Banda del contatore: gli imbrogli tra ladri e contratti estorti

Per ogni giovane o anziano che riesce a mettere in fuga un imbroglione che si spaccia per un addetto del gas o della luce, ci sono decine di persone che ogni giorno cadono vittime della truffa del contatore. La frequenza di questo subdolo raggiro è pressoché esponenziale. Va più veloce delle campagne di sensibilizzazione che le forze dell’ordine e le compagnie elettriche e del gas mettono in atto per tenere sempre alta l’allerta della popolazione. Eppure, nonostante non ci siano mezzi sofisticati o ipertecnologici utilizzati dai truffatori, i casi si susseguono perché sono decine le sfaccettature con cui vengono raggirate le vittime.

Giornata normale, normalissima. Il campanello suona. Elisabetta, 22 anni, calabrese che vive a Bologna dove frequenta l’università, va allo spioncino della porta e vede un uomo in giacca e cravatta. “Chiedo chi è e mi risponde che è un incaricato del servizio elettrico che deve verificare la lettura dei numeri. E mi mostra un tesserino plastificato con il logo del mio gestore. Mi viene spontaneo aprirgli – racconta la studentessa – e lo porto in cucina dove c’è la cassetta con il contatore. L’uomo è molto affabile e mi comincia a fare un po’ di domande: quante persone vivono in casa con me, quanto paghiamo e quanti elettrodomestici, televisori e pc abbiamo in casa perché, mi sottolinea con un tono quasi paterno, le spese per le bollette sono sempre altissime e i soldi non ci sono quasi mai per le nostre famiglie che fanno tanti sacrifici per mantenerci”. Insomma, il più della truffa messa in atto da quell’agente di vendita, e non “incaricato” dalla compagnia elettrica, è fatta: parlando di aggiornamento del contatore, verifica lettura, rimozione delle tasse dalla bolletta, comunicato da prendere in visione o altri argomenti, l’uomo è riuscito a far cambiare fornitura al cliente strappandolo letteralmente alle altre compagnie. È la guerra del libero mercato, bellezza.

Si tratta, in particolare, di venditori porta a porta che prendono dalle società di fornitura elettrica circa 30 euro a contratto. Non molto. Tanto che per guadagnare uno stipendio decente devono ripetere questa farsa decine di volte e quando dall’altra parte trovano una vittima riottosa diventano aggressivi e cercano in tutti i modi di concludere e ottenere il codice Pod e Pdr. Si tratta, cioè, di dati che possono essere paragonati a dei codici fiscali, rispettivamente del gas e della luce, e che sono di fondamentale importanza per poter cambiare fornitore. Così, una volta ottenuti, se il venditore è in malafede può compilare il nuovo contratto con i dati anagrafici e falsificare la firma senza che l’ignaro cliente ne sappia niente, fino a quando non riceve la prima bolletta del nuovo gestore. Com’è accaduto a Elisabetta, che si è vista addebitare un importo quasi triplo rispetto ai suoi normali consumi senza sapere con chi protestare. Poi c’è anche il caso di Salvatore: da alcuni improvvisi distacchi della luce, si accorge che il contatore gli è stato depotenziato. Decide di protestare con il proprio gestore, ma scopre che risulta cliente di un altro fornitore. Da qui, non solo scatta la beffa di dover pagare bollette senza aver mai cambiato operatore, ma anche di avviare una trafila amministrativa per poter tornare con il vecchio gestore, pagando le spese di competenza.

In questi casi, la regola aurea da seguire è denunciare l’accaduto e avvalersi del diritto di ripensamento che consente di invalidare il contratto se si agisce entro 10 giorni dal ricevimento del contratto cartaceo. Se, invece, è passato il periodo di recesso, in qualsiasi momento si può tornare al vecchio fornitore o cercarne uno nuovo: sarà la nuova società a comunicare il cambio.

C’è, però, a chi va peggio: quando la truffa non c’entra con i contratti di luce e gas, ma è solo il cavallo di Troia per entrare in casa delle persone anziane e derubarle. “‘Sono del gas. Devo controllare i consumi’, mi ha detto questo uomo che ho visto dallo spioncino. Aveva una giacca blu, di quelle tipiche e aveva il cartellino di riconoscimento. Io – singhiozza la signora Imma, una bisnonna di 87 anni che vive a Piacenza – mi sono fidata e l’ho fatto salire, perché da un paio di giorni era appeso un cartello sul portone del palazzo in cui c’era scritto che sarebbero passati dei tecnici per fare delle verifiche”. Poi, una volta nell’appartamento il delinquente ha chiesto a Imma di darle tutto quello che aveva, rovistando nei cassetti in cerca di soldi o monili d’oro.

“Purtroppo, le persone anziane continuano ad avere la brutta abitudine di nascondere i soldi in casa”, spiega Sarah Scola, vicequestore aggiunto della Polizia. Che non smette di ricordare: “Non bisogna aprire mai la porta agli sconosciuti. Prima di far entrare un tecnico a controllare i contatori, è meglio chiamare il call center del gestore per avere la conferma dell’ispezione”.

