“Come attore sono un gradino sotto i big, aspetto l’occasione…”

La scintilla, a volte, uno la trova negli occhi degli altri, in quei panni, nel suo sguardo, differenti prospettive, piani non obliqui, ma paralleli. La scintilla era dietro le lacrime di Pierfrancesco Favino nel monologo di Sanremo dedicato all’immigrazione; la scintilla è nell’ultimo spettacolo teatrale con Fabio Troiano e Donatella Finocchiaro come protagonisti, Lampedusa, appunto. “È la storia di un uomo, un razzista che va a recuperare i cadaveri in mare, con lo sguardo dello schifo e del distacco, disprezzo e paura. Fino a quando scopre l’amicizia grazie a un immigrato. E tutto cambia”.
È il tema centrale di quest’epoca.
E all’inizia avevamo anche qualche timore nell’affrontarlo, “chi esce ha voglia di svagarsi” era il refrain . Poi però ci siamo lanciati, non si può restare in silenzio, siamo al centro di un problema che, per parafrasare, ci sta portando alla deriva umana.

La leggerezza può restare altrove.

Resta un dato: non è semplice portare in scena uno spettacolo del genere, è uno dei vantaggi o privilegi dell’aver conquistato un nome, e una credibilità; oggi se busso e propongo, mi ascoltano.

Semplice.

Mica tanto. Non è sempre così.

Tra gli attori della sua generazione, lei dove si colloca?

Mi piacerebbe arrivare più in alto, oggi sono un gradino sotto agli altri.

Gli altri, chi?

Favino, Accorsi, Santamaria, Germano: mi piacciono molto, e li guardo con ammirazione, con invidia positiva. E non lo dico per una questione di popolarità, ma di crescita.

Crede di avere il loro passo?

Vorrei verificarlo. Però se certi registi non mi hanno mai chiamato, a volte penso: un motivo ci sarà…

Quali registi?

Muccino, Sorrentino, Garrone… Con Silvio Soldini ho recitato in piccoli ruoli, per i maggiori ha scelto altri. Non me.

Si dia un consiglio.

Forse dovrei frequentare alcune persone, entrare nel giro giusto e non lo dico in chiave negativa, ma come scambio di idee. Comunque, quando uno ha trent’anni pensa che siano gli altri a non capire nulla, a 43 devi fare autocritica altrimenti diventi ridicolo.

Lucido.

Sincero. Ah, anche Luca Minier è bravissimo: insieme stiamo cercando di mettere in piedi una fiction dedicata a Massimo Troisi.

Non c’è ancora la fiction, in compenso ci sono già le polemiche.

È normale quando vai a toccare certi miti: arriva subito chi punta il dito contro. Non mi interessa. Ho un desiderio assurdo di portare sullo schermo questo omaggio.

Lei ha iniziato con la scuola di Luca Ronconi.

Lì ho trovato come insegnanti dei mostri sacri, e mi sono iscritto quasi inconsapevolmente, non avevo ben chiara la portata, anche perché ero uno studente di Architettura al quarto anno e l’estate ero un animatore nei villaggi.

Perfetto per Ronconi…

Ero totalmente ignorante dal punto di vista teatrale, al massimo andavo a vedere monologhi e commedie. Come testo per il provino ho portato il monologo Comici spaventati guerrieri di Stefano Benni. Altri avevano Beckett, Dostoevskij o l’Amleto.

E quando ha comunicato a casa di lasciare l’università, la reazione?

Mia madre ha semplicemente detto: vai, prova.

Se lo aspettava?

No. E in qualche modo avevo pronta la scusa per me stesso: “I miei non hanno voluto”. Invece niente, splendidi, nonostante siano lontani da questa realtà attoriale; mio padre era un’artista del bagno: idraulico.

Visto anche il tema di “Lampedusa” lei è un interprete che si macera dentro per ottenere il giusto risultato?

No, non credo nella distruzione formativa, non serve, tantomeno nel cinema dove il personaggio non lo costruisci solo tu, lì contano la scena, l’inquadratura, la luce e la musica in sottofondo.

Lei ha sostenuto: “Belen è una buona attrice”.

Lo rivendico. Si è presenta al provino del film scritto da me, con un atteggiamento simpatico, tranquillo e professionale. Aveva studiato la parte, e le assicuro che non è scontato. Forse quando va in pubblico deve mantenere un certo atteggiamento, ha il suo personaggio da portare avanti. Nel privato è una piacevole. E brava.

Meglio di Sandra Milo?

Ma lei è la numero uno. La amo. Ha un’energia non comune: quel film (Prima di lunedì) lo abbiamo girato in gran parte di notte, e nonostante i suoi anni, non perdeva un colpo. Magari si sedeva su una panchina, alle due di notte, con il plaid sulle gambe, un sonnellino ogni tanto, ma appena la chiamavamo era subito pronta. A volte è stata dalla mattina alle sera con i tacchi.

Attore, sceneggiatore, ora anche produttore.

E grazie a un’esperienza in Calabria. Arrivo lì per un’ospitata in discoteca. Prima dell’evento vado a cena. Ogni tanto veniva qualcuno per un selfie, ci sta; poco dopo ecco un ragazzino un po’ paffutello, anche lui mi chiede la foto, poi si siede accanto a me.

E quindi?

Chiunque entrava andava pure da lui. Un continuo. Era “Saluta Antonio”. Un fenomeno, il suo video ha 6 milioni di visualizzazioni. Magliette. cover per il cellulare. Io stupito. Non ci ho dormito la notte, la mattina successiva l’ho scritturato e pochi giorni dopo ho buttato giù un film su di lui e il bullismo nelle scuole.

Quando inizierete a girare?

Presto. Adesso però pensiamo a Lampedusa, ce n’è motivo. Purtroppo.

Dichiarato lo stato di emergenza: il Paese è nel caos

Atolli nel caldo oceano indiano, sabbia bianchissima, spiagge incontaminate: un paradiso del turismo di lusso. Secondo Confindustria Viaggi, le Maldive hanno fatto registrare un incremento del turismo italiano di circa il 15% negli ultimi mesi. Complessivamente, solo lo scorso anno sono stati 90.000 i nostri connazionali arrivati nelle spiagge tropicali dell’arcipelago, 7.500 soltanto nelle prime settimane di quest’anno. Da alcuni giorni però molti Paesi, tra cui il nostro, raccomandano cautela ai viaggiatori, per via della crisi politica e del possibile caos.

