Non serve a nessuno un’Authority senza autorità

 

“Molti dei gruppi editoriali vedono al loro interno azionisti con forti interessi in settori come l’energia, le costruzioni, il credito e le assicurazioni, i servizi autostradali, l’auto, dove le politiche pubbliche giocano un ruolo fondamentale”

(da “Notizie S.p.A – Pluralismo, perché il mercato non basta” di Michele Polo – Laterza, 2010)

 

Tra il formalismo burocratico e la retorica istituzionale che condizionano in genere l’attività delle nostre Autorità di garanzia, quella preposta alle Comunicazioni ha celebrato nei giorni scorsi il suo ventesimo anniversario. Per definizione, le Authority dovrebbero essere indipendenti. Ma in realtà dipendono dalla partitocrazia e anche dai propri “controllati” che per legge obbligatoriamente le finanziano, fino a rappresentare per l’Agcom il 99% delle entrate (Relazione Corte dei conti 2010-2012).

Il caso dell’Autorità presieduta attualmente da Angelo Marcello Cardani, nominato dal fu governo Monti e preceduto nel tempo prima da Enzo Cheli e poi da Corrado Calabrò, è a suo modo emblematico. Istituita nel 1997 dalla legge Maccanico, avrebbe dovuto innanzitutto contenere e regolare il duopolio televisivo costituito da Rai e Mediaset che a tutt’oggi rappresenta l’80% della tv in chiaro e detiene con Sky il 90% dei ricavi complessivi del settore (Rapporto R&S). E per quanto riguarda l’impero del Biscione, avrebbe dovuto ridurre la sua concentrazione, televisiva e pubblicitaria, da tre a due reti.

Sappiamo tutti che così non è stato e basterebbe già questo a dire che l’Agcom non ha realizzato uno dei suoi compiti principali. Non vi riuscì sotto la presidenza Cheli che in realtà non tentò neppure di farlo; né sotto quella di Calabrò, a cui va riconosciuto un impegno nella regolamentazione della telefonia e in particolare di quella mobile; né tantomeno sotto quest’ultima presidenza, caratterizzata da un “cerchiobottismo” spacciato per equilibrio e indipendenza.

A parte il settore televisivo e qualche incauta incursione sul terreno minato della par condicio, l’Authority di Cardani s’è distinta per aver autorizzato l’infausta fusione tra il gruppo editoriale L’Espresso a La Stampa della Fiat, appellandosi impropriamente alle “economie di scala” e invadendo il campo dell’Antitrust. Ed è venuta meno così alla sua funzione fondamentale di tutelare il pluralismo dell’informazione e la libera concorrenza.

Per non adempiere ai suoi compiti, l’Agcom dispone – come l’Autorità sull’Energia o quella sui Trasporti e come pure Consob – di due sedi: una definita “principale”, a Napoli, per affittare la quale spende 1 milione e 671 mila euro all’anno; l’altra “secondaria”, a Roma, per la quale spende altri 2 milioni e 100 mila euro annui. Uno spreco di Stato, tanto più che le “missioni” dei funzionari da Roma a Napoli vengono rimborsate a titolo di trasferte, seppure calcolate ora a forfait, con “un effetto incrementale delle spese logistiche” com’è scritto nella stessa relazione della Corte dei conti. Tutto ciò per un costo totale del personale, fra dirigenti e non dirigenti, che supera i 50 milioni di euro all’anno.

Non è irriguardoso, perciò, chiedersi oggi se il gioco valga ancora la candela. Un’Authority senza autorità non serve a nessuno, tranne che forse ai propri dipendenti. In nome della vituperata spending review, non sarebbe il caso allora di trasferire le sue competenze di regolazione al ministero dello Sviluppo economico e unificare quelle che attengono alle concentrazioni e alle “pratiche commerciali scorrette” sotto la responsabilità dell’Antitrust?

Par condicio ipocrita: tre tv contro zero inquadrature

Era ora, finalmente, in Italia c’è chi fa rispettare la legge senza se e senza ma. Apprendiamo infatti che in applicazione della normativa denominata par condicio il leader della Lega, Matteo Salvini, potrà assistere al Festival di Sanremo in compagnia della fidanzata Elisa Isoardi salvo alcune rigorose e sacrosante limitazioni.

