Rigopiano: “Quell’elicottero militare poteva salvare vite”

Nessun elicottero dell’Aeronautica militare si alzò in volo per correre in aiuto degli ospiti e dei dipendenti dell’hotel Rigopiano. E questo semplicemente perché fu deciso di non chiamare. Quel tragico 18 gennaio dello scorso anno, sotto le macerie dell’albergo cancellato da una valanga morirono 29 persone, ma dalla sala operativa della Protezione civile venne subito scartata l’ipotesi di chiedere l’intervento dell’unico mezzo in grado di anticipare di almeno 12 ore le operazioni di salvataggio. L’elicottero Hh101a-Caesar del 15° stormo dell’Aeronautica militare svolge attività di ricerca e soccorso 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno. E dalla base di Cervia, a poco più di un’ora di volo da Rigopiano, il Caesar avrebbe potuto tentare la missione portando in quota decine di soccorritori con attrezzature leggere, mentre la carovana dei soccorsi via terra procedeva lenta, rallentata dal muro di neve.

Il Caesar, insieme all’NH90 della Marina, è dotato di un sistema di protezione dal ghiaccio per operare a temperature fino a -45 gradi, è il velivolo in dotazione alla Norvegia che lo usa nel Circolo polare artico. Un particolare non da poco, visto che l’unico mezzo che su richiesta ufficiosa del 118 ha provato ad avvicinarsi al luogo della tragedia è quello della Guardia costiera, costretto a tornare indietro a 8 miglia dall’obiettivo perché si era ghiacciato il parabrezza. I militari del Sar (Search and Rescue), sarebbero stati pronti a partire in soli 30 minuti. Ma nessuna chiamata è arrivata all’Aeronautica dalla Direzione di comando e controllo della protezione civile di Rieti (Dicomac). “In Dicomac non si è presa in considerazione la possibilità di poter utilizzare l’elicottero, né di confrontarsi tra chi fa soccorso e i militari del Sar”, ha affermato Costantino Saporito, segretario nazionale Usb-vigili del fuoco ai microfoni di Ezio Cerasi del Tgr Abruzzo. Vincenzo Palano, comandante provinciale dei vigili del fuoco di Pescara, ha detto di aver chiesto invano l’intervento di un elicottero militare alla Dicomat. Ipotesi che sembra essere stata esclusa dal responsabile del Coau, il Centro operativo aereo unificato. Perché? In una nota, il Dipartimento della Protezione Civile accusa “le complesse condizioni meteo” e la necessità di “non compromettere ulteriormente lo scenario già estremamente critico”, ossia al rischio che un elicottero potesse provocare un’altra valanga. Eppure, secondo le valutazioni di diversi piloti del Sar, dei vigili del fuoco e delle forze di polizia contenute nell’inchiesta del Tgr Rai, “la maggiore insidia era rappresentata dal ghiaccio, le condizioni erano critiche ma in lento miglioramento dalle 19, e il Caesar avrebbe potuto tentare la missione perché dotato di sistemi antighiaccio a protezione dell’elicottero”. Una conferma sulla situazione meteo arriva anche da Fabio Pellegrini, istruttore di sci alpinismo che alla testa degli uomini del soccorso alpino raggiunse con gli sci l’hotel Rigopiano nella notte della tragedia: “La visibilità era discreta, ho visto le luci del vano caldaie dell’hotel a circa 300 metri di distanza”. A escludere il rischio di una nuova valanga è invece l’ex comandante pilota-istruttore dell’esercito Luigi Turchetti, evidenziando la presenza di ampi tratti pianeggianti, distanti dai pendii, sui quali l’elicottero avrebbe potuto “verricellare i soccorritori”.

