In questa Tv delle larghe intese Ficarra e Picone stanno all’opposizione e ci stanno come a casa loro. Approdati per il dodicesimo anno consecutivo alla conduzione di Striscia la notizia, fino al 5 marzo devono fare i conti con la par condicio, dunque non possono affrontare direttamente la politica. Pazienza, ormai i politici la satira ce l’hanno incorporata, e poi c’è stato Sanremo a dare una mano. Nonostante avesse promesso il contrario (“Non ci occupiamo più di Sanremo da quando hanno vinto i Jalisse”), Ricci non ha resistito e si è sbizzarrito a fare le pulci al festival più pompato di sempre, unica voce stonata nel coro di entusiasmo collettivo. Einstein non era un pirla, Claudio Baglioni era un pezzo vintage già ai tempi di Anima mia, ma vent’anni dopo è un autentico eroe del nostro tempo, non ce lo siamo mai meritati così tanto. Però Striscia non si fa mancare nemmeno il fuoco amico grazie a una serie di interviste a Eva Henger, la grande inquisitrice dell’“Isola dei fumosi”. Un povero tronista viene lasciato in diretta dalla fidanzata tra gli applausi, ma se si fa una canna in santa pace un’ex pornostar è pronta a fargli la morale: che tempi, quanto ce li meritiamo Baglioni, e pure la Henger. Ma nonostante tutto, Ficarra e Picone hanno ancora una buona cera. Continuano a condurre come niente fosse con la loro aria affabile e radiosa, l’impagabile follia palermitana. Quanto ci piacerebbe vederli condurre Sanremo. Ma anche Baglioni a Striscia non sarebbe male.
Senza maggioranza. Che farà Di Maio di fronte all’ipotesi delle larghe intese?
Si è fatto un gran parlare delle presunte “aperture” londinesi di Di Maio, prontamente smentite, alle larghe intese. Questa, naturalmente, è una prospettiva inaccettabile per il Movimento 5 Stelle; sono al tempo stesso convinto, tuttavia che, qualora dal voto non uscisse una maggioranza chiara, il M5S dovrebbe guardarsi dall’errore di lasciare la “stanza dei bottoni” a un’ammucchiata, che per far numero comprenderebbe magari anche pezzi di Lega e LeU. Sarebbe molto difficile poi schiodare questa gente dalla poltrona, con conseguenze nefaste per il Paese.
La strada giusta consisterebbe, invece, nel chiedere un governo di garanzia, composto da personalità di grande valore e totalmente sganciate dai partiti: un esecutivo che avrebbe il solo compito di gestire l’ordinaria amministrazione, in attesa che il Parlamento sforni una legge elettorale finalmente accettabile: poi la parola tornerebbe di nuovo agli elettori.
Antonio Maldera
Lei tocca un punto che potrebbe rappresentare il principale nodo per il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio. Ossia la scelta tra uno dei postulati del Movimento, che impone il tenersi lontano da qualsiasi governo di unità nazionale (che nella visione classica dei 5Stelle sarebbe comunque un’ammucchiata), o invece saltare il fosso, contribuendo a sostenere un esecutivo di transizione. Ma come si comporterebbe Di Maio di fronte a un Parlamento senza maggioranza? Di certo non escluderebbe nessuna opzione a priori. Perché proprio il 31enne di Pomigliano d’Arco è il motore di un profondo cambiamento del M5S: apertosi finalmente agli esterni (ma senza sufficienti cautele, visto il mezzo disastro nei collegi uninominali), e dotatosi di un capo politico eletto (lo stesso Di Maio) che si è preso il potere e la responsabilità di comporre le liste. Disposto perfino a un tavolo con altri partiti dopo il 4 marzo per trovare un accordo su un programma condiviso. E allora la sensazione è che il sostegno a un governo di unità nazionale (o di larghe intese, per essere chiari) non sia un’ipotesi fuori del taccuino del deputato campano. A determinate condizioni, forse: ministri tecnici, e durata breve. Ipotesi, certo, tutte da verificare. Ma il candidato premier ha già abbattuto alcuni tabù. E l’ennesima novità può starci. Anche perché a rimanere sull’Aventino spesso si muore, di solitudine.
