Il Tar obbliga la Rai alla trasparenza: “Comunichi i criteri sulle nomine”

Una sentenza del Tar rischia di creare non pochi grattacapi all’interno della Rai. Perché mette nero su bianco il diritto dei dipendenti di conoscere alcuni atti di selezione dei più fortunati, che ottengono nomine e avanzamenti di carriera. E la Tv di Stato, dal canto suo, deve fornire la documentazione. È la Rai obbligata alla trasparenza. Lo stabilisce una sentenza della terza sezione del Tar Lazio del 2 febbraio scorso.

Chi si è rivolto al Tribunale amministrativo regionale è un giornalista, da trent’anni in Rai, che ha partecipato alla selezione a caporedattore per i telegiornali dei tre canali principali. La scelta del nuovo capo, indetta il 20 dicembre 2016, avveniva con il job posting, ossia facendo una selezione tra il personale interno. Quando viene escluso, il giornalista chiede all’azienda di capire perché non è tra i fortunati. Vuole la documentazione dei colloqui sostenuti dai colleghi. A una prima richiesta di accesso agli atti del marzo 2017 “la società – scrive nel ricorso l’avvocato Enzo Iacovino che segue in questa causa il giornalista – aveva fornito un riscontro solo parziale e assolutamente insufficiente”. Come ricostruiscono i giudici del Tar, vengono consegnate solo “le valutazioni negative” relative al proprio colloquio e non quelle dei candidati vincenti. La motivazione? La privacy.

A questo punto, il giornalista tenta di nuovo, ma la seconda richiesta di accesso agli atti di giugno 2017, a sua detta, resta senza risposta. Oltre la mancanza di chiarimenti da parte dell’azienda, il giornalista però lamenta anche la “partecipazione della direzione delle risorse umane alla selezione degli incarichi” che, sostiene, “costituisce una indebita gerenza dell’esito rispetto ai compiti e ai poteri riservati al direttore di testata”.

A questo punto si rivolge al Tar, che alla fine gli dà ragione e stabilisce che “il ricorrente escluso da un concorso ha il diritto di accedere a tutti gli atti della procedura concorsuale”. I giudici amministrativi fissano alcuni punti. Per prima cosa ribadiscono – come è avvenuto anche in altre sentenze –, che seppure sia una Spa, la Rai è una società “di natura pubblica”, proprio come le Poste Italiane Spa dove, tra l’altro, si è verificato un caso simile.

“Deve ritenersi ammissibile – scrivono i giudici –, nei limiti che si specificano, l’accesso agli atti richiesti in quanto attinenti a procedura selettiva di avanzamento, soggetta alle ricordate regole di imparzialità e trasparenza cui anche l’azienda radiotelevisiva deve ritenersi assoggettata”. Per questo, “devono essere forniti dalla società i verbali dei colloqui con i candidati vincitori e ogni utile documento oggetto di valutazione ai fini della promozione a caporedattore, compresi i curricula degli altri concorrenti, i nominativi della rosa dei nomi comunicata dalla Direzione generale”. Così, la Rai dovrà spiegare perché ha scelto un candidato piuttosto che un altro. Con il rischio che adesso tanti altri dipendenti, come il giornalista che ha fatto ricorso al Tar, vogliano fare le pulci all’azienda e a chi decide le promozioni. “Una sentenza storica – dichiara l’avvocato Iacovino – che esprime principi basilari per contrastare la corruzione, il clientelismo e la lottizzazione politica”.

Maschere, trucchi e vino: lo spot di Boschi a Carnevale

La Boschi con un bacio rosso sulla guancia. Il sottosegretario Gianclaudio Bressa con la faccia nera di cenere. Mentre nell’aria si odono scoppi e gente con il volto coperto corre per le strade urlando. C’è chi brandisce lo schioppo.

La campagna elettorale a Bolzano prende tinte forti. Tranquilli, niente scontri. È il Carnevale. E la vittoria alle elezioni si gioca anche sfilando tra le maschere per le strade di Salorno, paese ai piedi di un castello appeso ai monti. Nel cuore del collegio Bolzano-Bassa Atesina, dove convivono italiani e sudtirolesi.

