Un terremotodi magnitudo 7.3 è stato registrato al largo delle prefetture di Fukushima e Miyagi, nella regione del Tohoku, nord-Est del Giappone. L’epicentro è stato individuato in mare, a 60 km di profondità, e la scossa è stata sentita anche a Tokyo. L’Agenzia meteorologica ha diramato un allarme tsunami. Enormi i disagi: l’Azienda elettrica nazionale ha riferito che, per il terremoto, più di 2 milioni di abitazioni in nove prefetture sono rimaste senza elettricità. La Tokyo Electric Power Company ha annunciato che sono in corso controlli nelle centrali nucleari nella prefettura di Fukushima: si esaminano i reattori degli impianti di Fukushima Daiichi, luogo dell’incidente del 2011.
Evacuazioni di massa: multe a chi disobbedisce
Fin dove voglia arrivare Putin, cosa abbia davvero in testa, nessuno lo sa. Per capirlo, insieme agli analisti militari e di geopolitica, si scomodano pure gli psicologici. Se si guarda però alle leggi che firma di suo pugno, vien da pensare al peggio. Proprio sul Fatto, due giorni fa, abbiamo raccontato quella sulle sepolture di massa che dispone precise istruzioni agli oblast della Federazione su come realizzare fosse comuni di quattro piani su superfici di 40 ettari. È stata approvata il 20 dicembre ed è entrata in vigore il 2 febbraio, giusto 12 giorni prima d’invadere l’Ucraina e vedersi materializzare al fronte i corpi di migliaia di soldati uccisi e lunghe colonne di profughi costretti a dirigersi a Est anziché lungo i corridoi occidentali. Fa propri i criteri dell’agenzia metrologica di Mosca per la “sepoltura urgente di cadaveri in tempo di guerra e di pace”. Il testo riporta le sezioni delle fosse, le ruspe che scavano e rullano i terreni, dove collocare i tubi di sfiato per le esalazioni dei corpi.
Ebbene, c’è una seconda legge firmata da Putin che disegna uno scenario da Armageddon. Il 20 dicembre lo zar che fa tremare il mondo ha varato una seconda norma speciale, a carattere d’urgenza, che fa tremare i polsi. Il testo è sul sito della Federazione, il titolo: “Protezione della popolazione e dei territori dalle emergenze tecno-geniche”. Tra le quali rientra la guerra, ma senza mai citarla direttamente. In sostanza è un grande piano di evacuazione di massa, con le indicazioni per lo spostamento di popolazioni, ma secondo criteri diversi da quella in vigore, che risale all’epoca di Eltsin (1994). La legge fornisce precisi criteri per organizzare evacuazioni di massa, indica come comporre le file lungo i cigli delle strade, le procedure che le autorità locali dovranno seguire per l’esproprio di abitazioni civili, di terreni e alberghi. Nonché eventuali indennizzi. A leggerla sembra quasi la classica legge da Protezione civile, ma a conferirle una dimensione sinistra e preoccupante, tale da evocare intenzionalità poco dicibili, è proprio il fatto che origini in parallelo con l’altra legge emanata sempre in risposta a uno stato di “allerta elevata”. Sembra anzi che le due si completino a vicenda, per l’oggetto stesso e per la tempistica, che sono state pianificate ed emanate in parallelo e in coincidenza coi piani militari d’invasione dell’Ucraina.
Il testo, va precisato, non fa cenno a deportazioni “forzate”. Anche le “faq” pubblicate a margine le negano espressamente. E tuttavia il testo prevede sanzioni fino a 30 mila rubli per chi si rifiutasse.
A scanso d’equivoci, si conclude disponendo così: “Le autorità esecutive federali e le autorità pubbliche degli enti costitutivi della Federazione Russa, i governi e le organizzazioni locali sono obbligati a sottomettersi agli organi di governo del sistema statale”.
“Non scappo, scatto: racconto la mia città in fiamme che resiste”
Avolte riesce a dormire. Ma quando poi si sveglia, deve ripetersi: “Cazzo, questo non è un incubo, è tutto reale”. Dal 24 febbraio scorso, quando i carri armati di Mosca hanno varcato la frontiera ucraina, Alina Smutko ha cominciato a documentare la città simbolo della guerra, della vittoria e della sconfitta: Kiev, in bilico come l’Ucraina tutta, in queste ore, tra est e ovest. Il silenzio che cala è quello del coprifuoco e del lutto. Tra i reporter stranieri che hanno perso la vita negli ultimi giorni c’è anche l’ucraina Oleksandra Kurshinova: non è sopravvissuta ai colpi che l’hanno raggiunta nel villaggio di Gorenki, mentre lavorava insieme a Pierre Zakrzewski, cameraman americano.