In questo caso c’è un’unica arma a disposizione per difendersi: i tecnici e i rappresentanti dei gestori hanno sempre il cartellino di riconoscimento e il cliente deve chiedere che venga esibito, senza accettare scuse. Tesserino che ha sempre foto e dati per l’identificazione. Le verifiche dei contatori, invece, vengono effettuate periodicamente ma a distanza per garantirne il corretto funzionamento.

Ultima truffa in ordine di tempo che si sta diffondendo è quella che riguarda la richiesta di finte letture dei contatori gas per rubare i dati personali dei clienti. Lo schema è semplicissimo: si riceve su Whatsapp un messaggio che invita l’utente a inviare una foto del proprio contatore per rimediare a una mancanza di lettura dei consumi. Il problema è che il numero da cui partono questi messaggi non è di nessun operatore. Il trucchetto serve solo a mettere le mani sui dati personali, come appunto il recapito telefonico, che potrà essere rivenduto ai call center o utilizzato per altre truffe, come quella degli squillini telefonici che servono solo a svuotare il credito.

I lavoratori Embraco portano la protesta al Festival di Sanremo

Gli oltre500 lavoratori di Embraco che rischiano il licenziamento nel torinese hanno portato ieri la loro protesta anche al Festival di Sanremo. “Vi chiediamo di starci vicino perché per noi è un momento molto triste, che ci fa avere paura di un futuro che diventa sempre più incerto”, recita il comunicato letto dai lavoratori nella sala stampa del Festival. “Siamo le lavoratrici e i lavoratori della Embraco Whirlpool e produciamo motori per i frigoriferi – hanno spiegato i lavoratori – a ottobre l’azienda ci ha comunicato che il nostro stabilimento non è più competitivo e che la produzione sarà trasferita in altri stabilimenti all’estero, dove il costo del lavoro è più basso”. “Abbiamo scioperato, manifestato e chiesto aiuto. Ci siamo rivolti al Governo, che sta cercando una via d’uscita. Siamo stati ricevuti da Papa Francesco, che ci ha detto di avere fede anche nella lotta e ci ha promesso che pregherà per noi. E intanto continuiamo a lavorare, perché ci sono delle commesse da portare a termine”. In mattinata il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda si era detto ottimista: “Giovedì abbiamo l’incontro con l’azienda e io do per scontato che vengano a firmare l’accordo risolutivo”.

Castelfrigo, c’è l’accordo Via i picchetti della Cgil

Dopo quattro giorni di blocco delle merci in arrivo nello stabilimento, gli ex lavoratori delle cooperative del circuito Castelfrigo hanno vinto. L’azienda del distretto modenese delle carni, diventata famosa per le esternalizzazioni selvagge di manodopera, ha dovuto fare una promessa: da oggi, quando assumerà nuovo personale, selezionerà in via prioritaria tra chi il 29 dicembre è stato licenziato dalle sue coop. Diversamente da quanto fatto negli scorsi giorni, quando ha inserito nuovi addetti in organico dimenticando il bacino degli ex “appaltati”.

Facciamo un passo indietro. La Castelfrigo ha iniziato nel 2011 a “esternalizzare” le sue attività a una serie di cooperative. Pratica comune nel nostro mercato del lavoro, specie nella logistica, e non estranea ormai all’industria alimentare. Funziona così: l’azienda commissiona parte della sua produzione a un’altra impresa. Quest’ultima in genere è una cooperativa “multi-servizi”, tipologia molto di moda negli ultimi anni. Con queste manovre si risparmia sul costo del lavoro, aggirando i contratti collettivi. Ci guadagnano tutti, tranne i dipendenti, costretti a rinunciare ai propri diritti. Non sempre la cosa è legale: in certi casi si nascondono evasioni contributive, altre volte si rischia di commettere una somministrazione illecita di manodopera o un appalto illecito. La legge Biagi nel 2003 aveva introdotto questi reati; nel 2016, il governo Renzi li ha depenalizzati lasciando solo le sanzioni amministrative e, anche per questo, in quell’anno le violazioni sono aumentate del 39%.

Torniamo alla Castelfrigo. Proprio a questa azienda l’Ispettorato del Lavoro ha addebitato oltre un milione di euro proprio per le vicende legate all’esternalizzazione. A ottobre 2017, le cose sono cambiate: le due cooperative in appalto hanno annunciato la chiusura e il licenziamento dei 127 dipendenti. La Flai Cgil ha iniziato la protesta di fronte ai cancelli; tre lavoratori e un sindacalista hanno anche fatto sciopero della fame a Natale. Il 29 dicembre i licenziamenti sono diventati realtà. Nel frattempo, la Castelfrigo aveva già stretto un accordo con un altro sindacato: la Fai Cisl. L’intesa prevedeva la riassunzione – attraverso un’agenzia interinale – solo dei 52 lavoratori cacciati dalle coop e aderenti, appunto, alla Fai Cisl. Secondo la Flai Cgil, che ha presentato ricorso, questo accordo è “antisindacale”, perché nella sostanza è un premio per chi non ha scioperato e una punizione per chi, al contrario, si è unito alla protesta.

