Indagine in Svizzera: “Licio Gelli finanziò la strage di Bologna”

Un altro filone d’inchiesta, di quelli che vanno sotto il titolo “follow the money” a quasi 40 anni dai fatti, riapre lo scenario della strage alla stazione di Bologna (85 morti e quasi 200 feriti il 2 agosto 1980), per la quale quasi nessuno crede che le sentenze definitive abbiano detto tutto e più di qualcuno pensa che non abbiano detto la verità. La Procura generale di Bologna, che nel 2017 ha avocato il nuovo fascicolo, ha avviato una rogatoria in Svizzera per verificare gli eventuali movimenti per diversi milioni di dollari che, prima dell’eccidio, sarebbero partiti da un conto bancario elvetico aperto riconducibile al maestro venerabile della Loggia P2 Licio Gelli, scomparso nel 2015, in favore di personaggi appartenenti ai più discussi ambienti dei Servizi segreti dell’epoca, a giornalisti a loro vicini e a elementi dell’estremismo nero veneto. Questi ultimi appartenevano alla galassia di Ordine nuovo come Carlo Maria Maggi e Maurizio Belmonte, condannati in via definitiva nel giugno scorso per la strage di piazza della Loggia a Brescia (8 morti il 28 maggio 1974).

L’ipotesi che i magistrati stanno cercando di verificare, tutt’altro che nuova e già esclusa nel 2017 dalla Procura della Repubblica di Bologna, è che quei soldi siano serviti a finanziare gli attentatori del 2 agosto 1980. Che Gelli non abbia solo “depistato” come dicono le sentenze ma sia stato il mandante, o uno dei mandanti, della strage alla stazione, come sostiene da sempre l’Associazione fra i familiari delle vittime. All’origine degli accertamenti in corso c’è un documento ormai noto, intitolato “Bologna Bologna – 525779 – X.S.” e relativo a un conto aperto dal venerabile alla Ubs di Ginevra, proveniente dal fascicolo del processo per il crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e consegnato ai magistrati nel 2015 in un esposto dell’associazione stessa. Titolari dell’inchiesta sono l’Avvocato generale di Bologna Alberto Candi e il sostituto procuratore generale Nicola Proto.

È noto che come esecutori materiali della strage, a metà degli Anni Novanta, furono condannati in via definitiva all’ergastolo l’ex capo dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) di estrema destra Valerio Fioravanti e la sua compagna e poi moglie Francesca Mambro, che da tempo hanno avuto accesso ai benefici carcerari e lavorano per l’associazione “Nessuno tocchi Caino” dei radicali. Nel 2007 è stato condannato a 30 anni Luigi Ciavardini, altro ex Nar, minorenne all’epoca dei fatti. Tutti e tre hanno sempre respinto le accuse. Un altro processo si apre in primavera contro Gilberto Cavallini, 65 anni, ergastolano in semi-libertà, anch’egli ex Nar, accusato di aver dato supporto logistico agli autori dell’eccidio alla stazione. Licio Gelli negli Anni Novanta fu assolto da varie altre accuse e condannato per calunnia aggravata dalle finalità di depistaggio insieme al faccendiere legato al Sismi e alla massoneria Francesco Pazienza, al generale piduista del Sismi Pietro Musumeci che era membro della P2 e al colonnello Pietro Belmonte, scomparso nel 1988, che non apparteneva alla P2 ma figura in un rapporto sulle logge bolognesi. Erano accusati della regia della cosiddetta operazione “Terrore sui treni”, che nel 1981 aveva fatto ritrovare in un convoglio ferroviario esplosivo dello stesso tipo utilizzato per la strage, un mitra Mab e documenti che indicavano responsabilità dello “spontaneismo armato” neofascista italiano ed europeo.

Negli ultimi anni la Procura di Bologna ha aperto e archiviato diversi fascicoli, in particolare quello sulla cosiddetta “pista mediorientale” sul gruppo del terrorista venezuelano Carlos. E quello, appunto, sui “mandanti occulti”, nato dall’esposto presentato nel 2015 da Paolo Bolognesi, deputato uscente del Pd e presidente dell’Associazione fra i familiari delle vittime del 2 agosto 1980, e dai suoi avvocati Giuseppe Giampaolo e Andrea Speranzoni. Lì c’era anche il documento sul conto di Gelli: “Nessun elemento concreto – si legge nella richiesta di archiviazione dell’anno scorso – è emerso per fondare l’ipotesi di un finanziamento oggettivamente e soggettivamente indirizzato alla commissione della strage proveniente da Licio Gelli, Umberto e Mario Ortolani, specificamente individuabile, rintracciabile e documentabile”. I magistrati si soffermavano sul documento “Bologna- 525779 – X.S.” agli atti del processo sul crac del Banco Ambrosiano: l0’indagine condotta allora dai carabinieri del Ros, scrivevano i pm, “non ha evidenziato alcun elemento che riconduca la destinazione di tali somme al gruppo Ordine Nuovo diretto da Maggi e/o al gruppo Fioravanti, Mambro, Ciavardini, Cavallini”. La Procura generale però, con mossa irrituale, ha avocato il fascicolo. E sulla base di elementi ancora coperti da segreto ha avviato la rogatoria in Svizzera.