Anche per Giovan Battista Marchegiani, presidente dell’Istituto nazionale per la formazione operativa della Protezione civile (Insfo) la missione si poteva tentare. Secondo l’ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Pasquale Preziosa, “il Sar non rifiuta mai una richiesta di soccorso”. Dal 1965 l’intervento di questi piloti ha salvato 7mila persone. A Rigopiano una delle vittime morì 48 ore dopo la valanga, e l’ultimo degli 11 sopravvissuti fu estratto vivo dalle macerie 62 ore dopo. Intanto prosegue il lavoro della Procura di Pescara che ha indagato 23 persone.

 

Ape volontaria, da oggi attivi simulatore e richieste

Possono partire oggi le prime domande di certificazione all’Inps per accedere all’Ape volontaria, il “prestito finanziario con garanzia pensionistica” che consentirà a chi avrà almeno 63 anni nel 2018 (o almeno 63 anni e 5 mesi nel 2019) di uscire in anticipo dal lavoro. L’Inps illustrerà la circolare che darà ufficialmente il via libera alle prime domande. Potranno chiederla i nati entro il 1955 per il 2018 e quelli nati entro il 31 luglio 1956 per il 2019. Tra questi, i lavoratori con almeno 63 anni e che siano distanti non oltre 3 anni e sette mesi dalla pensione di vecchiaia purché abbiano maturato almeno 20 anni di contributi. Il requisito anagrafico minimo sale a 63 anni e cinque mesi nel 2019 dato che cresce di cinque mesi l’età per l’accesso alla pensione di vecchiaia (arrivando a 67 anni). La pensione certificata dall’Inps al netto della rata di ammortamento corrispondente all’Ape richiesta, deve essere pari o superiore a 1,4 volte il trattamento minimo (quindi nel 2018 a 710,388 euro al mese). Non possono ottenere l’Ape coloro che hanno già maturato il diritto alla pensione. Il minimo che si può ottenere è 150 euro mensili per sei mesi. L’importo massimo non può superare il 75% del trattamento pensionistico.

Fondi per gli atenei: l’agenzia Anvur nega le informazioni sulla valutazione

Secretati: i criteri che hanno in gran parte contribuito ad assegnare nei mesi scorsi i fondi per gli atenei di eccellenza non possono essere consultati. A riferirlo è l’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione dell’Università e della Ricerca, in risposta a una richiesta di accesso tramite Foia (Freedom of Information Act) che permette l’accesso civico a tutti gli atti della Pubblica amministrazione.

“In riferimentoalla richiesta di accesso civico generalizzato – è stata la risposta dell’Anvur agli autori di Roars, il sito specializzato su ricerca e università – concernente l’acquisizione dei dati… con la finalita di riprodurre e verificare la correttezza dell’indicatore (Ispd) utilizzato per la predisposizione dell’elenco dei dipartimenti, non è possibile accogliere la richiesta in quanto verrebbe arrecato pregiudizio concreto alla protezione dei dati personali di singoli docenti e ricercatori”.

L’Anvur spiega che sarebbe possibile “risalire alla valutazione conseguita dal singolo docente/ricercatore” qualora appartenga a settori disciplinari con un numero limitato di membri per ogni dipartimento. “L’ostensione dei dati consentirebbe, in un terzo dei casi, l’associazione della valutazione al singolo”. Si appella quindi all’articolo 5bis della norma che prevede, tra gli altri casi di esclusione (come la sicurezza nazionale) la protezione dei dati personali. In questo modo, però, non sarà mai possibile valutare come siano state assegnate le premialità.

A gennaio sono stati attribuiti 271 milioni di euro a 180 dipartimenti universitari “d’eccellenza”. In 106 casi su 180 i fondi sono andati al nord, come già previsto, a maggio, proprio da Roars. Ma ci sarebbe anche un problema con il metodo con cui si calcolano i punteggi. In estrema sintesi, i risultati sulla valutazione della ricerca nelle diverse aree disciplinari non sono direttamente comparabili. Così, per ovviare al problema è stata elaborata una formula, l’Indicatore standardizzato di performance dipartimentale (Ispd) che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto rendere comparabili dipartimenti che hanno aree di ricerca miste e che, invece, secondo Roars è riuscita a premiare alcuni ambiti più di altri.

