Speriamo anzi siamo sicuri che la scelta del direttore del Roma Antonio Sasso di andare a presiedere l’“Associazione Amici di Emilio Fede” creata ieri a Napoli da un gruppo di personaggi di variopinta estrazione – tra cui l’ex presidente del Napoli Corrado Ferlaino – sia del tutto svincolata dal suo ruolo di consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Altrimenti non riusciremmo a comprendere, né tantomeno a giustificare, perché un componente dell’Odg (appartenente alla stessa componente del presidente Carlo Verna) si presti a celebrare il simbolo di un giornalismo militante, parziale e spesso offensivo della verità dei fatti. Ovvero il contrario del modello di giornalismo che l’Ordine dovrebbe difendere. Si legge nel comunicato che l’associazione intende valorizzare “l’esperienza del direttore del Tg4”. Ce la ricordiamo quell’esperienza: soprattutto quando Fede incitava Berlusconi a cacciare Montanelli dalla guida de Il Giornale, perché manteneva la schiena dritta e non la piegava a fare campagna per il Cavaliere. Tra i componenti del fan club del condannato in primo grado per i fotoricatti ai vertici Mediaset c’è pure il vicepresidente dell’Odg Campania Mimmo Falco. Anche lui a titolo personale, si spera.
“L’errore è stato trascurare i controlli”
“Cacceremo a calci chi ha fatto finta di versare e non ha versato”. In mattinata Massimo Bugani, consigliere comunale dei Cinque Stelle a Bologna ma soprattutto uno dei tre membri dell’associazione Rousseau assieme a Davide Casaleggio e all’europarlamentare David Borrelli, annuncia su Facebook la mannaia sui parlamentari colpevoli. Ma ha anche altro da dire.
Un brutto scandalo, non pensa?
Io dico che i partiti dovrebbe solo stare zitti. Non hanno mai restituito nulla, e adesso si ergono a giudici: fanno ridere.
Però sta cadendo un dogma del Movimento, quello delle restituzioni: era la differenza con gli altri partiti.
Tanti hanno restituito quanto previsto, e comunque stiamo facendo tutte le verifiche del caso. Ma ricordo che abbiamo rinunciato a 42 milioni di rimborsi elettorali e restituito oltre 23 milioni tra stipendi e rimborsi.
Quanti parlamentari sono coinvolti in questo caso?
A oggi non possiamo saperlo. Però mi lasci dire che anche certi media dovrebbero fare mea culpa.
E perché?
Anni fa, quando io in Emilia Romagna mi dedicai a controllare i rimborsi e le restituzioni di alcuni eletti locali venni descritto come il cattivo, l’epuratore. Erano i primi tempi del Movimento e ne passai di tutti i colori. E invece feci bene a non abbassare la guardia. I fatti hanno dimostrato che avevo pienamente ragione.
Ma la guardia l’ha abbassata innanzitutto il M5S, non crede?
Diciamo che certi controlli e comportamenti di chi valutava in alcuni casi sono stati trascurati nel corso di questi anni. Ed è stato un errore.
Ora cosa bisogna fare? Magari cambiare il sistema delle rendicontazioni?
No, dobbiamo solo controllare e a controllarci di continuo. Restituire parte dei soldi è un dovere per gli eletti del Movimento, e venire meno a questo impegno preso con i cittadini, anche solo per poche centinaia di euro, è inaccettabile.
La base è furibonda.
Ci sono tanti iscritti che ci hanno rimesso del loro in questi anni, non solo in termini economici. E li capisco perfettamente, visto che sono iscritto a un meet up dal 2005.
Ma perché i parlamentari si sono tenuti i soldi? Avidità o problemi personali?
Onestamente non lo so proprio. Però posso dirle che tutto questo mi amareggia molto.
Quanto vi costerà tutto questo nelle urne?
Noi sapremo reagire, come sempre. Cacceremo chi ha sbagliato, a differenza dei partiti che candidano i condannati. E ripartiremo.