Luca De Carolis
L’illusione della sovranità
Dietro la domanda di sovranità che costituisce il nucleo dell’attuale rinascita del populismo, in Europa e non solo, ci sono malesseri comprensibili e argomenti che perfino l’establishment contestato dai populisti ora riconosce: il disagio per le conseguenze della globalizzazione, l’uniformità di idee e programmi tra i partiti tradizionali, disuguaglianze crescenti non più giustificabili come necessità per garantire un aumento del benessere anche per le parti più deboli della società.
Questa richiesta di “contare”, di avere un ruolo, si declina in varie forme nei diversi Paesi, ma non svanirà anche con qualche decimale di Pil in più e di disoccupazione in meno. Perché si alimenta di una sfiducia strutturale e profonda verso un sistema di partiti, Parlamenti, élite e istituzioni internazionali, considerato non riformabile, non importa quali promesse vengano fatte in campagna elettorale.
Domande e dubbi legittimi, che però hanno pericolosi effetti collaterali. Nel contestare i risultati delle procedure democratiche, i sovranisti si ritrovano spesso a rimettere in discussione le procedure stesse della democrazia rappresentativa: il meccanismo della delega, l’importanza del compromesso tra posizioni diverse, la separazione dei poteri, la complessità della politica e la necessità della competenza per garantire l’autonomia della decisione politica dagli interessi particolari. Questa sfiducia nella democrazia ha contagiato tutti i partiti.
Il populismo è sempre piú “sovrano” non solo perché si alimenta della domanda di sovranità, ma perché ha vinto. Tutti sono diventati populisti, come dimostra la propensione crescente di leader espressi da partiti tradizionali a ricercare una legittimazione plebiscitaria nel ricorso al più populista degli strumenti decisionali, il referendum, che riduce tutto a una scelta tra Sì e No. Il fatto che poi questi leader disposti a giocarsi alla roulette del referendum la propria sopravvivenza di solito vengano sconfitti, sembra intaccare poco la loro convinzione che bisogna appagare la fame di sovranità del popolo dandogli almeno l’illusione di decidere.
La tentazione di cancellare secoli di procedure costruite a garanzia delle minoranze, protette dallo Stato di diritto e non dalla mera decisione a maggioranza, si diffonde anche tra gli intellettuali. C’è sempre stato un filone di argomentato scetticismo nei confronti della capacità della democrazia di mantenere le proprie promesse, ma ora certe provocazioni iniziano a sembrare proposte in cerca di qualcuno abbastanza radicale da attuarle: il ritorno al sorteggio, come nell’Atene antica, per gli incarichi pubblici, la restrizione del suffragio universale (applicata per via burocratica, poiché non è percorribile per una esplicita modifica normativa) in modo da ridurre il peso degli elettori poco informati o viziati da pregiudizi, la realizzazione di una Repubblica dei filosofi come quella autoritaria immaginata da Platone, che prenda la forma contemporanea di esperti al potere che governano senza dover ottenere il consenso a essere eletti o rieletti. Oppure quella degli organismi tecnici che hanno il compito di approvare o bocciare le decisioni della politica: il Fiscal Compact sul pareggio di bilancio prevede, tra l’altro, l’istituzione di autorità indipendenti chiamate a validare i numeri e le politiche economiche dei governi dei singoli Paesi e la Germania chiede da tempo una struttura analoga a livello europeo, per punire in anticipo e in modo automatico i Paesi che adottano politiche giudicate irresponsabili.
La richiesta di sovranità indica una crisi di fiducia nel sistema a cui bisogna rispondere partendo dal presupposto che certi valori fondamentali non sono più così condivisi, come dimostra la ricorrente tentazione in vari Paesi di affidarsi all’“uomo forte” (il modello è Vladimir Putin) o la disponibilità di larghe parti dell’elettorato ad accettare sostanziali limitazioni dello Stato di diritto in nome di una presunta maggiore sicurezza (è il caso della Francia, dove lo “stato di emergenza” seguito agli attentati islamisti è diventato la nuova normalità).