“Raccontare la guerra a casa tua è più difficile per due motivi: sei costantemente preoccupato per la tua famiglia, i tuoi amici, i tuoi parenti, che sono tutti a rischio, in ogni istante. La seconda ragione è che non esiste più ‘una casa sicura’ in cui tornare: la casa, la patria sono in fiamme e tu le devi documentare”. Nata 29 anni fa a Poltava – la città a 350 chilometri da Kiev in cui ha messo ora al riparo suo figlio dai colpi d’artiglieria che bucano la Capitale – Alina non ha seguito la sua famiglia, in fuga verso ovest, ma è rimasta a documentare l’assedio: “Ho deciso di rimanere perché penso che possiamo farcela. Credo nel nostro esercito e in quegli ucraini diventati compatrioti dal giorno dell’attacco. Se non ci arrendiamo ora, non sarà più facile sconfiggerci. Non voglio lasciare Kiev, né l’Ucraina a chi arriva qui a prenderla con le armi”.
La luce dell’alba l’annunciano le sirene, le chiamate degli amici, “le esplosioni di un posto poco lontano da dove dormo”, racconta. Ogni giorno “mi metto lo zaino sulle spalle, vado in centro, aiuto chi è scappato dalle zone dove sono già arrivati i russi, inizio a scattare foto alla mia città deserta”. Di giallo e blu, colori del vessillo nazionale, erano piene le sue foto anche prima: Alina puntava spesso l’obiettivo della sua macchina verso sudore, sforzi, campi verdi e squadre nazionali di rugby e basket. “Ho cominciato a fotografare sport quando sono stata espulsa dalla Crimea”, annessa alla Federazione russa nel 2014, dopo la rivolta dei ragazzi di Maidan.
Adesso deve convincere i suoi stessi concittadini a non aver paura della sua macchina fotografica: “Sono tutti spaventati, tutti. Anche se ho il tesserino con la scritta press, è difficile convincerli che sono rimasta qui non perché spio o approfitto della tragedia di qualcuno: questa tragedia è anche la mia”.
15 punti per la pace Kiev-Mosca. Poi arriva la lite Biden-Putin
C’è una bozza di piano di pace per l’Ucraina in 15 punti: prevede la rinuncia all’ingresso nella Nato e l’impegno a non ospitare basi o sistemi d’arma stranieri sul proprio territorio, godendo della tutela di Usa, Gran Bretagna e Nato. Il tavolo di trattativa virtuale fra Mosca e Kiev resta aperto e pare produrre risultati, anche se i margini di successo del negoziato sono stretti. Anticipato dal Financial Times, il piano soddisfa certe richieste russe, ma segna la rinuncia ad altre. Il ministro degli Esteri di Mosca Serghey Lavrov aveva già ipotizzato un compromesso centrato sulla neutralizzazione dell’Ucraina, stile Austria o Svezia, senza più citarne la “de-nazificazione”, cioè un cambio di regime. Dopo Israele con Gerusalemme, la Turchia candida Ankara a ospitare un vertice fra i presidenti Putin e Zelensky: lo dice, a Mosca, il ministro degli Esteri turco Cavusoglu, che oggi sarà a Kiev.
Zelensky rafforza la legittimazione di un suo ruolo nell’Ucraina “post-invasione” parlando al Congresso Usa in sessione plenaria. Pare ormai caduta la pregiudiziale russa di non avere come interlocutore l’attore divenuto presidente e ora simbolo della resistenza ucraina. Con l’immagine proiettata su un maxischermo, il presidente di Kiev sollecita aiuti mostrando immagini sconvolgenti di civili uccisi ed evoca Pearl Harbor e l’11 Settembre – “Viviamo da 21 giorni un 11 Settembre tutti i giorni: si rivolge a Joe Biden – “Essere il leader del mondo vuol dire essere il leader della pace” – chiede una no fly zone sopra l’Ucraina e maggiori sanzioni alla Russia. L’appello non viene raccolto dall’Amministrazione Usa, che l’ha già respinto più volte, come la Nato. Il governo tedesco ha ieri escluso il coinvolgimento degli eserciti occidentali: “Nessun militare e nessun elemento del personale della Nato dovrà entrare in Ucraina. Su questo, abbiamo una chiara linea rossa”.
Biden annuncia nuovi aiuti militari all’Ucraina tra gli 800 milioni e il miliardo di dollari; martedì aveva già firmato un bilancio che includeva 13,6 miliardi di dollari, e poi definisce Putin “criminale di guerra”. S’innesca un botta e risposta nel triangolo Kiev-Washington-Mosca. Dal Cremlino, Putin fa sapere che le operazioni militari “procedono con successo” e “l’obiettivo non è occupare l’Ucraina” e che le parole del presidente Usa sono “inaccettabili”.