M5S, voragine nei rimborsi: “Altri non hanno restituito”
Il buco si dilata, potrebbe superare il milione. E aumentano pure i colpevoli, sicuramente più di due. Con un senatore, Maurizio Buccarella, che ammette di aver commesso “una leggerezza” e si autosospende. Quello delle restituzioni mancate dei parlamentari del M5S non è più un caso, è una slavina. Tanto che i vertici hanno convocato per oggi a Roma tutti gli eletti, invitati a portare copia dei bonifici. Il segno della ferita, così profonda da togliere le parole al fondatore, Beppe Grillo, che su un palco a Torre del Greco riappare dopo mesi accanto a Luigi Di Maio. E non dice nulla sui rendiconti.
Parla d’altro, come a nascondere un tradimento che, ammettono, lo ha reso furibondo. “Non siamo tutti uguali” giura dal microfono. E basta. È lo scenario dentro il M5S, dove temono almeno una decina di casi. E cercano di limitare i danni con contro-verità. “Quanto hai restituito tu?” chiedono dai social i candidati grillini al rivale dem di turno, per rivendicare i milioni di euro che, al netto degli ammanchi, sono stati rimessi nelle casse dello Stato.
Poi però ci sono le cifre che sballano. Perché la differenza tra le restituzioni annunciate e i soldi effettivamente destinati dai parlamentari al fondo per le piccole e medie imprese del ministero per lo Sviluppo economico potrebbe superare il milione di euro. Già, perché assieme ai soldi dei parlamentari al Mise è confluito anche oltre mezzo milioni di euro dei consiglieri regionali (altri versano direttamente ai fondi locali) e 600mila euro degli europarlamentari. E poi ci sono i soldi restituiti da ex 5Stelle come il siciliano Riccardo Nuti, non più conteggiati. Insomma, una voragine. Anche se il M5S prova il contropiede: “Abbiamo calcolato male, l’importo delle restituzioni è più basso di quello di cui parla il sito, quindi il buco si riduce”. E ricordano che del portale si occupa un solo tecnico.
Ma la differenza è più larga, è evidente. Quindi “ci saranno altri casi oltre a quelli di Cecconi e Martelli” ammettono. Nel mirino finiscono i senatori salentini Barbara Lezzi e Buccarella, incalzati dalle Iene nel servizio di domenica, rispettivamente capolista e secondo nello stesso collegio (Puglia 02). Lezzi, una big, si difende su Facebook: “Andrò in banca per farmi rilasciare la documentazione che accerta che tutti i bonifici che ho effettuato in questi anni non sono stati revocati”. Ma ieri sera, on line, non c’era ancora nulla.
Sin dalla mattina invece si sussurra di ammissioni da parte di Buccarella. Che in serata fa sapere di aver restituito l’ammanco di oltre 12 mila euro e aggiunge via Facebook: “Ho appena inviato a Tirendiconto i bonifici degli ultimi tre mesi del 2017, finora pubblicati sul sito come mero ordine di disposizione”. Ammette di aver “fatto una leggerezza”: il 31 gennaio scorso ha “revocato” i bonifici di novembre e dicembre “perché credevo di poter chiudere quel conto corrente nei giorni immediatamente successivi”. Nell’attesa, Buccarella cancella gli impegni elettorali e si autosospende dal M5S. E poi accusa: “È chiaro che l’operazione de Le Iene arriva ad orologeria prima delle elezioni”.
Di Maio reagisce: “Manderemo via le mele marce”. E mentre Matteo Renzi affonda (“Mi ricorda Craxi con il mariuolo Mario Chiesa”), fioccano i sospetti su altri eletti.
Si sussurra di una deputata uscente capolista nel Nord e di un suo collega romagnolo. Il sito Supernova accusa il senatore Mario Giarrusso di aver taroccato un bonifico. Ma lui replica: “Una svista del funzionario della banca”. Al Fatto invece arrivano i bonifici della senatrice Enza Blundo: sul sito mancavano le ricevute dei pagamenti effettuati nel 2015, l’estratto conto della banca invece dimostra che è tutto regolare. Un ex M5S, Walter Rizzetto, commenta: “Non infierisco, li compatisco”. E ricorda che le restituzioni le ha trasformate in donazioni a onlus e malati di tumore. In serata alcuni parlamentari spingono per pubblicare tutti i loro bonifici. Ma dall’alto frenano. Devono prima controllare gli altri, “ed è complicatissimo”. Aspettano i conti dal Mef, ma nell’attesa oggi li chiederanno ai parlamentari. Perché prima non avevano mai verificato, e ora non si fidano più. Di nessuno.
