Si apre l’anno santo delle nozze d’oro della rivoluzione studentesca nel nostro Paese: la solenne celebrazione è di Paolo Flores d’Arcais che chiama a raccolta reduci e rivoli vari del Movimento alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma, la prima a essere occupata
Baglioni bis? Lui si fa pregare: “L’anno prossimo tra i giovani”
Il vincitore è lui, Claudio Baglioni, il “dittatore artistico” della 68esima edizione del Festival della canzone italiana, l’onnipresente e sempre cantante che, pur non promuovendosi a pieni voti come presentatore – ammette di aver fatto tre annunci e averli sbagliati tutti – “nel complesso”, si dice “contento”. Un unico pentimento: avrebbe potuto “cantare meglio qualcosa”. Ma tant’è.
Ma dal 52,1% di share dell’apertura al 58,3% di sabato sera, il trio da lui guidato può cantare vittoria. Soprattutto la finale è il secondo miglior risultato in share dal 2002, quando il festival di Pippo Baudo raggiunse il 62.66%. In valori assoluti, i 12 milioni 125 mila spettatori che hanno seguito la finale sono il miglior risultato dal 2013. Eppure – nonostante il corteggiamento spietato del direttore di Rai 1 Angelo Teodoli con tanto di rose rosse – alla domanda se concederà il bis l’anno prossimo, Baglioni risponde: “Ci penserò. Prenderò le distanze dall’accaduto per vederle bene. Tra 3-4 giorni rientrerò in studio di registrazione per riprendere un disco di cui non ricordo nulla”. E poi scherza: “Quello che potrei fare per il prossimo anno è cambiare il regolamento e presentare un pezzo per le nuove proposte”. Ma Teodoli non molla: “Speriamo che Baglioni, Hunziker e Favino ci abbiano preso gusto”. Intanto è già iniziato il totonomi per il 2019, da Adriano Celentano a Giorgia e Laura Pausini, passando per il vero mattatore dell’edizione numero 68: Fiorello, che non a caso ha aperto la prima serata.
Dal punto di vista canoro, invece, l’edizione 2018 ha premiato Ermal Meta e Fabrizio Moro con Non mi avete fatto niente, testo sospeso per una notte e riammesso in tempo per la vittoria. Ma non c’è nessun complotto. Il duo smorza ogni polemica: “Nessuna rivalsa, solo tanta felicità”. Mentre Lo Stato Sociale balla impassibile nella vecchia e da sempre vituperata seconda posizione: “Eravamo sicuri di arrivare penultimi, abbiamo vinto al contrario”. E Annalisa è contenta. Del bronzo non si può certo lamentare. Anche perché fosse stato per la giuria degli esperti, al suo posto ci sarebbe stato Passami er sale, di Luca Barbarossa. Al primo, la canzone di Lucio Dalla interpretata da Ron – che nella realtà critica ha preso il premio Mia Martini (“Compensa la mancata vittoria”, ha commentato Ron. “Credo che anche Lucio sia molto più contento così, non ha mai amato le grandi vittorie ma quelle che contano davvero. Io sono felice”), e al secondo Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico. Scambio di cui la cantante non si sarebbe neanche accorta, a giudicare dal siparietto della consegna della targa Lucio Dalla. “Che premio è?”, che rimarrà negli annali.
Mai quanto la performance di Pierfrancesco Favino, che rivestiti i panni dell’attore ha interpretando l’atto unico del francese Bernard-Marie Koltès del 1977 La notte poco prima delle foreste, un accorato monologo sulla sottomissione, l’apartheid, l’esclusione. Seguito da Mio fratello che guardi il mondo, il brano di Ivano Fossati sull’immigrazione scritto per Amnesty International e cantato all’Ariston da Fiorella Mannoia e Baglioni. Momento toccante a cui – come da Festival in campagna elettorale che si rispetti – non sono mancati gli attacchi dei politici, di centrodestra. Da Maurizio Gasparri a Roberto Calderoli a Salvini. Il primo ha accusato la Rai aver mandando in onda “il più grande spottone a favore dell’immigrazione mai passato in Tv”. “Penoso, Favino”, ha twittato invece il secondo. Per il terzo, “troppi migranti, e i terremotati sono dimenticati”. Giusto poco prima Paolo Gentiloni twittava: “Sanremo, Italia. Un bel Paese si racconta”.
Autunno in Confindustria. La politica non se la fila più
La verità è che quelli della Confindustria non se li fila più nessuno. Il presidente Vincenzo Boccia ha proclamato la rituale equidistanza dai partiti in lizza per le politiche del 4 marzo ma più che altro sono i politici a mostrarsi equilontani dall’un tempo potente associazione degli industriali. Un tempo gli endorsement confindustriali erano striscianti, a meno che non si trattasse di accompagnare i trionfi elettorali di Silvio Berlusconi, e pesavano. I politici si mettevano in fila per farsi riconoscere antiche amicizie o sdoganamenti d’occasione. Adesso si tengono alla larga, prudentemente. Il che è tutto dire.
Basta scorrere l’album delle foto di famiglia. Eccone una di 25 anni fa. Il presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi parla all’assemblea della Confindustria il 27 maggio 1993. È il momento più caldo dell’inchiesta Mani pulite. Il futuro presidente della Repubblica è come sempre diretto e fiducioso: “Gli accertamenti debbono procedere. Ciò deve provocare nella comunità degli imprenditori non scoramento, ma senso di liberazione”. Il presidente egli industriali Luigi Abete gli oppone una risposta tetragona: “Vanno respinti ogni generalizzazione di categoria, ogni processo sommario e ogni atteggiamento giustificazionista”. Ecco la foto di un anno dopo. Abete accoglie all’assemblea confindustriale il neo eletto premier Berlusconi, “collega di ieri”, accompagnato da un parterre di veri poteri forti: Gianni Agnelli, Cesare Romiti, Sergio Pininfarina, Carlo De Benedetti, Luigi Lucchini, Vittorio Merloni e Marco Tronchetti Provera. Romano Prodi, come presidente dell’Iri, siede nella giunta della Confindustria. I giganti sono loro.
