“Macerata & C. Salvini soffia sul fuoco: finirà per bruciarsi”

La violenza “non è mai da giustificare, ma è sempre da condannare e sempre senza se e senza ma”. E “quello lì di Macerata” poi, cioè Luca Traini, “più che un leghista è forse un nazionalista” ma di sicuro è “un pirla”. Dire che è in forma sarebbe riduttivo. Umberto Bossi, il capo della Lega Nord, non perde un colpo. Il segretario Matteo Salvini ha falcidiato i vecchi leghisti e al Senatur aveva pensato di proporre un parcheggio in Regione Lombardia. Proposta rimasta a mezz’aria. Alla fine Bossi tornerà a Roma. Candidato del suo Carroccio seppur a trazione Salvini, dopo un braccio di ferro che l’ha messo a rischio epurazione, gira per i collegi del Nord ed è in piena campagna elettorale. Come trent’anni fa. “Batto la mia zona”, sorride. Bar per bar, piazza per piazza. Stringe mani, saluta, scherza. E si presta a decine e decine di selfie. Ieri si è fermato solamente alle 18 a Lecco per un paio di ore alla presentazione di altri candidati sia al parlamento sia alla Regione Lombardia con Attilio Fontana. E anche lui fa il tifo per il sindaco di Varese scelto come erede di Roberto Maroni al Pirellone.

Proprio Fontana era stato cacciato ormai un decennio fa dal Carroccio proprio per volere di Bossi perché vicino all’associazione “Terra Insubre”, ritenuta in odore di fascio. Ispirati democratici, rispetto a quelli con cui oggi va a braccetto la Lega di Salvini. “Lui soffia sul fuoco, ma forse dovrà capire che gli stessi che oggi aizza un giorno potranno ritorcersi contro di lui; la politica non si improvvisa e non si deve mai giocare con gli istinti e con le necessità delle persone”.

Bossi, lei però era quello dei mille fucili pronti a sparare contro la Roma ladrona…

Ma erano altri tempi, non c’era questo clima nel Paese e soprattutto voleva essere solo una immagine simbolica. Noi la violenza non l’abbiamo mai giustificata, mai. Siamo nati per separare la parte sana del Paese, il Nord, la Padania, dalla zavorra che ci teneva incatenata, da quella Capitale che succhiava il sangue. Ma era sempre e solo una questione economica: le tasse che paghiamo al Nord devono rimanere al Nord. Punto.

Evocare il moschetto quindi era legittimo?

No, ma aveva un obiettivo: era il simbolo della lotta contro Roma, ora contro cosa si lotta? Questa è violenza gratuita. Noi proponevamo soluzioni, come il federalismo fiscale. Siamo arrivati a un passo da una vera e propria rivoluzione. Oggi per cosa begano? Sono da condannare tutti, anche quelli che hanno aggredito Giorgia Meloni, c’è gente strana in giro e soprattutto c’è un bruttissimo clima: serve più responsabilità politica.

È il suo successore Matteo Salvini a cavalcare gli scontri sociali. Insomma: soffia sul fuoco.

Ma ci saremo mica dimenticati dei vaffanculo di Grillo? E poi scusi ma non si era mai visto un governo come questo incapace di prendersi le responsabilità del proprio territorio, il sindaco (di Macerata, ndr) è scappato. Questi del Pd, questo bluff di Renzi, non hanno personalità e ciascuno si sente libero, senza guida, privo di riferimenti.

Insisto: gli eredi – veri o presunti – del fascismo oggi vanno a braccetto con la Lega.

I fascisti sono nazionalisti, il vero nemico della mia Lega che era nata contro lo stato centrale, creato proprio da loro. Ma c’è troppa confusione ormai. Troppa. Meno male che c’è ancora pure Berlusconi.

Ma non può esserci.

Non in Parlamento, ma è importante seguirlo, poterci parlare perché lui conosce bene tutto e tutti.

Non ha paura che faccia di nuovo un governo con Renzi? Del resto non sembra abbia ottimi rapporti con Salvini.