A fine dicembre, con la mediazione della Regione Emilia Romagna, è stato firmato un altro accordo, questa volta con tutti i sindacati. La Castelfrigo si è impegnata a ricollocare anche i 75 ex dipendenti della coop rimasti ancora fuori, cioè quelli non vicini alla Cisl. Quando lunedì la Flai ha saputo delle nuove assunzioni in violazione di quell’intesa, ha protestato bloccando le merci; al quarto giorno, ha strappato la promessa che sarà rispettato quanto messo nero su bianco.

Ema da Amsterdam a Milano? A decidere un giudice olandese

A decideredel futuro di Ema, l’agenzia dell’Unione europea per la valutazione dei medicinali, sarà un giudice olandese, il vicepresidente del Tribunale, Marc van der Woude. La Corte europea di giustizia Ue ha infatti affidato Van der Woude il ricorso con cui il Comune di Milano ha chiesto di sospendere il trasferimento dell’Ema da Londra ad Amsterdam. A riportarlo è stato il Corriere della Sera, secondo cui il sorteggio “sarebbe avvenuto senza rispettare la pausa di 30 minuti dopo l’ultimo voto con pareggio tra Amsterdam e Milano (impedendo di concordare preventivamente come proseguire)”. La decisione di affidare l’ultima parola a un giudice olandese ha suscitato perplessità tra le istituzioni italiane, nonostante l’Unione ieri abbia chiarito che “la nazionalità dei togati è di natura neutra nei processi giudiziari Ue e non implica pregiudizi sulla loro “terzietà”. Beppe Sala e Roberto Maroni hanno scritto una lettera al governo, chiedendo di attivarsi “per creare il consenso necessario a rivedere la decisione dell’assegnazione di Ema”. Duro Renzi: “Speriamo che quella del giudice olandese che deciderà sul ricorso sia una fake news. Neanche in Champions si può arbitrare una squadra della stessa nazione”.

Il mega-appalto di Pagine gialle che ha fatto la fortuna dei Renzi

Che forza Eventi 6! L’aziendina della famiglia Renzi è schizzata in orbita proprio nel periodo di maggior fulgore di Matteo, quando tra il 2013 e il 2017 è stato capo del Pd e poi del governo. Da piccola impresa di provincia è diventata protagonista di un mercato gigantesco, anche se non più sulla cresta dell’onda, eroso da Internet e Google e snobbato dalla clientela: il mercato della consegna in tutte le case d’Italia di circa 20 milioni di elenchi delle Pagine Gialle e Bianche. Da società presente da anni nel settore, ma con un ruolo assai marginale e schiacciata da Poste che con i suoi 30 mila portalettere è stata a lungo l’azienda quasi naturalmente predisposta per le consegne dei volumi, Eventi 6 ha spiccato tra il 2016 e il 2017 un balzo prodigioso fino a occupare quasi il 60 per cento del mercato, il 57 per l’esattezza. Ogni 10 elenchi consegnati nei mesi scorsi alle famiglie italiane 6 sono passati per le mani della piccola impresa dei Renzi, che con i suoi 4 dipendenti fissi dichiarati c’è da ritenere abbia fatto i salti mortali per onorare l’impegno.

È stato un successo travolgente, ma ahimé effimero. Appena le fortune di Matteo hanno cominciato ad appannarsi anche la stella della Eventi 6, forse per un caso o forse per una semplice coincidenza, ha preso a brillare di meno. Nel 2018, i 20 milioni di elenchi delle Pagine Gialle saranno affidati a un’altra azienda, la bresciana Deliverando. Così ha deciso la società Pagine Gialle che dopo un’operazione di fusione per incorporazione si chiama Italiaonline. Come responsabile del marketing a Pagine Gialle c’è stato a lungo Mauro Gaia, il manager che proprio Renzi ora vorrebbe capo della pubblicità Rai. E forse pure questa è una coincidenza. Non è chiaro il motivo del cambio di fornitore per la distribuzione degli elenchi, avvenuto proprio nel momento dell’apoteosi della Eventi 6. A Italiaonline sono laconici: “Abbiamo fatto le nostre valutazioni di mercato e abbiamo deciso di cambiare”.

Ai Renzi e alla Eventi 6 resta la soddisfazione di aver condotto con successo l’assalto al cielo, portando nel frattempo a casa un bel po’ di soldi. Quanti, nessuno lo vuol dire. Tiziano Renzi, il fondatore dell’impresa di famiglia, non ha voluto rispondere alla domanda del Fatto. Idem la moglie, Laura Bovoli, che possiede l’8 per cento del capitale sociale complessivo di 60 mila euro dell’aziendina con sede a Rignano sull’Arno. La signora Laura è la presidente e gestisce la società insieme alle figlie, Benedetta e Matilde, proprietarie rispettivamente del 36 e del 56 per cento, più un famiglio, Roberto Bargilli, l’ex autista del camper al tempo delle primarie del Pd. Neanche l’impresa committente, la Italiaonline, intende dire quanto ha pagato: ricordano che la loro è una società quotata in Borsa e ritengono che l’importo per la consegna delle Pagine Gialle sia un elemento sensibile, da non divulgare. Perfino le Poste si arroccano sulla linea del silenzio e non forniscono i dati relativi ai loro contratti passati con Pagine Gialle.

