horror, ma un ghost movie, un film di fantasmi di puro intrattenimento. Vari elementi mi hanno attratto nel progetto dalla giovane età dei registi al fatto che Sarah Winchester sia realmente vissuta, segnando una vicenda misteriosa e ricca di leggende, una delle quali è diventata il racconto di questo film, ovvero che lei costruiva e demoliva in continuazione la sua casa per “inchiodarvi” (letteralmente) nelle stanze gli spiriti che via via si presentavano.

Dietro all’intrattenimento però si evince una critica all’ossessione americana per le armi, essendo gli spiriti “dimoranti” nella villa le vittime uccise dalle armi da fuoco prodotte dalla famiglia Winchester, di cui Sarah è la miliardaria erede.

Gli Stati Uniti hanno una cultura tutta loro rispetto alle armi, giustificata unicamente dal denaro e temo fortemente che questa non cambierà. Però se gli Usa fanno un caso a sé, non puntiamo il dito unicamente contro di loro perché quasi tutti i Paesi ricchi, incluso il mio e il vostro, hanno le loro colpe, vendendo armamenti alle nazioni in via di sviluppo, ai loro famigerati “signori della guerra”. Dobbiamo sentirci tutti responsabili e consapevoli prima di scagliare le colpe altrove.

Ironia della sorte lei viene da una famiglia di militari russi, e dunque con le armi sembra esserci una sorta di effetto karma…

Certamente, ma è inconscia! Pensate che uno dei miei antenati è ricordato come uno dei peggiori ufficiali delle battaglie napoleoniche: fu addirittura congedato per quanto fosse pessimo, e mi dicono fu anche una persona orrenda. Spero non avere ereditato molto del suo Dna!

Le sue origini sembrano ora portarla a vestire un’altra corona emblematica della storia europea, Caterina II di Russia per HBO. È così?

Pare che succederà, ne vado molto fiera. Caterina fu una donna fortissima, una “rivoluzionaria” a modo suo, una signora della politica nel senso moderno del termine.

Donne che combattono. Come si pone nel fiume in piena del sexgate anche hollywoodiano?

È importantissimo quanto sta accadendo, e mi chiedo perché abbia impiegato così tanto a succedere. L’unica risposta che mi do è che si tratta di una mutazione culturale e quindi ha bisogno di tempo. Pensiamo a 200 anni fa, le donne non avevano una voce. Questa è un’eruzione vulcanica, un magma che bolle sotto la crosta, ma serve che non si fermi perché il grande rischio è tornare indietro e invece deve diventare un cambiamento irreversibile verso la reale parità di diritti e di dignità fra uomini e donne.

Ma lei pensa sia utile o importante fare i nomi dei molestatori?

Certamente quando serve i nomi vanno fatti, ma non mi piace vedere qualcuno accusato brutalmente. Quindi ci vuole equilibrio. Bisogna fermare chi compie dei crimini ma va fatto nella maniera giusta, mi ripeto: il cambiamento è essenzialmente nella cultura e non nella natura. Uomini e donne sono naturalmente diversi, è necessario imparino a rispettarsi nella loro diversità.

Lei è legatissima all’Italia, dalla masseria in Salento al film con Virzì. Guardando avanti, cosa vede in tricolore?

Quello con Paolo è un film di cui vado orgogliosa e felice, peccato uscirà negli Usa in marzo, fuori tempo massimo per gli Oscar: evidentemente l’Academy non lo vuole considerare. Dire che amo l’Italia è riduttivo: il mio film dell’anima (e del cuore) è italiano, L’avventura, la mia attrice guida è Anna Magnani, vorrei ancora lavorare con un vostro regista, qualunque purché sia italiano! Insomma, vorrei essere un’attrice italiana ma mi accontento – per ora – di essere una “contadina salentina”.