“Abbiamo chiesto di avere accesso ai dati di base per la costruzione dell’indicatore – spiegano gli autori di Roars – per replicare i calcoli di Anvur. Il ministero dell’Istruzione sta distribuendo 1,35 miliardi senza che nessuno possa controllare la correttezza dei dati su cui è basata la distribuzione”.

La Procura indaga sulle aree Expo: la falda è inquinata

Tutto è pronto per il grande salto. L’area su cui è stato realizzata Expo sta per diventare il più grande progetto di sviluppo urbano a Milano. Due miliardi e mezzo di euro saranno impegnati, sotto la regia delle società Arexpo e Land Lease, per portare lì il campus dell’Università Statale, il centro di ricerca Human Technopole, il nuovo ospedale Galeazzi e poi le sedi delle aziende che costituiranno il polo hi-tech (interessate finora: Novartis, Bayer, Glaxo, Bosch, Abb, Celgene, Ibm). I promotori sono certi di riuscire a superare tutti i problemi strategici, organizzativi, politici e finanziari di un’operazione così complessa. Ma ora si presenta un problema nuovo: un’inchiesta della Procura di Milano sull’inquinamento della falda acquifera dell’area, che si somma alla presenza di due aziende pericolose ai confini del futuro campus.

La terra avvelenata. Le bonifiche dei terreni sono state fatte, dichiara la società Expo. Lo ribadisce Arexpo (proprietaria dei terreni) e lo conferma il Galeazzi, che ha fatto una accurata serie di verifiche prima di confermare l’acquisto dei terreni su cui costruirà la sua nuova sede. Terra pulita, garantiscono. Il problema è la falda. Inquinata da una azienda chimica, la Brenntag, ex Weiss, con sede in via Tonale, nel Comune di Baranzate, a 100 metri dall’area Expo: per anni ha disperso nel terreno inquinanti pericolosi e cancerogeni come il cromo esavalente, il teracloroetilene, il clorurato di vinile. L’inquinamento è stato scoperto già nel 1999, scrive l’Arpa (l’agenzia regionale per l’ambiente), comunicando che si sono resi necessari gli impianti Mise (Messa in sicurezza di emergenza), barriere idrauliche a valle dell’insediamento ex Weiss che ripuliscono le acque di falda. Il primo Mise è stato attivato nel 2010 dalla stessa Brenntag, che poi lo ha rafforzato nel 2013. Ma nel 2015, alla vigilia di Expo, quell’impianto non è stato più ritenuto sufficiente: la stessa società Expo spa ha provveduto ad attivare un nuovo impianto. A scoprire tutto ciò è la consigliera regionale M5s Silvana Carcano, che da anni ha gli occhi puntati sull’inquinamento dei terreni Expo e insieme ai suoi colleghi Monica Forte e Giovanni Navicello ha presentato due denunce alla Procura di Milano. “I Mise sono impianti d’emergenza”, spiega Carcano, “che non hanno portato alla soluzione definitiva del problema”. Per questa ci vuole una bonifica dei terreni a valle della ex Weiss e di un’altra azienda inquinante vicina, la Oemm di via Belgioioso. Senza una bonifica, la falda continuerà a portare i veleni nell’area Expo, per ora solo temporaneamente bloccati dai Mise d’emergenza: un’emergenza che dura da otto anni. Pagata con soldi pubblici: perché il Mise impiantato da Expo nel 2015 costa (circa 300 mila euro la realizzazione e la gestione). E perché il denaro pubblico deve servire a garantire un’operazione immobiliare – la valorizzazione dei terreni su cui si è svolta l’esposizione universale – ormai nelle mani di una società privata come Land Lease?