S’inserisce nel ping-pong il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg: “Continuare a fornire un supporto significativo” all’Ucraina, “inclusi rifornimenti militari e aiuti finanziari e umanitari”. E gli Usa mettono di nuovo in guardia Mosca dal ricorso alle armi chimiche.
La giornata che chiude la terza settimana dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina è dominata dalla diplomazia, mentre dal terreno giungono consuete notizie di bombardamenti e combattimenti, militari caduti e civili uccisi. Le forze russe non avanzano in modo significativo, ma martellano Kiev e Kharkiv; dieci persone in coda per il pane vengono uccise a Chernihiv, al confine con la Bielorussia. Navi russe bombardano dal Mar Nero coste vicino a Odessa. Mariupol viene attaccata anche dal Mar d’Azov: nel centro, i russi centrano un teatro convertito in rifugio, doveva cercavano riparo centinaia di civili; 500 persone sarebbero tenute in ostaggio in un ospedale e le torri della radio e delle tv sono state colpite – Mosca smentisce queste notizie di fonte ucraina.
Le forze ucraine rivendicano l’uccisione di un quarto generale russo nei pressi di Mariupol e il rapimento, da parte degli occupanti, del sindaco del porto di Skadovsk e del suo vice, poi rilasciati. Ieri, la Corte di Giustizia internazionale dell’Aja ha ordinato alla Russia di sospendere l’invasione con una sentenza destinata a rimanere simbolica. Kiev ha portato Mosca davanti alla Corte, contestando la tesi russa che le operazioni mirano a fermare il genocidio delle popolazioni separatiste filo-russe del Donbass. Il provvedimento d’urgenza non pregiudica il verdetto finale, che potrebbe arrivare fra anni e che, comunque, non avrà impatto, perché la Russia ha potere di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Incontrando il procuratore della Corte, Karim Khan, Zelensky gli ha chiesto di riconoscere la Russia come “Stato terrorista”.
Mangino bombe
Tre giorni fa abbiamo ricevuto un comunicato stampa di Fao, Unicef e World Food Programme (Wfp), che si aggiunge a quelli di Oxfam, sulla situazione in Yemen. Lì dal 2015 si combatte una presunta “guerra civile”, che in realtà è il tipico conflitto per procura che le grandi potenze affidano ai Paesi più poveri. Come in Ucraina. Solo che lì le grandi potenze sono l’Arabia Saudita (quella del Nuovo Rinascimento renziano) e l’Iran. E i morti sono infinitamente più numerosi di quelli ucraini (370 mila, fra vittime di guerra, malnutrizione e malattie non curate): sia perché si combatte da sette anni, sia perché nessuno ne parla (a parte il Papa) né invoca la Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità, dunque si può massacrare indisturbati. Tanto oblio si deve al fatto che gli yemeniti sono un po’ più scuretti degli europei e che gli sterminatori più feroci, la coalizione a guida saudita, sono amici nostri e usano armi nostre, anche italiane (bloccate nel 2020 dal governo Conte-2). Risultato: 4 milioni di profughi (su una popolazione di 29) e 17,4 milioni di affamati, che a fine anno saranno saliti a 19. Le donne incinte e le neomamme che allattano “gravemente malnutrite sono 1,3 milioni” e i bambini addirittura 2,2, di cui quasi mezzo milione in “grave malnutrizione acuta, che mette a rischio la vita”. Quindi – urlano le tre organizzazioni – “dobbiamo agire ora con sostegno alimentare e nutrizionale, acqua pulita, assistenza sanitaria di base, protezione e altre necessità. La pace è fondamentale, ma si possono fare progressi ora. Le parti in conflitto dovrebbero revocare tutte le restrizioni al commercio e agli investimenti per le merci non soggette a sanzioni”. Tantopiù che “la guerra in Ucraina porterà allo choc delle importazioni, spingendo ulteriormente in alto i prezzi dei generi alimentari: il 30% del grano lo Yemen lo importa dall’Ucraina”. Ergo, “senza immediati finanziamenti, avremo carestia e fame generalizzata. Ma, se agiamo ora, c’è ancora la possibilità di evitare un disastro e salvare milioni di persone. Il Wfp è stato costretto a ridurre le razioni di cibo per 8 milioni di persone all’inizio dell’anno per mancanza di fondi”.
Per questo ieri abbiamo aperto il Fatto su questa guerra dimenticata: nella speranza che se ne accorgessero gli indignati selettivi e intermittenti della cosiddetta Europa, così solerte a inviare armi per 1 miliardo a imprecisati “ucraini” (non certo ai civili in lotta, ma a milizie di locali e di mercenari). Fortuna che il cuore d’oro del Parlamento e del governo italiani ha subito raccolto il grido di dolore, aumentando le spese militari fino al 2% del Pil, da 26 a 38 miliardi l’anno. Per la gioia dei bambini ucraini e yemeniti, che non vedevano l’ora.
