Pamela, l’uomo bianco e la summa di tutti i luoghi comuni più beceri

Cara Selvaggia, ho letto quello che ha scritto sull’uomo bianco di Macerata, quello che avrebbe potuto aiutare la povera Pamela anziché consegnarla al suo pusher dopo averle dato 50 euro in cambio di sesso. Certo che quell’individuo mi fa schifo, certo che si è comportato in modo indecente, ma cosa ti aspettavi? Che i giornali lo crocifiggessero? Era impossibile che accadesse perché in fondo questa storia è la summa di tutti i luoghi comuni più beceri della storia, che sbucano fuori a seconda del pezzo della storia che ti attingi a raccontare: finché Pamela è in fuga dalla comodità è, in fondo, una ragazzina scapestrata. Drogata. Quindi, tutto sommato, “se ti droghi sei una brutta persona e quello che ti succede sono guai che ti sei cercata”. Quindi l’uomo che la fa salire in macchina sì, magari non è stato un francescano, ma mica è colpa sua se quella si drogava e si vendeva per una dose. Questi sono i luoghi comuni fin qui. Poi il luogo comune “drogata/cazzi suoi/ragazza facile” soccombe di fronte al luogo comune più potente, quello di cui hai scritto tu: il nero è il cattivo, il bianco è sempre buono. Quindi ci si dimentica della ragazzina che se l’è cercata e si passa alla povera ragazzina che è finita nel giro dei pusher assassini. Lì i cattivi sono netti, sono definitivi. Ancor prima di sapere come è andata, come è morta, cosa le è capitato. Tutti a sperare che non sia stata overdose, perché poi vorrebbe dire che i neri sono sempre cattivi ma un po’ meno. Nel frattempo, l’uomo che dai pusher l’ha portata e le ha pure dato i soldi, è già sparito dalla scena. Io sono di Macerata e qui tutti sappiamo chi è. Lo si protegge solo perché si spera che non si assolva. E non perché Pamela è morta, ma per quello che lui le ha fatto da viva.
Giorgia

Cara Giorgia, l’orrore successivo è la macabra curiosità con cui giornali e lettori stanno seguendo l’autopsia della ragazza. Enrico Mentana, su fb, ha scritto: “È la prima volta che vedo il tifo per un’autopsia”. Ed è così. Folle di aspiranti giustizieri che attendono gli esiti del medico legale sperando di sentire espressioni come “assassinata brutalmente” o “colpita ripetutamente alla testa” o “accoltellata 50 volte”. Branchi di cani affamati che sperano di avere nuovi alibi per odiare. Che brutta storia.

 

Gentile Selvaggia, ho visto la triste gag della Hunziker che si ritrova con un gruppo di donne sul palco di Sanremo per ricordare al mondo che lei è con le donne e il Festival è per le donne e siamo tutti uniti nel lottare per le donne. Facile parlare di donne in un festival in cui c’è una percentuale di uomini che è più o meno quella del campo di calcetto di fronte casa mia. Ci hanno perfino tolto il piacere di ammirare trucco, vestiti, di commentare le scarpe, i gioielli, gli outfit, le pettinature.

Quest’anno solo smoking, camicie banali e i cambi d’abito della padrona di casa che purtroppo non offrono neppure grandi spunti di conversazione. Tutto così maschile, dalle gag in cui la donna è sempre il personaggio lezioso e sorridente mentre l’uomo suona il sax e prende le donne sulle spalle, al direttore artistico che in fondo ha portato a Sanremo tutta la sua generazione maschile, con l’eccezione della Vanoni che è la più anziana del Festival, e un paio di cantanti donna che non spiccano per carriere e personalità travolgenti. Insomma, se ci vogliono ricordare che il Festival è donna, che si ricordino di mettere le donne sul palco, la prossima volta.
Vanessa

Cara Vanessa, Beh, intanto da qualche anno sono sparite le vallette straniere sceme. Un passo alla volta e vedrai che ce la faremo.

 

#favinonudo. Ma se l’hastag fosse stato per una donna?