Con Renzi? Ma va, è rimasto delussisimo da quel ragazzo.

Vi sentite?

Siamo due vecchi costretti a fare ancora da guide. Guardi sull’immigrazione.

La Bossi-Fini? Pentito?

È colpa della globalizzazione che ha accentuato la differenza tra paesi ricchi e paesi poveri, quelli che arrivano qui scappano dalla fame. Servono soluzioni a casa loro.

Un vecchio slogan…

Ma è l’unico modo, l’unica soluzione.

Chi vince?

Noi, il centrodestra, siamo gli unici in grado di gestire le emergenze, quelli di sinistra come Renzi si sono dimostrati anche su Macerata incapaci: davanti alle difficoltà scappano, si nascondono. Vediamo i Cinque Stelle come vanno, ma c’è e ci sarà ancora da ridere.

Perché?

Questa storia dei rimborsi, dei furbetti che non li hanno restituiti: per carità il loro è un gesto nobile e le mele marce sono ovunque, ma fa un po’ ridere perché vale la vecchia legge: c’è sempre qualcuno più puro che ti epura.

Laboccetta in carcere brinda con Dell’Utri per il suo compleanno

“Oggi ho compiuto 70 anni e ho scelto di festeggiarli nel carcere di Rebibbia con un fraterno amico: Marcello Dell’Utri, un uomo straordinario, che personalmente continuo a ritenere innocente e che in questo particolare momento della sua vita ha assolutamente bisogno di cure adeguate che in carcere sono assolutamente impossibili”. Lo ha dichiarato il deputato napoletano di Forza Italia Amedeo Laboccetta all’uscita dal carcere romano. “Oggi ho portato a Marcello in dono, come da sua richiesta, l’ultimo libro del grande Paolo Isotta, Il canto degli animali – ha aggiunto Laboccetta – ho brindato con Marcello nella sua celletta con un semplice bicchier d’acqua della fontana, gli amici veri non si abbandonano mai, soprattutto quando i loro corpi sono devastati da gravi malattie”. Ritenuto un uomo vicino a Francesco Corallo, il cosiddetto “re delle slot”, Laboccetta è entrato a Montecitorio nel 2017 dopo essere stato arrestato nel dicembre del 2016 dalla Procura di Roma per associazione a delinquere transnazionale: secondo l’accusa, riciclava i proventi delle imposte evase sul gioco on line. È stato anche implicato nella vicenda dell’utilizzo di Corallo della casa di Montecarlo di Gianfranco Fini.

Radicali contro: quelli che odiano Emma Bonino “cocca del regime”

Se ci fossero ancora le vecchie tribune politiche, forse vedremmo Maurizio Turco e Rita Bernardini imbavagliati, con un cartello al collo, come un tempo facevano Marco Pannella e Emma Bonino. Perché, se da una parte la lista + Europa, candidata alle elezioni col Pd, spopola tra i media e raccoglie consensi nei quartieri alti e tra i radical chic che “non vogliono votare più per Matteo Renzi” (e addirittura incassa la benedizione di Calenda, che li voterà, e Gentiloni), gli altri, i Radicali duri e puri, non se li fila più nessuno. Così, mentre i primi ci spiegano in ogni dove il loro programma ultraliberista, i 22 giorni di sciopero della fame di Rita Bernardini per sollecitare il governo ad approvare la riforma dell’ordinamento penitenziario, la prima dal 1975, sta passando sotto silenzio. E questo nonostante il Partito Radicale non violento, transnazionale e transpartito organizzi una conferenza stampa al giorno nella storica sede di Via di Torre Argentina.