Non è facile rispondere a questo scetticismo strutturale, perché la democrazia rappresentativa si fonda su una serie di illusioni condivise, da quella sull’eguale importanza di ogni singolo voto alla teorica possibilità paritaria di competere per ogni carica elettiva, alla tutela delle minoranze, alla possibilità di decidere davvero nelle urne chi governerà. L’unico modo per rispondere all’attacco sovranista alla democrazia rappresentativa è usare quello che il filosofo americano David Estlund chiama “l’approccio epistemico”: il valore della democrazia non sta soltanto nel reggersi su un principio che tutti possono accettare (le decisioni si prendono a maggioranza), ma nella sua capacità di produrre risultati migliori rispetto ad altri sistemi. Decidere a maggioranza, in fondo, è un metodo come un altro: tutti percepiscono una certa equità perché sanno che se oggi possono trovarsi in minoranza su una certa decisione, domani magari invece faranno parte della maggioranza. E quindi non c’è una discriminazione, prevale l’opinione più condivisa. Però, osserva David Estlund, anche decidere lanciando una moneta è un metodo che garantisce a tutti equità: nessun gruppo organizzato può influenzare il processo decisionale, nessun lobbista può interferire. L’Italia deve uscire dall’euro? “Testa” rimane, “croce” se ne va. Se vogliamo sostenere che la democrazia rappresentativa fondata sulla delega e il Parlamento è meglio del lancio della moneta – o di un referendum consultivo – dobbiamo dimostrare che produce decisioni di una qualità superiore, che il dibattito e la mediazione che solo i partiti e il Parlamento possono garantire permette di approdare a un risultato di maggiore soddisfazione per tutti. Finora i partiti tradizionali non hanno neppure provato a impegnarsi in questo difficile compito che richiede modifiche delle procedure parlamentari, una maggiore apertura alle proposte della società civile, grande trasparenza.
L’approccio è stato, in Italia come in Europa, l’arrocco: usare regolamenti e tattiche parlamentari per minimizzare le conseguenze dell’improvvisa presenza massiccia di deputati eletti da schieramenti populisti o comunque di protesta. Il prevedibile risultato è stato quello di aumentare lo scetticismo sulla capacità di questa politica di rinnovarsi da sola. Ma senza affrontare i sovranisti con l’approccio “epistemico”, cioè cercando di dimostrare che pratiche e istituzioni screditate possono garantire risultati decisionali migliori rispetto alle scorciatoie sovraniste, la battaglia in difesa della democrazia rappresentativa sarà persa.
Addio a Galasso, lo storico che dava del voi
“La migliore morte è quella che giunge inavvertita”. Lo dice Cesare, il modello del coraggio. È capitata a Giuseppe Galasso; e la meritava, perché non era solo il più illustre napoletano vivente, ma un uomo grande e buono, di straordinaria generosità intellettuale e affettiva.
Il 20 novembre avevamo festeggiato i suoi 88 anni. Il suo allievo prediletto Luigi Mascilli Migliorini aveva organizzato un convegno nella biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria con illustri storici italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, perché fossero presenti i principali ambiti della sua ricerca. L’occasione erano anche la Storia della storiografia italiana. Un profilo, e Storiografia e storici europei del Novecento, i suoi ultimi libri. Aveva detto: “Oggi è possibile festeggiare due volte i quarant’anni, anche i cinquanta, spesso. Ma ottantotto, si può una volta sola”. E, con l’eloquio accattivante e la napoletana arguzia che gli erano propri, aveva ripercorso le tappe della sua ricerca, della sua passione. Nessuno, come lui, era in grado di palesare la più ardua materia con la semplicità dei grandi. Poi una cena in riva al mare. Racconti, battute di spirito. Di fronte al ricordo della pervicace ostilità di Arnaldo Momigliano verso chi di gran lunga gli era superiore, Santo Mazzarino, “don Peppino” raccontò che all’inizio degli anni Cinquanta un suo fratello, manovale, era morto cadendo da un’impalcatura; e Momigliano gli inviò un assegno di sessantamila lire per la vedova.