Ieri l’Alto Adige è stato il centro politico d’Italia: Boschi, poi Alessandro Di Battista e Riccardo Fraccaro. Mentre CasaPound era in corteo.

Boschi sarà eletta, si sa già. Ma se Pd e Südtiroler Volkspartei perderanno voti, il patto tra loro scricchiolerebbe. Poi Maria Elena Boschi è simbolo del renzismo, così tutti d’un tratto si accorgono di Bolzano.

Eccola allora per le strade di Salorno. All’inizio più rigida, impacciata, poi si scioglie. Chissà se sia consumata arte politica oppure sincero entusiasmo in mezzo alla folla. Arriva con Oswald Schiefer, responsabile Svp in Bassa Atesina, con l’angelo custode Bressa. Si aggira attenta tra la folla. Ma è un attimo: un omone con i baffi finti e una botte di vino sulle spalle le si piazza davanti. La scorta guarda interdetta. Tranquilli, è Perkeo, la maschera della festa: sì, il folle che viveva di solo vino, finché morì per un sorso d’acqua. Perkeo il giullare di corte che nel ‘700 si conquistò la fiducia di un Granduca fino a diventarne il fido consigliere. Surreale incursione carnevalesca in una campagna elettorale che qui vive di simboli. Boschi piano piano cede, prima Perkeo, poi signorine in parrucca fucsia, uomini vestiti da damine che le stampano un bacio rosso carminio sulla guancia. Un tizio la ‘trucca’ con ditate di cenere. Tocca anche al paziente Bressa, l’italiano più amato dai sudtirolesi, il candidato Pd al Senato. Mentre un big dell’Autobrennero sfila vestito da contadino in parrucca: realtà e finzione, potere e gioco. Non si riconoscono più. Va tutto giù liscio, come i bicchieri di rosso che la folla mesce a candidati e politici. “La candidatura Boschi? All’inizio abbiamo fatto un po’ buon viso a cattivo gioco… ma ora va bene”, sorride Schiefer. Ma non è una battaglia facile. Lo si è visto la mattina quando Boschi è stata nel quartiere Don Bosco. Quello costruito da Benito Mussolini quando negli anni ‘30 cercò di cacciare a calci nel sedere i sudtirolesi e fece immigrare a Bolzano decine di migliaia di italiani. Sono sempre qui: erano operai, ora si sentono ai margini. In una provincia sempre più a trazione sudtirolese dove loro non parlano tedesco: “Boschi non parla tedesco, nemmeno io. Sono calabrese, terrone, come lei. Tutti quelli nati sotto il Po sono terroni”, sorride Luigi, arrivato dalla Calabria, incrociando la candidata. La gente si divide: chi si convince, chi attraversa la strada e va verso i militanti di Casa Pound.

Via Sassari è come il muro di Berlino: passato il confine ti addentri in un quartiere “dove Casa Pound ha raccolto più del 25% dei voti”, racconta Bressa. Una politica fatta di poche idee, magari andando a portare la spesa a casa agli anziani. E, come è successo lunedì scorso, cacciando i clochard dal pronto soccorso con un blitz. Boschi prende le distanze: “Tutto, dai valori e le ricette culturali, dalla nostra idea di Italia e dalla memoria che onoriamo ci separa da Casa Pound. Noi vogliamo garantire sicurezza alla gente, ma non come loro”. È più facile alla sera: al Laurin – marmi, velluti, legno scuro e sapore asburgico– la Bolzano che conta e li sostiene. Ma bisogna far breccia nella gente comune. E sarà dura per il Pd: convincere insieme italiani delusi e sudtirolesi che scalpitano.

Lo stesso enigma che si presenta ai Cinque Stelle. Che non sono alleati dell’Svp, ma si propongono come partito interetnico (l’unico, finora, sono i Verdi). E Di Battista, dopo aver attaccato Boschi, ha preso di mira la Svp: : “La Svp fa inciuci col Pd. Boschi è stata sconfitta al referendum sulla riforma costituzionale. Non solo: ha usato il suo ruolo di ministro per occuparsi di una banca riconducibile alla sua famiglia. Mi meraviglio che la Svp abbassi la testa alla Boschi”.

