Le chiamate al 112: “C’è uno che spara, un ragazzo è a terra”

“Carabinieri Macerata”. “Buongiorno, sono nel bar a Casette Verdini, hanno sparato due colpi, dalla strada. Sono nella strada per andare a Pollenza”.

La voce dell’uomo al telefono coi carabinieri è concitata. Pochi secondi prima Luca Traini, il 28enne di Tolentino, l’autore della sparatoria il 3 febbraio scorso tra Macerata e l’immediato hinterland, ha fermato la marcia della sua Alfa, abbassato il finestrino ed esploso tre colpi contro l’ingresso del bar H7. Da ieri, oltre alle immagini, ci sono anche le trascrizioni di alcune chiamate alla centrale operativa dei carabinieri di Macerata. Il carabiniere chiede se ci sono feriti: “No, grazie a Dio no, però c’era gente dentro al bar”. Da Casette Verdini al centro del capoluogo, corso Cairoli, luogo simbolo del raid razzista di Traini. Sono le 11 di mattina e la zona è molto frequentata: “Siamo in corso Cairoli – dice una voce femminile –, ci sono stati degli spari e c’è un ragazzo a terra. Il ragazzo è ferito, hanno già chiamato il 118, ma venga subito perché questo ragazzo…”, poi la telefonata si interrompe.

Omicidio di Pamela, la Procura cerca un altro complice

Torna il numero cinque nella ruota dell’omicidio e dello smembramento a cui è stato sottoposto il corpo di Pamela Mastropietro, la romana di 18 anni trovata a pezzi dentro due trolley il 30 gennaio scorso. Si tratta del numero delle persone più o meno coinvolte in questo giallo macabro. La Procura di Macerata mantiene il riserbo, ma è possibile che, oltre ai tre nigeriani già in carcere e in isolamento ad Ancona el quarto che dovrebbe aver avuto un ruolo secondario nell’omicidio della ragazza, ci sia un quinto sospetto. Scenario già emerso alla fine della settimana scorsa dopo i fermi dei due Lucky, Desmond e Awelima. Proprio i due nigeriani ieri dovevano incontrare il gip per le udienze di convalida dei fermi nel carcere anconetano di Montacuto, ma le stesse sono state rinviate a stamattina. Intanto la Procura ha depositato sul tavolo del Giudice per le indagini preliminari i primi risultati dell’autopsia bis sui resti di Pamela e i tabulati telefonici che proverebbero i numerosi contatti tra i nigeriani coinvolti.

Uccide l’ex moglie e si suicida. Era stato agli arresti per stalking

Ha uccisola ex moglie con una coltellata alla gola. Poi si è tolto la vita. Il femminicidio seguito da suicidio è avvenuto in uno studio dentistico in piazza Attias a Livorno dove Francesca Citi, 45 anni, lavorava come assistente. Massimiliano Bagnoli, 43 anni e fino allo scorso novembre agli arresti domiciliari per stalking, l’ha raggiunta nella mattinata di ieri, giorno di chiusura settimanale dello studio. La donna era sola e ha aperto la porta all’ex marito. I due hanno iniziato quasi subito a discutere, finché al culmine della lite l’uomo si è scagliato contro di lei e l’ha colpita a morte con un coltello a serramanico. Poi si è chiuso in bagno e si è ucciso con la stessa arma. A trovare il corpo della donna in un lago di sangue è stato l’attuale compagno che è andato a cercarla, preoccupato perché non rispondeva al telefono. Poco dopo sono intervenuti i carabinieri che, notata la porta del bagno serrata dall’interno e la luce accesa, l’hanno forzata. Una volta entrati, hanno trovato il secondo cadavere. Bagnoli non aveva mai accettato la fine della relazione con la ex moglie, con cui aveva avuto due figlie. Denunciato da lei per atti persecutori a metà del 2016, a partire dal luglio dello stesso anno era finito agli arresti domiciliari, misura cautelare terminata tre mesi fa. Nel frattempo lo scorso ottobre si era chiuso il procedimento penale di primo grado, a seguito del quale era stato condannato a una pena di un anno e 4 mesi.

