In 5 anni 14 milioni di italiani resteranno senza il medico

A lanciare la richiesta di “soccorso”, questa volta, sono i medici italiani. Se non si interviene alla svelta, il numero di camici bianchi nel servizio sanitario nazionale rischia di decimarsi nel giro di pochi anni. Da qui al 2028, più di 80 mila andranno in pensione e, applicando gli attuali meccanismi del turn-over, solo una parte di essi potrà essere sostituita. Lo scenario viene fuori da un report redatto dalla Federazione medici di medicina generale (Fimmg) insieme al sindacato dei medici dirigenti Anaao. La scarsità di dottori impatterà inevitabilmente sia sui medici di base sia su quelli ospedalieri.

Secondo lo studio, nei prossimi cinque anni 45 mila medici andranno a riposo. Allargando a dieci anni, invece, le uscite saranno 80.676: di questi, 33.392 sono medici di base. Considerando che ogni anno le borse per il corso di formazione in medicina di base sono solo 1.100 circa, quindi 11 mila in tutto il decennio, 22 mila posizioni resteranno scoperte. Secondo i calcoli, l’anno più difficile sarà il 2022, quando in 3.900 andranno in pensione e a subire le maggiori conseguenze saranno Sicilia, Lombardia, Campania e Lazio. Non è invece ancora possibile calcolare quanti dottori ospedalieri potranno essere rimpiazzati. Certo è che entro il 2028 ci saranno 47.284 pensionamenti ma, come ha spiegato Carlo Palermo, vice segretario nazionale dell’Anaao, “non sappiamo quando saranno banditi i concorsi da parte delle Regioni e per quali numeri, e inoltre va ricordato che in varie Regioni è ancora in atto il blocco del turn-over parziale o totale”.

Subentra allora un altro problema: il rigido numero chiuso nelle scuole di specializzazione. Ogni anno c’è posto solo per 6.500 neolaureati in Medicina. Secondo le associazioni, ne servirebbero come minimo 8.500. Perché gli specialisti che vi entrano vanno poi divisi tra ospedali, ambulatori, università e strutture private. Difficile quindi che con gli attuali numeri si riescano a coprire tutti i 45 mila pensionamenti in programma. Non finisce qui: dal 2017 è possibile cambiare cassa di previdenza senza costi per la ricongiunzione; questo, come spiega il segretario Anaao Costantino Troise, “è un formidabile incentivo per i medici a scappare dagli ospedali pubblici”. Inoltre, la sanità statale ha il contratto bloccato da nove anni e l’imminente rinnovo non permetterà di recuperare tutti gli aumenti stipendiali persi: un altro fattore che potrebbe determinare una fuga verso le strutture private, dove si guadagna di più. Insomma, la scopertura nell’organico potrebbe non dipendere solo dai pensionamenti.

Le associazioni puntano il dito contro la politica, imputandole una scarsa attenzione alla questione. “Ci auguriamo – ha detto il vice segretario nazionale Fimmg, Fiorenzo Corti – che il prossimo governo affronti il problema in modo serio. In campagna elettorale sembra che il nostro allarme non sia raccolto da nessuno”. Nel frattempo, il numero di giovani medici italiani che emigra è in aumento, in particolare verso la Germania. Se nel 2009 erano 369 a chiedere la documentazione al ministero per esercitare la professione all’estero, nel 2014 sono diventati 2.363. Secondo l’Anaao, questo porterà a un paradosso: quando saranno riaperti i concorsi, nel nostro Paese scarseggeranno i camici bianchi – ormai espatriati – e arriveranno in tanti dai Balcani, in cerca di stipendi migliori.

La spesa pubblica che l’Italia destina alla Sanità, poi, secondo gli operatori, è insufficiente. In questi anni, si è assistito a un fisiologico aumento delle risorse, ma ben al di sotto delle previsioni. Il fondo nazionale, infatti, sarebbe dovuto arrivare a oltre 122 miliardi nel 2018, ma con i tagli si è fermato a 113. È più o meno il 6,5% del Pil, percentuale che, avverte Troise, “dovrebbe crescere di almeno mezzo punto per far fronte ai costi delle tecnologie, dei nuovi farmaci e dello sblocco del turn-over”. E a pagare il conto di quello che di fatto è un definanziamento sono le famiglie, che nel 2016 hanno dovuto sostenere il 22,7% di tutta la spesa sanitaria.

