Le elezioni valgono bene il teatro Ariston

Beppe Grillo nel 2014. Oggi Matteo Salvini. La politica torna in platea al Festival. Ma stavolta c’è un ‘dettaglio’ in più: le elezioni tra venti giorni. Non solo: ci ha pensato il governatore della Liguria, Giovanni Toti (Forza Italia, ma in perenne flirt con la Lega) a invitare il leader leghista.

Lo ha detto senza remore Elisa Isoardi, soubrette compagna di Salvini: “Siamo stati invitati da Toti. Sanremo è come la Santa Messa, bisogna seguirlo dal vivo”. E le elezioni valgono bene una messa. Toti ha corretto il tiro dando in pratica dell’imbucato al leghista: “Io ho invitato Isoardi e lei ha invitato il suo compagno”. Campagna elettorale? “Pensate davvero che un’inquadratura al Festival faccia guadagnare voti?”. Lui, Salvini, garantisce: “Vado solo per sentire tre ore di buona musica”.

Angelo Teodoli, direttore di Rai 1, giura e spergiura: “Non è consentito dalla par condicio inquadrare personaggi politici e quindi non sarà inquadrato. Per il resto Salvini è un privato cittadino e ha diritto ad assistere come Grasso, come chiunque” (stasera arriverà Luigi De Magistris, ma senza invito e si comprerà il biglietto). Niente inquadrature in sala, quindi. Ma prima di arrivare tra i velluti dell’Ariston la strada è stata lunga. Salvini ha scorrazzato per tutta la giornata in Liguria. Partendo da Sampierdarena, quartiere del Ponente genovese dove una volta la sinistra arrivava al 70%. Selfie, strette di mano, applausi. Sostenitrici focose (letteralmente) che urlano: “Matteo, usa ruspe e lanciafiamme”. Sui migranti, si presume. Salvini ripercorre il suo programma: “Stop alle aperture di luoghi di culto islamici in Italia”.

Nel Ponente genovese la Lega è tra i primi partiti. E non importa che alle elezioni il plotone dei candidati leghisti sia guidato da due imputati per spese pazze. Contestazioni? Soltanto uno striscione di Genova Antifascista: “La mano di Traini, la mente di Salvini”. Il leader leghista, in piedi in mezzo alla folla, non fa un plissè: “Raccogliamo la sfida, democratica e pacifica, lanciata da partiti e associazioni di sinistra che saranno in piazza a Roma il 24 febbraio. Noi saremo a Milano. Vedremo dove ci sarà più gente”. Poi tappe a Savona, Albenga e Ventimiglia, meta dei migranti che vanno in Francia. Salvini ribadisce la sua ricetta: “Controllare i confini, accogliere chi va accolto, ma espellere le centinaia di migliaia di persone che non hanno diritto a stare né a Ventimiglia, né in Italia”, ovazione nella sala, piccola, ma gremita. Salvini prima lancia messaggi agli avversari: “Se non c’è una maggioranza si rivota, sono contro ogni tipo di inciucio e minestrone” con Pd o grillini. Quindi tocca agli alleati: “Chi vota Lega sa cosa aspettarsi: il premier sarò io”.

Poi si tira a lucido: giacca e camicia bianca stile Renzi per lui. Vestito nero con trasparenze per lei. In passerella occhiate languide e un bacio.

Indovina chi viene: ospiti con l’effetto sorpresa

Sembra la consegna del compito di italiano quando suona la campanella: “Un attimo, prof, devo aggiungere solo un paio di ospiti”. Difficilmente negli anni passati si è avuto un effetto sorpresa come per questo Sanremo 2018: fino all’ultimo – proprio fino al secondo prima del palco – la stampa non sa con esattezza quali saranno (tutti) gli ospiti della serata. Vedi alle voci Virginia Raffaele e Rosario Fiorello (la cui presenza stasera è appesa a Orfeo e all’accordo economico). Il che può anche essere divertente per il pubblico, ma crea non pochi problemi ai giornalisti. Un disordine imputabile al solo dittatore? Forse no, anche perché lui, artista, di budget e spese extra non vuole sentire parlare. Del resto si chiama Baglioni, mica Conti.