In tv e sui giornali, però, ci finiscono irrimediabilmente gli altri, i “traditori”, quelli che negli ultimi anni della vita di Marco Pannella “non c’erano”. “Ma la storia dello sfratto è una bufala: in sede ci sono sempre tre stanze per loro”, spiega Maurizio Turco. Quelli che hanno osato, secondo i “pannelliani”, presentarsi alle elezioni nonostante lo statuto lo vieti. Ma la regola era già stata infranta quando Marco Cappato a Milano e Riccardo Magi a Roma hanno presentato liste radicali alle Comunali del 2016. “A queste elezioni non ci presenteremo perché farlo vorrebbe dire assecondare questo regime e questa legge elettorale”, spiegava Turco qualche tempo fa. Di più: dalla Lista Pannella è arrivato un invito ai militanti a uno sciopero del voto. Bonino, da par suo, sta tentando invece di fare il pieno dei consensi Radicali. Anche per questo porge rametti d’ulivo (domenica scorsa Emma ha fatto un apprezzamento pubblico all’iniziativa di Rita, cui aveva anche offerto la candidatura) che gli altri puntualmente rifiutano. “Siamo già al 2,5%”, rivelava esultante Benedetto Della Vedova qualche giorno fa. Un passo indietro, invece, c’è Marco Cappato, che ha deciso di non candidarsi: oggi per lui arriverà la sentenza di primo grado al processo su DJ Fabo. “Siamo di fronte a un’occupazione della tv. Il Pd ‘chiagne e fotte’, l’Agcom si gira dall’altra parte e la cocca del regime + Europa finalmente gode. Mentre i veri censurati tacciono sperando in tempi migliori”, scrivono Marco Beltrandi e Turco sul sito del partito dove, qualche giorno fa.

Pugno duro contro i corrotti e aiuti ai poveri: Ingroia ci prova

Siamo qui per mettere in pratica il messaggio del popolo italiano del 4 dicembre 2016: difendere e mettere in pratica la Costituzione”. Antonio Ingroia ci riprova. Dopo il flop di Rivoluzione civile alle elezioni di cinque anni fa (2,2% alla Camera, 1,7% al Senato), eccolo riaffacciarsi sulla scena politica. Qualche mese fa ha dato vita a La mossa del cavallo, movimento politico fondato insieme a Giulietto Chiesa, che il 4 marzo sarà presenta alle elezioni in otto regioni italiane con un nuovo nome: Lista del Popolo per la Costituzione. Gli ultimi anni sono stati movimentati: dopo Rivoluzione civile c’è stato il suo addio definitivo alla magistratura dopo un braccio di ferro col Csm per un indesiderato trasferimento ad Aosta. Poi è arrivato il nuovo lavoro di avvocato e l’incarico come commissario di Sicilia Servizi dalla giunta di Rosario Crocetta. Ma la politica rispunta sempre. “Sono mosso dalla stessa passione del 2013, quando però commisi l’errore di voler rincorrere l’effimera unità della sinistra. Oggi sto dalla parte delle persone e basta”, spiega Ingroia alla presentazione del suo programma, ieri a Roma. Un manifesto politico e un programma economico – messo a punto da Stefano Sylos Labini – che prefigura la trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in una banca pubblica e la creazione di una moneta parallela all’euro, i “people coin”. Mentre per recuperare “sovranità” e non essere più un Paese “colonizzato”, l’Italia deve diventare “uno Stato neutrale”, come la Svizzera. Sulla giustizia, invece, “bisogna insistere col sequestro dei beni anche per i corrotti, non solo per i mafiosi”. “È in corso un disegno eversivo, a partire da questa legge elettorale incostituzionale”, osserva Giulietto Chiesa. E sul Rosatellum Ingroia vede già brogli. “Alcuni dei nostri sono stati convocati in Procura perché si sono trovate le loro firme a sostegno di altre liste…”, dice l’ex magistrato. “Vi terrò informati…”.

B. è in stato confusionale, ma lo applaudono lo stesso

Qui Silvio Berlusconi ha sempre giocato in casa. Roma, sede di Confcommercio, associazione di categoria di 700mila imprenditori e liberi professionisti. L’ex premier questa platea la conosce bene, ricambiato. La visita regolarmente, non solo in periodo di semina elettorale, ed esce quasi sempre tra gli applausi. Spesso si lascia andare. Come nel 2006, quando definì “coglioni” gli elettori di centrosinistra, ovvero tutti quelli che “votano contro i propri interessi”, o meglio ancora: tutti quelli che non votano per lui.