Omicidio di Pamela, interrogati ieri altri due sospettati

È caccia ai complici dello scempio sul corpo di Pamela Mastropietro che, secondo i risultati della seconda autopsia, non può che essere opera di più persone e con abilità specifiche. Un nigeriano bloccato a Milano mentre stava andando in Svizzera, e un connazionale – forse una donna – rintracciato a Macerata, entrambi interrogati dai carabinieri fino a tarda sera ieri. I nuovi sospettati, non in stato di fermo, sono ancora sotto torchio nell’ambito dell’indagine sulla morte della 18enne romana che vede già indagati per omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere due pusher nigeriani: Innocent Oseghale, arrestato, che abitava nella casa di via Spalato dov’è morta Pamela, per overdose o uccisa, e Desmond Lucky, tuttora in libertà, chiamato in causa da Oseghale come fornitore di una dose di eroina alla 18enne. Gli altri due nigeriani, secondo gli inquirenti, potrebbero aver contribuito a sezionare e occultare il cadavere della 18enne, fatto a pezzi e ritrovato in due trolley a Pollenza (Macerata). L’autopsia bis, eseguita ieri da un pool di medici legali dell’Università di Macerata, non ha chiarito le cause del decesso.

Sua eccellenza Minniti in Cirenaica

Il Maresciallo d’Italia Marco Minniti, Ministro dell’Interno, parla al Popolo italiano dopo la visita nelle aride sabbie di Libia: “Ho fermato gli sbarchi”, pronuncia con virile fermezza, “contate su di me”. L’aspra lotta che da mesi si conduce sul suolo d’Africa per bloccare le partenze dei tripolitani verso le coste italiche ha raggiunto l’agognata tregua: “Se voi avete un problema di sicurezza, io sono la persona giusta da votare”, dice il Ministro ai cittadini di Pesaro che l’accolgono in tripudio presso l’aeroporto insieme ai rappresentanti della stampa.

Con semplice rito militare, saluta e rassicura la folla: “Sono in servizio permanente effettivo per questo territorio”. Allo squillo del trombettiere sahariano appositamente prelevato dalla colonia, il Generale, che parla tutti i dialetti tribali di quelle terre, riferisce dell’incontro avuto coi capi-tribù libici: “Il sultano dei Tuareg mi prese da parte: ‘Lei è l’inviato di Dio’, mi disse. ‘Mi deve promettere che impedirà ai miei figli di diventare trafficanti di esseri umani’”. La folla esplode in grida di giubilo, mentre lo schieramento dei potenti apparecchi che si stagliano contro il cielo testimonia l’alta efficienza della nostra Arma.

Il Generale, salutato da vessilli e scritte inneggianti, leva alta nel cielo marchigiano la scintillante spada avvolta dal Tricolore a siglare il patto dell’Italia con le tribù libiche. “L’accordo”, scandisce valoroso, “è un patrimonio dell’Italia di cui dovremmo essere orgogliosi”. La legge nostra è schiavitù d’amore, il nostro motto è libertà e dovere. Non avesse il capo virilmente glabro, nei capelli avrebbe ancora un po’ di sabbia del deserto: “Avevo previsto”, dice, cancellando dalla bandiera italiana l’ombra del tradimento. Egli aveva previsto, perciò ha assicurato i cirenaici nelle confortevoli pensioni libiche piuttosto che esporli al rischio nelle strade di Macerata.

Le immagini del viaggio vengono consegnate alla stampa: nell’oasi di Cufra il Generale Minniti appare a cavallo dalla sommità di una duna. Dopo aver passato in rassegna gli Ascari schierati, è preso da parte dal sultano dei Tuareg, col tradizionale turbante che ne cela il volto, che proferisce le citate parole. Il profilo virile del Generale è illuminato da un raggio del sole africano quando promette: “Una volta combattuta l’illegalità, una volta costruita la legalità, si potranno avere anche dei canali d’ingresso legali”. Gli indigeni gli baciano le mani, credendolo inviato da Dio ne inneggiano il nome. Ma schivando le riverenze dei fedelissimi sudditi dell’Italia imperiale, il Generale giura fedeltà alla Patria e protezione alle popolazioni indigene; ivi viene subito eretto un cippo marmoreo.