Le aziende del ramo parlano di un affare del valore di almeno una decina di milioni di euro l’anno, cifra che rapportata alla presenza conquistata da Eventi 6, lascia supporre che la società dei Renzi solo nel 2017 abbia incassato tra i 5 e i 6 milioni. Una riprova del successo è rintracciabile nei bilanci: dal 2013 al 2016 il fatturato della Eventi 6 è cresciuto da 1 milione e 900 mila euro circa a 7 milioni e 200 mila. Idem gli utili netti: incremento di 165 volte, da 689 euro nel 2013 a 114.765 quattro anni dopo. Anche lo stato patrimoniale ha beneficiato dell’ottimo andamento degli affari: la voce immobilizzazioni materiali registra un salto da 78 mila euro nel 2015 a quasi 1 milione e mezzo di euro l’anno successivo. Su Libero Franco Bechis ha scritto che questo balzo si spiega con la circostanza che la Eventi 6 ha comprato un fabbricato a Rignano senza intaccare le disponibilità liquide di cassa che, anzi, tra il 2015 e il 2016 sono aumentate pure quelle da 234 mila euro a 421 mila.

La storia della travolgente galoppata della Eventi 6 corre in parallelo sia con il successo di Matteo sia con la contemporanea e clamorosa ritirata di Poste dal mercato delle Pagine Gialle. Fino al 2013 Poste conduceva le danze praticamente da sola, effettuando il 70 per cento delle consegne con i suoi 30 mila postini e riservando il resto, 30 per cento, a una sua società satellite, Postel. Che pur essendo della famiglia Poste, ma non avendo portalettere alle dirette dipendenze, si avvaleva della ditta dei Renzi passandole la sua parte: le consegne a Torino e Milano nel 2013 e 2014 per un importo di 1 milione e 97 mila euro. Nel 2015 il quadro cambia: Poste mantiene la sua quota del 70 per cento di consegne, ma Postel esce di scena. Al suo posto subentra direttamente l’impresa dei Renzi che l’anno successivo fa Bingo: Poste esce completamente di scena, Eventi 6 raddoppia la sua quota di distribuzione degli elenchi conquistando il 57 per cento del mercato. Come sia potuto succedere che la montagna Poste si sia fatta mangiare dal topolino Eventi 6 resta un mistero. Poste dice che ci sarebbe stata una gara e che loro alla fine si sarebbero sfilati non trovando più conveniente l’affare.

Italiaonline non conferma e non smentisce. Ma una domanda è d’obbligo: perché Eventi 6 con le Pagine Gialle ci ha guadagnato e Poste, che per le consegne poteva contare sui 30 mila portalettere stipendiati, il guadagno non l’ha cercato?

Briatore condannato a 18 mesi in appello per reati fiscali

La Corte d’appello di Genova ha condannato a 1 anno e sei mesi Flavio Briatore accusato assieme ad altre quattro persone di reati fiscali legati al noleggio dello yacht Force Blue che fu sequestrato dalla GdF nel maggio 2010 al largo de La Spezia mentre a bordo c’era la moglie Elisabetta Gregoraci, il figlio Natan Falco e una ventina di membri dell’equipaggio. Il Pg aveva chiesto 4 anni di reclusione. In primo grado era stato condannato a un anno e 11 mesi con la condizionale ed era stata disposta la confisca dello yacht. Secondo l’accusa, Briatore e gli altri quattro imputati avrebbero usato il mega-yacht per uso diportistico in acque territoriali italiane dal luglio 2006 al maggio 2010 senza versare la dovuta Iva all’importazione per 3,6 milioni di euro. Inoltre avrebbero indicato l’uso di carburante come esente dalle accise mentre doveva essere soggetto a imposte, e avrebbero emesso fatture per operazioni inesistenti. I giudici di secondo grado hanno condannato a 1 anno e sei mesi anche il comandante dello yacht, Ferdinando Tarquini.

Torna il grande vecchio dei mille ricatti italiani tra lobby, logge e 007

Con l’ingresso in scena di Lando Dell’Amico, il “complotto” Eni entra nella grande storia italiana del giornalismo ambiguo che lavora a cavallo tra politica e affari, che si avviluppa tra lobby, logge e servizi segreti. È l’Agenzia Repubblica (Agir), fondata nel 1957 da Lando e oggi diretta da suo figlio Ugo, a essere molto informata, già nell’ottobre 2015, sulle strane indagini giudiziarie che servono a depistare l’inchiesta della Procura di Milano sulle tangenti internazionali per il petrolio in Nigeria e in Algeria: “Eni Gate: proseguono le indagini sui tentativi di delegittimazione esterna dei manager di Eni”, scrive l’Agir, “l’inchiesta si estende a macchia d’olio lungo diverse procure, da Trani a Siracusa”. Nel maggio 2016, un dispaccio Agir annuncia: “Clamorosi sviluppi sul complotto internazionale per destabilizzare i vertici Eni: ecco le prime ammissioni”.