“Zagaria al 41 bis è depresso e vuole suicidarsi”

Ha passato 16 anni della sua vita nascosto in bunker scavati sotto ville costruite nel “suo” Casertano, spostandosi nei bagagliai delle auto, lontano dalla luce del sole a dai parenti; una vita da latitante piena di patemi e ansie ma, pare, meno dura del “carcere duro” che ha portato il boss dei Casalesi Michele Zagaria verso la depressione. Recluso da sei anni al 41 bis nel carcere di Milano-Opera, l’ex primula rossa è ufficialmente depresso, come certifica la relazione inviata da due dei suoi legali – Angelo Raucci e Andrea Imperato – ai giudici titolari dei processi in cui il boss è imputato. Non solo. Alcuni mesi fa, Zagaria avrebbe anche manifestato tendenze suicide, che hanno costretto l’amministrazione penitenziaria a rafforzare il sistema di videosorveglianza in cella, per evitare che si potesse fare del male. Ora le telecamere lo tengono sotto controllo anche quando va in bagno. “Il regime di detenzione cui Zagaria è sottoposto è davvero troppo duro – dice Raucci – per questo per protesta, in alcuni processi, ha revocato me e il collega, ovviamente solo per alcuni procedimenti nei quali ha deciso di non difendersi più”.

Boss Bagarella e Mario Mori: stessa “difesa” sulla Trattativa

Senza attendere l’arringa dei suoi difensori, il boss Leoluca Bagarella (in foto) invia una memoria autografa alla Corte d’assise di Palermo chiedendo “di essere assolto dal reato contestato per non averlo commesso”, oppure, in subordine, che “venga applicato l’articolo 649 del codice di procedura penale”. Il padrino di Cosa nostra, che ha collezionato 13 ergastoli per le stragi mafiose, si improvvisa avvocato di se stesso e scrive di suo pugno: “Nessuno può essere condannato due volte per lo stesso reato, anche se viene contestato in forma diversa”. È la stessa richiesta formulata, subito dopo, dal professor Enzo Musco, avvocato del generale Mario Mori, che rivolgendosi ai giudici di Palermo reclama: “Voi dovete dichiarare chiuso questo processo per l’articolo 649, perchè c’è una violazione palese del ne bis in idem”.

Chi diceva che il processo Trattativa è un unicum non aveva torto: non era mai accaduto che un boss (il più autorevole imputato mafioso dopo la morte di Totò Riina) anticipasse una linea difensiva che, sia pure in riferimento a fatti diversissimi, è la stessa dell’imputato istituzionale più eccellente: la tesi del processo-fotocopia. Né Mori né Bagarella, in verità, sono mai stati accusati in precedenza di violenza al corpo politico dello Stato: l’imputazione contestata nell’aula bunker. Ma per Musco il giudizio sulla Trattativa non è che “una duplicazione” di quello “per la mancata cattura di Provenzano”, concluso nel 2017 con l’assoluzione del generale dal favoreggiamento aggravato. E poco importa se l’episodio della fuga di Provenzano nel ’95 è solo un segmento della ricostruzione accusatoria del pool Stato-mafia: il penalista ricorda che “93 testimoni sono gli stessi”. E conclude: “Cambia il capo di imputazione, ma il contenuto è identico: qui c’è un 649 spaccato”.