Egli potrà prendere posto in platea ma assolutamente non nelle prime file perché per nessunissima ragione al mondo dovrà essere inquadrato, neppure mentre si soffia il naso. Sul palco invece salirà il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti (Forza Italia) per consegnare un premio, ma in osservanza delle predette regole dovrà restare tassativamente muto e quindi non potrà profferire parola se interrogato limitandosi semmai a mimare gesticolando i convenevoli d’uso: buonasera e grazie a tutti. Risulta evidente che le suddette disposizioni emanate dal previdente legislatore saranno applicate soprattutto a tutela dell’immagine politica del Salvini (oltre che a tutela del simpatico ghigno popolarissimo tra i bianchi nelle piantagioni dell’Alabama). Per impedire cioè che mentre egli legittimamente si sganascia con gli irresistibili monologhi di Baglioni, le tante, troppe menti bacate che infestano il mondo social possano ricordare che nel frattempo in quel di Macerata c’è il coprifuoco grazie alle gesta di uno sparatore nazifascista che per non farsi mancare nulla si era pure candidato con la Lega.

Inoltre, se inquadrato su una poltrona omaggio, i soliti comunisti mangiatori di bambini e in malafede potrebbero, per esempio, eccepire sulla poltrona europea strapagata al leader leghista, purtroppo senza apparente costrutto. Come al Parlamento di Strasburgo dove il nostro figura al 543° posto su 751 deputati dell’Ue in termini di presenze ai voti nominali in questa legislatura (record comunque migliorato rispetto al 625° posto tra il 2009 e il 2014). Né si ricorda negli ultimi tre anni e mezzo un suo intervento come relatore, forse per non disturbare. A fronte delle centinaia di migliaia di euro percepiti tra stipendio, diaria, indennità varie (280 mila euro solo per gli assistenti).

Comunque, ben vengano provvedimenti a garanzia della competizione elettorale onde distribuire in tv, nel modo più equanime, perfino gli sbadigli. Tanto più che la pari condizione tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi è assicurata dall’essere il primo proprietario delle tre più importanti reti private mentre il secondo conserva il controllo delle tre reti pubbliche. A Cinquestelle, Lega e LeU privi di emittenti è giusto invece contare le inquadrature. Cosa volete farci, viviamo nel Paese dell’ipocrisia che si fa Stato senza vergogna alcuna. Dove si discetta autorevolmente sulla opportunità di togliere o mantenere la parola razza nella Costituzione. Mentre bianchi e neri si scannano tranquillamente.

Tap, scontri con la polizia e sassaiole. Quattro feriti

Massi prelevati dai vicini muretti a secco e chiodi a tre punte disseminati lungo le strade che portano all’area del cantiere, nascosti sotto piccoli cespuglietti di erba: così è iniziata ieri – secondo quanto riferito dalla Questura di Lecce – l’azione dei ‘No Tap’ culminata con sassaiole a più riprese e cariche della polizia. E a San Foca, marina di Melendugno, si sono così registrate nuove tensioni. Protagonista una cinquantina di persone che si oppongono alla realizzazione del terminale del gasdotto e le forze di polizia che presidiano la zona. Quattro persone – due guardie giurate e due manifestanti, un uomo e una donna – sono rimaste leggermente ferite durante gli scontri con la polizia. Il gruppetto ‘No tap’ ha dapprima sbarrato l’accesso ai cancelli 4 e 5 del cantiere con barriere composte da grate e pietre, poi ha acceso falò e successivamente ha accerchiato i mezzi, tra cui un pullman dei carabinieri e veicoli dell’istituto privato di vigilanza Alma Roma, impedendo alle persone che erano a bordo di entrare nel cantiere. Investigatori al lavoro per identificare i responsabili, “soggetti già noti – fa sapere la Questura -. Ci sarebbero anche appartenenti all’area antagonista”.