Per Lando Dell’Amico è un ritorno al suo primo amore, l’Eni. Quando infatti, nel novembre 1961, era stato beccato con una valigetta contenente 30 milioni di lire al congresso del Partito repubblicano di Ravenna, si disse che era in missione per conto dell’allora presidente dell’Eni, Enrico Mattei, che voleva convincere, con 30 milioni di buoni argomenti, un gruppo di repubblicani ad abbandonare la corrente di Randolfo Pacciardi, ostile al centrosinistra, per entrare in quella di Ugo La Malfa (inconsapevole dalla manovra), che invece aveva aperto all’ingresso del Psi nell’area di governo. Nella missione di Ravenna, Dell’Amico era accompagnato da Agostino Buono, un tenente colonnello del Sifar, il servizio segreto militare.

Tramontata la stella di Mattei, Dell’Amico preferì altri compagni di viaggio, il petroliere Attilio Monti, i politici Luigi Preti e Giuseppe Saragat, poi Amintore Fanfani, infine Giulio Andreotti. Oggi, a 91 anni, resta il massimo protagonista, insieme a Mino Pecorelli di Op, della lunga storia italiana di quel giornalismo che s’intreccia con messaggi e ricatti, guerre per bande dentro gli apparati dello Stato, affari economici e lotte politiche. A 18 anni, Lando aderisce alla Repubblica sociale e va a combattere ad Anzio nella Decima Mas contro gli americani. Finita la guerra, è a fianco di Giorgio Almirante, che nel 1946 lo incarica di guidare il primo movimento giovanile del Msi. Ma un paio d’anni dopo sbatte la porta e diventa fascio-comunista e collaboratore di Giancarlo Pajetta e Ugo Pecchioli nel Pci. Poi scopre che i comunisti sono il male assoluto, vira verso il Partito socialdemocratico e diventa segretario di Ignazio Silone, lo scrittore. Dopo aver lavorato al quotidiano missino Secolo d’Italia, passa all’organo del Psdi La Giustizia e nel 1955 scrive un libro, Il mestiere di comunista, con introduzione di Giuseppe Saragat e di Ignazio Silone.

Nel 1957 si mette in proprio: fonda l’Agenzia di stampa Montecitorio, sede in via della Panetteria a Roma, e avvia quell’opera di dossieraggio dei politici italiani che contribuisce a formare i 34 mila fascicoli illegali custoditi dal generale Giovanni De Lorenzo, quello del “piano Solo” del 1964.

Poi viene la stagione delle stragi, inaugurata nel 1969 dalla bomba di piazza Fontana. I magistrati che indagano sull’attentato alla Banca nazionale dell’agricoltura, Emilio Alessandrini e Gerardo D’Ambrosio, nel 1974 lo fanno arrestare, per una sua oscura lettera in cui dice di aver versato al missino Pino Rauti 18 milioni e mezzo di lire sborsati dal petroliere Attilio Monti. Prosciolto, è arrestato di nuovo nel 1979, per lo scandalo del Banco di Napoli, da cui spariscono centinaia di miliardi di lire, senza che si capisca, alla fine, chi siano i responsabili e neppure quanti siano con precisione i soldi spariti.

Negli anni Ottanta la sua Agenzia Repubblica attacca il servizio segreto militare, diventato Sismi, colpevole di aver chiuso la gestione del piduista Giuseppe Santovito e di aver tentato di ripulirsi sotto la (breve) direzione di Ninetto Lugaresi. Altri attacchi e campagne denigratorie sono per Bettino Craxi (Psi) e per Flaminio Piccoli (Dc). Lando subisce un nuovo arresto nel 1981, per calunnia aggravata nei confronti di un colonnello, Luigi Masina, che aveva accusato di essere penetrato illegalmente in casa di un commercialista amico di Piccoli.

Nel 1992, mentre parte una nuova stagione di stragi, la sua Agenzia Repubblica scrive due articoli inquietanti, il 21 e il 22 maggio, che accennano alle “strategie della tensione che costituiscono in questo Paese una metodologia d’uso corrente in certe congiunture di blocco politico” e gettano ombre (ingiustificate) su Giovanni Spadolini e Oscar Luigi Scalfaro: “C’è da temere a questo punto che qualcuno rispolveri la tentazione tipicamente nazionale al colpo grosso”. Il giorno dopo, a Capaci l’esplosivo uccide Giovanni Falcone e la sua scorta. Ha un bel know-how, il gruppo Dell’Amico, impegnato oggi sul fronte “complotto Eni”.