Uranio 238: qualcuno informò male Mattarella

C’è una relazione durissima approvata a maggioranza (10 contro 2) dalla commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, che accusa la Difesa di aver “seminato morti” tra i militari impiegati all’estero e non solo, mette in luce “sconvolgenti criticità” anche nei poligoni in Sardegna e chiede che i controlli sulla salute dei militari – esposti agli agenti tossici e cancerogeni più vari, dall’amianto al radon e a molti altri – siano affidati all’Inail come avviene per tutti i lavoratori italiani, anziché alla Difesa. Lo Stato maggiore ha reagito con veemenza; la ministra della Difesa Roberta Pinotti ha ribadito che “in Italia” non è stato “mai usato o acquistato uranio impoverito” (fin qui solo una piccola e mai chiarita eccezione, irrilevante per i militari che hanno operato all’estero dove è stato usato eccome dai nostri alleati) e che è “sbagliato criminalizzare le forze armate” (ci mancherebbe!); il Pd ha già escluso dalle candidature per il 4 marzo il presidente della commissione Gian Piero Scanu, che da anni accusa i vertici militari di scarsa collaborazione. Alla relazione Scanu di cui il Fatto Quotidiano ha dato notizia nei giorni scorsi, votata anche da parlamentari della maggioranza, se ne aggiunge un’altra, più inquietante, a firma di Mauro Pili, deputato uscente di Unidos, già presidente della Regione Sardegna per il centrodestra tra il 1999 e il 2003 quando era nelle grazie di Silvio Berlusconi. Secondo lui, il testo del suo conterraneo Scanu è “troppo debole”. Entrambi gli atti sono stati trasmessi alle Procure ordinaria e militare di Roma.

Pili in effetti va oltre, denuncia la situazione drammatica della sua regione già sottolineata e chiede un altro processo per i 168 morti che attribuisce alle attività del poligono del Salto di Quirra i cui ex comandanti sono già a giudizio a Lanusei per disastro colposo. L’ex governatore sardo se la prende con l’attuale capo dello Stato, Sergio Mattarella, ministro della Difesa nei governi Amato e D’Alema tra il 2000 e il 2001, nonché con il capo di Stato maggiore dell’epoca, generale Rolando Mosca Moschini, fino al 2015 è stato consigliere militare del Quirinale con Giorgio Napolitano e lo stesso Mattarella. “I vertici dello Stato – scrive Pili – hanno palesemente messo in essere comportamenti elusivi. (…) Tali omissioni hanno generato centinaia di morti (…) attribuibili alla negligenza con la quale lo Stato ha affrontato l’invio di contingenti militari in teatri di guerra”. Pili si sofferma su due interventi del ministro Mattarella alla Camera il 27 settembre 2000 e al Senato il 10 gennaio 2001. Nel primo Mattarella escludeva collegamenti tra l’uranio impoverito e due militari morti di leucemia, negava l’impiego di quel materiale da parte degli alleati a Sarajevo durante la guerra di Bosnia alla metà degli anni 90, assicurava che in Kosovo, dove dal 1999 operavano gli italiani, “si sono adottate misure di protezione” e che i “controlli” hanno accertato “livelli di inquinamento radioattivo al di sotto dei limiti di sicurezza previsti dalle norme italiane per il nostro territorio”. Nel secondo diceva che sull’uranio impoverito ci sono “opinioni diverse”, che “non è dimostrato un collegamento con le patologie di cui parliamo”, che il problema dell’uso in Bosnia nel 1994-1995 “è stato posto di recente per iniziativa italiana” e non si era “mai posto” prima.

Pili osserva che i due militari citati da Mattarella sono stati “riconosciuti vittime dell’uranio impoverito dai tribunali”, che in Bosnia gli americani l’hanno usato e il generale Leighton Warren Smith Jr. allora capo delle forze Nato nell’Europa del Sud l’ha spiegato ai vertici militari italiani nel quartier generale di Napoli il 31 agosto 1995, che documenti più o meno riservati dello Stato maggiore italiano – pubblicati nella relazione – indicavano le precauzioni da prendere in relazione alla radioattività dell’elemento in questione e che le audizioni davanti alla commissione mostrano che non tutte furono adottate. Sono note le foto dei nostri militari privi di protezioni nelle zone della Bosnia in cui i soldati americani si aggiravano con tute bianche e scafandri, tra carri armati bucherellati anche con uranio 238.

Oggi tutti sappiamo che la pericolosità dell’uranio impoverito non deriva tanto dalla radioattività – effettivamente bassa ma al centro dell’attenzione nel 2000-2001 – quanto dalle polveri, contenenti nanoparticelle di metalli pesanti vari, prodotte dall’esplosione a temperature fino a 3000 gradi centigradi dei proiettili rivestiti con quel materiale, capace appunto di perforare i mezzi corazzati. Gli americani però lo sanno da un pezzo e in un warning del 1994, inviato agli Stati maggiori alleati e quindi anche al nostro con tanto di video, agli atti della commissione e pubblicato da Pili, scrivono che “se l’uranio impoverito colpisce la corazza o brucia, i residui di ossidi formati possono essere interiorizzati (ingeriti, inalati)”. Può darsi che questi aspetti non siano stati riferiti con tutti i dettagli al ministro Mattarella. Del resto nel 1999 la guerra del Kosovo politicamente non fu una passeggiata, una parte della sinistra che sosteneva il governo D’Alema era contraria e bardare i nostri soldati con tute e scafandri avrebbe sollevato ulteriori perplessità, anche per i rischi a cui erano esposti i civili delle zone bombardate.

