“Non hanno restituito in dieci”. Il caso rimborsi non finisce più

Il diluvio piove alle otto della sera. E per i 5Stelle è il rintocco del calvario. Perché i parlamentari accusati di mancate restituzioni salgono a dieci, di cui cinque capilista, eletti sicuri, e un secondo in graduatoria, eletto probabile. L’elenco lo piazzano sul loro sito Le Iene, il programma tv da cui il M5S ha pescato perfino un candidato, Dino Giarrusso, ma che con la sua inchiesta ha azzannato alla gola il Movimento, mostrando la polvere sotto il tappeto dell’“onestà, onestà”.

Ed è un trauma, perché tra i dieci c’è una big come Barbara Lezzi, che però i 5Stelle salveranno, visto che su di lei pende “solo” un bonifico respinto. E c’è anche una deputata di primo piano come la romagnola Giulia Sarti: capolista, proprio come un’altra deputata, Silvia Benedetti, prima in un collegio del Veneto. Ma il rosario dei guai recita anche i nomi del piemontese Ivan Della Valle e del laziale Massimiliano Bernini, deputati non ricandidatisi. Per arrivare a Emanuele Cozzolino, terzo e quindi ineleggibile in Veneto, e a Elisa Bulgarelli, emiliana, anche lei terza. “Ma non è finita, vi daremo nuovi aggiornamenti”, assicurano Le Iene, tribunale che le sentenze le fa annusare. E dal M5S cominciano a contestare.

Bernini annuncia querela, Bulgarelli giura che “chiarirà tutto”. Mentre Beppe Grillo, apparso con un blitz di poche ora a Roma, cerca di motivare i suoi: “Vedrete che tutto questo alla fine ci favorirà! Ora tutti, anche il panettiere qui all’angolo, sanno che i nostri si tagliano gli stipendi”. È la linea, diffusa anche dal candidato premier Luigi Di Maio: i cittadini prima non sapevano che ridavamo soldi che pure ci spettano, altro che il Pd e gli altri partiti. Ma il suo comitato elettorale a Roma è ormai una trincea di guerra: lo staff controlla e ricontrolla i bonifici, consulta e catechizza parlamentari, chiama senza sosta i funzionari del Tesoro. Vogliono capire quanto è larga la ferita, nel giorno in cui tutti i parlamentari dovevano dare prova delle restituzioni. “Ma ci sono problemi tecnici” lamenta più d’uno.

Di Maio invece cerca di ripartire, e in mattinata è alla sua banca a Montecitorio per farsi dare copia dei versamenti. Le Iene lo seguono e lui si concede, facendosi riprendere nel suo studio mentre mostra i bonifici al fondo per le piccole e medie imprese. “Ho restituito o rinunciato a oltre 370mila euro” rivendica. Mentre “i portavoce che hanno violato le nostre regole verranno cacciati”. Però alcuni non gradiscono. “Mostrarsi in primo piano è brutto, pare volersi salvare mentre tutto il Movimento è in difficoltà” rumoreggia qualche ortodosso. Mentre tutti si chiedono a chi toccherà. Perché di prima mattina il conto è fermo a tre, ai capilista Carlo Martelli e Andrea Cecconi, i primi due rei confessi, e a Maurizio Buccarella, il senatore secondo in Puglia che ha ammesso “una leggerezza” su tre bonifici e che si è autosospeso. Ieri il parlamentare salentino cancella uno dei due profili Facebook. Ed è un altro sintomo della febbre.

Intanto Lezzi, capolista proprio sopra Buccarella, scrive su Facebook: “Dalle verifiche che ho svolto in banca risulta un unico bonifico non andato a buon fine, forse per carenza di fondi”. In cifre fa 3500 euro mancanti, “che ho versato questa mattina”. Nel comitato elettorale si chiedono cosa fare. E nel pomeriggio fanno trapelare che certo, il collegio dei probiviri valuterà anche il suo caso: “però non c’è dolo” fanno notare, e poi è solo un bonifico. Quindi Lezzi, salvo cambi di rotta, è salva. Anche perché è una big che va di continuo in tv, e condannarla avrebbe contraccolpi incalcolabili. Ma i nervi saltano. C’è chi lo dice fuori microfono: “Sto ricontrollando tutto, non dormo da due giorni”.