Mentre sfilano 18 cammelli donati dai Tuareg personalmente al segretario del Partito (il quale con la notoria modestia non rivendica il successo della Libia), Sua Eccellenza Minniti congeda la folla: ufficiali, soldati, aviatori, donne sorridenti, fanciulli festanti: il Popolo italiano tutto gli si fa da presso. “Non è un successo del Pd. È un patrimonio del sistema paese”, scolpisce a imperitura memoria.

Gli italiani ne accolgono grati le parole con la fermezza consapevole dei popoli che hanno molto vissuto, molto sofferto, molto combattuto. Mai più il sacro suolo d’Italia verrà profanato. In questa guerra contro lo straniero è impegnato tutto quello che siamo e che possediamo: quanto si estende al sole dalle Alpi a Marsala, il grano appena falciato, il grappolo ancora sul tralcio, l’olivo che comincia a inverdire, le opere luminose dei padri.

(nota: le frasi di Minniti sono vere e sono contenute in un colloquio pubblicato da Repubblica l’8 febbraio)

Retromarcia Viminale e alla fine manca solo il Pd

Marco Minniti voleva fermare la manifestazione antifascista di oggi a Macerata, se ne trova davanti tre. Quella di oggi, alla quale partecipano oltre alla Fiom, all’Arci, e ad alcuni circoli dell’Anpi, i partiti Liberi e uguali, Potere al Popolo e +Europa; una il 18, locale, sempre a Macerata; e poi quella del 24 febbraio a Roma, promossa dall’Anpi nazionale, alla quale aderiscono subito la Cgil con Susanna Camusso e il Pd, con Maurizio Martina. Tentativo di esserci contro il razzismo (ma non oggi).

Il centrosinistra si muove in ordine sparso: la vicenda evidenzia tutte le contraddizioni rispetto al tema dell’immigrazione. Decisiva è stata la nota dell’Anpi, che ieri mattina chiedeva formalmente “alle autorità competenti” di autorizzare la manifestazione di oggi. Ribadendo, comunque, l’intenzione di non aderire come associazione avendo accolto “l’appello del sindaco di Macerata” pur essendo stata una “scelta sofferta”. E chiarendo che l’Associazione nazionale non ci sarà, ma che “non si esclude la partecipazione dei singoli”.

Tutto era iniziato con la richiesta del sindaco del Pd, Romano Carancini, di annullare la manifestazione che era stata indetta da Anpi, Arci e Cgil per oggi. I promotori avevano risposto all’appello. Minniti aveva rilanciato a Pesaro (dove è candidato all’uninominale) avvertendo chi aveva intenzione di scendere in piazza comunque: “Ci penserà il ministro dell’Interno ad evitare tali manifestazioni”. Così non è stato. Giovedì la Fiom ha rotto il fronte, annunciando che oggi sarebbe stata in piazza. Seguita da alcuni circoli di Arci e Anpi. Nel frattempo i partiti di centrosinistra si laceravano: il Pd si trincerava dietro dichiarazioni tutte del tenore “è stata una richiesta del sindaco”. Il quale, però, è in contatto perenne con i vertici del Nazareno. Mentre Liberi e uguali, pur nella unanime condanna del divieto di manifestare, si divideva: gli ex Sel pronti a scendere in piazza, restii i leader di Mdp, da Bersani e D’Alema in poi.

Dopo la presa di posizione dell’Anpi, ieri pomeriggio, era arrivata pure quella dell’Arci nazionale. “Si faccia di tutto per evitare che a un corteo promosso per condannare la sparatoria contro sei giovani stranieri, per riaffermare i valori della nostra democrazia e della Costituzione, venga impedito di sfilare” l’appello della presidente nazionale Francesca Chiavacci a Minniti.