Molestate 4 donne su 10. L’80% non lo dice a nessuno

Quasi una donna su due è stata vittima di molestie sessuali in Italia nel corso della propria vita. È il dato più allarmante emerso dal rapporto Le molestie e i ricatti sessuali sul lavoro pubblicato ieri dall’Istat e riferito a una ricerca del 2015/2016, secondo cui sarebbero 8 milioni e 816mila (il 43,6% del totale) le donne tra i 14 e i 65 anni che nel corso della loro vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale. Le vittime negli ultimi tre anni (2 milioni 578mila) sono in calo rispetto alle 3 milioni e 778mila rilevate nel triennio 2007-2009. E per la prima volta il rapporto rileva anche dati sulle molestie subite dagli uomini: sarebbero 3 milioni 754mila gli uomini che hanno subito molestie nel corso della propria vita (il 18,8% del totale), di cui 1 milione 274mila negli ultimi tre anni (6,4%).

La ricerca Istat, basata su un campione di oltre 50.000 intervistati, fornisce indicazioni anche sulle molestie in ambiente lavorativo. Secondo le stime sarebbero 1,4 milioni le donne che hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro, di cui 425mila negli ultimi tre anni di riferimento. Non solo: sono rispettivamente l’11,9% e il 10,1% le vittime che per essere assunte hanno ricevuto ripetute richieste di prestazioni sessuali e offerte di disponibilità sessuale dal datore di lavoro, ed è altissima (32,4%) la percentuale delle donne che ancora dice di ricevere quotidianamente o più volte a settimana ricatti sessuali sul posto di lavoro.

Un quadro ancor più preoccupante se si considera che nell’80,9% dei casi le vittime preferiscono non parlare delle violenze con i colleghi o con i superiori. Percentuali residuali denunciano i fatti alle Forze dell’Ordine, complice un quadro normativo non sempre chiaro. Il concetto di molestie rimane infatti indefinito, come confermano Laura Calafà e Donata Gottardi, docenti di Diritto del lavoro all’Università di Verona ed esperte di pari opportunità: “Un atto si considera molesto se è percepito come tale da chi lo riceve. Questo lo rende un concetto volutamente ampio, anche dal punto di vista del diritto”. Che cosa è considerato molesto? Secondo i criteri dell’Istat, si possono ritenere moleste certe dichiarazioni (proposte indecenti, commenti pesanti sull’aspetto fisico), atti di esibizionismo degli organi sessuali, pedinamenti, telefonate e messaggi ripetuti o sessualmente espliciti, furti di identità sui social netowrk, fino agli atti fisici, riconosciuti anche dal diritto come violenze sessuali (carezze, baci e contatti contro la volontà della vittima).

“Ma anche un invito a cena, se ripetuto più volte nonostante i rifiuti – sostiene Gottardi – può diventare una molestia”. “C’è un altro tipo di violenza sottovalutata – aggiunge Calafà – e potremmo chiamarla ‘molestia ambientale’. Negli Stati Uniti, se in un luogo di lavoro viene appeso un calendario sexy, è considerato un ambiente molesto, anche se nessuna donna potrebbe accusare qualcuno in particolare di violenza”.

Nel report sono le violenze verbali ad essere le più diffuse: l’Istat rileva che il 24% delle donne ne sia stata vittima negli ultimi tre anni di riferimento, percentuale più alta rispetto ai casi (15,9%) di molestie con contatto fisico. Il dato relativo alle vittime di molestie fisiche risulta più che dimezzato sul luogo di lavoro (dal 5,7% del 1997-1998 al 2,7% del 2015-2016), un miglioramento che l’Istat fa risalire al “frutto a lungo termine dei mutamenti del quadro legislativo, ma anche del diverso ruolo dei media negli ultimi anni, nonché dell’emergere di una nuova coscienza femminile”.

Una ricostruzione che tiene conto dell’introduzione del reato di stalking, che risale al 2009, ma che è condivisa solo il parte da Calafà: “In ambito lavorativo è cambiato poco o niente e le molestie continuano a emergere con fatica, perché quasi sempre provengono dai superiori o dagli stessi datori di lavoro”. Ma qualcosa è cambiato con il jobs act: “C’è un effetto collaterale della riforma per cui se prima, grazie all’articolo 18, il reintegro scattava anche dopo i licenziamenti per motivi economici o disciplinari, adesso è consentito solo nei casi discriminatori, in cui possono rientrare le molestie. Questo ha fatto emergere molti più casi rispetto al passato”.