E alla fine c’è chi confessa, come il torinese Ivan Della Valle: veterano del M5s, no Tav, in uscita perché al secondo mandato. Nel pomeriggio scrive sulla chat dei deputati: “Vi avviso che dai controlli uscirà anche il mio nome”. Poi su Facebook annuncia l’addio al Movimento: “Ho sbagliato e ho deluso tutti: colleghi, amici, collaboratori, attivisti. Non mi soffermo sui problemi finanziari e personali che mi hanno portato a questo”. Dal Movimento dicono che si sarebbe tenuto una somma a tre cifre. Un dramma anche personale, che getta nello sconforto pure il suo ex collaboratore Luca Carabetta, candidato come secondo in un collegio di Torino. Indeciso se restare in corsa. Nel Movimento capiscono che la marea monta, e diffondo una nota in cui c’è anche il nome di Emanuele Cozzolino, già vicecapogruppo. Lui ammette: “Per problemi personali, ho mancato di versare circa 13.000 euro, ma sono pronto al passo indietro”. Poi in serata arrivano Le Iene, e le controrepliche. Con Bernini che in mattinata al Fatto si era detto “assolutamente tranquillo”, e in serata si difende: “Sono del tutto estraneo”. Mentre si parla anche di due consiglieri regionali, “ma forse hanno solo un bonifico respinto a testa”. Questa mattina Di Maio sarà al ministero dell’Economia per farsi dare un elenco dei versamenti del M5S. Perché questa storia non è finita.

B. le vuole abolire: tutti contro tutti sulle unioni civili

Berlusconi annuncia l’abolizione delle unioni civili. Salvini approva, Renzi protesta, lo stesso centrodestra (in parte) insorge. E così, l’annuncio rientra. Prove tecniche di larghe intese variabili.

La frenata azzurra fa emergere malumori anche a destra, mettendo in risalto la spaccatura tra laici e conservatori. Portabandiera di quest’ultima posizione la Lega di Salvini che promette di fare tabula rasa di tutte le nuove leggi sui temi etici. Forza Italia tira il freno dopo l’annuncio del Cavaliere che aveva il sapore di una rincorsa verso Salvini e che non tutti i forzisti hanno apprezzato. “Non mettiamo e non metteremo mai in discussione i diritti acquisiti – scandisce la portavoce azzurra Mara Carfagna – Non è il principio ad essere sbagliato, ma la legge che è stata approvata”. Matteo Renzi, allora, si dice pronto a “dare battaglia” per difendere le unioni civili e precisa: “Da cattolico sono entusiasta che molte persone si siano potute promettere amore davanti a un pubblico ufficiale”. Se il Carroccio arriverà al governo, assicurano i leghisti, si farà piazza pulita di unioni civili, utero in affitto e testamento biologico. Insomma, arrivederci al 5 marzo.

Il segretario: “Repubblica ci ha negato la replica”

Roberto Perotti (nella foto) su Repubblica di lunedì aveva fatto i conti sul programma del Pd, sostenendo che la sua applicazione costerebbe 56 miliardi. Prontamente Tommaso Nannicini, l’economista che ha lavorato al suddetto programma, ha replicato ieri su Democratica: “La cifra non è esorbitante rispetto alla fiera delle promesse a ruota libera che altre forze politiche stanno facendo, ma è superiore alle nostre stime, che si collocano intorno a 35 miliardi per i prossimi 5 anni. Proprio perché per noi ‘buona politica’ significa non prendere in giro gli elettori, chiarisco le differenze nelle stime”. E via il dettaglio. La replica, però, doveva andare sulla stessa Repubblica. È stato Renzi ha svelarlo nella E news, non senza fastidio: “Il programma del Pd è molto concreto. Ha un costo sostenibile: non più delle leggi di Bilancio degli esecutivi di questa legislatura, dunque non più di due punti percentuali di Pil. Peccato che Repubblica, dopo averci garantito la pubblicazione e attribuito spazio e numero di battute, ha scelto di non mettere la replica di Nannicini sul giornale cartaceo, mi spiace”.

