La balla di Renzi sulla “tradizione” dei candidati a Bolzano

Sarà vero,come ha detto ieri Matteo Renzi in un’intervista a Repubblica, che in Alto Adige “tradizionalmente ci si candidano esponenti dell’esecutivo“, indipendentemente dal fatto che siano paracadutati o meno? Il tema è rilevante, vista la candidatura di Maria Elena Boschi. Come ha dimostrato il programma Checkroom, realizzato su Skytg24 in collaborazione con Openpolis, si tratta di un’enorme forzatura. Un caso simile a quello della Bosken ci fu nel 2001, quando Gianclaudio Bressa, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Amato nato a Belluno, fu candidato a Bolzano, anche se ci arrivò dopo essersi a lungo occupato di autonomie e minoranze linguistiche. Passi pure per Franco Frattini, romano, che però corse per il centrodestra nel ‘96. Ma gli esempi finiscono qui, se si considera che Sergio Mattarella fu sì candidato a Bolzano nel 2001, ma nel listino proporzionale che comprendeva anche il Trentino. Per il resto, i nomi grossi del governo candidati a Bolzano si leggono solo nelle liste civetta o nei finti capilista, che poi si facevano eleggere altrove, del Porcellum.

Di Battista legge la sentenza: “B. pagò la mafia”

Lo definisce un “esercizio di purificazione collettiva”. Trecento metri più in là c’è Villa San Martino, la storica residenza di Silvio Berlusconi, e da lì, dal cuore di Arcore, Alessandro Di Battista legge in piazza uno stralcio della sentenza della Cassazione che nel 2014 ha condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. “Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri, veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da parte di Cosa Nostra”.

La piazza legge con Di Battista, grazie alle decine di fogli distribuiti dallo staff prima del comizio: “I pagamenti di Silvio Berlusconi in favore di Cosa Nostra erano proseguiti senza soluzione di continuità e, dopo la scomparsa di Stefano Bontate e Girolamo Teresi – rispettivamente capo e sottocapo della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù – erano stati effettuati in favore della famiglia Pullarà. I soldi venivano materialmente riscossi a Milano presso Dell’Utri da Gaetano Cinà”. Una sentenza, lo ricorda lo stesso Di Battista, che nel 2014 ha inchiodato Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi che tutt’oggi sta scontando 7 anni di carcere a Rebibbia, ma che ha messo nero su bianco anche responsabilità dirette di Berlusconi. Il leader di Forza Italia, a poco più di un’ora dal comizio, dimostra di non aver gradito: “Ci sono già state su queste vicende sentenze e archiviazioni – dice a TgLa7– e sono cose che non hanno alcun fondamento nella realtà. Ho già dato mandato ai miei legali di procedere nelle sedi opportune”. E pensare che Di Battista aveva provato a mettersi al riparo da polemiche almeno sulla questione italiani rincoglioniti di qualche giorno fa, ribadendo il concetto in termini edulcorati: “Chi ri-vota certi soggetti non avrà più il diritto di lamentarsi”. Il tutto dopo avere anche ricordato, vista la tappa brianzola del suo tour elettorale da non candidato, il controverso acquisto di Villa San Martino da parte dello stesso Berlusconi, “strappata con un raggiro a una minorenne orfana (Anna Maria Casati Stampa, ndr) guarda caso assistita da Cesare Previti”, poi avvocato storico di Berlusconi. Il comizio è interrotto un paio di volte dai cori dei militanti, che rispolverano antichi cavalli di battaglia dei 5stelle. “Vergogna! Vergogna!”, “Fuori la mafia dallo Stato”, urla lo stesso Di Battista, a pochi metri dal camper da cui sono scesi anche Marta De Poli, candidata alla Camera a Monza, Gianmarco Corbetta, in corsa per il Senato, il già parlamentare Davide Tripiedi e il candidato alla Regione Lombardia Dario Violi.