Brizzi e le accuse di abusi. Indagano i pm di Roma

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo dopo che è stata depositata, pochi giorni fa, una denuncia contro Fausto Brizzi, regista e produttore, travolto dalle polemiche dopo che le Iene avevano raccolto le testimonianze di alcune aspiranti attrici su presunte molestie.

Il caso era esploso nei mesi scorsi – sull’onda della vicenda di Harvey Weinsten che ha ribaltato Hollywood e scatenato il movimento #metoo – quando l’ex iena Dino Giarrusso (ora candidato M5S) intervistò alcune attrici e aspiranti che raccontavano di scene in parte simili, avvenute in un appartamento con una Jacuzzi in salone. Le ragazze, spiegava Giarrusso, “non si conoscono tra loro”. Inizialmente il nome di Brizzi non viene rivelato. In tv si parla genericamente di un “regista ultraquarantenne” con qualche particolare che sembrava indicarlo. Sono Il Corriere della Sera e Il Messaggero, l’11 novembre 2017, a parlare del regista, spiegando che “il suo nome era circolato sui social network poche ore dopo la denuncia pubblica di alcune attrici italiane”. La Warner Bros ha fatto sparire il nome del regista, per quanto possibile, dal film Poveri ma bellissimi uscito a Natale. E Brizzi è uscito da un’importante casa di produzione. Alcune ragazze sono apparse in tv a volto coperto e con la voce camuffata. Due invece ci hanno messo la faccia e non risulta che abbiano sporto formale denuncia. La fotomodella romana Alessandra Giulia Bassi alle Iene racconta: “Lui mi chiede di improvvisare, di nuovo, però questa volta erotico e sentimentale. E io gli chiedo: ‘Sempre recitato ovviamente’. E lui: ‘Eh no, perché se un regista è realista vuole vedere la vera scena di sesso’. Lui era di fronte a me, si è spogliato completamente nudo”. E ancora: “Era eccitato e aveva gli occhi a palla”. “Mi ha chiesto di toccarlo – aggiunge – e io gli ho detto no”. Su Facebook la fotomodella, il 12 dicembre 2017, scriveva: “Sono stata accusata di aver voluto cercare pubblicità per aver parlato alle Iene. Perché non ho denunciato prima e alle autorità competenti? Perché non mi avrebbero creduta. Da sola contro uno così non ti credono. In 10, 20, 100 si”.

Anche Clarissa Marchese, classe 1994, miss Italia 2014, racconta la sua esperienza a Repubblica.it dice: “Sono stata chiamata per fare un provino per Fausto Brizzi, scoprendo in un secondo momento che erano delle lezioni che lui si offriva di darmi. Ovviamente a 20 anni, senza esperienza, accettai quasi sentendomi lusingata dalla richiesta. Quindi andai in questa casa studio”.

Lì, racconta la modella, il regista “mi dava delle dritte, dei consigli. Mi diceva che avevo un buon potenziale ribadendomi il concetto che un regista si deve anche fidare delle attrici che sceglie non potendo rischiare che magari sul set un’attrice si rifiuti di fare la parte. A quel punto mi disse: ‘Ho bisogno di fidarmi di te, se ti devo dare una parte un po’ più sexy devo essere sicuro che tu sei disposta a fare determinate cose e quindi, anche adesso ti senti pronta a spogliarti totalmente di fronte a me?’ (…) Lì mi sono veramente stranita”. Clarissa dice di aver interrotto le lezioni. “Da quel momento – aggiunge – ho proprio abbandonato l’idea di continuare a dedicare il mio tempo a quella causa che era il cinema”. E ancora: “Dopo 3 anni mi ritrovo a sentire delle situazioni molto simili a quelle capitate a me, purtroppo molto più gravi. Io ho detto no”.

