Informazioni sanitarie in pasto a Ibm: la Regione vuole l’ok prima del 4 marzo

Il progetto di portare Ibm nell’area Expo fa fatica a decollare. Ma i protagonisti vogliono forzare i tempi e dicono: “L’Accordo di programma va firmato prima delle elezioni”. È quanto emerge da un report riservato che sintetizza gli esiti di un incontro al vertice avvenuto il 25 gennaio (e che il Fatto quotidiano ha potuto leggere). Il tema dell’incontro era la “verifica dello stato di avanzamento del progetto” Ibm Watson, che punta a far arrivare nelle aree Expo la sede europea della multinazionale Usa per la raccolta e l’elaborazione dei dati sanitari globali. Alla riunione hanno partecipato il segretario generale del ministero dello Sviluppo economico Andrea Napoletano, un dirigente di Invitalia (l’agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti di proprietà del ministero dell’Economia), il direttore relazioni istituzionali di Ibm Alessandra Santacroce e i rappresentanti della Regione Lombardia, Giovanni Leo e Marco Cozzoli. Napoletano, che ha convocato la riunione, ha sostenuto che per far avanzare il progetto per ora non c’è molto da fare, perché la parola è passata alle Autorità (il Garante della privacy e quello Antitrust), “che devono esprimersi sulla legittimità del percorso” e “sono indipendenti”. La Privacy deve valutare se è ammissibile che siano dati a Ibm tutti i dati sanitari degli italiani, a partire da quelli della Lombardia, come promesso nel 2016 dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, in cambio dell’arrivo di Ibm Watson nell’area Expo. L’Antitrust deve decidere se è legittimo che l’accordo con Ibm sia stato fatto senza gara e senza dare pari opportunità ad altre aziende. Invitalia ha fatto una proposta per sbloccare il progetto senza aspettare le decisioni delle Autorità: sottoscrivere l’Accordo di programma con Ibm “a prescindere dalla disponibilità dei dati, rimandando a un accordo successivo” tra Ibm e Regione Lombardia quell’aspetto. I rappresentanti della Regione hanno “fatto presente che”, nonostante “la promozione dell’Accordo di programma spetti al ministero dello Sviluppo”, la Regione “ha già attivato l’interlocuzione con il Garante della privacy e con il Dipartimento politiche comunitarie”. Poi però hanno detto chiaramente che “un accordo di programma senza la messa a disposizione dei dati sarebbe del tutto privo di contenuti”. E su questo “punto anche Ibm ha concordato”.

E allora come procedere? Il ministero ha promesso di organizzare al più presto “un incontro con tutti i soggetti coinvolti (Antitrust, Privacy, Dipartimento politiche comunitarie) con l’intento di arrivare a una condivisione del percorso”. Obiettivo: preparare “l’Accordo di programma da sottoscrivere prima delle elezioni, sostenendo che si tratterebbe di atto di ordinaria amministrazione”.

Conclusioni: “Non si è registrata nessuna sostanziale novità di avanzamento”. Il ministero ha sì preso in mano le redini della vicenda, ma “è emerso nuovamente il tentativo di ributtare la palla in campo regionale rendendo Regione Lombardia capofila del progetto e demandandogli tutti gli adempimenti compreso l’eventuale fallimento del progetto”. Nota positiva, secondo l’estensore del report: “Ibm ha invece apprezzato la chiarezza e l’apporto finora dato da Regione Lombardia”.

Non si può più tagliare la spesa: lo dicono i dati

La sintesi, seppure con i toni felpati che si devono all’istituzione, è eloquente: la situazione italiana non permette più ulteriori tagli alla spesa pubblica senza che lo Stato debba rinunciare a determinate prestazioni sociali. È l’aspetto più emblematico dell’ultimo rapporto pubblicato ieri dell’Ufficio parlamentare di bilancio, una sorta di authority dei conti pubblici introdotta con il Fiscal compact, il trattato che negli ultimi anni ha imposto l’austerità di bilancio ai Paesi europei a più alto debito.

Il report analizza le prospettive della finanza pubblica nel prossimo triennio restituendo l’immagine di un gioco a incastri in cui l’equilibrio sembra garantito da numeri ballerini. Come noto, il governo ha programmato una nuova stretta fiscale che dovrebbe azzerare il deficit e portare al pareggio di bilancio (il saldo zero tra entrate e uscite dello Stato inserito nella Costituzione) nel 2020 grazie agli aumenti automatici dell’Iva per oltre 30 miliardi (le “clausole di salvaguardia”). Significa – ricorda l’Upb – che l’Italia aumenterà ancora il suo “avanzo primario”, il saldo positivo tra quanto lo Stato spende e quanto incassa: è l’unico Paese dell’Ue, insieme alla Germania, ad averlo mantenuto sempre nell’ultimo decennio. In tre anni passerà dall’1,7% al 3,3% del Pil: si chiama austerità. Il guaio è che, oltre a deprimere la crescita, non basta a rispettare le regole Ue. L’authority ricorda che per il 2017 la Commissione ritiene che l’Italia non sia in regola e così anche per il 2018. Quasi certamente Bruxelles chiederà una nuova manovra correttiva da 3 miliardi, anche se molto dipenderà dall’esito delle elezioni.