La vicenda: l’intreccio di Procure

Nel luglio 2016 l’ad di Eni Descalzi incarica il capo dell’ufficio legale Massimo Mantovani di presentare alla Procura di Siracusa una querela “nei confronti dei soggetti che dovessero risultare autori di diffamazione a danno di Eni spa e/o di altri delitti perseguibili a querela”. Lo stesso giorno Mantovani, con l’avvocato torinese Carlo Federico Grosso, firma la querela. Quel giovedì il cda delibera l’esclusione di Karina Litvack dal comitato controllo e rischi, l’organo consiliare nel quale si aveva accesso agli atti dell’inchiesta sulla maxi-tangente nigeriana (per la quale Descalzi è a processo insieme ad altri). Zingales si era dimesso dal cda un anno prima in contrasto con Mantovani, accusato di essere il capo di un’associazione a delinquere finalizzata ai reati di false informazioni a pm e calunnia. Tra i suoi asseriti complici, l’avvocato Piero Amara, arrestato martedì scorso come il pm di Siracusa Giancarlo Longo. Longo e Amara sono accusati di associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari tra cui l’iscrizione nel registro degli indagati di Litvack e Zingales con l’accusa di diffamazione ai danni di Eni “in assenza di querela da parte di Eni”, e “al fine di precostituire elementi indiziari” per sviare le indagini di Milano nel procedimento per cui è a processo Descalzi

Depistaggio Eni, ora i pm indagano sull’ad Descalzi

La Procura di Milano, dopo le perquisizioni all’ex capo dell’ufficio legale di Eni, Massimo Mantovani oggi al vertice del settore gas, indaga ora sul ruolo dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, per verificare se fosse a conoscenza delle manovre destinate a costruire uno dei più grandi depistaggi della nostra storia. Quello che sarebbe servito, secondo le Procure di Milano e Messina, a sviare il processo sulla mazzetta da 1,1 miliardi, versata da Eni per il giacimento nigeriano Opl 245, nel quale Descalzi è indagato con altri vertici attuali e passati dell’azienda per corruzione internazionale.

Il depistaggio consisteva nel far aprire, dalla Procura di Siracusa, nella primavera 2016, un fascicolo su un complotto per destituire Descalzi dalla carica più alta dell’Eni. Complotto inesistente. A innescare il fascicolo, secondo le accuse della Procura di Milano, è un altro avvocato dell’Eni, Piero Amara, legale esterno che si occupa delle cause ambientali. Mantovani e Amara avrebbero agito in accordo. E indagando, la Procura di Milano scopre che il rapporto tra i due si protrae anche dopo l’apertura del fascicolo.

Nel decreto di perquisizione all’ex capo dell’ufficio legale Eni, ancora oggi ai vertici di altri settori aziendali, si legge che “Mantovani, nelle sommarie informazioni già citate, ha confermato di avere continuato a frequentare Amara in situazioni confidenziali, come nell’invito a cena a casa dello stesso Mantovani, a Roma, anche dopo aver avuto la certezza che il complotto era stato innescato a Siracusa proprio a seguito della denuncia depositata da un uomo di fiducia di Amara, Alessandro Ferraro”. Le parole scritte dal procuratore aggiunto Laura Pedio sono estremamente chiare: i due si sono frequentati “anche dopo aver avuto la certezza che il complotto era stato innescato a Siracusa”.

In quei mesi, Descalzi delega personalmente Mantovani, con un atto speciale conferito alla presenza di un notaio, per depositare alla procura di Siracusa una querela contro chiunque, in quel fascicolo farlocco, avesse diffamato Eni. Descalzi sapeva del depistaggio in corso? Ha avuto un ruolo oppure no? Poteva Mantovani muoversi senza il suo consenso? Sapeva che quella querela avrebbe prodotto, nel giro di poche ore, l’effetto di far fuori, dal cda di Eni, la scomoda consigliera indipendente Karina Litvack? Il procuratore aggiunto Laura Pedio e la Guardia di Finanza – muovendosi nel massimo riserbo – stanno cercando la risposta alle domande più ovvie di questa vicenda.

Che il rapporto tra Amara e Mantovani fosse stretto, al punto da consentire al primo di interessarsi di vicende aziendali che nulla avevano a cha fare, con il suo mandato di avvocato per le cause ambientaliste, lo dimostra anche un video che la Procura di Roma ha inviato a quella di Milano. “In merito alla propria conoscenza con Amara”, si legge ancora nel decreto di perquisizione, “Mantovani riferiva di non ricordare esattamente quando lo avesse conosciuto, indicando di averlo sicuramente incontrato nel corso del 2016”. Ma c’è di più. “Tuttavia”, continua l’accusa, “i rapporti tra Amara e Mantovani sono apparsi risalenti nel tempo e connotati da una certa ambiguità, come è emerso da un filmato che l’11 maggio 2017 il Nucleo di polizia tributaria di Roma della Guardia di Finanza ha trasmesso a questo Ufficio giudiziario”.

