Loro canaglie, noi rapaci opportunisti

C’erano una volta, tradizionalmente, tre “Stati canaglia”: la Corea del Nord, l’Iran degli ayatollah, l’Iraq di Saddam. C’era poi uno Stato che “canaglia” lo era solo a metà, la Libia di Gheddafi. A metà perché alcuni rispettati e rispettabilissimi Stati europei, come la Francia e l’Italia, intrattenevano lucrosi affari col Colonnello.

La Corea del Nord di Kim Jong-un, che naturalmente è un “pazzo”, non ha sparato un solo colpo fuori dai propri confini, sta semplicemente cercando di migliorare il proprio armamento nucleare per non fare la fine di Saddam e Gheddafi. Ha inoltre l’ulteriore colpa di essere comunista.

L’Iran è sospettato di volersi costruire l’Atomica. Poco importa che, a differenza del vicino Israele, abbia firmato il Trattato di non proliferazione nucleare e accettato le regolari e ripetute ispezioni dell’Aia che hanno accertato che nei siti nucleari iraniani l’arricchimento dell’uranio non ha mai superato il 20 % (per fare un’Atomica l’arricchimento deve essere del 90 %). Però è una teocrazia guidata da degli Ayatollah che se non sono “pazzi” sono loro stretti parenti.

L’Iraq di Saddam, Stato accreditato all’Onu come del resto la Libia di Gheddafi, è stato spazzato via nel 2003 contro la volontà delle Nazioni Unite e in violazione di ogni legge internazionale. Il risultato entusiasmante di questa aggressione, che ha provocato in modo diretto o indiretto dai 650 ai 750 mila morti, è di aver consegnato all’Iran sciita trequarti dell’Iraq (perché si tratta della stessa gente, con la stessa origine, con la stessa antropologia, con la stessa ideologia). Insomma quanto si voleva impedire nel 1985 quando nella guerra Iraq-Iran gli americani intervennero a favore di Saddam, che la stava perdendo, in funzione antiraniana oltre che anticurda, ora si è realizzato senza che gli iraniani abbiano avuto bisogno di sparare un solo colpo di fucile. Inoltre, com’era prevedibile, questa nuova situazione ha incoraggiato le mire geopolitiche degli ayatollah nella regione.

Poco importa, anche qui, che i pasdaran iraniani, insieme ai curdi, siano stati determinanti, sia pur con l’apporto decisivo di caccia e droni americani, nello sconfiggere a Mosul e Raqqa i guerriglieri dell’Isis che, pur valorosissimi, non han potuto arrestare l’avanzata di forze così preponderanti e superiormente armate.

Nel frattempo era nato un quarto, e ufficiale, “Stato canaglia”, la Siria di Assad che reprimeva con la violenza un gruppo di rivoltosi, peraltro parecchio scombinati. Gli Usa tracciarono una ‘linea rossa’ (l’uso di armi chimiche da parte del dittatore) e, ritenendola oltrepassata, intervennero appoggiando i ribelli. Ciò permise l’intervento dei russi.

Da qui il macello siriano le cui ultime conseguenze si sono viste in questi giorni con i bombardamenti americani (100 vittime fra le forze leali ad Assad, soldati si dice, ma vai a sapere) e quelli russi, 200 civili morti nell’area di Ghouta un tempo occupata dall’Isis (forse la gente di quei luoghi stava meglio quando c’era il Califfato). Di soppiatto, nella confusione, c’è stato anche un raid degli israeliani, questi eterni eredi della Shoah, che temono che l’Iran prenda posizioni di forza ai loro confini e ai confini del Libano rifornendo di armi i ‘terroristi’ di Hezbollah.

Tutti accusano tutti di violare il diritto internazionale, come se, almeno a partire dall’aggressione alla Serbia, altro Stato sovrano, del 1999, esistesse ancora un ‘diritto internazionale’. Tutti giustificano le loro azioni criminali con la lotta ai “terroristi”, che per i russi, i turchi, i siriani, sono gli indipendentisti curdi e, per tutti, gli uomini dell’Isis che sembra divenuto il passepartout per ogni genere di aggressione. Il che, senza nulla togliere al valore dei combattenti dello Stato Islamico, accredita il sospetto avanzato da alcuni che il Califfo sia al soldo di qualcuno, come Bin Laden lo fu degli americani per legittimare la guerra all’Afghanistan talebano.