Le foto di Confindustria 2018 sono tristi. Prendete il caso Acea. La municipalizzata romana dell’elettricità, quotata in Borsa ma controllata dal Campidoglio, cioè da Virginia Raggi, fa un accordo sindacale con il quale garantisce anche ai nuovi assunti le tutele dell’articolo 18 eliminate dal Jobs Act. La Confindustria grida al tradimento. Il vicepresidente nazionale Maurizio Stirpe minaccia l’Acea di espulsione. Sai che paura, 100 mila euro annui di iscrizione risparmiati e poi la Fiat di Sergio Marchionne se n’è andata da sola e non sono pochi gli imprenditori che hanno seguito il suo esempio.
Ma la cosa più imbarazzante è il silenzio di Unindustria Lazio, la territoriale a cui è iscritta Acea. Il presidente Filippo Tortoriello con la sua Gala sarebbe un concorrente di Acea, ma non può salire in cattedra: mentre Acea restituisce l’articolo 18 ai dipendenti lui è all’onore delle cronache per la richiesta di concordato preventivo ed è altresì nel mirino di 23 dipendenti della controllata Gala Tech ai quali non paga lo stipendio da quattro mesi in attesa di licenziarli.
Nel frattempo Boccia non trova una soluzione alla crisi de Il Sole 24 Ore, dove il suo uomo forte è il consigliere d’amministrazione Abete, il presidente di 25 anni fa. Che a sua volta è alle prese con la crisi della sua agenzia di stampa Askanews: “Oltre 130 famiglie, tra giornalisti e poligrafici, subiscono il comportamento dell’azienda che non garantisce il pagamento degli stipendi”, protestano i dipendenti. Sconfina poi nel grottesco il licenziamento di due dei sette dipendenti della Confindustria dell’Aquila, contestato dai due malcapitati a colpi di carta da bollo e provocato a quanto pare da difficoltà finanziarie derivanti dall’alto tasso di morosità delle imprese iscritte. Sic transit gloria mundi.
Brutta aria, ma Boccia fa finta di nulla. Venerdì prossimo a Verona si riuniscono le solenni Assise generali 2018, “momento di incontro e riflessione dell’intero sistema confindustriale per trasmettere alle formazioni politiche una prospettiva strategica per un progetto duraturo di sviluppo, di crescita e di occupazione”.
Viva è l’attesa. Sarà proposto il modello Gala o il modello Sole 24 Ore? Il modello Askanews o il modello Fiat (fuga dall’Italia e dalla Confindustria)? Intanto il Centro studi Confindustria, galvanizzato dalla trionfale profezia secondo cui la vittoria del No al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 avrebbe gettato lo Stivale nella miseria e nella disperazione, avverte gli elettori. È vero che l’economia nel 2017 è andata bene come non si vedeva da anni (nonostante la vittoria del No), però adesso “saranno decisive le scelte fatte dopo il voto per chiudere il divario di crescita italiano con il resto dell’area Euro”. Attenti a come votate, ma nessuno si spaventa.
Tra tante parole al vento, il vero metro di giudizio è quello delle candidature. Una volta i partiti si contendevano prestigiose figure di imprenditori con cui impreziosire le proprie liste. Nel 1992 il Pri portò a Montecitorio Luciano Benetton, nel 1994 il Pds di Achille Occhetto elesse a palazzo Madama Franco Debenedetti. La Dc nel 1976 volle senatore nelle sue liste Umberto Agnelli, e Francesco Cossiga nel 1991 nominò senatore a vita Gianni Agnelli. Ciampi nel 2005 fece senatore a vita l’ex presidente della Confindustria Pininfarina che come primo atto politico nel 2006 votò la fiducia al governo Prodi. Poi, scivolando verso il peggio, nel 2008 Walter Veltroni fece eleggere il vicepresidente della Piaggio Matteo Colaninno e il presidente della Federmeccanica Massimo Calearo, che poco dopo mollò il Pd rivelando di non essere mai stato di sinistra. L’ultimo grande acchiappo lo fece Mario Monti nel 2013 portando in Parlamento uno degli ultimi industriali di successo e rispettati, Alberto Bombassei padre dei freni Brembo.
A questo giro l’industriale non tira e i pochi che si candidano sono giovanotti più ambiziosi che noti. Il Pd ripropone Riccardo Illy, re del caffè ma soprattutto re delle cariche elettive dopo essere stato sindaco di Trieste e governatore del Friuli. Berlusconi fa correre alle regionali del Lazio Stefano Parisi, che fu direttore generale della Confindustria ai tempi della presidenza di Antonio D’Amato, ma ormai fa di tutto per far dimenticare il suo passato imprenditoriale e passare per politico puro. Anche perché, nonostante tutto, i politici sembrano avere le idee più chiare degli imprenditori. Basti il caso delle Marche, dove il presidente della Confindustria regionale Bruno Bucciarelli di schiera per la continuità del governo Gentiloni e la sua associata Graziella Ciriaci, imprenditrice dei salumi, si candida con Forza Italia. Divergenze parallele, diciamo. O più seccamente ognuno per sè e Dio per tutti.
Candidato massone, altro guaio per i 5Stelle. B. finge con Salvini, poi elogia l’amico Renzi
Pugno duro dei vertici del Movimento Cinque Stelle nei confronti di Lello Vitiello, candidato nel collegio uninominale di Castellammare di Stabia (Napoli) per la Camera dei deputati e – come ha rivelato il quotidiano Il Mattino – esponente della loggia massonica napoletana La Sfinge, che aderisce al Grande Oriente d’Italia.
