La grande illusione. I suv extra-lusso si danno al verde

Esiste una strana geometria nel mercato automobilistico dell’anno appena cominciato, una serie di debutti che sembrano surreali se la parola d’ordine è quella della lotta alle emissioni. Sotto i riflettori finiscono i super suv dei marchi del lusso estremo: Rolls Royce e Aston Martin entrano dove Lamborghini si è appena insediata con la sua Urus, mentre Ferrari ammette apertamente l’esistenza di un progetto in tal senso. Dal basso, usando un eufemismo, Audi e Bmw rilanciano con vetture ancora più grandi dell’attuale top di gamma.

C’è una ragione che viene in mente per prima, tutta economica. Un marketing costretto a scendere dal piedistallo del design etereo per tenere conto dell’obbligo di ringiovanire i marchi, legati finora a formule di vetture classiche, che mantenevano lo stesso appeal o quasi tanto sul mercato del nuovo che su quello dell’usato. Un fatto commerciale neanche di poco conto nelle economie emergenti, dove il tasso di sostituzione delle auto di lusso è altissimo. Niente in contrario, però, se la comodità si incastra perfettamente con la convenienza, se cioè l’idea di un lusso più alto permette di uscire in modo brillante e redditizio dall’angolo della limitazione alle emissioni imposte ai costruttori. Parlare di una generazione di sport utility super premium e abbinarli alla tutela dell’ambiente è, insomma, una contraddizione in termini. Secondo le più recenti rilevazioni degli analisti della P.A. Consulting, praticamente tutti i costruttori sono destinati ad avere problemi nel rispettare i limiti sulle emissioni di emissioni di Co2 imposti per il 2021.

Attenzione però alla definizione: stare entro le regole significa poter garantire non oltre 95 grammi al chilometro, ma non per ogni singola vettura, bensì “sulla media della gamma”. Un calcolo che non tiene conto dei modelli più venduti ma di tutti quelli possibili da mettere a listino. Super suv come ad esempio Rolls Royce Cullinan, pronta al debutto in marzo tra aplomb british quasi impeccabile e trazione integrale immancabile, con una carrozzeria lunga non meno di 550 cm. Nasce ora a benzina per diventare ben presto ibrida, il destino ancora più prossimo della capostipite di questo segmento di vetture, Bentley Bentayga, ma anche di Aston Martin Dbx e delle nuove Audi Q8 e Bmw X7. L’incastro è perfetto, la doppia motorizzazione e la sua disponibilità di accelerazione istantanea passa per un valore aggiunto di una vettura a trazione integrale, quando poi è nella sostanza un escamotage ideale per abbattere la media emissioni, con un modello che nasce con un livello di prezzo improponibile ovunque. Salvo nell’unico piano attico dove i clienti non hanno mai avuto limiti di spesa.

Un filo rosso tra Memphis e Minneapolis

Nella notte tra domenica e lunedì 5 febbraio, il Re del pop ha infiammato il SuperBowl 2018 con una raffica di hit inserite in un medley mozzafiato e un sentito omaggio a Prince. Tra il soul di Memphis (dove è nato Timberlake) e il funk di Minneapolis (dove è nato Prince) ci sono 1300 chilometri; nel disco si cerca in modo esplicito la stessa libertà creativa dell’ex folletto di Minneapolis. Man Of The Woods è un ottimo album, dedicato alle radici del cantante attore ed entertainer, alla sua famiglia e, in particolare, a suo figlio (e, in qualche modo, alla storia del suo paese). L’album è prodotto dallo stesso Timberlake con l’ausilio di Neptunes, Timbaland, Danja, Eric Hudson e Rob Knox. È considerato uno dei tre eredi di Michael Jackson – gli altri due sono Bruno Mars e The Weeknd – e non fa mistero di volerlo emulare: a discapito del primo singolo “Filthy” – coraggioso ma assolutamente “fuori strada” rispetto ai contenuti dell’album – basta ascoltare “Midnight Summer Jam” per convincersene, il brano più vitale e ritmato, una moderna riedizione di “Wanna Be Startin Something”.