L’ex dc Danesi in aula: “Conobbi Licio Gelli e raddoppiai i voti”
“Conobbi Licio Gelli e raddoppiai i voti”. A parlare in un’aula di tribunale è Emo Danesi, parlamentare della Dc dal 1976 al 1981 quando si dimise per lo scandalo Eni-Petronim, sentito come testimone nel processo “Breakfast” che vede imputato l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola con l’accusa di aver aiutato il latitante Amedeo Matacena, ex deputato di Forza Italia. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, la tessera P2 numero 1916 ha detto di aver contribuito “a nominare il presidente dell’Eni, Giorgio Mazzanti”, anche lui nella P2 con la tessera numero 454. “Se mi consente – dice – in quel periodo sarebbe stata la massoneria e la P2 ad avere bisogno di me e non io di loro”. Al pm, Danesi ha ricordato l’incontro che proprio Licio Gelli gli organizzò con “diversi rappresentanti delle istituzioni” per le elezioni del 1979: “Rispetto ai voti che avevo preso la prima volta, raddoppiai le preferenze”. Tuttavia, dopo 35 anni, nega di essere un piduista: “Non ce l’ho con la massoneria ma è come se mi chiedessero di diventare tifoso della Juventus. Mai. Non sono stato, non sono e non sarò mai massone”.
10 milioni di indecisi: ma su tasse e reddito non credono ai partiti
Stiamo facendo i conti senza l’oste. Tutti gli istituti demoscopici misurano in circa 30% l’elettorato indeciso, cioè quella fetta di popolazione che deciderà se e come votare solo negli ultimi 3-4 giorni di campagna elettorale. I sondaggi odierni analizzano le intenzioni di voto, però, solo della popolazione che ha già preso posizione, ma a questi manca ancora un esercito di circa 10 milioni di italiani che saranno decisivi se concentreranno le proprie preferenze a favore di un partito rispetto agli altri.
Pertanto i dati demoscopici che circoleranno fino a venerdì, quando la legge imporrà il black out sulla divulgazione dei sondaggi, saranno deficitari dell’influenza che potranno avere gli indecisi sull’esito finale delle elezioni del 4 marzo. Negli ultimi 3 eventi elettorali nazionali, infatti, gli incerti sono stati sempre determinanti: alle elezioni politiche del 2013 gran parte dei consensi “last minute” confluirono verso il M5S che aumentò di 5 punti solo negli ultimi 2-3 giorni antecedenti il voto; alle europee del 2014, invece, il maggiore beneficiario fu il Pd che incrementò di un ulteriore 5% nel corso dell’ultima settimana, al referendum del 2016, grazie agli indecisi i No svettarono anche allora di 5 punti alla vigilia elettorale. Si può comprendere, quindi, che il valore aggiunto che potrebbe derivare dalla decisione di quei 10 milioni di italiani, che a oggi sono ancora dubbiosi, potrà spostare fino al 5% di voto. Se questo aumento si concentrerà a favore del CD, la coalizione del trio Berlusconi-Salvini-Meloni potrebbe avere la maggioranza assoluta dei seggi nei due rami del Parlamento, se invece si focalizzerà sul M5S ci sarà un testa a testa con la coalizione del centrodestra in quasi tutti i collegi. Infine se ad avvantaggiarsene sarà il Pd, ecco che il partito di Renzi potrebbe superare il M5S. Per poter, dunque, stimare gli indecisi di oggi verso quale lista potrebbero sentirsi maggiormente attratti, si è analizzato il livello della credibilità di realizzazione delle proposte elettorali dei 3 maggiori partiti.