Dodici anni più tardi, dopo una lunga serie di necrologi politici, Berlusconi è ancora qui. Il volto è tirato, il colore della pelle sempre innaturale. Le frasi gli escono un po’ impastate: è stanco. Resta lo spirito del barzellettiere, ma le parole sono lente, inciampano. Così l’ennesimo comizio a Confcommercio si trasforma in uno show dall’effetto comico, sì, ma per lo più involontario.

La quantità di gaffe è preoccupante. La più ilare è quando si vanta di aver alzato le pensioni minime: “Le ho portate a mille lire. E allora bastavano, per arrivare alla fine del mese”. Ma l’ex premier confonde anche Irpeg (l’imposta sul reddito delle persone giuridiche) e Irap (imposta sulle attività produttive). Pronuncia flat task invece che flat tax. Si lancia in un’improbabile analisi sull’economia in nero: “Il Pil emerso è 1.600 euro, il Pil sommerso è 800mila euro”. Poi un passaggio salviniano – ma imbarazzante – sugli immigrati: “Ci sono 630mila clandestini. Questi signori non hanno un altro modo per vivere se non commettendo reati. Quando poi vanno negli appartamenti, i carabinieri trovano per prima cosa svaligiato il frigorifero. Una signora aveva mezzo litro d’olio, si sono bevuti anche quello”. Berlusconi non si è sbagliato con il vino, intende proprio l’olio; racconta di clandestini che bevono olio d’oliva. “Ho detto alla signora: ‘L’avranno messo in una boccetta, l’olio’. No, dice, hanno trovato le impronte delle labbra”.

Esonda, non si tiene. Gigioneggia con la platea: “Se parlo troppo, alzate la mano e potete andare al cesso”. Sostiene di aver commissionato un sondaggio per tastare l’elettorato animalista, da cui sarebbe emerso che il 73% delle mogli preferisce il proprio cagnolino al marito. Parla molto più a lungo del dovuto, e fa ritardare Pietro Grasso, che è in scaletta subito dopo di lui. L’ex presidente del Senato la prende con filosofia: “Ho atteso pazientemente che lo spettacolo finisse. Ho dovuto fare dei giri per evitare che le nostre scorte si incontrassero e si mettessero a fare battaglia”.

La figura peggiore Berlusconi la fa quando annuncia uno dei protagonisti della sua prossima squadra di governo: “Uno dei nomi è quello di Carlo Cottarelli, gli potremmo affidare una commissione o addirittura un ministero della spending review. L’ho sentito ieri (lunedì, ndr) al telefono, mi ha ringraziato e mi ha detto di essere disponibile”. Il diretto interessato smentisce subito: “Ringrazio i partiti che mi hanno contattato, ma vorrei chiarire di non aver dato la mia disponibilità a nessuno schieramento a partecipare a un futuro governo”.

Ce ne sarebbe abbastanza per far calare il gelo e abbassare il sipario su una delle peggiori esibizioni berlusconiane che si ricordino, invece l’ex premier viene salutato da sorrisi compiaciuti e applausi per nulla imbarazzati. A proposito di incroci storici: oggi nella stessa sede tocca a Matteo Renzi. Fu proprio all’assemblea nazionale di Confcommercio, il 9 giugno 2016, che l’ex segretario Pd ebbe una delle prime prove del declino della sua aura: la platea lo fischiò sonoramente mentre parlava degli 80 euro. È passata un’era geologica: sembrava l’apogeo del renzismo; in un anno e mezzo siamo passati alla farsa dell’ennesima rinascita berlusconiana.