La scommessa di tutti è riuscire a convincere insieme le due comunità. Approfittando del fatto che a queste elezioni i duri del Sudtiroler Freiheit non si presentano. Ma se nessuno riuscirà nell’impresa, alle provinciali dell’autunno Bolzano rischierà di dividersi tra due destre, opposte e ostili. Italiana e sudtirolese. E sarebbero dolori.

 

La rapina finisce col morto: gioielliere spara e uccide bandito

Un tentativo di rapina in una gioielleria, il titolare che prende la pistola e apre il fuoco, uno dei rapinatori non si rialza più. È successo ieri pomeriggio, poco prima delle 19, a Frattamaggiore, in provincia di Napoli. Quattro rapinatori sono entrati nella gioielleria Corcione in corso Durante, pieno centro, un’area molto affollata della città. Dalle prime ricostruzioni, i malviventi avevano il volto coperto da maschere di Carnevale: due di loro indossavano quella di Hulk. L’orafo ha estratto l’arma da fuoco e ha esploso un colpo che ha ucciso immediatamente uno degli uomini. Ne è nata una sparatoria con il gruppetto di criminali. La banda era composta da due persone di Caivano e due di nazionalità albanese. Un ispettore del commissariato di Frattamaggiore libero dal servizio è riuscito a bloccare un rapinatore, mentre gli altri due sono riusciti creando il panico in mezzo alla folla che riempiva la strada cittadina. I rapinatori hanno abbandonato anche due scooter di fronte all’ingresso del negozio. La polizia ha già ascoltato il titolare della gioielleria.

“Escludendomi il Pd ha fatto brindare la mafia”

Dalle liste piene di “impresentabili” da Nord a Sud, il Pd esclude il suo responsabile nazionale per la Legalità. Sembrava fatta nel collegio messinese per Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi, e numero 2 della corrente Emiliano, ma nella notte il suo nome è stato segato.

Antoci, due anni fa è sfuggito miracolosamente a un attentato, oggi la sua candidatura cade sotto il fuoco amico del Pd. Come se lo spiega?

Il Pd parla di “Noi”, di pluralità, di visioni, e poi sceglie le persone più vicine. La logica delle scelte è stata divisa in blocchi: chi è con me, chi contro di me, chi leggermente lontano da me. Ma è una logica preoccupante. E mi chiedo: Antoci è un valore per tutto il Pd o solo una pedina per l’area Renzi?

E come si risponde?

Con un’altra domanda: mi chiedo quanto possa costare sotto il profilo della mia sicurezza.

Non è piaciuta la sua azione contro la mafia dei pascoli?

Sono uno di quelli rimasti vivi, non ho nulla da dimostrare a nessuno. Perché far brindare con champagne questa gentaglia della mancata candidatura di Antoci? A chi serve?

A chi?

Non ai mafiosi: gli effetti del mio protocollo di legalità recepito nel codice antimafia si vedranno tra 5-6 anni, sono già partiti i primi sequestri anche per i calabresi, e parliamo dei Pelle, dei Pesce. Lo sa che in Calabria ci sono campi di calcio gestiti dalla ’ndrangheta che sulla carta risultano campi biologici e vengono finanziati con fondi europei?

Al suo posto il Pd ha preferito il rettore Pietro Navarra, sulle spalle porta il peso di un cognome storico della mafia corleonese. E Crocetta l’ha definito un impresentabile: “L’ha voluto Faraone per sostituire Francantonio Genovese, il rettore gestisce un potere enorme”…

Sono le scelte del “noi” tradito. La legalità deve essere praticata, non si può fare il primo della classe solo a parole.

In lista c’è finito Fabio Venezia, sindaco di Troina, anche lui scortato per il suo impegno antimafia…

Fabio l’ho voluto fortemente io, lo sa che ha firmato un protocollo di legalità con la prefettura di Messina nonostante il suo territorio sia in provincia di Enna? L’ho proposto proprio per dare un segnale di impegno sul territorio.