Schulz fuori da tutto e l’Spd boccia anche il suo successore

“Mi dimetto con effetto immediato”. Chiude così la sua settimana da incubo Martin Schulz. Ex segretario del partito dopo esser stato per una manciata di ore ministro degli Esteri del nuovo governo di Grosse Koalition e divenuto capro espiatorio del gruppo dirigente dell’Spd. Ma rivendica: “Abbiamo raggiunto un buon contratto di coalizione: un rapporto di un istituto che abbiamo raggiunto il 70% del programma elettorale”. Intanto l’incarico di commissario del partito è stato affidato fino al congresso di aprile al sindaco di Amburgo, Olaf Scholz, ministro delle Finanze in pectore; bocciata Andrea Nahles, indicata da Schulz come successore.

Conflitti fra grandi potenze, rischio mai così alto dalla fine della Guerra Fredda

Per una volta – ma non è la prima -, la scienza e l’intelligence sono d’accordo. “Il rischio di conflitti nel mondo, anche tra le grandi potenze, non è mai stato così alto dalla fine della Guerra Fredda”: lo dice il direttore dell’intelligence Usa Dan Coats, in audizione al Congresso. Cina e Russia vogliono espandere, in modo aggressivo, la loro influenza; la Corea del Nord e le tensioni tra Iran e Arabia Saudita sono i focolai di rischio peggiori. Coats parla mentre i ministri degli Esteri, a Kuwait City, e della difesa, a Roma, della Coalizione anti-Isis a guida Usa si consultano cercando di dare un senso al conflitto che prosegue in Siria, dove i protagonisti non possono più nascondere dietro il paravento del comune nemico, lo Stato islamico, le loro priorità: americani e alleati anti russi e iraniani pro-Assad, turchi contro curdi. Il parere del capo dell’intelligence Usa coincide con quello della Federation of atomic scientists, che dal 1947 indica con l’Orologio dell’Apocalisse quanti minuti mancano al Giudizio Universale dell’olocausto nucleare: il momento più buio era finora stato nel 1953 (due minuti alla mezzanotte), per la proliferazione dell’atomica nel pieno della Guerra di Corea, il più sicuro nel 1991, con la fine della Guerra Fredda (17 minuti). Adesso, siamo di nuovo a – 2’: il Mondo non è mai stato più pericoloso, proprio come dice Coats.

Che se la prende con l’Europa, le cui incertezze “indeboliscono l’Occidente”, e con la Russia, che mesta nei voti altrui e che profitterà dei Mondiali di Calcio per un giro di vite antiterrorismo (e, ovviamente, anti-opposizione).

Le riunioni di Kuwait City e Roma confermano l’impegno militare anti-Isis e sollecitano “moderazione” alla Turchia, un Paese della Nato, che sta attaccando i curdi ad Afrin. Mosca accusa Washington di volere “un quasi Stato” a Est dell’Eufrate, sottratto al controllo di Assad, e avverte che ci sarà una provocazione con i gas a Idlib, da parte di al Nousra, già vicina a al Qaida. Suona quasi una copertura a priori di un attacco coi gas del regime.

Migranti, sbarchi sono in aumento come prima della “cura” Minniti

Nei primi 43 giorni del 2018 sono sbarcati sulle coste italiane 4.731 migranti. Meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, ma molti di più se messi a confronto con la fine del 2017. A diffondere le cifre, in tono entusiastico, è stato il ministero dell’Interno, ma è necessario fare chiarezza. Sostenere che nel raffronto tra i due dati statistici temporali, nel 2018 siano arrivati meno profughi di un anno fa, significa scoprire l’acqua calda. E questo il Viminale dovrebbe saperlo, considerato l’accordo estivo preso con le autorità libiche, ufficiali e ufficiose. D’altra parte, il dicastero presieduto da Marco Minniti, non sembra preoccuparsi troppo del crescente aumento degli sbarchi. E invece la tendenza, rispetto alle intenzioni del nostro governo, è preoccupante. Senza considerare l’inatteso aumento in un periodo difficile, tra maltempo e condizioni meteo marine pessime nel Mediterraneo e i combattimenti nelle zone interessate dalle partenze dei barconi. Ma andiamo con ordine. I 4.731 migranti arrivati in Italia dal 1° gennaio a ieri significano un calo sostanziale rispetto al 2017. Del numero complessivo, 3.574 migranti sono partiti dalla Libia (il 60,76% in meno rispetto al 2017 e il 42,28% al 2016), gli altri da Egitto, Tunisia e Algeria.