L’altra sera ero su twitter che smanettavo un po’ e scrivevo qualche commento scemo su Sanremo tipo che Baglioni sembra un replicante e la canzone delle Vibrazioni è brutta come il peccato, quando ho notato che #favinonudo era trend topic su twitter. C’erano migliaia di ragazzine/ragazze/donne/madri/nonne che imploravano il bell’attore di togliersi i vestiti e regalare al pubblico femminile momenti di felicità voyeuristica. Da quella che “Oddio prendi me” a quell’altra che va a pescare una sua vecchia foto nudo al mare, a quell’altra che “beata la moglie” e così via.

Per carità, nulla che non faccia parte del clima demenziale da “gruppo d’ascolto collettivo” da social network. Per un attimo però ho provato a immaginare gli uomini che si coalizzano per lanciare un hashtag tipo #michellenuda o #annalisanuda. Su twitter. Immagina te, Selvaggia, cosa si scatenerebbe il giorno dopo sulle pagine delle agguerrite femministe che di questi tempi hanno condotto battaglie pure per un complimento non gradito. Come minimo ci sarebbe toccato un editoriale della scrittrice nota, un cazziatone dall’attrice di film deprimenti, una bacchettata dalla Boldrini, una sollevazione social che noi uomini dall’hashtag sessista ci saremmo tutto dovuti cancellare da Facebook per riapparire con profili farlocchi, magari con nomi femminili e l’avatar col pugno chiuso.

Sbaglio?
Luca

Caro Luca, #c’hairagione.

 

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L’Italia giusta e silenziosa di un macchinista delle Ferrovie

Caro Leo, bei ricordi. Io sapevo di uno che era ferroviere, “macchinista ferroviere”, come direbbe Guccini. Era vedovo durante il fascismo, la moglie, bellissima, morì giovane, e lui rimase con una piccola tribù da figli da crescere. Bell’uomo, era un tipo brusco e solitario, che parlava poco, soprattutto delle sue idee politiche. E non per vigliaccheria (giustificata durante il “radioso” Ventennio e praticata da milioni di italiani), ma solo perché era fatto così. Un individualista, un anarchico, che però sapeva da che parte stare. Tutti prendevano la tessera del fascio e delle corporazioni. Lui no. Gli altri iscrivevano i figli alle varie organizzazioni del regime (balilla, figli della lupa). Lui no.

Ogni anno, il 6 gennaio, tutti i figli dei ferrovieri, ben vestiti per l’occasione, andavano a ritirare il loro piccolo premio alla Befana del dopolavoro. Caramelle e bamboline, strette di mano, sorrisi e discorso del federale. Lui no. I figli suoi no.

Tira e molla successe che lo licenziarono e lui, il macchinista ferroviere, dovette fare mille mestieri per tirare su la prole. Un altro suo figlio, il primo, ferroviere pure lui, partì per la guerra. Taciturno come il padre, quando tornò nessuno riuscì a strappargli una parola su quella sua esperienza terribile.

Passarono anni e i figli trovarono in soffitta un vecchio zaino, lo aprirono, dentro una pistola arrugginita, un fazzoletto rosso e alcune foto ingiallite di una brigata partigiana jugoslava. Come suo padre, non aveva tessere di partito, organizzazioni alle spalle, le idee forse erano anche poche e confuse. Ma come il padre, quando fu necessario, seppe cosa fare. Sotto il fascismo c’è stata anche una Italia così, silenziosa e resistente. Queste due storie le ho sentite mille volte, raccontate da mia madre. Perché quel vecchio e burbero macchinista ferroviere era suo padre.

Il fascismo ritorna? No, non se ne è mai andato

Succede che quando il tempo divora la vita, ti aggrappi alla memoria. Alle parole che hai sentito e messo da parte. È successo a Cecco Bellosi, un laghée purosangue del lago di Como. Bellosi (classe 1948, laurea in filosofia), ha vissuto tante vite. Una, la militanza in Potere Operaio, gli è costata l’arresto nel 1980 per attività sovversive. Da vent’anni coordina l’onlus “Il Gabbiano”: si occupa di persone espulse e ai margini, di detenuti e minori in difficoltà, di tossicodipendenti e malati di Aids. Ha conosciuto personaggi leggendari della lotta partigiana. Come Michele Moretti, nome di battaglia Pietro. Il suo mitra aveva giustiziato Mussolini, a Dongo. Ma a premere ufficialmente il grilletto del Mas francese 7,65 era stato Walter Audisio, “il colonnello Valerio”.

