La buona sanità accerchiata da Zingaretti (e dagli squalucci)

“In questi cinque anni abbiamo lavorato senza soste e rimesso le cose in ordine. Abbiamo dimostrato che è possibile tagliare sprechi e privilegi e nello stesso tempo aumentare i servizi. Ora possiamo, anzi dobbiamo vincere nuove sfide”.

Nicola Zingaretti (Pd) si ricandida alla guida della Regione Lazio

Frastornati e infastiditi dalle promesse mirabolanti della politica elettorale, siamo convinti che a noi abitanti di Roma e del Lazio (ma il discorso riguarda la nazione intera) sarebbe sufficiente sapere che le non molte istituzioni efficienti, davvero al servizio del pubblico, continueranno a funzionare e non saranno smantellate o svendute. Eppure questo programma minimo di sopravvivenza civile certe volte sembra una montagna da scalare tra mille difficoltà. Parliamo, per esempio, della Fondazione S. Lucia, ovvero dell’eccellenza sanitaria nel campo della neuroriabilitazione. Possono testimoniarlo le migliaia di pazienti che, spesso vittime di traumi gravissimi o di patologie invalidanti, hanno ricevuto le cure più appropriate, grazie anche a un centro di ricerca all’avanguardia. Non stiamo esagerando visto che nel settembre scorso, con una delle sue famose improvvisate, papa Francesco è venuto a conoscere con i propri occhi cos’è la misericordia, quando ogni giorno deve misurarsi con la sofferenza e con la guarigione. E, lo sappiamo, Bergoglio non si muove a caso. Eppure, questa struttura che dovrebbe rappresentare l’orgoglio della politica di qualsiasi colore, da anni vive sull’orlo del precipizio a causa di un gigantesco e infinito contenzioso con la Regione Lazio, tanto che alla fine di ogni mese la Fondazione non sa se potrà pagare gli stipendi ai 900 dipendenti e collaboratori. Una vergogna. È a questa spada di Damocle sul S. Lucia che il presidente Zingaretti allude quando dice “abbiamo rimesso le cose in ordine”? E nel caso di sua rielezione le “nuove sfide da vincere” sono quelle che secondo voci ricorrenti, speriamo infondate, prevedono che la struttura una volta strangolata verrà data in pasto agli squali (anzi squalucci) che imperversano nella sanità privata? Terremo gli occhi aperti. Del resto, allargando il tema a quello più generale della disabilità, Zingaretti e gli altri candidati alla Regione, dalla Lombardi a Parisi, farebbero cosa buona e giusta se s’impegnassero, e non soltanto a parole, per risolvere problemi dell’accessibilità. Sottraggano qualche minuto ai loro imperdibili comizi e ascoltino chi dà voce con competenza ed esperienza al numero incalcolabile di persone non autosufficienti che nella loro già non facile esistenza sono costrette ad affrontare giorno dopo giorno ostacoli spesso insormontabili. Leggi vigenti sugli standard abitativi del tutto inapplicate e sostituite dalle “autocertificazioni” dei progettisti, per i quali naturalmente è sempre tutto a posto. Per non parlare di un sistema dei trasporti a Roma che rende mobilità una parola senza senso. Ascoltino l’architetto Fabrizio Vescovo che a questi problemi ha dedicato una vita. Zingaretti e competitors non ne facciano la solita questione di competenze ma si adoperino una volta eletti a cercare una collaborazione con la giunta Raggi (e viceversa), senza stupide gelosie. E se non vogliono ascoltare la loro coscienza, diano retta almeno al cinismo della politica: anche i malati e i disabili votano.

La cultura senza più difese

Se proviamo a tracciare una storia dell’attuazione dell’articolo 9 della Costituzione dobbiamo riconoscere che il primo momento – quello della difficilissima sfida della ricostruzione postbellica del patrimonio culturale – rappresenta il punto più alto di una curva poi sempre in discesa.

Una curva che non tornò a riprendersi nemmeno con l’infelice nascita del ministero per i Beni culturali (1975), che poi iniziò a precipitare con le privatizzazioni neoliberiste dei primi anni Novanta, e che si è quindi definitivamente inabissata con le ‘riforme’ del ministro Dario Franceschini (2014-16). In questa lunga storia di non-attuazione si possono distinguere due diverse fasi. La prima (che arriva fino alla metà degli anni ottanta) è una storia di omissioni: una storia in cui la Repubblica non ha promosso abbastanza lo sviluppo della cultura e la ricerca, e non ha tutelato a sufficienza il patrimonio storico e artistico, a causa della superficialità di una classe dirigente incapace di comprendere il significato strategico (sul piano culturale e civile, ma anche su quello economico) di tutto questo, e dunque incapace di stanziare le risorse necessarie.