È il pacchetto di riforme del M5S che raccoglie il maggior indice medio pari al 19,3%, segue Forza Italia con il 17,1%, mentre il PD si ferma al 13,4%. Tra i progetti dei 5stelle, il 27% degli indecisi ritiene che si realizzerà la riduzione dell’orario di lavoro, il 26% pensa che si concretizzerà sia l’ipotesi che i sindacati avranno meno privilegi che la possibilità che i direttori degli Ospedali non saranno nominati dai Presidenti di Regione. Al quarto posto, il 25% stima che ci sarà l’accorpamento tra polizie municipali e provinciali. E’ anche da notare, però, che le proposte più forti da un punto di vista sociale come il salario garantito e la riduzione delle tasse ricevono un basso livello di credibilità, rispettivamente del 5 e 4%. Per quanto riguarda le promesse di Forza Italia, gli indecisi pensano che sarà realizzata l’eliminazione del bollo auto (27%), la cancellazione della tassa di successione (26%) e quella sulla prima casa per tutti (25%). La flat Tax si piazza al quinto posto con un indice del 22%.
Anche per gli azzurri le proposte riguardanti benefici economici diretti alla popolazione fanno registrare livelli di credibilità molto bassi: la pensione minima di 1.000 euro è ritenuta realizzabile solo dall’8% degli indecisi ed il reddito di dignità appena dal 5%. Il partito meno credibile sulle promesse è il Pd. Il 26% degli indecisi pensa che si realizzeranno le maggiori tutele per contratti di lavoro a tempo determinato, il 25% il bonus casa ai giovani ed il 24% il servizio civile obbligatorio. Anche per i dem le promesse in apparenza più vantaggiose per i cittadini fanno registrare il minor livello di credibilità, così che solo il 5% degli indecisi pensa che ci sarà il salario minimo garantito e addirittura il 2% che la disoccupazione scenderà al di sotto del 9%. Gli indecisi, quindi, sembrano essere scesi in campo ma non hanno ancora iniziato a giocare.
*direttore di Noto Sondaggi
Rieccolo: Berlusconi torna a promettere il Ponte sullo Stretto
Nella campagna elettorale delle promesse senza limiti non poteva mancare il Ponte di Messina, con Silvio Berlusconi che trova questa volta una sponda importante nel neogovernatore siciliano Nello Musumeci. Nonostante le centinaia di milioni di euro già spese in progettazioni e poi rimesse nel cassetto, i tecnici tornano a inseguire la lepre. “Da solo il ponte sarebbe come la cattedrale nel deserto”, dice alla AdnKronos Vincenzo Di Dio, presidente dell’Ordine degli ingegneri della Provincia di Palermo, perché “avrebbe poco senso l’attraversamento rapido dello Stretto se le merci continuassero a viaggiare su autostrade come la Palermo-Catania, la Catania-Messina o la Palermo-Messina nello stato in cui oggi si trovano.” Una tesi che non convince Giuseppe Muscolino, professore ordinario di Scienza delle costruzioni all’Università di Messina, che ha fatto parte anche del comitato scientifico della società Stretto di Messina. “Senza il ponte le infrastrutture non le avremo mai – spiega Muscolino – questa è una certezza, lo abbiamo visto in tutti questi anni”, quelli che ci dividono dal 2011, quando l’opera sembrava a un passo dalla posa della prima pietra.
Dietrofront Meloni: “Non ho mai chiesto dimissioni direttore”
“Il museo Egizio è di tutti e non ha segni politici, spero che Giorgia Meloni accolga il mio invito e lo visiti”. Così il direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco, si è rivolto alla leader di Fratelli d’Italia che ne aveva chiesto le dimissioni per aver previsto sconti ai visitatori di lingua araba. “Continueremo con le nostre iniziative, non vogliamo costruire barriere ma creare ponti”, ha detto ancora il direttore durante un flash mob di solidarietà organizzato davanti all’ingresso da LeU. Fra i presenti le assessore alla Cultura del Comune, Francesca Leon (M5S) e della Regione Piemonte, Antonella Parigi (Pd). Da Meloni arriva un dietrofront. “Non ho mai detto che vorrei rimuoverlo né tantomeno, come ho trovato scritto sui giornali, l’ho minacciato, noi non contestiamo lo sconto, ma lo sconto su base etnica”, ha precisato Meloni. Anche il Cda del museo, con la presidente Evelina Christillin rinnova il pieno sostegno a Greco. “È un onore e un piacere condividere lo sviluppo che il museo conosce dal giorno del suo arrivo, il concorso internazionale con cui è stato scelto, con professionalità e trasparenza, testimonia come in Italia il merito possa ancora venire premiato, e i risultati lo dimostrano con chiarezza”.