Fausto Brizzi sempre ha respinto le accuse: “Ho appreso – ha fatto sapere in una nota – con grande sconcerto dagli articoli apparsi su alcuni quotidiani dell’esistenza di ipotetiche segnalazioni di molestie fatte da persone di cui non viene precisata l’identità. Posso solo affermare, con serenità e sin da ora, che mai e poi mai nella mia vita ho avuto rapporti non consenzienti o condivisi”. E intervenuta anche la moglie: “Mi addolora – scriveva Claudia Zanella – ascoltare le accuse che sono state rivolte a Fausto in questi giorni perché non corrispondono in nessun modo alla persona che conosco, pur nutrendo il massimo rispetto per le donne che si sono sentite ferite. Mi spiace anche perché a prescindere dal fatto che l’imputato in questo tribunale mediatico sia mio marito, non trovo affatto corretto per nessuno essere descritto come il peggiore dei criminali”.

Mesi dopo la Procura di Roma ha ricevuto una denuncia. Brizzi non è indagato, gli accertamenti sono appena iniziati nel più stretto riserbo.

Biologi e polemiche sugli scienziati no vax: l’Iss non parteciperà

“Né Rezza né alcun ricercatore dell’Iss parteciperà a convegno dell’Ordine dei biologi. La disdetta già fatta una settimana fa. Bassa qualità e ascientificità di alcuni relatori”. È quanto scrive in un tweet l’Istituto superiore di sanità (Iss) per smentire la partecipazione del ricercatore Giovaal convegno sui vaccini organizzato il 2 marzo a Roma dall’Ordine dei biologi per suo 50esimo anniversario. La polemica è stata aperta giorni fa dall’epidemiologo dell’università di Pisa Pier Luigi Lopalco perché nel programma ci sono, tra gli altri, i nomi del Nobel Luc Montagnier, tra gli scopritori del virus Hiv che ha recentemente abbracciato diverse teorie controverse, dall’omeopatia al legame tra autismo e vaccini e di Antonietta Gatti, autrice di uno studio sulle nanoparticelle nei vaccini smentito da gran parte della comunità scientifica. Ieri si è aggiunta alle voci critiche la Società italiana di virologia con una nota di Roberto Burioni, responsabile del gruppo di studio sulle vaccinazioni. Vincenzo D’Anna, presidente dell’Ordine dei biologi, ha definito “prive di fondamento” le notizie secondo cui il convegno sarebbe “finalizzato a sostenere tesi contrarie ai vaccini ed alla legge che ne fa obbligo”.

“Anche con la nuova legge si parte per morire”

Mercoledì (oggi, ndr) potrei essere condannato a una pena tra 5 e 12 anni. Sono accusato di istigazione e aiuto al suicidio di Fabo.

Marco Cappato, però il pm ha chiesto l’assoluzione…

Sì, ma il gip aveva chiesto l’imputazione coatta. Non ci sono garanzie. Noi abbiamo chiesto l’assoluzione oppure che la questione sia rinviata alla Corte Costituzionale. Abbiamo chiesto un’assoluzione basata sul principio che Fabo aveva il diritto di scegliere di morire. E come morire. Sarebbe una pronuncia storica. Aprirebbe la strada per non andare più in Svizzera.

Adesso c’è anche la nuova legge sul testamento biologico…

È ancora presto. Ci sono enormi difficoltà. Molti Comuni non hanno ricevuto informazioni essenziali.

Che cosa non funziona?

L’ideale sarebbe che le disposizioni del testamento biologico fossero inserite nella tessera sanitaria. E che, nel frattempo, le volontà possano essere autenticate dai Comuni.

Intanto i ‘pellegrinaggi’ in Svizzera continuano?

Vanno poche decine di malati. Ma migliaia di persone sono nelle condizioni di Fabo e non possono affrontare il viaggio per una questione di denaro e di tempo.

Lei quanti ne ha accompagnati in Svizzera?

Ho accompagnato personalmente solo Fabo e Piera Franchini. Ma lei, dopo essere arrivata là, aveva rinunciato. Altre persone le ho aiutate, ho pagato il viaggio.

Che cosa ricorda di loro e di Fabo?

Di Fabo ricordo la grande tensione perché temevo che andasse male e sentivo la responsabilità: Fabo si era affidato a noi perché voleva che la sua fosse una scelta pubblica. E non voleva che ricadesse sulle persone cui voleva bene. Ma potevano fermarlo sotto casa sua, potevano bloccarlo al confine. Poi ci fu il momento più penoso, quando – nella clinica di Zurigo – il giorno prima di morire Fabo fece le prove. E non riuscì a schiacciare con la bocca il bottone per assumere la sostanza. Poi fu trovata la soluzione…

Quante persone si sono rivolte a lei in questi anni?

