Minniti rimuove il questore dopo il balletto sul corteo

Cade una testa dopo i dieci giorni di fuoco che hanno scaraventato Macerata al centro dell’attenzione del Paese e anche all’estero dopo il probabile omicidio e il feroce vilipendio del cadavere della 19enne Pamela Mastropietro e l’incredibile tiro al bersaglio del fascioleghista Luca Traini che ha ferito sei stranieri e colpito sedi della sinistra. Il capo della polizia Franco Gabrielli, d’intesa con il ministro dell’Interno Marco Minniti, ha rimosso il questore Vincenzo Vuono e l’ha sostituito con Antonio Pignataro. A Macerata non se l’aspettava nessuno, tanto più che il questore era arrivato solo nel novembre scorso. Serve “un cambio di passo”, dicono al Viminale

Nessuna contestazione formale ma non è piaciuta al ministero dell’Interno la gestione dell’emergenza di ordine pubblico. E come a Torino, dopo la drammatica serata del maxi-schermo per la finale di Champions League Juve-Real Madrid con oltre 1.500 feriti e la morte di una donna nella calca di piazza San Carlo, paga il questore. A Macerata è andata peggio. Luca Traini due sabati fa ha potuto sparare per un’ora, tra le 11 e mezzogiorno, muovendosi in auto tra il centro e la periferia di una piccola città senza che nessuno lo fermasse. Ha sparato contro gli stranieri e contro un circolo del Pd e locali frequentati da attivisti della sinistra antagonista. Solo per fortuna o per sbaglio non ha ucciso nessuno e si è poi pacificamente e platealmente consegnato ai carabinieri, col tricolore sulle spalle, sulla scalinata del monumento ai caduti. Era stato il sindaco di Macerata a invitare la cittadinanza a stare in casa e a ritardare l’uscita di bambini e ragazzi dalle scuole. Dal questore si aspettavano una gestione più attiva. E poi è finita col balletto sulle manifestazioni da vietare oppure no.

Peraltro Traini, candidato della Lega Nord nella primavera 2017 alle Comunali di Corridonia (Macerata), a quanto pare non era mai entrato nei radar di polizia e carabinieri nonostante avesse un porto d’armi per uso sportivo, fosse stato allontanato da una palestra e da un’agenzia di sicurezza e ostentasse sulla fronte un tatuaggio con il dente di lupo che fu simbolo di Terza posizione e in precedenza di alcune divisioni delle Ss naziste e della Gioventù hitleriana. Al Viminale non è piaciuta la gestione della manifestazione di Forza nuova, vietata solo all’ultimo momento. E ancora meno la preparazione della manifestazione antifascista che poi si è svolta sabato senza incidenti creando più di un problema al Pd che aveva scelto di non partecipare. Già venerdì scorso, infatti, il capo della polizia aveva mandato a Macerata il direttore dell’ordine pubblico, Massimiliano Zanni, per trattare con i promotori e partecipare all’elaborazione del dispositivo di sicurezza. Poi ha spedito due funzionari da Roma per gestire la piazza. Altri limiti a Macerata sono emersi nel controllo del territorio: con il ritrovamento del cadavere di Pamela si sono accesi i riflettori sul mondo degli spacciatori, nigeriani e non solo, che agiscono a cielo aperto in alcune zone di Macerata, addirittura con un servizio “dedicato” di taxi abusivi guidati da altri africani. Eppure in Questura nessuno si aspettava la rimozione di Vuono, anche perché “qualche risultato contro lo spaccio l’aveva ottenuto, era qui da poco”. Anche il sindaco Romano Carancini è “sorpreso” e “dispiaciuto”. “Con lui – ha detto a chi gli ha parlato – avevamo lavorato bene”. Era stato Carancini a fare l’appello per evitare la manifestazione antifascista.

Calabrese di San Donato di Ninea (Cosenza), 58 anni, Vuono era stato questore di Isernia e prima ha diretto il Reparto Mobile (ex Celere) di Reggio Calabria, diversi commissariati di Roma, ha lavorato alle scorte e all’Ispettorato vaticano. Ora torna a Roma, al Dipartimento, con un incarico di analisi e studio. Lo sostituisce a Macerata un collega, Antonio Pignataro, che fino a ieri dirigeva uno dei servizi centrali Antidroga, a lungo a capo del commissariato Viminale nella zona attraversata da gran parte dei cortei a Roma.