Nella seconda fase (quella che dagli anni Ottanta arriva fino a noi) è lo Stato stesso a entrare in crisi: anzi, a essere progressivamente smantellato, prima teoricamente e poi di fatto. Paradossalmente, il ritardo culturale della classe politica italiana ha preservato a lungo il patrimonio culturale dalle conseguenze dello smontaggio neoliberista dello Stato: ma questa involontaria quanto provvidenziale franchigia è progressivamente venuta meno con l’inizio del nuovo secolo. Di fatto, l’ultimo quindicennio ha visto un precipitoso allineamento dei beni culturali a ciò che era già successo in altri settori chiave del ‘pubblico’ (si pensi alla sanità, o all’università): fino ad una fase estrema e recentissima in cui, di fatto, si è messo in discussione il significato stesso di parole come “cultura” o “tutela”.

In quest’ultima drammatica fase è forse possibile distinguere due segmenti diversi. Il primo, caratterizzato dai governi di Silvio Berlusconi, ha eroso il secondo comma dell’articolo 9 minacciando soprattutto l’integrità della porzione pubblica del patrimonio storico e artistico della nazione, dando così una spallata pressoché letale all’esercizio della tutela, attraverso il taglio della metà (un miliardo di euro) del bilancio del ministero per i Beni culturali ‘guidato’ da Sandro Bondi (era l’estate del 2008), di fatto mettendolo “in liquidazione” (Settis). Il secondo, caratterizzato dai governi di centro-sinistra e da ministri per i Beni culturali come Walter Veltroni e Dario Franceschini, ha realizzato la dismissione del patrimonio pubblico avviata dal centrodestra, e se ha recuperato qualche punto nei finanziamenti della tutela, ha però messo sotto attacco il primo comma dell’articolo 9, interpretando lo “sviluppo della cultura” come pura valorizzazione economica, minando le ragioni stesse della tutela e l’indipendenza di questa ultima dalla politica. Tra i due segmenti non c’è alcuna soluzione di continuità, ma anzi un crescendo di impegno per sradicare di fatto l’articolo 9 dall’impianto dei principi fondamentali del nostro progetto di Paese.

Prendiamo il nucleo concettuale delle politiche berlusconiane sul patrimonio: la sua alienazione. Dopo una serie di tappe di avvicinamento, peraltro tutte dovute a governi di centro-sinistra, l’apice della privatizzazione del patrimonio si toccò, grazie a Giulio Tremonti, con “la costituzione, nel 2002, della Patrimonio dello Stato spa, una società per azioni che, almeno teoricamente, avrebbe potuto gestire e alienare qualunque bene della proprietà pubblica” (Mattei, Reviglio, Rodotà). Ovviamente questa specie di escalation della privatizzazione colpì e travolse anche la parte più importante del patrimonio dello Stato, il “paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”: e di fronte all’enormità dell’attacco, si risvegliò un’opinione pubblica non ancora del tutto franta. Il libro Italia spa di Salvatore Settis – che uscì proprio nel 2002, conquistando subito un ruolo guida – aprì gli occhi agli scettici e agli increduli, dimostrando con numeri e fatti che “il patrimonio culturale italiano non è mai stato tanto minacciato quanto oggi, nemmeno durante guerre e invasioni: perché oggi la minaccia viene dall’interno dello Stato, le cannonate dalle pagine della Gazzetta Ufficiale”.

Anche grazie a quella resistenza, il progetto megalomane della Patrimonio dello Stato spa si arenò: ma solo per realizzarsi, di fatto, passo a passo.

Oggi una fitta legislazione creata in gran parte dai governi di Centrosinistra consegna ai manuali di storia del diritto le differenze tra beni disponibili, beni indisponibili e demanio inalienabile dello Stato, e cancella l’idea stessa di un demanio inteso come una riserva inattingibile rivolta al futuro e finalizzata all’attuazione dei diritti fondamentali dei cittadini: tutto è, nei fatti, alienabile, tutto è anzi potenzialmente già in vendita, e le differenze di stato giuridico tra i beni comportano solo trafile burocratiche differenti. Così l’incubo della Patrimonio dello Stato spa si è di fatto avverato, anche se nella forma di uno stillicidio. […]