E anche “Sauce” si riallaccia all’energia di “Beat It”. “Say Something” è cantata con l’icona country Chris Stapleton, una moderna ballad in puro stile Ed Sheeran. Del resto non c’è coerenza stilistica tra le tante canzoni nuove, si sperimenta e si citano i grandi del soul anni Sessanta e Settanta, con un occhio al sound Motown e l’altro agli Earth Wind & Fire (“Higher Higher”); è lo stesso percorso attuale di Pharrell con l’ultimo album dei suoi N.e.r.d.. “Wave” è una fresca e genuina passeggiata pop in chiave country-ska; in “Morning Ligh” – con Alicia Keys – Justin si traveste da crooner a cavallo tra reggae e gospel. “Flannel” ci porta ai tempi di Stand By Me, citando il grande John Lennon, mentre in “Breeze Off The Pond”, “Livin’ Off The Land e “Montana” si nota la grande influenza della recente collaborazione tra The Weeknd & Daft Punk (“I Feel It Coming”). Justin è pronto per un tour mondiale in partenza nel mese di marzo da Toronto in Canada; al momento non sono ancora previste date europee.

Albanese, atmosfere di un mondo sospeso

È vero che quando si sente la parola “Classica” la si associa a un genere desueto, perché la musica viene definita in termini di lontananza dal presente e dalle masse. E non stupisce che le voci su una sua imminente fine siano così diffuse. Ma, paradossalmente, mentre il pubblico invecchia, esecutori e compositori diventano sempre più giovani e schiere di musicisti neoclassici ne stanno ridefinendo i nuovi standard. Tra questi c’è Federico Albanese, pianista milanese di nascita ma berlinese d’adozione, che sta per pubblicare By The Deep Sea, il suo terzo album in uscita il 23 febbraio per Neue Meister/Berlin Classics. Un disco composto da 12 brani nati da improvvisazioni e in cui Federico ha suonato tutti gli strumenti, dal piano ai sintetizzatori, alle chitarre. Musica d’avantgarde che abbraccia l’alto e il basso, il mainstream e l’underground, la danza e la preghiera, il silenzio e il rumore. Atmosfere che evocano un mondo sospeso, senza cerebralità ma con una facile fruizione e una notevole immediatezza.

“Canto in inglese, ho la pelle nera ma sono italiana”

“Il clima è talmente esasperato che agli occhi delle persone un crimine appare in maniera diversa a seconda della pelle, dei tratti somatici o dell’accento di chi lo compie”. La cantante italiana di origine liberiana Karma 2G non sembra nutrire rabbia, ma solo una profonda compassione per un Paese che non ha mai fatto i conti col proprio passato. In questi giorni esce Malala, il suo secondo disco (autoprodotto), cinque tracce electro-world in cui la musica elettronica si arricchisce di suoni afro. Malala come il premio Nobel della pace Malala Yousafzai e come Malalai Anaa, eroina della battaglia di Maiwand in cui gli afghani, nel XIX Secolo, sconfissero l’esercito britannico. Un manifesto “contro il concetto di razza”, che non rinuncia però alla voglia di spensieratezza: con voce aggressiva e tagliente Karima 2G ribadisce la propria appartenenza scegliendo di cantare nella sua lingua madre, il pidgin-english. L’arma impropria della musica per combattere “l’odio che nasce dalla paura e dall’ignoranza – continua la cantante – perché il vero problema è la schiavitù mentale”. Un disco che è una denuncia e una riflessione sul colonialismo e allo stesso tempo un invito a ribellarsi, ma anche a perdonare e ad apprendere dal passato.

Quali sono le sue influenze musicali?

Gruppi di musica elettronica come l’afro world beat, il footwork di Chicago e lo Uk funky, ma anche l’afrobeat è un riferimento importante.

E la musica italiana?

Mi piacciono le produzioni di Clap!Clap!, ma non mi viene in mente nessun autore della canzone italiana.

La ascolteremo mai cantare in italiano?

Forse un giorno, ma ora sento che la mia forza esce fuori così, vorrei essere considerata una cantante nera italiana che sceglie di cantare in inglese.

Tra le tracce anche una strumentale dedicata a Kunta Kinte.

La serie televisiva Rootz, tratta dal libro di Alex Haley, mi ha fatto prendere coscienza delle mie radici. Nel brano ho inserito dei dialoghi in cui Kunta Kinte viene frustato perché non accetta di essere chiamato Toby, ovvero col nome datogli dal colonizzatore.

Sono sempre di più gli artisti di seconda generazione a farsi strada: ne è contenta?

È importante, ma la vittoria l’avremo quando Ghali sarà considerato semplicemente un artista italiano senza per forza specificare che è di origine tunisina.