Nel frattempo in Italia, insieme a quello zero sottovuoto spinto che prende il nome di Festival di Sanremo, assistiamo alla più avvilente campagna elettorale da quando esiste la Repubblica.

Non solo Regeni, al Cairo chi dà fastidio “svanisce”

Mohamed al-Kassas, vicecapo del partito di opposizione Misr al-Qawia due sere fa è stato prelevato dalle forze di sicurezza, nella sua casa. La direttrice di Amnesty International (campagne Africa del Nord), Najia Bounaim, ha dichiarato: “Dati i precedenti delle autorità egiziane sul loro uso continuato di sparizioni forzate per soffocare il dissenso, siamo profondamente preoccupati che Mohamed al-Kassas possa essere stato vittima di sparizione forzata e sottoposto a tortura. Le autorità devono rivelare qualsiasi informazione in loro possesso sul luogo in cui si trova Mohamed al-Kassas e rilasciarlo immediatamente”.

Il giallo attorno a Mohamed al-Kassas segue di pochi giorni quello di due giovani giornalisti ed attivisti egiziani, Hassan al-Banna e Mustafa al-Aassar, svaniti il 3 febbraio scorso mentre si stavano recando al lavoro a Giza, lo stesso municipio dove viveva Giulio Regeni. E il termine sparizione forzata non può fare a meno di portare alla mente il caso del ricercatore italiano di cui si persero le tracce il 25 gennaio di due anni fa, e fu ritrovato cadavere il 3 febbraio.

“Stavo per fare la fine del vostro connazionale, avrei potuto essere ritrovato morto nel deserto come Regeni” ha detto Hisham Geneina, ex capo dell’Autorità anti-corruzione egiziana e braccio destro della campagna elettorale del generale Sami Anan. Geneina il 27 gennaio scorso è scampato a un rapimento per strada; era diretto in tribunale per un caso che vedeva coinvolto il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, quando un commando armato lo aveva aggredito mentre era in macchina, nel cuore del Cairo, assieme a sua moglie. A salvarlo la cintura di sicurezza che si è inceppata, facendo perdere tempo ai suoi rapitori e richiamando l’attenzione dei passanti.

Quattro giorni prima proprio il generale Anan era stato arrestato, anche lui in strada, ed era sparito per quasi una settimana, prima di un contatto coi suoi legali dalla prigione, una base militare a nord-est del Cairo. Atmosfera pesante, dunque, nella capitale, in vista delle elezioni presidenziali il 26-28 marzo (eventuale ballottaggio a fine aprile).

L’arresto del generale Anan, l’unico che poteva davvero mettere a rischio la vittoria di al-Sisi, ha innescato una reazione a catena che, di fatto, ha escluso qualsiasi candidato credibile nella corsa alla guida del Paese nordafricano. Quindici minuti prima della chiusura delle candidature, è arrivata quella di un sostenitore del capo dello Stato che adesso sfiderà, per così dire, il leader. Nel frattempo al-Sisi cerca un rilancio di immagine con la guerra all’estremismo islamico. Il ministero dell’Interno ha confermato l’uccisione di tre persone legate al gruppo Hasm e la cattura di altre 14 in una operazione antiterrorismo nella provincia del Sinai. Il gruppo Hasm – di recente inserito nella lista degli Stati Uniti Specially Designated Global Terrorists – è accusato dalle autorità egiziane di legami con i Fratelli Musulmani, partito fuorilegge. Secondo il ministero i tre sospetti uccisi e i 14 arrestati avevano ricevuto ordini di “sferrare una serie di attacchi” nei giorni delle elezioni presidenziali.

Kim Yo invita Moon al Nord: “Parliamo”

Il vicepresidente Usa Mike Pence non vede ancora la “luce in fondo al tunnel” nella crisi fra Corea del Nord, Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone anche se – ha dichiarato – lascia l’Asia “molto fiducioso sul fatto che stiamo continuando a fare ciò che è necessario per proseguire la pressione sulla Corea del Nord affinchè abbandoni le sue ambizioni nucleari”.