Al Viminale, però, vengono presi alla sprovvista. Nessuna dichiarazione ufficiale. Per arrivare alla decisione, scaricata sul prefetto di Macerata, Roberta Preziotti, ci vuole mezza giornata. È delle 17,30 la notizia che il corteo è autorizzato. A questo punto, Liberi e uguali formalizza la delegazione che sarà in piazza oggi. Oltre a Pippo Civati e Nicola Fratoianni, ci saranno una serie di parlamentari e europarlamentari, tra i quali anche Davide Zoggia, in rappresentanza di Mdp. Leu fa sapere che parteciperà non solo a quella di oggi, ma a ogni manifestazione antifascista. Sarà presente l’Anpi Roma e poi il presidente e il vice presidente nazionale dell’Arci Francesca Chiavacci e Massimiliano Bianchini con una delegazione. Con la Fiom ci sarà Gino Strada di Emergency. Una delegazione anche di +Europa, guidata da Riccardo Magi, segretario di Radicali italiani. Presente anche Potere al Popolo. Il Pd non ci sarà. I leader saranno sul territorio a fare campagna elettorale in ordine sparso: Renzi a Perugia, Delrio a Reggio Emilia, lo stesso Minniti a Salerno (con l’uomo delle “fritture”, Franco Alfieri), la Boschi a Bolzano. Paolo Gentiloni, che proprio nel collegio di Macerata è capolista al proporzionale, ieri ha inaugurato la sua campagna nelle Marche. Ma a San Benedetto del Tronto. Dice: “Non consentiremo a nessuno di minimizzare comportamenti criminali. La giustificazione del fascismo è fuori dalla Costituzione”. Parole chiare. Ma a distanza di sicurezza.

Spara dopo una critica. Quattro feriti e il ragazzo è in fuga

Pisa ha vissuto una giornata di paura per una sparatoria avvenuta intorno alle 11.30 nel quartiere Cep, rione popolare periferico di Pisa. Un giovane italiano, Patrizio Giovanni Iacono, 21 anni, con precedenti per rapina e altri reati contro il patrimonio, ha sparato ai clienti del bar “Tirreno” ferendone 4: tre italiani e un tunisino. All’origine del gesto non c’è odio razziale o ideologie nazifasciste, come era avvenuto a Macerata cinque giorni fa dove il 28enne Luca Traini ha sparato a un gruppo di immigrati ferendone sei. La furia del giovane sparatore di Pisa sarebbe scaturita da motivi banali: gli avventori del bar lo avrebbero rimproverato perché con la sua moto da cross faceva evoluzioni troppo pericolose nelle strade del quartiere. “All’inizio ha tirato fuori una scacciacani, poi è tornato poco dopo con una pistola vera e propria e ha cominciato a sparare ad altezza uomo”, hanno raccontato alcuni testimoni. Dopo la sparatoria il giovane è fuggito a bordo della sua moto. Nessuno dei feriti è in pericolo di vita. Immediatamente è iniziata la caccia all’uomo. Le due pistole utilizzate da Iacono per sparare ai clienti del bar sarebbero entrambe illegalmente detenute.

“Sarò là col cuore, ma non siamo pronti”

Non ci sarà oggi il sindaco di Macerata, Romano Carancini alla manifestazione antifascista. Una decisione che spiega così: “Non ero e continuo a non essere d’accordo con la necessità di manifestare a pochi giorni da queste tragedie che ci hanno colpito, ma sarò presente con il cuore accanto a ogni forza democratica che sfilerà per la città”.

Mentre, invece, parteciperà alla manifestazione contro il razzismo, indetta per il 18 febbraio prossimo con le associazioni locali, compreso il Pd. Questo la fa apparire di parte, lo sa, vero?

È un rischio che corro con la coscienza a posto, convinto che la città abbia bisogno di tempo per elaborare il lutto per un dolore che l’ha dilaniata. Il 18 manifesteremo con tutta la città anche con chi non ha mai manifestato, pur essendo antifascista e lo faremo fin sotto al Monumento dei Caduti. Oggi prevedo che larga parte della città non sarà presente perchè non è ancora pronta. Il nostro sarà un cammino più lento e più profondo. L’ho provato a spiegare a Grasso dicendogli che Macerata non è Roma, qui bisogna arrivare fin dentro l’anima delle persone non volando.

Sia sincero, ripeto, se oggi ci fosse anche il Pd a manifestare, lei ci sarebbe?

Assolutamente no.