Le sue lezioni erano trascinanti. Non ho l’età per aver ascoltato quelle di Benedetto Croce ma sono certo che le sue ne derivassero. Con Croce il legame di Galasso è fortissimo; è facile dire che egli ne fosse il principale erede. La somma dottrina li apparenta, ma anche la sprezzatura intellettuale e quella nel rapporto umano; e la passione civile, che si faceva passione politica. Nella casa di Croce Galasso teneva lezione, oltre che all’Università di Suor Orsola Benincasa. Si era formato lì, vi aveva trascorso una vita. Quelle sale, ora Istituto Italiano per gli Studi Storici, conservano il tratto della dimora ospitale di un grande borghese.
Non sta a me ricordare sotto il profilo scientifico chi è stato un onore degli studi della Storia. Galasso ha trattato la grande Storia e quella minuta, con un gusto per gli epistolari, i documenti d’archivio, i particolari, che pure sono comuni a “don Benedetto”. L’amore per Napoli li unisce. Galasso continuava pervicacemente a lottare per Napoli e per il Meridione: colla forza delle idee, con l’impegno politico, con la legge per la difesa del suolo e del territorio: uno dei più alti modelli di legislazione civile, disatteso e travolto da turpi interessi. Ma vorrei ricordare quanto piacevole egli fosse nella convivialità. Dava il “Voi”, da napoletano all’antica. Gli occhi gli brillavano di bontà. Leggendo la bozza del mio libro di memorie (si era nel 2014) mi inviò una lettera manoscritta, su inchiostro verde, scusandosi poi per la lunghezza. E mi faceva osservazioni sulla grafia della lingua napoletana, dandomi alcune fondamentali correzioni; persino su parole sconce, che pur fanno parte della vita. Da Hegel e Cavour al delizioso particolare: solo uno spirito magno può permetterselo.
Che se ne sia andato “di subito” lo so per certo. Mi rendo conto di fare la figura di quelli che s’affannano a divulgare la loro intrinsichezza con un illustre scomparso; mi rassegno. Domenica mattina dice: “Don Paolino, ho ancora qualche strascico influenzale, vediamoci a cena lunedì 19”. Il dialogo intellettuale non s’interrompe: restano i suoi libri, i ricordi: durerà per il resto della vita. Ma quell’amicizia che arricchisce, ecco: lascia un rimpianto cocente. “La vita è terribile e bellissima”, disse alla celebrazione. È diminuita di valore, senza di lui.
Gasparri “The Man” e quel neurone che attacca Favino
Come molti sanno, il presto 62enne Maurizio Gasparri è la prova vivente di come la Teoria dell’evoluzionismo di Darwin abbia non poche falle nel sistema. Luttazzi diceva che Gasparri è l’unico convinto che le sliding doors dei supermercati si aprano solo per coincidenza quando ti avvicini, e verosimilmente non era una battuta. Costante vittima di se stesso, dotato di una voce drammaticamente borbottante nonché intriso di una sfavillante incapacità trasversale che lo accompagna pressoché ogni giorno, Maurizio “The Man” Gasparri – anche se non sembra – è vicepresidente del Senato. E già solo questo fa capire come l’Italia non abbia speranza alcuna di redenzione. Studiosi di ogni Paese si arrovellano da anni attorno a due dilemmi. Il primo: quando Gasparri insiste sul fatto che sua moglie lo ritiene affascinante perché “somiglio ad Al Pacino”, scherza o asserisce il vero? Il secondo: Gasparri ha mai detto qualcosa di sensato? Pare di no, anche se nel settembre del 2017 lo studioso Stanislas Thelonius Bottazzi dell’Università dell’Ohio ha scoperto – dopo lunghissime ricerche – dei fonemi gasparriani mediamente sensati. Poi però si è scoperto l’arcano: a parlare non era Gasparri, ma Neri Marcorè che lo imitava.