Una sera del 1974, Cecco tornava dalla commemorazione di una battaglia in Val Grosina con Michele, Tom e Abbondio. Tom, coraggioso partigiano di Dongo, aveva combattuto sull’Appennino. Abbondio, ragazzo partigiano di Tremezzo, “pieno di sogni di rivoluzione”, fu costretto, invece, a sobbarcarsi la vita da operaio catramista: l’asfalto gli toglierà la vita. Quella sera, Tom vuol sapere la verità da Michele su Dongo. Chi ha davvero ucciso il Duce? Moretti gli risponde: “Avrei dato il mio mitra in mano a uno che neanche conoscevo?”. Lui aveva sparato i due colpi fatali.

Pagò cara la sua lealtà alla “verità” comunista. Esilio in Jugolavia, rientro da operaio: licenziato, trova solo lavori precari. Tanti finirono così. Alcuni peggio. Luigi Canali e Giuseppina Tuissi (il capitano Neri che bloccò la colonna di Mussolini e “Gianna”) furono uccisi dai loro compagni comunisti perché sospettati di tradimento: “Avevano vinto con la Resistenza, avevano perso il dopoguerra”, dice Cecco. Ha appena concluso il romanzo Sotto l’ombra di un bel fiore (Milieu): il sogno infranto della Resistenza. E l’insopportabile scoperta che tutti gli sbirri dell’Ovra, la polizia segreta fascista, mantennero il loro posto: “Dicono che il fascismo sta tornando. Non è vero. Non se ne è mai andato”.

Voglia di provincia: tutti con l’Atalanta

Alzi la mano chi non ha fatto il tifo, l’autunno scorso, per l’Atalanta che in Europa League, in un girone di ferro con Everton (battuto 3-0 in casa e 5-1 fuori) e Lione (1-0 e 1-1), ha sbancato il lotto qualificandosi per i sedicesimi di finale: che la vedranno sfidare, giovedì, nientemeno che il Borussia Dortmund, non più tardi di 5 anni fa finalista Champions. Come per il Leicester, che due anni or sono trionfò in Inghilterra sospinto dall’incitamento trasversale di ogni tifoseria rivale, dall’United al City, dall’Arsenal al Liverpool al Chelsea, è contagiosa la simpatia che attira su di sé una provinciale che inizia ad alzare l’asticella, ogni volta superando la misura.

L’Atalanta, tra l’altro, non è nuova all’impresa: 30 anni fa, con Mondonico in panchina e da club di serie B, arrivò a giocarsi la semifinale di Coppa Coppe con i belgi del Malines (che avrebbero vinto il trofeo superando l’Ajax: ci giocavano i leggendari Preud’homme e Koeman). Dopo aver perso 2-1 in Belgio, al 45’ del match di ritorno l’Atalanta era virtualmente in finale grazie al gol firmato da Garlini (1-0): il sogno si spezzò nel 2° tempo, il Malines segnò prima con Rutjes, poi con Emmers. Quattro anni dopo fu la volta di Genoa e Torino: che in Coppa Uefa 91-92 ci fecero impazzire. Il Genoa di Bagnoli, quello di Aguilera e Skuhravy, firmò un’impresa mai compiuta fino ad allora da un club italiano andando a vincere in casa del Liverpool (2-1). Erano i quarti di finale, il Genoa aveva già annichilito la squadra di Souness (quella di McManaman, Rush, Houghton, Molby) nel match d’andata: 2-0, gol di Fiorin e Branco; e ad Anfield Road suggellò la missione grazie alla doppietta di Aguilera che rese inutile la zampata di Rush. In semifinale, l’Ajax di Van Gaal, che aveva Bergkamp e Jonk, Winter e De Boer, fu più forte del Genoa (3-2 a Marassi, 1-1 ad Amster-dam); e volò in finale, dove si trovò davanti un altro sorprendente club italiano, il Torino allenato (indovinate un po’?) da Mondonico. Tanto per capirci, il Toro era riuscito nell’impresa di sbarazzarsi in semifinale del Real Madrid di Butragueno e Michel, Buyo e Sanchis, Hierro e Hagi (in panca aveva Beenhakker); 1-2 al Bernabeu, 2-0 al Delle Alpi. Era il Toro di Lentini e Scifo, Casagrande e Martin Vazquez. Che perse poi la doppia finale con l’Ajax senza mai soccombere: 2-2 in casa, 0-0 in Olanda. Con Mondo che alza la sedia al cielo per protesta. A un soffio dal mito.