Nel Pd siciliano dicono che l’abbraccio con Crocetta e Lumia si è rivelato mortale, che l’antimafia, spesso parolaia e affaristica, non paga più. Sostengono che a Roma a Lumia gliel’avevano giurata, che dopo 25 anni da parlamentare hanno detto basta…

Crocetta non c’entra nulla con l’area Emiliano e di Lumia non dico nulla. Ciascuno percorre la propria strada. Lo sa che come presidente del Parco prendo un’indennità di 700 euro?

Nel Pd dicono anche che Emiliano quella notte ha rinunciato a porre la priorità della Sicilia, ponendo le basi della sua esclusione…

Non è vero, la verità è che Emiliano, e tutti gli altri, quella notte sono stati messi alla porta. Abbiamo rotto alle 4 e 20 del mattino e non sapevo neanche se in quel momento ero in lista o meno.

Nessun tweet con “Antoci stai sereno”, insomma.

No, e nemmeno io ho nulla da dire a Renzi, se non di far percepire meglio le scelte ai cittadini in questo mese che ci separa dalle urne. Noi vogliamo fare la differenza, dopo avremo modo di chiarire le rispettive posizioni.

“Verità per Vassallo: un carabiniere era lì dove è stato ucciso”

Angelo si era confidato con due o tre amici. Aveva detto di aver scoperto qualcosa che non avrebbe voluto sapere. Quella scoperta potrebbe essere il motivo dell’omicidio. Io prenderei queste tre persone e le metterei a confronto. Non hanno ancora detto tutto quello che sanno. Ed in quel che non hanno detto c’è forse un pezzetto di verità sul delitto. E poi: come è possibile che un carabiniere in vacanza in una villetta a venti metri di distanza, non abbia sentito 9 colpi di pistola sparati alle nove di sera, nel silenzio estivo di campagna”? Massimo Vassallo, commercialista, è uno dei fratelli di Angelo Vassallo, il sindaco Pd di Pollica (Salerno), ucciso il 5 settembre 2010 mentre rincasava in automobile.

Ieri un migliaio di persone, tra cui decine di sindaci e assessori in fascia tricolore provenienti dalla Campania, dal Veneto, dalla Puglia, dall’Emilia Romagna, hanno marciato dal porto di Acciaroli verso il luogo dove Vassallo fu assassinato, per chiedere che non si fermino le indagini su questa morte rimasta senza un colpevole. Mille persone radunate col tam tam dei social da Dario Vassallo, l’altro fratello, il medico presidente della Fondazione ‘Angelo Vassallo sindaco pescatore’. Ci sono amministratori del Cilento, candidati M5S alle politiche, un consigliere di Salerno antideluchiano. Poche le presenze dem, per lo più fuori dal giro del potere. Il deputato uscente Simone Valiante rivendica l’appartenenza a un partito che non c’è più: “Il Pd aveva un patrimonio di valori e li difendeva attraverso una classe dirigente come Angelo Vassallo. Se è ancora così? Non lo so, dovete chiederlo a Renzi, io sono un epurato. Forse i personaggi scomodi non sono molto graditi”. Si vede l’ex governatore Antonio Bassolino, che ha lasciato il Pd in autunno: “Chi sa qualcosa della morte di Vassallo parli, è un dovere farlo”. Poi abbraccia la vedova Vassallo, Angelina. La signora è emozionata. Chiama a soccorso il figlio Antonio, che qualche giorno fa in polemica con la candidatura del signore delle fritture Franco Alfieri ha chiesto al Pd di togliere il nome del padre dai circoli.