Parolacce, peni, suore svanite: gli scherzi da prete e “da papa”
Un vecchio proverbio ammonisce di scherzare con i fanti, ma di lasciar stare i santi. E un altro adagio popolare, diffusosi durante il Risorgimento, mette in guardia dagli “scherzi da prete”: in altre parole, tradimenti fatti da persone che si credevano fidate. Il detto nacque – pare – per il voltafaccia all’Unità d’Italia di papa Pio IX, al secolo Giovanni Mastai Ferretti, prima favorevole alla causa e poi contrario.
Più che uno scherzo da prete quello di Pio IX fu uno scherzo da papa, uno dei tanti, nel bene e nel male, che la storia del Soglio di Pietro ci ha tramandato. Di questi scherzi pontifici, in una accezione soprattutto benevola e bonaria, si è occupato padre Gilles Jeanguenin, sacerdote di nascita svizzera, esorcista, specializzato in demonologia e psicopatologia clinica e autore di vari libri, nel recente Scherzi da papa. Aneddoti e curiosità sotto la cupola di San Pietro (Fede & Cultura, pagine 128, euro 14): una “serie di aneddoti storici, o considerati tali, che hanno fatto spettegolare e sorridere i salottini dei sacri palazzi apostolici”.
Con numerosi pontefici ci fu più da piangere che da ridere, come è noto. Di acqua nel Tevere, tuttavia, ne è passata fortunatamente molta dai tempi di papa Alessandro VI, il Borgia, e di Clemente VIII, Ippolito Aldobrandini, all’epoca del quale furono giustiziati Beatrice Cenci e Giordano Bruno. Oggi grazie al cielo c’è papa Francesco. E Jeanguenin prende proprio le mosse da lui dato che, nel novembre del 2016, Bergoglio disse che “l’attitudine umana più vicina alla grazia di Dio è l’umorismo”.
Via libera, allora, ai racconti, spesso gustosi, lungo i secoli. Il sacerdote svizzero narra per esempio che, un giorno, il maestro delle cerimonie pontificie di Clemente VII, Biagio Martinelli, “valutando l’opera di Michelangelo”, cioè il Giudizio Universale, “espresse davanti al papa un parere negativo: ‘Queste nudità’, disse, ‘non sono idonee alla Cappella Sistina, bensì più adatte ad affrescare taverne o bagni pubblici’. L’artista non rispose nulla, ma si vendicò a modo suo: ritrasse il maestro delle cerimonie tra le anime dannate, le gambe avvolte dalle spire del serpente che gli morde il pene, e il capo corredato da un gran paio di orecchie d’asino. Ovviamente Biagio, offeso, cercò di far cancellare il dipinto che lo raffigurava. Il papa si mise a ridere, e rispose alle proteste di quest’ultimo che non aveva il potere di farlo uscire dall’inferno, ma disse: ‘Se foste stato messo in purgatorio, anziché all’inferno, avremmo potuto provare’”.
Un altro pontefice, Benedetto XIV, al secolo Prospero Lorenzo Lambertini, amava parlare assai liberamente. Anzi, una delle “caratteristiche più curiose fu senz’altro il suo gusto per le parolacce. Tuttavia, la sua provocatoria e disinibita parlata bolognese fu largamente disapprovata fra i membri della curia romana. Si racconta che le sue gaffe fossero ricorrenti, anche nelle occasioni ufficiali. Così, onde evitare queste uscite poco consone all’ambiente sacro, il papa stesso incaricò monsignor Boccapaduli di tiragli la manica ogni volta che avesse pronunciato una parola fuori luogo. Però, all’ennesimo strattone da parte del suo assistente, il papa sbottò: ‘Hai rotto, Boccapaduli!’”. Questo Teodoro Boccapaduli, “che era discendente di un’illustre famiglia romana, serviva il papa da molti anni. Così Benedetto XIV lo scelse come Maestro di Camera nel 1754. E poiché egli non era granché bello, il papa ridendo lo chiamò affettuosamente ‘il mio mostro di camera’”.