La scena però se la prende tutta Dibba: “Mai avrei pensato di dover venire ad Arcore a ricordare ciò che il sistema mediatico ha smesso di ricordare”. Parla poco di programma, per niente delle beghe interne e molto della necessità di cambiamento: “Un popolo che non ricorda è un popolo di schiavi, non si può votare chi ha pagato Cosa Nostra. In un Paese normale uno così dovrebbe stare in carcere”.

La chiusura è in stile Blob e fa il verso al celebre discorso con cui Berlusconi, nel giugno 2009, se la prese a modo suo coi contestatori di sinistra durante un comizio a Cinisello Balsamo: “Ora potete capire la differenza fondamentale che c’è tra noi e lui. Berlusconi è ancora, oggi e come sempre, un povero condannato”.

Oggi il tour di Di Battista si sposta in un altro collegio delicato, quello di Bolzano, dove il centrosinistra candida Maria Elena Boschi: “Ricorderemo a tutti di quando aveva promesso di lasciare la politica”. Fogli alla mano, si prepara un altro esercizio collettivo.

E Re Giorgio cacciò Crosetto: “Ero contro la guerra libica”

Il dato generale non è nuovo, ma il particolare invece sì e illustra in modo assai vivido le parti in commedia di quella primavera 2011, i mesi in cui un riluttante governo italiano decise alla fine di schierarsi per la guerra in Libia scatenata da Nicolas Sarkozy e David Cameron, cioè da Francia e Gran Bretagna per loro interessi geopolitici nell’area e che Romano Prodi ha poi definito “una guerra contro l’Italia”.

Il particolare di cui sopra ce lo fornisce Guido Crosetto, ex sottosegretario alla Difesa, che giovedì sera ha partecipato (da intervistato) a Torino allo spettacolo itinerante di Enrico Bertoli Di male in seggio: “Mi buttarono fuori dalla stanza quando dissi che la guerra in Libia era una pazzia totale, ne avremmo pagato le conseguenze. In quel momento chi ricopriva la più alta carica istituzionale in quella stanza mi fece accompagnare fuori, ma non dico il nome”. Quel nome l’attuale coordinatore nazionale (e candidato) di FdI lo fa subito dopo: “Fu Giorgio Napolitano”.

Sentito dal Fatto Quotidiano, Crosetto conferma il racconto: “Ho detto, come iperbole, che ci mancava solo che facesse chiamare i carabinieri… Era il marzo 2011 ed era una riunione d’emergenza convocata al teatro dell’Opera di Roma mentre l’Onu votava la risoluzione sulla Libia. Io ero sottosegretario alla Difesa e ho detto vivacemente che ero contrario all’intervento e poi ho ricordato anche le perplessità dello Stato maggiore: gli unici contrari alla partecipazione italiana all’intervento eravamo io e Silvio Berlusconi. A quel punto Giorgio Napolitano mi ha detto di andarmene perché non avevo titolo a stare lì. Insomma, mi ha buttato fuori”.

E quali erano le perplessità dello Stato maggiore italiano? “Quelle relative al dopoguerra: il Paese spaccato e in mano alle tribù, la destabilizzazione dell’area anche dal punto di vista dei fenomeni migratori. Cioè quello che abbiamo visto da allora a oggi”. La partecipazione (e poi la cacciata) di Guido Crosetto è una novità, ma quella riunione è nota.

Si è svolta la sera del 17 marzo 2011 al Teatro dell’Opera di Roma, in cui si trovavano le più alte autorità della Repubblica per la rappresentazione del Nabucco diretto da Riccardo Muti per i 150 anni dell’unità d’Italia. La rivolta in Libia era iniziata un mese prima e la Francia fremeva per l’attacco che avrebbe spodestato Muahmmar Gheddafi (e rimesso in discussione i ricchi contratti petroliferi in Libia, in cui l’Eni è assai presente). Quella sera all’Onu si discuteva la risoluzione poi usata da Parigi e Londra per dare il via libera all’attacco due giorni dopo (la violazione del cessate il fuoco da parte libica): in una saletta riservata del teatro, tra gli altri, erano presenti, oltre a Napolitano, il premier Berlusconi, il suo consigliere diplomatico Bruno Archi, Gianni Letta, il presidente del Senato Renato Schifani, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, mentre quello degli Esteri Franco Frattini era collegato da New York.