Tra Antonio e la Fondazione Vassallo in passato c’è stata qualche incomprensione, ma stavolta tutto è superato, la linea è comune: “Vogliamo sapere cosa è successo quella notte. C’è un carabiniere che dice di non aver sentito niente ma era lì, vorremmo che si battesse ancora questo chiodo, e quello di tanti carabinieri intorno a questa storia”. Il sindaco di Pollica Stefano Pisani (fu il vice di Angelo) lo dice in pubblico: “Vorrei sapere il nome di quel carabiniere. Vorrei guardarlo negli occhi e chiedergli come ha fatto a non ascoltare”. Anche Dario Vassallo ha degli interrogativi che affida al vento che soffia sulla piazzetta: “Perché alle 7.30 del mattino dopo c’erano diciassette persone intorno all’auto di Angelo, perché la strada non fu transennata, perché la caserma dei carabinieri di Pollica mi ha querelato tre volte, e sono stato querelato due volte anche da un generale originario di qui”? Domande. Sullo sfondo di un’inchiesta che ha indagato e archiviato un ufficiale dell’Arma. Una delle quattro piste aperte e poi chiuse dalla Dda di Salerno. Tante domande a contorno della principale: chi e perché ha ucciso un sindaco che si era messo di traverso alle speculazioni e aveva portato Pollica in cima alle classifiche di qualità della vita e del turismo? L’inchiesta la prossima settimana potrebbe chiudersi in un nulla di fatto, con la richiesta di archiviazione. Non ci sarebbero sufficienti elementi per chiedere il rinvio a giudizio dell’unico indagato noto, il ‘brasiliano’ Bruno Humberto Damiani, precedenti di droga, in carcere per reati di estorsione ma non per questo delitto. È accusato dell’omicidio “in concorso” con altre persone finora ignote. Damiani era la quarta pista: la droga, la ritorsione contro un sindaco che organizzava ‘ronde’ contro i pusher che quell’estate avevano sparso fiumi di cocaina tra i locali del porto. L’ultima proroga consentita dal codice sta per scadere. Massimo Vassallo riflette amaro: “Quello di Angelo fu un omicidio istituzionale. La sua morte saldò interessi disparati, si aprirono degli spazi che mio fratello aveva chiuso”. La parola fine non può essere scritta.

Cinque carabinieri feriti in scontri con gli antagonisti, ma a Piacenza

Il bilancio è di cinque carabinieri feriti: non a Macerata, dove il corteo è sfilato pacificamente, ma negli scontri avvenuti a Piacenza durante la manifestazione di alcune associazioni di sinistra e dei centri sociali contro la recente apertura di una sede di CasaPound nel centro della città emiliana. Circa quattrocento manifestanti sono partiti in corteo dalla stazione ferroviaria intorno alle 15,30 scortati da circa ottanta fra poliziotti e carabinieri, coordinati dalla questura. Giunti in centro, alcuni manifestanti hanno tentato di cambiare il percorso ma sono stati bloccati dai reparti della polizia e si sono vissuti i primi momenti di tensione. Dopo mezz’ora la testa del corteo composta da centri sociali e antagonisti di sinistra si è scontrata con uomini dei carabinieri di Bologna. Un militare, rimasto isolato, è stato aggredito e picchiato dai manifestanti con il volto coperto e armati di bastoni e sassi. La manifestazione è poi proseguita fino al termine davanti alla stazione. I cinque carabinieri feriti sono finiti all’ospedale per essere medicati. Sono in corso indagini della questura per identificare chi ha preso parte a scontri.

Ma Salvini dell’Islam non sa nulla

Mancano 600 mila voti al centrodestra per raggiungere la maggioranza elettorale il 4 marzo prossimo. Così, i sondaggi. Sono giusto i numeri dei musulmani italiani che, incostituzionali a detta di Matteo Salvini – di fatto destinati ad avere negati diritti civili, e così finirà – col piffero poi vanno a votare la coalizione che pure potrebbe garantire la richiesta minima che accomuna i credenti: Dio, Patria, Famiglia. Nessuno è più nemico a noi come la maggior parte dei nostri, verrebbe da dire ai musulmani. Proprio perché tra i “nostri” dovrebbero annoverarsi i difensori della tradizione, nel segno della Misericordia e di quel pane da spartire con gli ultimi.