C’è chi l’ha definita un “sindaco balbettante”…

È una critica che mi ha profondamente offeso. Sul mio antifascismo non ci sono ombre. Lo dico chiaro e tondo a chi mi vorrebbe far apparire tentennante rispetto alla difesa di valori imprescindibili, quali quelli della Resistenza. Ho definito la sparatoria: rappresaglia fascista, convinto che le parole muovano le persone nel bene e nel male, quindi, bisogna usarle essendo fedeli al loro significato.

Quelle usate da Matteo Salvini sono sempre molto chiare.

Parole che alimentano l’odio, soprattutto se a usarle è un leader politico che si candida alla guida del Paese. Sono componenti della miscela che ha portato a muovere una coscienza fragile, dentro un humus politico fascista, come quella di Traini. È inutile che ci giriamo attorno. E se queste persone andranno al governo esisterà un forte rischio di tenuta democratica dentro le nostro comunità.

Intanto però Casapound si candida e Forza Nuova spadroneggia per le strade esibendo il saluto fascista. Non ritiene che dovrebbero essere messe fuori legge?

Lo sostengo da tempo e mi meraviglio che ancora non sia stato fatto.

Lei ripete, giustamente, che Macerata non si aspettava di diventare teatro di tanta atrocità e violenza, ma il disagio non nasce dal nulla, esisteva già.

Sì certo, esisteva, lo conoscevamo ma non in queste proporzioni e quindi dobbiamo lavorare con maggiore forza e incisività per rafforzare la convivenza civile che ha mostrato segni di cedimento ma che comunque ha basi solide.

Lei ha detto: “La decisione spetta alla Prefettura, io esprimo solo una convinzione basata sulle atmosfere della città”. Ora, dopo che la Prefettura ha autorizzato la manifestazione, si sente più tranquillo?

Hanno assicurato che non ci saranno problemi. Me lo auguro, ma io non sono sereno.

Oggi è il giorno di Macerata, con i poliziotti in ogni angolo

Quella che si prepara ad accogliere la manifestazione antifascista è una città sospesa fra sgomento e paura. Una città scombussolata, addolorata dalla violenza contro una povera ragazza e contro esseri umani colpevoli solo del colore della pelle. Una città, ancora, che non si rivede nei tanti messaggi di solidarietà all’autore della tentata strage fascista che continuano a pervenire al suo avvocato.

Macerata impaurita al punto che ieri molte signore sono scese da casa per portare da mangiare ai poliziotti che, in tenuta antisommossa, presidiano le strade, quasi in segno di ringraziamento e a volersi assicurare una sorta di protezione preferenziale. Macerata che, fino alla tragedia – come tutte le tragedie umane senza colore – a cui si è aggiunta la sparatoria razzista che ha seminato terrore era, rispetto agli altri capoluoghi di provincia della Regione Marche, forse, la città più assonnata. Poi d’un tratto si è ritrovata palcoscenico della crudeltà e della violenza fascista. Un salto troppo grande per poter essere digerito in così poco tempo.

“È innegabile che, quando a commettere delitti così efferati è un immigrato, appare immediato, più semplice da digerire perchè scatta una sorta di autoassoluzione come se, l’autore, fosse un corpo estraneo, ma non è giusto” spiega una elegante e colta signora che incontriamo dinanzi allo Sferisterio. “Lo confesso, io a volte rinuncio ad andare a comperare il pane dove stazionano gli immigrati per chiedere l’elemosina perché non riesco a incrociare il loro sguardo implorante ed entrare facendo finta di nulla, ma alla fine della settimana è un costo che pesa sulla mia povera pensione”, ci racconta un’arzilla signora, che aggiunge: “Ho 80 anni e vivo sola”. Chiedono l’elemosina, vendono calzini, fanno i tassisti abusivi e spacciano anche. È il mondo di chi, arrivato alla ricerca di un lavoro, quando il lavoro stava finendo anche qui, si è trasformato in vite umane a perdere che vagano da città a città, da paese a paese, da treno a treno, ogni giorno, con pesanti borsoni sulle spalle. Basti pensare che le province di Macerata e Fermo erano il distretto calzaturiero più grande d’Europa e uno fra i più grandi al mondo. Fabbriche che producevano scarpe di qualità per soddisfare un mercato che non sembrava mai sazio. E la forza lavoro era soprattutto rappresentata da immigrati perfettamente integrati nel tessuto sociale. Poi la crisi ha spazzato via le fabbriche, non passa giorno che non ne chiuda una, messo in ginocchio il terziario che viveva di riflesso e i primati di allora, il più alto numero di Ferrari Testarossa a Montegranaro, sono divenuti un lontano ricordo.