Uno degli aneddoti più simpatici riguarda papa Francesco. Racconta padre Jeanguenin che Bergoglio “è amico di lunga data di alcune carmelitane argentine che attualmente risiedono nel convento di Lucena, in provincia di Cordoba. Il 31 dicembre 2013 il Santo Padre tentò di raggiungere le suore per telefono ma senza riuscirci. Così lasciò un messaggio vocale sulla segreteria telefonica del convento: ‘Cosa andate facendo di così importante da non poter rispondere alle telefonate? Sono Papa Francesco, volevo farvi gli auguri per l’anno nuovo. Vedrò se più tardi potrò richiamarvi. Che Dio vi benedica’. In seguito a questo messaggio ci fu ‘panico a bordo’: agitazione nel convento e febbrili consultazioni con il nunzio apostolico a Madrid. ‘Stavamo pregando’, dichiararono le carmelitane con un tono un po’ imbarazzato. Quando il papa richiamò poche ore dopo, una suora con voce tremolante gli rispose subito!”.
Il “gallo” Brancati, tra il “vomito” di Moravia e la magia: una banda di dongiovanni tristi
Vitaliano Brancati nacque a Pachino (Siracusa) nel 1907 e morì a Torino nel 1954. A 34 anni pubblicò Singolare avventura di viaggio, in cui il sesso è mescolato all’esistenza. Con Gli anni perduti del 1938 ripudiò il fascismo che lo aveva affascinato in gioventù, imitando Gogol e Cechov, i suoi maestri russi. In Don Giovanni in Sicilia del 1941 esplode il “gallismo” (“dongiovannismo”: termine coniato dallo stesso scrittore per designare satiricamente la vanità erotica degli uomini, i siciliani in particolare, ndr) funebre siciliano, contrastato dall’amara ironia. Di otto anni dopo è Il bell’Antonio, il suo capolavoro, che riguarda la scandalosa impotenza del maschio siciliano. Si ricorderà la sublime interpretazione di Marcello Mastroianni nel film omonimo.
Nell’anno della sua morte uscì, poi, Paolo il caldo, altro romanzo di successo. Due anni prima incorse nella censura per la pièce La governante, in cui si (s)parlava anche dell’amico Alberto Moravia, trattato come un freddone che ragiona sul suo “vomito” sentimentale. Secondo Brancati, Moravia lo avrebbe ritratto in un romanzo alludendo al suo invidiato matrimonio con Anna Proclemer, attrice allora molto in voga.
Oggi Brancati sembra caduto nel dimenticatoio, come Ercole Patti e gli scrittori romani della sua generazione. Un giovane autore di Zafferana etnea (Catania), Vladimir Di Prima, ha voluto riproporlo non con un saggio ma con un romanzo, La banda Brancati (A e B editrice), ripercorrendo le strade di Vitaliano e raccontando buffi episodi che lo riguardano, dal barbiere o durante una battuta di caccia e in una sessione di magia popolare… Il romanzo ha come protagonista un ragazzo di Zafferana, un “gallo” di oggi, tra sessismo e impotenza, di cui si raccontano le avventure con donne che dapprima ne sfruttano la bellezza fisica e poi lo abbandonano. Si tratta di un male-amato, ricalcato sul Bell’Antonio, che si accompagna a tale Virginia Cesti, che gli racconta di essere la figlia dell’amante segreta di Brancati. Dunque figlia dello scrittore?…
Al capezzale dell’ospedale di Torino, dove lo scrittore subì un’operazione non riuscita, erano presenti la Proclemer e il fratello. Al ritorno in treno la bara si fermò alla stazione Tiburtina a Roma, dove a dargli l’estremo saluto arrivarono trafelati Moravia, Patti e Cardarelli, che esclamò: “Ma non poteva accadere a Moravia?!”. Era presente l’intera banda Brancati: Flaiano, Penna, Palazzeschi, Vespignani, con il loro “gallismo” funebre.
Paladini, Manganelli e Pulci
“Una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture”. È sempre rimasto fedele a se stesso Giorgio Manganelli, tra i protagonisti della neoavanguardia con il Gruppo 63. A testimoniare la sua fede nella supremazia dello stile (vedi Letteratura e menzogna) si aggiunge da domani in libreria Quel badalone di Morgante. Il Morgante Maggiore di Luigi Pulci raccontato e spiegato da Giorgio Manganelli, edito da Nino Aragno. Un testo che nasce come adattamento radiofonico per un programma della Rai dei primi anni 70.