Ancora: nel 93-94 in semifinale Uefa ci arrivò il Cagliari di Bruno Giorgi. Che superò Dinamo Bucarest, Trabzonspor, Malines, poi fece fuori la Juve del Trap (Roby e Dino Baggio, Moeller e Ra-vanelli: battuti 2-1 anche a Torino, gol di Firicano e Oliveira) ma non, in semifinale, l’Inter di Bergkamp e Sosa (allenatore Marini): battuto 3-2 al Sant’Elia, ma imbattibile a San Siro (0-3). E nuovamente nel 97-98 ci fu gloria per un’altra provinciale de luxe, il Vicenza di Guidolin: che in Coppa Coppe demolì Legia Varsavia, Shakhtar e Roda e in semifinale spaventò il Chelsea di Vialli e Zola, Petrescu e Di Matteo. Al Menti vinse 1-0 (gol di Zauli) e a Stamford Bridge al 32’ andò addirittura in vantaggio con Luiso. Non bastò: perché subito pareggiò Poyet e nel 2° tempo trafissero Brivio prima Zola, poi Mark Hughes. Il Chelsea avrebbe vinto, poi, quella Coppa. Giovedì c’è Dortmund-Atalanta. Vuoi vedere che…

L’anticlericalismo della sinistra “dura” contro la lezione realista di Togliatti

Papa Bergoglio non è mai citato, nonostante la sua leadership “politica” venga richiamata di continuo a sinistra. Il riferimento esplicito al cattolicesimo c’è invece solo due volte: nella premessa dei Civici Popolari di Beatrice Lorenzin (“cattolicesimo democratico”), alleati di Renzi, e poi nella paginetta presentata dal minuscolo Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi che, assumendo in toto il magistero di Giovanni Paolo II, il papa “magno” oggi santo, si propone di abrogare aborto, fine vita, divorzio breve e unioni civili.

Si dimostra alquanto preziosa, e talvolta divertente o deprimente, la lettura dei programmi dei partiti presenti sulla scheda elettorale del 4 marzo. A pubblicarli, tutti insieme, è il ministero dell’Interno nella sezione “elezioni trasparenti”.

Della questione “valori” c’è pochissimo, a voler seguire uno dei criteri di discernimento consigliati dai gesuiti della Civiltà Cattolica e qui elencati la settimana scorsa. Solo una generica e trasversale propaganda sulla famiglia e sulla denatalità che va dall’estrema sinistra all’estrema destra. A fronte di questo, c’è l’energico risorgere di un anticlericalismo duro e puro nelle liste del comunismo ultraminoritario, che dimentica la lezione del realista Palmiro Togliatti che impose al Pci di votare l’articolo 7 della Carta sul Concordato tra Stato e Chiesa (e di cui ieri ricorreva l’anniversario della firma nel 1929 tra Vaticano e regime fascista).

Per i compagni di Potere al Popolo, cioè la sinistra del “Brancaccio” non confluita in Liberi e Uguali, bisogna “abrogare l’articolo 7 per la piena affermazione del principio di laicità in tutte le sfere della vita pubblica”.