“È tutta colpa dei politici che, invece di trovare soluzioni ai problemi che affliggono noi cittadini, pensano alle loro poltrone”, è il commento che ci consegna un ragazzo che domani, dice parteciperà al corteo “perché è un dovere civico”. Il corteo della sinistra, più o meno unita, per ricordare i fatti della settimana scorsa, percorrerà il miglio rosso: partenza e arrivo ai giardini Diaz, la grande area verde, compiendo il giro ad anello attorno alle mura della città. Nessun passaggio, dunque, a meno di sforamenti alla regola, in via dei Velini, dove si è consumato un pezzo della sparatoria folle di Luca Traini, e davanti al Monumento ai Caduti, luogo dove il 28enne di Tolentino si è fatto arrestare, fasciato dal tricolore. Macerata è blindata per cercare di limitare i danni di un evento di questa portata. E solo oggi capiremo se la città, le sue istituzioni saranno in grado di affrontare una prova del genere. Non mancano gli interrogativi come la viabilità, i vigili urbani sarebbero in difficoltà, sia come pianta organica che come dotazione di mezzi e di segnaletica per rendere meno pesante l’impatto sulla circolazione. Mentre l’apparato di sicurezza, visti i precedenti di giovedì sera con Forza Nuova, dovrebbe essere calibrato. La concentrazione è stata fissata per le 14.30. “Fino a giovedì sera”, spiega un portavoce della sinistra antagonista “la partenza era da piazzale della stazione. Ma il pacchetto di partecipanti è più cospicuo e la vecchia soluzione non reggerebbe. Sarà un corteo di protesta non violento”. Le scuole, di ogni ordine e grado, resteranno chiuse. Dalle 13.30, inoltre, il trasporto pubblico subirà uno stop nel territorio comunale maceratese fino alle 20, orario in cui la manifestazione dovrebbe concludersi. Nessuna certezza sul numero dei partecipanti considerando che alcune associazioni e organismi vicini alla sinistra, Anpi, Arci, Cgil (d’accordo sull’ipotesi di una manifestazione generale a Roma il 24 febbraio) sono spaccate al loro interno sull’opportunità di essere presenti. La Fiom ci sarà e non mancherà neppure Karim Franceschi, il senigalliese che negli anni scorsi ha preso parte al conflitto armato nel territorio curdo-siriano del Rojava contro l’avanzata dello Stato islamico.

Ruby ter, l’olgettina Giovanna Rigato chiede rito abbreviato

Ha chiesto il rito abbreviato, smarcandosi dalle altre “olgettine”. È una scelta a suo modo originale quella di Giovanna Rigato, imputata per falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari in uno dei filoni del procedimento Ruby ter assieme a Silvio Berlusconi, che ieri ha depositato al gup Maria Vicidomini un’istanza per essere giudicata con rito abbreviato, condizionato alle deposizioni di due testimoni, tra cui la showgirl Francesca Cipriani, anche lei imputata nel procedimento. Il gup nell’udienza di lunedì prossimo dovrà decidere se accogliere l’istanza e se non verrà concesso l’abbreviato condizionato, l’imputata potrà chiedere e ottenere, senza valutazioni del gup, l’abbreviato senza ascolto di testimoni. E così potrebbe arrivare a breve alla prima sentenza sul caso Ruby ter. Al centro del filone che verrà tratto nell’in udienza preliminare ci sono i versamenti più recenti di Berlusconi, fino all’autunno 2016, a Aris Espinosa, Elisa Toti, Miriam Loddo e alla stessa Rigato sempre in cambio, secondo la tesi dell’accusa, del loro silenzio nei processi sul caso Ruby.