Microcredito M5S: spesi oltre 20 milioni per 6 mila imprese

Al netto dei conteggi che stabiliranno l’ammontare delle mancate restituzioni, sono oltre 20 milioni di euro i fondi restituiti dai parlamentari grillini. Con questa cifra, versata su un fondo per la piccola imprenditoria, sarebbero già state finanziate più di 6mila imprese, generando oltre 14mila posti di lavoro. Il servizio per l’erogazione del microcredito si avvale di quasi 10mila sportelli in tutta Italia. Il tetto finanziabile dal fondo è 25mila euro, ma in alcuni casi è possibile arrivare a 35mila euro ed è riservato alle aziende esistenti o a idee imprenditoriali legate all’artigianato, al commercio, ai servizi e a tutte le start up innovative. La principale caratteristica del meccanismo di finanziamento sono i servizi di assistenza e monitoraggio (supporto e formazione all’attività imprenditoriale) garantiti in fase istruttoria e per tutto il periodo di rimborso dagli intermediari finanziari o da altri soggetti abilitati a erogare il credito. Per avere il finanziamento occorre registrarsi e ottenuta la garanzia si deve andare in una banca convenzionata portando un progetto imprenditoriale valido per richiedere infine il microcredito.

Il mistero di Borrelli: lascia il Movimento il vice di Casaleggio

Uomo macchina della Casaleggio, ufficiale di collegamento con il mondo delle imprese, primo eletto del Movimento in un consiglio comunale, co-presidente a Strasburgo, financo “guerriero”, scrisse Beppe Grillo sul blog ringraziandolo “per tutto quello che hai fatto, fai e farai per il bene del M5S”. Della varietà di definizioni che negli ultimi dieci anni hanno accompagnato il nome di David Borrelli, va ricordata quella che di lui diede Paola De Pin, ex senatrice M5S, trevigiana come lui. “Stalker”, lo chiamò. Perché a Borrelli quelli che “restituivano poco” non sono mai piaciuti. E non perdeva tempo in cerimonie per comunicarlo a chi di dovere.

Chissà cosa pensa di quello che sta accadendo ora, con dieci eletti accusati di fare la cresta sui rendiconti. Impossibile saperlo: da ieri Borrelli è irreperibile. In tanti hanno provato a cercarlo dopo aver saputo, all’improvviso, che ha deciso di lasciare il gruppo a cui aderisce il Movimento e sedere tra i non iscritti dell’Europarlamento. La motivazione ufficiale parla di “ragioni di salute”. Difficile però che possano essere superate con un semplice passaggio di gruppo. Le ipotesi si sprecano e contemplano anche i risvolti di una guerra di potere tutta interna al Movimento: da una parte i governisti (Casaleggio, Di Maio, Borrelli), dall’altra chi teme di sporcarsi le mani. Gira e rigira, però, il cuore della vicenda torna sempre lì, ai soldi. Quali, è ancora da capire. I vertici del Movimento stanno esplorando tutte le strade possibili: la mancata rendicontazione (per gli eurodeputati non valgono le stesse regole degli eletti nazionali: ridanno solo mille euro), una scorrettezza nelle richieste di rimborso (nei giorni scorsi ne sono già state contestate alcune alla responsabile comunicazione M5S, Cristina Belotti) o un abuso dei fondi per le attività del gruppo (per ogni evento è previsto un budget che può arrivare oltre i 15 mila euro). L’addio al gruppo, dunque, sarebbe preventivo: sa che qualcosa di pesante si sta abbattendo su di lui e se ne va prima che crolli tutto. Per ora è solo un sospetto, ma per capire da quanto in alto possa cadere, dobbiamo tornare a quei primi mesi del 2013 a palazzo Madama. Borrelli, dicevamo, si era accorto che la De Pin versava al Fondo per l’imprenditoria molti meno soldi del suo corregionale Gianni Girotto. Perciò si era adirato, aveva cominciato a tampinarla di sms e aveva organizzato addirittura una conferenza stampa per chiederle conto dei mancati rimborsi. Ora: che la De Pin sia poi confluita nel gruppo delle Grandi Autonomie (Gal) non depone a suo favore, ma di certo lo “stalking” doveva aver impressionato parecchio se all’epoca a un’altra senatrice, Elena Fattori, fu intimato di “avere il coraggio di parlarne” in assemblea.