Gabrielli non è tenero, specie con i dirigenti. Lo scorso agosto aveva trasferito in un ufficio del Dipartimento il dirigente del primo commissariato della Capitale per il comportamento e le frasi aggressive (finite su repubblica.it) pronunciate subito dopo il discusso sgombero di un grande stabile occupato da immigrati in via Curtatone, a due passi dalla stazione Termini

Renzi, trasferta di governo per dimenticare Macerata

Tra giovedì e venerdì, mentre diventava chiaro che la manifestazione antifascista e antirazzista a Macerata si sarebbe fatta nonostante la richiesta del sindaco Romano Carancini di annullarla, Matteo Renzi ha cominciato a pensare a un’iniziativa alternativa, che bilanciasse la scelta del Pd di non andare in piazza dopo la sparatoria di Luca Traini. Qualcosa che rimarcasse la natura antifascista del Pd, ma evitasse di farlo percepire come un partito troppo vicino ai migranti. E l’ha individuata in quella lanciata per giovedì a Sant’Anna di Stazzema. Luogo simbolico: il 12 agosto del 1944 reparti di élite delle Ss, accompagnati da collaborazionisti italiani, massacrarono 560 civili. “Siamo qui a ribadire che siamo orgogliosamente antifascisti. Il Pd giovedì alle 10 tutto insieme sarà a Stazzema per aderire all’anagrafe antifascista”, ha detto ieri il segretario dem, durante l’iniziativa organizzata al teatro Niccolini a Firenze con Marco Minniti. Al sacrario di Sant’Anna di Stazzema con Renzi ci saranno Andrea Orlando, Roberta Pinotti, Maurizio Martina, Sandro Gozi, Marianna Madia, Matteo Orfini, Valeria Fedeli. Mancherà Paolo Gentiloni ed è fuori dai radar Graziano Delrio, che da quest’estate sull’immigrazione cerca di portare avanti una linea meno dura di quella di Minniti. Con il quale Renzi ieri si è fatto vedere a braccetto a Firenze, prima al Teatro Niccolini e poi a pranzo nel circolo storico Vie Nuove.

Dal primo momento, sulla questione Macerata, il segretario è stato poco incisivo e poco deciso. Certo, la condanna del fatto c’è stata, ma invitando a tenere i toni bassi, il tentativo è stato quello di non far diventare l’immigrazione il cuore della campagna elettorale. Troppa la paura di perdere voti rispetto alle sparate di Berlusconi (“espelleremo 600 mila irregolari”, ha detto il leader di FI), che un partito di centrosinistra evidentemente non può cavalcare. Il Pd si è ben guardato da andare in piazza sabato, ma giovedì si recherà in blocco a Sant’Anna di Stazzema. E ha aderito alla manifestazione del 24 a Roma promossa da Anpi e Cgil.

Renzi punta su Minniti: l’uomo della sicurezza, quello che ha ridotto gli sbarchi dalla Libia. Nelle ultime settimane i rapporti tra i due sono stati tesissimi. Il segretario dem ha sofferto la crescente popolarità del ministro. E Minniti era furibondo. Perché Renzi non solo lo ha costretto a correre nel collegio uninominale di Pesaro (oltreché in un listino proporzionale), ma ha fatto fuori dalle liste sia Nicola Latorre, presidente della Commissione Difesa del Senato, sia Andrea Manciulli, presidente commissione Esteri alla Camera, entrambi a lui vicinissimi. Ma mancano 19 giorni alle elezioni, il Pd non va oltre il 22-23% nei sondaggi e dunque ogni contromisura è necessaria. “Sulla sicurezza il Pd non prende lezioni da nessuno”, ha detto ieri Renzi.

“Chi durante le manifestazioni picchia un carabiniere non è un antifascista, è un criminale. La nostra solidarietà va alle forze dell’ordine”, ha detto, riferendosi al corteo anti Casapound di Piacenza, durante il quale è stato picchiato un militare. E Minniti: “Una grande democrazia non cavalca le emozioni, cerca di capire quel che è avvenuto. Perché quando si cavalcano le emozioni si va oltre la democrazia”. Poi ha detto anche: “Ho cambiato dall’interno tanti partiti, ma non ho mai cambiato partito”. Avvertimenti per il dopo.