Sabato sera, dopo che Pierfrancesco Favino aveva magistralmente interpretato a Sanremo il monologo tratto da La notte prima delle foresta di Bernard-Marie Koltès, Gasparri ha dato ulteriore prova della sua attività faticosamente mono-neuronica: “Penoso #Favino”, ha cinguettato. Gli ha fatto eco, in un parossismo di niente, Matteo Salvini, non per nulla suo alleato. Per un tizio che ha dato il nome a una legge (chiaramente orrida) che lui stesso pare non aver neanche letto e men che meno capito, tali mirabili elargizioni di scibile non stupiscono. Del resto, proprio su Twitter, Gasparri sa dare il meglio di sé. Che peraltro non esiste. Qualche esempio. Parlando di Giorgia Meloni, Maurizio “The Man” scrive: “È figlia della destra e proprio per quello le chiesimo la disponibilità”. Di fronte allo zimbellamento generale (uno dei tanti) per quel verbo sbarazzino, lui dà coraggiosamente la colpa a uno stagista e lo caccia. Un utente gli manda poi la foto di Jim Morrison, spacciandolo ironicamente per un criminale clandestino: Gasparri ci casca come una pera cotta e dice che è “una vergogna”. Quando poi gli fanno notare che quello lì è (stato) una delle rockstar più note al mondo, si vanta di non conoscerlo. Insulta quindi una fan di Fedez (da lui chiamato “cosodipinto”), irridendola per il peso e scrivendo: “Meno droga, più dieta, messa male”. Per molto meno un politico verrebbe cacciato, ancor più con la faccia (e lo sguardo) che si ritrova Gasparri, ma in Italia è tutto un ridere. Ah ah ah. Nel frattempo “The Man” crede alla bufala delle rapite Greta e Vanessa, secondo la quale avrebbero fatto sesso con gli aguzzini, e sintetizza così: “#VanessaeGreta sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!”. Mentre il Tso tarda colpevolmente ad avere luogo, Gasparri rischia di scatenare la Terza guerra mondiale insultando l’Inghilterra durante i Mondiali (“Fa piacere mandare a fare… gli inglesi, boriosi e coglioni”) e la Merkel (“impietoso il paragone tra orrenda Merkel e giovani argentine inquadrate poco fa”), continuando peraltro ad atteggiarsi comicamente per un figaccione che può dare lezioni di eleganza e bellezza. Si potrebbe andare avanti a lungo, ma non ne vale la pena. In fondo parliamo solo di Gasparri. In fondo parliamo solo del vicepresidente del Senato. Cosa vuoi che sia, nel perenne Paese di sottosopra.
Gli indagati sono impresentabili
Il Fatto Quotidiano ha, per più giorni, condotto una meritoria inchiesta sui candidati “impresentabili” dei quali ha, opportunamente, fornito, oltre i nomi e le foto (76), anche l’indicazione del partito di appartenenza (nessuno per il “Movimento 5 Stelle”, solo 3 LeU) in modo che tali dati possano rimanere ben impressi nella mente degli elettori. Venerdì scorso Il Fatto ha intervistato sull’argomento il magistrato Federico Cafiero De Raho, Procuratore Nazionale antimafia che – oltre a mettere in risalto i rapporti tra politica e criminalità – ha evidenziato come “la politica debba fare un controllo preventivo dei soggetti eleggibili; la politica deve guardare dentro di sé e portare all’elettorato gli uomini migliori. Quelli che potrebbero garantire una barriera rispetto alle corruzioni, alle collusioni, ai comportamenti mafiosi. Altrimenti la gente non riuscirà a credere in questo Stato”. Il Procuratore antimafia ha, così, contrastato l’opinione, di diverso tenore, espressa dal vice presidente del Csm Giovanni Legnini (già sottosegretario di Stato) che, in perfetta sintonia con Renzi (“l’indagato non è impresentabile”), ha dichiarato: “Un avviso di garanzia non può cambiare gli equilibri politici né essere percepito come una condanna anticipata; questo si è verificato molto spesso e siamo stati di fronte ad una violazione dei principi fondamentali della nostra democrazia e della nostra Costituzione. Il fatto che un politico sia indagato non dovrebbe comportare le sue dimissioni o l’esclusione dalle candidature”. Tale opinione parte dalla tesi che, ove si escludesse l’indagato dal partecipare alle elezioni, finirebbe per essere la magistratura a selezionare la classe politica.