All’inizio di febbraio la Corte Suprema ha annullato le condanne per reati che andavano dalla corruzione al terrorismo per 9 esponenti dell’opposizione. Tra loro anche, Mohamed Nasheed, ex presidente e primo capo di Stato democraticamente eletto nel 2008, poi rovesciato da un golpe militare nel 2012 e ora in esilio. L’attuale presidente Abdulla Yameen, in carica dal 2013, non ha gradito il verdetto: lunedì scorso ha prima proclamato lo stato di emergenza per la durata di due settimane, poi fatto arrestare il presidente della Corte suprema e un altro giudice, denunciando un tentativo di golpe guidato da Maumoon Abdul Gayoom (fratellastro di Yameen e già presidente delle Maldive per 30 anni fino al 2008). La crisi ha assunto anche una dimensione internazionale, con le cancellerie di Usa, Ue e India schierate dalla parte del democratico Nasheed – che ha invocato l’intervento armato di Delhi – mentre sul fronte opposto l’attuale presidente si fa scudo con gli alleati Cina, Pakistan e Arabia Saudita. Lo scarso di livello di democrazia non è certo l’unico problema. Sotto la cornice tutta sabbia finissima e natura incontaminata si nasconde un disastro ambientale e sociale.

La Bbc documenta da anni le condizioni dell’isolotto artificiale di Thilafushi, a circa sei chilometri dalla capitale. Denominato “Isola della spazzatura”, è il luogo dove si concentra, lontano dagli occhi dei turisti, un’enorme quantità di rifiuti generati in gran parte dall’attività alberghiera – la prima industria del Paese che vale circa 300 milioni di dollari l’anno, ovvero circa il 28% del Pil nazionale. Anche se circa il 60% dei circa 400.000 maldiviani vivono con i proventi del turismo, ampi strati della società sono condannati all’emarginazione e alla povertà, un fenomeno che ha spinto decine di giovani a radicalizzarsi e ad arruolarsi come foreign fighters dell’Isis.

Se questa è la situazione, è comunque possibile andare alle Maldive senza sentirsi corresponsabili del disastro? “Il metodo giusto è quello di scegliere un atollo meno frequentato, come ospiti di una famiglia locale”, risponde Enrico Marletto, tour operator e direttore di Viaggi Solidali. Marletto descrive la vacanza responsabile come quella attenta alla cultura del luogo. “Non trovo rispettoso prendere il sole integrale, dove la popolazione non lo fa. Non programmo viaggi durante il periodo del Ramadan, in un Paese a maggioranza musulmana come le Maldive, perché sarebbe impossibile condividere uno dei momenti più importanti della vita quotidiana come il pasto”.

E poi, Maldive a parte, come può una vacanza passare il test dei diritti umani? “È un tema complesso. Se guardiamo allo stato di democrazia e ai diritti delle persone, non dovremmo più viaggiare nelle Filippine, in India o Cina. E magari neanche in Ungheria”, ragiona Carla Diamanti, giornalista di viaggio e docente di Programmazione turistica presso l’Università di Torino.

Jihad, povertà, droga. Le ombre del Paradiso

Quanti di noi direbbero che le Maldive sono un paese musulmano? E invece, in rapporto alla popolazione, sono anche il paese non arabo con il più alto numero di foreign fighters. Tutti abbiamo un amico, un cugino che è stato alle Maldive: qui tutti hanno un amico, un cugino che è stato in Siria. Ma in fondo, all’aeroporto la sala arrivi è in realtà un’altra sala partenze: si atterra, e ci si imbarca subito per una delle isole riservate agli stranieri. Per noi le Maldive sono un arcipelago di 1.192 isole: ma per i maldiviani, sono un’isola sola: Male. La capitale. Qui tutto è concentrato nei suoi 5,8 chilometri quadrati. Uffici, ospedali, negozi. Scuole. Banche. E circa 250 mila persone: Male è una delle città più sovraffollate del pianeta. Si vive pressati in queste case minuscole e scalcinate, buie, umide, sature di caldo e sudore, in dieci in due stanze: e cioè si vive per strada, perché poi, in spazi così ristretti, tutto è un inferno – le Maldive sono il paese con il più alto tasso di divorzi. E dal momento che l’Islam vieta l’alcol, sono anche il paese con uno dei più alti tassi di eroinomani: il 44 percento degli abitanti ne ha uno in casa. “Perché se non puoi cambiare la tua vita”, mi dice un ragazzo, “non ti resta che dimenticarla”.

Ha 31 anni, si chiama Kinan. Ed è uno dei nomi più noti, e temuti, della criminalità di Male. Il principale datore di lavoro delle Maldive. Perché nei resort, in realtà, sono tutti stranieri: non solo i clienti. “I camerieri, i cuochi, ormai sono tutti del Bangladesh, sono tutti immigrati per cui cento dollari al mese sono una fortuna”, dice. “Mentre per i ruoli a contatto con i turisti, vogliono solo occidentali. Solo bianchi”. I 3,5 miliardi di dollari l’anno del turismo finiscono in larga parte a cinque, sei affaristi con solide amicizie in Parlamento. Agli altri, non restano che gli spiccioli. Mance, letteralmente. Male è spartita tra una trentina di gang: ognuna legata a un certo deputato, a sua volta legato a un certo imprenditore. “Siamo al loro servizio”, dice. “Per qualsiasi cosa. Per un volantinaggio come per un’aggressione. E con tanto di tariffario: è un mestiere come gli altri”. 1.200 dollari per spaccare una vetrina. 1.600 per aggredire un giornalista.

In un sondaggio commissionato dal governo, il 43% degli abitanti di Male ha detto di non sentirsi sicuro neppure a casa propria. Per quelli come Kinan, la Siria è una specie di seconda opportunità. Una forma di redenzione. “Qui accoltelli fino a quando non vieni accoltellato”, dice. “Nient’altro. E per una guerra che non è la tua. In Siria, se non altro, sarei ucciso per una ragione migliore”. Husham ha 20 anni, e studia alla facoltà di Sharia. Sta preparando un esame: e la partenza per la Siria. “L’Islam è giustizia”, dice. “Giustizia come è intesa ovunque. Come uguaglianza di diritti e di opportunità”. Le Maldive, dice, potrebbero essere come Dubai. Come la Svizzera. E invece il 5% della popolazione possiede il 95% della ricchezza. “E invece è tutto un favore. Se ti ammali, bussi alla porta del presidente, e ti pagano le cure all’estero. Che poi è il motivo per cui nessuno si ribella. Perché ognuno risolve i suoi problemi così. Pensando solo a se stesso”, dice. “Non siamo cittadini. Siamo mendicanti”. Il suo modello, dopo Maometto, è Malcolm X.