Musica per lo share. Si canta vittoria (e Heidi)

Al netto delle caprette che ti fanno ciao (“Heidi” è l’ennesima citazione, Baglioni l’aveva ad Anima mia), il Festival fila via che è una meraviglia. Prima i numeri perché sono importanti, forse più delle parole di morettiana memoria. La media della terza serata di mercoledì è stata di 10 milioni 765 mila spettatori, con uno share del 50,6%. Il picco di ascolto si è registrato durante la performance di Virginia Raffaele (meravigliosa), il picco di share medio con il 50,8% quando Baglioni ha cantato “Gianna” dell’indimenticato Rino Gaetano. Mai fino ad ora le nuove proposte, in onda in apertura, avevano superato i 10 milioni di spettatori. Enfin: quella di giovedì è stata la terza serata più vista del millennio. Bisogna tornare indietro al 1999, al Festival condotto da Fabio Fazio (quello in cui salì sul palco dell’Ariston Renato Dulbecco, padre del genoma) per un risultato migliore. Sono passati “solo” 19 anni, ma in termini televisivi sono ere geologiche. E quest’anno non ci sono nemmeno premi Nobel.

Gli ospiti sono praticamente tutti musicisti, si canta e basta. Anche gli altri – comici, attori, presentatori, giornalisti – hanno cantato. È uno spettacolo in totale controtendenza con le edizioni precedenti. In cui, come ha fatto presente Claudio Baglioni, abbiamo visto quasi di tutto: astronauti, calciatori, famiglie con 14 figli. Mancava solo la donna che mangia il fuoco. Ed era sempre andato bene così. Si temeva che la gara educata (senza eliminazioni, con classifiche solo tendenziali) potesse allontanare il pubblico, ormai abituato alla competitività dei talent: non è successo. A proposito: in sala stampa ieri circolava una classifica provvisoria: Annalisa in testa, poi Max Gazzè e lo Stato sociale, che però dopo l’esibizione con Paolo Rossi e il coro dell’Antoniano potrebbero aver recuperato anche il voto popolare. Tra i giovani, ha vinto Ultimo, secondo Mirkoeilcane (che ha vinto anche il premio della critica), terzo Mudimbi.

Ieri mattina Claudio Baglioni si è presentato in conferenza stampa visibilmente stanco e parimenti felice. Ha cominciato a levarsi qualche sassolino: “Ritengo che facciamo una televisione anche antica per certi versi e anche un po’ ambiziosa. Siamo abituati all’idea che la tv debba ospitare la mediocrità, io invece penso che la televisione come tutte le forme di arte alta e popolare, debba sempre scremare e setacciare tutto il meglio che c’è”. E dunque un lungo show in cui una gara di canzoni è intervallata da altre canzoni ha dimostrato di fare meglio dei prodotti squisitamente televisivi. Per un verso è stata una buona cosa: si è ridotta la quota di cazzate con cui negli anni precedenti infarciva la scaletta.

Tornando ai dati, c’è di più: i video on demand del Festival distribuiti su RaiPlay e sul canale Rai di YouTube hanno totalizzato per le prime tre serate 11 milioni e mezzo di visualizzazioni con una crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente del 135%. Sulle piattaforme social (dati Nielsen) per le prime tre puntate del Festival, si sono registrate 13 milioni di interazioni con una crescita rispetto alla precedente edizione del 7%. In particolare la piattaforma che registra la maggiore crescita è Twitter, con il 100% in più di interazioni su ogni singola serata. È un Paese per vecchi eppure Sanremo piace a nonni e nipoti: Pippo Baudo e Claudio Baglioni hanno fatto il picco di share tra i giovani. Due che proprio di primo pelo non si possono definire. Il direttore di Rai Uno Angelo Teodoli (ieri premiato da Assomusica) li ha definiti “acchiappa millenials” (una delle battute più belle del Festival l’ha fatta proprio Baudo, “Arrivederci all’anno prossimo”). Sembra un controsenso, ma evidentemente i flussi del pubblico sono meno rigidi di quanto non si pensi.

Per questo tiene già banco l’ipotesi di un Baglioni bis. Il diretto interessato respinge al mittente: “Al momento assolutamente no”.