Nulla di più errato. La magistratura e la giustizia non c’entrano nulla in quanto il problema non è giuridico ma esclusivamente politico poiché è in facoltà dei partiti escludere legittimamente i propri iscritti dalle liste elettorali. Come è noto, i partiti sono associazioni private (non riconosciute) e, come tali, sono regolati da uno statuto che disciplina diritti e doveri dei soci verso i quali è prevista la possibilità di irrogare sanzioni disciplinari che possono giungere fino all’esclusione dall’ente del socio per indegnità. Ora, premesso che la composizione della lista dei candidati è di competenza dei vertici dell’associazione (direzione e segretario nazionale) – i quali dovrebbero, come giustamente rileva il Procuratore antimafia, “portare all’elettorato gli uomini migliori” – nulla vieta a tali organi di escludere, senza doverne dar conto ad alcuno, dalla lista dei candidati quegli iscritti che siano stati condannati (in via definitiva o provvisoria) o siano stati sottoposti a procedimenti penali soprattutto per gravi reati quali corruzione, turbativa d’asta, voto di scambio che sconsigliano, nella maniera più assoluta, una possibile gestione da parte di costoro della cosa pubblica che deve essere svolta, secondo il precetto costituzionale, “con disciplina e onore”. Quindi, l’esclusione da parte dell’associazione di iscritti “impresentabili” deve avvenire, innanzitutto, nell’interesse dello Stato che deve essere amministrato dalle “persone migliori” e al di sopra di ogni sospetto, poi, nell’interesse della immagine del partito e, in genere, della stessa classe politica. Tale esclusione, infine, evita la possibilità che si determini – come ripetutamente avvenuto in passato – quella situazione che viene, impropriamente e strumentalmente, definita come “conflitto o tensione tra politica e magistratura”, (conflitto che non è mai esistito, risolvendosi, invece, tale situazione in una aggressione della politica alla magistratura). Invero, è frequente che “l’impresentabile”, dopo essere stato eletto, subisca la condanna per il reato per il quale, al momento della candidatura e della elezione, era imputato e dalla quale può anche derivare la decadenza dalla carica o l’arresto del parlamentare. Ciò dà il pretesto alla classe politica di gridare alla “invasione di campo” della magistratura, alla “giustizia politica” e ad altre sciocchezze del genere.
È evidente, allora, che questo malcostume, che finisce per inquinare e delegittimare la massima istituzione del Paese (ma il disdicevole fenomeno è diffuso anche nelle assemblee regionali e in quelle comunali), è originato esclusivamente dai partiti politici i quali, di regola, pur potendo selezionare “gli uomini migliori”, sembrano privilegiare, in buona parte, coloro che hanno un passato che appare dimostrativo di illegalità, ritenuto, evidentemente, requisito utile per raccogliere voti ed incidere sul risultato elettorale. E, allora, come non essere d’accordo con il Procuratore antimafia quando afferma: “Siamo lontani dall’etica che dovrebbe essere, invece, indicatore di un cambiamento”.
Muore un carabiniere colpito da un collega in un’esercitazione
Un carabiniere è morto nel corso di una esercitazione di tiro all’interno della caserma Montebello di Milano. Andrea Vizzi, questo il nome dell’appuntato di 33 anni, è stato centrato in pieno petto da un colpo accidentale partito dal fucile di un collega. Inutili i tentativi di rianimarlo sul posto: il militare è deceduto durante il trasporto al Policlinico. Faceva parte delle Api (Aliquote primo intervento) in forza al nucleo Radiomobile, un gruppo speciale che è utilizzato per le emergenze e per operazioni di antiterrorismo. L’incidente è avvenuto ieri attorno alle 18 in uno spazio di addestramento ricavato nei garage della Montebello, la grande caserma che si affaccia su via Vincenzo Monti in zona Sempione. Originario di Lecce, il militare non era sposato e non aveva figli. Era arrivato all’Aliquota da un anno come volontario, dopo essere stato in servizio alla stazione di Arese. Il collega che gli ha sparato è stato ricoverato in stato di choc al San Carlo. La dinamica è ancora al vaglio degli investigatori, ma secondo i primi accertamenti si è trattato di un colpo esploso senza alcuna intenzione di ferire.