Sull’oggi, i due provano a far passare lo stesso messaggio. “Ci sono tre poli. C’è un polo che è un ritorno indietro: abbiamo dubbi perché li abbiamo già sperimentati. Errare humanum est. Un altro polo è un passo verso l’ignoto: sappiamo che esistono, non sappiamo chi sono e cosa vogliono fare, dice Minniti. E Renzi più tardi a Otto e mezzo rincara: “Berlusconi sta inseguendo Salvini e sta sbagliando perché gli italiani non vogliono gli estremisti”. Il segretario del Pd usa il titolare del Viminale anche in chiave anti Bonino: “Non condivido la linea di Emma Bonino sulla sicurezza e l’immigrazione. La linea Minniti è la più solida e seria”, chiarisce. Nella sua coalizione, le posizioni non sono proprio le stesse. E poi Renzi comincia a sperare che +Europa non superi il 3%: dei loro voti preferisce disporre in proprio.

Il vizio della memoria

Aveva ragione Gherardo Colombo: la memoria è un vizio. Perché, al contrario del potere secondo Andreotti, logora chi ce l’ha. Chi non ce l’ha vive felice e sereno. Può ricadere continuamente negli stessi errori ed, essendosi dimenticato i precedenti, non farsi schifo neppure un po’. Me ne sto rendendo conto mentre termino in tutta fretta un libro che uscirà fra una decina di giorni: un promemoria sintetico ma completo del berlusconismo dimenticato, anzi rimosso. Nessuno dice qual è il vero scandalo di questa campagna elettorale. Non che i partiti facciano promesse irrealizzabili (l’hanno sempre fatto). Ma che i poteri marci e gattopardeschi si aggrappino per l’ennesima volta (la settima in 24 anni) a un vecchio malvissuto, pregiudicato e pluriprescritto, definito da una sentenza definitiva “delinquente naturale”, che dal 1994 ha devastato l’Italia governandola per 9 anni da solo e per altri 3 in condominio col centrosinistra, con l’unico obiettivo – peraltro centrato – di non finire in galera, salvare le sue aziende dalla bancarotta e guadagnare sempre più soldi a spese nostre. Tutto dimenticato, un po’ per la congenita smemoratezza dei milioni di italiani, un po’ perché chi dovrebbe rinfrescarci la memoria parla d’altro e gli regge il sacco.

L’altra sera, a Che tempo che fa, Alessandro Di Battista ha fatto sbiancare Fabio Fazio ricordando ciò che alla Rai (e ovviamente su Mediaset) è severamente vietato rammentare: “Siamo un Paese abbastanza ipocrita. Se io dicessi: ‘Cazzo, Berlusconi ha pagato Cosa Nostra’, c’è qualcuno che si potrebbe addirittura scandalizzare per il ‘cazzo’”. Fazio, ritrovata per una volta la verve del virile contraddittore, l’ha interrotto: “Intanto lui l’ha querelata”. E Di Battista: “E vabbè, querelerà la Cassazione, che ha scritto che lui pagava Cosa Nostra e che Dell’Utri fece da intermediario tra lui e Cosa Nostra. Non lo dico io, ma una sentenza definitiva”. Poi, provvidenziale, è arrivata la pubblicità. Dieci giorni fa l’Espresso è uscito in copertina con uno scoop di Lirio Abbate sui diari segreti di Yasser Arafat. Il quale racconta che nel 1998 Berlusconi volle incontrarlo per chiedergli una cortesia: dichiarare che un bonifico del 1991 dalla sua All Iberian a uno dei tre conti svizzeri a Bettino Craxi era, in realtà, un contributo non al segretario Psi che aveva appena imposto la legge Mammì, ma all’Olp per la causa palestinese. Arafat dichiarò il falso a un giornale israeliano, anche se non aveva mai visto un euro dalla Fininvest, e in cambio gli arrivò un bonifico estero su estero. Avete sentito questa notizia ripresa da tg e talk show? Mai.