La tregua è uno slalom gigante

I Giochi di Pyeongchang, che a scriverlo e a pronunciarlo quasi si confonde con Pyongyang, sono un’affermazione della geopolitica dello sport: non un trionfo, ma uno dei momenti più alti. Perché, in passato, le Olimpiadi dei tempi moderni hanno raramente rispettato la tradizione – più leggenda che storia – secondo cui le Olimpiadi dell’antichità segnavano una tregua di tutte le guerre; di fatto, gli atleti potevano raggiungere Olimpia senza essere importunati, sempre che i briganti di strada dell’epoca fossero ‘sportivi’.

L’ammissione, in extremis, della Corea del Nord ai Giochi, la sfilata degli atleti delle due Coree dietro un’unica bandiera, la stretta di mano tra il presidente del Sud Moon Jae-in e la sorella minore del dittatore del Nord Kim Yo-jong, la presenza del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e anche lo sgarbo del vice-presidente Usa Mike Pence, che evita d’interagire con i nord-coreani, nonostante l’alleato Moon ci tenga, sono segni che il germoglio della tregua dei Giochi potrebbe portare il fiore della pace. Non ci siamo ancora. E, forse, non ci arriveremo neppure: Kim il dittatore dà segnali contraddittori, atleti, dignitari, orchestra ai Giochi e parata militare nella sua capitale; Trump il presidente parla come se non vedesse l’ora che ‘sta pantomima finisca e si torni ai toni di sfida che gli si addicono.

Non è neppure la prima volta che le Olimpiadi, estive o invernali, come pure i Mondiali di calcio, compiono miracoli politici: nel dopoguerra, la Germania gareggiò più volte a squadre unificate; e, negli anni Duemila, le due Coree si presentarono già insieme, anche a Torino 2006. Per non parlare di Paesi dilaniati dalla guerra civile che ritrovano l’unità nazionale il tempo d’un sogno mondiale: capitò in Iraq ed è capitato, più di recente, in Siria. Ma, in genere, nell’era moderna, è stato piuttosto il contrario. Le guerre, invece di essere congelate dai Giochi, li hanno fatto saltare: accadde nel 1916 e ancora nel 1940, quando a Roma era già stato costruito lo Stadio Olimpico, e nel 1944. Dopo il secondo conflitto mondiale, Corea, Vietnam, fino alla guerra al terrorismo tra Afghanistan e Iraq non hanno più impedito i Giochi, ma le armi non hanno certo taciuto in loro onore.

Per tutta una stagione, le Olimpiadi sono state occasione di prese di posizione politiche, di proteste e di violenze: la stizza di Hitler per i successi di Jesse Owens, un nero, a Berlino 1936; il guanto anti-razzismo di Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 piani, a Città del Messico 1968; il massacro – firmato Settembre Nero – degli atleti israeliani al Villaggio Olimpico di Monaco di Baviera 1972; e poi i boicottaggi degli africani a Montreal 1976, degli Occidentali a Mosca 1980 – causa l’invasione dell’Afghanistan – dei sovietici e dei loro sodali per ritorsione a Los Angeles 1984. Più di recente, la bomba ad Atlanta 1996. Ed è solo un’antologia d’episodi. Del resto, pure Pyeongchang è teatro di una guerra: al doping, ma anche, con il pretesto del doping, alla Russia, già esclusa da Rio de Janeiro. Il Tribunale arbitrale dello sport ha respinto proprio ieri gli ultimi ricorsi: gli atleti russi pagano colpe loro e delle loro federazioni, ma anche l’accanimento del Cio contro l’Orso sportivamente malconcio.

Lo show della pace fredda nei Giochi delle due tigri

Giovedì 9 febbraio, ore 20 in Corea, mezzogiorno in Italia. Cerimonia inaugurale dei XXIII Giochi Invernali, contea di PyeongChang, la provincia più settentrionale della Corea del Sud. Come a Seul 1988, la geopolitica domina la vigilia delle grandi sfide sportive. Ogni Olimpiade è il sogno di una pace impossibile. Lo sport illude. In questo 2018 gravato dalla memoria di date infauste, la metafora è scontata: “Si sta spezzando il ghiaccio tra due Paesi formalmente ancora in guerra”. Sottinteso: speriamo che le competizioni siano momenti di sano agonismo e non strumenti di conflittualità.