Il Movimento ha chiesto all’avvocato di firmare un modulo con l’impegno a dimettersi in caso di elezione. Soluzione già adottata per Emanuele Dessì, Carlo Martelli e Andrea Cecconi. Lui ha rifiutato e verrà diffidato. Sostiene Vitiello: “Non sono più iscritto al Goi da un anno e certamente non lo ero al momento di essere candidato. Non remerò contro il Movimento ma non ho intenzione di ritirare la mia candidatura e vado avanti per la mia strada nella certezza di essere compreso da chi davvero mi conosce e crede in me”. Replica dei Cinque Stelle: “Essendosi rifiutato di rinunciare spontaneamente alla candidatura e all’elezione con il M5S, Vitiello viene diffidato dall’utilizzo del simbolo del M5S. Vitiello non può essere eletto con il M5S a causa della sua adesione in passato al Grande Oriente d’Italia e per non averlo comunicato al MoVimento 5 Stelle all’atto della candidatura dichiarando quindi il falso”.
Sempre ieri, Silvio Berlusconi è tornato in televisione a In Mezz’ora in più di Lucia Annunziata su Rai3.
Ha parlato subito dopo l’alleato Matteo Salvini e gli ha dato ragione sull’inesistente rischio deriva fascista dopo i fatti di Macerata e l’assalto armato agli immigrati di Luca Traini: “Sono sulla linea di Salvini: il fascismo morto e sepolto. Il gesto è stato di uno squilibrato. In Italia per colpa dei governi della sinistra non è stato fatto un controllo dell’immigrazione”.
Su Renzi, invece, rispetta il copione: deve considerarlo – perché lo è – un concorrente, ma non perde occasione per fargli dei complimenti. Il principale: si è sganciato dai “comunisti”.
Dice Berlusconi: “Renzi era l’uomo nuovo, dobbiamo dargli atto che oggi il Pd non è pensabile di comunismo, ma ha commesso troppi errori. Deve cambiare il nome del partito in socialdemcoratico ,ma non possiamo fare un accordo con loro innanzitutto perché noi avremo i numeri per il governo e poi perché i partiti della sinistra hanno portato l’Italia ad una situazione più negativa”.
Chiude col solito colpo a sorpresa: “Abbiamo pronto per Carlo Cottarelli il ministero della spending review. Non so se ci dirà sì, gli daremo un posto di ministro per fare i tagli che lui aveva individuato ma che poi Renzi invece di tagliare, tagliò lui”.
Il Vaticano ignora l’Italia e si tiene i soldi “sporchi”
Il braccio di ferro tra la Procura di Roma e il Vaticano va avanti da almeno un paio d’anni. Il premio è poco meno di un milione e mezzo di euro conservato sui conti Ior (la banca vaticana) di Angelo Proietti, l’imprenditore romano noto per aver ristrutturato una casa a Roma, messa a disposizione, in passato, dell’ex ministro Giulio Tremonti.
Il denaro, “congelato” dalle autorità oltretevere, per la Procura capitolina deve essere consegnato allo Stato italiano perché rappresenta “profitto del reato” di bancarotta che Proietti ha commesso a Roma. Eppure, nonostante due rogatorie – una inviata con il sequestro, la seconda dopo la confisca da parte del gip – da oltretevere non arriva alcuna risposta.
I contatti Italia-Vaticano su questo caso partono da lontano, dall’aprile del 2014, quando le indagini sono ancora in corso e il pm Stefano Rocco Fava invia una richiesta di assistenza giudiziaria in quanto “nel corso degli accertamenti – è spiegato nell’atto inviato all’epoca alle autorità oltretevere – sono emersi nominativi di alcuni soggetti titolari di conti” presso lo Ior.
Nel caso di Proietti, spiegava allora il pm, da una relazione dell’Uif (l’Unità di Informazione Finanziaria) sono stati scoperti i tre rapporti bancari. Per quanto riguarda l’Edil Ars (la società di cui era amministratore unico l’imprenditore e che in passato ha avuto appalti con il Vaticano ma anche con molti ministeri italiani), scrive Fava, “si precisa che sulla stessa pende una procedura fallimentare trattandosi di società gravemente esposta (oltre 4,7 milioni) con il fisco italiano. Si ipotizza che le somme giacenti presso lo Ior siano state distratte in danno della Edil Ars. Il 23 maggio 2013, la Edil Ars Srl è cessata per fusione mediante incorporazione della EmiRoma srl”. Sono passati anni e il 5 ottobre 2016 Proietti per la bancarotta di due società ha patteggiato una pena a 3 anni e tre mesi di reclusione.
Contestualmente alla sentenza, il gip Giovanni Giorgianni ha confiscato circa 1,4 milioni di euro sui conti vaticani: su uno di questi, scrive il gip, erano “stati accreditati fondi di pertinenza della società fallita Edil Ars”. È scritto nella sentenza di patteggiamento: “Consegue un indubbio nesso strumentale tra il denaro e i valori in sequestro e le attività distrattive penalmente illecite, essendo confluite le distrazioni patrimoniali proprio nei conti presso lo Ior: in altri termini, i conti correnti hanno rappresentato lo strumento attraverso il quale sono state distratte attività facenti capo alla società fallita, attività che sono direttamente confluite su quei conti correnti rappresentando il profitto diretto del reato di bancarotta per distrazione. È dunque evidente il pericolo che detti conti correnti e le somme e i valori su detti conti presenti possano costituire l’occasione per la commissione di ulteriori comportamenti illeciti”. Per questo il gip confisca circa 1,4 milioni di euro. Questa sentenza viene allegata ad una rogatoria del 26 ottobre 2017. Ad oggi, il denaro è stato “congelato” dalle autorità vaticane: insomma non è più nella disponibilità dell’imprenditore, ma neanche è stato consegnato al fisco italiano.