Per questo Pili e i deputati M5S avevano chiesto di sentire in commissione il generale Mosca Moschini e chiedere a lui chi avesse informato il ministro della Difesa e in quali termini. Ma quell’audizione non c’è mai stata, secondo alcune fonti per l’opposizione del Quirinale. Su questo, però, non ci sono conferme.

Ma quale età dell’oro: qui si vendono il Colosseo

Le “veline”? Per i più giovani sono soltanto delle bellezze che in tv fanno da porta-notizie. Sotto Mussolini erano le prescrizioni del Minculpop alla stampa per il “tutto va bene”. Anche ora servono allo stesso scopo (per chi ci sta). Per esempio nei beni culturali. A leggere il Corriere della Sera e a sentire la Rai “servizio pubblico” (d’antan) il Belpaese starebbe vivendo un’età dell’oro. Ma come si può accettare senza sganasciarsi il dato ministeriale del Pantheon con oltre 8 milioni di visitatori nel 2017, 22.000 al giorno, una curva e mezza dello Stadio Olimpico al dì? Giovedì “Emergenza Cultura” alla Stampa Estera ha smentito, cifre e dati alla mano, “veline” e “velinari”. Introiti aumentati? Certo rincarando i biglietti, con Venaria Reale che costa più di Versailles. Più spesa statale? No, meno che nel 2001.

Adriano La Regina (“La Regina chi?” sembra di sentir dire ai “velinari”), per 27 anni soprintendente all’archeologia di Roma con esiti straordinari, ha argomentato seccamente: la linea adottata da Franceschini ha attenuato progressivamente la capacità di intervento e di tutela delle Soprintendenze. Esse hanno perso autonomia scientifica. Sulla base di questi principi ispiratori: 1) Una concezione del patrimonio culturale fondata prevalentemente sulla sua mercificazione, a scapito dei principi che vedono nell’amministrazione dei beni culturali lo strumento per favorire l’educazione e l’elevazione culturale; 2) Una interpretazione riduttiva del turismo di massa, abbandonato senza indirizzi all’arbitrio dei privati; 3) La concentrazione di ingenti risorse su pochi musei e complessi monumentali a scapito del più vasto e diffuso patrimonio culturale, con riflessi negativi sulla sua conservazione; 4) Lo smembramento della Soprintendenza Archeologica di Roma frazionata in modo da impedire pure la creazione di nuovi musei (quello dei commerci al tempo di Roma nell’ex Arsenale Pontificio). Ultima, per ora, sbrigativa scemenza, il trasferimento della grande Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte da Palazzo Venezia (ove la volle Benedetto Croce) anziché potenziarla dov’è.

Un altro archeologo, docente a Firenze, Paolo Liverani: a Policoro (Matera) lo splendido Museo è stato talmente alimentato dagli scavi della Soprintendenza da venire raddoppiato. E ora? Non più, lo hanno separato dagli scavi. Lo stesso, ha rincarato Claudio Meloni, della Fp Cgil, a Tarquinia: museo e necropoli sono gestioni “separate”, “ma con lo stesso personale che va e viene”, un caos. Migliaia sono i posti vacanti. Come si va avanti? Con migliaia di contrattini. Di questo passo, nel 2020, gli alti gradi saranno spariti.

Certo, ha osservato Tomaso Montanari, docente a Napoli, in Bulgaria o in Lettonia, lo Stato spende per la cultura il 2% del Pil, la media Ue sta sull’1% e l’Italia era con Bondi-Galan sullo 0,8, ma con Franceschini è scesa allo 0,7. Siamo al 23° posto in Europa. Ecco perché tanti tesori di Norcia e dintorni, fotografati in queste ore, sono esposti al sole e alla pioggia. E gli archivi di Stato coi loro 1500 km di scaffali (Ferruccio Ferruzzi) abbandonati a se stessi? E la Biblioteca Universitaria di Pisa chiusa da otto anni? Si parla solo di alcuni musei ridotti a luna-park. Non del paesaggio aggredito, del consumo di suolo galoppante, degli appena 3 piani paesaggistici su 20 in un decennio (Paolo Berdini, Elio Garzillo). E intanto in piazza del Pantheon si addensa ogni giorno una curva e mezzo dell’Olimpico. Evitiamo almeno il ridicolo.