I centri di reclutamento non sono solo le moschee – alcune moschee. C’è il carcere. C’è internet. “Ma soprattutto, i reclutatori siete voi”, ci dice uno degli attivisti più noti. “Tutti si chiedono perché i jihadisti non siano bloccati in aeroporto”, dice. “Ma il governo un po’ cerca di liberarsi di gang che ormai conoscono troppi suoi segreti: un po’, semplicemente, condivide certe idee. Come tutti, d’altra parte. Perché magari ti dicono che quel jihadista era un alcolizzato, quell’altro un depresso. Ma qui nessuno contesta l’ideologia di fondo”, dice. “Nessuno ha voglia di accettare questo mondo. Questa vita”. “Qui se vieni da una famiglia ricca, vai a studiare all’estero. Altrimenti vai in Siria”.

Sull’albero più alto, tra i rami, c’è ancora un ramo che non è un ramo, in realtà, è un’asta. Fino a pochi anni fa, c’era la bandiera di al-Qaeda. Perché fino a pochi anni fa, per i suoi 600 abitanti questa non era l’isola di Himandhoo: era l’emirato di Himandhoo. Siamo solo a 90 chilometri da Male. Ma in un certo senso, siamo in un altro paese.

La sharia, alle Maldive, è una sharia rigorosa. Tipo il Pakistan. L’Arabia Saudita. Tutto ciò che è consentito ai turisti, a tutti gli altri è vietato. L’alcol. O il sesso fuori dal matrimonio: sono cento frustate. Solo i musulmani possono essere cittadini, qui: è proibito avere un’altra religione. O non avere una religione. E l’Islam è la materia principale in ogni scuola di ogni ordine e grado. Ma a Himandhoo la sharia è, se possibile, ancora più rigorosa. A Himandhoo, nel nome del ritorno al vero Islam, dell’Islam dei tempi di Maometto, è vietata persino la musica. Anche poi se ai tempi di Maometto le Maldive, in realtà, erano buddiste. Nelle moschee più vecchie, la Mecca è indicata dal pavimento aggiunto dopo, e montato in diagonale. Non erano moschee: erano templi. “L’Islam, questo genere di Islam, così estremo, non è affatto tradizione, è innovazione”, mi spiega Mariyath Mohamed, giornalista. “Trent’anni fa, nessuna di noi aveva il velo”. Oggi, invece, sono tutte in niqab. Tutte completamente coperte. Completamente in nero.

Tutto è cominciato con Maumoon Abdul Gayoom. Il presidente che si inventò i resort, e insieme ai resort, le Maldive stesse: fino ad allora, non erano state che un arcipelago povero e sperduto. Ha governato per trent’anni, dal 1978 al 2008, e in fondo, governa ancora: l’attuale presidente è suo fratello. “Si era laureato al Cairo, ad al-Azhar, il principale centro di studio del mondo islamico. E non avendo legittimazione popolare, si costruì una legittimazione religiosa. Giustificava ogni sua decisione come una decisione dettata dal Corano. E i suoi oppositori, così, finirono per giustificare ogni critica allo stesso modo”. “L’Islam”, dice, “non solo non è tradizione, qui. Non è religione: è politica”.

 

C’è una contro-rivoluzione che sta distruggendo l’Europa

A partire dalla caduta del muro di Berlino, sono stati gli ideali liberali a determinare l’ordine politico in Europa. I partiti che mettevano in discussione il libero commercio e la separazione dei poteri ottenevano di rado molti voti. La tolleranza religiosa e culturale era la norma. L’Unione europea non era vista solo come una fonte di ricchezza, ma anche come una potenza etica capace di diffondere le norme liberali nel mondo. Questa epoca sta finendo. Gli ideali liberali ora sono sotto attacco da Helsinki ad Atene.

Ci sono molte varianti locali di questa rivolta anti-liberale: il populismo non è confinato a Ungheria, Grecia e Polonia. Nigel Farage e il suo partito populista Ukip hanno trionfato al referendum sulla Brexit. Il Partito della Liberà in Austria, diventato celebre ai tempi del suo leader Jörg Haider, è entrato in un governo di coalizione. Il Movimento Cinque Stelle potrebbe vincere le elezioni in Italia e i populisti della Lega Nord possono dominare un governo di centrodestra. Anche nella prospera Germania i nazionalisti di Alternativa per la Germania sono riusciti a entrare nel Bundestag. E non scordiamo che l’ispirazione per questa ondata anti-liberale arriva dagli Stati Uniti e dal presidente Donald Trump.

Alcuni liberali sono riusciti a rimanere al potere, certo, ma soltanto abbracciando una versione soft del populismo. Mark Rutte in Olanda se l’è presa con i migranti. Emmanuel Macron in Francia ha massacrato i partiti tradizionali e in Gran Bretagna Theresa May ha sposato la Brexit. I liberali dovrebbero accontentarsi che i populisti soft prevalgono su quelli estremisti?

Andiamo al nucleo del problema: i populisti non guadagnano voti perché hanno leader carismatici e programmi accattivanti, ma perché i liberali hanno completamente screditato il loro nobile progetto. Hanno trasformato lo splendido acquario del liberalismo in una zuppa di pesce. Ed è difficile tornare indietro.

La lista delle colpe dei liberali dal 1989 è lunga. Le disuguaglianze sono drammaticamente cresciute durante l’età liberale, l’evasione fiscale si è diffusa, i tagli alla spesa sociale sono ben noti. E questo è successo anche nelle “tigri economiche” dell’Europa. Il Pil della Polonia è cresciuto del 20 per cento nell’ultimo decennio eppure la Polonia è ancora campione di precariato, basti pensare ai contratti a zero ore che non danno ai dipendenti praticamente alcuna sicurezza o beneficio di welfare. Nei Paesi ad alto debito dell’Europa del Sud l’esplosione di povertà e disoccupazione in questi ultimi anni rendono ridicoli gli ideali liberali di libertà economica.

L’integrazione europea è sempre stata la punta più avanzata del progetto liberale, fonte di prosperità e collaborazione. Eppure negli ultimi anni è diventata simbolo di austerità, stagnazione e conflitto. L’euro, nato per integrare l’Europa, ha ottenuto il risultato opposto: ha esacerbato le differenze e gli scontri tra Paesi in deficit e Paesi in surplus. Il sistema di Schengen doveva garantire un sistema efficace ed etico per gestire le migrazioni, ma ha portato all’esito contrario. La persona che più incarna il problema dell’elusione fiscale, Jean Claude Juncker, guida la Commissione europea e un uomo di Silvio Berlusconi è a capo del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Con liberali di questo tipo, l’Ue non può certo programmare la riscossa.