Eppure i numeri snocciolati nel corso dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale del Vaticano, appena il 3 febbraio scorso, rappresentano una situazione diversa: nel quinquennio 2013-2017 con le misure cautelari patrimoniali adottate dall’ufficio del Promotore di Giustizia Vaticano sono stati sequestrati 21,8 milioni di euro. Inoltre su otto casi, segnalati dell’Aif, l’Autorità finanziaria Vaticana, su ipotesi di violazione delle norme sull’autoriciclaggio, sono in corso accertamenti. Mentre sono sei le richieste di rogatoria arrivate nel corso del 2017, quattro delle quali italiane. Sui soldi di Proietti però la Procura di Roma attende ancora risposta.
Ma mi faccia il piacere
Miracoli. “Ogni mattina obbligo mio marito Maurizio a prendere due compresse di vitamina C” (Armina Gasparri, moglie del deputato di Forza Italia, il Giornale, citato da nonleggerlo.it, 8.2). Ma niente da fare. Mai provato con l’acqua di Lourdes?
Vie d’uscita. “Per Dell’Utri l’unica via d’uscita è la grazia di Mattarella” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 7.2). O la lima.
Il festival della canzone. “Se anche io non venissi ricordato come imprenditore o per le cose che ho fatto, sarò ricordato come autore musicale. Con il maestro Apicella abbiamo composto 130 canzoni, di cui 50 in dialetto napoletano, 7 di queste inserite nell’archivio storico della canzone storica napoletana. Mi dispiace che alcune di queste non vengano passate in radio, perché le abbiamo scritte io e Apicella” (Silvio Berlusconi, presidente FI, Agorà, Rai3, 4.2). “Ruby ter, chiesto il processo per Berlusconi e Apicella anche a Roma. Il leader di Forza Italia è accusato di corruzione, mentre sul cantautore pesa pure l’accusa di falsa testimonianza” (lastampa.it, 7.2). Cantare va bene, ma senza esagerare.
Senti chi parla/1. “Renzi contro M5S: programma copiato” (Corriere della sera, 8.2). Lui, quando ha copiato quello di Berlusconi, almeno ha detto a Verdini di cambiare le parole.
Movimento 5Penne. “Tra gli sperperi di Di Maio pure 6mila euro per le penne” (il Giornale, 5.2). Gli hanno detto: “Scrivi centomila volte ‘se il fossi’…”.
Esodo e controesodo. “Gli immigrati clandestini sono una bomba sociale, mandarne via 600 mila” (Silvio Berlusconi, 4.2). Più o meno gli stessi 600mila irregolari che regolarizzò con la mega-sanatoria della Bossi-Fini nel 2002. Basta andarli a cercare uno per uno.
Minnitadamus. “Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione” (Marco Minniti, ministro Pd dell’Interno, la Repubblica, 8.2). Non poteva avvertire Pamela?
I supercompetenti. “I nostri candidati non sono semplicemente persone competenti, ma super competenti! Sono cittadini che hanno una storia, che hanno portato avanti delle battaglie per il loro territorio” (Luigi Di Maio, candidato premier M5S, 29.1).
“Signor Dessì, può farci capire esattamente cosa le ha fatto firmare Luigi Di Maio per ‘rinunciare alla candidatura e in ogni caso all’elezione alla carica di senatore’, come ha scritto sulla sua pagina Facebook il leader M5S Luigi Di Maio?”. “Non posso farlo capire, perché non l’ho capito neanche io” (Emanuele Dessì, discusso candidato del Movimento 5Stelle nel lazio che su Facebook diceva di avere picchiato dei romeni, postava foto con Domenico Spada e confessa di vivere in una casa popolare a 7,9 euro al mese, il Messaggero, 5.2). Senza parole.
Senti chi parla/2. “Otto anni dopo la notizia dell’assoluzione di Bertolaso, come sempre, finirà in un box a pagina ottanta sugli stessi giornali che lo hanno infangato per anni a pagina uno” (rag. Claudio Cerasa, Il Foglio, 9.2). Infatti gli infangatori de il Fatto quotidiano la notizia dell’assoluzione di Bertolaso l’hanno messa a pagina uno, mentre i garantisti de il Foglio del rag. Cerasa l’hanno confinata a pagina quattro, ma solo perchè di pagine ne ha quattro.
Ultime istruzioni. “Attenzione, dunque: stare troppo in presenza in una situazione di populismo anarchico è il peggio del peggio del peggio. Evitiamolo, per favore” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 11.2). Aspetta che mo’ me lo segno.
Il titolo della settimana/1. “Follie giudiziarie. Stai a vedere che alla fine il nigeriano la fa franca. Ha fatto a pezzi Pamela, ma per i giudici non l’ha uccisa” (il Giornale, 7.2). Essendo la ragazza già morta, il nigeriano che ne sconciato orrendamente il corpo risponde di vilipendio e occultamento di cadavere. Ma per il Giornale va condannato per omicidio: è il “lodo Sallusti-Maramaldo”, detto anche “tu uccidi un uomo morto”.
Il titolo della settimana/2. “Per i giudici Dell’Utri deve morire in carcere” (Libero, 7.2). Questo invece è il “lodo Feltri-Lapalisse”, in onore di quel tale che sorprendentemente, un quarto d’ora prima di morire, era ancora vivo.
Colpi di reni
“Sono un uomo comune nel momento comune. Ma so di aver avuto culo”
La miglior descrizione di Alessandro Cattelan, la dà lo stesso Alessandro Cattelan: “Credo di essere perfetto per il mio lavoro: ho l’età giusta, non sono troppo colto, non sono troppo ignorante, non sono troppo bello e non sono troppo brutto. Sono nella media giusta. Sono l’uomo comune al momento comune”. Falsa modestia ed eccessiva autocelebrazione restano fuori dalla porta della sua vita, lui però oggi ha superato anche il ruolo del talento emergente della televisione, oramai è conclamato, è il volto Sky per eccellenza (“È sicuro? In giro mi chiedono sempre di Diletta Leotta”): da anni presenta X Factor (confermato per la prossima stagione) ed è all’ottava edizione di E poi c’è Cattelan, abbreviato in Epcc per i più pigri, dove è riuscito a riportare in Italia l’eco dei Late show anglosassoni (tazza del caffè in mano, una scrivania, uno studio, un ospite, delle gag). Tutto bene. Tutto bello. Con il caso (“direi il culo”) come fonte propulsiva dell’attuale realtà.