Pamela, omicidio volontario: indagato un quarto nigeriano
Un quarto nigeriano – interrogato venerdì scorso come persona informata sui fatti – è stato iscritto nel registro degli indagati. L’inchiesta sul caso della morte e sullo smembramento del corpo di Pamela Mastropietro, la ragazza romana fuggita da una comunità di recupero di Corridonia il 28 gennaio scorso, è tutt’altro che chiusa. “Sono certo di poter far uscire il mio assistito da questa inchiesta – racconta il legale del quarto nigeriano indagato, l’avvocato Paolo Cognini –. Prima dovremo passare attraverso una serie di analisi tecniche. Il mio cliente si sottoporrà ad accertamenti palmari per stabilire la sua eventuale presenza in quella casa; la seconda parte dell’indagine su di lui riguarda l’analisi del cellulare per stabilire la eventuale compatibilità della sua presenza in via Spalato. Lui si dichiara estraneo ai fatti”.
È probabile, qualora venga confermato il suo coinvolgimento, che al sospettato numero quattro possano essere contestati gli stessi reati degli altri tre nigeriani, tutti rinchiusi in isolamento nel carcere di Montacuto, ad Ancona: omicidio, vilipendio, soppressione, distruzione e occultamento di cadavere sono i reati contestati a Innocent Oseghale, 29 anni, Desmond Lucky, 22 anni, e Lucky Awelima, 27. Intanto ieri c’è stato un nuovo sopralluogo dei carabinieri del Ris nell’appartamento in via Spalato: sono stati eseguiti prelievi di impronte e tracce biologiche in vari punti dell’abitazione.
L’esistenza Macerata
Schiavitù o schiavoio? Siamo tutti schiavi. Della violenza urlata verbale e financo labiale, mimica, muta, accennata. La violenza di chi spara a un colore, in persona, a chi s’impersona giustiziere di chissà cosa, la violenza di chi uccide donne e le fa a pezzi, di chi imita, emula, umilia per ordine costituito.
È la stessa violenza, compresa di un’infinita (in)differenza, ma è la stessa violenza, connivente e al pari colpevole. Che uccide sia chi si indigna sia chi non lo fa, per vigliaccheria, accidia, piccolezza congenita, sottovalutazione o per paura. Chi è il morto chi è il vivo. Solo chi resta in vita è vivo? O, anche se salvi per il momento, siamo comunque finiti? Siamo finiti a voler e dover marciare (guai a non farlo, io ci sarò sempre, fascismo e xenofobia non devono passare!) e protestare per poter riamare, per non dover razziare, per non dover più piangerci, per non voler ucciderci a vita. Che “razza” di uomini siamo? A colori, ancora? Mera razza o pura? A dolori? A fazioni, a partiti? Chi paga questo disprezzo altissimo, quali fondi usiamo e tocchiamo? La vendetta non è la risposta: quale è la domanda? Quale è l’offerta, sul piatto, insieme alle teste? Che giustizia chiediamo? Umana, divina? Che perdono vogliamo? Che scusa cerchiamo e non porgiamo? La paura di una qualsiasi pace sembra offenda la rabbia, il terrore del bene pare umigli la rivolta auspicata. Nulla ci ferma, ci prega, ci desidera? E il nulla è qui, arrivato puntuale, preciso. Identico a sempre, da anni immutato e in salute perfetta. Mi chiedo: non dobbiamo fare nulla? Ci penserà la politica col v(u)oto dell “urna”, destinata a raccogliere le ceneri dell’umano, defunto polverizzato? Lì ci sono i resti: di secoli di razzismi, di ere di stragi, genocidi e abusi. Resti tutto come prima? Può questo punto interrogativo seppellire l’anima che urla, unica essenza in questo momento a poter viverci ancora?