Chi ha memoria sa che negli stessi mesi il Caimano era impegnatissimo a comprarsi anche un’altra falsa testimonianza, per salvarsi da due processi: oltre a quello sulle tangenti da 23 miliardi di lire a Craxi, quello sulle quattro mazzette pagate fra il 1989 e il ’94 dai suoi manager alla Guardia di Finanza per ammorbidire quattro verifiche fiscali a Videotime, Mediolanum, Mondadori e Telepiù. Il testimone era David Mills, l’avvocato inglese che negli anni 80 aveva creato il comparto B della Fininvest, con 64 società (da All Iberian in giù) nei paradisi fiscali, sconosciute ai bilanci consolidati. Se Mills avesse detto ai giudici tutto ciò che sapeva, a B. la condanna come mandante delle mazzette ai finanzieri non l’avrebbe levata nessuno. Invece fu corrotto con 600 mila dollari e disse poco o nulla. Poi scrisse al suo commercialista Bob Drennan per confessare la mazzetta e spiegare di avere “risparmiato a Mr.B un mare di guai”. Risultato: condannato in primo grado per tutte e quattro le tangenti alle Fiamme Gialle, il Caimano si vide assolvere in appello per insufficienza di prove sull’ultima, la più recente, quella del ’94 per Telepiù: così le altre tre caddero in prescrizione. La Cassazione fece di più, assolvendolo per insufficienza di prove su tutto il fronte. Cosa che difficilmente avrebbe fatto, se Mills avesse detto la verità: in quel caso, B. sarebbe stato con ogni probabilità condannato in via definitiva, risultando pregiudicato fin dal 2000 (non solo dal 2014).

E tutte le sentenze successive avrebbero dovuto tener conto del suo status: niente attenuanti generiche (ben otto), niente prescrizione dimezzata, ma condanne à gogo. Insomma, sarebbe finito in galera senza uscirne più. Non solo: Mills sapeva bene che i fondi esteri erano serviti alla Fininvest per pagare le quote di Telepiù 1, 2 e 3 che B. aveva finto di cedere ad altri soci, ma che in realtà aveva continuato a possedere finanziando vari prestanome per simularne l’acquisto e così aggirare la Mammì, che gli consentiva di detenere solo il 10% della pay tv. Pena la perdita delle concessioni alle tv in chiaro. Se insomma fosse emerso perché la Fininvest corruppe i finanzieri affinché chiudessero un occhio sul vero proprietario di Telepiù, subito Canale5, Rete4 e Italia1 sarebbero state spente. E B. sarebbe stato rovinato. Invece, complice il centrosinistra, poté quotare Mediaset in Borsa nel ’96, scaricando sul mercato le sue montagne di debiti e salvando la baracca.

È per quella raffica di tangenti e per il suo monopolio mediatico in grado di ricattare e condizionare tutto e tutti, non certo per la sua abilità politica, che nel 2018 l’ottantunenne “delinquente naturale” è ancora sulla breccia e si appresta, se non a vincere le elezioni, a dare le carte pure del prossimo governo. Il fatto che nessuno, nel Pd e nella sinistra “radicale”, pronunci mai una parola su questi 24 anni di vergogne, la dice lunga sul livello di compromissione dei presunti avversari del Caimano. Se è vero che torna protagonista, costoro non hanno alcun diritto di lamentarsene. Noi sì. Con lui e soprattutto con loro.

Il Gengiva e i problemi nel mondo

“Apro il giornale e leggo che di giusti al mondo non ce n’è. Come mai? Il mondo è così brutto, si, siamo stati noi a rovinare questo capolavoro sospeso nel cielo…”. Papà canta stonato tutte le mattine questa canzone di Celentano mentre legge il suo Corrierone della Sera.

Devo iniziare a leggere anche io, l’informazione è cultura. “Esplode lo scandalo delle scommesse nel mondo del calcio”, che noia il calcio. “Fidel Castro permette ai cubani di abbandonare l’isola, solo il primo giorno si contano 125 mila esuli…”: forse lui si aspettava qualcosina meno, povero Fidel! “Il leader nazionalista Robert Mugabe, conquista una travolgente vittoria elettorale e diventa il primo ministro nero dello Zimbabwe…”: sono contenta per lui, ma chi se ne frega. “Margaret Thatcher contestata dai minatori del Galles, le lanciano contro ortaggi, banane e barbabietole…”, mi spiace per Margaret. In fondo ha risparmiato sulla spesa.

Passiamo allo sport. Durante l’incontro di rugby tra il Roccasecca e il Grottaferrata, un giovane giocatore Gino Balì ha riportato la frattura della mandibola con conseguente perdita di 8 denti…”. Gino Balì lo conosco, è il Gengiva. Era a scuola mia. Mordeva il freno, ma ora? Sarà sdentato per un po’. Certo tra i denti del Gengiva e i problemi nel mondo ce ne passa. Quella del Gengiva è una notizietta da paese e poi chi lo conosce. Non saprò mai abbastanza del mondo, la cultura non fa per me. Il Gengiva non è né bello né intelligente, adesso sdentato sarà anche peggio, però mi è simpatico. La Thatcher molto meno anche se è piena di denti!