Duello tra Salvini e Boldrini

L’immigrazione è stato il tema al centro del confronto di ieri a Otto e mezzo tra Laura Boldrini e Matteo Salvini. La presidente della Camera ha invitato il leader leghista a “liberarsi dall’ossessione di chi arriva” in Italia: “Anch’io ritengo che chi non ha il permesso di soggiorno deve essere mandato indietro. Ma voglio capire da lui come lo fa, visto che nessun Paese è disposto a riprendersi persone senza documenti”. ”Noi non governiamo da sette anni – ha replicato Salvini – e vorremmo fare come gli altri Paesi che espellono i clandestini, mettendo le persone in aereo e portandole nei paesi da cui arrivano”. “Se non ci fossero i migranti di cosa si occuperebbe Salvini?”, ha chiesto Boldrini. “I migranti per lui sono galline dalle uova d’oro”. Scontro anche sulla legge Bossi-Fini: “È una legge della Lega – ha detto Boldrini – che non ha funzionato, così come il reato di clandestinità, altro flop colossale”. “É assurdo darci responsabilità per i problemi del 2018 – ha replicato Salvini – non avete fatto niente per risolvere la questione negli ultimi anni”.

Boldrini ha anche accusato Salvini di aver fomentato un clima di odio nei suoi confronti: “Se lei espone una bambola gonfiabile col mio nome pensa che poi i suoi avranno rispetto di me?”. Ironiche le scuse di Salvini: “Mi dolgo e mi pento, mi cospargo il capo di cenere, visto che siamo in Quaresima”. Chiusura di Salvini, con gli “auguri” in vista delle elezioni: “Spero che Boldrini raccolga quel che ha seminato”.

Insider trading, gli atti Consob ai pm di Perugia

La Consob ha consegnato alla Procura di Perugia gli atti sul caso Renzi-De Benedetti e gli acquisti in Borsa sulle Popolari. È la prima mossa ufficiale del procuratore capo di Perugia, Luigi De Ficchy, per verificare se la Procura di Roma abbia commesso dei reati nell’indagare sulle presunte soffiate arrivate allo storico patron del gruppo Espresso alla vigilia delle riforma degli istituti di credito popolari.

Come rivelato dal Fatto, nei giorni scorsi la Procura del capoluogo umbro ha aperto un fascicolo dopo l’esposto presentato dal presidente emerito dell’Adusbef, Elio Lannutti, candidato con i 5Stelle in cui si chiedeva di verificare se fossero state seguite le giuste procedure nella gestione del fascicolo, conclusa con una richiesta di archiviazione del giugno 2016 nei confronti del broker di De Benedetti, Gianluca Bolengo, all’epoca ad della Intermonte Sim, l’unico indagato di tutta la vicenda e per il solo reato di ostacolo alla vigilanza. La vicenda è nota. Il 16 gennaio 2015, De Benedetti chiama Bolengo chiedendogli di comprare titoli di alcune banche popolari. Sostiene di aver saputo che il governo farà un provvedimento “entro due-tre settimane” dal premier Matteo Renzi in persona il giorno prima. Sembra sapere anche che avverrà per decreto legge. Chiede a Bolengo: “Quindi volevo capire una cosa… salgono le Popolari?”. Risposta: “Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono”. “Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”, replica l’Ingegnere (solo con un decreto i titoli possono schizzare in Borsa). La riforma verrà approvata proprio per decreto quattro giorni dopo, il 20 gennaio. Il 16, Bolengo acquista 5 milioni di euro di titoli di sei Popolari, alla fine l’editore guadagna 600 mila euro. Secondo la divisione Abusi di mercato della Consob, De Benedetti e Bolengo avevano sicuramente commesso un insider trading. L’authority ha trasmesso le carte alla procura capitolina, ravvisando ipotesi di reato, ma alla fine – proprio per effetto delle valutazioni dei pm di Roma – ha deciso di archiviare la cosa.

Nell’esposto Lannutti chiedeva alla procura di valutare, in quanto competente a indagare sui colleghi di Roma, se fu legittimo dopo aver ricevuto l’informativa Consob, aprire un fascicolo d’indagine con un “modello 45”, quello delle notizie che non costituiscono reato. Prassi vietata – sostiene l’Adusbef – sia dal codice di procedura penale sia da una circolare del ministero della Giustizia. “Secondo la circolare – si legge nell’esposto – il ‘modello 45’ è destinato dal legislatore all’iscrizione delle sole notizie prive di qualsiasi rilevanza penale”. La Procura di Perugia dovrà verificare se è stata questa la strada seguita dai colleghi di Roma nel caso dell’informativa Consob trasmessa a luglio del 2015. Per questo – risulta al Fatto – ha chiesto e ottenuto dall’authority che vigila sulla Borsa tutta la documentazione sul caso. Per la Procura di Roma invece la vicenda è chiusa: nessun reato né per Renzi, né per De Benedetti, né per Bolengo per il quale a giugno 2016 ha chiesto l’archiviazione. Da quasi due anni il Gip deve decidere se questa linea è corretta.