All’epoca, Borrelli, era solo un consigliere comunale. Uno dei primi eletti M5S nel 2008: carta che l’imprenditore si giocò assai bene diventando nel giro di poco un fidatissimo collaboratore di Gianroberto Casaleggio. Lo candidano presidente del Veneto nel 2010 – vince Zaia, va da sé – e alle Europee di quattro anni più tardi è il più votato dei Cinque Stelle con quasi 26 mila preferenze. Subito dopo diventa, insieme a Nigel Farage, co-presidente del gruppo Efdd.

Stimato da Mario Monti, è il regista dell’operazione Alde, ovvero il (maldestro) tentativo di portare i Cinque Stelle nel gruppo più europeista del Parlamento Ue. Borrelli aveva personalmente siglato, su mandato di Grillo e Casaleggio jr, un accordo con Guy Verhofstadt che parlava più di poltrone che di contenuti. Fallì pietosamente e Borrelli fu costretto al passo indietro dalla presidenza, non prima però di aver ricevuto la pubblica solidarietà di Beppe Grillo in persona (“Caro David, non abbiamo da rimproverarci nulla”).

Nel frattempo, per lui e Max Bugani, era arrivata la nomina nell’associazione Rousseau (sono stati gli organizzatori delle kermesse di Rimini e Pescara): un incarico, si disse da subito, che garantiva a entrambi gli emissari milanesi di continuare ad avere un ruolo nel Movimento anche al termine del secondo mandato. Per Borrelli mancava un anno alla scadenza, e i maligni sono convinti che non abbia intenzione di chiudere la carriera così. Il suo ultimo post su Facebook pare un testamento. È della fine di ottobre: “In questi ultimi anni anziché parlare alle persone abbiamo parlato a noi stessi e tra noi. Litigandoci la presenza di uno o l’altro come fosse un trofeo da esporre. Più sei famoso più ti voglio, e più ti voglio più diventi famoso. Ha ragione Grillo, come sempre, abbiamo sbagliato qualcosa. Non è troppo tardi però, possiamo ancora cambiare”. Probabilmente ha cambiato idea.

M5S, l’onestà non basta se non sai controllare

Faceva un po’ rabbia, l’altra sera a Otto e mezzo, vedere il gatto e la volpe, Matteo Renzi e Alessandro Sallusti, picconare di buona lena i Cinquestelle per la faccenda del buco (un milione di euro o forse di più) dei rimborsi non rimborsati da un pugno di candidati alle prossime elezioni. Rabbia soprattutto verso il M5S per avere consentito a due signori, che in quanto a impresentabili nelle rispettive liste di Pd e Forza Italia farebbero bene a tacere, di esultare all’unisono. Con la stessa gaglioffa goduria, per capirci, degli alunni ripetenti quando il primo della classe viene beccato a copiare.

C’interessa poco sapere se questa imbarazzante vicenda farà perdere voti al movimento di Grillo-Di Maio, anche se crediamo di no considerati i pulpiti da cui viene la predica. Colpisce tuttavia l’approssimazione, e forse anche la sciatteria, con cui è stata gestita l’operazione restituzioni, novità senza precedenti nella politica non solo italiana: 23 milioni tra stipendi e rimborsi che sono andati a circa 7 mila micro e piccole imprese.

Ebbene, proprio perché l’applicazione di questo principio rappresenta, oltre che una medaglia al valore, un ceffone insopportabile per tutti gli altri partiti, sarebbe stato necessario che neppure uno spillo fosse mancato all’appello. Soprattutto in prossimità delle elezioni. Invece per dirne una, come apprendiamo dall’articolo sul Fatto di Luca De Carolis e Paola Zanca, del portale che dovrebbe verificare la congruità e la correttezza dei bonifici dei parlamentari grillini, si occupa un solo tecnico. Vero è che il giochino di coloro che si sarebbero riappropriati di somme che ufficialmente avevano restituito (ma dove li hanno pescati?) non era semplicissimo da scoprire. Ma se, come ha ammesso sul nostro giornale Massimo Bugani dell’associazione Rousseau, “l’errore è stato trascurare i controlli”, peggio mi sento. Anche perché viviamo nel Paese in cui i ladri presi con la refurtiva in bocca possono farla franca mentre chi è onesto deve dimostrarlo fino all’ultimo centesimo.