Così Giulio Andreotti saltò fuori e ridivenne capo del governo

I giornalisti erano pronti per lo scontro televisivo finale, il dibattito a tre Renzi-Di Maio-Berlusconi.
Truccatrici, restauratrici e muratori erano al lavoro sui candidati, coprivano i brufoli a Renzi, catramavano Silvio, disegnavano rughe a Di Maio per farlo sembrare più maturo.
La regia era pronta, i leader erano seduti, si aspettava solo il moderatore, e tutti cercavano di indovinare il prescelto. Avrebbe prevalso l’esperienza camaleontica di Bruno Vespa, il fascino tripartisan di Francesca Fialdini, l’energia ferina di Lucia Annunziata, la fisicità deterrente di Angelo Cannavacciuolo, il fanciullesco entusiasmo di Alberto Angela?

Invece un boato di sorpresa accolse il nuovo ospite. Era lui! La gobba, il sorriso mellifluo, la calma olimpica. Giulio Andreotti era tornato! Sorrise e disse:

– Amici, capisco il vostro stupore. Ma posso spiegare tutto. Ricordate che anni fa in televisione io ebbi alcuni minuti di assenza? Ebbene il fenomeno si è ripetuto. Dopo cinque anni di morte apparente ho aperto gli occhi e mi sono ripreso. E ho capito che c’era ancora bisogno di me.

– Ma lei… è davvero vivo? – chiese Silvio – Non è un robot?

– La stessa domanda si potrebbe rivolgere a lei, cavalier Berlusconi. Con i migliori auguri di buona salute, lei non sembra proprio fresco di giornata

– Giulio, lei è sempre stato il mio idolo – disse Renzi – però la Democrazia cristiana è morta…

– Lei crede? – sorrise il divo Giulio – forse è in paradiso insieme al Pci…

– Io fui sempre stato un suo ammiratore, signor Andreoli – disse Di Maio – quando lei ha fatto l’omino verde in Star Wars avevo tutte le sue figurine.

– Giovanotto, si documenti. E voi giornalisti non fate quelle facce stupite. Ho una storia politica nota a tutti e vi assicuro che ho l’esperienza necessaria per risolvere l’attuale situazione, che è intricata e vieppiù torbida. Eppure questa elezione sembra chiara. La destra dovrebbe stravincere, i cinquestelle si confermeranno la nuova forza, il Pd raggiungerà il suo obbiettivo: dimagrire. Eppure non sento parlare che di possibili intese, di divergenze tra alleati, addirittura di rifare le elezioni. Solo su una cosa siete più meno d’accordo. Attribuire ogni male d’Italia ai migranti. Ma attenti! Gli elettori sono stanchi di vedere i loro voti aggrovigliarsi in trasformismi, spartizioni e inciuci. Ci vuole un esperto in questi labirinti…

– E allora?

– E allora sono tornato per aiutarvi. Mi propongo fin da ora per gestire il dopo-elezioni. Comunque vada, deciderò io il nuovo governo. Mattarella me lo lavoro in due minuti.

Si udì un lieve mormorio di protesta. Di Maio stringeva nervosamente l’orsacchiotto, Renzi sudava e si tolse il mantello da Napoleone, Berlusconi chiese un bicchiere di botulino.

– È inutile che facciate i difficili – ghignò Andreotti – sono perfetto per questi tempi. È vero, non ho mai parlato bene di Mussolini, ma sono pronto a fare ammenda. Sono l’uomo della provvidenza. Fate subito un test auditel e vedrete…

I sondaggisti lavorarono pochi minuti e poi il loro portavoce, il dottor Calcante esclamò:

– Incredibile. L’ottantasette per cento degli italiani è favorevole al ritorno dell’onorevole Andreotti.

Si udì un applauso dei giornalisti. I tre leader fecero finta di essere contrariati, ma in realtà tirarono un sospiro di sollievo. Era una bella responsabilità in meno.

Andreotti sogghignò e disse:

– Bene, votate pure, ma poi riferite tutto a me

E volò via, nell’aria.

Mail Box

 

Soldi pubblici ai lavoratori e non a un Festival decadente

Con grande rammarico scriviamo questa nota sul festival di Sanremo. Da quanto abbiamo visto e sentito, anche mettendoci tutta la buona volontà, non c’è niente da salvare. I testi sono ossessivamente noiosi e ripetitivi fino all’inverosimile, le voci sono altrettanto mediocri e latenti. É chiaro che voci come quelle di Al Bano, Massimo Ranieri sono ormai ricordi. Per quanto attiene la base musicale non c’è niente di armonioso e di melodioso, come una volta. Non c’è mai un momento in cui ci sia una scala musicale discendente che si intrecci con un’altra scala ascendente che dia anima e corpo a un momento che possa suscitare la più piccola emozione. Mancano gli autori e i compositori. Ma è davvero necessario fare il festival oggi, in totale assenza di proposte musicali degne della canzone italiana? Tutti quei bei soldi che si sprecano per fare questo festival non potrebbero essere spesi per creare posti di lavoro che servono al Paese? La creatività. quando dà origine all’arte, non ha prezzo. Inutile continuare a muovere la gente ad un sorriso di sgomento con queste ripetitive cantilene.