Cosa pensa del mancato numero legale in Senato per la legge sullo Ius Soli?

In questo momento storico sono contenta che la legge non sia stata approvata, vorrei che la legge arrivasse a regolamentare questa situazione perché l’Italia ha bisogno di noi e non viceversa. Non dobbiamo elemosinare nulla. Mi sento italiana a prescindere da una legge. È una ricchezza per questo paese avere cittadini che appartengono a diverse culture.

Andrà a votare?

No, non me la sento. Penso solo alla musica che per me resta il partito più grande.

“L’amore per il padre ricade sulle figlie”

A 19 anni è entrata all’Università e non è più uscita, per sua stessa ammissione. Eppure il suo ultimo saggio Figlie del padre, in libreria per Feltrinelli, sembra scritto a sostegno di ciò che accade fuori: da #MeToo, al movimento delle attrici italiane contro il sistema di potere maschile: “Riflettendo sul tema del padre e del rapporto con lui, sia reale che simbolico cambiamo le cose. Perché è di patriarcato che stiamo parlando”. Maria Serena Sapegno lo spiega da un osservatorio privilegiato: da Eva, Antigone, fino a Virginia Woolf. “La letteratura educa gli istinti, primo fra tutti quello dell’incesto”.

È il dato nuovo del suo libro.

Il tema del padre è oggetto di riflessione vivacissima ormai da tempo. Meno questo sguardo della figlia sul padre. Il potere è messo ora in discussione non dal suo rivale, il figlio. Qui vogliamo cambiare le regole. Ma non può essere un passaggio indolore. Anzi, il simbolo dell’incesto è sempre dietro l’angolo e bisogna farci i conti, perché nei rapporti di grandi passioni come sono quelli con i figli – e lo sono sempre di più perché se ne fanno sempre meno – la passione è molto forte. E ci vuole l’educazione delle passioni.

Come aiuta la letteratura?

I miti e i romanzi raccontano come ci formiamo, come la nostra cultura ci entra dentro e quindi anche il nostro coinvolgimento. Il rapporto con il padre è conflittuale perché c’è l’amore, e questo complica moltissimo le cose. Ma senza il sostegno paterno non c’è rivoluzione. La letteratura per secoli è servita a dire ‘Vedi, tu stai provando questo’

Lei sostiene che il padre rappresenti il mondo esterno. La madre, la sfera privata.

In parte non è più così. Ma il punto è che nel mondo esterno il potere ce l’hanno ancora gli uomini, quindi la tua legittimazione a essere un soggetto che ha il diritto di calpestare la scena pubblica viene ancora da lì.

E le madri?

Quelle della mia generazione cercano di motivare le figlie, ma non basta. È molto difficile che una figlia riesca a prendersi davvero sul serio senza la legittimazione paterna.

Qui però tocchiamo una sfera psicanalitica.

Non solo. Anche pratica, le regole del mondo esterno te le trasmette il padre che le conosce. Le molestie sono questo: dirci che noi lì non ci dovremmo stare.

Ci stiamo evolvendo?

Le donne vedono il conflitto: cosa fondamentale anche per valorizzare la figura paterna, perché – come spiego nel libro, dedicato a mio padre (Natalino Sapegno, ndr) che mi è stato molto utile in questo senso, poverino – vuol dire anche togliere pericolosità al conflitto stesso. Io ti riconosco, ma anche tu mi devi riconoscere.

Sembra anche però inevitabile la solita guerra tra donne: da Antigone e Ifigenia…

Le differenze tra le donne sono preziosissime. Ma sono anche molto complicate. Partiamo dal fatto che senza alleanza tra donne non si va da nessuna parte. Va detto che tradizionalmente le donne sono state spinte al conflitto per il maschio. Ma anche la cultura di tutte e tutti noi fortemente misogina e la subalternità non aiutano. Il momento in cui cambia tutto è quando invece di scontrarsi ci si accetta e ci si allea.

Non è facile.

No, perché la soluzione che viene proposta ancora oggi alle ragazzine è: fa’ il maschio. Ecco, questa è una sconfitta. Perché c’è sempre quello vero di maschio. Tu sarai sempre un’imitazione.

In letteratura un uomo ha dato il passo.