Il filmato, continua il decreto, “ documentava una riunione tenutasi il 21 luglio 2014 dalle 19:34 alle 21:02, presso gli uffici romani della società Sti Spa, alla quale prendevano parte, oltre a Piero Amara e Vincenzo Armanna, due ulteriori soggetti, poi identificati in Paolo Quinto e Andrea Peruzy”. Armanna è coimputato di Descalzi, a Milano, nel processo per corruzione internazionale. Paolo Quinto è attualmente un candidato del Pd alle prossime elezioni, coinvolto nell’inchiesta di Potenza su Eni del 2016, dove è stato archiviato. Andrea Peruzy è l’ad di Acquirente Unico, la società pubblica che si occupa di fornire energia elettrica. Nè Pinto né Peruzy sono indagati.

Il video, secondo l’accusa, è interessante perché dimostra il rapporto esistente, già nel 2014, tra Amara e Mantovani. “Nel corso della riunione”, continua l’accusa, Amara, Peruzy, Armanna e Quinto “discutevano di un’operazione finanziaria avente a oggetto la cessione di un asset, di una società rientrante nell’orbita del gruppo Eni, all’imprenditore nigeriano Kola Karim. Il contenuto delle conversazioni intercorse in tale meeting, confermava l’esistenza di un rapporto consolidato di conoscenza tra Mantovani e Amara, in quanto Armanna, a un certo punto dell’incontro, sollecitava quest’ultimo a contattare il dirigente Eni, per suggerire l’avvicendamento dei due manager del gruppo che, in quel momento, si trovavano in Nigeria, per rendere possibile la realizzazione dell’operazione di cessione”.

Strano che Amara, che non avrebbe alcun titolo per discutere dell’avvicendamento di alcun manager, possa pensare di poter affrontare l’argomento con Mantovani. Ma ad Amara non appare strano per nulla: “A fronte di tale richiesta di Armanna, Amara non avanzava alcuna obiezione, sulla effettiva possibilità di interloquire con Mantovani anche su questioni particolarmente delicate, e apparentemente non attinenti suo mandato”. Segno che tra i due non c’era intesa solo sulle strategie legali del gruppo. Ma anche su altri aspetti aziendali. Al punto da sollecitare, ai vertici dell’azienda, nomine interne all’Eni. Descalzi, nel luglio 2014, era già amministratore delegato: l’ex premier Matteo Renzi l’aveva nominato tre mesi prima.

Riparte il futuro: la nuova campagna per la trasparenza

Anche in occasione delle elezioni del 2018 l’associazione Riparte il futuro lancia i suoi braccialetti bianchi. Quelli che saranno al polso dei candidati che accetteranno di sottoscrivere alcuni impegni vincolanti sulla trasparenza. Per aderire alla campagna gli aspiranti parlamentari devono fornire dati e informazioni che Riparte il futuro ritiene indici fondamentali di trasparenza per chi si candida a rappresentare i cittadini. In particolare viene chiesto di rendere pubblici curriculum vitae, status giudiziario, autodichiarazione su potenziali conflitti d’interessi, situazione patrimoniale e reddituale, dichiarazione su chi finanzia la campagna elettorale. Informazioni che vengono pubblicate – e dunque aperte a tutti gli elettori – sul sito di Riparte il futuro. Ai candidati viene anche chiesto di sottoscrivere l’impegno a sostenere in Parlamento, in caso di elezione, una legge che introduca candidature trasparenti come indicato nella petizione dell’associazione. Nel 2013 i “braccialetti bianchi” erano stati 900. Tra di loro, 388 erano diventati deputati e senatori.

CasaPound, l’estrema destra sogna un governo sovranista con Salvini

La prima volta di CasaPound in Parlamento. Ma potrebbe non essere l’ultima. Perché “i fascisti del Terzo millennio” sono sicuri di superare la soglia del 3%, così da eleggere “almeno 14 parlamentari tra Camera e Senato”. A parlare è Simone Di Stefano, candidato premier di Cpi, che ieri mattina ha illustrato il programma del movimento di ultradestra in un’affollata conferenza stampa a Montecitorio, con la saletta prenotata grazie ai buoni uffici di Massimo Corsaro, deputato ex An un tempo vicino a Ignazio La Russa, protagonista qualche tempo fa di un duro attacco razzista nei confronti di Emanuele Fiano.