“Di Maio come Craxi”: socialisti infuriati e Matteo si scusa

Prima assimila Luigi Di Maio a Bettino Craxi. E poi Matteo Renzi si rimangia il paragone. Perché? Offensivo nei confronti dei Socialisti. Soprattutto quelli in coalizione con il Pd, che rischiano di non arrivare all’1% e far naufragare l’ unico traguardo che il segretario si è posto per le elezioni: il Pd primo gruppo parlamentare. “Di Maio ha parlato di mele marce? Ha un ortofrutticolo altro che mele marce, ricorda Bettino Craxi con Mario Chiesa che era un ‘mariuolo’”. Lunedì sera. Renzi a Otto e mezzo, nell’entusiasmo che evidentemente gli suscita il problema delle (mancate) restituzioni dell’M5S, arriva a evocare Tangentopoli. E a paragonare l’atteggiamento di Di Maio a quello che ebbe allora il leader socialista con Mario Chiesa.

Di Maio è evidentemente in più gravi faccende affaccendato e sul momento non pare reagire con particolare veemenza. Chi lo fa – subito – è invece Stefania Craxi, figlia di Bettino: “I sondaggi che giungono al Nazareno fanno perdere sempre più la testa alla cricca etrusco – fiorentina, ormai al collasso e prossima ad una sconfitta di portata storica, tanto da confondere Craxi con un’insipiente Di Maio, in un rigurgito di antisocialismo”. E poi ci va giù ancora più dura: “Se Renzi cerca formule ad effetto o mariuoli per sbugiardare le menzogne pentastellate, può benissimo rovistare nella sua cerchia ristretta affetta da una passione ‘sinistra’ e ‘morbosa’ per le banche e per gli affari che, come prestò si vedrà, non ha risparmiato neanche il campo internazionale”. E ancora, Stefania Craxi, va all’attacco di M5S che “arriva da quella stagione di violenza, menzogne e falsità, chiamata Mani Pulite”. Seguono a ruota gli altri Socialisti. Che sono in una posizione ancora più complicata, visto che sono alleati del Pd. Così Riccardo Nencini, che si presenta in Senato al collegio uninominale di Arezzo e Siena, per la lista Insieme, coalizzata con i Dem, scrive su Facebook: “No, Di Maio non somiglia in nulla a Craxi. Uno sgrammaticato e uno statista. Un paragone che fa male all’Italia. Quando i tedeschi parlano di Kohl lo fanno con rispetto”.

La polemica comincia a montare, con la base socialista che invita Nencini a rompere con il segretario del Pd. “Ancora una volta il segretario del Psi è prono al bugiardo seriale del Pd. Vuole, per caso, portare il suo partito dallo 0,2% attuale allo 0,02 % ? Se continua così ci riuscirà facilmente. Auguri!”, è il tenore dei commenti sulla pagina Fb di Nencini. Così, arriva una precisazione. Non di Renzi, ma del suo portavoce, Marco Agnoletti: “Il paragone tra Craxi e Di Maio ovviamente non sta in piedi. Il segretario Renzi ha solo stigmatizzato la tendenza a circoscrivere una vicenda che è molto più grave di come è stata presentata. Mi scuso con chi si è sentito offeso”. Solo dopo arriva la reazione di Di Maio (“Renzi ci ha paragonato a Craxi e al mariuolo Chiesa. Mario Chiesa venne colto in flagrante mentre accettava una tangente di sette milioni di lire, in seguito vennero scoperti suoi conti in Svizzera di miliardi di lire. Chiesa non era uno che restituiva poco, era uno che si fotteva tanto”).