La libertà non può prevalere in un’atmosfera di odio e vendetta verso gli avversari politici. I liberali dovrebbero cercare di recuperare gli elettori perduti invece di accusarli di essere impazziti e manipolati. La democrazia non è al sicuro quando viene messa in dubbio la saggezza delle scelte elettorali.

Negli ultimi anni il liberalismo è diventato l’ideologia del potere e della forza. Molti sono saliti sul carro del liberalismo e ne hanno stravolto le idee: hanno anteposto la libertà all’uguaglianza, i beni economici a quelli politici, i valori privati ai valori pubblici. La libertà è stata garantita solo a pochi, di solito quelli con i passaporti e le carte di credito giuste. Queste priorità vanno ribaltate o il liberalismo morirà.

Non sto proponendo l’equivalente moderno della presa del Palazzo di inverno applicata a Canary Wharf a Londra a o La Défense a Parigi. Vorrei solo esortare i liberali a fermare o addirittura invertire le loro politiche di liberalizzazione e privatizzazione. Chi ha i soldi – spesso soldi virtuali – non deve sentirsi libero di abusare dei lavoratori, danneggiare l’ambiente e appropriarsi di una identità culturale che è di tutti. Questi soggetti dovrebbero essere adeguatamente tassati e rispondere delle loro azioni quando violano le regole. Le aziende dovrebbero avere rappresentanti dei lavoratori nei loro consigli di amministrazione. Il salario minimo universale va sperimentato in modi meno timidi e una certa dose di sharing economy va incoraggiata. La Tobin tax sulle transazioni finanziarie è da introdurre, così come varie forme di valute parallele e “banche del tempo”. Alcuni di questi esperimenti falliranno. Ma è meglio provare e fallire che rassegnarsi ad accettare che le ingiustizie economiche continuino.

Russia, precipita aereo di linea: 71 morti

Nessun superstite. Il tragico bilancio dell’incidente di un aereo dell’aviolinea russa Saratov Airlines, precipitato ieri alla periferia di Mosca, conta 71 morti: 65 passeggeri (di cui tre bambini) e sei membri dell’equipaggio.

L’aereo, un Antonov An-148 operato da Saratov Airlines, era diretto a Orsk, città negli Urali, e si è schiantato a circa 70 chilometri da Mosca. Dopo due minuti dal decollo dall’aeroporto di Domodedovo (il secondo aeroporto della capitale russa) alle 14.21 ora locale, l’aereo è scomparso dai radar. Fino a ieri sera le notizie erano confuse. Alcuni testimoni oculari per esempio hanno riferito ai media russi di aver visto l’aereo in fiamme mentre precipitava. Centocinquanta soccorritori hanno raggiunto a piedi, a causa della neve, il luogo dell’incidente.

Voci e smentite si rincorrono invece su un presunto scontro con un altro elicottero: diverse fonti, citate dalle agenzie di stampa russe, riferiscono di una collisione fra l’aereo e un elicottero delle Poste russe poco dopo il decollo. Versione questa smentita dalle Poste stesse. Per adesso quindi sono tre le piste che il ministero dei Trasporti sta valutando: l’errore umano, il guasto tecnico e le condizioni meteo. Esclusa l’ipotesi di un atto terroristico. Il presidente russo, Vladimir Putin – che ha espresso le condoglianze a chi ha perso i propri cari – “ha ordinato al governo di creare una commissione speciale su questa catastrofe aerea”, ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. L’An-148 aveva realizzato il suo primo volo nel 2004. La Saratov Airlines lavora essenzialmente con aerei russi Antonov e Yakovlev. Questa compagnia, che non è mai stata coinvolta in un incidente mortale dalla fine dell’Urss nel 1991, serve principalmente città russe di provincia, come pure le capitali del Caucaso.

Quella di ieri non è la prima tragedia nei cieli della Russia: negli ultimi anni sono oltre 200 le persone morte in incidenti aerei. L’ultimo risale a dicembre del 2016, quando un aereo militare Tu-154, che trasportava il famoso Coro dell’Armata rossa, si schiantò dopo il decollo da Adler, vicino Sochi, e tutte le 92 persone a bordo morirono.

L’aereo era diretto alla base aerea russa di Hmeimim, in Siria: il coro avrebbe dovuto tenere un concerto per i soldati in servizio nel Paese e l’incidente fu attribuito ad un errore umano. A marzo del 2016, invece, tutti e 62 i passeggeri morirono nello schianto di un Boeing 737 della compagnia FlyDubai durante un tentativo fallito di atterraggio all’aeroporto di Rostov-on-Don, in condizioni meteo complicate.

Chi sceglie disinformato danneggia anche te

Il vecchio che avanza non vuole convincervi a votare per questo o quel partito. Su chi mettere la croce lo deve decidere solo il cittadino. Il libro vuole invece aiutare i lettori a maturare una scelta davvero consapevole in vista del 4 marzo. Partendo dai fatti e non dalle promesse. Chi come me è andato a votare per la prima volta a inizio Anni Ottanta ha ampiamente sperimentato quanto poco conti ciò che viene detto in campagna elettorale. Più importante è invece scegliere le gambe giuste su cui le idee, se buone, possono camminare. Per questo ne Il vecchio avanza troverete molte storie e molte biografie. La pessima legge elettorale consente purtroppo le candidature multiple e impedisce il voto disgiunto tra uninominale e listini proporzionali. Ma almeno prevede che dei nomi e cognomi siano riportati sulle schede.

Se, come me, pensate che il riscatto anche economico di questo Paese richieda una forte lotta alla corruzione, alle mafie e all’inefficienza sarà per voi utile capire chi presenta liste pulite e chi no. Chi candida voltagabbana, cariatidi, parenti o figli di. Conoscerne le generalità, sapere cosa hanno detto e fatto, consente di valutare i criteri con cui i partiti hanno selezionato le loro classi dirigenti. Non per moralismo. Ma perché le “quote marroni” della politica condizionano la società.

Il garantismo, infatti, deve sempre valere in tribunale dove un imputato va dichiarato colpevole solo al di là di ogni ragionevole dubbio. Nelle istituzioni del terzo paese più corrotto d’Europa è invece bene applicare il buon senso. Perché se è vero che un avviso di garanzia non trasforma in criminali, non si possono nemmeno considerare gli avvisi (e i processi e le condanne) dei titoli si merito. Ma non basta. Il vecchio che avanza coltiva anche un po’ di memoria. Se, per esempio, si è affascinati dall’idea di pagare un’aliquota unica sul reddito del 23 per cento come propone Silvio Berlusconi è giusto sapere quante volte il pregiudicato leader di Forza Italia ha promesso riforme del genere senza poi attuarle.