La Brenntag nell’ottobre 2015 ha presentato un progetto di bonifica. Ma non ha ancora ricevuto l’autorizzazione a realizzarlo. Perché? La bonifica durerebbe, secondo l’Arpa, 330 giorni, quasi un anno intero, e durante i lavori i Mise non sarebbero in grado di funzionare: dunque la falda sarebbe di nuovo inquinata, proprio a ridosso dell’ospedale Galeazzi in costruzione.

“Sulla salute dei cittadini e di migliaia di studenti non si può scherzare”, commenta Dario Violi, M5s, “serve chiarezza assoluta prima di investire in quell’area”. Ai terreni Expo sono stati rilasciati i Cab (certificati di avvenuta bonifica). Sono “puliti”, ma non definitivamente, secondo il M5s: fino a che non sarà fatta la bonifica a monte, resta il pericolo che la falda riporti a valle i veleni della ex Weiss. Allora i Cab sono stati assegnati in maniera illegittima? Ora la parola passa alla Procura.

Le aziende a rischio. Come se non bastasse, al confine con il futuro campus ci sono due aziende, la Ecoltecnica (gruppo Suez) e la Dipharma (Francis) che sono “a rischio chimico”: dal 2002 svolgono infatti attività di “messa in riserva e deposito preliminare di rifiuti industriali speciali pericolosi”. Hanno infatti un “piano incidenti” in caso “di incendio o di rilascio nell’aria di nube tossica” che prevede, nel raggio di almeno 220 metri (dunque dove dovrebbe sorgere il campus), la chiusura delle finestre, da “sigillare con nastro adesivo”, e delle fessure degli stipiti e della luce tra porte e pavimento, da “tamponare con panni bagnati”. “Vista la vicinanza al sito di aziende Rir (Rischio di Incidente Rilevante)”, dice Navicello, “ci chiediamo se studenti, cittadini, lavoratori e professori siano stati informati dei rischi, prima di decidere se trasferirsi in un’area così pericolosa”.

 

La tesi della Madia copiata, si dimette professore dell’Imt

La prima vittima del caso Madia è il più accanito difensore del ministro e della sua tesi di dottorato piena di irregolarità, denunciate prima dal Fatto e poi riscontrate da una perizia commissionata proprio da Imt: il professor Gilberto Corbellini ha presentato ieri le sue “dimissioni irrevocabili” dal direttivo della scuola di Alti studi di Lucca per la “posizione di dissenso” con il direttore Pietro Pietrini “in merito ad alcuni giudizi espressi dal professor Corbellini in questi ultimi giorni su un organo di stampa nazionale”. Il riferimento è agli articoli che Corbellini ha scritto sul Mattino di Napoli attaccando il Fatto e soprattutto gli accademici che avevano criticato la tesi della Madia, dopo gli ultimi articoli del Fatto sulla perizia. Corbellini era anche andato allo scontro con Francesco Sylos Labini, figlio del famoso economista Paolo (un suo lavoro – un manifesto politico firmato con altri economisti – viene citato nella perizia come esempio che in economia copiano tutti, per assolvere la Madia nonostante le acclarate scorrettezze sulle citazioni di testi altrui non correttamente indicate). Per Corbellini le critiche alla Madia erano “chiacchiere da bar”. I toni devono essere stati troppo anche per l’Imt.

Quello spazio non sia privatizzato

Caro direttore, vorrei intervenire nel dibattito sul cinema all’aperto in Piazza San Cosimato, a Roma. Insieme ad altre realtà italiane – penso alla comunità del Teatro Valle, sempre a Roma, o a quella del Teatro Rossi di Pisa – i “ragazzi del Cinema America” sono una straordinaria risorsa per la vita democratica e culturale di questo Paese. È una realtà oggi riconosciuta da tutti: perfino da chi – penso a Walter Veltroni o Paolo Gentiloni – ha contribuito decisivamente a creare il deserto politico, sociale e culturale di cui parliamo. E anzi sarebbe stato bello se i ragazzi del Cinema America rispedissero al mittente questa solidarietà pelosa, elettoralistica, e imbarazzante.