Le scuse del segretario del Pd – per interposta persona – non erano evidentemente rivolte a lui. Ma ai Socialisti. Renzi si trova davanti un doppio problema: la lista di Emma Bonino che viene data sopra al 3% e le altre due liste, alleate Insieme e Civica popolare (guidata da Beatrice Lorenzin), che rischiano di non arrivare all’1%. L’insieme delle due cose farebbe sì che al Pd mancherebbero una serie di parlamentari. Alla Camera, circa 28 deputati. Alcuni di quelli che il Pd vorrebbe per sé andrebbero a + Europa, mentre con meno dell’1%, i voti sarebbero persi. Ecco allora che Renzi ci deve mettere l’ennesima pezza. Dice Nencini al Fatto: “Renzi si è scusato. Ma la sua è stata una battuta infondata e infelice”. In serata, quando torna sulla questione “restituzioni”, il segretario attacca M5s: “Sono un’arca di Noè di truffatori, riciclati e scrocconi”. Niente paragoni.

Il pulpito di Renzi: un Pd da record con 27 indagati

“Renzi, che non conosce la Storia italiana, ci ha paragonato a Craxi e al mariuolo Chiesa. (…) Chiesa non era uno che restituiva poco, era uno che si fotteva tanto”. Il dibattito sui rimborsi dei Cinque Stelle si gioca anche a colpi di (imprecisi) riferimenti storici, e facendo ricorso al gergo campano. Parliamo dei soldi trattenuti da alcuni parlamentari del M5S, quelli che invece avrebbero dovuto versare al fondo per il microcredito. Fatto politicamente grave.

Renzi, prima d’innescare la retromarcia attraverso il suo portavoce Marco Agnoletti, ha paragonato Di Maio a Craxi e lo ha accusato di avere un atteggiamento assolutorio verso i suoi compagni di Movimento. Ferma restando la responsabilità politica degli esponenti del M5S, resta da vedere quale atteggiamento abbia tenuto Renzi dinanzi a chi in questi anni, all’interno del suo partito, abbia avuto guai con la giustizia.

Solo scorrendo la cronaca giudiziaria, si può soccorrere l’analisi politica: che il Pd abbia il record di candidati inquisiti, per le elezioni del 4 marzo, è un fatto noto. Sono ben 27. Un numero che permette al Pd di vincere anche il “derby” con Forza Italia: nel partito di Silvio Berlusconi sono “solo” 22. Tutte accuse da verificare, certo, ma politicamente significative. Come quella che incombe su Piero Fassino, candidato in Emilia Romagna, che farà campagna elettorale mentre è sottoposto a un’indagine per turbativa d’asta per la gestione del Salone del libro quando era sindaco di Torino. O quella che riguarda Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, accusato di bancarotta. O ancora, il governatore abruzzese Luciano D’Alfonso, indagato a Pescara e a L’Aquila per corruzione e abuso d’ufficio. Sono solo tre nomi di questa lunghissima lista. È Renzi il politico con le carte in regola per lanciare accuse sui ‘mariuoli’ in altre liste?

 

Lotti e Tiziano indagati in Consip

Ma non ci sono solo gli impresentabili a turbare la campagna elettorale del Pd. Ci sono anche gli affari di casa Renzi. Che dire delle grane giudiziarie – anche queste tutte da verificare – di suo padre Tiziano, indagato nell’ambito dell’inchiesta Consip? La procura di Roma lo accusa del reato di traffico di influenze, lo stesso contestato al suo amico, l’imprenditore di Scandicci Carlo Russo. È proprio Russo l’uomo chiave dell’indagine romana: i pm ipotizzano che abbia fatto valere la capacità di influenzare Luigi Marroni, ex amministratore delegato della Consip, per ottenere una promessa di soldi dall’imprenditore campano Alfredo Romeo.

I magistrati capitolini stanno cercando di capire se quelle di Russo fossero millanterie, oppure “l’accordo quadro” – che prevedeva 30 mila euro al mese “per T” (Tiziano Renzi secondo il Noe) più altri 100 mila netti all’anno contrattati personalmente per sé da Russo – scritto secondo i pm napoletani il 14 settembre da Romeo su un foglietto, fosse a conoscenza di Tiziano. Non è finita.