Tante. Alcune non sono riuscito ad aiutarle, non ho fatto in tempo. Ricordo Irene, malata di tumore. Poi un malato di sla. E ricordo ragazzi che si sono rivolti a me anche se stavano bene fisicamente. Ma non riuscivano a vivere.

E lei cosa ha fatto?

Ho cercato di indirizzarli a un sostegno psicologico. Non sono un esperto, non ho la competenza necessaria. Posso soltanto cercare di parlare con loro. Ma anche questo fa capire perché è necessaria una legge sull’eutanasia che abbiamo proposto.

Che cosa chiedete?

Noi abbiamo seguito il modello olandese. Che richiede tre requisiti: una malattia irreversibile, una sofferenza insopportabile. E controlli medici stringenti. È come per l’aborto: disciplinare l’eutanasia aiuterebbe chi ha diritto a porre fine alla propria vita. Ma anche chi può essere aiutato a vivere e invece rischia di affidarsi a mani sbagliate.

“Picchiati dai padri degli alunni. A volte neanche li processano”

“Il genitore che mi ha aggredito ha avuto il rinvio a giudizio. Un mese fa c’è stata l’udienza dopo la quale ha avuto la messa alla prova: in pratica ora farà un anno di servizi sociali. Tra 365 giorni, se ci sarà un esito positivo, sarà prosciolto per estinzione del reato. Insomma, la farà franca”: Michele Ruscigno ha 57 anni e insegna Matematica al liceo scientifico di Matera “Dante Alighieri”. A fine 2016 è stato aggredito dal padre di una sua alunna durante l’orario di ricevimento dopo che gli aveva comunicato lo scarso rendimento della ragazza.

Trenta giorni di prognosi, proprio come per il professore preso a pugni a Foggia qualche giorno fa, dal papà di un su alunno. Dalla sua, ha la testimonianza di genitori e docenti presenti durante i colloqui. “È stato ben consigliato dal suo avvocato – spiega Michele – sarebbe stato impossibile negare l’aggressione con tutti quei testimoni. Ma nell’ultimo anno io ne ho persi almeno dieci”. Oltre il danno, la beffa: senza il processo ‘tradizionale’, il professore non può costituirsi parte civile e per chiedere il risarcimento del danno dovrà affrontare un processo civile, con relative spese legali e tempi lunghissimi. “Sono amareggiato, non si riesce a ottenere giustizia. Si tratta di reati veri e propri. Ormai la nostra categoria è in trincea”.

Una trincea molto lunga. Ad Aci Catena, in provincia di Catania, Nerino Sciacca gestisce una palestra. Fino all’anno scorso era un’insegnante di educazione fisica. Poi è andato in pensione. Nel 2014 è stato preso a calci e pugni dal padre di un’alunna chiamato, secondo le ricostruzioni e la stessa testimonianza dell’uomo alla stampa, dalla ragazza dopo che il professore l’aveva rimproverata perché parlava al cellulare a lezione. Sono ancora in corso le udienze preliminari, a settembre 2018 è fissata quella per il genitore. “Sarà ancora lunga e ci saranno sicuramente gli appelli”. E i genitori? “In 40 anni di insegnamento, 30 nella scuola di Aci Catena, ho attraversato generazioni e posso dire che questi casi sono isolati. Ho avuto grandissima solidarietà”.

Sciacca fa poi un’osservazione sulla sicurezza: “Nelle scuole non viene potenziata – spiega – le persone entrano senza controlli e a loro piacimento. Se ci fosse stata maggiore sicurezza nel mio istituto, un controllo in più all’ingresso, probabilmente tutto questo non sarebbe successo e io non sarei stato aggredito in quel modo”.