La destra che non riesce nelle distinzioni, non sa staccare due temi lontanissimi – l’immigrazione e la religione – ne fa un tutt’uno e prende due strade infami: il razzismo e il divieto di culto. Due maledizioni che sono figlie di odio e ignoranza. Mancano giusto quei 600 mila voti alla destra e il leader della Lega, pensando di raccattare la schiuma della rabbia sociale s’imbarca sul fronte di una guerra modernista per indicare nell’Islam il nemico dei “nostri valori”. Se si tratta di diritti civili, e cioè aborto, eutanasia, matrimonio omosessuale e ideologia gender, anche i cattolici – che all’elenco aggiungono il divorzio – non ne condividono l’impianto laicista. Sono fuori dall’arco costituzionale anche loro? Se si tratta di sacralità, del mirabile tracciato con cui la Chiesa – nei secoli – ha intessuto l’esito degli Evangeli, chiunque li abbia letti e compresi non può credere che l’Islam sia in conflitto con il messaggio di Gesù. Salvini che è già stato ospite nelle moschee, in altre stagioni, non può non sapere cosa sia Maria Vergine per i musulmani, non può dimenticare la vibrante sura a Lei dedicata nel Corano e lo stesso Salvini che spesso predica male per razzolare bene non può attingere al Bar Sport delle idee trash tutta la sua ostilità a una religione universale, marchiarla come “incompatibile con la nostra Costituzione” e spiegare ciò che, Dio ce ne scampi, non conosce. Dimostrando di non conoscere né l’Islam e neppure la Carta, Salvini dice: “Il problema dell’islam è che è una legge, non una religione e nel nome di Dio impone una legge”. Ci mette il carico: “Non voglio che in Italia si insedino persone per cui la donna vale meno dell’uomo”. Molti musulmani italiani, ben prima che dalla nascita – per famiglia e per storia – sono insediati nella patria del Veltro di Dante e la domanda è ovvia: “Siamo dei fuorilegge?”.

Una docente di Teologia islamica interpellata sorride (e non faccio il suo nome, a sua tutela, i tempi diventano sempre più brutti). Tanto per cominciare è lei quella che istruisce in materia di religione. Vale dunque più di qualunque barba. Sorride e, paziente, ricorda: “La sharia non è una lista della spesa con elencate le cose lecite e illecite”.

Appunto, no. “La sharia è divisa in due parti, nella prima si contempla l’adorazione di Dio, la seconda riguarda le attività umane; nella prima è vietato fare i cambiamenti e cioè non si può certo pregare con le mani in tasca, nella seconda – invece – le innovazioni partecipano della mutevolezza terrena”.

La sharia è un monolite dal punto di vista della fede, ma non della pratica. Pare di sentire tuonare Salvini, nel solco di Oriana Fallaci: “Leggetelo il Corano, vi troverete la Legge!”. Appunto, no. Una cosa è il Libro, un’altra è la Legge. Alla domanda di cui sopra – “Siamo fuorilegge?” – può seguire un’altra domanda: “Perché Maometto che era depositario della rivelazione divina ha promulgato, a Medina, una costituzione civile?”. Ecco una risposta. A differenza di quello che capita a un credente ogni giorno, e cioè di cominciare all’alba la prima delle cinque preghiere quotidiane, e di farlo sempre, e assolvere ai “sacri doveri”, ciò che riguarda la Legge – ciò che compete alle vicende terrene – è materia d’interpretazione, è sforzo di adattamento e non certo dogma. Altrimenti non sarebbe più affidamento alla Misericordia ma idolatria verso una “lista della spesa”. Quasi come una lista al mercato elettorale.

Omicidio di Pamela. “Indagini chiuse su altri 2 nigeriani”

“Indagini chiuse”. La Procura di Macerata tradisce un certo ottimismo, ma dopo le “incomprensioni” e le critiche alla prima fase di rilievi medico-legali, potrebbe aver imboccato la strada giusta per individuare i responsabili dell’omicidio di Pamela Mastropietro. Prende sempre più corpo l’ipotesi di uno scenario di orrore di gruppo dentro l’appartamento di via Spalato a Macerata, dove la ragazza è stata uccisa.