Ad ascoltarli anche l’ex An bolognese Filippo Berselli. “Entreremo in Parlamento per stare all’opposizione del futuro governo tecnico, perché questa legge elettorale porterà allo stallo. Saremmo pronti a dare un appoggio esterno solo a un governo sovranista guidato da Matteo Salvini, con Borghi o Bagnai all’Economia, che s’impegni quanto prima a uscire dall’Unione europea e dall’euro”, afferma Di Stefano, per nulla intimorito dal luogo istituzionale in cui si trova. Niente camicie nere, nemmeno tra i suoi collaboratori, dove invece spicca qualche barba curata in stile hipster, ben diversa da quella più selvaggia del leader Luca Iannone, che però ieri non si è visto. Mandano avanti Di Stefano perché è il volto più rassicurante? Beh, a sentire il programma non si direbbe. Fuori dall’euro in 14 giorni, periodo durante il quale le banche devono essere nazionalizzate; ritorno di Bankitalia sotto il Tesoro con la possibilità di stampare moneta quando serve; Cassa depositi e prestiti trasformata in una banca pubblica; eliminazione del pareggio di bilancio in Costituzione; ritorno al protezionismo con l’introduzione di dazi; nazionalizzazione delle autostrade. Altro punto fermo è la lotta all’immigrazione: no allo ius soli e rimpatrio immediato di tutti i clandestini. E se dalla Libia continuano a partire i barconi “bisogna intervenire con l’esercito”.

E poi mutuo sociale e 500 euro al mese alle famiglie per ogni figlio fino alla maggiore età. “Ci vogliono 24 miliardi l’anno, quelli previsti dai grillini per il reddito di cittadinanza”. Si sentono gli eredi del Msi, ma ora “siamo in sintonia solo con Alba Dorata”. CasaPound ha raccolto le firme necessarie e sarà in tutti i 63 collegi italiani. E visti i risultati recenti (9% a Ostia, 8% a Lucca, 7% a Bolzano), sono convinti di farcela. Oggi non saranno a Macerata, ma a Roma per ricordare le foibe.

La Pd Campana tifa per i diritti di tutti (ma non se paga lei)

Era responsabile welfare e diritti del Partito democratico, al tempo stesso faceva lavorare con contratti a progetto il suo assistente parlamentare che finirà poi per risarcire, in cambio della consegna del silenzio. Ha la potenza evocativa del contrappasso biblico (o di certe barzellette) la vicenda che ha per protagonista Micaela Campana, deputata romana e membro della direzione nazionale del Pd, portata in palmo di mano nella segreteria renziana, rimasta impigliata in Mafia Capitale ma ricandidata – come nulla fosse – in un posto sicuro. Corre nel collegio 3 del Lazio, appena dietro la pigliatutto Boschi e Roberto Morassut. Praticamente già eletta.

Occhi azzurri, di bella presenza, la Campana è partita da Casalbertone, periferia est della Capitale, per una carriera formidabile cui contribuisce il suo ex collaboratore, Stefano Barbieri, da lei inquadrato nel giro di tre anni con quattro co.co.co a progetto, forma contrattuale che il Jobs Act di Renzi avrebbe soppresso perché “precaria”, pur svolgendo – stando al verbale di conciliazione – un lavoro a tempo pieno con vincolo di subordinazione. Tra mansioni anche delicate, come rispondere alle pressioni del ras delle coop Salvatore Buzzi.

Avanti così dal 24 ottobre 2013 al 31 agosto 2016, mentre in pubblico la deputata proponeva di sé l’immagine della paladina dei diritti, in coerenza con l’incarico ricevuto dal partito: esterna su precariato e bullismo, fa da relatrice alle Unioni civili, ancora ad agosto 2016 promuove la “Festa nazionale dei diritti” a Reggio Emilia. Quel mese lui si dimette.