Se invece davvero si teme la criminalità di strada è bene sapere chi ha votato provvedimenti come lo svuota carceri, l’indulto, la riforma che ha resto estremamente più difficile la custodia cautelare o quella che vieta le intercettazioni informatiche al di fuori delle indagini per mafia o terrorismo.

Il vecchio che avanza è una sorta di manuale per il voto informato che però non rinuncia all’analisi degli scenari futuri. Partendo da una constatazione. Qualunque sarà la maggioranza, e specialmente se si arriverà a una grande coalizione, è necessario che in parlamento ci sia un’opposizione forte e non consociativa. Perché in ogni democrazia la prima e più importante funzione di controllo sull’operato di governo, non spetta alla stampa o alla magistratura, ma alla minoranza. Conoscerla, riflettere sui suoi errori e sugli eventuali pregi, è utile. Sopratutto se siete da tutti disgustati o se pensate che nessuno vi rappresenti, ma vi rendete conto che da sempre gli amministratori peggiori sono eletti da tutti quei bravi cittadini che non vanno a votare.

Voto a respiro corto. Si combatte a vista

L’assenza dei manifesti è una delle novità più appariscenti di questa campagna elettorale. Muri e tabelloni, così come gli spazi 6×3 e le fiancate degli autobus, non sono occupati dai volti dei leader e dagli slogan della politica. Si tratta di un cambiamento legato a un insieme di ragioni tecniche ed economiche.

La scarsa luce dei mesi invernali riduce la visibilità delle affissioni, rendendo meno utile spendere in un mezzo fruibile per poche ore al giorno. Un ragionamento già espresso in occasione delle elezioni politiche del 24 febbraio 2013, ma che non aveva dissuaso Bersani, Meloni, Ingroia, Vendola e financo Oscar Giannino, dal ricordarci dai manifesti che le elezioni erano alle porte, alla Lega non ancora salvinizzata di ribadire “Prima il Nord” e ad una meteora come Italia Civica di Monti di presentarsi come “l’Italia che sale”.

A fianco di ragioni climatiche, ben più concrete sono quelle economiche. Il taglio ai finanziamenti ai partiti ha drasticamente ridotto i budget. Grazie ai rimborsi elettorali, soluzione introdotta dopo che nell’aprile del 1993 il 90,3% degli elettori si era espresso per l’abolizione dei finanziamenti pubblici, le spese elettorali erano di fatto a costo zero. Anzi, un guadagno. I rimborsi venivano erogati senza una reale rendicontazione, superando di molto le spese. Ma dal 2017 finanziamenti e rimborsi sono cessati e il palliativo della donazione volontaria del 2 per mille ha portato nelle casse pochi spiccioli. Con queste premesse, i 40 milioni di euro spesi per la campagna elettorale del 2013 rappresentano oggi una cifra irraggiungibile.

Ultima ragione, non meno importante, è legata ai cambiamenti in atto nell’arena della campagna elettorale, sempre più sui social network. Negli Anni 50 e 60 i manifesti erano concepiti singolarmente e servivano per intervenire nel dibattito e nella discussione politica. A partire dagli Anni 70 e soprattutto 80 si diffonde l’uso delle campagne tematiche plurisoggetto sul modello di quelle pubblicitarie. Oggi, una campagna nazionale di affissioni richiede, oltre ai soldi, di definire con grande anticipo il posizionamento politico e la pianificazione dei temi. Il caso di scuola è in questo senso la faraonica campagna di affissioni di Forza Italia per le politiche 2001. Dieci uscite, inaugurata da “la forza di un sogno” e il famoso “meno tasse per tutti”, che nell’arco di dieci mesi e con un costo stimato in oltre 60 miliardi di lire, riuscìrono a dettare l’agenda della campagna.

Altri tempi. Le campagne elettorali odierne hanno cambiato passo e sono molto più rapide e imprevedibili nel loro divenire e nell’alternanza dei temi. Campagne più tattiche che strategiche, giocate giorno per giorno sui fatti di cronaca, sui mass media, sulle vicende amplificate ed anche imposte all’attenzione generale dai social media. Oggi i sacchetti biodegradabili, domani gli impresentabili o le fake news. Dalla una guerra di posizione ci si è spostati verso una guerriglia informativa, per combattere servono Twitter, Facebook, Whatshapp, capaci di differenziare i messaggi in base alle caratteristiche degli elettori, almeno nelle speranze dei partiti.

In questo nuovo scenario i manifesti servono per campagne istituzionali, mirate a diffondere lo slogan, il simbolo e il volto del leader o candidato. Non a caso il partito che sino ad ora più ha puntato sull’affissione è stato LeU che, con ben poca originalità, ha abbracciato la strada della personalizzazione con Piero Grasso. L’opposto della strategia di “non metterci la faccia” suggerita dall’Agenzia Proforma a Matteo Renzi che ha portato a 5 manifesti grafici.

Viene così meno uno degli elementi più efficaci delle campagne elettorali, parte integrante del costume e delle culture politiche delle varie epoche e fonte di polemiche e discussioni sin da quando, agli inizi del 900, il candidato repubblicano Piliade Mazza lasciò i romani a bocca aperta con un manifesto di 44 metri quadrati affisso a 18 metri di altezza, grazie a un autoscale dei pompieri, sulla facciata del Teatro Valle.

Muri e tv, senza soldi la campagna non c’è più

Alzi la mano chi si è accorto che mancano appena tre settimane al voto. La campagna elettorale è impalpabile. È stata cancellata dai muri, dove le facce dei candidati e i simboli dei partiti sono praticamente scomparsi. È stata eliminata, in fondo, anche dalla televisione: la politica c’è, mancano i duelli. I leader dei partiti non si confrontano più. Così si scivola placidamente verso il 4 marzo, con un duplice senso di rassegnazione: a un’astensione senza precedenti e a un risultato senza vincitori; il verdetto – gli elettori lo sanno – non uscirà dalle urne, ma dagli accordi post voto. E prende forma la più evanescente campagna che si ricordi.

Addio manifesti: l’estinzione dei santini

Il primo effetto è sui muri delle città: i cartelloni elettorali non si vedono quasi più. Svanisce la forma di propaganda più antica, un rituale della militanza: l’attacchinaggio era sudore e a volte sangue (negli anni di piombo sono caduti cuori rossi, come Vincenzo De Waure a Napoli nel 1972, e cuori neri, come Paolo Di Nella a Roma nel 1983).