Ferito un altro prof a scuola. “I docenti sono lasciati soli”
Trenta giorni di prognosi per il vicepreside della scuola secondaria di I grado “Murialdo” di Foggia: sabato è stato preso a pugni alla testa e all’addome dal padre di un alunno che il giorno prima era stato rimproverato perché spingeva i compagni all’uscita da scuola.
“Non è stato richiesto alcun colloquio, né c’è stata possibilità di dialogo con il genitore”, spiega una nota dell’istituto scolastico. Secondo la ricostruzione, l’uomo si è introdotto nella struttura eludendo la sorveglianza. Il professore non ha reagito ai colpi e solo l’intervento degli operatori scolastici e degli altri insegnanti ha fatto cessare l’aggressione. Si tratta dell’ultimo episodio di una lunga serie. A Bari, lo scorso ottobre, una mamma ha schiaffeggiato una insegnante rea di aver riferito del comportamento poco consono della bambina. Ad Avola (Siracusa), a gennaio una coppia di genitori ha picchiato il docente del figlio dodicenne rompendogli una costola. A inizio febbraio, a Santa Maria a Vico (Caserta), uno studente ha accoltellato e sfregiato un’insegnante per una nota sul registro. A ottobre, a Monserrato (Cagliari), uno studente ha preso a pugni l’insegnante che l’aveva sgridato perché utilizzava il cellulare.
Il Ministero dell’Istruzione ha per l’ennesima volta condannato gli episodi di violenza, definendoli “intollerabili”. E ancora una volta i docenti e i loro rappresentanti hanno denunciato il crescente discredito che sta subendo la professione dell’insegnante. “È naturale che accada questo – spiega Pino Turi, di Uil Scuola – quando la scuola, che è una funzione dello Stato, diventa un servizio in cui i clienti hanno sempre ragione. Si perde la dignità del ruolo del docente”. Fanno riferimento alla legge 107 che introduce un organo collegiale che decide sull’aumento di stipendio dei professori o alle trattative ancora in corso per la parte del contratto nazionale che dovrebbe riguardare le nuove sanzioni per i docenti: “Cos’altro sono se non la base del far venir meno il rispetto per una professione? La politica cerca di accontentare i clienti e tutto si trasforma in una deviazione di mercato. E quando il cliente è scontento si arrabbia e alza le mani. E gli insegnanti vengono lasciati soli ”.
Dai sindacati viene fuori un concetto: la scuola è governata in chiave aziendalistica. “Accade così – spiega Claudio Menga, segretario Flc Cgil Puglia – che pur di mantenere la propria autonomia, una scuola si veda costretta a seguire logiche di competizione e di mercato per incrementare le iscrizioni, finendo per diventare succube degli umori, non sempre giustificabili, dei genitori”. Il docente come bersaglio “nutrito anche da un immaginario che lo identifica come un nullafacente, senza contare che ha uno degli stipendi più bassi d’Europa e accumula ore di straordinario a casa – spiega Marcello Pacifico del sindacato Anief – Di contro, però, dalla politica riceve solo discredito come in generale accade in tutto il pubblico impiego. È una catena: la sfiducia verso lo Stato si riversa sui suoi rappresentanti. Inclusi gli insegnanti”.
Accordo siglato, salvi i 300 lavoratori di Ideal Standard
Salvo lo stabilimento di Roccasecca, in provincia di Frosinone, con i suoi 300 lavoratori: passa dalla multinazionale Ideal Standard, che ne aveva annunciato la chiusura, a un’azienda dello stesso territorio, la Saxa Gres di Anagni, specializzata in gres porcellanato. L’accordo è stato firmato al Mise, alla presenza del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, e del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. Soddisfatti i sindacati. Il nuovo impianto (Saxa Grestone il nome della newco) non produrrà più ceramica per articoli sanitari ma per samprietini di nuova generazione, ottenuti da materiale di scarto e destinati alla pavimentazione da esterni. Saxa Gres, come ha spiegato lo stesso Calenda al termine del tavolo, rileva l’impianto di Roccasecca “in continuità aziendale”, con la cessione di un ramo d’azienda, “quindi con tutti i lavoratori e con un piano di investimenti supportato da governo e Regione per 30 milioni di euro”. Ossia, 16 milioni arrivano dal ministero dello Sviluppo per il tramite di Invitalia e 4 milioni sono a carico della Regione Lazio; gli altri 10 milioni arrivano, invece, da Ideal Standard, che contribuisce così con una “dote”.