Ma soprattutto sarebbe cosa buona e giusta se i “ragazzi del Cinema America” accettassero di partecipare al bando dell’Estate Romana pubblicato ieri dal vicesindaco Luca Bergamo. Le occupazioni, le autogestioni, le costruzioni dal basso sono preziose, vanno difese, in nome della giustizia e dell’attuazione del progetto della Costituzione.

Sono supplenze di un potere pubblico che tradisce se stesso e la comunità: non sono blitz per creare nuove enclosures

che escludano e privatizzino, ma tentativi di restituire a tutta la cittadinanza il bene comune di cui si prendono cura e che utilizzano.

Ora, se il Comune di Roma cerca di sconfiggere il deserto, credo che la risposta giusta sia la collaborazione.

I ragazzi l’hanno messa sul piano ideologico: “Non vogliamo legittimare il meccanismo dell’Estate Romana”. Ma, a parte il fatto che hanno già scelto (secondo me giustamente) di accettare un compromesso partecipando a un bando per la Sala Troisi, o vendendo spazi pubblicitari alla Regione Lazio e ad altri sponsor, in gioco c’è proprio una affermazione di principio. Quella per cui i beni comuni non possono diventare un altro nemico dei beni pubblici: sarebbe ben singolare se lo Stato, i Comuni, il pubblico si trovassero a fronteggiare un’alleanza di fatto tra liberisti e benecomunisti!

Una piazza di Roma è un bene comune per eccellenza: e non possiamo che gioire se il Comune la mette in un bando onesto e leale al quale invita a partecipare, con tutte le garanzie, chi ha meritoriamente salvato e così bene usato quel bene comune.

È possibile immaginare modelli di gestione più avanzati, più costituzionali, più comuni? Sì, come insegna il caso dell’Asilo Filangieri di Napoli, che il Comune ha affidato alla comunità occupante con una delibera che lo apre al resto della città. Ma per il cinema in piazza un modello del genere sarebbe molto più complicato, e in ogni caso la situazione politica romana non consente, per ora, di pensarci.

Allora si può decidere di dire di no, lasciando Roma e chiudendo un’esperienza preziosa. Oppure si può ancora ripensarci e partecipare al bando, in nome di una comune ricostruzione di una amministrazione che cerca di riconoscere i meriti di un’esperienza straordinaria, ma senza privatizzare di fatto una piazza. Dire di no, significa dirsi radicalmente convinti che ormai il “pubblico” sia insalvabile. È per questo che spero che i ragazzi del Cinema America ci ripensino.

Bandi pubblici e finanziamenti. La verità sul cinema in piazza

Non è un semplice cineforum. La vicenda del Piccolo Cinema America e della sua rassegna estiva in piazza San Cosimato, a Roma, sta assumendo i contorni di una serie tv dai toni tragicomici. Ma ha anche una valenza più generale del singolo episodio perché pone questioni su quando e come si debbano usare procedure competitive per assegnare servizi e spazi pubblici.

L’antefatto. Da anni nel centrale rione di Trastevere un gruppo di ragazzi ha ingaggiato una lotta per salvare il Cinema America. Una sala che, come molti altri grandi schermi cittadini, ha chiuso i battenti da oltre 10 anni e che la proprietà voleva riconvertire in una residenza di lusso. La loro mobilitazione, partita con una occupazione dello stabile, ha trovato le simpatie del quartiere, di buona parte del mondo artistico romano e il consenso del ministero della Cultura che nel 2014 ha apposto un vincolo sull’immobile perché rimanesse a destinazione di uso cinematografico, provvedimento poi annullato a giugno 2017 dal Consiglio di Stato.

Finita l’occupazione del Cinema, da tre anni i ragazzi organizzano una rassegna di proiezioni estive gratuite a piazza San Cosimato, a due passi dal Cinema America. Quest’anno il Campidoglio ha inserito l’area tra le location messe a bando – cioè da assegnare con una gara – per ospitare gli eventi dell’estate romana. Lo scorso anno, invece, il Municipio I, a guida Pd, si era fatto assegnare l’area e poi la aveva data al cinema. Arrivata alla sua 41esima edizione, l’Estate Romana assegna un totale di 500 mila euro in base a una graduatoria tra le proposte più meritorie. Soldi che vanno a copertura parziale o totale delle spese, fino a 26 mila euro per ciascuna manifestazione.