Negli ultimi anni l’insofferenza della politica italiana verso il sapere scientifico e tecnico appare crescente: tanto che nel discorso pubblico degli ultimi anni la contrapposizione tra le competenze della Repubblica e quelle gli enti locali è stata rappresentata come una contrapposizione tra una burocrazia non legittimata democraticamente (le soprintendenze) e le amministrazioni che hanno ottenuto il consenso popolare (innanzitutto i sindaci eletti direttamente). Questa insofferenza verso le magistrature repubblicane chiamate a difendere la publica utilitas contro l’arbitrio degli interessi privati è cresciuta a destra, ma è stata infine ‘sdoganata’ dal Matteo Renzi sindaco di Firenze, che arrivò a scrivere che “Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia”. La convergenza politica sul progetto di eliminare l’articolazione concreta della ‘tutela’ imposta dal secondo comma dell’articolo 9 è stata plasticamente chiarita agli italiani durante una nota trasmissione televisiva televisiva (Porta a Porta del 16 novembre 2016): qua, dialogando amabilmente con il segretario della Lega Matteo Salvini, l’allora ministra per le Riforme istituzionali Maria Elena Boschi candidamente ammetteva: “Io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo”. […]

Il “terribile diritto” della proprietà privata ha infine piegato l’interesse pubblico: l’eclissi dell’articolo 9 è oggi al suo culmine, e la formula del ‘silenzio assenso’ non è soltanto un escamotage giuridico procedurale, ma una traduzione simbolicamente efficace di ciò che il potere politico si aspetta oggi dai tecnici della tutela: un tacito consenso.

Mafia cinese, Riesame scarcera tutti. Fuori anche il presunto boss

Niente omertà né controllo del territorio, né forme di assoggettamento nella comunità cinese di Prato: così scatta, anche per mancanza di indizi gravi, specifici e convincenti, un colpo di spugna del Tribunale del riesame di Firenze che ha scarcerato tutti i 25 cinesi arrestati il 18 gennaio scorso (altri otto sono latitanti) nell’inchiesta ‘China Truck’ della Dda Toscana e della polizia di Stato contro la mafia cinese. Alcuni scarcerati sono stati messi agli arresti domiciliari, altri hanno l’obbligo di firma. Fuori anche il “capo dei capi”, Zhang Naizong, il presunto boss, che va ai domiciliari col braccialetto elettronico, e solo per l’accusa di usura. Già ora la Dda di Firenze è orientata a fare ricorso in Cassazione contro le scarcerazioni. I giudici del riesame, con la loro decisione, hanno quindi destrutturato l’ordinanza del gip di Firenze Alessandro Moneti, di cui non riconoscono l’accusa principale e sembrano pure depotenziate le accuse relative a reati collegati come usura, gioco d’azzardo, estorsioni. “Cambia poco. Prato è una città grande e con un’economia forte che si presta a infiltrazioni criminali, non solo quella cinese – commenta il sindaco di Prato Matteo Biffoni –, quindi va fatta la massima attenzione”.

Roma, i costruttori vogliono demolire altre 20 ville

Erano le prime luci dell’alba quando, il 17 ottobre scorso, le ruspe sono entrate in azione in via Ticino, strada dell’elegante quartiere Trieste-Salario a Roma, per abbattere una palazzina di quattro piani in stile liberty costruita nei primi anni 30. L’edificio sarà ricostruito, sempre su quattro livelli, ma seguendo i canoni dell’architettura contemporanea: tanto vetro, balconi larghi e materiali ecocompatibili. Moderno, ma non esattamente in linea con le palazzine circostanti, anche queste risalenti a inizio 900, in una zona semi centrale caratterizzata da alcuni degli esempi più interessanti dell’architettura romana a cavallo tra le due guerre mondiali.

Nei prossimi mesi, le ruspe potrebbero tornare in azione, stavolta per abbattere Villa Paolina di Mallinckrodt, dove dal 1922 al 1997 le suore della Carità Cristiana hanno ospitato una scuola. Anche questo edificio si trova nel Municipio II, non distante dal centro, luogo di ambasciate, istituti culturali e residenze alto borghesi. Forse il villino non è tra i più suggestivi della Capitale ma la sua storia racconta bene cosa sta accadendo nell’edilizia cittadina. La stessa sorte infatti potrebbe toccare a una ventina di edifici dello stesso territorio.

Dopo le nuove edificazioni di fascia media e popolare nelle periferie romane, che hanno caratterizzato i primi anni Duemila, l’imprenditoria del mattone ora punta alle case di pregio: meno costruzioni ma di migliore fattura. Lo strumento scelto è quello della demolizione e ricostruzione, che nasce per donare nuovo decoro soprattutto alle periferie, ed previsto anche dal piano casa della Regione Lazio. Ma i quartieri dove la rendita immobiliare è più alta restano quelli più vicini al centro storico. E non tutto il secondo Municipio rientra tra le zone dove il Piano Regolatore, datato 2008, con la ‘Carta della qualità’ vieta di abbattere e ricostruire. Il piano casa regionale consente di ricostruire con aumenti di volumetria fino al 35% delle cubature abbattute. Una discussa versione della legge è stata varata nel 2011 dalla giunta di centrodestra di Renata Polverini, che in quella legislatura vedeva uno dei principali immobiliaristi cittadini, Roberto Carlino, nientemeno che presidente della Commissione Ambiente. Nel 2014 la giunta di Nicola Zingaretti ha modificato il testo, soprattutto nelle parti del documento precedente impugnate dal governo di fronte alla Corte costituzionale, senza però riuscire a porre regole sempre stringenti a tutela delle aree non sottoposte a vincoli archeologici.