Ines e Antonio Di Gregorio

 

Come si può dare ancora il voto agli impresentabili?

Desidero confermare con forza e determinazione quanto esposto dal deputato Di Battista, quando affermava con estrema pacatezza una realtà che è inconfutabile, e cioè, alla luce di quanto sta succedendo, che molti italiani siano dei cretini. Ma scusate, come vogliamo definirli tutti coloro che, nonostante il disastro combinato dai politici di destra e di sinistra in tutti questi anni, si apprestano a ridare il voto a quei partiti che hanno rovinato l’Italia. Senza neanche rendersi conto che questi politici hanno tutto l’interesse a tenere il Paese sotto ricatto, cioè pieno di bisogni e difficoltà, poiché queste situazioni danno potere. Più c’è disagio e più le persone sono disposte a qualsiasi nefandezza pur di risolvere i loro problemi. Sono state pubblicate sul Fatto le facce degli impresentabili, cioè i politici che hanno pendenze con la legge. Ma si può dare il voto a questi personaggi?

Leandro Corradino

 

DIRITTO DI REPLICA

Sul Fatto del 7 febbraio è stato pubblicato un articolo dal titolo “Precari e mazziati: vola l’aliquota Inps per le partite Iva (finte) e i collaboratori” a firma Luciano Cerasa. Mi permetto di scriverle poiché il pezzo in questione fornisce una rappresentazione molto lontana dalla realtà, non tenendo conto dei risultati delle dure battaglie combattute dalle Associazioni di rappresentanza dei lavoratori autonomi in questi anni. In particolare vorrei fare chiarezza su alcuni punti specifici: non corrisponde al vero che l’aliquota per le partite Iva (vere o false che siano) iscritte alla gestione separata sia aumentata al 33%. Al contrario tale aliquota è stata prima bloccata al 27% per il 2015 e il 2016 e poi abbassata dal 2017 al 25%, rispetto al 33% previsto dalla legge Fornero; parimenti non corrisponde al vero che per collaboratori e partite Iva i contributi possono arrivare a superare i compensi percepiti, essendo questi calcolati sul reddito effettivamente realizzato senza alcuna applicazione di minimali di versamento; come non corrisponde al vero la stima di 600.000 false partite Iva, visto che il totale degli iscritti alla gestione separata in partita Iva è circa 300.000 (di cui il 10-13% stimati come false partite Iva).

Corrisponde invece al vero, e mi rammarico che vi sia sfuggito, che, grazie al lavoro delle Associazioni di rappresentanza e alle risposte di governo e parlamento, in questi ultimi tre anni siano state aumentate le tutele in caso di maternità e di malattia, sia stato ridotto il prelievo previdenziale (e fiscale per i bassi redditi), sia stato consentito l’accesso ai fondi europei e, da ultimo, sia stato introdotto l’equo compenso. Misure non ancora sufficienti a rispondere compiutamente alle istanze di un mondo troppo spesso dimenticato dalla politica, ma che segnano un deciso (e positivo) cambio di passo rispetto al passato.

Andrea Dili, Presidente Confprofessioni Lazio

 

L’articolo denuncia la pressione previdenziale vessatoria esercitata sui collaboratori e lavoratori titolari per necessità di false partite Iva che si trovano in una condizione di debolezza contrattuale tale da essere obbligati di fatto a sostenere da soli il peso delle pretese del governo e dell’Inps. L’affermazione che le aliquote a carico delle partite Iva possano toccare il 33 per cento è contenuta nell’intervista al presidente di Sos partita Iva. Abbiamo già precisato che le aliquote effettive applicate dall’Inps sono inferiori, ma risultano comunque più che doppie rispetto a quanto corrisposto alle altre casse professionali. La stima delle partite Iva fasulle si riferisce al totale delle iscrizioni e non solo a quelle a gestione separata Inps. Il contributo per maternità e malattia richiesto è aggiuntivo rispetto alla aliquota base e aumenta il cuneo previdenziale sul lavoro autonomo e precario. Il minimale obbligatorio per farsi riconoscere un’annualità di versamenti, in assenza di contributi figurativi, può ovviamente superare il compenso percepito. In conclusione, mi pare che sia la vostra associazione e non l’estensore dell’articolo a dare una rappresentazione lontana dalla realtà e politicamente edulcorata della condizione del lavoro precario in cui si trovano in particolare centinaia di migliaia di giovani.

Luciano Cerasa

Fascismo. I fatti di Macerata sono l’esatto opposto di quelli di Genova nel 1960

 

Dopo i fattidi Macerata, mi angoscia il silenzio della gente e il politicamente corretto dei partiti. Nell’intento di non esasperare gli animi non si manifesta con gli atti e le parole. Perché lasciare spazio a questi violenti nazisti?