E veniamo al problema. Trovare le risorse evitando anche di far scattare le clausole sull’Iva ma rispettando le regole Ue richiederebbe ulteriori tagli. Per l’Upb non è possibile perché si è raschiato il fondo. La spesa pubblica italiana è già inferiore alla media degli altri Pesi europei. Quella per il pubblico impiego, grazie al blocco di contratti e turnover dal 2012 è calata negli ultimi 6: servirebbero invece “assunzioni aggiuntive considerato che le manovre correttive dell’ultimo decennio hanno portato un calo rilevante della dotazione di persone e un invecchiamento notevole degli addetti”, ma anche risorse (1,2 miliardi) per il rinnovo del contratto di Enti locali e sanità. Stando ai dati della Ragioneria di Stato – ha ricordato ieri la Fp Cgil – nell’ultimo decennio si è perso il 7,2% della forza lavoro (246 mila statali). Dinamica simile per la spesa per consumi intermedi, di cui la metà è spesa sanitaria. Per quest’ultima, “già tra le meno elevate in proporzione al Pil rispetto ai maggiori Paesi europei – scrive l’Upb – ulteriori tagli avrebbero effetti sulla qualità di servizi offerti o sul perimetro dell’intervento pubblico”. Tradotto: per tagliare ancora bisogna ridurre le prestazioni. Idem per la spesa pensionistica. C’è poi il capitolo investimenti pubblici, schiantati dalle manovre degli ultimi anni (-30%): “Appare improbabile – si legge – che tale voce continui a contribuire ai contenimenti del Pil” anzi, “la loro ripresa sarebbe auspicabile da un punto di vista economico e sociale, considerate le carenze infrastrutturali, incluse quelle del settore sanitario e scolastico”. Tirate le somme, la sintesi è limpida: “Solo attraverso interventi selettivi sarà possibile ottenere ulteriori contenimenti in voci di spesa che già mostrano una riduzione in rapporto al Pil da anni” e i risparmi dovrebbero andare ad altri settori della Pa in crisi.

Significa che nessuna spending review da decine di miliardi è possibile né auspicabile. Tagliare “70 miliardi di sprechi” come propone il M5S, per dire, è inverosimile, così come ipotizzare il congelamento della spesa ai livelli del 2017, come proposto da +Europa (alleata del Pd): tenerla ferma, con Pil e inflazione in crescita, significa tagliare. Pure la riduzione del debito grazie anche a “dismissioni immobiliari” da 4-7 miliardi l’anno proposta dal Pd è impossibile: secondo i dati dell’Upb in media non si è mai andati oltre 1,2 l’anno (nel 2015-2016 anche meno). L’unica spesa “aggredibile” sono le agevolazioni fiscali, ma significa alzare le tasse e politicamente è complicato.

Già il quadro attuale, peraltro, si tiene a stento. L’Upb ricorda che le previsioni di una riduzione della spesa per interessi non scontano rischi sui tassi. Alcuni numeri appaiono poi inverosimili, come la spesa per il personale che nel 2018/20 è prevista calare (o la pressione fiscale che scende mentre salgono Iva e avanzo primario). Ma il vero nodo è sulle clausole di salvaguardia: finora il governo le ha congelate in deficit, ma a Bruxelles non sembra tirare più aria di concessioni. A giugno la Commissione, in scadenza, entrerà in una sorta di semestre bianco in vista delle elezioni europee del 2019. L’anno scorso il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva aperto a un aumento parziale poi negato da Matteo Renzi (non è un caso che Pd non menzioni un nuovo stop alle clausole nel programma elettorale). L’Italia sarà di fronte a un bivio.

Mail Box

 

M5S, colpisce l’assenza di controlli sui rimborsi

Non è scandaloso che il M5S scopra che i furbi in Italia sono così infestanti, da germogliare anche nelle proprie aiuole. Tanto più, se non li protegge, ma li vuole cacciare. Quello che invece colpisce è l’incapacità di effettuare questi ovvi controlli prima di definire le candidature. Tanto più se questo tema è da sempre l’elemento più apprezzato non solo dagli elettori, ma anche da chi invoca da anni la discontinuità della fine di privilegi e super-stupendi.

Così, l’accusa d’incompetenza torna di nuovo a colpire, anche se questa volta si riferisce alla gestione interna. La toppa però è peggiore del buco visto che la prevista imposizione di un atto di dimissioni non sarebbe vincolante, perché incostituzionale. E anzi, aumenta il rischio di portare in Parlamento apolidi esposti ad adescamenti filogovernativi, in quanto senza più nulla da perdere.

E allora? Meglio un atto di clemenza costruttiva, che impegni i responsabili dei mancati versamenti a sanare i conti; e i responsabili dei mancati controlli preventivi a sanare le procedure interne di controllo. Riconoscendo il concorso di colpa del Movimento che non ha vigilato. E senza lasciare zebre fuori branco nelle aule, le prede preferite dei caimani.

Massimo Marnetto

 

Ma gli altri partiti non hanno mai restituito niente

Ho sempre votato perché credo che votare sia un diritto e un dovere, ma come mi comporterò in cabina ancora non lo so.

Vorrei però evidenziare una contraddizione. I giornali scrivono scandalizzati sul fatto che una decina di parlamentari del M5S non abbiano ridotto il loro stipendio, ma nessuno si scandalizza delle centinaia di parlamentari delle altre liste che non hanno mai minimamente pensato di restituire qualcosa.