In apparenza, alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi di Pyeongchang qualche accenno di dialogo fra le due Coree si è registrato: “Mi auguro di poterla vedere presto a Pyongyang – ha detto Kim Yo Jong, sorella del leader nordcoreano Kim Jong un, che ha trasmesso al presidente sudcoreano Moon Dae-in l’invito a recarsi al Nord per un nuovo summit – se incontrerà il presidente e scambierà con lui opinioni su molte questioni le relazioni tra il Nord ed il Sud potranno migliorare rapidamente e il passato sembrerà un lontano ricordo”.

“Spero – ha aggiunto Kim Yo Jong – che il presidente lascerà la sua impronta nella storia e sarà ricordato dalle future generazioni per aver avuto un ruolo importante nell’aprire una nuova era per la riunificazione”.

Come primo effetto rispetto a questo invito, il presidente Moon ha respinto le sollecitazioni del premier giapponese Shinzo Abe per una ripresa delle manovre militari Seul-Washington, dopo la tregua olimpica; a parere di Moon, questa attività viola la sovranità del suo Paese. “Capisco cosa il premier Abe voleva dire e cioè che non è il momento di rinviare le esercitazioni Corea Sud-Usa fino a quando non ci sono progressi sulla denuclearizzazione della Corea del Nord. Ma la questione è sulla sovranità, e interviene in affari domestici”.

Se le due Coree sembrano voler sfruttare i Giochi per un tentativo di dialogo, resta la diffidenza fra Washington e Pyongyang: il Rodong Sinmun, l’organo ufficiale del partito dei lavoratori, ha messo in evidenza che il vice presidente Usa Mike Pence abbia sfruttato “le sacre Olimpiadi per far salire il confronto con la Corea del Nord”. Pence, scrive il giornale, aveva l’opportunità di incontrare Kim Yo-Jong e Kim Yong-nam, alla guida formale della delegazione del Nord per la cerimonia dei Giochi “ma ha tenuto le distanze” sia in occasione della cena di gala offerta da Moon agli ospiti illustri, che alla cerimonia. Un comportamento “criticato negli Usa e all’estero per una isteria da confronto contro la Corea del Nord, inadeguata per l’atmosfera delle Olimpiadi”.

Il giornale, come contrappeso, ha pubblicato diverse immagini in prima e seconda pagina sulla cerimonia dei Giochi, tra cui la rappresentanza degli atleti di Nord e Sud che sfilano sotto un’unica bandiera, e la stretta di mano tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e Kim Yo-jong.

2018 fuga da Caracas, in Colombia alla ricerca di cibo e medicine

Fuga di massa dei venezuelani verso la Colombia attraverso il ponte Simon Bolivar al confine di Cucuta. La crisi economica, le tensioni fra il governo Maduro e l’opposizione e la mancanza di generi alimentari e di prima necessità, spingono migliaia di persone a varcare il confine. La Colombia a sua volta sta allestendo maggiori controlli alla frontiera per affrontare questa emergenza.

Risiko in Siria: Iran e Israele fanno prove generali di guerra

Caccia israeliani in fiamme, droni iraniani in volo, il cielo striato dai missili antiaerei siriani, sirene di allarme nei centri abitati nel nord di Israele, raid aerei a ondate sul territorio di Damasco.

Nei cieli siriani e israeliani, ieri, è stato un giorno di guerra. Quella che pericolosamente si sta affacciando dalle colline del Golan, che preoccupa Israele e ne provoca la reazione. Lo Stato ebraico non accetterà mai che la Siria diventi un avamposto iraniano in grado di colpirlo. L’Iran “può creare un inferno per il regime sionista”, replica il generale di brigata iraniano Hossein Salami, numero due dei Guardiani della Rivoluzione che combattono a migliaia a fianco di Bashar Assad. Il movimento libanese Hezbollah ha aggiunto che “l’abbattimento del caccia nemico segna una nuova fase strategica” e un “cambio degli equilibri” nella regione. Israele, dove per tutta la giornata di ieri il premier è stato nel Comando operativo della Difesa a Tel Aviv, è chiaro nella sua posizione: risponderà colpo su colpo.

La crisi siriana è così entrata in una nuova dimensione, dove un incidente di confine può provocare un’escalation militare in grado di incendiare il resto della regione. Come all’alba di ieri che ha visto il più serio confronto tra Israele e Iran dall’inizio della guerra civile in Siria nel marzo 2011.

Nelle prime luci del giorno, silenzioso col suo motore elettrico, un drone decollato da una base nei pressi di Palmira controllata dai Guardiani della Rivoluzione iraniani, ha provato a bucare la difesa aerea israeliana oltrepassando il confine.

