Una sentenza del Tar rischia di creare non pochi grattacapi all’interno della Rai. Perché mette nero su bianco il diritto dei dipendenti di conoscere alcuni atti di selezione dei più fortunati, che ottengono nomine e avanzamenti di carriera. E la Tv di Stato, dal canto suo, deve fornire la documentazione. È la Rai obbligata alla trasparenza. Lo stabilisce una sentenza della terza sezione del Tar Lazio del 2 febbraio scorso.
Chi si è rivolto al Tribunale amministrativo regionale è un giornalista, da trent’anni in Rai, che ha partecipato alla selezione a caporedattore per i telegiornali dei tre canali principali. La scelta del nuovo capo, indetta il 20 dicembre 2016, avveniva con il job posting, ossia facendo una selezione tra il personale interno. Quando viene escluso, il giornalista chiede all’azienda di capire perché non è tra i fortunati. Vuole la documentazione dei colloqui sostenuti dai colleghi. A una prima richiesta di accesso agli atti del marzo 2017 “la società – scrive nel ricorso l’avvocato Enzo Iacovino che segue in questa causa il giornalista – aveva fornito un riscontro solo parziale e assolutamente insufficiente”. Come ricostruiscono i giudici del Tar, vengono consegnate solo “le valutazioni negative” relative al proprio colloquio e non quelle dei candidati vincenti. La motivazione? La privacy.
A questo punto, il giornalista tenta di nuovo, ma la seconda richiesta di accesso agli atti di giugno 2017, a sua detta, resta senza risposta. Oltre la mancanza di chiarimenti da parte dell’azienda, il giornalista però lamenta anche la “partecipazione della direzione delle risorse umane alla selezione degli incarichi” che, sostiene, “costituisce una indebita gerenza dell’esito rispetto ai compiti e ai poteri riservati al direttore di testata”.
A questo punto si rivolge al Tar, che alla fine gli dà ragione e stabilisce che “il ricorrente escluso da un concorso ha il diritto di accedere a tutti gli atti della procedura concorsuale”. I giudici amministrativi fissano alcuni punti. Per prima cosa ribadiscono – come è avvenuto anche in altre sentenze –, che seppure sia una Spa, la Rai è una società “di natura pubblica”, proprio come le Poste Italiane Spa dove, tra l’altro, si è verificato un caso simile.
“Deve ritenersi ammissibile – scrivono i giudici –, nei limiti che si specificano, l’accesso agli atti richiesti in quanto attinenti a procedura selettiva di avanzamento, soggetta alle ricordate regole di imparzialità e trasparenza cui anche l’azienda radiotelevisiva deve ritenersi assoggettata”. Per questo, “devono essere forniti dalla società i verbali dei colloqui con i candidati vincitori e ogni utile documento oggetto di valutazione ai fini della promozione a caporedattore, compresi i curricula degli altri concorrenti, i nominativi della rosa dei nomi comunicata dalla Direzione generale”. Così, la Rai dovrà spiegare perché ha scelto un candidato piuttosto che un altro. Con il rischio che adesso tanti altri dipendenti, come il giornalista che ha fatto ricorso al Tar, vogliano fare le pulci all’azienda e a chi decide le promozioni. “Una sentenza storica – dichiara l’avvocato Iacovino – che esprime principi basilari per contrastare la corruzione, il clientelismo e la lottizzazione politica”.