Parla di Ibsen. A rileggerlo vengono i brividi. Lui con Nora (Casa di bambola, ndr) ha avuto un’intuizione, come altri uomini con la sensibilità dell’artista in questo passaggio di secolo: la novità viene dalle donne. E riesce a fare di Nora un simbolo per tutti. Gli uomini la sentono come il risveglio di qualcosa che riguarda anche loro. A differenza degli uomini italiani che in questo movimento si sono distinti per la loro inettitudine e il loro silenzio, a parte pregevoli eccezioni.

Nella letteratura di oggi c’è un #Metoo?

Le donne europee scrivono massicciamente, e le donne le leggono. Mentre gli uomini no. La cosa significativa è che le donne leggono gli uomini e le donne. Gli uomini leggono solo gli uomini. A parte qualche eccezione per Elsa Morante e i premi Nobel.

Non legittimano…

No. E per le scrittrici il padre è la tradizione.

Esiste una scrittura femminile?

Il punto di vista delle donne sul mondo è sempre più raccontato. Gli uomini farebbe molto bene a leggerlo. Come nel caso di Elena Ferrante. Non sappiamo di che sesso sia. Ma ci metto le mani sul fuoco che sia una donna.

Ci sono anche libri tipo quello sulle mestruazioni…

(Ride). Forse non è proprio quello che vogliamo. Anche 50 sfumature di grigio non lo dobbiamo leggere per forza, anche perché è noiosissimo. Ma l’ultimo di Silvia Vegetti Finzi L’ospite più atteso sì. È un modo di parlare del corpo che mancava.

Le sue studentesse come sono?

Molto curiose. Le donne sono meritevoli in genere e molto determinate. Ma non sanno niente della storia attraverso la quale siamo passate. Ignorano tutto. Quindi si entusiasmano e ti dicono: ‘Vedo il mondo in un altro modo’.

Anche per questo ha scritto un saggio così divulgativo.

Sì. Non è per i miei colleghi.

Hallyday, il testamento è un affare di famiglia

È già iniziata la battaglia legale per la fortuna di Johnny Hallyday, scomparso appena poco più di due mesi fa. Ieri Laura Smet e David Hallyday, i due figli maggiori della rockstar più amata dai francesi (il cui vero nome era Jean-Philippe Smet), nati dalle unioni con l’attrice Nathalie Baye e la cantante Sylvie Vartan, impugneranno il testamento del padre, morto il 5 dicembre scorso a 74 anni. Hallyday ha infatti lasciato tutti i suoi averi all’ultima moglie, Laeticia, l’ex modella, più giovane di lui di 32 anni, sposata in quarte nozze, nel 1996. Inoltre, stando alle ultime volontà del cantante, alla morte di Laeticia, il patrimonio sarà diviso in parti uguali tra le due figlie, Jade e Joy, che la coppia ha adottato nel 2004 e 2008. Si parla di milioni e milioni di euro.

Nell’eredità figurano tra l’altro le tre ville di Marne-la-Coquette, nella periferia parigina, dove il cantante è morto, di Saint-Barthélemy, l’isola delle Antille francesi dove Hallyday ha voluto essere sepolto, e di Los Angeles, dove viveva con la famiglia. E poi c’è il patrimonio musicale, circa mille canzoni. Per non parlare dei proventi legati alla vendita dell’album postumo Je te promets che uscirà in primavera. Laura Smet, 34 anni, attrice, ha dunque deciso di far valere i suoi diritti di figlia e quindi di erede naturale del padre, come previsto dalla legge francese.

Una procedura legale a cui poi si è associato anche David, 51 anni, cantante. Ma il nodo centrale è che il testamento risponderebbe non alla legge francese, ma a quella della California, dove è stato redatto, che non vieta di diseredare i figli. E, in una recente decisione, che potrebbe costituire un precedente, la Corte di cassazione francese ha riconosciuto valido il testamento di Maurice Jarre, il noto compositore, tre volte Oscar, morto nel 2009, che visse a Los Angeles dagli anni ‘50 e scelse di lasciare tutto solo alla moglie. I due figli rimasti esclusi, tra cui Jean-Michel Jarre, padre della musica elettronica, hanno perso la loro battaglia legale. “Caro papà avrei preferito che tutto questo fosse rimasto in famiglia – ha scritto la Smet in una lettera ripresa da tutti i media francesi – qualche settimana fa, mi dicesti: Allora, quando ti decidi a fare un figlio? Ma cosa potrò trasmettergli di te?”. Niente, assicurano i suoi legali, “neanche una chitarra, una moto o l’astuccio autografato del singolo Laura che le è stato dedicato”. Nella lettera si apprende che in famiglia non era tutto rose e fiori da quando il padre aveva sposato l’ultima giovane moglie. Laura scrive di aver dovuto incontrare il papà “di nascosto” per evitare tensioni.