Ancora più veemente il cartello di “Per una sinistra rivoluzionaria” (Ferrando, tanto per intenderci) che oltre all’abolizione del Concordato vuole “l’esproprio del patrimonio immobiliare e finanziario della Chiesa e delle sue organizzazioni”. Chiude il panorama rivoluzionario il Partito comunista di Marco Rizzo che immagina un’Italia “socialista”. Ma per Rizzo niente abolizione dell’articolo 7: solo una “revisione”.

Elisoccorso, Regioni prive del servizio

Abbiamo un servizio di elisoccorso ancora precario. In Molise addirittura non esiste. L’Umbria divide la base con le Marche. E di notte gli elicotteri di soccorso funzionano solo in 8 regioni su 20. C’è una totale disomogeneità anche a livello organizzativo. “Se la Lombardia, per esempio, ha un unico sistema di gestione, che rende efficaci gli interventi – ci spiega Franco Marinangeli, direttore del reparto di rianimazione dell’ospedale dell’Aquila –, l’Abruzzo ha due centrali operative che non comunicano tra di loro. Ciò significa che se entrambe hanno impegnato il mezzo per il trasferimento di pazienti, che in alternativa può avvenire su gomma, non ci sono elicotteri a disposizione in caso di gravi incidenti”. Per non parlare del personale a bordo. “Dovrebbe sempre essere garantita la presenza di un medico anestesista-rianimatore e invece spesso troviamo solo infermieri o medici di altre specialità, privi di una formazione adeguata”, denuncia Marinangeli, che con il sindacato nazionale degli anestesisti Aaroi-Emac, sta mappando il servizio. “L’elisoccorso è un servizio d’emergenza indispensabile, chiediamo che venga introdotto nei Lea”.

Le regole dell’economia sono ancora valide: la scoperta che inquieta le Borse

Dopo i violenti ribassi della scorsa settimana, i mercati finanziari cercano la stabilizzazione, chiedendosi quale narrativa prevarrà, e soprattutto se sarà confortata da evidenze economiche. Dopo mesi di rialzo strisciante dei rendimenti sul dollaro, di indebolimento del biglietto verde che ha contribuito alla rivalutazione delle materie prime, che a loro volta hanno concorso a spostare verso l’alto gli indicatori delle attese inflazionistiche, è giunto il dato sul mercato del lavoro statunitense a gennaio, con quel rialzo dei guadagni medi orari oltre le stime.

Improvvisamente, i mercati hanno realizzato che forse l’inflazione non è morta e che le banche centrali hanno sottovalutato il fuoco sotto la cenere di tassi di disoccupazione ai minimi storici che “stranamente”, rispetto alla normale storica, non hanno sinora scaldato i prezzi. Alcuni economisti, forse frettolosamente, hanno decretato la morte della curva di Phillips, la relazione inversa che lega disoccupazione e inflazione. Scoprire che, forse, le cose non stanno in questi termini, è stato l’ultimo dei ricorrenti risvegli di soprassalto dei mercati. Con forti rialzi dei valori di volatilità attesa, variabile fondamentale per le Borse, dopo anni di calo costante e parallelo a quello della variabilità macroeconomica. Dopo la Grande Recessione è stato come se il ciclo economico fosse morto, sostituito da una lunga espansione, a tassi non esaltanti ma senza scossoni. L’impennata di volatilità attesa ha scatenato le vendite su strumenti e strategie che puntano al controllo della medesima, alimentando una unidirezionalità del mercato che ha fatto molto male a chi era investito in prodotti sofisticati che scommettevano sul calo strutturale della volatilità. Alcuni strumenti, come le Exchange Traded Notes che vendono volatilità sull’indice Vix statunitense, si sono inceneriti, perdendo in poche ore l’80% e facendo scattare la clausola che ne determina il rimborso ai possessori a livelli risibili. Come scrivevo tempo addietro su queste colonne, per la prossima crisi finanziaria non è questione di se ma di quando: l’acceleratore sarà ancora l’innovazione finanziaria.