 

Avvocati, manager, cronisti: i bersagli del complotto Eni

Secondo i pm di Milano, lo scopo di quei dossier anonimi, strane dichiarazioni, verbali manipolati era chiaro: sabotare l’inchiesta milanese per la presunta corruzione internazionale dell’Eni in Nigeria. Ma nelle carte dell’inchiesta di Siracusa del pm Giancarlo Longo, ora arrestato, vengono citate decine di nomi come parti di un complotto (inesistente) ai danni dell’ad Eni Claudio Descalzi. Tutti soggetti inconsapevoli che però hanno rischiato conseguenze giudiziarie in quella torbida macchinazione giudiziaria che si era messa in moto tra 2014 e 2016 per costruire finte inchieste destinate a sabotarne una vera.

Il dossier da cui parte tutto, firmato dal tecnico petrolifero Massimo Gaboardi, descrive un complotto contro Descalzi e l’allora premier Matteo Renzi per mettere alla guida del gruppo petrolifero un altro manager, Umberto Vergine. In cinque pagine viene evocata una rete che va dalla fondazione Clinton negli Usa agli imprenditori renziani Marco Carrai e Andrea Bacci, oltre ai due consiglieri di amministrazione Eni Luigi Zingales e Karina Litvack che finiranno davvero indagati per una diffamazione inesistente, senza neppure una querela. Per renderla più credibile, il dossier Gaboardi aggiunge alla cospirazione anche i vertici di Telecom, società di cui Zingales era stato membro del cda: il capo degli affari legali Antonio Cusimano che sarebbe stato a capo di una struttura che gestiva fondi neri per conto dell’allora presidente Telecom Giuseppe Recchi interessato a indebolire l’ad dell’epoca, Marco Patuano. Poi questo tecnico petrolifero millanta anche rapporti con il giudice Antonio Esposito che gli avrebbe anticipato la condanna per frode fiscale di Silvio Berlusconi e aggiunge alla rete l’avvocato di Zingales, Luca Santa Maria, e il giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti. Soltanto calunnie. Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni indagato a Milano per corruzione e testimone a Siracusa per avvalorare il finto complotto contro Descalzi, aggiunge altri nomi, sempre de relato: un certo Kase Lawal avrebbe cercato di coinvolgerlo nel progetto che contemplava la diffusione di voci su finanziamenti israeliani a Renzi. E il complotto doveva avvalersi di Marco Alverà, allora importante dirigente Eni e oggi ad di Snam, e “degli italiani che avevano fabbricato il dossier del Niger Gate”. Tutto completamente inventato, come hanno già stabilito i pm di Milano nell’archiviazione di Zingales e Litvack. Forse messaggi cifrati, bufale da macchina del fango ma che nelle mani del pm ora arrestato avrebbero potuto avere conseguenze legali pesanti, come è capitato a Zingales e Karina Litvack, archiviati solo quando la Procura di Milano ha preso in mano l’inchiesta e il pm Longo è stato esautorato dal suo capo, il Procuratore Giordano. Il complotto contro Descalzi era finto, ma i rischi erano veri.

Onesto? Peggio per te

Leggendo le cronache politiche dei giornaloni, torna in mente una cosa che ripete spesso Massimo Fini. E cioè che i 5Stelle, da quando sono nati, si trovano di fronte un blocco di potere talmente enorme e granitico che dovrebbe indurli a rinunciare a un bel po’ delle loro regole “etiche”. Perché, se le rispettano soltanto loro, finiscono col costringersi a combattere con una o addirittura due mani legate dietro la schiena, avvantaggiando gli avversari che non sono pochi (anzi sono tutti gli altri). È una posizione pragmatica, machiavellica, che ho sempre respinto. Ma che in questa campagna elettorale trova argomenti ogni giorno più forti. Prendiamo il caso dei due (o più, chi lo sa) parlamentari dei 5Stelle che non hanno restituito, come da regolamento interno, la parte di stipendio legata ai rimborsi per attività politiche in sovrappiù rispetto alle spese effettive e rendicontate. O il caso simile di uno o più europarlamentari accusati di aver usato per attività politiche in Italia i fondi destinati a quelle in Europa. Tutti gli altri partiti non hanno di questi problemi, perché incassano tutto, senza andare troppo per il sottile. I 5Stelle invece crocifiggono chi non segue le regole interne, fino a deferirli ai probiviri per farli espellere e a far loro firmare l’impegno a lasciare il Parlamento una volta eletti.