Dopo Innocent Oseghale, gli inquirenti hanno posto ufficialmente in stato di fermo altri due nigeriani, ritenuti coinvolti nella tragica fine della diciottenne, il cui corpo è stato trovato a pezzi dentro due trolley alla periferia di Macerata il 30 gennaio scorso. Uno dei due è Desmond Lucky, 22 anni, indagato pochi giorni dopo l’arresto di Oseghale in quanto avrebbe ceduto una modesta dose di eroina alla giovane. Con i nuovi elementi acquisti dai carabinieri, la posizione di Lucky si è aggravata. Al punto che per lui e per il terzo nigeriano la Procura adesso contesta, così come accaduto a Oseghale a inizio inchiesta, i reati di concorso in omicidio volontario, vilipendio, distruzione, soppressione e occultamento di cadavere. Lucky è stato fermato a Macerata, da dove non si è mai mosso in questi giorni, sperando che la situazione attorno a lui sfumasse. Stava scappando dall’Italia il 27enne Awelima Lucky, domiciliato a Montecassiano (Mc), nessuna parentela tra i due pare, l’altro nigeriano fermato a Milano l’altro ieri e condotto a Macerata per l’interrogatorio. Gli inquirenti lo hanno bloccato mentre, assieme alla moglie, stava salendo su un treno diretto a Chiasso, in Svizzera. Subito dopo i primi fermi più recenti, si era diffusa la notizia che nel complesso i soggetti coinvolti nell’omicidio della ragazza romana, scappata il 27 gennaio da un comunità di recupero per tossicodipendenti di Macerata, fossero addirittura cinque. Tra loro figurava anche la moglie di Awelima Lucky, ma nei suoi confronti non è stata adottata alcuna misura. I due Lucky sono rimasti in stato di fermo fino a ieri pomeriggio, al termine del lungo interrogatorio a cui sono stati sottoposti da parte del procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio. Per loro, appena usciti dalla procura, si sono aperte le porte del carcere di Montacuto, ad Ancona, dove andranno a unirsi al connazionale Oseghale, in cella dal 28 gennaio scorso. Per lui, dopo che dalle accuse era stato tolta, dovrebbe tornare anche la contestazione dell’omicidio. I due fermati respingono le accuse. Ma per il procuratore Giorgio ci sarebbero “elementi rilevanti di omicidio volontario”.

Macerata serrata e invasa da 30 mila antifascisti

In una città blindata e con tutti i negozi serrati, un corteo di 30 mila persone ha sfilato pacificamente contro fascismo, razzismo, xenofobia, sessismo e contro la violenza in tutte le sue declinazioni. Il corteo partito dai Giardini Diaz – proprio lì dove la povera Pamela, accompagnata da Oseghale Innocent, che sarebbe divenuto suo aguzzino, aveva acquistato da un pusher una dose di eroina – si è snodato per circa due chilometri per terminare da dove era partito.