Soldi, controlli e tradimenti. M5S ha paura di nuovi casi

E ora i 5Stelle hanno paura. Paura che la loro bandiera, quella dei soldi restituiti ai cittadini, venga macchiata da altri casi. Timore che le foto dei tanti restitution day tenuti nel corso degli anni, con gli assegnoni, le bandiere e i parlamentari assiepati dietro Beppe Grillo, diventino istantanee che raccontavano una verità parziale. Nella quale annunci e versamenti non coincidevano.

I casi di Carlo Martelli e Andrea Cecconi, parlamentari uscenti e ora capilista, scoperti nel restituire meno di quanto dichiarato sul sito www.tirendiconto.it, agitano tutto il Movimento. Perché è in gioco il dogma delle restituzioni, ossia l’obbligo per tutti i parlamentari di destinare a un fondo per le piccole e media imprese metà degli stipendi e i rimborsi non utilizzati. E ora si rincorrono voci su altri nomi, altri casi. E chissà se ce n’è traccia nel servizio su Cecconi e Martelli de Le Iene, il programma da dove hanno segnalato ai 5Stelle che qualcosa non tornava. E che pubblicherà il suo servizio domenica mattina sul sito, pare per schivare la par condicio che vige in tv.

Di certo arrivano da lì i controlli e la scomunica. Con Martelli e Cecconi spinti a firmare “un atto di rinuncia alla elezione”, lo stesso sottoscritto dall’ex consigliere comunale Emanuele Dessì (inefficace giuridicamente). E ormai scaricati. Perché il procedimento disciplinare a loro carico davanti al collegio dei probiviri di cui parlava il blog domenica ha già preso una strada precisa. “Luigi Di Maio ha chiesto al collegio di espellerli” hanno fatto sapere dal M5S. E in giornata il candidato premier ha confermato il pollice verso: “Non ho voluto parlare direttamente con Cecconi e Martelli perché mi hanno molto deluso. Sono dell’idea che chi fa queste cose debba andare fuori dal Movimento”. Toni opposti a quelli usati giovedì sera, quando Di Maio si era detto “orgoglioso” per il passo indietro dei due, “perché solo dei portavoce del M5S possono fare una scelta del genere”.

Ora Cecconi e Martelli, parlamentari di peso (uno era presidente dei deputati, l’altro è stato capogruppo) sono già tra gli indesiderati. Perché la base è nervosa, ansiosa di capire. E perché la paura di altri casi cresce. “Stiamo facendo le verifiche, ma è complicato” sussurrano. La verità è che finora non c’è stato alcun controllo sullo strumento principe della trasparenza, il sito in cui ogni mese i parlamentari rendicontano le loro spese e allegano copia del bonifico con cui restituiscono il dovuto. Altrimenti, per dire, la senatrice Enza Blundo avrebbe dovuto ricevere da tempo una richiesta di chiarimenti da parte del gruppo: da marzo 2014 a settembre 2015 sul sito non risulta nessuna copia di bonifico allegato, nonostante lo status del suo profilo sia verde (ovvero in regola con le restituzioni). Glielo abbiamo chiesto noi, ieri, e la Blundo ci ha spiegato che probabilmente l’errore è da attribuirsi al suo collaboratore (“all’epoca se ne occupava lui”) e che non ha “nessun problema” a dimostrare i versamenti fatti in quei 18 mesi di buco. Ma il nodo dei controlli riguarda anche il fondo a cui quel denaro è regolarmente riversato: le cifre dichiarate durante i restitution day corrispondono a quelle depositate al Mise o sono state calcolate in base alle libere dichiarazioni dei parlamentari? I Cinque Stelle giurano: prima delle elezioni ci sarà un evento pubblico in cui verrà mostrato, euro per euro, il lavoro fatto in questi anni.

Eppure Di Maio è preoccupato, non solo per gli eventuali danni d’immagine nell’immediato, ma anche per i contraccolpi a medio termine. Dentro il Movimento sanno che Martelli e Cecconi, capilista rispettivamente in Piemonte e nelle Marche, verranno eletti (e probabilmente pure Dessì, candidato al Senato in seconda posizione nel collegio Lazio 3). E che per lasciare il seggio, ammesso che non cambino idea, dovranno presentare le dimissioni in Aula, dove verranno respinte più volte. Ne sa qualcosa l’ex M5S Giuseppe Vacciano, a cui il Senato ha negato per 5 volte l’addio. “C’è un’altra strada, rifiutare la proclamazione” sostengono i 5Stelle. Ma è una tesi che lascia perplessi un paio di esperti consultati dal Fatto e che non pare avere appigli normativi. Mentre è già certezza il paradosso di un Movimento che porterà in Parlamento due o tre eletti già rinnegati. Tanto più che per Cecconi e Martelli l’espulsione (o almeno la sospensione) potrebbe arrivare prima del 4 marzo.