Carlo Libardi

 

L’idea giusta per Renzi: condurre il prossimo Sanremo

Ormai Renzi ha capito gli errori e cerca di porre rimedio. Ha capito che c’è solo un modo per riconquistare la credibilità degli italiani: la conduzione di Sanremo 2019. Questa non solo è una candidatura. Ma “la” candidatura! Ad esempio, papà Tiziano con la sua Società di famiglia Eventi 6 potrebbe occuparsi della gestione degli sponsor – immaginate, in barba al jobs act come volerebbero i contratti co.co.co. – E sì, Renzi ha ormai capito che non ha più chi lo vota e quindi trasferire il suo malato ego sugli ascolti dell’auditel sarà la svolta; per lui sarà un gioco da ragazzi fare il “dittatore artistico”.

Niente ospiti a suo appannaggio, ad eccezione di Elena Etruria Boschi che per tutte le cinque sere si esibirà in canti e cori sud-tirolesi. Niente maestri d’orchestra, sostituiti con i Delrio, i Franceschini, gli Orlando.

Ci sarebbe qualcuno che non sostituirebbe? Forse i cantanti. Se ci saranno.

Perché Sanremo è Sanremo – quindi l’Italia più vera a immagine e somiglianza di un cantastorie come lui – non a caso lo “Stato Sociale” ispirato dalla sua politica, quest’anno è arrivato secondo.

Massimo Testa

 

DIRITTO DI REPLICA

In relazione all’articolo pubblicato il 2 febbraio a firma di Vincenzo Iurillo la Romeo Gestioni S.p.A. precisa che Piazzetta del Leone, secondo l’articolo antistante l’Hotel Romeo di Napoli e della quale questo si sarebbe impadronita, dista dall’albergo quattro chilometri, a differenza del Vicoletto del Leone, che comunque non è antistante l’albergo come erroneamente riferisce l’articolo.

Inoltre la società rivendica di essere del tutto estranea all’indagine a cui fa riferimento l’articolo, non avendo per altro mai attribuito alla Sim Luce alcun incarico. Circa il merito della questione, per quanto è possibile ipotizzare, la Sim Luce ha realizzato “i lavori di sistemazione dei lampioni” pubblici in questione esclusivamente in quanto consorziata della cordata concessionaria per il Comune di Napoli.

Trattasi, infatti, di lavori rientranti nella gestione della pubblica illuminazione della città, affidata dal Comune sino al 2016 ad un consorzio composto da Acea e Citelum, a cui aderiva Sim Luce, e dal 2016 alla cordata Cetilum-Elettrovit. Dunque, i fatti riferiti dall’articolo sono del tutto destituiti di fondamento.

Prof. Avv. Francesco Di Ciommo

 

Vero, avrei dovuto scrivere “Vicoletto del Leone” e non “Piazzetta”. L’errore di toponomastica c’è. Sia nell’articolo che negli atti giudiziari fonte dell’articolo, dove si fa esplicito riferimento alla “pedonalizzazione della piazzetta del Leone antistante l’Hotel Romeo” e all’“interesse del Romeo (Alfredo Romeo, ndr) all’ottenimento delle autorizzazioni per pedonalizzare un’area (la piazzetta del Leone) di proprietà del Comune di Napoli (e sostanzialmente di appropriarsene)”. Quanto all’erronea attribuzione alla Romeo Gestioni spa dell’incarico alla Sim Luce, deriva da altri passaggi delle carte che spiegano “come la somma pagata dal Romeo alla Sim Luce per l’esecuzione dei lavori…” sia collegata – secondo la Procura di Napoli – al presunto patto corruttivo tra la persona fisica dell’immobiliarista napoletano e il dirigente comunale che rilasciò le autorizzazioni. La figura giuridica della Romeo Gestioni spa è estranea alle accuse mosse dai pm in questa vicenda, né l’articolo sostiene il contrario.

Vin. Iur.

Scuola. Insegnanti aggrediti anche a causa della (fu) riforma Berlinguer

 

Dopo l’episodio dell’insegnante sfregiata da un alunno, la cronaca registra un ulteriore atto di violenza nei confronti di un docente preso a calci e pugni da un genitore. I sindacati puntano il dito contro l’aziendalizzazione della scuola che ne ha snaturato la funzione, svilito il ruolo dell’insegnante e trasformato lo studente in un cliente che ha sempre ragione.

Costoro dimenticano, però, che l’emarginazione degli insegnanti iniziò con il ministro Luigi Berlinguer che preferì porre al centro della scuola la figura del preside, che assurse alla dirigenza diventando “responsabile dell’efficacia dell’azione formativa”. Il collegio dei docenti perse la sua funzione centrale per diventare il luogo che prende atto degli ordini di servizio del dirigente. I sindacati appoggiarono l’operazione del ministro, anche perché molti segretari provinciali e regionali di tali associazioni erano presidi o direttori didattici. Con Berlinguer vennero appunto introdotte nella scuola categorie aziendalistiche: dirigente-manager, crediti e debiti formativi, studente utente-cliente, piano dell’offerta formativa e così via delirando. E il docente, con la benedizione dei sindacati di allora, venne declassato al rango di operatore socio-culturale polivalente.