Così, una volta ottenuti i permessi e preso atto dell’assenza di vincoli, i costruttori hanno pieno titolo a procedere con la demolizione dei villini per sostituirli con residenze di pregio. Un comitato di cittadini in pochi giorni ha raccolto 650 firme per chiedere a Virginia Raggi di salvare villa Paolina, estendendo con una delibera le aree cittadine escluse dai benefici del piano casa. “Il Piano Casa della Regione Lazio attuale è stato oggettivamente modificato ma purtroppo in peggio – spiega dall’assessorato capitolino all’Urbanistica Luca Montuori –. Negli interventi di demolizione e ricostruzione si è reso possibile agire sempre in forma diretta, si sarebbe potuto permettere ai Comuni di rimodulare gli spazi di applicabilità mentre si è scelto di prorogare senza migliorare”. Per fermare le nuove demolizione, la procedura si annuncia lunga e complessa.

Uranio impoverito, il prof negazionista fa marcia indietro

Mercoledì scorso le agenzie di stampa hanno dato notizia del durissimo atto d’accusa della commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito che attribuisce gravi responsabilità alle gerarchie militari per i rischi cui sono stati esposti i nostri soldati all’estero, in particolare nei Balcani negli anni Novanta, ma anche in Italia a prescindere dall’uranio. Il comunicato stampa riferiva dell’audizione del professor Giorgio Trenta, presidente dell’Associazione italiana di Radioprotezione, sottolineando che aveva “riconosciuto la responsabilità dell’uranio impoverito nella generazione di nanoparticelle e micropolveri, capaci di indurre i tumori che hanno colpito anche i nostri militari inviati ad operare in zone in cui era stato fatto un uso massiccio di proiettili all’uranio”.

Poco dopo le stesse agenzie riportavano la reazione di Trenta: “Mai affermato il nesso tra uranio e tumori”. Poi si è scatenato lo Stato maggiore della Difesa: “Anche alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal professor Trenta le Forze armate respingono con fermezza le inaccettabili accuse” della commissione parlamentare. Uno scontro inaudito tra i generali e il Parlamento, con diversi politici, da Ignazio La Russa ad Arturo Parisi, che spalleggiano i generali. Ora però viene fuori che Trenta non ha mai detto che l’uranio impoverito non fa danni. Ha solo detto che il problema non è la radioattività della sostanza ma, come è noto, il fatto che i proiettili all’uranio impoverito, usati per perforare le corazze dei carri armati, esplodono a temperature fino a 3000 gradi generando nanoparticelle di metalli pesanti vari che, a loro volta, possono essere responsabili dei tumori. “Anche nelle nostre città ci sono nanopolveri prodotte dalla combustione per il riscaldamento o per fare andare le macchine”, spiega Trenta, ma l’uranio è un fattore di rischio in più. Parliamo, secondo l’Osservatorio militare che segue la questione da decenni, di 352 morti e oltre 7 mila malati.

“Illustre Presidente – ha scritto Trenta a Gian Piero Scanu, deputato sardo del Pd in uscita e presidente della commissione d’inchiesta –, sono dispiaciuto della polemica innescata da una malinformazione ricevuta da colleghi e da alcuni giornalisti (…) Giusto oggi ho potuto leggere il testo prodotto dalla Commissione nel quale si riporta testualmente quello che è il mio convincimento e che ho in realtà espresso e cioè: ‘La responsabilità dell’uranio impoverito nella generazione di nanoparticelle e micropolveri, capaci di indurre i tumori’. (…). La prego – conclude Trenta – di perdonare il fracasso inutile creato da informazioni errate, che cercherò, per quanto mi è possibile, di contrastare”. Trenta l’aveva già scritto in una perizia del 2012: “L’uranio impoverito è il mandante, le nanoparticelle l’esecutore”.

Nemmeno lo Stato maggiore, del resto, sostiene che l’uranio impoverito faccia bene, il problema semmai è se e quanto siano stati protetti i nostri militari nei Balcani. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha lasciato parlare lo Stato maggiore in forma anonima. Quando del resto lo Stato maggiore parla con nome e cognome rischia grosso: il generale Carmelo Covato è stato denunciato per falso dalla commissione guidata da Scanu. Pinotti e i generali ripetono che le Forze armate italiane non hanno mai usato quei proiettili: non è dimostrato il contrario, salvo un caso secondario riferito dal Fatto, ma questo cambia poco per chi si è ammalato dopo le missioni nei Balcani dove quei proiettili erano stati utilizzati dalle Forze armate Usa, che peraltro informarono dei rischi i nostri vertici militari fin dal 1994-95. Tuttora la Difesa nega pensioni e risarcimenti ai soldati, che poi già in 72 casi hanno vinto in tribunale.

