“Molti dei gruppi editoriali vedono al loro interno azionisti con forti interessi in settori come l’energia, le costruzioni, il credito e le assicurazioni, i servizi autostradali, l’auto, dove le politiche pubbliche giocano un ruolo fondamentale”
(da “Notizie S.p.A – Pluralismo, perché il mercato non basta” di Michele Polo – Laterza, 2010)
Tra il formalismo burocratico e la retorica istituzionale che condizionano in genere l’attività delle nostre Autorità di garanzia, quella preposta alle Comunicazioni ha celebrato nei giorni scorsi il suo ventesimo anniversario. Per definizione, le Authority dovrebbero essere indipendenti. Ma in realtà dipendono dalla partitocrazia e anche dai propri “controllati” che per legge obbligatoriamente le finanziano, fino a rappresentare per l’Agcom il 99% delle entrate (Relazione Corte dei conti 2010-2012).
Il caso dell’Autorità presieduta attualmente da Angelo Marcello Cardani, nominato dal fu governo Monti e preceduto nel tempo prima da Enzo Cheli e poi da Corrado Calabrò, è a suo modo emblematico. Istituita nel 1997 dalla legge Maccanico, avrebbe dovuto innanzitutto contenere e regolare il duopolio televisivo costituito da Rai e Mediaset che a tutt’oggi rappresenta l’80% della tv in chiaro e detiene con Sky il 90% dei ricavi complessivi del settore (Rapporto R&S). E per quanto riguarda l’impero del Biscione, avrebbe dovuto ridurre la sua concentrazione, televisiva e pubblicitaria, da tre a due reti.
Sappiamo tutti che così non è stato e basterebbe già questo a dire che l’Agcom non ha realizzato uno dei suoi compiti principali. Non vi riuscì sotto la presidenza Cheli che in realtà non tentò neppure di farlo; né sotto quella di Calabrò, a cui va riconosciuto un impegno nella regolamentazione della telefonia e in particolare di quella mobile; né tantomeno sotto quest’ultima presidenza, caratterizzata da un “cerchiobottismo” spacciato per equilibrio e indipendenza.
A parte il settore televisivo e qualche incauta incursione sul terreno minato della par condicio, l’Authority di Cardani s’è distinta per aver autorizzato l’infausta fusione tra il gruppo editoriale L’Espresso a La Stampa della Fiat, appellandosi impropriamente alle “economie di scala” e invadendo il campo dell’Antitrust. Ed è venuta meno così alla sua funzione fondamentale di tutelare il pluralismo dell’informazione e la libera concorrenza.
Per non adempiere ai suoi compiti, l’Agcom dispone – come l’Autorità sull’Energia o quella sui Trasporti e come pure Consob – di due sedi: una definita “principale”, a Napoli, per affittare la quale spende 1 milione e 671 mila euro all’anno; l’altra “secondaria”, a Roma, per la quale spende altri 2 milioni e 100 mila euro annui. Uno spreco di Stato, tanto più che le “missioni” dei funzionari da Roma a Napoli vengono rimborsate a titolo di trasferte, seppure calcolate ora a forfait, con “un effetto incrementale delle spese logistiche” com’è scritto nella stessa relazione della Corte dei conti. Tutto ciò per un costo totale del personale, fra dirigenti e non dirigenti, che supera i 50 milioni di euro all’anno.
Non è irriguardoso, perciò, chiedersi oggi se il gioco valga ancora la candela. Un’Authority senza autorità non serve a nessuno, tranne che forse ai propri dipendenti. In nome della vituperata spending review, non sarebbe il caso allora di trasferire le sue competenze di regolazione al ministero dello Sviluppo economico e unificare quelle che attengono alle concentrazioni e alle “pratiche commerciali scorrette” sotto la responsabilità dell’Antitrust?