Dopo Calvino con l’Orlando furioso e Tasso con La Gerusalemme liberata, Manganelli si orienta sul poema cavalleresco del 400. La figlia Lietta, nella prefazione, riproduce la “giustificazione” del padre: “Ho scelto il Pulci, credo, perché non c’era nessuna ragione per farlo, perché il grado di immotivazione era enorme”. In realtà Manganelli adora il Morgante, al quale riconosce “una astuzia stilistica, nel gusto aspro e argutamente grottesco”. “Rileggere” quest’opera (che sembra una prova generale del suo Pinocchio parallelo del 1977) è un guanto di sfida contro il canone: “Ci sono libri che ci danno una litigiosa sensazione di libertà, per il loro destino un poco periferico, che li fa restare ai margini delle storie ufficiali, scolastiche; sono libri un po’ bastardi… Sono dei tangheri, dei mettimale, dei poco di buono”. A sedurre Manganelli è il vocabolario popolare e ardito. Nei commenti che scandiscono questa antologia di ottave attinge a una sintassi che fa il verso al contesto narrato: “Gigante scagliasassi e strappapiante” oppure “quando uno sguaiato commensale lo aduggia, la sua ira è impetuosa e sconcia”.
L’opera fu commissionata da Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico, al più noto poeta in volgare della corte medicea, Luigi Pulci. Gli oltre trentamila versi del suo poema, riprendono e sviluppano personaggi e situazioni del ciclo carolingio. La versione definitiva è del 1483 per un totale di 28 cantari (componimenti popolari destinati alla recitazione in pubblico). L’eccezionalità del Morgante sta nella riformulazione del tema eroico attraverso uno stile godibile con iperboli, giochi verbali, ambiguità, espressioni dialettali (“corbacchion di campanile”, “fa che questa lepre balzi fuora”).
Manganelli introduce così il poema: “Per secoli, in tutti i dialetti d’Europa, in rime rozze e calde, le storie dei paladini furono la bella letteratura dei poveri: una fiaba di amori, di audacie, di tradimenti. C’è qualcosa di più bello al mondo?”. Siamo alla corte di Carlo Magno. Gano di Maganza semina discordia tra i cavalieri. Orlando abbandona la corte e nel suo vagabondare nei territori di Pagania incontra Morgante, un gigante che riesce a convertire alla fede cristiana. Con il suo nuovo amico Orlando vive diverse avventure combattendo i pagani. Quando Orlando si dirige in Persia, Morgante decide di restare insieme a Margutte, un mezzo gigante incontrato lungo il cammino. Si concedono goliardate e grandi mangiate finché Margutte non muore dalle risate: “Bestie magiche, sapienti, talora illuminate da un sospetto di santità, appaiono nelle miracolose vicende dei paladini”. Morgante decide infine di raggiungere Orlando a Babilonia, aiutandolo nell’impresa di conquistare la città ma muore per il morso di un granchio. Orlando, con l’aiuto del mago Malagigi e di altri cavalieri, riesce a fare ritorno a Parigi ma Gano prosegue le sue torbide macchinazioni convincendo la guerriera pagana Antea a invadere il regno di Carlo. Manganelli: “Trama disfatta, trama rifatta. Gano, fallito un tentativo, ne progetta un altro; e si affida alla fiducia inetta del vecchio re Carlo”. Persa anche questa battaglia, Gano tende un’imboscata a Orlando che nel frattempo è diretto a Roncisvalle. Questa volta Orlando soccombe ma Carlo Magno comprende infine i tradimenti di Gano e lo fa giustiziare. Manganelli tira le fila: “Ora che la tragedia si è consumata, Carlo Magno può svegliarsi dal suo lungo sogno; il tradimento ha vinto, doveva vincere. Il mondo sacro ed eroico dei paladini doveva venire annientato”.
Un’opera “felicemente bizzarra” che l’autore di Centuria celebra a suo modo: “Situazioni, personaggi sono archetipi che si collocano agli inizi di una possibile, ma poi frustrata, epica pantagruelica, un uso sregolato, malizioso e allucinato, fiammingo della fantasia”.
Italia, troppi partiti per un governo
Com’è giusto che sia, prima il Covid e poi la guerra hanno assorbito tutta la nostra attenzione facendo passare in secondo piano le vicende politiche interne. Intanto, però, i partiti hanno continuato i loro giochi e i sondaggisti non hanno smesso di misurare il loro stato di salute attraverso le intenzioni di voto dell’elettorato.
Ogni lunedì, ad esempio, Mentana trasmette nel suo telegiornale delle 20.00, i risultati di un sondaggio sugli orientamenti di voto commissionato da La7 alla Swg. Mi è venuta la curiosità di comparare i risultati di quattro sondaggi effettuati con cadenza annuale nell’arco di tre anni, dal 4 marzo del 1919 al 14 marzo del 2022. Non sono un esperto di tecniche elettorali e mi limito a rapide riflessioni dettate da semplici calcoli aritmetici, che richiedono molta pazienza da parte dei lettori ma, in compenso, li ripagano con qualche informazione non priva di interesse.