Il 9 marzo, peraltro, Napolitano aveva già convocato un Consiglio supremo di difesa che aveva messo nero su bianco la disponibilità italiana alla guerra. Quella sera, dunque, tutti i presenti erano favorevoli a parte il sottosegretario Crosetto e Berlusconi: “Napolitano continuava a insistere che dovessimo allinearci con gli altri in Europa”, ha detto l’ex Cavaliere ad Alan Friedman, raccontando che a un certo punto pensò addirittura di dimettersi. “Silvio non voleva dire sì perché aveva dato la sua parola a Gheddafi”, ha spiegato in seguito La Russa. Come che sia, il giorno dopo (il 18 marzo) Berlusconi – anche per la contrarietà della Lega – trovò la forza di resistere a metà: l’Italia partecipò alla missione Onu, ma non agli attacchi. Un mese dopo, però, il buon Silvio calò definitivamente le braghe dopo una telefonata di Obama che gli “consigliava” di partecipare alla guerra. Napolitano commentò: “È il naturale sviluppo della scelta compiuta a metà marzo” (quando lui cacciava le voci contrarie). Prodi, invece, dopo ha sostenuto che “nel 2011 a Berlusconi hanno poi fatto pagare la Libia e l’amicizia con Putin…”.

Non sono un Lotito, non sono una casta

Lontano dai riflettori, comunque mai in sordina, Claudio Lotito ha aperto la sua campagna elettorale. Il presidente della Lazio, dopo aver moralizzato il mondo del calcio, si appresta a redimere le sempre più impopolari istituzioni parlamentari: è candidato con Forza Italia al Senato nel collegio di Benevento. Il Paese ha un disperato bisogno del suo impegno pubblico. “Famiglie disgregate, scuola incapace di trasmettere valori ai ragazzi – attacca Lotito –. Tutta colpa di una politica miope che va cambiata sin dalle prossime elezioni”. Ora c’è lui, l’anticasta: “Ho deciso di mettermi al servizio della collettività”. Vuole rompere le uova a potentati e lobby: “Una persona come me in un sistema come il nostro può rappresentare un elemento di disturbo a degli equilibri, tra chi fa politica da tanti anni”. È il sacrificio di un umanista: “Per me sarebbe più semplice stare nel Lazio, conosco bene il territorio e le persone. Ma ricordando la Repubblica di Platone ho ritenuto di mettermi al servizio della collettività in una terra che sto imparando a conoscere”.

La lettera di Insieme all’Agcom: “La nostra lista non va mai in tv”

“La nostra lista è stata azzerata”. È la protesta della lista “Insieme” di ispirazione ulivista, costituita da Socialisti, Verdi e Civici, in corsa per le elezioni del prossimo 4 marzo in coalizione con il centrosinistra, che ha scritto all’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che ha il compito di vigilare sulla par condicio nelle apparizioni televisive durante il periodo della campagna elettorale. Nella lettera si citano i rilevamenti realizzati dall’Osservatorio di Pavia, sia per quanto riguarda i Tg della Rai, che per le trasmissioni pertinenti all’approfondimento politico. “I dati diffusi indicano che la Lista Insieme è stata completamente azzerata”, denunciano i fondatori della lista Angelo Bonelli, Riccardo Nencini e Giulio Santagata sottolineando che la questione non riguarda solo le reti della Tv pubblica, ma anche le private nazionali. “In una democrazia – protestano – è inammissibile che a una forza politica sia impedito di parlare durante la competizione elettorale per spiegare il programma come è stato fatto nei nostri confronti”.