Lo Stato maggiore insorge perché la commissione è andata ben oltre l’uranio. La relazione Scanu, votata da 10 parlamentari contro due, punta l’indice sulla gestione dei poligoni in Sardegna, da Capo Teulada al Salto di Quirra, e chiede che i controlli sanitari passino dalla Difesa all’Inail. E il testo di minoranza dell’ex governatore sardo Mauro Pili va giù pesante sui legami tra i vertici militari e l’industria degli armamenti.

La “Bibbia” della gogna sui social non resterà impunita: siete avvisati

Un anno fa, qui sul Fatto, denunciavo uno dei capitoli più tristi e infami dell’epoca 2.0. Era qualcosa di cui perfino io, fino a qualche settimana prima, ignoravo l’esistenza.
Eppure questo orrendo fenomeno circolava da mesi. Il mostro aveva un nome fintamente rassicurante: La Bibbia 3.0. Si trattava di un gigantesco archivio digitale con 10.000 foto e video hard, catalogati in cartelle denominate “Cagne con nome”, “Cagne senza nome”, “Minorenni”, “Welcome to favelas”, “Degradoland” e così via.
All’interno materiale diffuso in Rete per lo più da ex mariti e fidanzati in cerca di vendetta: tu mi hai lasciato, io ti sputtano divulgando le tue foto intime, i nostri video.

Le foto delle ragazze erano spesso accompagnate da nome e cognome, talvolta anche indirizzo di casa e numero di telefono. La Bibbia veniva diffusa soprattutto all’interno di alcuni gruppi Facebook, chiusi o aperti, nella convinzione che questa crudeltà fosse una cosa normale ma, soprattutto, che tutto questo fosse assolutamente lecito. O se non lecito almeno destinato a rimanere impunito. Una convinzione abbastanza fondata, visto che per ben due anni, dal 2016 quando la Bibbia è nata (e si è poi aggiornata con nuove foto) a oggi di processi per fatti collegati alla Bibbia ce n’è in corso solo uno, con un solo imputato (il pm ha chiesto 4 anni). Ma ieri, grazie a un’indagine coordinata dal Centro nazionale di contrasto alla pedopornografia online del servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni di Roma, in varie regioni d’Italia, dalla Lombardia alla Sicilia, ci sono state perquisizioni in molte abitazioni private.

Trentanove persone sono state denunciate e due arrestate per detenzione e diffusione di materiale pedopornografico. Si tratta di maggiorenni che continuavano a scambiarsi il file, a pubblicarne il materiale e i link su gruppi e forum nascosti, a reperirlo nel deep web. Naturalmente, in base a quello che ho potuto vedere nell’ultimo anno, 39 persone sono un’inezia rispetto la quantità di colpevoli che hanno calpestato esistenza e dignità di un’infinità di ragazzine sul web. Sicuramente gli amministratori dei gruppi che chiedevano a gran voce di pubblicare quei file sulle loro pagine o che fingevano di non vederli lì, condivisi dai loro follower invasati che se li passavano a suon di “guarda quanto è troia ’sta ragazzina!”, l’avranno sfangata. Sono passati due anni. Due anni senza che nessuno si sia mosso. Eppure, di segnalazioni e denunce ce ne sono state in tutta Italia.

Certo, dopo le inchieste del Fatto e di un altro paio di siti (quello de Il Giornale e NextQuotidiano), nell’ultimo anno la situazione era decisamente cambiata e La Bibbia girava soprattutto su Telegram e canali meno rintracciabili, ma nel frattempo molte vite sono state sconvolte da questa violenza silenziosa, perpetrata da uomini (e perfino donne) di tutte le età. C’erano ragazzini di tredici anni che passavano file a signori con moglie e figli, insospettabili studenti universitari che si davano da fare nel diffondere la Bibbia su Telegram, ragazzi con la foto profilo in compagnia della fidanzatina che chiedevano con bramosia l’identità di alcune delle ragazze catalogate senza nome e cognome. La curiosità era giustificata solo dal crudele desiderio di cercarle su Facebook e scrivere loro in privato “Ti ho visto, puttana!”, “Bella troia che sei!”.