Ebbene, il ghiaccio non si è spezzato, nonostante la buona volontà sbandierata (appunto con lo stendardo neutrale di una Corea unita virtualmente dai Giochi) e l’abbondanza di gesti simbolici. Il Grande Freddo, non solo metaforico (meno 15) ha raggelato speranze e spettatori, attese ed atleti, per la prima volta sistemati sugli spalti. Applausi invece scroscianti per lo spettacolo: cantanti, e “figure” che ricordavano il dramma della guerra, della separazione; i 5 bambini con la lanterna che scoprono il loro (il nostro futuro). In bilico tra spot Samsung e promo Netflix, con elogio dell’Intelligenza Artificiale e nostalgia per natura e passato, l’high tech intimidisce i siparietti poetici. Forse non sono questi i tempi della poesia.

È l’Olimpiade Algida. Dove tutto è perfetto: come robot e droni. Dove si sceneggia la “distensione”, ma è solo una recita. La retorica olimpica è trita e ritrita. Quella “di un mondo migliore, con la migliore gioventù”. Lo dicevano anche a Berlino 1936. Thomas Bach, presidente del Cio, ha belle parole: “Voi atleti venuti da tutto il mondo, ci ispirate, per vivere in pace e in armonia, malgrado le nostre differenze”. Ma parole restano. Tant’è che il pubblico o non ha capito o non ha voluto capire: nessun travolgente applauso dai 35mila spettatori dello Stadio Pentagonale di DaegWallYeong: troppe volte le dichiarazioni d’intenti sono state tradite e disattese.

Certo, statisticamente i gesti distensivi tra le due Coree sono stati assai più numerosi che in tutte le precedenti edizioni olimpiche, sia estive che invernali.

Durante l’anonima, frettolosa e agghiacciante (per il freddo cane) sfilata delle squadre – 90 più le due Coree, in rappresentanza di 2925 atleti (121 gli italiani, la settima formazione di questi Giochi) – i coreani hanno camminato insieme, trainati da due alfieri, il nordico Chung Gum Yun-jong (hockey) e il sudcoreano Hwang Won, bobista. Sorreggevano il vessillo creato dal Cio e non riconosciuto, tuttavia, dai due Paesi: bandiera bianca con al centro la sagoma celeste della penisola coreana senza la linea dell’armistizio a cavallo del famigerato 38° parallelo. A proposito, l’Italia ha sfilato per 56esima, la bionda Arianna Fontana è stata la nostra portabandiera.

Significativo il dettaglio dell’abbigliamento. Coreani del nord e del sud hanno indossato lo stesso lungo piumino bianco. Sobrio. Come la scritta sulle spalle: Corea. Altro segnale: una coreografia molto suggestiva e molto legata alla tradizione culturale della penisola, l’immagine cioè di una tigre bianca ammansita.

Il significato è palese, non piacerà al bellicoso Trump: lo spettro della guerra allontanato e sconfitto. Infine, in mondovisione (quindi, latore indiretto di una possibile solenne promessa), l’accensione del tripode olimpico. Uno degli ultimi tedofori, ahinoi, è il calciatore che ci eliminò dai Mondiali nippocoreani truccati del 2002. Consegna la fiaccola a due ragazze minute, imbarazzate. Giocheranno insieme nella squadra unificata di hockey. Jong Su-hyon, per il Nord. Park Jong-ah, per il Sud.

I gradini della bellissima scalinata si illuminano al loro passaggio: le due sorreggono la fiaccola insieme, mano nella mano. Ma in cima, li attende l’altera e fascinosa danzatrice olimpica (oro a Vancouver) Kim Jong-na, un tempo rivale della nostra Isolde Kostner. È lei che rileva la torcia: l’onore dell’accensione, dunque, sarà solo sudcoreano. Per un attimo, sembra quasi ripensarci, posa le mani su quelle delle altre due. Poi, con un elegante volteggio, innesca la fiamma sacra. Il tripode illumina ma non riscalda la notte d’inizio di questi Giochi algidi e ambigui, politicamente ragionando.

L’Spd di governo tira il pacco al kapò Schulz

La Spd ha “suicidato” politicamente Martin Schulz, acclamato dalla socialdemocrazia tedesca alla segretaria neanche un anno fa con nientemeno che il 100% dei consensi. Dopo aver guidato il partito al peggior risultato elettorale a livello federale dal 1949 in poi (20,5%), l’ex presidente dell’Europarlamento aveva optato per l’opposizione. Aveva anche escluso di fare il ministro in un governo guidato da Angela Merkel.