Maurizio Burattini

 

Gentile Maurizio, i fatti di questi giorni sono senz’altro la punta dell’iceberg di un clima che da tempo si respira nelle nostre aule. In questi anni la perdita, come lei ben segnala, del ruolo del collegio docenti, la trasformazione della figura del preside in dirigente a favore di una Scuola–azienda anziché comunità educante ha convinto molti a pensare all’educazione come a una sorta di supermercato dell’istruzione. A questo va aggiunto che nessun ministro ha avuto il coraggio di mettere mano alla revisione degli organi collegiali ripristinando una seria partecipazione dei genitori alla vita della scuola. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i docenti si sentono sempre più abbandonati, costretti (sbagliando) a difendersi da mamme e papà pronti a pronunciare le fatidiche parole “Vado dal dirigente”. Così i capi d’istituto, preoccupati delle iscrizioni, sono spesso a difendere i genitori o peggio ancora ad accentrare qualsiasi dialogo con mamme e papà. In tutto questo è quasi inutile confermare quanto lei scrive: il sindacato ha perso qualsiasi credibilità e si è ritagliato il solo compito di risolvere i problemi burocratici dei docenti.

Alex Corlazzoli

È partita la gara: vince chi mette più bandierine sul corpo dei morti

Piccola proposta di decenza per quel che resta della campagna elettorale: una moratoria sulla cronaca nera. Almeno sulle vittime, almeno sui morti, e morti male, su cui stampa e tivù si avventano come una nuvola di mosche. Sappiamo tutti che da qualche anno il dibattito politico sembra una seconda media di bambini difficili. Rimproverare cazzate all’avversario sembra l’unico argomento: ad ogni critica si può sempre rispondere: e allora il Pd? E allora i 5Stelle? E allora Silvio?: un battibecco che sta evolvendo, e ora si occupa di sangue.

Il solito beneamato trucchetto della “sicurezza” è una fuoriserie che la destra lucida e mette in moto ad ogni elezione, una specie di jolly da giocare nella partita della propaganda. Il Pd ci casca con tutte le scarpe, un classico, i 5Stelle si occupano di bonifici. Accanto alla (strabiliante, in effetti) disposizione emotivo-elettorale delle forze in campo, serpeggia nel Paese una specie di tifo da stadio su morti e feriti, una specie di pallottoliere di carnefici e vittime. Se il marocchino ubriaco investe con la macchina la vecchietta sulle strisce pedonali, ecco immediatamente che la povera vittima diventa una bandiera della Lega. Al contempo, può accadere che un italiano, sbronzo pure lui, metta sotto un ragazzino nero, ed ecco riequilibrato il conto. Come se due ingiustizie, due tragedie, potessero pareggiarsi sul filo della propaganda. Ad ogni schifezza del male umano corrisponde una schifezza uguale e contraria. Segue polemicuccia. Erano gli albanesi. Ma no, quell’altro allora che era italiano? Ecco, le bestie nigeriane! E il tramviere di Milano, allora? Una gara a perdifiato per cui davanti a un fatto di sangue la prima domanda che si fa non è “come sta la vittima?” o “L’hanno preso?”, ma “Era straniero?”, “Era italiano?”.

La pietà su base etnica, la vita (e la morte) della gente che diventa un tassello della narrazione tossica. Una dialettica politica basata sul rimpallo, sull’arte più o meno sarcastica di rinfacciarsi errori e stupidaggini a vicenda è arrivata alla frontiera dei morti e dei feriti, gente con la vita spezzata del tutto, famiglie di cui cambia il destino.

Non è difficile immaginare lo screening quotidiano delle pagine di cronaca nera dello staff di Salvini: cercare il caso del giorno per portare un’altra tanica di benzina verso l’incendio. E altrettanto spaventosa è a volte la risposta politica: si cerca il caso uguale e contrario, in un rimpallo di vittime che ha qualcosa di osceno. In una gara spesso sporca e truccata, che trasuda malafede: chiunque abbia parlato degli innocenti sparati dal fascista di Macerata si è sentito rimpallare: perché non dici della povera Jessica? Tutto si mischia, tutto serve alla causa, senza alcun rispetto: delle vittime non gliene frega niente a nessuno, ci sono quelle che servono e quelle che servono meno. Il dolore che resti privato, qui serve usare la sua caricatura in pubblico

Inutile dire: in questo sconcio ping pong si scontrano due posizioni ideologiche. I razzisti xenofobi pancia a terra per dimostrare che l’immigrazione porta violenza e reati (anche con molte fake news, scemenze inventate, accuse false); gli altri fanno notare con ragione che i delinquenti sono anche bianchi, italiani, e anzi le statistiche confermano che sono molto più numerosi (si pensi soltanto alle violenze in famiglia dove “prima gli italiani” rasenta il novanta per cento).

Ma per quanto siano definiti i campi, e per quanto torti e ragioni siano evidenti, resta un grande disagio per questo giocare con le figurine dei morti ammazzati, per questa vergognosa caricatura di giustizia salomonica per cui un benzinaio rapinato dall’albanese si elide col gioielliere che spara al ladro. Una vera dance macabre, intorno a tutti noi.