I giovani dell’America però non vogliono partecipare al bando. “Noi abbiamo chiesto la piazza e avremmo pagato anche i 35 mila euro dell’occupazione di suolo pubblico. L’amministrazione però ha preferito metterla nel bando dell’Estate Romana, quindi noi non ci saremo, andremo in periferia”, ha spiegato Valerio Carocci, animatore del cineclub, che ieri ha fatto una conferenza stampa con Carlo Verdone e il regista Mario Martone. Come a dire: o dettiamo noi le regole oppure ce ne andiamo. Quasi fosse uno spazio privato. L’arena estiva dunque si moltiplicherà in tre traslocando in periferia, a Ostia, Monte Ciocci e al Castello della Cervelletta. A Trastevere si vedrà: il bando prevede un’assegnazione per 60 giorni, con un utilizzo di 5 giorni a settimana, fino a mezzanotte nei giorni feriali e fino alle 2 di notte in quelli festivi, con l’accortezza però in questi ultimi di ridurre l’impatto acustico, magari con cuffie wi-fi.

Carocci parla di “censura” del Campidoglio perché “non si possono criticare gli amministratori”. Il testo del bando, come lo scorso anno, impone in realtà solo di “evitare comportamenti che possano nuocere all’immagine del Campidoglio”, così come “attività partitiche” e “iniziative politiche”, visto che si tratta di manifestazioni culturali.

Nei mesi scorsi il frontman dell’America ha sostenuto anche: “Non abbiamo percepito fondi comunali, né li vogliamo”. Per la verità, però, lo scorso anno la rassegna estiva ha beneficiato di un finanziamento della Regione Lazio da 50 mila euro e di una sponsorizzazione da parte di Bnl. Anche la formula del bando non è sconosciuta ai giovani dell’America, visto che nell’aprile 2016, con il Campidoglio guidato dal commissario Francesco Paolo Tronca, hanno vinto quello ben più impegnativo rper l’assegnazione della Sala Troisi, cinema di proprietà comunale sempre a Trastevere. Un bando dell’amministrazione di Ignazio Marino e poi perfezionato da quella di Virginia Raggi, col quale ai vincitori vengono scomputati i costi della ristrutturazione, ancora da avviare, dal pagamento del canone mensile (calmierato).

Il vicesindaco con delega alla Cultura, Luca Bergamo rivendica la scelta di mettere a gara lo spazio di San Cosimato: “Continuo a non condividere le ragioni del merito per cui l’associazione Piccolo Cinema America dovrebbe percorrere un canale diverso dalle circa 80 che hanno animato l’Estate Romana 2017, il bando è quello che lo scorso anno ha consentito di restituire alla vita culturale spazi da tempo abbandonati”. E ancora: “A me sembra che garantire percorsi chiari a chiunque voglia mettersi in gioco per svolgere le attività che predilige serva molto a Roma”.

Protesta anti-giudici di Arnone. E da oggi sconta la condanna

Tre striscioni davanti al ministero della Giustizia in via Arenula a Roma per richiamare l’attenzione del ministro Orlando su alcune criticità della magistratura siciliana, attraversata dalle inchieste, come nel caso dell’ex presidente delle misure di prevenzione Silvana Saguto, imputata di corruzione a Caltanissetta: è l’ultima protesta dell’avvocato ambientalista Giuseppe Arnone prima di scontare ai servizi sociali una condanna definitiva a un anno e quattro mesi per calunnia nei confronti di tre dirigenti del Pd.