Così sui giornali e in tv si parla dei programmi e delle proposte dei partiti e delle beghe interne dei 5Stelle, amplificate con titoloni terrificanti che fanno pensare a chissà quali scandali e ruberie (che naturalmente non esistono). E i grillini che rispettano le leggi dello Stato ma non il codice interno (cioè fanno molto meno di tutti gli eletti di tutti i partiti), diventano “impresentabili” molto più dei politicanti che violano pure il Codice penale. Con l’effetto paradossale che l’unica forza politica che si taglia lo stipendio per finanziare nuove imprese finisce sputtanata, mentre i partiti imbottiti di soldi pubblici le fanno la morale. Siccome poi solo il M5S ha deciso di non candidare neppure un indagato (salvo reati di opinione), mentre gli altri rivendicano le candidature di inquisiti, imputati e financo pregiudicati, il paradosso raddoppia: i giornali non parlano quasi mai dei 76 “impresentabili” veri, per motivi penali di FI, Pd, Lega, Lorenzin & C.; ma parlano ogni giorno dei falsi “impresentabili” dei 5Stelle, che non hanno procedimenti in corso, ma semplicemente si sono tenuti tutta la diaria (come previsto dalla legge). Risultato: chi legge i giornali o ascolta i tg, si fa l’idea che il M5S sia pieno di impresentabili e tutti gli altri no, mentre è vero l’opposto.

L’altroieri, la comica finale. Berlusconi annuncia una querela a Di Maio perché ha ricordato il suo ruolo nella creazione del Cara di Mineo, gran serbatoio di appalti truccati e ruberie di ex berlusconiani poi passati con Alfano e Renzi; e una a Di Battista perché, nella piazza di Arcore davanti alla sua villa, ha letto brani della sentenza della Cassazione che ha condannato Marcello Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. In particolare i passaggi sul patto siglato da B. con Cosa Nostra nel 1974 a Milano, in un incontro con Dell’Utri, Vittorio Mangano e i boss Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo. E quelli sui suoi versamenti di denaro ai boss dal 1974 al ’92 (l’anno delle stragi). Siccome Di Battista è un ragazzo di buon cuore, ha evitato di rammentare che Berlusconi e Dell’Utri sono indagati dalla Procura di Firenze per concorso nelle stragi politico-mafiose del 1993 a Roma, Firenze e Milano. La doppia querela provocherà una doppia iscrizione di Di Maio e Di Battista nel registro degli indagati, che naturalmente finirà su tutte le prime pagine e i tg trasformando in “impresentabili” i due volti più noti del M5S, per mano di un pregiudicato pluriprescritto, plurimputato, interdetto, ineleggibile, amico e finanziatore di mafiosi e corruttore seriale, definito da una sentenza definitiva “delinquente naturale”. Dopodiché i giudici non potranno che archiviare tutto perché i due hanno detto la verità, ma nessuno se ne accorgerà.

Del resto, alzi la mano chi ha sentito dire in un tg o in un talk show che il leader del centrodestra favorito alle elezioni è indagato per strage. Di lui si parla solo a proposito delle sue posizioni su tasse, immigrazione, Europa, Salvini, alleanze. Invece, quando si parla di Virginia Raggi, è sempre per commentare il suo processo per una frase sulla nomina di un dirigente comunale e domandare se non dovrebbe dimettersi da sindaco della Capitale per cotanto crimine. È la domanda che si sente rivolgere più di frequente Roberta Lombardi, candidata del M5S a governatore del Lazio, mentre il suo competitor Nicola Zingaretti viene interpellato sulle sue proposte per il secondo mandato in Regione. Non certo per l’indagine della Procura di Roma a suo carico per falsa testimonianza al processo Mafia Capitale. Inchiesta che lo vede coindagato con Micaela Campana, membro della direzione Pd, nota per le affettuose telefonate con Salvatore Buzzi (“bacio grande capo”), per la condanna dell’ex marito Daniele Ozzimo e per i 39 “non ricordo” al processo. L’esuberante deputata è ricandidata a Roma (e dove se no) in un posto sicuro e troneggia nei manifesti con la scritta “Vota i diritti, scegli il Pd”. Infatti ha appena chiuso una causa di lavoro pagando 16 mila euro all’ex portaborse che fece lavorare a tempo pieno per tre anni con un contrattino precario di co.co.co.

Quindi no, i 5Stelle devono resistere alla tentazione di fare come gli altri. Ma devono anche sapere che lo fanno a loro rischio e pericolo. Questa diversità, in Italia, non fa guadagnare voti. Anzi, potrebbe persino farne perdere.

Da Genova a Palermo, tutta l’Italia in un giro di note

Dove andiamo stasera? Al River Bar in via Forche 1/C a San Martino in Rio, vicino Correggio, una quindicina di chilometri da Reggio Emilia, o al Piccolo Bar in viale Resistenza? Certe notti o sei sveglio o non sarai sveglio mai/ci vediamo da Mario prima o poi. Era il 1995 e Ligabue ci portò nella sua nebbia, in questo bivio di case, filari di pioppi e i suoi due amati bar. Ci vediamo da Mario prima o poi.