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Pesci: è stupido, non romantico Leone, tieni per te i pensieri pericolosi

ARIETE – Preparati a ricevere Il morso della reclusa, una ragnetta velenosissima. Per Fred Vargas (Einaudi), non esiste antidoto; puoi solo sceglierti un buon alleato, amico e confidente, tipo Adamsberg, “un sognatore, un visionario ostinato… che vede nella nebbia”.

TORO – “M. C. è il paziente numero uno dell’indagine epidemiologica sulla malattia sociale” della Nostra incantevole Italia Anni 90: Pino Corrias (Chiarelettere) sta parlando di Tangentopoli, ma pure di un tuo delicato problema legale. Fidati della magistratura.

GEMELLI – Ti rimprovera Brigitte Glaser (emons), e il tuo partner con lei: “Sono pronto a collaborare solo se non ti metti a fare di nuovo la kamikaze”. In amore dovrai ingoiare ancora un bel po’ di Miele amaro, ma non è il caso che tu ti faccia saltare per aria.

CANCRO – Pensando a Orfeo, Jean Cocteau appuntò: “Il poeta è un essere indispensabile, non so a cosa”. Pascal Schembri (Odoya), che cura la biografia dello scrittore, ti sollecita a ricucire con un’anima poetica, che stai trascurando perché pensi che sia inutile: errore!

LEONE – “Nessuno ama avvicinarsi troppo a chi, a un certo punto e senza motivo, legge dentro di te”: perciò evita i ficcanaso, i sensitivi, gli psicologi, Mariagiovanna Luini e qualsiasi Grande lucernario (Mondadori) che possa far luce sui tuoi pensieri pericolosi. Tienili per te.

VERGINE – Capodanno è lontano, però tu non ti sei ancora sbarazzato di passati fardelli. Se vuoi essere tra I prescelti (Marsilio), Steve Sem-Sandberg ti invita a farlo ora: “Ciò che è vecchio deve cadere perché possiamo distinguere la vita alla quale siamo veramente destinati”.

BILANCIA – Ti sembra di sentirti In, invece sei Out perché l’euforia di un amore clandestino passerà in fretta, come agli amanti di Natsuo Kirino (Neri Pozza), simili alle “piante le cui radici si sviluppano al di fuori del terreno”. Ma non reggono.

SCORPIONE – “Una parte di me diceva che dovevo rimanere, dargli una mano, ma una parte più grande voleva filare via”: dai retta a questa seconda parte e a C.J. Tudor. Sei ancora in tempo per scappare dall’Uomo di gesso (Rizzoli), alias il collega che sta approfittando di te.

SAGITTARIO – Ascolta Alberto Mattioli (Garzanti): alla tua relazione occorrono Meno grigi più Verdi, Giuseppe Verdi, colui che “parteggiava per i cospiratori, i banditi, i rivoluzionari, i ribelli antisistema”. O ci metti un po’ di brio e trasgressione o l’amore avvizzirà.

CAPRICORNO – Quello che i ragazzi non dicono non lo dicono nemmeno le ragazze, figuriamoci la tua: compagna, sorella o figlia che sia. Nan Coosemans (Sperling&Kupfer), però, ti avverte che lei ora ha bisogno di aiuto perché si sente “assente, lì davanti a loro come fosse trasparente”.

ACQUARIO – Dice un guru a Tomino la dannata di Suehiro Maruo (Coconino): “C’è un incendio perché il tuo cuore è freddo”. Pure il tuo! Eppure fino a qualche giorno fa ti vantavi di essere innamorato perso. O ti rimangi la parola o fai qualcosa di serio per far funzionare il rapporto.

PESCI – No, non è Tutta colpa di Mr Darcy (Piemme): è proprio colpa tua se l’innamorato è in fuga verso i Tropici. Smetti di fare come Shannon Hale e la sua eroina, che rimane sempre “immobile, pensando che sia romantico svenire”. È stupido, non romantico.