Le amministrazioni delle grandi città ne hanno preso atto, i numeri dicono molto. In tutta Milano nel 2013 gli spazi per i cartelloni elettorale erano 1.500: 500 per i candidati, 500 per i partiti e 500 per le elezioni Regionali. Quest’anno sono poco più di un terzo: 510 (170 per i candidati e altrettanti per partiti e Regionali). A Roma è stata appena approvata una misura simile: gli stalli per la propaganda elettorale sono stati più che dimezzati. Erano 1.400 (700 per le elezioni Politiche e 700 per le Regionali), quest’anno saranno 666 (equamente ripartiti).

La comunicazione politica ha cambiato pelle e la ragione principale, come sempre, sono i soldi. Il 2014 è stato l’anno della riforma Letta che ha praticamente cancellato il finanziamento pubblico ai partiti. L’effetto sui bilanci è stato disastroso. Il Pd ha chiuso l’ultimo esercizio (2016) con un passivo di 9,5 milioni di euro, risultato soprattutto del sanguinoso sforzo economico per la campagna del referendum sulla riforma costituzionale (14 milioni di spese elettorali, una cifra d’altri tempi). Ne hanno pagato le conseguenze i lavoratori: i 184 dipendenti del Nazareno a settembre sono stati messi in cassa integrazione per un anno.

La Lega non se la passa meglio: i suoi conti sono stati congelati dalla procura di Genova nell’ambito del processo per truffa contro Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito. L’ultima parola spetta alla Cassazione, si esprimerà dopo le elezioni. Forza Italia ha accumulato debiti per circa 100 milioni di euro, e senza l’impegno personale di Berlusconi sarebbe fallita da tempo (già nel 2015 l’ex tesoriera Maria Rosaria Rossi aveva provveduto a licenziare gli 81 dipendenti del partito). Gli unici a non avere problemi di liquidità sono i Cinque Stelle: sono nati e cresciuti sul web, senza sedi fisiche o pubblicità “di carta”.

Quel modello è diventato il solo sostenibile: la campagna elettorale si sposta sui social network. Si paga una squadra di professionisti e nulla più. “I canali di comunicazione – ha spiegato il tesoriere leghista Giulio Centemero – hanno costi irrisori rispetto al passato. Internet è sempre più rilevante. Non solo per i partiti ma anche per i privati: guardi la distribuzione delle risorse per il marketing delle multinazionali”.

La Lega l’ha capito prima di altri e ha una comunicazione social molto efficiente (solo un esempio: Salvini sta per raggiungere i 2 milioni di “mi piace” sulla sua pagina Facebook, quasi il doppio di Renzi, 1.113.000).

Il Pd nell’ultimo anno ha iniziato a imitare il modello grillino, con una serie di pagine Facebook e siti satellite che hanno affiancato i profili ufficiali del partito (ha fatto scalpore la comunicazione aggressiva dell’account “Matteo Renzi News”, gestito – malgrado le goffe smentite – da un esperto di comunicazione del Nazareno, Alessio De Giorgi).

In questa campagna i numeri del cambiamento sono impressionanti. Nel 2013 il tesoriere bersaniano Antonio Misiani aveva stanziato un budget di 6,5 milioni di euro. Solo per la comunicazione erano stati spesi 4,6 milioni di euro, di cui 2 milioni per le affissioni e 300 mila euro per la produzione di materiale tipografico. Il tesoriere Francesco Bonifazi – che intanto lancia creative campagne di crowdfunding per finanziare ogni singola campagna politica – non ha risposto alla domanda del Fatto su quanto sarà investito in queste elezioni. Ma dal Nazareno fanno sapere che la spesa per le stampe (tra cui 5 milioni di volantini e 5 mila copie del programma di Renzi) non sarà superiore a 130 mila euro. Nel 2013 per il Pd il web era solo una delle voci del “piano media” (tv, radio, giornali, internet). In tutto 2 milioni, la stessa cifra spesa quell’anno per le affissioni. In cinque anni la rete si è mangiato la carta.

Per Liberi e Uguali, la lista di sinistra guidata da Pietro Grasso, la responsabile della campagna Rossella Muroni ha annunciato un budget ridotto: “Contiamo di spendere in tutto un milione e 300 mila euro – ha detto a Repubblica –. È una cifra bassa, ma il battage durerà poco e ridurremo al minimo i materiali elettorali”. Con poca carta: solo 1.500 manifesti elettorali nelle città e 2 milioni e mezzo di volantini.

I più penalizzati dalla scomparsa dei manifesti sono i candidati nei collegi uninominali, quelli che avrebbero bisogno di metterci la faccia. Come se non bastasse, ogni partito (tranne M5S) ha stabilito un tariffario per i propri esponenti piazzati in posizioni facilmente eleggibili (dai 40-50 mila euro di Pd e Forza Italia ai 5mila euro di Fratelli d’Italia). E se qualcuno vuole farsi pubblicità se la paga da solo: “Non possiamo foraggiare i candidati dei collegi – spiega il tesoriere forzista Alfredo Messina – serve il loro impegno personale. Per forza di cose il budget è nettamente inferiore a quello degli altri anni”.

La fine dei duelli televisivi

Non solo i muri sono spogli, ma è la prima campagna elettorale senza duelli televisivi. Già altre volte leader e candidati premier non si erano affrontati, ma stavolta non lo fanno nemmeno le seconde o le terze file. Nel 2008, ad esempio, Silvio Berlusconi e Walter Veltroni non si incrociarono mai, ma in tv andarono in scena altri duelli interessanti: Fini contro Bertinotti o D’Alema contro Tremonti. Oggi, invece, nulla. Qualche giorno fa Myrta Merlino è riuscita a far interagire telefonicamente Matteo Salvini e Carlo Calenda, ma è stato quasi un tranello.

Per il resto niente duelli: i politici si sottraggono e nessuno dice niente. Nel 2001, invece, quando Berlusconi rifiutò il confronto diretto con Francesco Rutelli, le polemiche durarono intere settimane. Finora l’unico possibile scontro, in questa campagna, poteva essere a inizio novembre tra Renzi e Luigi Di Maio, a Di Martedì di Giovanni Floris, ma il Cinque Stelle all’ultimo ha dato buca. “Sono pronto a confrontarmi con gli altri candidati premier”, dice ora Di Maio. Sapendo bene che con questa legge elettorale, di veri candidati alla presidenza del consiglio non ce ne sono.

Da questo punto di vista l’Italia dimostra di essere indietro rispetto alle altre democrazie occidentali, dove elezioni senza duelli tv sarebbero impensabili. Non solo negli Stati Uniti dove la tradizione è consolidata, ma anche in Francia e Germania, dove negli ultimi mesi, prima di andare alle urne, si sono visti confronti televisivi tra Angela Merkel e Martin Schulz e tra Emanuel Macron e Marine Le Pen.