Sugli striscioni segnalato anche il caso di un magistrato del consiglio di Stato, “di nomina alfaniana”, accusato di gestire nella città dei Templi una scuola per magistrati con pagamenti “in nero”, e quello di un pm che avrebbe minacciato “schieramenti alle spalle” nei confronti dello stesso Arnone. “L’avvocato Giuseppe Arnone non è uno che le manda a dire – ha scritto su Facebook Vittorio Sgarbi –. Sulle sue accuse, circostanziate, precise, con nomi e cognomi, spero che il ministro della Giustizia disponga i necessari accertamenti”.

De Magistris torna Masaniello col governo

“Ingiustizia non più tollerabile, ci vogliono affossare perché non siamo omologati al sistema dei partiti, Gentiloni aveva preso impegni che non ha mantenuto per ripianare debiti che non ci appartengono, il 21 febbraio saremo a Palazzo Chigi e Montecitorio”.

Napoli, riecco il sindaco di lotta e antigoverno. Luigi de Magistris raduna le sue truppe su Facebook e indica la direzione: Roma. Sono i preparativi per una manifestazione contro il governo. Per protestare contro “l’ingiustizia” delle casse comunali bloccate per debiti altrui: il post terremoto, l’emergenza rifiuti. Colpa soprattutto di un pignoramento di gennaio di 24 milioni di euro le cui ragioni risalgono al 1981. La Campania è devastata dal sisma, governi Forlani e Spadolini, il sindaco è Maurizio Valenzi che con la legge 219/81 è nominato “commissario straordinario del governo per l’attuazione del programma straordinario di edilizia residenziale e delle relative opere di urbanizzazione”. A luglio 1981 Valenzi affida al Consorzio ricostruzione 8 (Cr8) la realizzazione di 1084 case e di alcuni lavori pubblici, le opere non vengono pagate, si apre un contenzioso che circa 35 anni dopo è quantificato in 97 milioni di euro. La sentenza è esecutiva dal 2016 e da allora Cr8 ha iniziato ad aggredire le casse comunali. La questione diventa politica. Da Palazzo San Giacomo affermano, forti di una perizia, che il debito riguarderebbe in gran parte concessioni dello Stato firmate da un sindaco-commissario di governo e riconoscono come di propria competenza solo 20 milioni di euro. Lo Stato dovrebbe accollarsi le rimanenti pendenze. L’amministrazione De Magistris chiude con Cr8 un accordo: questi 20 milioni subito (liquidati nel 2017), e rinuncia del Consorzio ad ulteriori azioni fino al novembre 2017, “periodo ritenuto congruo per arrivare a un accordo con il Governo”, dice l’assessore al Bilancio Enrico Panini. Ma le manovre diplomatiche di De Magistris con il ministro Claudio De Vincenti e il sottosegretario Maria Elena Boschi hanno prodotto intese generiche prive di effetti. Che dovevano tramutarsi in fatti – secondo la giunta – nella legge di stabilità. Invece nulla. Ora il piatto delle casse comunali piange. “Fallita la via della trattativa istituzionale, non ci resta che la mobilitazione” spiega Panini, ricordando pure il debito del commissariato di governo emergenza rifiuti: “Altri 60 milioni che coi debiti Cr8 abbiamo dovuto riconoscere come ‘fuori bilancio’ e spalmare su tre anni”.

“Il blocco della cassa – chiosa De Magistris – è un’ingiustizia che non viene rimossa per volontà. Iniziamo una fase di lotta seria. Non è una dichiarazione di guerra al governo con cui prosegue il dialogo, ma c’è una precisa volontà di metterci il piombo sulle ali”. Motivo? “C’è una volontà forte del Paese, non solo politica e istituzionale, ma anche economica e finanziaria, a cui dà fastidio quest’amministrazione non omologata al sistema dei partiti”.