Il celebre fattore “C”.
Apparso un pomeriggio di oltre 15 anni fa: squilla il telefono, non il cellulare, la linea fissa. Rispondo. Dall’altra parte sento una persona chi mi chiede la disponibilità per un provino da effettuare dentro gli studi di una nuova televisione.
Come ci era arrivato?
Avevo saputo che cercavano nuovi volti ed è nata una mia clip di un paio di minuti, realizzata a tempo perso, senza grandi aspettative. Invece, dopo mesi, ecco l’occasione grazie a uno degli autori: lo avevo colpito.
Ha capito subito l’occasione?
Abbastanza, ma in generale non ci pensavo, volevo diventare un calciatore. Comunque parto, destinazione Milano: il 15 aprile a mezzogiorno è il momento della prova decisiva; due ore dopo avevo ottenuto un programma in diretta. L’unico della rete. Poi quando ho cominciato mi sono reso conto che non mi pesava minimamente, niente ansia, stress, salivazione azzerata o corse al bagno. (Squilla il cellulare, è la convocazione per la partita della domenica, Cattelan gioca in prima categoria con il Derthona club di Tortona, cittadina dove è nato e vive la sua famiglia)
Quindi è un “piccolo” calciatore professionista…
Ho svolto tutta la preparazione estiva, grintoso e ruggente, ma la conduzione di X Factor mi ha tolto di mezzo da settembre a dicembre. Ora sono tornato.
Avrà i cori per lei…
Quando nella piazza del Duomo di Tortona abbiamo organizzato la presentazione della squadra, ci siamo trovati davanti a 3.000 persone.
E allo stadio?
Anche 700 spettatori, coreografie, striscioni; mi hanno dedicato un coro: ‘Che ce frega de Bonucci, noi c’abbiamo Cattelan!’.
Cosa le dicono gli avversari?
C’è stato un periodo nel quale iniziavo a essere un po’ conosciuto, quindi scattava la provocazione e poi la lite.
L’epoca del “Cugino del draghetto”?
Il mio momento più vergognoso in televisione. Era un programma anche bello, per bambini, la prima esperienza dopo quella con Rete A, e con una big come Mediaset; intimorito pensavo: ‘Oddio, chissà che ambiente’. Al contrario erano tutti carini e gentili e stavo bene, andava bene, fino a quando scattava il dolore: ‘Ale siamo pronti, andiamo in studio’.
E lì?
La morte nel cuore: mi vestivano come un cretino e il mio ruolo era quello del cugino di un drago di gomma piuma. Imbarazzante. La domenica in campo giocavo da duro, bisticciavo con il numero nove della formazione avversaria, poi il lunedì parlavo con un aggeggio di gomma piuma.
Ha delle prove di allora?
No! Ho qualcosa dei primi anni a Mtv, poi niente. Non mi riguardo, non serve, mi ricordo esattamente ciò che dicevo, il come, quando… Comunque quel programma andava in onda la domenica mattina, quelli della mia età erano ancora a letto per i dolori del sabato sera.
Come lei…
Fino alla nascita di mia figlia credo di non avere mai vissuto un weekend a Milano: ogni venerdì tornavo a Tortona.
Lei da ventenne si è definito un “tamarro”.
Avevo i capelli con le meches, ero un po’ ignorante. La questione è che mi è sempre piaciuto il pop, e negli anni ’90 si traduceva indossando il peggio del periodo, compresi i pantaloni larghi e le felpe con i marchi scritti giganti.
Oltre a Sky, lei è il volto di una celebre pubblicità.
Ancora mi fermano e dicono: ‘Tu sei il tipo dell’Enel?’. Delle signore sono arrivate a domandarmi se potevo andare a casa per sistemare la caldaia. No signora. ‘Ah, scusi, ha dei ragazzi che vengono al posto suo?’. Mi prendevano come Ennio Doris per banca Mediolanum, o Giovanni Rana per i tortellini.
La scambieranno anche per Maurizio Cattelan, l’artista…
Soprattutto sui social: magari leggono ‘Il Guggenheim ha offerto il bagno di Cattelan a Trump’, e quindi si scatena la qualunque tra favorevoli e contrari. Ah, una volta mia madre ha prenotato in un ristorante: ‘Che nome, signora?’. Cattelan. ‘Ah, l’artista’. E lei: ‘Sì’, convinta mi avessero preso per tale.
Poi avrete svelato l’arcano al ristoratore…
Neanche tanto: dico di sì a tutti, anche a chi mi scambia per Daniele Bossari, Giorgio Pasotti, o Alvin. Insomma, un po’ per tutti quelli che hanno più o meno la mia età, i capelli saldi in testa: per il pubblico siamo tutti la medesima persona.
L’ego non si offende.
Firmo pure autografi per gli altri. Poi, in qualche modo, le persone hanno una visione strana, è come se credessero che i personaggi della televisione siano dei soggetti riuniti sotto lo stesso tetto. Una comune molto allargata.
A chi ha chiesto l’autografo?
Per ora solo a Damon Albarn (cantante dei Blur, ndr). Ad altri no. Mi è capitato di domandarlo ai giovani, i non ancora famosi.
Investimento sul futuro.
Vedremo tra vent’anni quanti ne ho azzeccati.
Con chi ha già vinto la scommessa?