E tuttavia una correzione di Borsa, per quanto violenta, non induce necessariamente una recessione. Per quella servono catalizzatori in grado di plasmare anche la congiuntura. Il maggior indiziato è il debito: al crollare della volatilità macroeconomica, cioè allo stabilizzarsi della crescita, aiutata da banche centrali molto accomodanti (per evitare che precedenti accumulazioni di debito evolvessero in una crisi distruttiva), la propensione del settore privato a indebitarsi è aumentata. Da un rialzo dei rendimenti di mercato, indotto da timori inflazionistici, possono derivare dissesti a catena, globali. I prossimi mesi metteranno alla prova la longevità di questa espansione economica.

Lo Stato fa cassa con le multe sugli assegni non trasferibili

“Non posso sentirmi un criminale se ho pagato il funerale di mio nonno con un assegno da quattromila euro privo della clausola non trasferibile. E il paradosso è che ora sono costretto a sborsarne seimila per non rischiare di pagarne addirittura 50mila”. A denunciarlo è Gian Luigi Aquilini, un impiegato folignese di 44 anni, che dopo aver ricevuto la notifica da parte del ministero del Tesoro ha scoperto, suo malgrado, di non essere il solo ad aver infranto la normativa antiriciclaggio alla stregua dei più accaniti riciclatori di denaro. Per andare avanti nel racconto, meglio però fare un passo indietro.

Dalla scorsa estate in Italia emettere un assegno superiore a 1.000 euro è diventato molto più rischioso che in passato. Dopo il decreto legge 231 del 2007, una circolare del 4 luglio ha di fatto inasprito le multe per tutti quegli assegni che, superata la soglia dei mille euro, non riportano la dicitura non trasferibile. Prima della nota del fisco le multe, infatti, venivano calcolate sulla base del 2% rispetto al valore dell’assegno. Praticamente un’inezia. Mentre da 7 mesi chi viene beccato in possesso dell’assegno irregolare rischia di pagare dai 3mila ai 50mila euro, un vero e proprio massacro, con la concessione del pagamento in forma ridotta (tecnicamente si chiama oblazione) se si sborsano 6mila euro entro 60 giorni dalla notifica della contestazione. E a beccare la super multa è anche chi riceve l’assegno, che nel caso di Gian Luigi è la ditta di pompe funebri. Una novità mai sentita prima? Non servirà a molto, ma si è in ottima compagnia. Del resto, anche se gli assegni bancari valgono 320 miliardi di euro (dato 2016, fonte Banca d’Italia), sono un mezzo di pagamento in forte contrazione (-61%) rispetto al 2007, quando le norme sull’antiriciclaggio hanno stretto sul tema della trasferibilità. È, quindi, altamente probabile che nel cassetto della scrivania ci siano ancora migliaia di clienti che abbiano un carnet vecchio che non ha già prestampata la dicitura obbligatoria. Potenziali fuorilegge.

Così, da quando il signor Aquilani dieci giorni fa aperto la pagina Facebook Maxi sanzione per assegno privo del non trasferibile è stato sommerso di telefonate e messaggi da altre ignare vittime. “Sarebbe più giusto chiamarle norme rovina-famiglie”, spiega Carlo Garofolini, presidente dell’associazione dei consumatori Adico che sta seguendo un altro: quello di Davide, costretto a pagare i 6mila euro per un assegno di 5.685 servito per pagare il banchetto del matrimonio celebrato il 30 settembre 2017. La banca l’ha contattato mentre era in viaggio di nozze dicendogli che sull’assegno mancava la clausola non trasferibile, ma che avrebbe pagato solo 80 euro di multa. Come dire che anche la banca non conosce la nuova normativa e poco è servito a evitare a Davide di ricevere la sanzione da parte del ministero Economia-Ragioneria Territoriale: 6mila euro da pagare entro due mesi, pena “l’eventuale irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria pari ad almeno 3.000 euro nel suo valore minimo fino a 50mila euro, oltre a 20 euro delle spese del procedimento”.