Restringendo l’indagine al solo mese di gennaio, gli arrivi sono stati 4.081. Secondo Frontex, l’agenzia delle frontiere Ue, in realtà a gennaio sono sbarcate oltre 4.800 persone, più o meno la stessa cifra dell’anno passato, ma soprattutto il doppio rispetto a dicembre. Il ministro Minniti di questo si deve preoccupare nella sua ottica di sbarramento dei flussi, con qualsiasi mezzo. All’inizio di luglio 2017, come per magia, gli sbarchi si erano arrestati, dopo un primo semestre da record: “Provvedimenti necessari, l’Italia rischiava la tenuta sociale”, aveva detto Minniti giustificando l’accordo coi libici. Nei primi due mesi, luglio e agosto, il mar Mediterraneo si è quasi svuotato, poi, da settembre, i viaggi della speranza sono ripartiti, prima col flusso anomalo dalla Tunisia, poi con la ripresa del fronte principale dalla Libia.

“Ambasciatore e inchiesta. Troppi errori su Giulio”

Crediamo sia necessario un immediato cambio di rotta nelle indagini”. I familiari di Giulio Regeni hanno atteso il giorno in cui cadono esattamente i sei mesi dalla decisione del governo italiano di rispedire al Cairo l’ambasciatore Giampaolo Cantini per affondare il colpo. Una missione, quella del nostro rappresentante diplomatico in Egitto, considerata fallimentare dai genitori di Giulio e dal loro avvocato, Alessandra Ballerini.

Trascorsi i due tristi anniversari, le date della sparizione e del ritrovamento del corpo del ricercatore italiano, 25 gennaio e 3 febbraio, il timore è quello di un generale abbassamento delle attenzioni attorno al caso.

I Regeni ne hanno per tutti, in particolare per la Procura generale del Cairo. La stessa che, proprio il 25 gennaio scorso, aveva incassato le lodi del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone: “La Procura generale egiziana si era impegnata, come si legge nel comunicato del 21 dicembre scorso, a ‘proseguire le indagini, sulla base anche delle ipotesi investigative formulate dai magistrati italiani’ – attaccano Claudio e Paola Regeni e il loro avvocato – da allora non è stata registrata in realtà nessuna reazione da parte della magistratura egiziana sulla informativa italiana che ricostruisce le precise responsabilità di nove funzionari di pubblica sicurezza egiziani. Sono passati, da quel 14 agosto, altri 6 mesi. Le atrocità commesse dal governo egiziano, a dispetto della volontà di alcuni, non sono state dimenticate, non solo dal popolo giallo ogni giorno più numeroso, ma dalle centinaia di altre famiglie che hanno subito e subiscono continuamente le sparizioni forzate dei loro cari”. Quello in corso non è certo il periodo migliore per chiedere e ottenere dal Cairo notizie e riscontri positivi sul caso Regeni, con le elezioni nei due Paesi coinvolti nella vicenda: l’Italia il 4 e l’Egitto il 26-28 marzo.

Parlando di cambio di rotta, la famiglia Regeni ricorda anche i video della metropolitana del Cairo, luogo chiave della vicenda, visto che Giulio è sicuramente stato prelevato lì sotto. Le autorità egiziane hanno incaricato prima una azienda tedesca e poi una russa per recuperare i filmati della sera del 25 gennaio 2016, dalle 19 alle 20. Immagini che potrebbero essere state recuperate, ma già distrutte. Il problema è che i progressi sul caso in direzione di una verità processuale sono lenti e procedono a due velocità.