Facce di casta

 

Bocciati

Xenofobia responsabile Dopo l’episodio di Macerata, Silvio Berlusconi alza la posta e punta a chi la spara più grossa: “Oggi abbiamo almeno 630.000 immigrati, di cui solo 30.000 hanno il diritto di restare perché rifugiati. Altri 600 mila sono una bomba sociale pronta a esplodere, perché pronti a compiere reati”. Obiettivo? Superare a destra Matteo Salvini per batterlo nelle percentuali di coalizione e prepararsi a un bel governo di larghe intese come piace a lui. Insomma, un Nazareno bis val bene un po’ di razzismo
voto 4

 

San Matteo Pietro Come se non bastasse la sua convinzione di essere in grado di mettersi alla guida del Paese, Matteo Salvini deve anche essersi convinto di essere diventato un santo. L’ultima trovata del segretario della Lega infatti è quella di indire un concorso tra coloro che stazionano vita natural durante sulla pagina del sito salvinipremier.it e che a tempo di record mettono “Mi piace” ogni volta che il prolifico segretario partorisce qualche osservazione con cui integrare i dieci Comandamenti (sul genere ‘Non uccidere, a meno che non ti entrino in casa’). I fortunati vincitori, udite udite, avranno la possibilità d’incontrarlo in carne ed ossa e trascorrere con la sua divina presenza addirittura una manciata di minuti. “Attenti bene, se sarai uno dei 4 vincitori della classifica settimanale da qui al 4 marzo… ci incontriamo! Verrò a bere un caffè con te, di persona, per un saluto e un video, che pubblicheremo su Facebook, Twitter, Instagram e YouTube!”. Se tanto ci dà tanto, il prossimo passo sarà la messa all’asta di una delle felpe che ha indossato durante la campagna elettorale: trattasi di Sacra Sindone Felpata.
voto 2

 

Interni spogli “Lei signor Sindaco, ha preferito pronunciare questo appello: “È il tempo della comunità, della nostra comunità. Si fermino tutte le manifestazioni. Signor Sindaco lei vuol forse farci intendere: che la sua comunità è più importante della Costituzione, dei suoi principi antifascisti e antirazzisti? Signor Sindaco , insieme al Ministro degli Interni, lei sta impedendo nella sua città il libero manifestarsi delle idee antifasciste, riconosciute dalla nostra Costituzione. Signor Sindaco lei dovrebbe aver paura di quel silenzio che ha chiesto, non della voce degli antifascisti”: questa è la lettera del comitato ‘Madri per Roma città aperta’. L’appello di queste donne, rivolto al sindaco di Macerata che aveva chiesto di non manifestare per non turbare una comunità ferita, unito ad un coro di voci che vanno dall’Anpi a parte di Leu, ha sortito il suo effetto e ha costretto Minniti a fare retromarcia ad un divieto politicamente pesantissimo. Colpisce comunque l’atteggiamento del ministro dell’Interno, il quale prima di vedersi costretto a dare l’autorizzazione in seguito al diluvio di polemiche scatenate, aveva addirittura calcato la mano con tono minaccioso, comunicando che a chi violasse il divieto ‘ci penserà il Viminale a vietarle’. Nel suo pragmatismo Minniti continua a mostrarsi politicamente asettico: efficienza ed ordine pubblico in quantità, ma di idee e visioni del mondo neanche l’ombra.
voto 5

La settimana Incom

 

Bocciati

Giorgia Meloni for president #1 Epico confronto venerdì sera a Torino di fronte al Museo Egizio. Giorgia Meloni, in piena trance da campagna elettorale, ha guidato le sue truppe contro una delle più importanti istituzioni culturali italiane rea di aver promosso (per il secondo anno consecutivo) la campagna “Fortunato chi parla arabo”, uno sconto paghi uno e prendi due (con tanto di manifesti promozionali con signora velata) che fino al 31 marzo l’istituto riserva ai parlanti arabo. Una normalissima operazione di “audience development” al pari di moltissime altre. Invano il direttore dell’Egizio Christian Greco ha tentato di spiegare alla signora Meloni il merito della questione. Il video è disponibile su Youtube ed è una formidabile guerra dei mondi: da una parte la grazia di un uomo di cultura che parla di “universalità dell’arte” e ricorda alle truppe di Fratelli d’Italia la grande mostra su Leonardo da Vinci (con didascalie in italiano) che il Metropolitan di New York organizzò negli Anni Venti per coinvolgere la comunità italiana in risposta al Congresso degli Stati Uniti che definiva i nostri connazionali come un’accolita di reietti che “puzzano, hanno i pidocchi violentano le nostre donne, rubano”; dall’altra la signora Meloni, con il suo mantra sulla “discriminazione degli italiani”. La leader di Fratelli d’Italia ne è uscita con le ossa rotte. Se volesse recuperare, comunque, può farlo: protesti – per fare due esempi tra i tanti a disposizione – anche il 14 febbraio al grido di “e allora i single?” oppure il 18 marzo urlando “E allora chi è senza figli?”. A San Valentino le coppie entrano con un biglietto solo, alla festa del papà pure i padri che accompagnano i figli. Allora le riconosceremmo coerenza.