Università, sospeso l’ex ministro Fantozzi
Altri sei professori interdetti nell’inchiesta che ha travolto il dipartimento di Diritto tributario. Il gip di Firenze, Angelo Antonio Pezzuto, ha interdetto per 9 mesi l’attuale rettore dell’Università telematica Giustino Fortunato di Benevento, nonché ex ministro, Augusto Fantozzi. E con lui, per la stessa durata, anche altri due luminari del Diritto tributario: Francesco Tesauro e Andrea Fedele. Interdizione di un anno per il professor Pasquale Russo e di sei mesi per i colleghi Giovanni Eugenio Marongiu e Andrea Parlato. E che tutti e sei siano in pensione, scrive il gip, “non vale tuttavia a escludere il pericolo di ripetizione delle condotte delittuose”. Il gip ha quindi accolto la richiesta del procuratore aggiunto Luca Turco e del pm fiorentino Paolo Barlucchi, confermando l’assetto delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza. L’inchiesta, deflagrata nel settembre scorso con 7 arresti (poi revocati) e 59 avvisi di garanzia, riguarda le tornate 2012 e 2013 delle abilitazioni scientifiche nazionali. E ha svelato un sistema di corruzione che non prevedeva un do ut des in denaro, ma un fitto scambio di favori sui candidati da promuovere.
“Le indagini – scrive il giudice – hanno mostrato come Fantozzi si trovi al vertice della comunità scientifica e come il suo volere abbia pesantemente condizionato i giudizi dei componenti delle commissioni che si sono succedute. Nulla induce a ritenere che Fantozzi si asterrà, nel futuro, da rinnovare le sue condotte delittuose. Secondo Fantozzi è giusto e corretto che i commissari formino un elenco di candidati (…) da sottoporre al giudizio di dei vari capi scuola e altre persone estranee alla commissione. La soluzione di Fantozzi è perfettamente in linea con le sue convinzioni: le abilitazioni vanno decise dai commissari seguendo l’indicazione di una ‘cupola’ composta dai professori più eminenti”. L’ex ministro, così come Tesauro, è accusato di “aver istigato le condotte dei commissari” per “ottenere dalla commissione il maggior numero di abilitazioni di propri associati, e comunque di candidati che erano propri allievi o soci, e la non abilitazione di candidati rivali dei propri protetti o anche rivali propri”.
“Fantozzi – scrive il gip – ha indicato con chiarezza i candidati che desiderava che, di volta in volta, fossero abilitati, condizionando le decisioni dei commissari. Era perfettamente a conoscenza di tutte le trattative (…) e ha agevolato il raggiungimento di un accordo corruttivo (…)”. Fantozzi ha peraltro confermato, nell’interrogatorio, “di aver appreso della formazione, da parte dei commissari della tornata 2012, di un elenco dei candidati che sarebbero stati abilitati”. Ha invece “inizialmente negato” di aver saputo di un analogo “elenco di candidati” per la tornata successiva. “Tale ultima dichiarazione – sostiene il gip – non è credibile”. E ancora: “Per il tramite di Andrea Fedele ha istigato a fare pressioni sui commissari della propria associazione, affinché accettassero una proposta corruttiva: si allarghino il numero dei candidati da abilitare, con inserimento di quelli graditi alla controparte, in cambio dell’abilitazione di uno o due candidati riferibili alla sua parte”.
Tesauro, sottolinea il gip, “continua a mantenere la direzione di un’importante collana e pertanto può influire sulla pubblicazione o meno di monografie” che ha “una rilevante importanza nella valutazione di un candidato all’abilitazione”. Tesauro nell’interrogatorio ha detto: “Mai fermato qualcuno per fare andare avanti un altro”. Ma per il gip le sue parole “hanno trovato ampia smentita nelle indagini”.