Alcuni di loro non si accontentavano. C’è chi rintracciava le madri e scriveva: “Lo sa che sua figlia è una zoccola?” e magari allegava le foto che la figlia aveva mandato al fidanzatino. Qualcuna, i fan della Bibbia, se li è trovati sotto casa, visto che in certe cartelle c’erano indirizzi e numeri civici. Qualcuna ha pensato al suicidio. Qualcuna è andata all’estero. Poche, pochissime hanno denunciato. La storia che meglio racconta il perché, tra le tante che ho raccolto nell’ultimo anno, è quella di una ragazza di Bari.

Lei nella Bibbia c’era finita per un video su Whatsapp inviato al fidanzato del liceo quando era ancora minorenne. Lui lo girò agli amici, gli amici ai gruppi Facebook, dai gruppi finì nella Bibbia. Lei, cosa fosse la Bibbia, non lo sapeva. Praticamente nessuna delle ragazze che ci sono finite ne aveva mai sentito parlare. Tutte se ne sono accorte perché improvvisamente hanno cominciato a ricevere fiumi di messaggi da sconosciuti con insulti e volgarità. A furia di chiedere “Perché mi state scrivendo queste cose? Dove avete visto le mie foto?”, qualcuno, mosso da sadismo o pietà, rivelava loro l’esistenza della Bibbia.

La ragazzina di Bari non lo aveva raccontato a nessuno. Poi la mamma cominciò a ricevere messaggi sulla figlia da ragazzini che godevano nell’immaginare la scena di una mamma che scopre lo schifo e l’umiliazione. Capì tutto. Non denunciò perché quel video era finito su molti cellulari di ragazzini della Bari bene. Erano persone semplici, loro. Avevano paura di fare la guerra a figli di politici e avvocati. Alla fine, dopo aver avuto pensieri suicidi, la ragazzina è andata a studiare all’estero. Ogni tanto pensa che sia tutto finito. Che quello sia un capitolo chiuso della sua vita. Questo finché qualcuno non ripesca la Bibbia da qualche piega del web e tornano quei messaggi. “Puttana!. “Manda un video anche a me!”, “Beato il tuo fidanzato!”.

La vita delle ragazze finite nella Bibbia contro la loro volontà, da due anni, è esattamente questo: sapere che non esiste oblio. Che c’è chi cercherà sempre quel file, chi lo conserverà nel proprio computer, chi apparirà via messaggio, all’improvviso, per deriderle e farle sentire colpevoli, sporche, nude nella gigantesca piazza virtuale.

Trentanove arresti e due denunce sono poca cosa, di fronte a tutto questo. Però sono un avvertimento importante. Un inizio. Un monito per ricordare a questi animali 2.0 che, da adesso, non tutto rimarrà impunito.

 

Stalker a 84 anni, incendia la casa dell’ex compagna

Non si era rassegnato alla fine della relazione con la ex, sua coetanea. Così un 84enne di Cecchina di Albano Laziale, in provincia di Roma, ha rimediato una denuncia per incendio doloso e atti persecutori. Il 17 gennaio l’appartamento al primo piano di una palazzina di via Francia a Cecchina ha preso fuoco e gli inquilini del condominio, allarmati, hanno chiamato i Vigili del fuoco. A distanza di qualche giorno, i carabinieri della stazione locale sono risaliti al responsabile e hanno denunciato l’84enne, vedovo della zona, che quella notte aveva lanciato una tanica di liquido infiammabile contro una porta-finestra dell’abitazione, dove viveva la coetanea con cui aveva avuto una relazione. Il rapporto tra i due durava da diversi anni poi, a un tratto, la donna aveva deciso di porvi fine. L’uomo, non rassegnatosi, ha iniziato a seguire la ex compagna con appostamenti e pedinamenti, tanto che lei, spesso, era stata costretta a rifugiarsi a casa dei figli. Sui muri della zona era anche comparsa la scritta ‘C’ho una rabbia funesta, ner core ’na tempesta’. Poi l’incendio. La donna, fortunatamente, in quel momento non si trovava in casa. All’uomo sono stati sequestrati due fucili.

Il pm anticamorra fa il volontario per togliere i ragazzini dalla strada

Apoche decine di metri c’è il rione Forcella, l’ex roccaforte del clan Giuliano ora fucina di una nuova leva di ragazzini con la pistola. Dall’altro lato, un chilometro più su, ci sono i Quartieri Spagnoli. In mezzo, nel cuore della città vecchia, Palazzo Marigliano. È qui, nell’edificio cinquecentesco già sede della Soprintendenza archivistica della Campania, che l’associazione “Arti e Mestieri” prova la complessa impresa di tirar via giovani e giovanissimi dalle braccia della malavita offrendogli un “mestiere”. Il magistrato antimafia Catello Maresca e l’editore Rosario Bianco l’hanno messa su per offrire un’opportunità concreta ai ragazzi. Così quelle che un tempo erano le scuderie del palazzo nobiliare diverranno laboratori. L’idea è quella di creare professionalità attraverso il recupero delle tradizioni artigiane e artistiche con la riscoperta del “mastro”. Ai volontari che animeranno lo spazio si chiede di formare i giovani e inserirli in attività autonome o cooperative.