Giorgia Meloni for president #2 Non contenta delle batoste all’Egizio, la signora Meloni ha insistito sabato. Per celebrare il “Giorno del ricordo”, la giornata che commemora le vittime delle Foibe, ha pubblicato su Twitter una foto assai commemorativa delle vittime italiane dei titini: un plotone di esecuzione italiano che fucila alla schiena cinque contadini sloveni a Dane, il 31 luglio del 1942. Chapeau.

 

Promossi

Claudio Baglioni il dittatore Diciamo la verità: in quanti eravamo pronti a scommettere nel flop del “dittatore” artistico? Il grande cantautore alla prova del teatro Ariston e il suo progetto della “musica al centro” facevano ipotizzare uno show senza intrattenimento. Persino la Rai, che lo aveva chiamato in corsa a settembre, aveva abbassato l’asticella degli ascolti del dopo-Conti al 40%. E invece lui ha stupito tutti, chiamando accanto a sè due professionisti e addirittura superando i record di Conti. È vero che Fiorello e Raffaele sono state punte di diamante, ma bisogna dare atto al divo Claudio di aver fatto un buon prodotto. E di aver rilanciato il proprio personalissimo brand in vista delle celebrazioni del cinquantesimo anno di carriera.

La denuncia di Cicerone contro l’illegalità

L’irruzione nelle nostre case delle notizie relative al gigantesco, devastante scandalo Eni non è solo fonte di conoscenza dell’ennesimo caso di corruzione, ma l’occasione per riproporre in termini drammatici quanto più in generale l’illegalità sia ormai uno dei tratti salienti del nostro sistema Paese. L’inchiesta giudiziaria che si sta dipanando lungo il territorio nazionale e diverse procure vede protagonisti non solo la politica e l’imprenditoria, ma anche l’universo giuridico: avvocati e giudici. Eppure i reati contro la giustizia non costituiscono certo una novità delle società moderne, ma una piaga millenaria della storia dell’uomo. Non rare furono le volte in cui Cicerone lamentò il fenomeno: “Se tu giudice darai l’impressione di non essere stato di alcun aiuto contro la prepotenza e gli appoggi autorevoli a chi è solo privo di mezzi, se presso questa corte l’esito della causa dipenderà non dalla verità, ma dai mezzi di cui dispongono i contendenti, allora davvero in questa città non vi è nulla ormai che sia sacro e onesto” (In difesa di P. Quinzio 1.5). Sempre Cicerone, in un’altra orazione, accusava: “Io sostengo che Stazio Albio diede al giudice Caio Elio Staieno una grossa somma di denaro per corrompere la corte (In difesa di Cluenzio 24.65). La situazione non cambiò neppure con l’avvento del principato, come rivela Tacito a proposito di Pisone deciso ad abbandonare anche la vita pubblica: “Frattanto Lucio Pisone, lamentando gli intrighi del Foro, la corruzione dei giudici, la perfidia degli avvocati che minacciavano accuse, dichiarava di voler andarsene e abbandonare la città e il senato” (Annali 2.34.1).