Un elicottero da combattimento israeliano si è alzato in volo e in una manciata di minuti ha polverizzato il drone con uno dei suoi missili. Mentre le difese aeree venivano poste tutte nello stato di massima allerta, partiva la rappresaglia israeliana sulla base da dove era decollato il drone. Gli F-16I si sono infilati come una lama nel burro nel territorio siriano e a volo radente sono arrivati fino a Palmira dove hanno distrutto la base iraniana. Ma nella missione di ritorno la contraerea siriana con i suoi SA-16 e SA-18 ha lanciato una quantità di razzi da far pensare ad un attacco missilistico contro Israele.

Sulle colline del Golan e tutte le aree circostanti sono suonate le sirene di allarme per la popolazione civile che è corsa nei rifugi. I segnali radar dei missili hanno allarmato anche gli operatori dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv che hanno chiuso lo scalo per oltre un’ora mentre veniva valutato l’entità dell’attacco contro lo Stato ebraico.

Uno delle decine di missili antiaerei sparati dai siriani ha colpito uno dei caccia con la Stella di Davide, il pilota è riuscito a portare il suo aereo oltre il confine israeliano per poi lanciarsi insieme al suo navigatore nel nord di Israele mentre il jet si schiantava in una zona agricola non distante. Altri caccia della Israel Air Force si sono poi levati in volo e hanno bombardato 12 diverse postazioni militari sul territorio siriano controllate da siriani e iraniani, in quello che Tomer Bar, vicecapo dell’IAF ha definito “il maggior attacco aereo dal 1982 in Libano”.

Il presidente russo Vladimir Putin ha invitato ieri tutti i protagonisti alla moderazione, dopo la “ritirata” americana dal Medio Oriente è l’unico leader in grado di disinnescare questa crisi. I contatti fra Mosca e Tel Aviv ieri sono stati febbrili, ma di esito incerto.

Spiega Ofer Zalzberg, analista di Gerusalemme per l’International Crisis Group: “Solo Mosca è in grado di mediare un rafforzamento dell’accordo di de-escalation. Altrimenti le regole del gioco siriano potrebbero cambiare e ci troveremo con un’altra guerra alle porte”.

Santi bevitori, buona coscienza e quel che ha da dirne Balzac

Noi, che sappiamo di quale fango siano impastate anche le migliori tra le nostre azioni, abbiamo tratto un certo conforto da alcune notizie lette questa settimana, conforto che solo un’analisi superficiale potrebbe ascrivere alla tipologia del cinismo. Ne citiamo un paio. I due parlamentari (e candidati) grillini beccati a non restituire alla collettività la sacra eccedenza dello stipendio. E mica due grillini qualunque: no no, questi Martelli e Cecconi, in quel genere letterario parareligioso che è la cronachistica sui 5 Stelle, vanno ascritti alla categoria metafisica degli “ortodossi”, a intendere due puri, due devoti ai principi del Movimento insidiati dalla mollezza del denaro e del potere (è tanto vero che, simbolicamente, uno dei due girava letteralmente coi sandali francescani ai piedi). E poi c’è la deputata democratica dello stato della California Cristina Garcia, tra i volti del movimento anti-molestie #Metoo, accusata di molestie da un collaboratore e da un altro tizio per certe palpatine non gradite allungate dalla signora in due rispettivi momenti di ebbrezza alcolica. Non è cinismo, si diceva, ma la confortante sensazione che – nonostante le massicce dosi di buona coscienza a basso prezzo immesse nell’aria rarefatta del “pubblico dibattito” da media e politica – alla fine valga ancora il caro vecchio adagio balzacchiano secondo cui “la malattia del nostro tempo è la superiorità: ci sono più santi che nicchie”.