Anzitutto colpisce l’entità degli spostamenti che, in poco più di mille giorni, l’elettorato ha compiuto da un partito all’altro. Il 4 marzo di tre anni fa i 5 Stelle erano al 22,1%; ora sono al 13%, perdendo 9 punti; ancora peggio è capitato alla Lega, scesa dal 33,4% al 16,2% perdendo 17 punti. Nello stesso periodo Fratelli d’Italia è salito dal 4,4% al 21,5%, guadagnando quei 17 punti che la Lega ha perso. Poiché sia la Lega che Fratelli d’Italia hanno una sola persona al comando, a Salvini va quasi tutta la colpa del crollo e alla Meloni va quasi tutto il merito del successo.
I partiti rimasti fermi sono Forza Italia, passato appena dall’8,8 all’8,1% grazie alla persistente presenza di Berlusconi, e i piccoli partiti a sinistra del Pd, che erano al 4,4 e sono al 4,6%. Colpisce l’esiguità costante dei consensi a questi partitini, incapaci di intercettare le masse crescenti di precari e di poveri.
A prima vista sembrerebbe che anche il Pd sia allo stallo: i suoi consensi erano al 19,8% nel marzo 2019 e sono al 21,3% oggi. Ma nel frattempo questo partito ha perso due costole: Italia Viva di Renzi, che è al 2,5%, e Azione di Calenda che, insieme a + Europa della Bonino, ora raggiunge il 5,2%. Praticamente l’uscita di Renzi e Calenda non ha danneggiato il Pd che però, da 24 mesi a questa parte, resta inchiodato al 21% pure avendo nel frattempo cambiato il segretario e rafforzato l’organizzazione.
I 5 Stelle, dopo il tonfo di consensi subìto nel 2019, per due anni sono rimasti fermi intorno al 16%, ma in queste ultime settimane hanno imboccato una nuova discesa che potrebbe rivelarsi inarrestabile. Anche questo movimento ha cambiato il vertice e si è dato un nuovo statuto con rinnovati valori e organizzazione, tuttavia il suo percorso verso una forma compiutamente partitica è stato ostacolato dalle lungaggini burocratiche che Davide Casaleggio è riuscito a imporre al cambiamento, dalla mancanza di una proposta politica esplicitamente di sinistra, dalla partecipazione all’attuale governo estraneo alla sua ideologia, al suo stile e alla sua storia, dalle sventatezze di Grillo, dalla defezione di Di Battista, dalle scaramucce di Di Maio contro Conte, dalla doppia sospensiva dei giudici di Napoli, dall’ininterrotta ostilità di quasi tutti i media, da una comunicazione debole e confusa. È facile ipotizzare che, senza l’apporto della persistente popolarità personale di Conte, già oggi la percentuale dei consensi riscossi dai 5 Stelle sarebbe a una cifra.
Proviamo ora a immaginare quali governi potrebbero venirne fuori in base alle sole intenzioni di voto raccolte da Swg e senza tenere conto di eventuali premi di maggioranza.
Una evidente novità, rispetto a tre anni fa, è la presenza al centro di sei partiti (Berlusconi + Calenda + Renzi + Bonino + Verdi + Italexit Paragone) che, messi insieme, raggiungono il 20%. Uniti al 16,2% della Lega e al 21,5% di Fratelli d’Italia, consentirebbero un governo di centrodestra attestato sul 58%. Ma è facile immaginare le difficoltà che questi tasselli incontrerebbero per tenersi uniti in un unico mosaico.
Lo stesso 20% del Centro, unito al 21,3% del Pd, al 13% dei pentastellati, al 4,6% di Sinistra e Articolo 1, consentirebbe un governo di centrosinistra, anch’esso con il 58,8% dei consensi. Ma è ancora più difficile immaginare che un aggregato di questo genere possa durare nel tempo.
Immaginiamo ora che, con qualche escamotage filo-europeo, Fratelli d’Italia sia estromesso dall’arco costituzionale, come fu a suo tempo per Pci e Msi. A questo punto sarebbe impossibile fare sia un governo di centrodestra perché raggiungerebbe appena il 36,2% dei consensi; sia un governo di sinistra, che non supererebbe il 38,9%; sia un governo di centrosinistra che arriverebbe solo al 40,9%.
Manca un anno alle elezioni politiche. Per aggiungere i 12 punti percentuali che gli occorrono, Pd e 5 Stelle dovrebbero schierarsi decisamente a sinistra e intercettare i 12 milioni di elettori precarizzati dal neo-liberismo, in gran parte rintanati nel mucchio degli astensionisti (42%) e in disperata attesa di un partito che gli dia voce, tutela e organizzazione antagonista.