Adesso la Spd gli rinfaccia di aver fatto il politico. Cioè di aver negoziato e cambiato idea. Un po’ per sé, puntando al ministero degli Esteri, e un po’ (molto di più) per il bene della Germania, che da ormai quasi cinque mesi è senza un esecutivo.

Nelle ultime ore della durissima trattativa con Cdu e Csu si era parlato più di poltrone che di contenuti. E Schulz era stato accusato dai suoi di essersi rimangiato la parola. Ma in questa Spd lacerata nessuno è senza colpe. Incluso Sigmar Gabriel, che aveva lasciato l’Economica per andare agli Esteri, dicastero che puntava a mantenere e che ha buone possibilità di ottenere. Gabriel si era detto dispiaciuto dal “poco rispetto verso gli altri” di Schulz, per il quale “la parola data conta così poco”. A quale promessa si riferisca non è chiaro, ma i media tedeschi riportano che Schulz avrebbe assicurato a Gabriel che in caso di GroKo avrebbe continuato a rimanere agli Esteri.

Schulz, il messia mancato, rimane senza niente, spogliato dai voti, privato dalla credibilità, fuori dal governo e allontanato dai vertici del partito.

“Rinuncio a prendere parte al governo federale – ha twittato – e spero così che si chiuda il dibattito sulle persone all’interno della Spd. Ognuno di noi fa politica per il bene della gente di questo paese. E questo comporta che le mie ambizioni personali si collochino in secondo piano rispetto agli interessi del partito”. Andrea Nahles, che gli succederà alla guida della Spd, gli ha concesso l’onore delle armi parlando di un gesto che merita rispetto.. La Spd tedesca, che sembrava uscita rafforzata dalle trattative per la formazione del nuovo governo avendo strappato tre pesantissimi ministeri suscitando il malcontento nella Cdu, è implosa. Il sacrificio di Schulz non ne risolve i problemi. E, soprattutto, non è detto che incoraggi la base ad approvare l’accordo di legislatura nel referendum che si terrà fra 22 febbraio e 2 marzo. Nei sondaggi, la Spd è precipitata al 14%. Il problema del partito è che gli uomini e donne che erano ai vertici un anno fa, lo sono anche oggi. Ma hanno trovato in Schulz il capro espiatorio. Mancherebbe una scissione per completare lo scenario all’italiana.

Francia, l’idolo di The Voice stona sull’Isis

“Non volevo ferire nessuno, ho deciso di abbandonare”. È con questa dichiarazione su Facebook che si chiude la vicenda di Mennel Ibtissem, la cantante dalla voce d’usignolo e il turbante che ha incantato e poi diviso la Francia. Tutto è iniziato sul palco di un talent show, The Voice. Sabato scorso, la cantante, 22 anni, bella, musulmana, si è presentata col capo coperto – prima volta nella storia dello show – e ha intonato una versione di Halleluja, la famosa ballata di Leonard Cohen, ebreo; mettendoci un tocco personale, l’ha cantata per metà in inglese e per metà in arabo. Una scelta coraggiosa e vincente che ha conquistato la platea e il pubblico. Mennel, originaria di Besançon, nord-est della Francia, di padre turco-siriano e madre maghrebina, era fino a pochi giorni fa una sconosciuta e il suo successo ha sollevato curiosità. Ma sono saltati fuori vecchi interventi su Twitter che, come la sua voce, non lasciano indifferenti.

Si è scoperto che Mennel ha scritto messaggi di sostegno a Dieudonné, il comico antisemita, e a Tarik Ramadan, controverso studioso islamista ora in carcere per accuse di stupro. Il 15 luglio 2016, il giorno dopo l’attentato di Nizza, Mennel aveva scritto: “Come da copione, il ‘terrorista’ portava con sé la carta d’identità. Infatti, la prima cosa da non dimenticare, quando si prepara un colpaccio, sono i documenti”. Al momento dell’omicidio di padre Jacques Hamel, sgozzato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, aveva commentato: “Il vero terrorista, il nostro governo”. Frasi giudicate vicine alle teorie dell’Isis. Sono scoppiate le polemiche. Mennel prima ha chiesto scusa, avanzando come pretesto la sua giovane età, ma alla fine ha lasciato il talent, con grande sollievo della tv TF1.