Otto mesi dopo si ritrovano davanti al giudice del lavoro di Roma. Ad aprile 2017 lui la trascina in tribunale per vedersi riconoscere la natura subordinata del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, con conseguente riconoscimento delle differenze retributive derivanti l’eventuale conversione del rapporto. In soldoni le chiede 33 mila euro tra compensi, mancato preavviso e Tfr.

Per evitare una condanna sicura e conseguente “rumore” l’onorevole finisce per seguire il consiglio del giudice a raggiungere un accordo di conciliazione stragiudiziale poi siglato a luglio. Un accordo che il Fatto ha letto e non pare del tutto “onorevole”: lei si impegna a versare 16 mila euro, e cioè metà di quanto richiesto – tra mensilità, oneri previdenziali e tutto il resto – lui dovrà rinunciare a ogni altra pretesa e accettare una clausola di riservatezza che lo impegna al silenzio tombale, “pena il risarcimento del danno”.

Da allora l’ex assistente è più muto d’un pesce, alla prima domanda riappende e se richiamato non risponde. Parla invece la Campana. “L’assistente – precisa – non era pagato in nero e gli ho versato tutti i contributi. All’epoca si poteva fare quel tipo di contratto e sfido chiunque a dire che era irregolare o scorretto, il giudice non lo scrive”. Perché allora ha pagato quei 16 mila euro? “Bisogna chiederlo al giudice che ha caldeggiato un accordo tra le parti. Lo abbiamo raggiunto, ma non c’è scritto da nessuna parte che era un contratto erroneo”. Perché la consegna del silenzio, c’era in ballo la ricandidatura?

Da una parte è chiaro che sarebbe stato motivo di imbarazzo per il Partito democratico – teorico custode di certa tradizione, in fatto di diritti dei lavoratori – se fosse venuto fuori che l’onorevole che parlava in pubblico di conquiste sociali e diritti, a nome di tutto il partito e per volontà di Matteo Renzi, li tradiva poi in privato a spese del proprio collaboratore. Ne sa qualcosa Khalid Chaouki, coordinatore dell’Intergruppo cittadinanza e immigrazione del Pd: citato in giudizio dalla sua per omessi versamenti, come ha svelato sempre il Fatto pochi mesi fa, ha pagato tutto ma non è stato ricandidato. D’altra parte va detto però che il Pd, non da ora, fa sempre quadrato attorno alla Campana.

Che sia l’ex moglie di Daniele Ozzimo, l’ex assessore di Ignazio Marino condannato a 2 anni e 2 mesi nell’inchiesta sul Mondo di Mezzo non importa. Neppure che sia finita (non indagata) nelle carte di Mafia Capitale per l’sms del 2014 a Salvatore Buzzi in cui scriveva: “Bacio grande capo”. E neppure la reticenza con la quale due anni dopo ha testimoniato in aula con i suoi 39 “non ricordo” che le sono costati la trasmissione degli atti da parte del giudice alla Procura per l’ipotesi di falsa testimonianza. Lo dicono i fatti: a maggio 2017 è rinnovata nella direzione nazionale del partito. A luglio poi la sua delega passa a Giovanni Lattanzi, ma la Campana non resta a mani vuote. Sarà ricandidata per un altro giro di giostra nel collegio Guidonia-Velletri. In posizione onorevole e tutt’altro che precaria.

Rosso di 3,5 miliardi. Chiuse 435 filiali, 1.800 lavoratori a casa

Mps ha chiuso in rosso di 3,5 miliardi di euro il suo primo anno di “normalizzazione”, con una perdita di 502 milioni nell’ultimo trimestre. A fine 2016 il segno meno era di 3,2 miliardi. La fetta preponderante del buco è ancora legata alla dismissione di 24,2 miliardi di crediti deteriorati. D’altronde, la pulizia del portafogli è uno dei quattro pilastri del piano di ristrutturazione concordati a inizio 2017 con Ue e Bce per permettere allo Stato di salvare Mps, divenendone socio al 68%, grazie a un investimento di 5,4 miliardi. “Stiamo attuando il piano di ristrutturazione, anche se il processo è stato più lungo del previsto”, ha detto l’ad, Marco Morelli. Nell’ultimo trimestre, l’ammontare dei conti correnti e dei depositi è rimasto stabile, ma da fine 2016 a settembre erano saliti di 11 miliardi, raggiungendo quindi l’obiettivo che il piano di ristrutturazione fissava al 2019. Per quel che riguarda i tagli ai costi, “sono state già realizzate 1.800 uscite di personale attraverso il Fondo di Solidarietà (38% del target al 2021) – ha spiegato la banca – e chiuse 435 filiali da gennaio 2017 a gennaio 2018 (circa 70% del target al 2021)”.