“È una pessima abitudine della nostra classe politica”, osserva Corrado Formigli, conduttore di Piazzapulita. “Chi è in vantaggio non ha interesse a sfidarsi con chi insegue, ma è un segnale di debolezza. La politica italiana si sta mostrando sempre più fragile, ha paura di tutto: della fatidica seconda domanda, di confrontarsi con i numeri e anche di scendere in piazza”. “Noi – continua – abbiamo invitato tutti e continueremo a farlo, anche se finora abbiamo incassato solo dei no. L’ultimo è quello di Attilio Fontana che non ha voluto confrontarsi con Giorgio Gori”.

Un controsenso, visto che la stagione della seconda Repubblica si era aperta proprio con un duello televisivo: Berlusconi contro Achille Occhetto il 23 marzo del 1994 davanti alle telecamere di Canale 5, moderatore Enrico Mentana. Passò alla storia: Occhetto totalmente impacciato contro un Cavaliere che, appena sceso in campo, sembrava un marziano. Nel 1996 ne andarono in onda due: Berlusconi-Prodi andata e ritorno, su Raitre con Lucia Annunziata e su Canale 5 ancora con Mentana. Nel 2001 il forzista, in vantaggio su Francesco Rutelli, non si concesse.

Nel 2006 ancora doppio confronto Berlusconi-Prodi: il primo su Canale 5, moderato da Clemente Mimun, e il secondo in Rai, con Bruno Vespa. È qui che l’ex Cav nell’appello finale al voto se ne uscì con il colpo di teatro dell’abolizione dell’Ici, che gli ha quasi fatto pareggiare le elezioni.

Nel 2008 e nel 2013 niente confronti tra i candidati premier, ma diversi duelli tra i principali esponenti di partiti e coalizioni. Oggi nemmeno quelli. “È una sconfitta per tutti: politici, media e democrazia, oltre a essere una mancanza di rispetto per gli elettori. Una parte di responsabilità ce l’abbiamo anche noi giornalisti: negli ultimi anni si è ceduto troppo a veti e capricci dei politici, che prima di andare in tv, tramite i loro staff, vogliono mettere bocca su tutto. Ma da una vera intervista o da un confronto con l’avversario un vero leader ha tutto da guadagnare”, afferma Massimo Giletti, conduttore di Non è L’arena, su La7. Secondo Carlo Freccero, però, è la politica in tv a non tirare più. “Se guardiamo i dati di ascolto dei talk politici negli ultimi dieci anni il calo è notevole. E va di pari passo con l’aumento dell’astensione. Non penso che i duelli elettorali possano invertire questa tendenza. È un certo linguaggio a non funzionare più”, osserva l’ex direttore di Raidue. Fatto sta che il confronto tra Berlusconi e Prodi del 2006 (domande di 30 secondi, risposte di 2 minuti e mezzo, controrepliche di 1 minuto e appello finale di altri 2 minuti e mezzo), a 12 anni di distanza sembra fantascienza.

La prof che il ’68 non lo celebra ma continua a farlo

Se un giorno mi avessero detto che avrei trascorso la sera di un giovedì di carnevale ascoltando alla radio La vedova allegra in tedesco non ci avrei creduto. E invece anche questo succede nelle trame infinite che portano a parlare di mafia e antimafia nelle scuole. Non in Sicilia, a Bolzano, città di confine andata sui giornali come collegio sicuro per Maria Elena Boschi ma che qui giurano che tanto sicuro non sia.

Cose secondarie se comparate con la storia di Luisa, che in occasione del cinquantennio dell’anno formidabile 1968, anziché celebrarne i fasti, continua a gettarne i semi. Soprattutto al Liceo Carducci, che nella città frontiera marca identità e cultura italiana. Insegnamento di storia e di filosofia. “Vuoi sapere del mio ‘68? Ma io allora avevo 14, 15 anni e vivevo a Riva del Garda. Praticamente non ne sapevo nulla. Adolescente io, del tutto marginale il paese in cui vivevo. I miei erano albergatori. Facevo vita agiata e ignara. Per dire: quando a me che mi dilettavo di danza ed equitazione la mia insegnante propose una musica per Jan Palach, io non capii praticamente niente. Non sapevo nulla di quello studente che si era trasformato in torcia umana contro il regime di Praga. Capii dopo, quando arrivai a Milano nel ’72, dopo avere fatto una tesina di maturità su Gramsci. E allora scoprii all’università i miei maestri, tra tutti Mario Dal Pra, il più grande, che mi avviò alla filosofia”. Luisa non ha più lasciato quella strada. Studentessa impegnatissima negli Anni 70, confessa volentieri di avere avuto una vita movimentata. Dal primo matrimonio fino all’unione con Sandro, insegnante di greco e di latino: insieme, un diluvio di libri e di scaffali da stordire anche un ladro.

“Come sono arrivata fin qui? Semplice, il mio primo marito era napoletano e andai a stare con lui, ancora fresca di speranze rivoluzionarie. Frustrate rapidamente dalle graduatorie, quelle per andare a insegnare nelle scuole intendo. A Napoli c’era un tariffario per ottenere le prime posizioni. E ci veniva anche detto. Mi sembrò pazzesco. Così cercai posti al Nord, e venni sulle montagne vicino Trento. Poi Trieste, e la provincia di Bolzano. Anche per stare più vicina ai miei. E il matrimonio si sfaldò”. In fondo l’amore della sua vita è stata la filosofia. Non immaginatevi però una filosofia qualunque. Luisa ha passioni da tramortire gli sprovveduti come il sottoscritto. Uno dei suoi libri è Il colore delle cose, sottotitolo “La grammatica del concetto in Husserl e Wittgenstein”. Al colore dedica riflessioni che portano diritti ai problemi classici della filosofia, “essenza e fenomeno, mondo e linguaggio”. Un’intera, grande parete della cucina è stata trasformata in galleria per quadretti di tutti i colori possibili.

Studi la signora flemmatica e gentile e non ti sembra certo il prototipo dell’ex sessantottina. Eppure contestava, anche se preferiva farlo nel mondo dell’università e si sentiva fuori posto quando la mandavano davanti alle fabbriche o c’era da ingaggiare scontri, nessun piacere militare per le barricate. Avverti però lo spirito di allora nella voglia permanente di scardinare regole, quelle delle burocrazie come quelle della mente. Nella critica tagliente alla politica mediocre e opportunista, proprio non ci sta ad accucciarsi nel meno peggio. Nell’idea che la società debba cambiare per un flusso collettivo di impegni personali, come il suo, che la porta a volere discutere di mafia nella provincia che ne ha meno e che per giunta si sente meno italiana di tutte. Ascolta attenta la lezione nell’aula magna della scuola, scrutando come sempre si dovrebbe le espressioni degli studenti. Che reagiscono chiedendo. Che cosa può fare lo Stato, se li intercettano perché non li arrestano, gli effetti del proibizionismo, se lo Stato frena la lotta alla mafia.