Da poco sono iniziati i corsi per diventare pizzaiolo con il maestro Vincenzo Staiano, contestualmente un progetto teatrale dal titolo “La via Crucis” e corsi di giornalismo.

Maresca usa una bella espressione per spiegare questa sua iniziativa: “Entrare nella battaglia”.

“Bisogna stimolare la borghesia napoletana a un impegno ulteriore – dice – Siamo arrivati in un momento in cui non è più sufficiente stare a casa, bisogna fare qualcosa per l’intera comunità. Bisogna dare un’opportunità a tutti i ragazzi anche per smascherare l’alibi delle istituzioni assenti”. Per il magistrato i ragazzi si dividono in due categorie: quelli che si impegnano con sacrifici a realizzare i propri sogni e quelli che con la prepotenza pensano di raggiungere i propri obiettivi. “Ero quello che purtroppo oggi definirebbero ‘sfigato’, con una famiglia molto presente e un padre rigido, mi adeguavo alle prescrizioni rigorose, per cui studiavo ed esisteva un tempo per fare il proprio dovere e un tempo per altro. Ho sempre avuto un forte senso di responsabilità che poi mi ha portato anche alla scelta di questo lavoro”.

Anche Giovandomenico Lepore, ex capo della Procura di Napoli, parla di babygang come questione sociale: “Partiamo dagli scugnizzi napoletani, bambini che diventano adulti prima del tempo. Per questi ragazzi disagiati non c’è nessuna famiglia solida alle spalle, magari i genitori sono anche separati, sono fuori controllo da tutto e tutti”. La risposta non sta nell’abbassare l’età imputabile ai minori, ma nel fornirgli universi di riferimento più sani: “Bisogna creare luoghi di aggregazione: circoli, canoniche delle parrocchie, associazioni. I ragazzi sono assorbiti dai social network e da alcune fiction che lanciano spesso messaggi negativi. Oggi abbiamo ragazzi con più nonni, più genitori e paradossalmente meno sorveglianza”.

Ecco perché tra i tanti progetti di Palazzo Marigliano c’è anche il corso di formazione del “buon genitore a Napoli”, una forma di provocazione sociale. “Probabilmente la colpa di questa escalation di devianze giovanili è un po’ nell’incapacità dei genitori di controllare e indirizzare correttamente le nuove generazioni – racconta Maresca – Un po’ perché, purtroppo, in alcune realtà questi genitori sono assenti e un po’ perché il contesto educativo di riferimento complessivo sta venendo a mancare”.

“Pazzi” e in cella, l’incredibile storia di 56 carcerati in Italia

“Mi ha detto più di una volta ‘ma che campo a fare?’”. Alberto è sgomento. Suo fratello è rinchiuso nel carcere di Regina Coeli da luglio. Ma in galera lui, che è un paziente psichiatrico, non ci dovrebbe stare. Con la legge 81 del 2014, che ha portato al superamento degli opg (gli ospedali psichiatrici giudiziari), la riabilitazione dei malati psichiatrici autori di reato deve avvenire all’interno di strutture sanitarie, come le Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), e non più presso istituti penitenziari (quali erano gli opg). Una grande conquista di civiltà del nostro Paese che però a distanza di quasi quattro anni è ancora disattesa. “Nella perizia dello psichiatra c’è scritto che potrebbe avere istinti suicidi eppure continua a rimanere lì dentro”, non si dà pace Alberto. Il giudice ha previsto per suo fratello il trasferimento in una Rems ma la lista di attesa è troppo lunga. “Non si sa quando uscirà, nessuno sa dircelo. Ha 41 anni, è incensurato, soffre di un disturbo delirante da quando era ragazzino ma non ha mai riconosciuto di stare male. I miei genitori lo hanno denunciato perché li ha aggrediti. Speravano che così qualcuno si prendesse cura di lui, loro sono anziani e non ce la fanno più. Mio fratello non ha mai lavorato, ma almeno fuori aveva una band. In cella, invece, è completamente in preda ai suoi deliri”.

Alberto e la sua famiglia sono senza speranza: “Sembra di combattere contro i mulini a vento, la riforma è rimasta sulla carta”. Questo non è un caso isolato. Nelle carceri italiane, ci comunica il Dap, in questo momento ci sono 56 pazienti psichiatrici in attesa di essere spostati in una struttura sanitaria. Solo a Roma sono 14. Tredici in tutta la Campania e cinque in Lombardia. “È una situazione illegittima, lo so”, ammette Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti del Dap. Il cortocircuito che si sta creando è micidiale. “Troppi internati non realmente pericolosi affollano le Rems e alimentano le liste d’attesa, fino all’abuso del trattenimento senza titolo in carcere”, spiega Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio. Colpa dell’atteggiamento difensivo di certi giudici che per cautelarsi dispongono il ricovero nelle Rems, senza valutare percorsi di terapia alternativi con i servizi sanitari e sociali del territorio.