La prima intervista in televisione di Tiziano Ferro è con me, ai tempi di Viva: come Tv non avevamo una lira, eravamo i parenti sfigati di Mtv, quindi costretti a inventarci le magie per non cadere nella loro scia. Da loro i già famosi, da noi tutto il resto, dalla porcheria ai diamanti.
Tipo?
Ho conosciuto Amy Winehouse e Shakira prima della loro esplosione. Comunque, un giorno di fine estate ero in macchina, accendo la radio, ascolto Perdono di Tiziano, non lo conoscevo, il pezzo mi sembrava una bomba. Lo chiamiamo. E lui si presenta con lo zainetto, arrivato a Milano da solo e in treno, tutto molto semplice…
Quanto studia?
Inconsciamente tanto, ma non per arrivare a un obiettivo: guardo molti programmi esteri, e solo per piacere; leggo molto e per lo stesso motivo. E tutto ciò viene poi sintetizzato dentro Epcc: in trasmissione arriva quello che mi appassiona, senza strategia. Ed è una fortuna.
Lei piace.
Però all’inizio ho suscitato qualche leggera perplessità, specialmente il primo anno di X Factor: in diretta mi presentavo con le mani in tasca, poi smussavo gli scontri tra i giudici, mantenevo dei toni verbali mai alti; se un concorrente piangeva gli dicevo, e dico, ‘non lacrimare, non ne vale la pena’.
Una bestemmia…
Infatti le indicazioni interne erano altre: l’atteggiamento opposto al mio già funzionava allora e regge oggi. Ma non sono in grado. Mi imbarazzo se uno accanto a me piange, penso: ‘Fai un favore a te stesso, smettila, ti rendi ridicolo’.
Sempre stato così, anche da ragazzo?
A scuola mi interessava solo che mi lasciassero perdere, e stavo bene. Seduto all’ultimo banco, defilato verso la finestra, al fianco di uno dei miei migliori amici, lo stesso amico che oggi cura i miei interessi economici.
Diplomato?
Con 62.
Sente mai la soggezione dei suoi ospiti?
Raramente. Forse De Gregori e solo la prima volta. Di base non sono uno che cerca la confidenza immediata, mi piace la gradualità in ogni rapporto.
Non si è amici a prescindere.
No, e secondo me questa impostazione non aggressiva facilita e accelera la confidenza successiva.
All’avventore-tipo del bar di Tortona che domanda com’è Milano, cosa risponde?
La questione si pone spesso con i miei compagni di calcio, tutti ragazzi con almeno 15 anni in meno di me, i quali vivono la metropoli come la terra promessa del divertimento, e per me lo è stata, non oggi.
E allora, com’era?
Non mi fermavano neanche i cannoni, sempre in giro, la cucina di casa non l’ho mai utilizzata per cinque anni; non avevo armadi, vivevo sempre in giro, meno il week end…
E allora cosa risponde ai ventenni?
Ripropongo il racconto di quei tempi: ‘Ragazzi, Milano è pazzesca, festa perenne, quando venite chiamatemi’.
Se poi la contattano?
Nel caso non rispondo, io resto a casa.
Da lei, quali consigli vogliono i ragazzi dei talent?
Se mi chiedono qualcosa, cerco sempre di smontare tutto, di togliere un’inutile e dannosa aurea: ‘Tranquilli, nessuno muore, non è detto che se vincete siete i numeri uno. Divertitevi. È probabile che non tornerà più’.
Niente drammi.
Si esibiscono dentro una struttura pazzesca che a parte uno o due concorrenti in grado di portare avanti una carriera importante, per tutti gli altri resterà un unicum. Un momento irripetibile e da raccontare.
Lei è un mattatore…
Rispetto al mio ruolo a X Factor, non sono un granché d’accordo: lì sono un pezzo di meccanismo, un ingranaggio della macchina, cerco di tenere un po’ il ritmo, ho quel vocabolario a disposizione dove non posso esprimere la mia opinione. Epcc sì, è sulle mie spalle, funziona se funziono.
È celebre per la sua parlantina a “mitraglia”.
Ma non è adrenalinica, è attitudine, anche quando sento mia mamma ho una velocità alta, stessa storia ai tempi di scuola: secondo me i professori non capivano, mi assegnavano un sei sulla fiducia.
Come ha imparato l’inglese?
Con le canzoni, prendevo i testi e traducevo. Ma non lo parlo benissimo, grammaticalmente sbaglio, ne sono certo: le mie frasi sono parti di brani celebri (e intona i Beatles).
Da intervistato come ci si sente?
Meglio quando sono dall’altra parte, ho sempre il timore di dire cose poco interessanti o di venir frainteso, e poi mi rendo conto che quando parlo, il prossimo si aspetta sempre di esser stupito.
Accade spesso ai comici…
E poi non sempre condivido i gusti del mio pubblico, a volte arrivano complimenti per delle performance che neanche mi piacciono, e nonostante questo cerco di non farmi influenzare.
Epcc
ha come ospiti anche i calciatori: le loro interviste nel dopo-partita sono agghiaccianti.
Invece da me sono i migliori, Vieri in primis, perché le persone si aspettano pochissimo da loro, poi hanno un umorismo di genere, da spogliatoio, e conosco il loro dizionario.
Cosa legge?
Narrativa. Quest’anno mi ha colpito Kent Haruf in generale, poi La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead, ma il preferito è L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel. E sono contento sia di una donna, difficilmente mi colpiscono.
Come mai?
La loro sensibilità e i riferimenti, li trovo molto più evidenti rispetto agli scrittori uomini.
La storia delle molestie ha cambiato il suo approccio al programma per evitare fraintendimenti o polemiche con le donne?
In generale no, solo in alcuni casi ci poniamo delle domande e alcuni ragionamenti. Niente di particolare. E tutto è fraintendibile.
Dipende anche dall’orecchio di chi ascolta…
Una volta in radio ho impostato la puntata sulle cene aziendali; poco dopo mi hanno scritto accusandomi di scarsa sensibilità: ‘Si deve vergognare nei confronti di chi non ha lavoro: i disoccupati non possono andare a quelle serate’.