Sullo scandalo Eni la politica (tutta) ha paura di fiatare

Matteo Renzi ce l’ha insegnato: “L’Eni è oggi un pezzo fondamentale della nostra politica di intelligence, e quando dico intelligence dico i Servizi”. La storia ci ha invece insegnato che l’Eni, dal fondatore Enrico Mattei in poi, è un grande investitore pubblicitario, capace di tenere in vita da solo certi organi di informazione, magari legati alla politica. Sbaglia dunque chi si stupisce del corale e tremulo silenzio di governo e opposizione tutta di fronte allo scandalo epocale emerso dal lavoro combinato delle Procure di Messina, Milano e Roma. Se non bastano tre anni di presidenza del Consiglio a distinguere l’Eni dai Servizi segreti, si capisce perché la classe politica non solo non abbia il coraggio, ma neppure sappia da dove cominciare un discorso critico sull’Eni. Al deprimente rito dell’inchino all’amministratore delegato Claudio Descalzi – nominato da Renzi e confermato da Paolo Gentiloni, nonostante sia a processo per corruzione internazionale (un affare da oltre un miliardo di euro) con gente del calibro di Paolo Scaroni e Luigi Bisignani – si è unito anche il leader M5S Luigi Di Maio. Come se si fosse convinto che le elezioni si vincano mostrandosi rispettosi e servili con i poteri forti.

Colpisce la scelta di tempo. Martedì scorso è stato arrestato il pm di Siracusa Giancarlo Longo con l’accusa di aver confezionato falsi fascicoli per aiutare il depistaggio dell’inchiesta Descalzi in un’associazione a delinquere il cui capo, secondo le ipotesi accusatorie, sarebbe stato il dirigente degli affari legali dell’Eni, Massimo Mantovani, perquisito nelle stesse ore. Questa la dichiarazione fatta da Di Maio lo stesso giorno: “Ci faremo promotori di una conferenza di pace sulla Libia a Roma, che metta intorno al tavolo tutti gli attori e veda protagonista l’Italia. L’Eni è lì dal 1959 e la Libia ha un interesse geostrategico per noi rilevante”. Tacciono i firmatari nel 2015 della proposta di legge M5S per una commissione d’inchiesta sui rapporti tra Eni e corruzione: i vari Airola, Bottici, Crimi, Giarrusso, Girotto, Lezzi, Morra e Taverna, per dire solo i più noti, devono essere talmente impegnati nella campagna elettorale da non riuscire a leggere i giornali. Ma nella lista dei distratti non manca nessuno. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando riesce a dichiararsi preoccupato per l’arresto di un magistrato senza pronunciare quella parolina di tre lettere: Eni. E dov’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, azionista di controllo dell’Eni, l’uomo a cui lo Stato, cioè il popolo italiano, ha affidato quattro anni fa il colosso petrolifero? Non ha niente da dire come nei quattro anni precedenti. E Renzi? Tre anni fa, quando Descalzi fu indagato, gli fece da scudo umano: “Non accettiamo che avvisi di garanzia più o meno citofonati sui giornali consentano di cambiare la politica aziendale in questo Paese”. Adesso tace. E Gentiloni? Tace. Non fiatano neppure Pietro Grasso e la cooperativa di leader carismatici di LeU: il terrore di dire “Eni” li ha renzianizzati tutti, da Massimo D’Alema a Nicola Fratoianni, passando per Pippo Civati. A parlare della gravità inaudita dello scandalo Eni hanno lasciato da solo l’economista Luigi Zingales, che in quel cda fu messo d’autorità da Renzi prima di cadere in disgrazia perché faceva domande anziché girarsi dall’altra parte.

Infine, un saluto ai garantisti tutti d’un pezzo. Pronti a scagliarsi contro i pm se indagano un loro inserzionista, non fiatano di fronte a un magistrato accusato di inventarsi – pagato da un legale dell’Eni – avvisi di garanzia contro chi dà fastidio a Descalzi. Già, così coraggiosi con i magistrati che fanno il loro dovere, anche ai garantisti tremano le gambe davanti ai miliardi dell’Eni.

 

Dalla parte degli ultimi: Dio risana la vita senza mettere clausole

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro”. Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte. (Marco 1,40-45)

Forse, a prima vista, questo racconto evangelico può sembrarci lontano dalle grandi problematiche dei mali contemporanei. La lebbra è una malattia quasi completamente debellata o presente solo in qualche piccola area del mondo non sviluppato. E la purificazione richiesta dal lebbroso a Gesù ci appare del tutto incomprensibile se non ricordiamo che questa malattia (Mycobacterium leprae) produce mutilazioni del volto e delle mani, manifestazioni di consunzione e disgregazione corporali. Per questo, le prescrizioni del Levitico (capp. 13-14) riguardanti l’accertamento della lebbra e la conseguente necessaria separazione dell’ammalato dal consorzio famigliare, religioso e sociale erano state regolate con precisione dalla tradizione giudaica. Comunque, nella cultura antica la lebbra era un castigo inflitto da Dio per una colpa che rendeva inabili alla vita della comunità finché non si guariva. E la reintegrazione avveniva dopo un prescritto sacrificio.