Nei tribunali si rischia la paralisi per la gara alla coop di Santagata

Al Consiglio di Stato aleggia pesante l’ombra della corruzione. In uno dei Palazzi nevralgici del potere romano, che ha la facoltà di scrivere la parola definitiva sui contenziosi relativi agli appalti pubblici, si temono strascichi dell’inchiesta condotta dalle Procure di Roma e Messina che il 6 febbraio ha portato a 15 arresti per associazioni a delinquere dedite alla frode fiscale, corruzione in atti giudiziari e reati contro la Pubblica amministrazione. Indagato proprio per concorso in corruzione anche Riccardo Virgilio, ex presidente di sezione del Consiglio di Stato.

Virgilio è accusato di aver ricevuto utilità in cambio di “numerosi provvedimenti in sede giurisdizionale verso soggetti i cui interessi erano seguiti dagli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore”, si legge nel provvedimento dal Gip. I legali sono stati arrestati. Uno dei procedimenti aggiustati sarebbe relativo alla gara Consip per l’affidamento dei servizi di pulizia, decoro e funzionalità per gli immobili scolastici, a favore della cooperativa Ciclat dopo che il Tar del Lazio l’aveva esclusa dalla gara. C’è un altro appalto sempre bandito da Consip e assegnato a Ciclat dal Consiglio di Stato dopo l’esclusione da parte del Tar. Quello per la gestione delle trascrizioni nei tribunali. Al momento, a quanto si apprende, questo contenzioso non è oggetto di indagini. E non è passato per gli uffici di Virgilio. Ma a seguito dell’affidamento a Ciclat sono state presentate diverse denunce e segnalazioni per disservizi vari. I tribunali sono a rischio caos.

Ciclat è una importante cooperativa emiliana, di cui vicepresidente dal 29 maggio 2017 è Giulio Santagata, ex vministro del secondo governo Prodi, al quale è legatissimo, e candidato alle elezioni del 4 marzo. Santagata guida la forza ispirata all’esperienza politica di Romano Prodi: Insieme, lista formata dai socialisti di Riccardo Nencini, dai Verdi di Angelo Bonelli e appunto dai prodiani di Area Civica.

Nel 2013 il ministero della Giustizia ha affidato a Consip la gestione dell’appalto da 55,453 milioni a biennio per le trascrizioni nei tribunali. Il bando richiedeva alle ditte tre anni di esperienza e personale specializzato. Anche perché i ruoli richiesti (stenotipisti, fonici, trascrittori) non sono profili qualsiasi. Il loro compito è fondamentale: la minima svista in una trascrizione (basta un “non” omesso, per capirci) può comportare la “nullità per violazione del diritto di difesa” come sentenziato dalla Cassazione.

Alla gara Consip oltre al consorzio Astrea – che dal 2006 gestiva il servizio in sostanziale monopolio – si presenta Ciclat. E vince. Astrea avvia un contenzioso che si chiude lo scorso 14 giugno con una pronuncia del Consiglio di Stato. Il giorno successivo la vincitrice Ciclat invia al consorzio Astrea e per conoscenza al ministero della Giustizia la richiesta di acquisire i dati degli operatori di Astrea per assorbire il personale. Molti dipendenti Astrea si sono rifiutati dando vita a un comitato e lamentando quanto già denunciato al Tar: Ciclat non aveva i requisiti del bando. “Per noi è stata la conferma che non avevano il personale adeguato e non abbiamo accettato anche perché ci è stato proposto un contratto collettivo nazionale delle cooperative che fanno le pulizie”, spiega al Fatto la portavoce dei dipendenti Astrea, Catia Bianchi. “Molti di noi hanno rifiutato l’offerta proprio per motivi di dignità personale e professionale”, prosegue Bianchi, portavoce di un gruppo di circa 600 persone che si è organizzato anche attraverso una pagina Facebook “Il mondo dei verbalizzatori pro Astrea” per raccogliere e denunciare le segnalazioni. Tante. Con casi senza precedenti.