Da una parte il lavoro limitato della procura italiana che non può direttamente intervenire con indagini proprie, dall’altra i ‘tempi tecnici’ dell’inchiesta dal Cairo. La chiave doveva essere l’ambasciatore Cantini: “La missione a lui affidata che doveva consentire il raggiungimento della verità su tutto il male del mondo inferto su nostro figlio – rincarano la dose i Regeni – non ha raggiunto alcun risultato. L’ambasciatore Cantini non aveva ancora fatto in tempo ad insediarsi che le autorità egiziane, forti di questa normalizzazione dei rapporti, hanno oscurato il sito della Ecrf, l’ong alla quale appartengono i nostri consulenti egiziani, per poi far arrestare il nostro avvocato, Ibrahim Metwaly”.

Oxfam e prostitute, anche il capo sapeva

Anche il capo sapeva ma non ha fatto abbastanza. Mark Goldring, chief executive di Oxfam, era stato informato di presunti abusi sessuali commessi dal personale dell’organizzazione umanitaria e non ha preso provvedimenti efficaci.

Dopo le rivelazioni del Times dei giorni scorsi, ora ad inchiodare il vertice di Oxfam è Helen Evans, responsabile della salvaguardia del personale fra il 2012 e il 2015. In una lunga intervista a Channel 4, Evans ha raccontato di aver condotto una indagine approfondita su 12 sospetti abusi in due anni: in alcuni paesi, il 10 per cento dello staff sarebbe stato molestato da colleghi. “Ricordo che un giorno mi sono arrivate tre segnalazioni di molestie avvenute all’estero”. Fra queste, il presunto stupro di una dipendente da parte di un collega in Sud Sudan e quella di una vittima costretta ad atti sessuali in cambio di aiuto. Poi il caso, stavolta in Gran Bretagna di una quattordicenne molestata da un adulto mentre facevano entrambi volontariato in uno dei tanti punti vendita in cui Oxfam raccoglie denaro vendendo libri, abiti ed oggetti di seconda mano.

In quella occasione aveva segnalato il fatto che i volontari di Oxfam non vengono sottoposti a controlli della fedina penale. Allarmata, Evans aveva compilato un rapporto dettagliato e chiesto alla dirigenza di Oxfam un incontro per discuterne. Incontro cancellato all’ultimo momento dallo stesso Godlring che, secondo la corrispondenza via email ricostruita da Channel 4, avrebbe detto che il rapporto era accurato e non c’era altro da aggiungere. Lei aveva continuato a chiedere risorse per andare a fondo e infine, di fronte al muro di promesse non mantenute e denunce insabbiate, aveva deciso di lasciare l’organizzazione, nel marzo 2015. Aveva quindi portato le prove alla Charity Commission e al Department for International Development (Cooperazione Internazionale). Il primo vigila sull’operato della associazioni umanitarie con statuto caritatevole, dal secondo dipendono i finanziamenti pubblici; nel caso di Oxfam, 32 milioni di sterline per il 2017 (a cui si aggiungono i 29 dell’Unione Europea). Entrambi avrebbero agito con molta cautela, almeno fino allo scorso anno.

Lo scandalo sta travolgendo non solo Oxfam, ma anche altre organizzazioni. Come rivelato per la prima volta dal Times la scorsa settimana, sono 120, solo l’anno scorso, i dipendenti delle principali charities britanniche (Oxfam, Save the Children e Christian Aid) accusati di abusi sessuali. Poi c’è la vicenda di Roland Van Hauvermerein l’ex capo di Oxfam durante la crisi umanitaria seguita al devastante terremoto di Haiti del 2010. Secondo le accuse avrebbe organizzato festini con giovanissime prostitute – o più probabilmente ragazzine disperate – nella villa pagata da Oxfam.

L’indagine interna era stata veloce e pietosa: quattro i dipendenti licenziati, mentre Van Hauvermerein e altre due persone si erano potute dimettere prima della conclusione degli accertamenti interni, senza ripercussioni sulla carriera.

La Charity Commission ha aperto un’inchiesta: a seconda dei suoi esiti, il ministro della Cooperazione potrebbe decidere di ritirare i finanziamenti pubblici. Lunedì è rotolata la prima testa, con le dimissioni della vice di Goldring, Penny Lawrence. Lo stesso Goldring si è scusato per non aver agito in modo tempestivo e ha dichiarato di essere pronto a farsi da parte. Come nota il Times, fra i compiti di Oxfam Haiti, tuttora attiva, c’è la lotta alla violenza sessuale.