Il Csm, con una delibera del 12 aprile 2017, ha evidenziato l’uso inappropriato delle Rems, ricordando che rappresentano delle soluzioni estreme, eccezionali, quando ogni misura diversa non è idonea ad assicurare cure adeguate. “Ci sono troppi casi di ricoveri ingiustificati. Si tratta di persone non pericolose per la società che potrebbero tornare in famiglia o andare in comunità”, dice Giuseppe Nese, psichiatra dell’Asl di Caserta, che coordina il tavolo Rems in Conferenza Stato-Regioni. Felice Nava, psichiatra nel carcere di Padova e membro degli Stati generali per l’esecuzione penale, chiarisce che la condizione di “pericolosità sociale” impiegata nel diritto – per cui il malato viene spedito in Rems – risale addirittura al codice Rocco del 1930: “La scienza, da allora, ha fatto moltissimi progressi e quella definizione, che appartiene all’ambito clinico, andrebbe aggiornata. Le Rems non possono diventare un pozzo senza fondo. Serve un cambiamento culturale da parte dei magistrati”. Attualmente in Italia sono attive 30 Rems, da circa 20 posti letto l’una, e sono tutte intasatissime. I malati vengono parcheggiati in cella per sette/otto mesi in media. Ma c’è a chi va peggio. Paolo, 34 anni, schizofrenico, dopo che il tribunale lo ha scagionato con una sentenza definitiva, è rimasto nel carcere di Salerno per altri dieci mesi. Il 23 novembre, con oltre un anno di detenzione alle spalle, finalmente è stato trasferito in una casa di cura. “Lo spirito della riforma non è stato incarnato bene, ci sono tutti gli elementi per fare ricorso ai magistrati”: la denuncia arriva proprio da uno di loro, Francesco Maisto, già presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna. Lo psichiatra Nese parla di “riforma applicata quasi al contrario” e sottolinea che “la priorità non deve essere la detenzione ma la tutela della salute”. “Dopo aver aperto i manicomi – continua – ora non possiamo tornare indietro, rinchiudendo i pazienti. Più lo spazio è stretto, più il malato si agita e aggrava il suo stato mentale. Gli spazi vanno aperti se vogliamo salvare queste persone”. Il rischio è che qualcuno ridotto in quelle condizioni si ammazzi. Il caso di Valerio Guerrieri, morto suicida a 21 anni nel carcere di Regina Coeli, non deve ripetersi. Valerio dieci giorni prima di impiccarsi era stato scarcerato dal tribunale per incapacità di intendere e di volere. E per un reato precedente il giudice aveva chiesto per lui sei mesi di Rems. Ma lo stesso giorno Valerio, da uomo libero, è tornato dietro le sbarre. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura a novembre ha chiesto all’Italia spiegazioni sul caso Guerrieri. L’associazione Antigone, a metà gennaio, ha lanciato un appello per l’immediata scarcerazione di un altro ragazzo, recluso nella Casa di lavoro di Vasto, affetto da epilessia cronica e schizofrenia paranoide, che ha sviluppato tendenze suicide. Il provvedimento del magistrato di sorveglianza anche in questo caso dispone il ricovero in Rems, ma non può essere eseguito perché non ci sono posti liberi.

Visco fa il programma del governo: avanti riforme e taglio debito

Qualunque sia l’esito del voto del 4 marzo, l’Italia dovrà restare “credibile” proseguendo nel percorso di riforma e taglio del debito in modo da “assicurare la stabilità finanziaria”. È questo l’avviso del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che usa la platea di banchieri e operatori finanziari del 24° Assiom Forex, per dire che la ripresa “appare ora meno dipendente dall’orientamento espansivo delle politiche monetarie e di bilancio”, ma pure per avvertire che il suo consolidamento “richiede di procedere nello sforzo di riforma dell’economia” anche con un nuovo governo. “L’anno scorso dicevo già che non possono essere scorciatoie, perché il problema del debito non può essere eluso”, sottolinea il numero uno di Via Nazionale, per cui l’Italia, in ottica spread, non deve temere tanto il ritiro graduale del quantitative easing della Bce, ma un eventuale “ritardo” nella correzione dei conti pubblici. E aggiunge che il prossimo governo non dovrà “lasciare dubbi agli investitori sulla determinazione a mantenere l’equilibrio dei conti pubblici e senza deviare dal percorso di riforma avviata in questi anni”.