A Milano, Mario Caruselli nel 2014 è invece stato aggredito da un alunno del Liceo Tenca dopo un alterco in classe. Il docente fu prima sospeso dal preside, per aver usato parole eccessive nello sgridare il ragazzo, poi la sua sospensione fu annullata dal provveditorato. “Il vero processo l’ho ricevuto dai miei colleghi – racconta oggi – che pretendevano mi scagliassi più duramente contro il preside. È diventata presto una guerra politica mentre dopo le notizie di stampa sulla vicenda, i genitori del ragazzo mi hanno denunciato per calunnia”. Il problema, secondo i docenti, viene dall’esterno: “È il senso di impotenza verso la società che cerca il capro espiatorio più vicino – dice Caruselli – e l’esponente delle istituzioni più prossimo è proprio il professore. Lo vedono come colui che tiene chiusi in aula i propri figli per un futuro che non riserva loro nulla di buono”.

Intanto, a Foggia, ieri i rappresentanti dei genitori del Consiglio scolastico del Murialdo hanno espresso la loro solidarietà per il professore malmenato: “È possibile – scrivono – che un docente non possa fare un rimprovero verbale a un alunno senza rischiare di finire in ospedale? È mai possibile che un docente non si possa sentire più al sicuro nel suo posto di lavoro? Che esempio è stato questo genitore al proprio figlio e a tutti gli altri alunni?”.

“Vattene, fascista”: Meloni contestata dai centri sociali

Cori con “bella ciao” e “Livorno è antifascista”, cartelloni con scritto “Livorno i fascisti non li vuole. Meloni vattene!” e anche qualche sputo. È stata contestata così ieri pomeriggio la leader di Fratelli d’Italia durante un’iniziativa elettorale con passeggiata nel quartiere popolare di Sant’Andrea. Alcuni manifestanti, sembra non del quartiere, l’hanno pesantemente contestata. Meloni, che era circondata da esponenti del suo partito e forze dell’ordine, ha accennato una sorta di balletto al ritmo dei cori, dicendo: “Loro sono questi” e riprendendoli anche col telefonino. Alla Fortezza Nuova era stato appeso anche un grande striscione con scritto “Livorno non ti vuole”.

“A Livorno oggi le due Italie che si confrontano il prossimo 4 marzo: da una parte Fratelli d’Italia che parla con i commercianti, con le persone comuni, di sicurezza, di tutela del piccolo commercio, di identità, di marchio italiano. Dall’altra i soliti quattro deficienti dei centri sociali che quattro giorni fa in branco prendevano a calci un brigadiere dei carabinieri mentre era a terra e che oggi vogliono impedire a me di parlare. Scegliete da che parte stare, italiani”, il commento di Meloni.

Insulti a Fedez, Facci condannato. Il rapper: “È un opinionista rissoso da salotti tv”

Il tribunale di Milano ha condannato in sede civile al pagamento di 8mila euro, più le spese processuali, il giornalista Filippo Facci, e Facci in solido con il quotidiano “Libero,” con l’allora direttore Maurizio Belpietro, a risarcire altri 4mila euro, per alcune dichiarazioni e un articolo di Facci ritenuti diffamatori nei confronti del rapper Fedez definito “menestrello” dei No Expo nell’occasione degli incidenti che si verificarono il giorno dell’inaugurazione dell’esposizione di Milano. Fedez, difeso dall’avvocato Cristiano Magaletti, aveva promosso il giudizio perchè riteneva fosse stato diffamato su Twitter, durante la trasmissione radiofonica “La Zanzara” e nell’articolo “Niente da capire”, sempre da Facci, per essere stato individuato come colui che avrebbe appoggiato i Black Bloc.

Il giudice Loretta Dorigo ha rilevato come fossero “dal tono fortemente aggressivo, quasi da hater” espressioni come: “È ufficiale. Fedez è un cretino; pazienza, è un modo di farsi notare… ed è un modo di schierarsi coi minorati che ieri hanno imbrattato muri e danneggiato vetrine. I decerebrati NoExpo hanno il loro menestrello. È un tamarro di Rozzano”. Fedez – come sottolinea il suo legale – aveva deciso di ignorare, di non reagire e di non commentare le dichiarazioni del giornalista, ponendo la questione al vaglio degli organi giudiziari.

“Sono molto soddisfatto della vittoria ovviamente – il commento di Fedez – Gli argomenti di Facci si sono dimostrati meri insulti diffamatori. Continuo a vederlo meglio come opinionista rissoso da Barbara d’Urso che come firma di quotidiani nazionali”.