Tiriamola fuori allora quest’anima, usiamola senza vergogna, abbiamo solo lei: quello che si tocca con mano ce l’ha già insanguinata. Non resta che usare quel che non sembra ma c’è, quel che non si vede ma è il solo ad esistere. Vogliamo le prove dell’esistenza dell’anima? La vendono tutti continuamente. Allora basterá sentire il suo grido, tenerla e usarla.
Fascisti mascherati da “antifa”
Mino Maccari diceva nel dopoguerra: “I fascisti si dividono in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”. Nelle manifestazioni antifasciste e antirazziste di sabato, a Macerata e in molte altre città italiane, di fascisti ‘propriamente detti’ se ne sono visti pochi, in compenso si sono visti molti fascisti mascherati da antifascisti.
Non mi riferisco a quegli sparuti gruppetti che hanno inneggiato alle Foibe, ma all’intolleranza di chi marciava contro i ‘fascisti propriamente detti’ e il fascismo in quanto tale. Quante volte bisognerà ripetere che l’antifascismo non è un fascismo di segno contrario, ma il contrario del fascismo. E che quindi una democrazia liberale, sottolineo: liberale, deve accettare il diritto a esistere anche delle idee che le sono più avverse, purché, naturalmente, non cerchino di farsi valere con la violenza. Altrimenti si trasforma in una sorta di teocrazia laica, di khomeinismo in salsa democratica, dove si possono esprimere tutte le idee tranne quelle antidemocratiche. Una ‘fattoria degli animali’ di orwelliana memoria dove, sia pur a caleidoscopio rovesciato, tutti gli animali sono uguali ma ce ne sono alcuni meno uguali degli altri. Quando Silvio Berlusconi riportò all’onor del mondo l’anticomunismo militante e gli italiani, che erano stati, almeno per la metà, comunisti finché era esistita l’Unione Sovietica, divennero tutti, o quasi, anticomunisti, Indro Montanelli, che era stato subito bollato da ‘comunista’, nonostante una vita spesa come liberale e conservatore, perché si era rifiutato di dirigere un giornale il cui proprietario era diventato un uomo politico di destra, disse: “Mi sarebbe piaciuto vedere tanti anticomunisti quando il comunismo c’era davvero”.
Piacerebbe anche a noi che al posto degli antifascisti di comodo di oggi ce ne fossero stati altrettanti quando c’era il Regime. Ma non fu così. Gli ‘anni del consenso’ non sono un’invenzione di De Felice.
Per una volta siamo d’accordo con Matteo Renzi quando ha affermato: “Io sono per la severità della legge, la certezza della pena, ma mi rifiuto di fare dell’episodio di Macerata una polemica politica ed elettorale”.
Gli italiani ricadono periodicamente, ma si potrebbe anche dire che vi sono perennemente immersi, in polemiche catacombali. Perché, a differenza di Germania e Giappone, non hanno fatto i conti con se stessi e la loro Storia. In virtù del Mito della Resistenza, che riguardò solo poche decine di migliaia di uomini e di donne coraggiosi, peraltro entrati in azione quando la sconfitta del nazifascismo era ormai certa, si sono autoconvinti di aver vinto una guerra che avevano invece perso e nel modo più ignominioso. Si sono autoconvinti di essersi rivendicati in libertà con le proprie mani, mentre furono gli americani, gli inglesi, i canadesi, i razzisti sudafricani, i marocchini a regalarci questa libertà, non senza farcela pagare un prezzo assai pesante.
Il Fascismo non è stata una “parentesi” della nostra Storia, come ebbe sciaguratamente a dichiarare Benedetto Croce (che peraltro poté viverla in tal modo perché il Regime lo tenne in una ovattata situazione di riguardo) di questa Storia, nel male e nel bene, fa parte a pieno titolo e sta nel nostro Dna. Certamente quindi, se conserviamo questa mentalità, il fascismo potrebbe ritornare, anche se non nelle forme storiche che abbiamo conosciuto e che sono state inutilmente contestate nelle manifestazioni di sabato.