Bugie elettorali: il messaggio virale per smascherarle

Questa non è mia. Mi è stata inviata via Whatsapp da un amico in una sorta di Catena di Sant’Antonio. L’ha scritta un bravo collega di Vanity Fair, Francesco Oggiano, e vorrei condividerla con voi per poi ragionarci sopra.

“Dopo il 4 marzo mi alzerò tardi e, non avendo impegni incombenti, guarderò la tv (senza pagare il canone, me lo ha promesso Matteo Renzi). Nel pomeriggio prenderò l’auto (senza pagare il bollo, me lo ha promesso Silvio Berlusconi) e farò un giro verso le università, dove potrò vedere i tanti studenti che le frequentano (senza pagare le tasse, lo ha promesso Piero Grasso). E siccome ci sarà un reddito minimo garantito per tutti i disoccupati da 750 euro al mese (me lo ha assicurato Di Maio), credo che si possa anche fare a meno di andare a lavorare. Se poi per noia o per curiosità mi facessi assumere da qualcuno (perché il lavoro non mancherà, me lo hanno garantito tutti), mal che vada sarò pagato con almeno 10 euro all’ora (parola di Renzi). Non verrò licenziato, anzi il Jobs Act verrà abolito e i soldi che guadagnerò saranno tassati al 15% (me lo ha giurato Matteo Salvini). Si potrà andare in pensione a 60 anni, non più a 67, con una pensione minima garantita di 1.000 euro al mese (come l’assicura Berlusconi). Speriamo non siano solo promesse da marinaio, perché come diceva tempo fa un famoso comico, ‘Se la vita è una tempesta, prenderlo nel didietro è un lampo’”.

Il messaggio è stato inoltrato milioni di volte su altrettanti smartphone e riassume bene lo spirito con cui si preparano ad andare a votare gli italiani. Quello degli apoti: cioè coloro i quali non se la bevono. E questa è una buona notizia.

Calcolatrice alla mano, l’ex consulente del governo alla spending review, Roberto Perotti, su Repubblica ci spiega che tutti i programmi elettorali segnano rosso profondo. Quello del Pd è senza coperture per 56 miliardi, quello dei pentastellati per 63, mentre si attende ancora l’analisi che riguarda il centrodestra. Ma visto che la flat tax, a seconda delle aliquote applicate (15% per la Lega , 23% per Forza Italia) fa ballare fino a 40 miliardi di entrate è verosimile ritenerlo ancora più in perdita: anche di 70 miliardi.

Senza essere preparati come Perotti (persona seria, che ha lasciato Palazzo Chigi proprio perché le sue proposte di tagli di spesa non venivano né discusse né lette), tantissimi cittadini sono giunti da soli alle stesse conclusioni. Una ricerca di esperti internazionali, del resto, ci racconta che mentre nel Regno Unito i vari governi negli ultimi 20 anni hanno attuato il 90 per cento dei programmi con cui si erano presentati agli elettori, qui da noi la percentuale crolla al 45 per cento. Anche in questa speciale classifica, come in quella sulle previsioni di crescita nel 2018 (Pil +1,5), l’Italia è ultima in Europa. Viene però da chiedersi perché le varie forze politiche siano così accanite nel prendere per i fondelli i cittadini. Io, dopo aver visto ieri Carlo Cottarelli (altro commissario alla spending fatto fuori da Matteo Renzi) smentire in tempo record Berlusconi che lo aveva dato pubblicamente per certo come suo ministro, mi sento di azzardare un’ipotesi: tutti i partiti e movimenti sanno che se davvero andranno al governo non lo faranno da soli. Inciuceranno (ipotesi più probabile) o avranno molti alleati. E così spacciano bugie. Intanto, quando i sogni resteranno nel cassetto, potranno come sempre dire: non è stata colpa mia, è il resto della maggioranza che non ha voluto. Povera Italia e poveri italiani.

Matteo&B. Senti chi parla (ai 5stelle)

Ci convinciamo vieppiù che questa campagna elettorale è stata sceneggiata da Steno, e che gli attori coinvolti, non valendo un’unghia di giganti come Totò e Aldo Fabrizi, ne siano comparse di secondo livello.

B., che un paio di anni fa provò a vendersi come paladino dei diritti dei gay, lui che i gay li ha sempre derisi e usati come macchiette del suo teatrino machista (al battutista da crociera bastava una toccatina all’orecchio durante un summit per alimentare la sua leggenda da latin lover), oggi si dice difensore della famiglia tradizionale. Sissignore. Lui che rispose con “almeno non vado con gli uomini” a chi gli rimproverava la mignottocrazia o il fatto che Palazzo Grazioli, alle cui finestre sventolava la bandiera italiana, era stato ridotto al retro di una discoteca di Gabicce mare da un bisnonno finito dentro giri strani di finte marocchine minorenni e vere brasiliane mezze spacciatrici e pure ladre. Lui che, familydaysta opportunista, sposato due volte, se la faceva con le peggio scappate di casa tra Bari e Milano 2, che faceva arruolare da un pappone e da una igienista dentale che pagavamo noi come consigliera regionale. Lui che s’è messo in casa una più giovane di lui di 50 anni more uxorio, fino a che alla first-girlfriend kennedyzzata cadde sul capo l’“accusa” di essere lesbica da parte della regista Bonev, vicenda che diede agio al grande amatore e comunicatore di dire “potevi dirmelo, così mi divertivo”. Poi ci prese gusto e invitò ad Arcore la prima deputata trans nonché vincitrice dell’Isola dei famosi Vladimir Luxuria, che si prestò per selfie cafonali col padrone di casa e la di lui signora.