Ultimo tango a Tel Aviv, chiesta incriminazione per Netanyahu

“Io so la verità, non decide la polizia ma la magistratura”. Sono state queste le prime parole che il premier israeliano Benjamin Netanyahu ieri sera ha scelto per il discorso alla tv nazionale allo scopo di rispondere alle accuse della polizia. Che poche ore prima aveva raccomandato alla magistratura l’incriminazione per corruzione e abuso d’ufficio. Dopo oltre un anno di investigazione, la polizia israeliana ha dunque deciso di inviare alla magistratura la richiesta di incriminarlo.

Il temuto dado è stato tratto nonostante lo stesso Netanyahu avesse tentato nei mesi scorsi di fare pressione sui legislatori affinchè approvassero una legge per abolire la facoltà della polizia di raccomandare ai magistrati di procedere alle incriminazioni.

Il premier più longevo della storia israeliana, la settimana scorsa aveva provato in extremis a scongiurare la “raccomandazione” facendo leva sul lungo rapporto di collaborazione e amicizia con il Procuratore generale Avichai Mandelblit. Tanto è vero che Bibi aveva risposto alle anticipazioni della stampa locale con queste parole : “Il Procuratore generale non permetterà che la magistratura accolga le indicazioni della polizia”. Ma anche per il fedele Mandelblit, a questo punto, non sarà facile trovare un escamotage per posticipare nuovamente la caduta dal piedistallo di Bibi e della impopolare Sara. La first lady è detestata da buona parte degli israeliani anche di destra – tra i quali molti elettori del Likud (il partito conservatore di cui Netanyahu è leader, ndr) – per lo stile di vita sfarzoso, l’amore per il lusso e le angherie nei confronti dei collaboratori domestici che in passato la denunciarono contribuendo a rimpolpare l’inchiesta dell’Unità anticorruzione della polizia nei confronti del marito. Il premier è al centro di 3 diverse inchieste denominate dalla polizia “caso 1000”, “caso 2000” e “caso 3000”. Per ora la richiesta di incriminazione riguarda i primi due.Nel “caso 1000” il premier è sotto accusa per aver ricevuto regali per migliaia di shekels dal noto produttore di Hollywood, l’israeliano Arnon Milchan. L’uomo, con un passato da agente segreto, fu aiutato da Netanyahu a ottenere la cittadinanza americana. Dalle ricostruzioni dei poliziotti sarebbe emerso che Milchan da anni mandi a casa Netanyahu casse dei più costosi champagne e centinaia di scatole di sigari pregiatissimi. Il premier si è giustificato sostenendo che “erano regali fra amici”. A smentire Bibi è emersa nei giorni scorsi una testimonianza considerata attendibile: la moglie Sarah avrebbe chiesto con insistenza alla segretaria di Milchan di far consegnare gli omaggi in scatole chiuse ermeticamente per evitare ne venisse individuato il contenuto. Il “caso 2000” riguarda il tentativo di Netanyahu di far cambiare linea editoriale, a proprio favore, al quotidiano Yediot Aharonot in cambio di una manovra, illegale, contro il quotidiano rivale Israel Hayom, oggi il più letto dagli israeliani.

Il motivo per cui Bibi si dice sicuro che il procuratore generale non accoglierà il suggerimento della polizia è dovuto anche al fatto che per il caso più spinoso, il “3000”, non si sia ancora arrivati alla fine delle indagini. Si tratterebbe della vendita di sottomarini tedeschi Dolphins a Israele, dietro pagamento di enormi tangenti. Nel settembre 2017 la polizia arrestò a questo proposito l’ex capo dello staff del premier, David Sharan. L’inchiesta tuttavia procede a rilento nonostante la polizia sia riuscita a convincere Sharan a diventare collaboratore di giustizia e a rivelare ciò che sa. Per quanto riguarda i primi due casi ci vorranno ancora mesi per conoscere le decisioni dei giudici sulla sorte del politico più controverso di Israele.