Sua figlia la guarda?
Non le interessa, si annoia. Mentre tutte le sue compagne seguono X Factor e quando torna a casa mi dice: ‘Ma è vero che fai questa cosa qui?’.
E quando andate in giro, sua figlia cosa pensa di chi la ferma?
Inizialmente niente, poi in una fase si è ingelosita, adesso a volte si diverte, non comprende perché alcuni vogliono un selfie con me.
Quante ore dorme?
Almeno otto.
Con due figlie piccole?
Ma prima toccavo anche quota dodici, e senza problemi. Comunque ci vuole culo, come nel lavoro, anche in questo, anche nell’avere due figlie che ti permettono di dormire. E non sentire lo stress.
(Amen)
Twitter: @A_Ferrucci
Perché Sanremo è BAGLIONI
Questo piccolo grande Festival è finito, presumibilmente (lo sapremo in mattinata) in gloria come era cominciato. Un successo innegabile e insieme incomprensibile.
Forse la campagna elettorale più brutta della storia recente è una parziale spiegazione. O forse no, i meccanismi della televisione sono insondabili: nelle ultime settimane i due programmi di maggior successo sono stati Le meraviglie di Alberto Angela e l’Isola dei famosi…
Ieri la serata è cominciata con qualche intoppo (oltre alla tremenda giacca di Baglioni, rosso di sera). Il giovane Ultimo si è perso l’orchestra per strada e Baglioni ha sbagliato a il titolo della sua canzone. Si è fatta attendere causa laringite, ma alla fine è arrivata: Laura Pausini ha fatto una cosa nuova, ha cantato una canzone di Baglioni con Baglioni (Avrai, questo Festival è stato un’autocelebrazione lunga cinque serate). E poi una cosa nuova davvero, uscendo dal teatro per cantare in mezzo alla gente la sua Come se non fosse stato mai amore. Colpo da maestra. Le altre notizie della serata (il vincitore non lo possiamo dare, andando in stampa molte ore prima della proclamazione) sono il premio della critica a Ron e quello per la miglior interpretazione a Ornella Vanoni.
La conduzione. Proviamo qui di seguito un breve bilancio di questa edizione. Alzi la mano chi si sarebbe giocato un cent su Baglioni come conduttore. E invece se l’è cavata alla grande. La scaletta era densissima (15 pagine in media, 18 il venerdì dei duetti) e mantenere il ritmo era difficilissimo. Bisogna riconoscergli di aver messo in pratica quello che tutti hanno sempre detto e mai fatto davvero: riportare la musica al centro, aumentando il numero dei brani in gara (da 16 a 20) e il minutaggio (fino a 4 minuti). Ha resistito alla tentazione dei talent, che negli ultimi anni imperversavano. Sulla carta un suicidio, invece il pubblico ha decisamente apprezzato. Tanto che è già partito il corteggiamento per il bis nel 2019, ma Baglioni ci deve pensare bene. Visto il suo vastissimo repertorio, non si può fare la battuta “ha finito le canzoni”, che invece può valere per i cantanti ospiti (sono venuti quasi tutti). Però sarebbe un azzardo (si ricordi la lezione del secondo Fazio). Però però: il direttore artistico è stato onnipresente sul palco, facendo tutte le parti in commedia. L’operazione “Tutti cantano Baglioni”, commercialmente molto remunerativa in vista dei cinquant’anni di carriera, sta già portando i suoi frutti: il 15 settembre RaiUno trasmetterà in diretta dall’Arena di Verona l’anteprima del nuovo tour “Al centro”.
A far filare tutto come un treno l’hanno aiutato Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino. Lei mai in difficoltà, si è mossa sul palco come fosse casa sua. Ma il registro è mononota come la vecchia canzone degli Elii: tutto “pazzesco”, “meraviglioso”, “straordinario”. È sempre Striscia la notizia: stucchevole. Favino è stato il vero trionfatore, una sorpresa forse anche per se stesso: ha presentato, cantato, ballato, imitato, suonato il sax. E portato un monologo di Koltès in prima serata su Rai Uno. L’Ariston gli ha levato un pochino quell’aria da buon pater familias della pasta Barilla (uno degli hastag più popolari su Twitter è stato #Favinonudo) e già si sussurra di una sua trasmissione su RaiUno.
E se domani. Prendiamo per buono il ragionamento che fu fatto dalla Rai l’anno scorso all’indomani del terzo successo di Carlo Conti, ovvero far condurre l’edizione 2018 a qualcuno che avesse un alibi per l’eventuale fallimento. Uno come Baglioni, di cui si poteva dire “non è il suo mestiere”. Le previsioni nefaste però sono state smentite dallo share stellare, superiore perfino a quello di Conti. E dunque, che si fa da domani? Ieri in conferenza stampa, a chi gli chiedeva se fosse pronto per un bis, il direttore artistico ha risposto con un secco “No”.
Adriano Celentano ha dato una sua lettura del tutto, facendo i complimenti al collega: “Oltre che un grande cantante, hai dimostrato di essere un grande organizzatore e direttore artistico. La Rai non potrà più fare a meno di te. Della tua bravura, del tuo gusto e della tua classe”. Felicitazioni anche da Gianni Morandi (che aveva firmato due edizioni di Sanremo immensamente più kitsch): “Il capitano Claudio ha costruito un bellissimo show, con la musica al centro, ottime canzoni e interpreti, conduttori splendidi”. Morale: trovare un conduttore per l’anno prossimo sarà un guaio vero. A meno di non riuscire a convincere Fiorello o mostri sacri come Gigi Proietti. O come ha suggerito Fiorello, il Papa in persona (in coppia con Melania Trump).