Chi non ricorda il coraggioso impegno e la lunga attività di Raoul Follereau a favore dei lebbrosi; ne guarì quasi un milione! Per debellare la malattia chiedeva a Usa e Urss il costo di un bombardiere! In numerosissimi giovani, a Padova nel 1968, guidati dalla scrittrice Antonia Arslan, ascoltammo questa terribile testimonianza: “Nel secolo XX del cristianesimo, ho trovato lebbrosi in prigione, in manicomio, rinchiusi in cimiteri dissacrati, internati nel deserto con filo spinato, riflettori, e mitragliatrici. Ho visto le loro piaghe brulicare di mosche, i loro tuguri infetti, i guardiani col fucile… un mondo di orrori, dolore, disperazione”. Gesù non risponde all’eterna domanda del perché di questa ripugnante malattia o della morte. Accetta di essere avvicinato da uno senza speranza, ne ascolta il grido e allunga la mano toccando scandalosamente colui che è diventato intoccabile e anonimo. E, aderendo con la sua decisione e la sua parola, dona la guarigione. Il fatto stesso che il lebbroso possa accostarsi ai suoi piedi testimonia la diversità del modo di relazionarsi di Gesù, evidenzia la novità assoluta della sua prossemica che fa di qualsiasi persona il soggetto della sua attenzione, esaudendone perfino il desiderio. Il suo comportamento, difforme dagli atteggiamenti e prescrizioni del contesto religioso, sociale e culturale dominante, per quanto autorevoli, ci fa riconoscere la misteriosa Umanità di Gesù.

Il quesito astratto o teoretico cede il posto alla condivisione: bisogna fare spazio dentro di noi all’altro così com’è perché la nostra volontà si decida e diventi operativa a suo favore, tentando anche l’impossibile! Ecco la bella notizia: Dio risana la vita senza mettere clausole. Non per convertire, per fare adepti: “Guarda di non dire niente a nessuno” impone Gesù perché sarà la Pasqua il momento della piena rivelazione di questo Amore divino. Invece il lebbroso guarito si trasforma in un incontenibile divulgatore del fatto! Questo vangelo, preso sul serio, ci manda “agli scarti della società” come si esprime Papa Francesco, per mettere dalla parte giusta e bella della vita l’immenso mondo dei diseredati e oppressi, stranieri e concittadini, al di qua e al di là dei mari, bambini, donne e uomini che non conoscono la felicità del vivere.

 

Le “Anime belle” stiano lontane da Macerata

Per spiegare chi sono le “anime belle” c’è bisogno di un autorevole editorialista di un grande giornale a cui preme di apparire super partes(dunque mai pensare che i neri colpiti dalle pallottole di Macerata siano tutti buoni e mai caricare tutte le colpe sui fascisti che sostengono il fascista che ha sparato). Cito dall’editoriale di un grande quotidiano: “Bisogna aprire gli occhi sul fatto che il modo caotico, non controllato, illegale, con cui i flussi migratori hanno ‘invaso’ pezzi delle nostre città e delle nostre terre, ha provocato risentimento e rancore anche fra la gente per bene, magari un po’ tradizionalista ma niente affatto razzista, non abbastanza ricca da godere dei vantaggi della Società multietnica che le ‘anime belle’ spacciano come destino ineluttabile della nazione…” (Antonio Polito, Il Corriere della Sera, 4 febbraio). La parola chiave è “spacciano”, da spacciatore, sostantivo che va bene sia per chi predica finta bontà dagli attici di buone abitazioni sicure, sia per gli spacciatori di droga che “presumibilmente (dice l’autore) hanno fatto a pezzi la ragazza Pamela”. Infatti (cito ancora dal testo di Polito, un buon documento del come e dove stiamo vivendo): “Macerata è la città dove una ragazza di diciotto anni che avrebbe potuto essere nostra figlia, è appena stata uccisa e fatta a pezzi presumibilmente da uno spacciatore di origine nigeriana. (…) Tolleranza vuol dire tollerare anche questo? Ovviamente no. Bisogna allora che lo Stato per la sua parte e i media per la nostra, lo dicano a voce talmente alta da farla sentire anche a coloro che, lontani e frustrati (e armati, ma l’autore questo dettaglio non lo nota, ndr) si sentono soli e perciò covano sentimenti di vendetta”.