Nell’inchiesta Consip è indagato per rivelazione di segreto anche il ministro dello Sport Luca Lotti. Chi lo tira in ballo è l’ex ad di Consip, Luigi Marroni. Ai pm napoletani, che gli chiedono del perché abbia fatto rimuovere le microspie nel proprio ufficio, Marroni risponde: “(…) Ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (Presidente della fiorentina Publiacqua, ndr), dal generale Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”. Lotti – dopo che Il Fatto rivela l’indagine a suo carico – il 21 dicembre 2016 si precipita in Procura per rendere spontanee dichiarazioni e spiegare che non sapeva nulla dell’inchiesta Consip e che quindi nulla avrebbe potuto riferire ad alcuno.

 

Casa Boschi e Banca Etruria

Anche in casa Boschi c’è qualche guaio da risolvere. L’ex vicepresidente di Banca Etruria, Pier Luigi Boschi, è indagato in due procedimenti distinti che riguardano l’istituto aretino. In un caso è accusato di bancarotta, relativo alla buonuscita concessa all’ex direttore generale, Luca Bronchi. Procedimento che sembra in procinto di approdare a un’archiviazione.

La seconda indagine invece riguarda l’emissione di obbligazioni subordinate compiuta dalla banca in due tranche nel 2013, quando Boschi senior non era vicepresidente di Etruria ma ancora consigliere nel cda che si era insediato nel 2011.

 

I soldi di Buzzi e il Campidoglio

È storia nota anche quella dei 5mila euro versati da Salvatore Buzzi alla fondazione di Renzi e 15mila al Pd. Buzzi è un nome conosciuto, soprattutto grazie all’inchiesta “Mafia Capitale” della Procura di Roma: è stato condannato a 19 anni con l’accusa di far parte di un’associazione a delinquere con l’ex Nar Massimo Carminati. Certo, Renzi ha restituito quei soldi, dei quali si seppe graie a un’intercettazione dello stesso Buzzi. Fu lui adire: “Ho versato 15mila euro al Pd e 5mila alla Leopolda”. Se per Buzzi, la presenza alla cena di finanziamento è venuta fuori dall’inchiesta romana, il nome degli altri partecipanti resta ancora un segreto: il partito non ha mai pubblicato la lista degli invitati. Non proprio un esempio di trasparenza. Può dare lezioni un partito che, si scopre solo grazie alle indagini, aveva ricevuto da Buzzi anche altri 30 mila euro per finanziare la campagna elettorale di Ignazio Marino?

Proprio nell’inchiesta denominata Mafia Capitale (poi la mafia in primo grado è caduta) sono stati coinvolti alcuni esponenti dem, come l’assessore alla casa Daniele Ozzimo, condannato in un processo a parte a due anni e due mesi, e il presidente dell’Assemblea capitolina Mirko Coratti, condannato invece a sei anni di reclusione in primo grado.

Insomma, da un lato c’è il comportamento grave di chi, nel M5S, ha tradito la fiducia dei propri elettori, trattenendo i rimborsi promessi al fondo per il Microcredito; dall’altro c’è il segretario del Partito democratico che, replicando a Di Maio quando parla di “mele marce”, lo accusa di proteggere i marioli, come fece Craxi. Il punto è politico: tra i due, chi è senza impresentabili, scagli la prima mela.

Il sorpasso

Ieri facevo i conti degli inquisiti nelle liste e ho scoperto un fatto davvero avvincente: il Pd ha superato Forza Italia. Se c’era una certezza, fino alle scorse elezioni del 2013, era che il Pd, per quanti sforzi facesse, non sarebbe mai riuscito a eguagliare le quote marron dei berluscones. Renzi ce l’ha fatta: nelle liste del Pd troneggiano 27 fra indagati e imputati (senza contare i 3 nelle liste alleate: 2 in Civica Popolare della Lorenzin e 1 in Insieme), mentre in quella di FI sono appena 22 (ampiamente rimpinguati dai 6 della Lega, dai 6 di FdI e dagli 8 di Noi con l’Italia). Poi ci sono LeU a quota 3 e i 5Stelle a quota zero. Lo storico sorpasso è tutto merito di Matteo Renzi, che ha nominato tutti i candidati, senza neppure l’alibi delle primarie (“ce lo chiedono gli elettori”). Ora, uno che riesce a candidare più inquisiti del primatista mondiale B., tutto dovrebbe fare fuorché parlare di impresentabili altrui. Dovrebbe starsene schiscio, parlar d’altro e sperare che i giornaloni continuino a nascondere i suoi. Invece non so se avete visto il suo minuetto dell’altra sera con Alessandro Sallusti a Otto e mezzo. Se ve lo siete perso, recuperatelo: ne vale la pena. Il capocomico era Matteo, il direttore del Giornale faceva la spalla. Parlavano, pensate un po’, di questione morale. Quella di babbo Tiziano o di Luca Lotti per Consip, o magari quella di Pier Luigi & Maria Elena Boschi? Quella del padrone B. pregiudicato per frode, indagato per strage e prescritto per corruzioni e falsi in bilancio vari e assortiti?