Così è già sindrome sul loro futuro: nella scorsa legislatura, decine di espulsi e fuoriusciti dal Movimento sono trasmigrati in altri partiti, talvolta anche nel Pd e nella maggioranza. Figuriamoci cosa potrà succedere nella prossima, quando ogni singolo voto peserà quintali. “Loro non passeranno mai ad altri, Martelli non vuole più neppure vedere il Senato” giurano. Si vedrà, rancori permettendo.

Pirozzi indagato per un crollo

La conferma arriva in serata: Sergio Pirozzi non rinuncia a correre per la presidenza della Regione Lazio. “Vogliono distruggere un uomo”, dice il sindaco di Amatrice. Nessun ripensamento dunque da parte del primo cittadino dopo aver appresso di essere indagato dalla procura di Rieti per vari reati tra cui l’omicidio colposo con l’aggravante di aver commesso il fatto in violazione dei doveri inerenti la pubblica funzione. Nel suo entourage parlano di “giustizia a orologeria” e lui si scaglia direttamente contro il procuratore capo, Giuseppe Saieva: “Un magistrato che va in pensione il primo marzo” e “notifica un avviso di indagini preliminari” in piena campagna elettorale, scandisce Pirozzi.

Ma è proprio in vista della pensione che Saieva da più di un anno sta impiegando tutte le forze a disposizione nel tentativo di chiudere i 125 fascicoli di indagine aperti dopo il terremoto del 24 agosto 2016. Quello chiuso ieri a carico di Pirozzi e altri sette tra tecnici del Comune di Amatrice e del genio civile, è il 114esimo. Tutti i fascicoli sono stati aperti come modello 44, quindi a carico di ignoti e trasformati dai pm solo all’esito dell’attività investigativa. I magistrati titolari del fascicolo in cui è iscritto Pirozzi sono Lorenzo Francia e Rocco Maruotti. Complessivamente in meno di due anni sono state indagate oltre 30 persone ed emesse alcune richieste di rinvio a giudizio. Insomma: Pirozzi avrebbe potuto essere a processo.

L’inchiesta che lo vede indagato è relativa al crollo della palazzina ex Ina in piazza Sagnotti 1 che provocò la morte di sette persone. A Pirozzi i magistrati contestano l’aver consentito l’occupazione dello stabile nonostante fosse stato già colpito dal terremoto di L’Aquila. Le indagini svolte da Guardia di finanza, carabinieri e polizia, hanno accertato, fra l’altro, che Pirozzi non aveva revocato l’ordinanza di sgombro né mai ripristinato l’agibilità.

Dire che la notizia era inattesa sarebbe una menzogna. Lo stesso sindaco da tempo aspettava l’esito delle indagini che la Procura stava svolgendo. Tant’è che nessuno infatti si è detto sorpreso. In Fratelli d’Italia e Forza Italia molti nelle ultime settimane leggendo i sondaggi che danno Pirozzi tra l’8 e il 12% delle preferenze commentavano: “È un candidato forte fino a quando non si muove la Procura di Rieti”.

La scelta di correre per la presidenza del Lazio, soprattutto dopo la bocciatura da parte di Silvio Berlusconi – che gli ha preferito Stefano Parisi – è ritenuta utile a Nicola Zingaretti perché Pirozzi indebolirebbe la coalizione di centrodestra. Ed è apparso particolare il soccorso arrivato ieri dal renziano, Dario Nardella. Il sindaco di Firenze ha parlato di “sindaci parafulmine”. Inoltre negli ultimi giorni il fronte favorevole a Pirozzi ha registrato alcune defezioni. Compresa quella più eclatante compiuta da Gianni Alemanno che ha scelto di aderire alla Lega di Matteo Salvini e annunciato il sostegno a Stefano Parisi.