Partiti, sindacati, Anpi, esponenti della società civile, sveglia! È necessaria la presenza di tutti per riportare all’angolo chi usa la violenza e la paura per esprimere e imporre i propri allucinanti pensieri. Sono veramente preoccupata. Ritorniamo a indignarci!

Adriana Re

 

Il penoso balletto sulla piazza di Macerata in programma oggi, gentile Adriana, purtroppo va nella direzione opposta di quello che lei scrive. La questione fascista nell’anno del Signore 2018 offre spunti antichi e inediti, nell’era dei cosiddetti populismi che cavalcano la rabbia e la paura. Uno in particolare, che colpisce non poco. Un tempo i problemi di ordine pubblico riguardavano le manifestazioni dei camerati. Viminale, prefetti e questori temevano soprattutto la reazione antifascista, che non voleva dire solo il vecchio Pci. Oggi, di fronte agli opportunismi e alle omissioni del Pd di Matteo Renzi (qui siamo davvero oltre la mutazione genetica, poco ci manca che il segretario del Pd chieda il voto ai fascisti, dopo averlo chiesto ai berlusconiani), assistiamo a un ribaltamento della prospettiva antifascista della Costituzione, di cui festeggiamo i 70 anni come ricordato più volte dal capo dello Stato. Mi spiego meglio con un esempio concreto: nel 1960 l’estate italiana venne funestata dai cosiddetti “fatti di Genova”. I neofascisti del Msi decisero di tenere il loro sesto congresso nazionale nel capoluogo ligure medaglia d’oro della Resistenza e la situazione divenne esplosiva, complice anche il governo del dc Tambroni sostenuto eccezionalmente dagli stessi missini. Alla fine il congresso venne annullato. Cinquantotto anni dopo la situazione si è replicata a parti invertite a Macerata. Ed è quello che fa più male, al netto dei numeri e della consistenza del pericolo fascista e al netto anche delle divisioni a sinistra. Dal governo centrale al Comune di Macerata, gli esponenti del Pd hanno ritenuto in un primo momento di non far sfilare gli antifascisti per timore dell’ordine pubblico, per convenienze elettorali e per paura delle reazioni fasciste. Un’enormità, alla luce dell’ormai dimenticata XII disposizione transitoria e finale della Carta: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Fabrizio d’Esposito

“The final portrait”, o l’arte di fare sul serio

The final portrait non è un capolavoro, l’Alberto Giacometti del regista Stanley Tucci fuma più di Oriana Fallaci, frequenta le olgettine della Parigi anni 60 più di Silvio, sembra che si sia fatto prestare l’impermeabile dal Tenente Colombo e non voglia più restituirlo. Insomma, la maschera indossata dal bravissimo Geoffrey Rush è troppo carica, però il film contiene due grandi verità sul mistero dell’arte. La prima è appunto che l’arte è un mistero, e l’artista ignoto a se stesso. “Non riuscirò mai a ritrarti come ti vedo”, dice Giacometti al giovane scrittore James Lord (Armie Hammer) il primo giorno di posa, infatti le 24 ore iniziali si trasformeranno in una maratona di tre settimane: tante ce ne vorranno non per concludere il ritratto (“i ritratti non sono mai finiti”) ma per far nascere un’amicizia. La seconda verità, figlia della prima, è che la creazione si nutre più di macerie che di ispirazione. Per infinite volte Giacometti distrugge quanto ha appena dipinto, ma quella è l’unica strada per vedere più lontano. Un istinto suicida, si direbbe, oggi che arte, cinema e letteratura sono concepiti come catene di montaggio, gli autori vengono iniziati al culto della serialità, tutto si brucia nello spazio di un aggiornamento software. Eppure la vera arte è ciò che non si aggiorna mai, ci dice il film di Tucci. “Amo Giacometti perché prendeva molto sul serio il suo lavoro, ma non se stesso”. Grazie per avercelo ricordato, oggi che in troppi fanno l’esatto contrario.

Lo Stato deve manifestare contro i fascisti

Altro che vietare le manifestazioni, a Macerata deve manifestare lo Stato: manifestare la sua ferma determinazione di combattere i fascisti con tutte le sue forze, nel pieno rispetto della Costituzione e delle leggi. A Macerata deve andare il presidente della Repubblica e parlare, con i corazzieri alle spalle, e con lui sul palco devono esserci il presidente del Consiglio, il ministro degli Interni e quello della Difesa, i presidenti di Senato e Camera, i comandanti militari e delle forze di sicurezza. Devono dire con parole chiare che la Repubblica s’impegna solennemente a non dare tregua ai fascisti e a proteggere la libertà e la sicurezza di tutti, cittadini e non cittadini.