No, quella dei 5Stelle, che danno la caccia ai loro parlamentari che non hanno restituito parte dello stipendio: cioè che hanno fatto quello che hanno sempre fatto tutti i deputati e i senatori della storia della Repubblica dal 1948 a oggi. Ogni tanto Renzi esagerava col giustizialismo a casa d’altri. Tipo quando, in evidente stato confusionale, ha tuonato: “I 5Stelle ci fanno la morale, ci accusano di avere impresentabili, ma, se guardiamo la storia dei rimborsi che cresce ogni giorno, vediamo che sono diventati l’arca di Noè, dove stanno salendo truffatori, scrocconi, riciclati di altri partiti politici e massoni… Stanno eleggendo i Scilipoti (sic: non ‘gli’, ma ‘i’, ndr) e i Razzi della nuova generazione”. Sallusti, imbarazzatissimo, si faceva piccolo piccolo e pigolava frasi di circostanza, perché ogni categoria evocata da Renzi gli rammentava o al padrone (“massoni”, “truffatori”) o qualcuno del suo giro (“riciclati di altri partiti”, “i Scilipoti e i Razzi”). Ma il primo a cui avrebbero dovuto fischiare le orecchie era proprio Renzi.

Alla parola “rimborsi”, dovrebbe spiegare perché ha messo in lista una decina di indagati nelle varie inchieste sulle Rimborsopoli regionali: non per essersi tenuti lo stipendio previsto dalla legge, ma per avere rubato sui rimborsi istituzionali per le proprie spese private. Alla parola “restituzioni”, dovrebbe spiegare perché il Pd non ha ancora restituito i 15 mila euro di finanziamenti che gli ammollò il compagno Salvatore Buzzi, quello di Mafia Capitale. Alla parola “massoni”, dovrebbe avere un po’ di rispetto per il suo amico Denis Verdini, imputato per la loggia segreta “P3”. E per gli amici di papà Tiziano e di babbo Boschi: tipo il massone sardo-toscano Emiliano Mureddu (poi arrestato per bancarotta), vicino di casa del primo e accompagnatore del secondo al famoso vertice romano con Flavio Carboni, bancarottiere con condanna definitiva, per il famoso salvataggio di Banca Etruria. Alle parole “Scilipoti”, “Razzi” e “riciclati di altri partiti”, dovrebbe portare un po’ di riconoscenza per tutti gli ex berlusconiani di Ncd e di Ala che hanno sorretto per tre anni il suo governo e poi quello di Gentiloni. E magari spiegare perché ha candidato nel Pd 20 ex eletti in Forza Italia, gente che per anni ha votato le leggi vergogna di B. e addirittura la celeberrima mozione su Ruby nipote di Mubarak. Oppure sono riciclati come Razzi e Scilipoti solo quelli che abbandonano il Pd per altri lidi, e non quelli che compiono il percorso inverso?

Ma il meglio Renzi l’ha dato quando ha paragonato Di Maio a Craxi, facendo rischiare un colpo apoplettico al povero Sallusti e costringendo il suo portavoce a una frettolosa quanto imbarazzata rettifica: “Di Maio dice che farà fuori le mele marce dal movimento? Veramente è un’ortofrutta più che mele marce. Questa frase mi ricorda Bettino Craxi con Mario Chiesa e ‘il mariuolo’. Ma di cosa stiamo parlando?”. Ecco, appunto, di cosa stiamo parlando? Craxi e Mario Chiesa furono condannati per tangenti miliardarie, grazie alle indagini del pm Antonio Di Pietro che lui ha appena rifiutato di ricandidare e del pool Mani Pulite che lui tre anni fa accusò di “barbarie giustizialista”, senza neppure versare il copyright a Craxi e a B. I parlamentari del caso 5Stelle non hanno violato alcuna legge, ma il codice etico del loro movimento sulla “restituzione”, cioè sul taglio dei loro stipendi. Un codice che suscita comprensibilmente l’ilarità del leader Pd: “Lasciamo da parte i rimborsi, anche se per me è una presa in giro nei confronti degli italiani questa continua evocazione dei 20 milioni di euro, visto che il Fondo per le piccole e medie imprese vale 20 miliardi di euro di prestiti”. Certo, 23 milioni sono pochi. Potrebbero essere almeno il triplo se anche i parlamentari del Pd si fossero tagliati lo stipendio per cinque anni. Perché Renzi, prima di parlare, non chiede anche ai suoi di tagliarsi la paghetta e “restituire” le eccedenze? Sarebbe uno splendido spettacolo, in un partito che è riuscito a bocciare la sua stessa legge Richetti sui tagli ai vitalizi. Poi, però, bisognerebbe raddoppiargli la scorta.