Agriturismi, comuni turistici, siti fantasma: è il bando Borghi
E così la “lotteria” – come l’ha definita il presidente dell’Unione nazionale comuni, enti e aree montane (Uncem) Marco Bussone – si è conclusa: le 19 regioni e due province autonome hanno scelto ciascuna un borgo a cui saranno assegnati 20 milioni di euro arrivati dal Pnrr, 420 in totale, parte del più ampio piano da 1 miliardo di euro, messo a punto dal ministero della Cultura, già noto ai lettori del Fatto, che punta a creare nei borghi “scuole o accademie di arti e dei mestieri della cultura, alberghi diffusi, residenze d’artista, centri di ricerca e campus universitari, residenze sanitarie assistenziali (Rsa), residenze per famiglie con lavoratori in smart working e nomadi digitali” per “la rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi (…) favorendo l’insediamento di attività di impresa”.
Il bando per i 21 borghi scelti dalle regioni, scaduto ieri, era la parte più contestata del piano, tanto che Unione delle Pro Loco, Touring Club Italiano, Italia Nostra e soprattutto Uncem ne avevano chiesto la totale revisione. Ma il ministero ha tirato dritto: 420 milioni divisi in 21 progetti pilota scelti dalle Regioni secondo linee guida vaghe, con progetti che “terranno conto della necessità di affrontare in maniera congiunta problemi di degrado fisico e di disagio socio-economico”, ma senza criteri chiari, in particolare con la scelta di non inserire dimensioni e caratteristiche specifiche, rimettendosi alla valutazione delle singole Regioni. Un solo limite: tutti i 20 milioni dovranno rimanere in un solo Comune, senza che nulla vada a quelli limitrofi.
Criteri che hanno portato difformità profonde da caso a caso. E quindi ecco che tra i “borghi” selezionati ci sono anche realtà che è davvero difficile ritenere tali.
Diversi complessi abitativi abbandonati – che è facile immaginare diventeranno per intero strutture ricettive –, rocche e castelli, cittadine o frazioni di comuni con 10, anche 30 mila abitanti.
Ad esempio in Friuli-Venezia Giulia i diversi comuni montani a rischio spopolamento si sono visti scalzare da Borgo Castello, nel centro di Gorizia; in Umbria è stato Borgo Cesi, frazione di Terni, a vincere il finanziamento: entrambi casi in cui il Comune scelto è anche capoluogo di provincia.
Altre storture non mancano. La Sicilia ha selezionato “A Cunziria”, l’antica conceria di Vizzini, abbandonata da secoli e ormai associata sul web all’omonimo agriturismo. Per il Molise è stato scelto Pietrabbondante, piccolo Comune sede del più visitato sito archeologico regionale, per la Liguria il Castello di Andora. In Emilia-Romagna sarà Campolo, frazione poco abitata di Grizzana Morandi, comune ben integrato nei circuiti turistici come lo è Recoaro Terme (il borgo indicato dal Veneto) e molti altri dei comuni selezionati.
Tutte scelte difficili, dovute alle difficili condizioni in cui erano stati messi i presidenti di Regione. Alcuni hanno proceduto con una manifestazione d’interesse e una graduatoria, altri no: anche perché, con criteri tanto vaghi, sarebbe stato impossibile evitare malcontenti.
La voce più forte si è alzata dall’Abruzzo, regione che ha scelto di far finanziare una Rocca, quella di Calascio, già nota per essere stata set di film come Il nome della rosa o Ladyhawke: il secondo arrivato, il sindaco di Lama dei Peligni, non ci sta, e chiede “chiarimenti su come sia avvenuta la valutazione dei progetti che ha portato, di fatto, e per pochi punti di differenza, all’esclusione del borgo che amministro dall’aggiudicarsi il finanziamento di 20 milioni di euro” e chiedendo al ministero di riesaminare i due progetti.
Potrebbe finire, lì e nel caso di altri complessi non abitati, come in Piemonte: la Regione aveva infatti proposto, in prima battuta, la Palazzina di caccia di Stupinigi, nell’area metropolitana di Torino, ma il ministero della Cultura, già qualche settimana fa, aveva invitato la Regione a cambiare scelta optando per un vero borgo, assicurando che i fondi per Stupinigi sarebbero arrivati per altre vie. È toccato a Elva, 83 abitanti, che vedrà la nascita di “un’appendice dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e di un Centro Studi di Apicoltura in collaborazione con l’Università di Torino, una scuola di Pastorizia, l’Osservatorio astronomico ‘Lhi trèes sitors’, il ‘Centro Saperi tradizionali delle produzioni alpine’, la Foresteria Alpina, un museo immersivo dedicato ad Hans Clemer e a scrittori elvesi e una scuola per ‘Riabitare le Alpi’ realizzata con il Politecnico di Torino”. Chissà cosa rimarrà di quelle poche case, dopo l’arrivo dei 20 milioni. E chissà come il ministero gestirà le difformità createsi.