Angelucci assume Verdini: si occuperà dei suoi giornali

Non un anno ma una legislatura sabbatica. Denis Verdini, fuori dalle liste, tenuto a distanza da Matteo Renzi e dai renziani – nonostante a loro abbia fatto prima da Caronte nei Palazzi romani, insegnandogli la politica, poi da indispensabile stampella – e da Silvio Berlusconi – al quale ha regalato una seconda vita allestendo la sala di rianimazione che per l’ex Cavaliere è stata il Nazareno – torna al secondo amore della vita: i giornali. Il leader di Ala sarà nominato presidente del ramo editoria della finanziaria Tosinvest della famiglia Angelucci che detiene un gruppo di quotidiani: Libero, Il Tempo, il Corriere dell’Umbria, di Siena, di Arezzo, di Viterbo e di Rieti. Manca solo l’ufficialità del cda. Angelucci è un vecchio e fidato amico di Verdini. Quando iniziarono i guai per il Cfr, l’ex parlamentare del Pdl elargì un prestito di 5 milioni di euro per coprire un debito del senatore.

Quella per i giornali è una vecchia passione di Verdini che per 16 anni è stato alla guida del gruppo Ste (Società Toscana Edizioni) che pubblicava il Giornale di Toscana e poi il periodico Metropoli, prima di vederla fallire nel 2014 nel domino che ha travolto quello che era una sorta di impero. Tutto ruotava attorno alla banca di Credito Cooperativo Fiorentino (Ccf), di cui Verdini è stato presidente per due decenni. Tra Firenze e Roma l’ormai ex senatore si sta difendendo in sei processi. Due dei quali proprio per il giornale: uno per la bancarotta fraudolenta della Ste, un altro per truffa aggravata ai danni dello Stato per 20 milioni di euro di contributi all’editoria versati al Giornale della Toscana.

Gli incastri sono molti. Il processo sulla bancarotta della Ste è cominciato lo scorso gennaio, mentre quello sui contributi all’editoria è collegato ad altri due processi. Il primo è il procedimento sulla gestione del Credito Cooperativo Fiorentino: lo scorso 2 marzo Verdini è stato condannato in primo grado a nove anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Un secondo è quello della P3 con Flavio Carboni e altre persone che nel 2009 versano 800 mila euro alla Nuova Toscana Editrice per rilevare alcune quote dei giornali di Verdini. Ed è da qui che parte la prima tessera del domino che travolgerà l’impero verdiniano.

Gli inquirenti romani che indagano sulla P3 scoprono che alcuni assegni circolari di Carboni sono arrivati al Ccf. Siamo nel 2010. Banca d’Italia invia l’ispezione al Credito cooperativo che poi a luglio di quell’anno venne commissariata seppur nessuno dei clienti sia rimasto danneggiato. Ma l’istituto di credito, in quel 2010, sembrava essere la banca del riciclaggio. I pm di Roma trasferirono il fascicolo ai colleghi di Firenze per competenza. E la procura del capoluogo toscano dalle carte della banca ha poi spacchettato quelle relative alla gestione della società editrice. Prima sulla Ste, poi il Giornale di Toscana, infine sulle cooperative editoriali Metropolis Day, ritenendole unite e “un gruppo di fatto”. Quindi, secondo gli inquirenti, quei contributi non dovevano essere versati perché un editore non può riceverli per due testate diverse. Secondo i pm Verdini era il “dominus”. Sarà il processo di appello a stabilire ora come il senatore ha gestito le società editrici. Lui ha ora una seconda opportunità con il nuovo incarico alla guida dei giornali del gruppo Angelucci. Sulla carta la sua nomina è finalizzata rilanciare e dare nuova vita ai sette quotidiani.

Che quello di Verdini sia un vero e proprio amore per la carta stampata è stato certificato anche nell’aula di tribunale durante il processo. Il suo legale, Ester Molinaro, che assiste il senatore insieme all’avvocato Franco Coppi, ha rivelato come “in una telefonata (Verdini, ndr) mi fece una confessione: ‘Vede a me non piacciono né gioco né donne, mi piace la puzza del giornale e la sera non mi addormento senza leggere la Nazione’”.