In Corte d’assise a Varese il processo a carico di Stefano Binda, accusato dell’omicidio di Lidia Macchi, ha subito rallentamenti per trascrizioni errate di alcuni verbali. A Reggio Emilia mancano le trascrizioni di sei udienze del processo Aemilia, il più grande mai celebrato per mafia nel Nord con 240 imputati. Lo stesso pm della Dda, Marco Mescolini, ha chiesto l’intervento della Corte per la “macroscopica garanzia processuale mancante”. A Bolzano sono stati segnalati errori dovuti alla doppia lingua. A Milano è saltata un’udienza nell’aula bunker. Segnalazioni simili sono arrivate alle camere penali di Bologna, Modena, Rimini, Firenze, Pisa, Livorno, Roma, Potenza, Salerno, Lagonegro, Palmi.

Contattato dal Fatto, Antonio Mungo, direttore generale del ministero della Giustizia, ha spiegato che si tratta di “fisiologiche difficoltà commesse al cambio di appalto”. A livello organizzativo “non sono stati segnalati blocchi o disfunzioni gravi del servizio, nonostante la complessità e capillarità dello stesso sull’intero territorio nazionale”, ha proseguito il direttore di via Arenula fornendo anche i dati dell’attività svolta da Ciclat nel primo semestre di operatività (primo luglio – 31 dicembre): 57 mila udienze seguite e 182 mila verbali trascritti. Insomma: va tutto bene.

“A noi risulta una situazione diversa”, dice sempre al Fatto, Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione delle camere penali italiane (Ucpi), organizzazione che rappresenta gli avvocati italiani che lavorano nel diritto penale. “Può anche darsi che da luglio a oggi in alcuni casi il disservizio si sia tramutato in servizio accettabile, ma abbiamo dei distretti con gravi disfunzioni come Bolzano”, prosegue Migliucci. “Consideri che ci sono trascrizioni in cui vengono attribuite al difensore le domande del pm e viceversa, storpiati nomi di avvocati e testimoni: tutto da rifare”.

Intanto è già trascorso il primo dei quattro semestri affidati dal bando.

Salvate il soldato Rosato

Lo dicevo che prima o poi, per Ettore Rosato, ci sarebbe voluta la scorta. Non per difenderlo dai terroristi, ma dai pidini. Più le elezioni si avvicinano, più il pericolo del fuoco, anzi del linciaggio amico, si fa probabile. Tutti ricordano come e perché nacque il Rosatellum: siccome i 5Stelle sono sempre primi nei sondaggi e il Pd e Forza Italia sono secondo e terzo, bisognava trovare il modo di far perdere i primi e far vincere i secondi e i terzi. Non esistendo al mondo, nemmeno nell’Africa nera, un sistema elettorale che arrivasse a tanto, i cervelloni renzusconiani si spaccavano la testa alla ricerca di un’ideona originale. Mettere fuorilegge il M5S? Troppo forte, poi la gente se ne accorge. Assegnare l’incarico per il nuovo governo in base all’ordine alfabetico, ignorando i voti? B. è perfetto, ma Renzi no perché la R viene dopo la Di di Di Maio. Andare in ordine di anzianità? Gli 81 anni di B. sommati ai 43 di Renzi fanno 124, esattamente il quadruplo dei 31 di Di Maio, ma c’è il rischio che la Consulta bocci tutto. A quel punto saltò su Rosato con un’idea meravigliosa per la testa, meglio di quella di Cesare Ragazzi: una legge che sottrae i voti ai 5Stelle e li moltiplica a Pd e FI, grazie a finte coalizioni valevoli fino al 4 marzo, ma solubili e biodegradabili la sera stessa. Il pregiudicato prende i voti con Salvini e Meloni e li porta a Renzi. Renzi, a sua volta, prende i voti con la Bonacci (un mostriciattolo nato dall’unione fra Bonino e Tabacci), la Lorenzin e tale Santagata, e li porta al pregiudicato.