Né è sfuggito che, il giorno dopo la cerimonia d’addio della Francia al suo idolo, sugli Champs Elysées, a bordo dell’aereo che trasportava il feretro nelle Antille mancavano proprio Laura e David.

Ultima tegola per il moghul: ha calpestato i diritti civili

Lo Stato di New York porta alla sbarra la Weinstein Company e le trattative per cedere lo studio fondato da Harvey, il ‘molestatore in capo’, e dal fratello Robert, saltano. Dopo avere radicalmente cambiato il clima dello showbiz sulla Costa Ovest degli Stati Uniti, lo scandalo dei ricatti sessuali perpetrati dal produttore (e da molti suoi emuli) entra nelle aule di giustizia della Costa Est. E l’onda lunga di #metoo investe la Casa Bianca, complice un tweet incauto del presidente Trump.

Il procuratore generale dello Stato di New York, Eric Schneiderman, un magistrato cui si prestano ambizioni politiche, ha messo in moto la macchina giudiziaria, accusando la società Weinstein di non avere tutelato i suoi dipendenti dalle molestie sessuali e dalle intimidazioni di ‘padron Harvey’ e ipotizzando un indennizzo delle vittime.

L’avvio di un’azione legale e la prospettiva d’ingenti esborsi fanno sfumare le trattative, la cui esistenza era stata rivelata dal Wall Street Journal, tra lo studio e un gruppo guidato da Maria Contreras- Sweet, una donna d’affari, ex capo della Small Business Administration con Obama, che stava per chiudere l’affare a prezzi di saldo, 500 milioni di dollari. Ma le variabili giudiziarie e finanziarie sono troppe, per potere valutare gli sviluppi della situazione.

Schneiderman sostiene che “sfamare l’appetito sessuale di Harvey Weinstein era una condizione” per mantenere il posto di lavoro e condisce la denuncia di dettagli piccanti, come la presenza in organico di addette a procacciare al capo prede, a predisporlo all’atto ed a cancellarne poi le tracce. Il magistrato assicura che “né chi ha perpetrato né chi ha consentito” violenze sessuali “s’arricchirà ingiustamente”.

Negli ultimi quattro mesi Weinstein è stato accusato da decine di donne, dalle molestie allo stupro. Ma lui nega rapporti non consensuali. E, finora, non è stato formalmente incriminato in California, nonostante molte presunte vittime lo abbiano denunciato.

L’accusa formulata a New York è di violazioni dei diritti umani, dei diritti individuali e del diritto del lavoro: “La Weinstein Company ha ripetutamente violato la legge di New York non proteggendo i suoi dipendenti da molestie sessuali invasive, intimidazioni e discriminazioni”.

Questa volta, il presidente Trump poteva starsene al riparo dai colpi di coda di #metoo, che l’hanno già investito con le contrastate rivelazioni della pornostar Stormy Daniels, alias Stephanie Clifford, e che hanno scosso la Casa Bianca con le dimissioni di Rob Porter, molto vicino al capo dello staff John Kelly, marito violento di due ex consorti ed attuale compagno di Hope Hicks, giovane e giunonica responsabile delle comunicazioni.

Ma il presidente, forse preoccupato di sventare le dimissioni di Kelly, un ex generale che ha messo ordine alla Casa Bianca, ma che ora è accusato di avere sbagliato valutazione su Porter e di averlo forse coperto, è scivolato su un tweet. Lui che ha già difeso uomini accusati di violenza sulle donne ha lamentato che “una semplice accusa” può rovinare una reputazione.

Il tweet lo mette in guerra con #metoo, il movimento nato dopo il caso Weinstein per combattere molestie e abusi sessuali sulle donne. Un movimento “puritano” e “anti-patriarcale” che – avverte Steve Bannon, lo stratega del candidato – può travolgere il presidente, “patriarca” per antonomasia. Soprattutto, nota Bannon, se la star tv Oprah Winfrey, divenuta un’icona dopo il vibrante discorso ai Golden Globe, scenderà in campo nelle elezioni di Midterm per fare vincere i democratici, aprendo la strada ad un impeachment. Le considerazioni di Trump erano, per una volta, di per sé generiche e condivisibili. Ma sono subito state legate al caso Porter. E il presidente avalla il collegamento: conferma a Kelly “piena fiducia” ed elogia il “buon lavoro” del funzionario dimissionario, cui augura “il meglio”.