Importante notare il titolo del pezzo da cui ho citato è “Ora niente sia come prima”. Bisogna riconoscere un buon istinto giornalistico (è vero, niente è più come prima), intonato con l’umore di una classe dirigente e di buona parte dell’opinione popolare. Quell’umore, del tutto estraneo fino a poco fa al Paese di cui un tempo si diceva “nato dalla Resistenza”, è stato espresso con chiarezza e per primo dal Movimento 5 Stelle. I due leader Di Battista e Di Maio hanno detto in modo quasi solenne: “Silenzio”. E hanno stabilito uno strano rapporto con la realtà. Silenzio vuole anche dire restare fuori dalla disputa, di fronte a una città in cui si spara per le strade per vendetta, e nel tentativo di uccidere. Però la omogeneità fra parti di potere che controllano o influenzano il Paese è grande. Qualcuno ha tenuto a bada i fascisti che volevano sostenere il loro eroe (l’uomo che ha sparato) e rivendicare il loro militantismo assassino. Ma nello stesso momento qualcuno ha tenuto a bada l’Anpi (coloro che intendono ancora rappresentare i partigiani e la Resistenza che ha stroncato il fascismo) e tiene a bada coloro che sono antifascisti e sanno che questo è il momento di essere presenti come lo è stato in ogni altro momento pericoloso della storia italiana. Questa volta no. Il ministro dell’Interno e il segretario di un partito che era di sinistra hanno detto no e fatto capire che qui non si discute di politica, qui si lavora alle elezioni. In questo modo, per la prima volta, l’Italia che conta, ben rappresentata dall’articolo citato, tiene ferme le due parti, lasciandoci capire che si somigliano e vogliono solo menarsi. La decisione, presa in un misterioso luogo dove si sa come stanno le cose, rende uguale il fascismo che viene avanti in divisa e con le sue dottrine di morte e il suo odore di campi di sterminio. E l’antifascismo, che discende da una sua massa di perseguitati, imprigionati, torturati e uccisi, nella lotta per la libertà che ha fondato l’Europa, e ha salvato i ragazzi di Forza Nuova, di CasaPound e i nuovi associati ancora travestiti con felpe, dal fare per sempre, di professione, le guardie dei lager.

Sappiamo tutti che la verità che potrà emergere non potrà cancellare una abominevole storia né restituire la vittima ai suoi genitori (fra i pochi umani e generosi protagonisti di tutto quest’incubo). Sappiamo anche che in prigione c’è uno spacciatore nigeriano (infiltrato in un’attività tutta italiana) ma non c’è un assassino nigeriano. Infatti il nero in prigione, per il quale sette neri dovevano morire (se ne cercavano dieci) e non sono morti per caso, non è accusato di omicidio. Tuttavia, tra i cittadini italiani di Macerata già arruolati nel nuovo fascismo fondato sulla vendetta e sulle fake news, è già stato fatto il giuramento: “Quando lo liberano, il compito è nostro”. La conclusione dell’articolo che ho citato è in armonia con la nuova cultura del tenere a distanza i facinorosi delle due curve, fascisti e antifascisti (con paterna comprensione per l’esasperazione dei bianchi): “Ognuno è preoccupato di riaffermare le sue ragioni, nessuno disposto a riconoscere le buone ragioni degli altri e a chiedere umilmente scusa per averle sottovalutate”. Pensate a quale punto di squilibrio possono portare il Paese “le anime belle”.

Mail box

 

I fiori spariscono dal Festival: occasione persa per l’economia

Ho notato, con disappunto, che l’assenza più vistosa di questo Festival di Sanremo era quella dei fiori. Molto strano in un luogo che è riconosciuto proprio come la città dei fiori. Ci voleva proprio tanto ingegno a mettere delle composizioni di fiori a bordo del palcoscenico? Non siamo capaci neanche di promuovere il fiore all’occhiello della produzione italiana florovivaistica. Credo sia un’occasione persa, anche a danno della nostra economia. Sono i fiori la cosa più bella e più gentile del creato. Essi, nel loro muto linguaggio, esprimono poeticità e amore.