Con le elezioni si ricordano anche della scuola

La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ne aveva fatto una questione di principio: fondamentale alzare lo stipendio dei docenti. “Il doppio” aveva detto a giugno in tv. All’ultimo meeting di Rimini aveva ribadito l’ingiustizia sul fatto che la retribuzione dei docenti fosse la più bassa di tutta la Pubblica amministrazione. E così, una delle maggiori novità del contratto nazionale dei docenti firmato ieri è proprio l’aumento stipendiale arrivato a ridosso delle elezioni e con una spaccatura sindacale.

I numeri. Il rinnovo riguarda circa 1,2 milioni i dipendenti del comparto istruzione. Oltre un milione nella scuola, 53 mila negli atenei, 24 mila negli enti di ricerca e 9500 nell’Afam, l’Alta formazione artistica e musicale. La firma arriva dopo otto anni dal blocco della contrattazione del 2009 e dopo tre anni dalla sentenza della Corte Costituzionale che nel 2015 ne ha dichiarato illegittima la prosecuzione. Il 30 novembre 2016 c’è stata quindi una intesa tra il governo e i sindacati che prevedeva un aumento mensile per i dipendenti della Pubblica amministrazione di almeno 85 euro.

Aumenti. A tutti i lavoratori sarà riconosciuto l’aumento di stipendio previsto da quell’intesa. Si aggiunge un riconoscimento per valorizzare la professionalità. L’incremento complessivo medio è di 96 euro al mese per i docenti delle scuole (vanno da 80,40 euro a 110) e di 105 euro al mese per i docenti dell’Afam. Per gli Ata (bidelli, tecnici, amministrativi) delle scuole l’incremento medio è di 84,5 euro (si va da un minimo di 80 a 89 euro), per l’università di 82 euro, per ricercatori e tecnologi di 125 euro, per l’area amministrativa della ricerca di 92 euro, per l’Asi di 118 euro.

Bonus merito.Con questo contratto si certifica il flop di uno dei simboli della Buona Scuola. Il 60 per cento della quota per il Bonus di merito che i dirigenti potevano destinare ai docenti più bravi confluirà negli aumenti di stipendio, il resto sarà contrattato a livello di istituzione scolastica.

Proteste. L’accordo è stato sottoscritto ieri mattina alle 7.55 a dopo una lunga notte di trattative: lo hanno però siglato solo Flc Cgil, Cisl e Uil. Non hanno firmato Gilda degli insegnanti e Snals. “Le risorse economiche stanziate dal Governo non consentono di colmare la forbice stipendiale tra il personale della scuola e quello degli altri comparti del pubblico impiego – ha detto Rino Di Meglio, coordinatore nazionale Gilda – e soltanto 80 dei 200 milioni del bonus per il merito sono confluiti nella retribuzione. Tutto il resto è stato destinato alla contrattazione di istituto per la valorizzazione del personale”.

Mobilità. Critiche anche sulla questione mobilità. Il contratto prevede infatti che la mobilità, ovvero la possibilità da parte degli insegnanti di richiedere il trasferimento in un’altra sede, resti annuale. Qualora però si sia ottenuta la sede richiesta, la domanda di trasferimento successiva potrà essere richiesta dopo tre anni. Un modo, nelle intenzioni di governo e sindacati, di trovare un equilibrio tra le necessità degli insegnanti e la garanzia di una minima continuità scolastica per gli alunni.

Positività. Resta invariato l’orario di servizio, non vengono introdotti compiti aggiuntivi obbligatori e non retribuiti né per la formazione, né per l’Alternanza Scuola-Lavoro (il tutoraggio per quest’ultima sarà pagato a parte) e il Collegio dei Docenti mantiene la prerogativa di deliberare il piano delle attività

In sospeso. Rinviate alle prossime contrattazioni le questioni di tipo disciplinare e sanzionatorio per i docenti che dovessero tenere comportamenti inopportuni.