Capire la cittadinanza tra storia e globalizzazione

Confesso che dopo Macerata 1 (la scoperta dell’orrenda uccisione di Pamela), dopo Macerata 2 (la dettagliata accusa contro l’assassino nigeriano), dopo Macerata 3 (la sparatoria di un militante fascista contro tutti i neri della città), dopo Macerata 4 (il silenzio, in alcuni casi esplicitamente e autorevolmente richiesto, di tutti i gruppi politici), dopo Macerata 5 (la proibizione di dire l’indignazione per la tentata strage di nigeriani, dopo Macerata 6 (l’annuncio che l’assassino nigeriano contro cui si è mobilitato tutto il mondo civile italiano non è l’assassino) ho avuto la forte tentazione di recensire un libro che non c’è. È un libro in cui la parte dell’Italia ancora salva dalla follia razzista, respinge i media che raccontano tutto su un assassino che non è l’assassino e su un delitto che forse non c’è stato (ora la parola è “overdose”, resta l’oscuro e ripugnante l’oltraggio al cadavere, ma non è più l’omicidio che ha scatenato I generali sentimenti italiani di vendetta). È il libro per la parte dell’Italia che non decide di lasciare libero corso alla vendetta, attraverso l’esplicita e incredibile richiesta del silenzio, e che avrebbe detto con fermezza la sua repulsione contro una sparatoria in strada con bersaglio cittadini africani. E avrebbe chiesto a ogni politico rispettabile, per normali e naturali sentimenti umani, di non accostarsi a persone capaci di eseguire o di sostenere un simile delitto (la sparatoria razziale) in terra italiana. Per fortuna ho dovuto accorgermi che quel libro c’è, anche se affronta (e lo fa con forza e limpidezza) la questione dalla parte della salute (la salute civica, come averla e mantenerla) e non da quella malata e pericolosa che abbiamo appena descritto. Il libro a cui prestare attenzione e da portare nelle scuole è Che cosa è la cittadinanza (G. D’Anna Editore ) di Alberto Pirni, Salvatore Filotico e Francesco Fistetti, bravi non solo a scrivere con estrema chiarezza, e assenza sia di politichese sia di legalese, ma anche ad anticipare, nel testo di un corso che in apparenza è solo un manuale di educazione civile, la natura politica del discorso e anzi la prevalenza politica del comportamento civile. È il testo dei valori condivisi che formano e tengono insieme un Paese e impediscono i plausi o i silenzi raccomandati per la tentata strage. Se ci fossero. Ma tutto ciò è accaduto in un Paese come il nostro dove la politica non richiede di sapere, sentire, possedere, il senso alto e nobile della cittadinanza.

“Lui” sarà anche tornato, ma di Renzo De Felice non si ricorda più nessuno

Lui è tornato, e va bene, ma quell’altro – quello che l’ha definitivamente spiegato – perché no? Benito Mussolini si prende la scena, tutto il dibattito politico – per non dire dell’analisi sociale – torna a lui. Ma perché – a giudicare dall’isteria, dal pollaio, dalla che si fa di vent’anni d’Italia – di Renzo De Felice se ne sono dimenticati tutti?

Lui è tornato, conquista le sale cinematografiche con un film dal loffio retrogusto moralista, ma l’opera che ha restituito alla coscienza nazionale l’autobiografia di tutti, compreso il fascismo insito nell’antifascismo – compreso il vero Mussolini e non quello delle patacche cui s’attaccano tanto i fascisti immaginari quanto gli odiatori reali – quella no. I libri della grande ricerca storica sono come tutti cancellati.

È come se Renzo De Felice, autore della monumentale biografia edita da Einaudi, e non certo dalla Sentinella d’Italia, non ci fosse mai stato. Ed è così se la rabbiosa messa in scena degli ismi – con tanto di dopoguerra fatto eterno dal 1944 alle soglie del 2018 – raglia un’asinina battaglia. È quella dove, sullo sfondo di tragedie immani, c’è una donna a testa in giù – una sul cui corpo martoriato hanno già pisciato sopra, una appesa al gancio di un macellaio – la storia di una che si pensava avesse avuto tutto (perfino un prete che per coprirne la natura nuda le legava le gonne con uno spillone, non senza darle un altro sputo a mo’ di aspersione).

La Storia siamo noi, al solito. E tutto si poteva immaginare fuorché vedere riapparire quel fantasma solo per dare il proprio nome a un maiale perché – e sembra già passato un anno dalla scenetta di Gene Gnocchi – tutto diventa veloce quando torna Lui senza quell’altro, lo storico col mezzo toscano sempre in bocca che più di ogni altro ha decifrato l’enigma del rivoluzionario mangiapreti socialista e ghibellino. Lo storico che si fece carico di scandagliare documenti, memorie, filmati e archivi e che più di ogni altro – senza mai cedere rispetto al dovere della verità – ebbe a raccontare del figlio del fabbro che si fece cugino del Re, Collare dell’Annunziata, nonché artefice dei Patti col Vaticano per poi tradire nell’abominio gli ebrei italiani, molti dei quali tra i suoi primi sostenitori nei vertici delle Gerarchie del Partito nazionale fascista e della crescita economica d’Italia.

Lui è tornato ma Paolo Mieli, che fu l’allievo di Renzo De Felice, quando prenderà carta, penna e calamaio e metterà fine a questa cagnara? Quando, col rispetto dovuto, si prenderà l’incomodo di salire al Quirinale e fare finalmente le doverose lezioni di storia a Sergio Mattarella al quale la pacificazione, dopo ormai un secolo dalla fine della guerra civile, sembra un rigurgito populista?