Franco Petraglia

 

Il coraggio di Mirkoeilcane è la nota migliore di Sanremo

Se c’è una cosa da salvare in questa edizione del Festival di Sanremo è sicuramente il coraggio di Mirko Mancini (in arte Mirkoeilcane) nel presentare il suo pezzo “Stiamo tutti bene”. Non è da tutti, in questi bui tempi di razzismo e xenofobia montanti, proporre un pezzo che fa capire quale sia la situazione in cui si vengono a trovare i migranti, vista dagli occhi di un bambino.

Farebbe bene, a noi italiani “brava gente”, prima di applaudire i fascisti che sparano contro “i negri” o prima di fare le barricate per impedire che un po’ di disperati si stabiliscano nel nostro territorio, parlare, come ha fatto Mirko, con uno di loro per farsi raccontare la sua storia, guardandolo negli occhi.

Mauro Chiostri

 

Berlusconi rischia un governo ”non eletto dal popolo”

L’hanno studiata a tavolino questa schifosa legge elettorale. Se anche il centro destra vincesse, chi farà il premier, visto che Berlusconi è ineleggibile? Non vorrei che saltasse fuori un nome nuovo dopo le elezioni. Il quale diventerebbe, proprio come Renzi, un premier non votato dagli Italiani, cosa che lo stesso Berlusconi ha imputato a lungo a Renzi.

Elio Ferrara

 

Renzi parla di moderazione, ma la sua è solo diserzione

“Moderare i toni“: la frase di Renzi di fronte al rigurgito fascista nazionale – culminato con la sparatoria di Macerata – è la definitiva conferma che questo politico ha rottamato i valori di sinistra, a forza di cercare voti a destra.

Non si possono “moderare i toni” quando si arriva alla violenza politica, alle pistole nelle strade, ai saluti fascisti ostentati prima negli stadi, poi ovunque. Non si può chiedere di annullare le sacrosante manifestazioni antifasciste, come ha fatto il ministro dell’Interno Minniti e il sindaco Pd di Macerata, invocando motivi di ordine pubblico. Semplicemente perché la democrazia viene prima dell’ordine pubblico.

Questo torpore governativo e del Pd che si autolimita di fronte al fascio-leghismo dilagante non è moderazione, ma diserzione. Ed è in contrasto con la Costituzione. Che nella XII Disposizione Transitoria e Finale, detta “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.” “Qualsiasi forma” significa che il divieto opera nei confronti di ogni partito che – a prescindere dal nome – adotti quei valori di disuguaglianza e violenza.

Di fronte a questa “riorganizzazione” sotto altra forma del fascismo, la democrazia deve – deve! – reagire scendendo in piazza, per difendere la Stato di diritto e la sua Costituzione.

Perché la lezione della storia è che il fascismo non si spegne da solo. O lo fermi sul nascere con la legge e la mobilitazione democratica o dopo serve il sangue.

Massimo Marnetto

 

L’astensione tra i giovani dimostra il loro sconforto

Presumibilmente, tra i 17 milioni di italiani che si asterranno dal voto, uno su due appartengono agli under venticinque. Un dato assolutamente clamoroso che dimostra il totale sconforto verso una classe politica che non trova soluzioni per arginare il gravissimo problema della disoccupazione giovanile. E’ però incomprensibile starsene a casa nel momento in cui si è chiamato a decidere delle sorti del Paese.

Pasquale Mirante

 

Le Ferrovie hanno gestito male la concorrenza con Italo

Se negli anni in cui le Ferrovie dello Stato perdevano 500 milioni di Euro all’anno (Moretti disse: mi basterebbe poter aumentare di un euro a biglietto), tutto il management fosse stato mandato a casa e se non avessero boicottato con ogni mezzo Italo – allora Ntv – oggi non ci sarebbero stati gli stessi danni e due società di trasporto sarebbero presenti, magari obbligate a migliorare la vita di migliaia di lavoratori sotto scacco di treni della peggiore qualità mondiale, Africa inclusa.

E magari avremmo potuto obbligarli a puntare sull’alta velocità anche sul versante adriatico e arrivare a Bari da Milano in tre ore. Per Lecce gli diamo un po’ più di tempo. É vero, invece, che la Ferrovie dello Stato hanno fatto qualche economia, per esempio chiudendo decine sportelli in centinaia di stazioni anche di medie città.

Gianfranco Bonacci