Ecco allora che le “trascuratezze” sui soldi di cui parla Bugani, sommate ai non piccoli inconvenienti tecnici palesati dalla piattaforma Rousseau durante le parlamentarie, più i criteri legittimi ma del tutto soggettivi (Di Maio) alla base della scelta delle candidature, tutto questo complesso di cose non fa altro che riproporre l’interrogativo politico di fondo. Che non riguarda certo l’integrità personale del gruppo dirigente Cinquestelle e neppure le sacrosante battaglie sulla legalità e meno che mai la possibilità di formare un governo nel caso (oggi ancora probabile) il 4 marzo il Movimento conquistasse la maggioranza relativa. Ma invece: se non sono capaci di controllare i conti di qualche centinaio di persone come possono tenere in ordine il bilancio di un’intera nazione?

Uranio impoverito, pace tra Scanu e il prof che ha “ritrattato”

Incidente chiuso tra il presidente della commissione uranio impoverito Gian Piero Scanu e il professor Giorgio Trenta, che la scorsa settimana aveva fornito un incredibile assist allo Stato maggiore della Difesa dopo la durissima relazione degli inquirenti parlamentari che aveva messo in luce “sconvolgenti criticità” nella tutela dei militari e sottolineato il probabile legame tra l’uranio impoverito utilizzato da forze armate alleate nei Balcani e alcuni tumori. Ieri è stata resa nota la risposta di Scanu, deputato sardo che il Pd ha deciso di non ricandidare, a Trenta: “Ricevo con soddisfazione la sua mail che conferma, ancora una volta, la correttezza del lavoro portato avanti dalla Commissione che presiedo”. Nella mail, pubblicata domenica scorsa dal Fatto Quotidiano, Trenta ribadiva il suo convincimento circa “la responsabilità dell’uranio impoverito nella generazione di nanoparticelle e micropolveri, capaci di indurre i tumori”. “Questo – scriveva a Scanu – in effetti è quanto ho sostenuto, sia nella perizia da Lei citata, sia nell’audizione in Commissione. La prego di perdonare il fracasso inutile creato da informazioni errate, che cercherò, per quanto mi è possibile, di contrastare”.

“David me lo ha detto per sms, poi però non l’ho più sentito”

“David Borrelli è un imprenditore con le mie stesse idee, una persona che stimo. Ed era di fatto il numero 3 dei Cinque Stelle”. Massimo Colomban, imprenditore veneto, ex assessore alle Partecipate della giunta Raggi a Roma, è amico di Borrelli, conosce da moltissimi anni Beppe Grillo ed era amico anche di Gianroberto Casaleggio. “Ma io non sono organico al Movimento, è bene ricordarlo”.

Perché Borrelli ha detto addio?

Non ne ho idea, è da qualche giorno che non lo sento. Oggi mi ha avvertito tramite messaggio della sua decisione, ma non ci siamo parlati. Però mi dispiace molto per la sua scelta.

Le era sembrato critico verso il Movimento negli ultimi tempi?

Non direi proprio. Lui era il numero 3 del Movimento, e io se non riuscivo a parlare con Beppe Grillo o con Casaleggio parlavo con lui, era il mio interlocutore naturale.

Però raccontano che ultimamente vivesse un momento di appannamento.

Dopo il mancato passaggio del gruppo M5S di Bruxelles nell’Alde aveva vissuto qualche difficoltà. Ma non era affatto critico verso i 5Stelle, è sempre stato fedele, glielo assicuro.

Condividete le stesse idee politiche?

Guardi, David come me è un imprenditore, con esperienze vissute all’estero. E come me crede nell’Italia degli imprenditori e dei risparmiatori, quella che produce.

È un danno che Borrelli ora abbia lasciato il Movimento.

Sì, assolutamente. Ma non mi faccia aggiungere altro.