Ong, l’esercito degli angeli dalle mani sporche

Andare in giro per il mondo ad aiutare quanti vengono travolti da tensioni sociali o disastri naturali è certamente opera meritoria. A volte ci si dimentica – o si fa finta – che dietro il mondo delle ong non c’è solo altruismo, ma un bel giro di soldi e persone che non si fanno scrupoli di approfittare delle debolezze di chi, dinanzi ai bisogni, diventa facile preda. Gli angeli dalla faccia sporca a volte sono militari in missione “umanitaria”, altre civili con nobili sigle sulla casacca.

Le cifre che alcune associazioni ricevono fanno a pugni con le cronache di questi giorni e le accuse rivolte agli operatori delle organizzazioni non governative; dei 53,5 milioni di euro che la Commissione europea ha dato a Oxfam nel 2017, 2,2 milioni sono andati per progetti a Haiti e 4 milioni in Ciad. Sono gli stessi posti dove una parte del personale di Oxfam è accusato di aver approfittato di giri di prostituzione (e il sospetto è che vi fossero pure minorenni).

La vicedirettrice di Oxfam, Penny Lawrence, ieri si è dimessa, addossandosi la colpa di accertamenti blandi e poco incisivi; per il momento è l’unica a mettersi da parte. Le rivelazioni del Times – nel 2011 operatori impegnati ad Haiti in seguito al terremoto del 2010, offrirono denaro a ragazze per rapporti sessuali, portandole in case e alberghi pagati da Oxfam: l’organizzazione vrebbe preferito una indagine interna per tenere la polvere sotto il tappeto – minacciano di diventare una valanga capace di travolgere non solo Oxfam: sempre secondo il giornale inglese, più di 120 operatori di varie ong sono stati accusati di abusi sessuali nell’ultimo anno; solo 53 sono stati denunciati alla polizia. E poi ci sono i 31 di Save the Children (10 denunciati), due di Christian Aid.

Oxfam dal canto suo ha fatto sapere che nel 2011 aveva lanciato un’indagine interna con questo risultato: quattro licenziamenti, tre dimissioni volontarie fra cui quella di Roland van Hauwermeiren che era il direttore della missione ad Haiti e lo era stato anche nel Ciad.

Save the Children tiene a sottolineare che nessuno dei 31 casi di presunte molestie sessuali commesse da membri dello staff riguardano minori o beneficiari dei progetti. Le vicende, trattate internamente tra il 2016 e il 2017, sono relative a comportamenti definiti “inappropriati” di alcuni funzionari nei confronti di altri colleghi. Il copione ha quasi lo stesso finale: 16 licenziamenti e solo 10 denunce alla polizia.

Si risolverà tutto in una bolla di sapone? Ieri il presidente di Oxfam, Caroline Thomson è stata convocata da Penny Mordaunt, ministro della Cooperazione Internazionale. Sulle prime il governo aveva minacciato di tagliare i fondi (che nel 2017 sono quantificati in 32 milioni di sterline) ma dopo il confronto non sembra che ciò avverrà. Barking dog don’t bite: cane che abbaia, non morde.

Mi manda Mosca: Teheran fa la voce grossa con Israele

Lo Stato Islamico appare vicino alla sconfitta ma la Siria rischia di trasformarsi nel campo di battaglia delle principali potenze regionali e mondiali, visto il fallimento epocale della diplomazia globale. L’approccio della “guerra per procura” sul terreno in Siria si è trasformato in qualcosa di più inquietante, forze statunitensi, russe, turche, iraniane e israeliane sono adesso tutte parti attive nel conflitto.

Al sabato di guerra nei cieli sopra le colline del Golan e nella valle di Palmira, fra i caccia israeliani, i droni iraniani e la contraerea siriana, sembra aver messo per ora un punto domenica sera il presidente russo Vladimir Putin con una lunga telefonata al premier israeliano Netanyahu, mentre nella war room gli israeliani stavano già prendendo in considerazione ulteriori azioni militari.

I piani di guerra sono stati messi da parte dopo il colloquio, ma la valutazione dell’establishment della sicurezza in Israele è chiara: questo round di combattimenti è terminato ma per un altro scontro con l’Iran sul terreno siriano è solo questione di tempo.