Adesso lui, di cui nostro malgrado conosciamo tutte le vicende urologiche (dopo il tumore alla prostata protagonista di vent’anni di campagne elettorali siamo edotti circa leggendari impianti idraulici penieni, iniezioni, pillole e sindromi priapistiche indomabili, col Cavaliere metafora vivente di un Paese mai soddisfatto perché impotente), per mostrarsi morigerato all’Europa che del resto finge di credere anche alla sua indole antipopulista, è contro le unioni civili, lui che ne ha avute di barbare. È anche contro l’evasione fiscale, oltre che condannato a 4 anni di galera per frode fiscale. Hai visto mai c’è ancora qualcuno disposto a credere a una sola parola di quelle che dice, o a ritenere che lui sia come il prete: bisogna fare quel che dice e non quel che fa.

Questa da sepolcro imbiancato è la stessa strategia dell’altro argine contro i populismi: Renzi. Che davanti alla brutta faccenda di quei parlamentari del M5S che fingevano di rinunciare ai rimborsi elettorali mentre se li tenevano, rispolvera a uso elettorale la questione morale di Berlinguer. Lui, che ancora non ha restituito i 15 mila euro elargiti da Salvatore Buzzi, al tempo solo pregiudicato per omicidio e sodale del Nar Massimo Carminati, al suo turbo-partito renziano in una cena di finanziamento (oltre ai 5 mila dati alla fondazione Open), né, pare, quelli di Alfredo Romeo, arrestato nell’ambito dell’inchiesta che vede indagati il babbo Renzi per aver approfittato di essere figlio del presidente del Consiglio per trafficare sugli appalti Consip e l’amico del cuore Luca Lotti, ministro della Repubblica, per aver spifferato ai vertici Consip che avevano microspie in ufficio. Lui che voleva cambiare la Costituzione con Verdini, candida plotoni di impresentabili e a ogni nuovo indagato del Pd se la cava con un “chi ha sbagliato pagherà”, come se fosse lui a decidere. E ora, con la faccia che gli conosciamo, dà del “mariuolo” craxiano a chi, dei 5S, non ha girato parte dello stipendio al fondo delle piccole e medie imprese come volontariamente promesso e come hanno fatto gli altri, mentendo agli elettori ma non rubando o pagando tangenti. Così il bue dice cornuto all’asino ostentando pure la posa sufficiente del “noi siamo garantisti” (e ti credo, sennò gli si decima il partito come sotto la peste del 1630).

Nondimeno esiste una differenza abissale tra i due soci parrucchieri che ci governeranno. Che non è solo una differenza tra fedine penali (quella di B. è inarrivabile in una vita sola), ma di profondità drammaturgica.

Il mix tra il destino da Don Giovanni e la condanna a un’assoluta mancanza di saggezza fa di B. un personaggio tragico. Egli è pura energia senza pensiero. È affetto da una sorta di autofagia, una dissoluzione della personalità in cui sono del tutto scisse prassi e aspirazioni. Lui crede veramente a quello che dice, nel momento in cui lo dice; se due minuti dopo afferma il contrario, crede anche a quello. Renzi, invece, non crede nemmeno lui a sé stesso; egli è pura parola (ma “le parole senza pensieri non arrivano al cielo”, Amleto). È irrimediabilmente un personaggio della commedia all’italiana, uno la cui furbizia è motivo del suo successo almeno quanto sarà causa della sua sventura.

Bimbi testimonial: papà vuol fare soldi su YouTube

Un tempo c’erano le mamme di Miss Italia. Si aggiravano dietro le quinte dei concorsi di bellezza guardando con aria torva le ragazze più avvenenti, quelle che avrebbero potuto strappare la fascia alla figlia. Erano feroci macchine da guerra, preparate a tutto tranne che a veder fallire le proprie figlie. Oggi le mamme delle miss sono state rottamate. Le ragazzine si auto-promuovono sui social, a tredici anni conoscono meglio i filtri di Instagram dell’analisi logica. Le nuove mamme delle Miss – qui sta la novità – sono i padri degli youtuber. Degli influencer. Dei bambini guidati alle nuove tecnologie da papà col pallino dei videogiochi, della moda e con l’ambizione di usare i figli per quello che non sono riusciti a fare loro: i soldi.

Le mamme delle miss proiettavano sulle figlie i desideri frustrati di riconoscimenti estetici, i padri degli youtuber i desideri frustrati di riconoscimenti economici. La faccenda sta partorendo mostri che neanche la fantasia di Tim Burton. Ma partiamo dall’inizio.

 

Il primo milionario baby su YouTube

In principio fu Favij: il primo youtuber di successo del paese, era un ragazzino torinese con l’hobby dei videogiochi. Si riprendeva mentre giocava e caricava i video delle sue reazioni su un canale YouTube. Il papà Sergio, informatico, gli aveva trasmesso la passione per il computer. E sempre papà Sergio diventerà il manager di suo figlio quando Favij si rivelerà il primo youtuber italiano a toccare il milione di iscritti e il milione di euro nel conto in banca (al momento ha 3,5 milioni di iscritti e un guadagno che si aggira sui 3-4 milioni di euro l’anno). Oggi il signor Sergio, con la sua aria da uomo medio, i suoi maglioncini di lana e le agghiaccianti felpe in pile con cui appariva, di tanto in tanto, nei video di suo figlio, chiude contratti con Disney, Sky e Nintendo e rilascia interviste al Sole 24 Ore. Ma questa, tutto sommato, è la parte sana della storia.