I picchi e le pecche. Fiorello uber alles, seguito a strettissimo giro da Virginia Raffaele, entrambi generosi (lei è venuta anche gratis) e bravissimi: l’ironia intelligente, non consensuale, è sempre più rara. Fiorello è intervenuto anche ieri via telefono, imitando la Pausini con la solita leggerezza (e facendo andare di traverso la cena a Michele Anzaldi con la battuta sul nostro Andrea Scanzi, uno degli esperti della giuria di qualità). Nota a margine: tremendi i dialoghi fra i tre conduttori, scadenti oltre l’ovvietà, così come le gag di Sabrina Impacciatore. Per carità di patria sorvoliamo sull’inguardabile “Prima Festival”.
“Che tristezza vedere la vostra sinistra votata alla sconfitta”
Pablo Iglesias, come sta Podemos? Non sembra attraversare la sua fase migliore.
Abbiamo commesso un errore, in particolare nell’ultimo periodo segnato dalla vicenda catalana, lasciando che l’agenda sociale sparisse dalla scena mediatica. Nonostante questo, ora ci danno in risalita, siamo al 19%, a due punti dal risultato delle scorse elezioni. Questo è un paese con 4 partiti politici che possono vincere le elezioni e noi siamo impegnati a vincerle.
È in difficoltà Rajoy?
Il PP sta vivendo uno dei suoi momenti più difficili, resiste perché Ciudadanos e il Psoe glielo permettono. I socialisti dovrebbero presentare una mozione di sfiducia, noi l’appoggeremmo, disponibili a negoziare un governo. I numeri ci sono, Esquerra Republicana e il Partit Demócrata hanno già detto che la sosterrebbero senza chiedere nulla in cambio, solo per cacciare Rajoy dal governo.
Perché ci guadagna più Ciudadanos che il PP con il tema catalano?
Per due processi simultanei che si stanno verificando: da un lato quello di una svolta reazionaria in Spagna che Ciudadanos interpreta meglio senza patire il logorio della corruzione e della responsabilità di governo, aprendo un’inedita competizione a destra, ove Ciudadanos rappresenta a volte la nuova estrema destra. C’è poi una dimensione specificatamente catalana: il fatto che il partito politico più votato in Catalogna sia una forza apertamente anti-catalanista. E questo significa che esiste un nazionalismo spagnolo in Catalogna. A noi sembra che sia indispensabile cambiare le domande e renderle più trasversali: quando la gente vota pensando agli sfratti, alla sanità, alla scuola, possiamo vincere le elezioni e cambiare le cose.
Avete proposto una riforma della legge elettorale.
La stiamo negoziando con Ciudadanos, la proporremo a tutti i gruppi, sperando che almeno il Psoe la sostenga. Suggeriamo una cosa molto semplice: cambiare la formula dal D’Hondt al Sainte- Laguë (ovvero due metodi matematici per l’attribuzione proporzionale dei seggi, ndr), perché così avremo un Congresso con una maggior corrispondenza tra voto e rappresentanza. Questo non solo è più giusto, ma corrisponde alla nuova fase politica, in cui non ci saranno più maggioranze assolute, ma governi di coalizione. E abbiamo bisogno di un sistema elettorale che rappresenti meglio la volontà degli elettori e favorisca l’accordo tra partiti. Poi proponiamo le liste-cremagliera per assicurare almeno la metà dei parlamentari donne. E che si possa votare a 16 anni.
I leader indipendentisti restano in carcere per la loro ideologia, sono prigionieri politici?
Credo di esser stato il primo a sostenerlo, già a settembre dissi: non voglio che ci siano prigionieri politici nel mio paese. Siamo coscienti che in Catalogna c’è un conflitto politico che dovrebbe risolversi politicamente. Detto questo, ci sembra un errore la strategia della unilateralità del procés indipendentista: quella strategia ha prodotto una situazione di eccezione generando uno scenario che ha facilitato una svolta reazionaria, danneggiando sia la Spagna che la Catalogna.
C’è separazione di poteri in Spagna?
Siamo in una situazione di eccezionalità democratica in cui governa un partito sta mettendo in dubbio la separazione di poteri. E nel frattempo si giudicano e condannano rapper per i testi delle canzoni, e persone comuni per i loro tweet.
Che pensa di Rivera ricevuto da Renzi?
Credo che sia una dichiarazione di principio di Renzi, in Spagna sta con Ciudadanos. Rivera è sempre alla ricerca di referenti che proiettino quello che lui non è capace di essere, ha provato anche ad avvicinarsi a Macron.
Che opinione ha del M5S?
È un movimento difficile da qualificare. Ci hanno paragonati a loro, forse ciò che è simile è il momento politico di eccezionalità e di rifiuto nei confronti delle élite politiche in Italia e in Spagna. Ma, mentre nel nostro modo di governare e fare politica c’è una certa coerenza, mi sembra che in quello del M5S si mescolino elementi di cultura politica diversi. Le sue esperienze di governo municipale, per quanto ne so, non sono andate molto bene, a differenza delle nostre. Bisogna vedere l’esito delle elezioni di marzo e se il M5S sarà o no parte di una soluzione di governo.
E della sinistra italiana?
Sono molto preoccupato, l’Italia per me è stata una scuola, è un paese con una cultura di sinistra che continua a proiettarsi nel mondo come un riferimento. Ma vedo con tristezza che la sinistra con cui potrei identificarmi non è in condizioni di combattere per vincere le elezioni. Ho amici che fanno politica in LeU, altri nel Pap (Potere al popolo) e a entrambi auguro un buon risultato.
C’è un populismo buono e un populismo cattivo?
Il populismo non serve a descrivere un movimento, né uno stile politico. Descrive dei momenti, situazioni in cui il modo di fare politica cambia. È una parola che definisce i momenti di eccezionalità politica in cui appaiono le espressioni della rottura. E queste espressioni possono essere a volte terribili come Trump, o ambigue come il M5S, o chiaramente progressiste come Podemos o la France Insoumise.