Guai, però, a chiedere chi e come deciderà l’importo da sborsare nel caso in cui si decidesse di procedere con la contestazione. Nella normativa non viene infatti spiegato e, forse, è anche meglio non saperlo: dal momento che non si passa per il giudice di Pace e che i tre gradi di giudizio prevedono la presenza di spese legali e amministrative da sostenere, alla fine della fiera si corre il rischio di pagare molto di più dei 6mila euro.

In cerca di risposta è anche un’altra domanda: “Le banche – si chiede Aquilini – oltre ad emettere i nuovi libretti con la dicitura prestampata, perchè non hanno mai richiamato i vecchi carnet o più semplicemente comunicato le nuove norme ai clienti? Le filiali che con solerzia applica variazione di tassi, imposte e commissioni a proprio interesse, dimentica però di informarci su una rivoluzione?”. Per ora, intanto, di sicuro c’è solo che la banca di incasso non è obbligata a verificare la regolarità dell’assegno, e che quindi coloro che lo emettono e ricevono, una volta multati, non possono rivalersi sugli istituti. Storie kafkiane che fino a oggi hanno portato a una sola iniziativa: lo scorso 3 febbraio, a ben 7 mesi dall’entrata in vigore della normativa e con già un centinaio di clienti multati, l’Associazione bancaria italiana ha pensato bene di stilare un vademecum in 10 punti “a cui fare attenzione” quando si ha a che fare con contanti, assegni e libretti al portatore. Un’iniziativa di sensibilizzazione assai tardiva che non ripagherà i clienti e che spiega l’alto grado di analfabetismo economico-finanziario dell’Italia: secondo Standard & Poor’s quasi due italiani su tre non sono in grado di rispondere a domande elementari su questi temi; il peggior risultato tra i Paesi avanzati.

Acquisti online, meno barriere (e costi) in Europa

Acquistare un frigorifero su un sito web tedesco comodamenti seduti sul divano di casa propria, che dista circa 1.500 km da Hannover, la sede dello stabilimento. Ma anche comperare direttamente una visita al più importante parco divertimenti francese senza essere reindirizzati su un sito web italiano. Per il prossimo Natale tutto questo sarà possibile, senza più discriminazioni geografiche e annessi costi aggiuntivi imposti fin qui dallo shopping online. L’era del cosiddetto geoblocking, che impedisce alcuni acquisti in base alla geolocalizzazione del cliente nell’Unione europea (“La stiamo reindirizzando sulla pagina italiana del sito” è il messaggio che appare sullo schermo quando ci sono le restrizioni), si sta infatti avviando alla fine. Così, tra meno di un anno, entreranno in vigore le nuove regole votate da Parlamento e Consiglio Ue nel funzionamento del mercato unico, e di quello digitale in particolare.

Un vantaggio per tutti gli europei che, dopo aver imparato a viaggiare all’interno della Unione utilizzando il proprio smartphone per chiamare, navigare sul web e inviare messaggi di testo alle stesse condizioni del Paese in cui risiedono grazie alla cancellazione del roaming, tra meno di un anno non dovranno più neanche sobbarcarsi commissioni extra o sovraccosti: basterà pagare con la propria carta di credito un prodotto francese, spagnolo o greco allo stesso prezzo di quello praticato nel Paese venditore.

In particolare, le nuove regole si applicheranno a un larghissimo campione di prodotti e servizi: vestiti, accessori, arredamento, elettrodomestici, acquisto di spazi per siti Internet e servizi di cloud, biglietti per concerti, ingressi a mostre, parchi divertimento e noleggi di auto. “Mettiamo fine alla discriminazione ingiustificata quando si fanno acquisti in rete, e questa è un’ottima notizia per i consumatori”, ha commentato il commissario Ue per il Mercato digitale, Andrus Ansip, che si è fatto portavoce di questa battaglia. Circa un anno fa, infatti, la società di studi di mercato Gfk aveva analizzato, su proposta della Commissione, 72 siti di e-commerce scoprendo che il 63% di loro applicava un blocco geografico, impendendo quindi di fatto di completare l’acquisto. Mentre è sempre più alta la percentuale degli europei che acquistano online: nel 2017 lo ha fatto il 57%.