Geomusica, melotoponomastica o come vi pare. Ascoltare le canzoni con la cartina geografica in mano (o con google maps) è curioso e istruttivo. L’Italia delle canzoni, un libro di Italo Mastrolia (edizioni Graphofeel) ci fa viaggiare tra l’alto e il basso del successo. Canzoni note e sfigate, intense o petalose, minuscole o immortali, tutte comunque che partono o arrivano in un punto esatto. Proprio lì ad Andretta, nell’Irpinia d’Oriente, dove Vincio Capossela ha famiglia. Sono gli anni della grande emigrazione (ogni passo manda un bacio/gia le piacio, già le piacio/si chiama Angela sta a Torino/piace pure a mio cugino). Geolocalizzare. Chi siamo noi e dove andiamo noi/a mezzanotte in pieno inverno ad Alessandria, ed è Paolo Conte. “Novara no”, di Banda Bassotti quindi Milano. Cimitero Monumentale, non c’è Dio e non c’è male, solo vaga oscurità. Questi sono i Baustelle. E “Porta Romana” di Giorgio Gaber? Porta Romana bella, Porta Romana. “Luci a San Siro”, più in periferia. Ricordi il gioco dentro la nebbia?/tu ti nascondi e se ti trovi io ti amo là cantava Roberto Vecchioni alla sua prima grande fidanzata, Adriana, sua vicina di casa. Seguire le note o la segnaletica ed essere in via Broletto con Sergio Endrigo, o nella via Gluck di Celentano e Corso Buenos Aires con Lucio Dalla. Letteratura musicale infinita, canzoni alti e canzoni basse, e dischi su dischi: “Il cielo di Milano”, “Il duomo di Milano”, “La neve su Milano”, “Lettera da Milano”, “Lontano è Milano”, “Milano bene”, “Milano innamorata”, “Milano Milano”. Basta più. A Stradella con Paolo Conte: È grigia la strada ed è grigia la luce/e Broni,Casteggio/Voghera son grigie anche loro/c’è solo un semaforo rosso quassù/nel cuore, nel cuor di Stradella. E il cuoco di Salò di Francesco De Gregori o il lago di Como di Van De Sfroos: Brezza di Nesso, erba di Boffalora/sabbia di Fuentes e un tuono di Colmenacco/Vola, vola…vola fino a Tresenda/vola in Valcavargna e al Pian del Tivano.

C’è l’“Acqua alta in Piazza San Marco” (Giampiero Artegiani, 1984), “Com’è triste Venezia”, di Charles Aznavour, “Torneremo a Venezia” di Al Bano e Romina, “Venezia” dei Ricchi e Poveri, “Venezia” di Guccini, “Venezia” dei Santo California. E poi Belluno. Binario tre/un rapido/con destinazione: andar via. Ligabue fece il militare a Belluno e la stazione era la meta abituale, ricordata in “Dove fermano i treni”. Baglioni ci porta ad Agordo poi al Lago di Misurina. Franco Battiato fa Scalo a Grado. E quindi “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù”, ricordate Raffaella Carrà? Ma Trieste è anche “Magazzino 18”, il luogo della pena, della dimenticanza, dell’esilio. Il luogo dell’abbandono delle masserizie degli italiani costretti a partire. Lacrime uguali a quelle che Nilla Pizzi aveva fatto scorrere con “Vola Colomba”. C’è Bologna, e ci sono Santi che piangono il mio pranzo non ce n’è/sulle panchine di Piazza Grande. Il grande Lucio Dalla. O via Paolo Fabbri 43, dove aveva casa Francesco di Guccini. E fu a Bologna che scoppiò la prima bomba (Antonello Venditti). Poi “Le donne di Modena” di Francesco Baccini, qualche chilometro e siamo a “Romagna Mia” di Casadei. Via del campo c’è una graziosa/gli occhi grandi color di foglia/tutta notte sta sulla soglia/vende a tutti la stessa rosa. Neanche c’è bisogno di ricordare che Fabrizio de André è di Genova e che “Bocca di rosa” la incontrerà al paesino di Sant’Ilario. A Firenze si scende di poesia con Pupo fermo a “Santa Maria Novella”, si risale con Ivan Graziani. Comunque tu porta un bacione a Firenze. A Roma la mappa stradale ce la fa Antonello Venditti: dal liceo Giulio Cesare a piazzale degli Eroi, Campo dei fiori, Valle Giulia. Si impegna anche Claudio Baglioni con piazza dei Cinquecento, Paolo Pietrangeli è a Porta Portese, Barbarossa in via Margutta. “Fontana di Trevi” è di Claudio Villa. Poi le immortali: “Roma capoccia”, “Arrivederci Roma”. E quindi un elenco telefonico canoro: “Roma di tutti”, “Roma nuda”, “Roma malata”, “Roma spogliata”. Con Calcutta siamo arrivati a “Frosinone”. Pochi chilometri da Nisida di Edoardo Bennato. Il grande “Don Raffaè” di De André. “A città e Pulicinella”, “Munasterio” e “Santa Chiara”, “Campi flegrei”, “Napul’è” (ricordare almeno una volta Pino Daniele).

Chi ha voglia “Viene a ballare in Puglia” che c’è Caparezza. Oppure con Rino Gaetano più giù: Chi vive in Calabria, chi vive d’amore/Ma il cielo è sempre più blu.