Weinstein, non solo sexy-abusi. C’è pure il suicidio collaterale

Il bombardamento a tappeto di accuse su abusi sessuali scatenato dal caso Harvey Weinstein – e le connivenze che li hanno permessi – determina un suicidio: ed è di una donna. Jill Messick aveva 50 anni e in passato una carriera come dirigente nella compagnia cinematografica Miramax; (1997-2003); era stata anche in contatto con l’attrice Rose McGowan, una delle principali accusatrici proprio del produttore.

La famiglia di Messick ha spedito una lunga lettera a Hollywood Reporter, definendo Jill una “vittima collaterale”. Passo indietro. L’ex manager della Miramax soffriva di disturbi bipolari e depressione; cercava di riemergere dal buio della sua prostrazione, dicono i suoi cari, poi è esplosa la bomba Weinstein.

L’attrice Rose McGowan era una cliente di Jill quando avvenne – secondo le sue dichiarazioni – l’aggressione sessuale da parte di Weinstein al Sundance Film Festival, nel 1997. McGowan aveva dichiarato che non solo Messick non l’aveva sostenuta nella sua lotta contro il produttore, ma aveva continuato a lavorare con lui. A sua volta il boss di Hollywood, per difendersi dall’accusa di abusi sessuali verso McGowan, aveva citato una email spedita dall’attrice a Messick nella quale sosteneva di essere entrata senza costrizione in una vasca idromassaggio assieme al produttore, anche se in seguito si era pentita.

La famiglia di Jill annunciandone la morte è tornata sulla vicenda, fornendo una versione dei fatti: “Aveva scelto di rimanere in silenzio di fronte alle calunnie di Rose McGowan, che attraverso la stampa si è scagliata contro Weinstein ma anche contro altre persone, compresa Jill, perché non voleva sminuire l’importanza delle donne che avevano iniziato a condividere i loro drammi”.

Sul rapporto McGowan-Weinstein, la nota prosegue: “Jill aveva capito che Weinstein aveva commesso un atto disdicevole, se non illegale, e ne parlò con i suoi superiori, che le assicurarono avrebbero gestito la vicenda. Più avanti, Rose McGowan venne scritturata da Weinstein e l’accordo venne stipulato senza passare da Jill. Fecero altri film insieme, quindi per Jill la questione era stata risolta”.

Donne molestate, donne che scelgono di uscire di scena in modo drammatico, e ora, donne sotto accusa come molestatrici.

Una delle principali esponenti del movimento #metoo è sotto indagine, come ha riportato il magazine Politico: Cristina Garcia, deputato della California, avrebbe messo le mani addosso a due uomini, un ex dipendente di un altro deputato, e un lobbista. Il primo episodio sarebbe avvenuto nel 2014. La vittima, 25 anni, ha raccontato che la donna era brilla e alla fine di un evento sportivo le sue carezze erano diventate insistenti, anche sui genitali. Il secondo caso nel 2017, con gli stessi ingredienti: alcol ed effusioni non richieste.

Garcia aveva dichiarato al New York Times di essere stata spesso vittima di molestie da parte anche di deputati. L’anno scorso il Time l’aveva inserita nella foto corale del movimento #metoo che aveva conquistato la copertina del numero “Persona dell’anno”.

Tornando al caso Weinstein, l’inchiesta della polizia di Los Angeles prosegue: un portavoce ha confermato che all’ufficio del procuratore (District Attorney’s office) è stato consegnato un nuovo fascicolo con le accuse di crimini sessuali rivolte da tre donne al produttore. In totale sono 82 le presunte vittime. Una di queste è l’attrice Salma Hayek che, ospite di Oprah Winfrey (SuperSoul Conversations al teatro Apollo di New York) due giorni fa ha confermato: le molestie avvennero nel 2002 durante le riprese del biopic Frida; Weinstein la minacciò di spezzarle le gambe perché lei continuava a rifiutare le sue proposte sessuali.

Bari, inviata del Tg1 schiaffeggiata dalla moglie del boss

La giornalista del Tg1, Mariagrazia Mazzola, è stata aggredita a Bari, nel quartiere Libertà, mentre intervistava la moglie del boss 45enne Lorenzo Caldarola, affiliato al clan Strisciuglio.