“Troppe leggi e spese da sostenere”. I commercialisti premono i partiti

Con un fisco sempre più complicato e l’aumentare di compiti da svolgere per combattere l’evasione, fare il commercialista è sempre più costoso. I guadagni non sempre corrispondono alla quantità del lavoro. Questa è la fotografia scattata da chi questa professione la svolge: ieri, l’Ordine di categoria ha radunato a Roma gli “stati generali”, un’occasione per attirare l’attenzione della politica in vista delle elezioni.

Sono mesi che i commercialisti denunciano un groviglio di norme e di oneri dai quali si sentono penalizzati. Un problema derivante dalle strategie di contrasto all’evasione fiscale introdotte dal governo, che mirano a recuperare somme per dare ossigeno alla finanza pubblica. Per raggiungere questo obiettivo, però, si creano ogni volta nuovi adempimenti che gravano sui commercialisti. Ma mentre le cifre da inserire nel bilancio dello Stato sono sempre aleatorie, perché è difficile prevedere i risultati, i costi che ricadono sui professionisti sono certi. Secondo la Fondazione di categoria, nel 2017 imprese e professionisti hanno dovuto sborsare 60,4 miliardi di euro per far fronte a tutti gli adempimenti fiscali. Una cifra che, rispetto al 2015, è cresciuta di 2,4 miliardi, costringendo ogni soggetto a pagare più di 10 mila euro in media. Sono fattori che inevitabilmente gravano sul lavoro dei commercialisti. Secondo il presidente dell’ordine Massimo Miani, “questi oneri ci costringono a fare investimenti che, il più delle volte, non sono proporzionati alle dimensioni e all’organizzazione dei nostri iscritti, come nel caso della fatturazione elettronica”. “Non si può pretendere – ha aggiunto – che i commercialisti lavorino gratuitamente per lo Stato”. Da qui la richiesta di rivedere i parametri minimi sull’equo compenso. Quanto ai documenti da inviare al canale telematico dell’Agenzia delle Entrate, i professionisti nel 2017 ne hanno spediti ben 78,9 milioni molti dei quali, avvertono, “sono inutili”.

Non è solo una questione di mole di lavoro; si parla anche di difficoltà nel muoversi nella giungla di leggi, con istruzioni spesso inviate a ridosso delle scadenze e, in alcuni casi, addirittura dopo la scadenza. Negli ultimi dieci anni, oltre alle dieci leggi finanziarie sono state approvate 22 manovre correttive e otto decreti mille-proroghe. A questi vanno aggiunti le riforme fiscali, le circolari emesse dal ministero dell’Economia, dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza. E ancora, le sentenze della Cassazione o delle commissioni tributarie, che creano precedenti che i commercialisti sono tenuti a conoscere.

Voltaire, Rousseau e le radici dell’età della rabbia

Si è molto discusso del libro del saggista indiano Pankaj Mishra, “Age of Anger”, tradotto in italiano con “L’età della rabbia”. Libro dotto e ricco di citazioni, ma anche leggibile, che alla fine ha una tesi semplice: le esplosioni di violenza – suicida o stragista – che devastano le nostre società non sono un prodotto dell’Islam, della cultura araba o della guerra di civiltà. Le abbiamo sperimentate qui in Occidente per secoli, ma poi le abbiamo rimosse. Per capire il “ressentiment” che alimenta questi assassini arrabbiati bisogna risalire alla dicotomia tra Voltaire e Rousseau: il rappresentante di un’élite cosmopolita quanto cortigiana, ricca, distaccata dai bisogni della gente comune contro l’eterno marginale, filosofo stimato più da morto che da vivo ma soprattutto diffidente verso soluzioni imposte dall’alto e paternaliste. All’epoca di Rousseau gli arrabbiati erano pochi e isolati tra loro, oggi sono tanti. E qualcuno di questi passa ai fatti.