E soprattutto perché i clan mafiosi fanno del male alla loro terra, devastandola e inquinandola. Una professoressa, Giovanna, legge brani commoventi da un libro per commuoversi lei stessa. Parla delle donne contro la mafia e le studentesse si entusiasmano. Alla fine qualcosa è ben accaduto nell’“acquario” o nella città “asettica come una sala operatoria”, per usare le espressioni di due insegnanti. È il bello di quella stagione: che al di là dei capi e di chi sempre la rivendica ha immesso nel corpo del paese una generazione che, senza rivendicarla, è rimasta battagliera a vita. Gente che, passati i sessanta, ancora si dà da fare perché pure Bolzano parli di mafia.

Se mi lasci non ti cancello. Social è (quasi) per sempre

Prendi il telefono, posa il telefono. Scroll. Apri Facebook, controlla. Apri Instagram, controlla. Ci pensi: perché hai disattivato le notifiche? Magari sei sulla strada del regista Luca Guadagnino, che “Ho deciso, butto lo smartphone, voglio liberarmi da questa dipendenza”, ha detto al Fatto. Avrà il coraggio? Boh. E poi lui è per il vis à vis, anche la tv è già troppo (pare). Jim Carrey, intanto, sta cancellando la sua presenza sul social network di Mark Zuckerberg, cedendo le sue azioni (non ha specificato quante). Ha invitato chiunque investa e “abbia a cuore il nostro futuro” a fare altrettanto, agevolando pure il chirurgico hashtag #unfriendfacebook. Non ha perdonato al social le interferenze concesse al Cremlino (aver ospitato pubblicità e contenuti di gruppi pro-Russia che avrebbero inciso sulle elezioni di Trump) e di non fare abbastanza per evitare che il problema si ripeta. Lo scrive su Twitter che pure, con altri giganti della rete, continua a rispondere di quanto accaduto con il Russiagate davanti al Congresso Usa.

L’idea di abbandonare l’“Always on” (sempre connessi), tocca tutti, prima o poi. Non serve essere appena usciti dalla visione di Black Mirror (anche perché basterebbe Perfetti sconosciuti). Il punto non è decidere: è che, una volta deciso, bisogna averne davvero voglia. La cancellazione degli account richiede molto più tempo dell’iscrizione. E le piattaforme provano a trattenerti, come le compagnie telefoniche quando minacci di cambiare operatore. “Siediti, rilassati. Esiste un piano B”, sembrano suggerire. Quello offerto da Facebook, tanto per fare un esempio, è di disattivare l’account senza rimuoverlo per sempre.

Intanto, bisogna andare in “Impostazioni”, sotto la voce “Gestisci account”. Se si ha l’ardire di premere su “Scopri di più” alla voce “Disattiva il tuo account”, bisogna essere pronti a farsi legare come Ulisse. Itaca è lontana.

“Se desideri mettere in pausa la tua attività su Facebook, puoi disattivare il tuo account”, recitano le informazioni di servizio, strutturate in schede. C’è una freccia, seguono altre notizie (il nome verrà rimosso, ma qualche informazione potrebbe rimanere online). Altre frecce. Cresce la tensione. Se vai in pausa, puoi tornare. Altrimenti: “Se decidi di eliminare in modo definitivo il tuo account anziché disattivarlo, non potrai accedervi di nuovo”. Sappilo. Dopotutto, non è un meccanismo fuori di senno, se si pensa alla quantità di dati che ogni utente riversa online ogni minuto (secondo?). Molti. Per avere un’idea di quanti, occorrerebbe leggere i contratti che vengono sottoscritti con gli utenti. Esatto, quelli che nessuno ha voglia di leggere.

Il commissario per l’Infanzia dell’Inghilterra (con Tes e l’aiuto di Schillings, azienda specializzata in materia di privacy), ha realizzato delle guide che traducono diritti e doveri dell’utente dal legalese in cui sono scritti, a una lingua comprensibile. Sono divisi addirittura in versioni per fascia d’età. Sono utilissimi anche agli adulti. Per esempio, nella versione per i ragazzi dai 14 ai 16 anni delle guide, viene spiegato che è diritto di YouTube collegare i dati in suo possesso con altre informazioni che ha Google a riguardo (la piattaforma di streaming video è proprietà di Google). Il che potrebbe includere amici, interessi, luogo di residenza, messaggi Gmail, etc.

Giusto, la posta elettronica. Come hanno scritto Kevin D. Mitnick e Robert Vamosi nel libro The Art of Invisibility: The World’s Most Famous Hacker Teaches You How to Be Safe in the Age of Big Brother and Big Data: “Chi usa Gmail sa che una copia di ogni email ricevuta e inviata è conservata dai vari server di Google”. Il che vale in egual misura per i servizi delle altre aziende, da Microsoft a Apple.

Niente di assurdo: i dati sono merce. È la moneta sonante del mercato digitale. Quanto valga la pena concederli, sta alla sensibilità e alle ideologie di ognuno. Il succo è che una volta online, essere invisibile richiede competenze e sforzi che la maggior parte delle persone non possiede, insieme alla voglia. La stessa che serve anche solo per controllare a quali dati stiamo dando accesso a piattaforme e app: mai fatto un giro tra le applicazioni che avete autorizzato su Facebook e che restano lì anche quando avete smesso di usarle (vedi quelle per i vari quiz di turno che ti svelano che personaggio sei o come sarai da vecchio). Mai fatta una gita fuori porta, tra “Le mie attività” dell’account Google, per vedere quali movimenti online state consentendo di registrare, e quali no?

Ecco, appunto. E poi, chi vatteli a ricordare tutti gli account aperti nel giro di un’esistenza. Ci sono servizi che fanno questo: Deseat.me promette di ripulire la propria presenza online. L’autenticazione avviene con Gmail o Outlook, e una volta entrati, il sito mostra i profili aperti in giro.

La difficoltà di cancellare gli account – su Instagram bisogna andare dentro il “Centro di Assistenza”, mentre per Twitter accedere da web – sono figlie della stessa mancanza di voglia di controllare le impostazioni della privacy di ogni servizio. Per questo, quando qualcuno tira fuori l’idea di una qualche dieta digitale, ci troviamo tutti lì sul cornicione, come i personaggi di Non buttiamoci giù, di Nick Hornby: in cerca di qualcuno che ci sottragga a quella sorte. E i social, puntualmente, lo fanno.