Poi sono cominciati gli emuli. Ma non quelli di Favij. Quelli del padre di Favij. Quelli che vedono nel figlio la loro occasione e il loro riscatto e te lo sbattono davanti a una telecamera convincendolo di essere Frank Matano pure se il figlio, in video, ha la stessa vivacità di Mattarella a Capodanno e parla un italiano zoppicante. Il più sconcertante è il papà di Alessandro, un bambino di 8 anni circa, che viene ripreso dal padre (la voce fuori campo dei video) mentre compra gemme e minchiate varie in un videogioco che si chiama “Clash Royale”. I video si chiamano “Settimana Shopposa su Clash Royale 100 euri al giorno x 7” o “Clash Royale 1000 euri” perché il padre di questo povero bambino promette a chi segue il canale (che si chiama Milleaccendini Lego) che se raggiungerà i 50.000 like, comprerà mille euro di gemme al figlio. I video sono una delle cose più avvilenti mai partorite dal web, con un papà con accento romanesco che spende migliaia di euro per promuovere il figlio su YouTube, confeziona foto del bambino tra banconote da cento euro per sponsorizzarlo e scagliargli contro folle inferocite da tanto esibizionismo e istruisce il figlio in diretta su quello che deve fare per vincere e buttare soldi nel cesso.

Naturalmente ha trasformato questo povero bambino nel bersaglio preferito di migliaia di hater. Il commento più gentile sotto al suo canale è “bambino viziato di merda con un padre che lo sfrutta”.

 

Anche il ciuccio è dello sponsor

Poi ci sono quei papà che fanno i fashion blogger e quindi la nascita del figlio è una buona occasione per trasformare i neonati in manichini mignon e macchine da soldi. Ci sono bambini che impareranno a dire prima “selfie” che “papà” con profili Instagram per cui bisognerebbe scomodare gli assistenti sociali. In questo senso, l’esempio più inquietante è il papà Mariano Di Vaio, noto fashion blogger con sei milioni di follower su Instagram, che ha registrato l’account di suo figlio Nathan Leone prima ancora che nascesse. Questa povera creatura oggi ha un anno e 216.000 iscritti alla sua pagina. A 22 giorni dalla sua nascita comparivano già le foto delle sue tutine con riferimenti dello sponsor. Dopo un mese la sua prima foto con tutina con brand taggato. Poi arriva il ciuccio dello sponsor. A cinque mesi il trolley firmato con le iniziali. Poi il bracciale d’oro. Le ciabattine con le iniziali come Briatore, il compleanno col vestitino Dolce e Gabbana e così via, in un climax di tristezza infinita.

In tristezza, forse, lo batte solo papà Fedez, re di Instagram con i suoi 4 milioni di follower (sette in meno della compagna Chiara Ferragni) che per trasformare il figlio Leone in influencer non ha neppure aspettato il taglio del cordone. Pubblica da mesi le immagini delle ecografie di Leone (prima i “Leone” erano papi, ora mini-fashion blogger) e perfino “il tour” delle cliniche in diretta per decidere dove far partorire il figlio, che è ufficialmente il primo feto fashion blogger della storia.

Mi aspetto da un giorno all’altro la dichiarazione: “Mio figlio non galleggia nel liquido amniotico ma in una bionda Ceres”.

Poi ci sono i fenomeni a metà tra Il Boss delle cerimonie e I nuovi mostri. Tutto iniziò da Chiara Nasti, fashion blogger e concorrente di reality oggi ventenne che cominciò la carriera su Instagram a 15 anni. Dietro di lei, il padre tatuato Enzo, che spinse il suo successo sui social investendo denaro sui talenti della figlia, ovvero in tette di silicone, quando lei aveva appena 16 anni, e ritocchini vari. Visti gli introiti e il successo di Chiara, incoraggiò pure la figlia più piccola, Angela. Pagò le tette nuove anche a lei e oggi è il manager di due ragazzine che a vent’anni ne dimostrano 35, con milioni di follower e un aspetto più da playmate che da ragazze appena maggiorenni. Al momento, anche un’altra cuginetta della famiglia Nasti che avrà forse 4 anni, è su Instagram. Per fortuna, di silicone, lei al momento ha solo il ciuccio, ma è sulla buona strada.

 

“La mia prima fashion week”

Infine, c’è il papà di Alfredo, che di mestiere fa qualcosa che non si capisce nel mondo della moda (credo abbia un brand che si chiama “Make money no friends”), è napoletano, ha 70.000 follower su Instagram, esibisce lusso, automobili, abiti griffati, una moglie sobria con gli stivali di pelle al ginocchio e due figli che sembrano usciti dal video di un prediciottesimo solo che avranno 10 anni. Il bambino più piccolo a 9 anni ha già un account Instagram curato dal padre in cui viene fotografato con borse Supreme, sciarpe Balenciaga, in accappatoio con le iniziali e il Campari sul tavolino al Quisisana di Capri, mocassini Gucci. Nella sua bio è descritto come “Figlio di Salvatore, fondatore di Make money no friends e “baby luxury style”, sotto alla sua foto compaiono scritte agghiaccianti quali “La mia prima fashion week”, “Fiero di essere il figlio di Salvatore”, “Vita da bomber”, in un crescendo di deliri narcisistici proiettati su questo povero bambino pacioccone che sembra arrivare più da un film di Verdone che da una fashion week.