Nuova Mercedes Classe A: il futuro su quattro ruote

Prima monovolume elegante, poi sportiva per necessità. Ora una via di mezzo matura e cresciuta in lunghezza, con più spazio per passeggeri e bagagli. La nuova Classe A in arrivo a maggio, e appena svelata in anteprima mondiale, non verrà però ricordata per questo. La pietra angolare della compatta di Stoccarda sarà, con ogni probabilità, la rivoluzione multimediale che porterà in dote. La parolina magica in questo caso è Mbux, acronimo che sta per Mercedes-Benz user experience, e a ben vedere è proprio l’esperienza di chi la utilizza ad essere unica. L’inedita interfaccia uomo-macchina ha fatto sparire quasi del tutto i comandi tradizionali, sostituendoli con un volante multifunzione, un touchpad e, soprattutto, due schermi tattili che vanno dai 7 ai 10 pollici a seconda degli allestimenti. Da quello al centro della plancia, in particolare, si possono gestire le funzioni dell’auto in maniera intuitiva come si fa con uno smartphone.

L’altra parolina magica da tenere a mente è “Hey, Mercedes”: solo pronunciandola si attivano i comandi vocali di nuova generazione, capaci di riconoscere sia il linguaggio diretto che quello indiretto. Basterà dunque solo dire: “Qui fa freddo”, perchè il sistema provveda ad aumentare la temperatura nell’abitacolo. E ancora, fate telefonate ad una certa persona sempre alla stessa ora? Ebbene, il sistema ve lo ricorderà, oltre a fungere da vero e proprio ufficio su quattro ruote e a tracciare il vostro “profilo utente”, settando l’auto in base alle vostre preferenze. Insomma, non sarà più il guidatore ad adattarsi al mezzo, ma il contrario.

Marte? Musk pensi anche ai debiti della Tesla

Abbiamo ancora negli occhi le immagini della Tesla Roadster lanciata nello spazio dal razzo Falcon Heavy, in viaggio verso Marte sulle note di Space Oddity di David Bowie. Anche se dovremmo ricordare che più o meno, nelle stesse ore, i bombardamenti di Assad a Damasco facevano 80 morti tra i siriani. Prodigi del marketing e della comunicazione. Evidentemente tira di più un dummie stellare dal nomignolo di Starman al volante e la scritta Don’t Panic sullo schermo di un cruscotto. Un po’ di panico, di quello sano che ti riporta alla realtà, il buon Elon Musk dovrebbe tuttavia averlo sul serio.

Nell’ultimo trimestre del 2017 la sua Tesla ha perso 675 milioni di dollari, il che fa salire il rosso dell’intero anno appena trascorso a qualcosa come 1,96 miliardi di dollari. Le immatricolazioni del marchio a batteria si sono fermate a quota 103 mila, e non si capisce come verrà centrato l’obiettivo annunciato di mezzo milione di auto vendute a fine 2018: la produzione della Model 3, il nuovo modello “democratico” destinato a fare volumi, è in un collo di bottiglia. Catena di montaggio, fornitura di batterie e componenti meccaniche, non ce n’è una che vada per il verso giusto: a fine 2017 lo stabilimento di Fremont ne ha sfornate la miseria di 2.425. E come se non bastasse, il top management comincia ad abbandonare l’azienda di Palo Alto: ultimo, in ordine di tempo, Jon McNeill, responsabile vendite e assistenza a livello globale. Sarà mica il caso di tornare coi piedi sulla Terra?