Poche le bandiere di partito, moltissimi giovani arrivati da ogni luogo e una sola fascia tricolore, quella che mostrava orgoglioso Mauro Riccioni, sindaco di Gagliole, comune del Maceratese fortemente colpito dal sisma: “Su 54 sindaci della provincia sono il solo a essere qui. Partecipare a una manifestazione antifascista è un dovere costituzionale”. “Posso stringerle la mano?”, gli chiede un ragazzo di Montepulciano con il fazzoletto dell’Anpi al collo. C’è l’Arci e c’è anche Gino Strada: “Emergency è qui per rispetto della Costituzione e credo che sia molto grave che le istituzioni non siano presenti, come se quello che è accaduto fosse stato frutto di una ragazzata”. Nicola Fratoianni, che si muove accanto a Pippo Civati, sono presenti per Liberi e Uguali. Dietro lo striscione della Fiom il segretario, Francesca Re David: “Siamo un presidio democratico e continueremo a esserlo, le piazze piene sono la sola risposta ai fascisti e a chi li fomenta”. Tra i sindacati c’è anche l’Usb. Si vedono Diego Bianchi alias Zoro, Sandro Ruotolo e Sabina Guzzanti. Insieme a Viola Carofalo di Potere al popolo anche Vauro. Non c’è il Pd ma ci sono gli alleati radicali di Riccardo Magi con +Europa e verdi di Angelo Bonelli con Insieme. Del Pd c’è Sergio Staino: “La strategia del partito è un fallimento totale, colpa di chi lo dirige. Andarmene? Dovrebbero farlo gli altri”. E Cécile Kyenge: “Oggi qui non potevo mancare”. Ma, soprattutto, c’è un fiume umano, pacifico. “Non succederà nulla, vigileremo noi stessi per evitare disordini”, avevano garantito gli addetti alla sicurezza, un servizio interno, parallelo al cordone di polizia e carabinieri, fatto da almeno 300 persone, organizzato dalle varie associazioni e coordinato dai centri sociali. Sigillati tutti gli ingressi alla città vecchia, i manifestanti lasciati liberi di muoversi solo all’interno del percorso autorizzato. “Ministro Minniti, mentre tu minacciavi continuavano ad arrivare mille adesioni, ti è andata male”, ha urlato uno dei leader della protesta. Non si è persa un minuto della manifestazione Lidia Menapace, partigiana 94enne arrivata da Bolzano. Tanti anche gli stranieri.

“Un immigrato non è un assassino, è uno che si sveglia all’alba per lavorare tutto il giorno a 5,10 euro all’ora”, spiega Mamadou Sy, senegalese arrivato da Caserta. Al corteo anche Karim Franceschi, combattente delle milizie curde Ypg a Kobane: “Traini è spinto da mandanti della destra”. Un isolato coro inneggiante alle foibe non può guastare la giornata, ma basta per un po’ di polemiche.

L’assenza del Pd non fa più notizia

Ci è arrivata voce di gente delusa che il Pd ieri non fosse a Macerata alla manifestazione contro il fascio-razzismo indetta da movimenti e associazioni antifasciste, e che anzi, nella persona del sindaco Pd Carancini l’abbia pervicacemente sabotata. Noi un po’ ce l’aspettavamo. Serbiamo memoria di tutte le buche che il partito per convenzione chiamato democratico, che mobilitava le piazze contro B., rifila da anni al suo elettorato storico quando questo protesta, preferendo alle piazze Leopolde e talk-show. Tralasciamo i cortei di studenti, insegnanti, operai e sindacati, dove i pidini non hanno potuto esser presenti perché per una serie sfortunata di circostanze si manifestava contro di loro.

Il Pd ha disertato il raduno anti-mafia a Ostia proposto dal sindaco Raggi; questo perché i geni del Pd ritengono preferibile far pensare alla gente che il Pd sia a favore della mafia piuttosto che d’accordo col M5S. Il giorno della Liberazione, a Roma con l’Anpi il Pd non c’era. Era a Milano: col “25 aprile tutto Blu” (cartelli color Ikea coi nomi di “patrioti europei” come Coco Chanel, che però purtroppo era filo-nazista) ha bloccato il fascismo, come i fatti di Macerata dimostrano.

Ieri ha detto involontariamente parole significative il ministro Calenda, a un’iniziativa del Pd a Bergamo dove non si manifestava contro il fascismo perciò era giusto stare: “Spero che (quella di Macerata, ndr

) non sia una marcia d’odio” (odiare cecchini neonazi è démodé) “ma che riaffermi i valori democratici e costituzionali”, ed è questo il principale motivo per cui loro non ci sono andati.

Un capolavoro di pusillanimità le parole ventriloque del sindaco: “Col cuore oggi sarò in piazza, ma riconfermo che la città ha bisogno di respirare”. L’immagine degli organi del sindaco sparsi un po’ qua un po’ là ci suscita un sospetto: e se non andassero alle manifestazioni non per non perdere voti, ma perché hanno paura di essere menati? Ma mica da Forza Nuova: dalla gente perbene.