Possibile che le alte cariche dello Stato, uomini e donne colti e saggi, almeno si spera, non si rendano conto che sottovalutare il pericolo neofascista è moralmente ignobile e politicamente suicida? Possibile che non sappiano che lo Stato liberale è crollato nel 1922 perché non volle e non seppe combattere i fascisti, non certo perché i fascisti erano più forti? Se Vittorio Emanuele III avesse decretato lo stato d’assedio e mandato contro i fascisti l’esercito e i carabinieri, avrebbe salvato lo Stato liberale. Con tutte le differenze del caso, oggi la Repubblica democratica può sconfiggere il neofascismo soltanto se lo combatte con la massima intransigenza. In Italia il fascismo è un reato, l’antifascismo è un dovere civile. Ha, quindi, perfettamente ragione Giuseppe Civati a sostenere che “Fascismo e Antifascismo non sono in nessun modo paragonabili”. E con lui hanno ragione le associazioni e le organizzazioni che hanno chiesto alle autorità competenti di autorizzare la manifestazione. È un loro dovere ancor prima che loro diritto. Sarebbe una vergogna tirarsi indietro. Ma i cittadini da soli non possono vincere contro i fascisti, poiché i fascisti usano la violenza: sparano, aggrediscono, intimidiscono. I cittadini non possono e non vogliono scendere sul terreno della violenza. Soltanto lo Stato può usare la forza legittima e se non lo fa chi lo rappresenta si carica di una responsabilità gravissima. Per giustificare la scelta iniziale – per fortuna ieri rivista – di vietare le manifestazioni non vale l’argomento dell’ordine pubblico. Lo Stato deve garantire agli antifascisti il diritto di manifestare e proteggerli da aggressioni fasciste. Se vuole, può farlo. Permettere agli antifascisti di manifestare significa non solo fare capire ai fascisti che lo Stato questa volta non è con loro ma contro di loro, ma dare forza alle istituzioni repubblicane. Altrettanto dissennato è l’argomento di chi sostiene che il gesto di Traini è stato un atto di solitaria follia. Chiunque abbia letto qualche libro sulle organizzazioni terroristiche intende perfettamente che quel che ha fatto Traini è puro terrorismo: violenza indiscriminata e a qualunque costo, contro un determinato gruppo sociale. I terroristi, infatti, agiscono anche a rischio della libertà e della vita, quando sanno di poter contare su una comunità che li sostiene. Infatti ecco Forza Nuova che si fa carico delle spese legali e manifesta con Casapound per aiutarlo, ecco Salvini che dichiara che la colpa è di chi ha fatto arrivare gli immigrati, ecco i molti che non parlano ma lo considerano un eroe. Proprio perché l’atto terroristico di Macerata è segno della forza delle idee fasciste, la risposta deve essere una guerra senza quartiere. Le parole del sindaco di Macerata, Pd, che approva la scelta di vietare le manifestazioni in nome di un silenzio che rispetti le ferite della città sono penose. Qualcuno gli spieghi che il silenzio è atto di rispetto e di pietà per le vittime, ma che il dovere più importante e pressante è fermare gli aguzzini.

Il dato vero che deve preoccupare è che la solidarietà antifascista, che in passato aveva unito liberali, democristiani, repubblicani, socialdemocratici socialisti, comunisti e aveva saputo fare argine valido contro il neofascismo e ogni altra idea che mirasse a destabilizzare lo Stato, oggi non esiste più. Provino Pietro Grasso e Giuseppe Civati a proporre a chi a vario titolo è alla testa degli altri partiti politici (Silvio Berlusconi, Matteo Renzi, Giorgia Meloni, Luigi Di Maio, Matteo Salvini) di firmare prima del 4 marzo un documento comune in cui ciascuno s’impegna solennemente a combattere il neofascismo. Sarà un fallimento. Lo scenario che probabilmente ci aspetta è quello di un governo di centrodestra guidato, di fatto, da Berlusconi. Com’è noto Berlusconi in più di un’occasione ha manifestato la sua simpatia per Mussolini, ed è poco incline a combattere i fascisti e felice di bastonare gli antifascisti, che poi per lui sono comunisti camuffati. Così, nel 2022, avremo le piazze piene di fascisti ed essi stessi, o i loro amici, al governo. I fatti di Macerata rappresentano una svolta fondamentale. Le alte cariche dello Stato possono salvarla o agevolarne la morte. Rinnovo l’appello: vada il presidente Mattarella a Macerata e pronunci le parole giuste per sconfiggere il pericolo fascista, prima che sia tardi.