È accaduto intorno alle 16.30, nei pressi dell’abitazione dei Caldarola, in via Francesco Petrelli, a pochi passi dalla parrocchia del Redentore, dove poche ore prima l’inviata Rai aveva incontrato Don Ciotti.

Secondo una prima ricostruzione, la donna avrebbe sferrato uno schiaffo che ha colpito al volto la giornalista mentre lei era sull’uscio e stava per andare via. Mazzola è quindi caduta sul marciapiede sbattendo la testa ed è stata trasportata al pronto soccorso del Policlinico di Bari per gli accertamenti del caso, raggiunta dal procuratore Giuseppe Volpe.

La giornalista Rai era a Bari per un’inchiesta sulle baby gang e sull’educazione dei minori. In particolare, l’intervista avrebbe riguardato uno dei figli della donna, il 19enne Ivan Caldarola: “Ho fatto il mio dovere di cronaca – ha dichiarato – non sono stata insistente, perché sono sempre rispettosa di tutti. La moglie di questo mafioso mi ha aggredita. Viva l’informazione libera: bisogna fare le domande”.

Pizzo al boss, la produzione Gomorra sapeva

Che la villa utilizzata nel 2013 come dimora dei Savastano di Gomorra fosse di proprietà di un uomo con problemi con la giustizia, lo sapevano anche i vertici di Cattleya, società che produce la fiction. Lo testimoniano alcune email inviate dal location manager, Gennaro Aquino, nel 2013.

Aquino, per aver pagato il pizzo al clan Gallo, è stato condannato a sei mesi di reclusione per favoreggiamento personale, pena sospesa. Assolto invece il responsabile di produzione, Gianluca Arcopinto, imputato anche lui in un primo momento. Anche il proprietario della villa, Francesco Gallo, è stato condannato nel 2014 a otto anni per estorsione aggravata. La vicenda inizia nell’aprile del 2013 dopo l’arresto per spaccio di droga di Gallo. In quel momento la villa viene sequestrata e per la società che produceva Gomorra si pone il problema di pagare l’affitto, 30 mila euro in cinque rate. Alla fine a incassare quel denaro sarebbe stata l’amministrazione giudiziaria. Nel frattempo, però – secondo quanto racconta Aquino – arrivano le pressioni di Gallo, che durante le riprese continuava a vivere con la sua famiglia in quella casa e che lamentava l’incasso saltato a causa del sequestro. E così fu Aquino a consegnare per conto della produzione il denaro alla famiglia Gallo che minacciava di bloccare le riprese. Il location manager ha infatti raccontato di avere ricevuto gran parte della cifra (5 mila euro) dai responsabili della società di produzione e di averla integrata con altri mille euro, prelevati dal proprio conto bancario e poi restituitegli.

Adesso però si scopre che anche la produzione era a conoscenza dei problemi con la giustizia del locatore di “Casa Savastano”. Per esempio, Aquino informò lo scenografo e due direttori di produzione che Gallo era sottoposto all’obbligo di dimora in alcune ore del giorno. Il location manager spiega in questa email che “il giudice può, anche con separato provvedimento, prescrivere all’imputato di non allontanarsi dall’abitazione in alcune ore del giorno, senza pregiudizio per le normali esigenze di lavoro”.

Ai due direttori di produzione dice anche che “la gestione dei pagamenti si complica. (…) non possiede un conto in banca (incredibile ma vero) e in più ha limitazioni per cui non può muoversi da Torre Annunziata”. Anche quando la villa viene perquisita, oltre il direttore di produzione, viene avvertito anche l’organizzatore generale Gianluca Arcopinto (imputato ma assolto). “I ragazzi della scenografia – spiega nell’email – hanno informato di una perquisizione”. Aquino ha ammesso di aver pagato il pizzo a Gallo ma non per favorirlo: per consentire la continuazione delle riprese e per paura. Il denaro, ha spiegato, non era suo ma della Cattleya. Dopo queste dichiarazioni, il giudice Gabriella Ambrosino – che ha condannato Aquino a 6 mesi – ha inviato i nuovi atti alla Procura per valutare la posizione di altri referenti di Cattleya (Maurizio Tini, Riccardo Tozzi e Giovanni Stabilini) che nelle loro deposizioni avevano negato di essere a conoscenza della vicenda.