Israele ha da tempo lanciato un allarme sullo sforzo dell’Iran di trincerarsi militarmente in Siria ma il ritmo con cui la Repubblica degli ayatollah l’ha fatto è sorprendente. “È accaduto tutto molto più rapidamente di quanto ci aspettassimo – spiega Chagai Tzuriel, direttore generale del Ministero dell’Intelligence – non dovrei dire l’avevamo detto…., ma l’abbiamo detto più di 18 mesi fa”. I caccia con la Stella di David hanno finora compiuto diverse missioni oltre confine per colpire depositi di armi che stavano passando dall’esercito siriano agli Hezbollah libanesi. Ma nella conversazione di domenica Putin ha chiesto a Netanyahu adesso di evitare azioni che potrebbero portare a “una serie di conseguenze pericolose nella regione”. I russi sono preoccupati per la vicinanza degli attacchi israeliani ai siti dove sono dislocati anche i loro soldati e consulenti, compresa la base T-4 vicino a Palmira, dove la base dei droni iraniani è stata distrutta. La “calma” dopo lo shabbat di guerra dimostra ancora una volta che, mentre gli Stati Uniti restano assenti – alla ricerca di una coerente linea di politica estera – chi è in grado in questo momento di dettare le regole del gioco è la Russia. Mosca ha investito troppe risorse nel salvare il regime del presidente siriano Bashar Assad per permettere a Israele di sventare il suo progetto strategico in Siria. Lo Stato ebraico non per questo rimane senza risorse o margini di manovra che però potrebbero imprimere una svolta drammatica agli eventi e Netanyahu non appare così desideroso di affrontare anche i russi. Il confronto con gli iraniani è già abbastanza. Di fatto Israele non ha una vera superiorità aerea nella regione dalla fine del 2015, da quando la Russia ha deciso di installare in Siria una batteria di difesa missilistica S-400 abbastanza potente da coprire la stragrande maggioranza dello spazio aereo israeliano.

Da allora, Israele ha operato, efficacemente, in Siria soltanto per graziosa concessione di Mosca. “Al giorno d’oggi nemmeno una zanzara può ronzare sopra la Siria senza il consenso russo”, spiega un funzionario della Difesa israeliano.

Nello scorso weekend sono stati stabiliti due pericolosi precedenti: l’Iran ha lanciato un drone in territorio israeliano e Israele ha colpito un obiettivo iraniano su suolo siriano. E ora un nuovo test incombe. È chiaro che Israele non permetterà che armi avanzate vengano passate agli Hezbollah libanesi attraverso la Siria, e allora cosa accadrà la prossima volta che un convoglio di questo tipo partirà adesso che il nemico ha dimostrato la sua capacità di colpire e che minaccia in caso di un nuovo attacco una vasta escalation?

I raid aerei oltre il confine nord erano parte di ciò che nell’Israel Air Force chiamano “la guerra tra le guerre”, mirata a minare gli sforzi di gruppi come Hezbollah e Hamas di dotarsi di un arsenale migliore. E adesso? Sebbene la tensione sembri scendere, in Israele, per molti lo scontro appare solo una questione di tempo. Senza più l’illusione di una forza militare illimitata.

Mail Box

 

Un’astensione molto alta potrebbe mandare un segnale

Si moltiplicano sui giornali e anche sul Fatto gli appelli agli astensionisti, soprattutto i giovani under 30, perché vadano a votare. Ma, poveri ragazzi, chi dovrebbero votare, con una legge elettorale che è stata studiata fin nel dettaglio da questi corrotti per perpetuare il proprio potere all’infinito, senza neppure le preferenze per stabilire chi, fra i corrotti, gli elettori disperati preferirebbero eventualmente eleggere?

Quando anche il più pulito degli autoperpetuatisi ha la rogna, qualunque voto sarebbe visto dai giovani alle prime esperienze elettorali come inutile, e forse, anche se è brutto dirlo e ne sono conscio, l’astensione è la vera unica forma di protesta che avrebbero questi sventurati ragazzi. Se questa astensione assumesse dimensioni clamorose tali da superare largamente il 50% degli elettori, allora benché legalmente eletti i corrotti sarebbero delegittimati di fronte all’universo mondo. Magari se ne fregherebbero, ma sarebbe comunque un segnale dirompente per dei politici abituati all’85% di votanti, e di rimborsi elettorali.