Ma al di là del giustificato entusiasmo, Parlamento e Consiglio non sono ancora riusciti a estendere il divieto delle barriere anche ai prodotti audio e video coperti da copyright, come Spotify o Netflix, ha lamentato Monique Goyens, direttore generale del Beuc (l’Organizzazione europea dei consumatori). La speranza è che, in occasione della revisione delle misure prevista dopo due anni dalla sua entrata in vigore, si possano togliere le restrizioni anche per libri, film, cd musicali, dvd, videogiochi e serie tv che, nel frattempo, continueranno ad avere listini diversi a seconda del luogo geografico.

Di De André non si butta via niente. Ora anche basta, grazie

Passi per Genova è mia moglie, il (bel) libro di Patrizia Traverso e Stefano Tettamanti (Rizzoli), dove si raccontano vicoli, suoni, tetti, parole, cielo e mare, sfondo e sostanza delle canzoni di Fabrizio De André, Genova in fondo è stata la vera donna di Fabrizio, l’inizio e la fine di tutta la sua musica; passi per le (sincere) celebrazioni musicali in suo ricordo, o per chi ha cercato di reinterpretarne le belle e complesse canzoni: alzi la mano, chi non l’ha mai fatto con gli amici, De André è il passepartout del cuore e delle emozioni; passi pure per la vexata quaestio se sia stato solo un cantautore o soprattutto un poeta: lui stesso, con ironia, prendeva le distanze, non aveva questa pretesa giacché non sempre le canzoni assomigliano a poesie, anche se le canzoni hanno in comune con la poesia linguaggio frammentato, rime tronche, contrasti inattesi, cioè insoliti; passi infine la disputa collaterale che pigliava di mira chi utilizzava fonti letterarie per nobilitare la propria ispirazione.

Nel 1971 De André musicò alcuni testi presi da L’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, opera celebre e assai popolare: ne nacque (per fortuna) l’album Non al denaro né all’amore né al cielo con lo zampino di Fernanda Pivano. Paolo Conte ha scomodato Lucrezio, Giorgio Gaber Wittgenstein, Franco Battiato lo studioso dell’esoterismo René Guénon, il professor Vecchioni addirittura incrociò Pascoli con Penna… Ma quando è troppo è troppo.

Giovedì scorso, al Festival di Sanremo, Gino Paoli – che De André in vita detestava cordialmente – ha duettato con Claudio Baglioni (al pianoforte il fido e bravissimo pianista Danilo Rea) intonando Canzone dell’amore perduto. Impossibile non pensare all’irriverente ed arguto Sergio Cammariere di 15 anni fa: “Seduto sugli allori/c’era il conte De Gregori/gli sciacalli gli aguzzini/tra le carte di Guccini/mi si fan le gambe molli/mentre arriva Claudio Lolli/che mi guarda e dice ’embè/sembri l’ombra di De André/Cantautore piccolino/confrontato con Paoli Gino”…

Nemmeno il tempo di mettere in scaffalatura Genova è mia moglie che è uscito Princesa e le altre regine. Venti voci per le donne di De André (Giunti), le voci sono di scrittrici che hanno sezionato l’universo femminile di Fabrizio. Mica è tutto: domani e dopodomani, andrà in onda su Rai1 Fabrizio De André-Principe Libero, il lungo docufilm di Luca Facchini (con Luca Marinelli che interpreta il cantautore). A quando una petizione per farlo diventare beato?

De André era una persona schiva, detestava i riflettori, ogni forma di narcisismo che sconfinasse con l’esibizionismo, il presenzialismo, insomma gli ismi di questa società dell’apparenza. Aveva ovviamente un suo ego di artista, che consisteva proprio nel rifuggire ogni tipo di celebrazione. Ora si cerca di “venderlo” come santo poi peccatore poi morto che canta duetti con persone che non sopportava. L’alibi è che lo si fa in sua memoria. C’è chi l’amor lo fa per noia. Ma a noi, che abbiamo Fabrizio nel cuore e nella testa, tutto questo can-can dà solo fastidio.