Insomma, se mai ci sarà un remake di Mammina cara, il vecchio film sulle angherie subìte da Christina a opera della terribile madre Joan Crawford, ho paura che di questi tempi si chiamerà “Papino caro”.

Amazon licenzia magazziniere per un selfie sul posto di lavoro

Un dipendente di Amazon licenziato per un selfie con un tablet trovato lungo il corridoio del magazzino di Piacenza. Uno scatto che gli è costato il posto di lavoro e sul quale è stato fatto ricorso, chiedendo alla giustizia di pronunciarsi. I sindacati tornano sul piede di guerra dopo il caso dei braccialetti elettronici e lo sciopero durante il Black Friday. Ma il colosso americano delle vendite online è in subbuglio per i tagli di centinaia di posti di lavoro nella sede centrale di Seattle. Le riduzioni vengono descritte come semplice riorganizzazione: i tagli riguardano la divisione consumer retail e arrivano mentre Jeff Bezos continua ad assumere in altre aree.

Le gru contro Turtle House, la casa magica di Terzani

Quella che fu la casa di Tiziano Terzani a Bangkok per quattro anni – dal 1990 al 1994 – non ci sarà mai più. Quella casa dove ci si toglie le scarpe una volta entrati, quella casa di legno rialzata sulle acque del lago, quella casa dalle pareti di canne intrecciate e stuoie – una casa circondata da alberi e da piante di ogni tipo – verrà cancellata dalle ruspe, dalle idrovore e dalle scavatrici. Chi non conosce il luogo, avrà notizia della via per arrivarvi. Ma sarà la strada del niente lastricata di nulla senza più quella casa.

Il terreno dove sorge è stato acquistato per quattro milioni di euro da una società di costruzioni thailandese e là dove c’è una scheggia di paradiso, in una stradina laterale di via Sukhumvit, vi arriverà il cemento.

Succederà tra poco e sarà la parola fine per la disperata battaglia di Teresa Pisanò di salvarla attraverso una petizione, e così anche per i tentativi messi in atto dalla Società Dante Alighieri – sempre meritoria nelle sua azioni di tutela della lingua italiana nel mondo – di farne sede per un centro di cultura italiano in Thailandia.

Non ci sarà necessità di togliersi i sandali e di poggiarli vicino alla soglia. I carpentieri potranno tenere i loro scarponi ferrati e così procedere con la lama dell’ascia. Kamsing, – il custode, da sempre legato alla famiglia Terzani – dovrà uscirsene entro questo fine settimana. Turtle House – la dimora che fu officina di delicatezza e poesia per Terzani – dunque finisce così.

È ben difficile immaginare una presa di posizione del Governo italiano presso le autorità di Bangkok, magari Dario Franceschini – il ministro della Cultura – avrà modo di agire secondo la sua sensibilità (e lo farà) ma l’Italia arriva sempre distratta rispetto al patrimonio dentro le proprie mura, figurarsi oltreconfine. E quella casa, il luogo dell’anima, sarà solo un ricordo confezionato nelle fotografie, nei filmati e nelle parole dello stesso Terzani.

Eccole: “Turtle House” – si legge in Un indovino mi disse – “era splendida la notte. I grattacieli ci crescevano attorno e ci toglievano ogni giorno più sole, ma quando calava la sera e Kamsing, il giardiniere, accendeva le lampade nascoste tra gli alberi, le fiaccole attorno allo stagno e le lucine a olio ai piedi delle statue di Ganesh e di Buddha nel giardino, la casa tornava ad avere quella calda, quieta magia tropicale che ci aveva portato in Thailandia”.

Nulla potrà il recinto di bambù contro la macina dei grattacieli in arrivo e tutto quel legno, abitato dagli uccelli, dagli animali tipici delle oasi – come la tartaruga ultracentenaria, quasi il nume tutelare del luogo – diventerà niente sopra il grande niente arrendendosi all’assedio dei grattacieli.

Angela Staude, la vedova Terzani, ancora due settimane fa è passata da quel tavolato magico un tempo ricolmo di libri e lucerne. Con lei, Saskia, la figlia. Ciò in occasione dell’inaugurazione della Biblioteca Terzani presso la Bangkok University, e risulta adesso – alla luce della notizia comunicata ieri dalla Dante Alighieri – proprio come un commiato. Ed è giusto un addio quando, ancora per una volta, quella casa – sentimento interamente presente dell’opera e del segno del grande autore di pagine tutte di luce – va a disperdersi tra le masserizie.

Turtle House non c’è più. Quell’incantevole tana di silenzio si sgretola nel frastuono del traffico. E i deserti, si sa, si annunciano sempre col gracidare delle gru meccaniche. Chi conosce il luogo, avrà istruzioni per farne profumo. Senza più quella casa.