Enrico Costantini

 

Renzi scredita Liberi e Uguali, ma dimentica le sue colpe

Raccomanda Renzi ai suoi di fare propaganda “casa per casa con grinta e interesse”: non illustra però che cosa dovrebbero dire in ogni casa. Dare conto, forse, di 3-4 anni di governo fallimentare, col debito pubblico salito alle stelle e con l’illusione del jobs act? O di altri misfatti governativi?

Inoltre, Renzi crede di fare il furbo dicendo “ogni voto dato al partito di D’Alema è un voto che avvicina Salvini al governo”, pensando di lucrare sulle antipatie che il personaggio suscita per il suo cattivo carattere. Noi sappiamo, invece, che Liberi e Uguali è il partito che annovera la seconda e la terza carica dello Stato (forse insignificanti per Renzi), ma non solo: giovani del valore di Speranza (già capogruppo Pd alla Camera), Fassina (già viceministro dell’Economia), Civati (cofondatore della Leopolda), tutta gente che faceva ombra al neo-Machiavelli fiorentino, costretta a uscire da un partito ormai con connotazioni non più di sinistra.

Renzo Del Gobbo

 

Il Festival nazional-popolare come antidoto alla cronaca

Il Festival di Sanremo ha battuto tutti i record, perché è stato il rifugio antistress per milioni di italiani da cronaca e politica.

Per carità, tutti bravi i conduttori e cantanti, ma l’anomalo successo di quest’anno si deva – per me – all’anomala concomitanza di dure pagine di politica, dovute alla campagna elettorale giocata sulla paura; e ancor più devastanti pagine di cronaca, con il caso Pamela. Non solo, ma i due flussi ansiogeni si sono mescolati e potenziati a vicenda, con la sparatoria fascista di rappresaglia.

Ce n’è stato abbastanza nelle giornate sanremesi, per cercare la sera un rifugio nella canzone. E così, tutti a infilarsi nella bolla del Sanremo, dove tutto è luce, fiori, armonia, simpatia.

Insomma, il Teatro Ariston si è trasformato in un grande studio psicoanalitico, dove il Prof. Baglioni ha risolto un attacco di panico diffuso, organizzando una grande terapia di gruppo. Anzi, nazional-popolare.

Massimo Marnetto

 

DIRITTO DI REPLICA

Leggo sul Fatto un articolo dal titolo “Avvocati, manager, cronisti: i bersagli del complotto Eni”. Nel sottotitolo: “Nel depistaggio che doveva sabotare l’inchiesta di Milano sulle tangenti, i registi citano molti nomi in una grande macchina del fango giudiziaria”. Nel corpo dell’articolo si parla di un dossier, da cui parte tutto, firmato dal tecnico petrolifero Massimo Gaboardi e poi si aggiunge: “questo tecnico petrolifero millanta anche rapporti con il giudice Antonio Esposito che gli avrebbe anticipato la condanna per frode fiscale di Silvio Berlusconi”. Correttamente, il giornalista dà atto che si tratta “soltanto di calunnie” e di “bufale da macchine del fango”. Ritengo tuttavia, ad ulteriore tutela della mia onorabilità, che venga pubblicata la seguente dichiarazione: “Non so chi sia questo Massimo Gaboardi, non l’ho sentito mai nominare, ignoravo l’esistenza di costui fino al momento in cui ho letto l’articolo. Perseguirò questo individuo in tutte le sedi giudiziarie per i reati di diffamazione, calunnia e millantato credito che sembrano già emergere da quanto risulta dall’articolo”.

Antonio Esposito

 

Ho appreso dall’articolo pubblicato ieri dal Fatto (“Avvocati, manager, cronisti: i bersagli del complotto Eni”) di essere stato vittima, insieme a molti altri, di una illecita attività calunniatoria e diffamatoria ad iniziativa di persone di dubbia reputazione e nel quadro di una vicenda assai torbida (il cosiddetto complotto Eni). Mi compiaccio che l’articolo abbia correttamente dato atto della assoluta falsità delle accuse costruite nei miei confronti. Ma resta il fatto che simili vicende di dossieraggio contro innocenti, per quanto assai maldestre, sono assai preoccupanti. Del tutto ignaro, fino a ieri, di essere anch’io una delle vittime coinvolte, ho dato mandato ai miei legali di assumere tutte le iniziative a mia tutela nei confronti di tutti i calunniatori e diffamatori.

Giuseppe Recchi