Tanto gli italiani – pensavano lorsignori in perfetta sintonia con Di Battista – sono rincoglioniti e ci cascano. Anzi, siccome la legge è fatta apposta per creare ingovernabilità, sondaggisti e politologi lanceranno l’allarme ingovernabilità, come se non fosse un effetto studiato, ma un accidente causato dalle condizioni climatiche sfavorevoli. E si potrà ricattare la gente col solito “voto utile”, che però stavolta non deve andare al partito maggiore (chiamato M5S). Intanto si riabilita il pregiudicato ineleggibile e incandidabile come “argine” e “baluardo” contro il “populismo antieuropeo” (essendo il più grande populista antieuropeo dell’orbe terracqueo). Gli si fa scrivere sulla scheda “Forza Italia Berlusconi Presidente” (come “acqua asciutta”, “zucchero salato”, “vegetariano carnivoro”). Si tace sulle sue corruzioni, frodi fiscali, regali alla mafia, conflitti d’interessi e si spera che gli elettori si bevano pure questo. Il Pd, in un eccesso di generosità, candida nei collegi una ventina di ex berlusconiani travestiti da seguaci della Lorenzin, coi petali di peonia in testa.

Già, perché B. è in overbooking e non può farli eleggere tutti. Quel volpone di Renzi invece sì, al posto della sinistra Pd, rasa al suolo per buttar via un altro po’ di voti.

Poi purtroppo Frankenstein sfugge al controllo dei suoi creatori. I sondaggi danno il finto centrodestra sempre più vicino al 40%, soglia di autosufficienza, il finto centrosinistra sempre più prossimo al 25 e dunque il Renzusconi sempre più impossibile. Tant’è che B. inizia a domandarsi se non sia meglio andare al governo con gli alleati della campagna elettorale, che hanno i voti, anziché con Renzi che non li ha. È l’eterogenesi dei fini, tipica delle leggi elettorali incostituzionali che: studiate per fregare l’avversario, finiscono per fottere l’autore. Era accaduto nel 2006 col Porcellum: B. lo impose per far perdere Prodi, invece lo fece vincere grazie agl’italiani all’estero (col vecchio Mattarellum avrebbe rivinto B.). E riaccade ora col Rosatellum. È vero, al centrodestra potrebbe mancare una ventina di seggi. Ma, come nota Diego Pretini sul nostro sito, a riempire quel vuoto in nome della governabilità potrebbero essere proprio i 20 ex berlusconiani, cuffariani e lombardiani (nel senso di Raffaele) candidati da Renzi. Gente a cui basta un fischio, ma soprattutto una poltrona sfusa, per sentire il richiamo della foresta, scattare sull’attenti e votare qualunque governo pur di conservare il seggio, l’immunità e il vitalizio.

Ed eccoli, i potenziali “responsabili”, come lui chiama chi passa dal centrosinistra al centrodestra (da non confondere con i ladri di voti, traditori, voltagabbana e ribaltonisti che fanno il percorso inverso) Beatrice Lorenzin, Pierferdy Casini, Sergio Pizzolante (tre volte deputato Pdl), i ciellini Gabriele Toccafondi, Angelo Capelli e Paolo Alli (già braccio destro di Formigoni), Maurizio Bernardo (forzista dal ’94), Nico D’Ascola (socio di Ghedini), Guido Viceconte (ex eurodeputato FI e sottosegretario in due governi B.), Gioacchino Alfano (tre volte parlamentare Pdl), Federica Chiavaroli (ex Pdl), Giuseppe De Mita (ex Udc), Giacomo Mancini jr. (primo dei non eletti FdI in Regione Calabria); Paolo Ruggirello (già luogotenente del governatore siciliano Lombardo), Nicola D’Agostino (ex capogruppo regionale del partito di Lombardo), Valeria Sudano (ex deputata regionale col forzista Saverio Romano), Salvo Lo Giudice (già eletto con la lista Musumeci), Giuseppe Sodano (figlio dell’ex sindaco di Agrigento e senatore di destra), Leopoldo Piampiano (ex Pdl), Luca Sammartino (ex Udc), Franco Manniello (ex Udc), Francesco Spina (ex FI e Udc), Benedetto Della Vedova (ex FI), Valentina Castaldini (ex Ncd), Cosimo Ferri (ex pm, sottosegretario con Letta in quota FI e lì rimasto con Renzi e Gentiloni fino alla candidatura nel Pd).

Molti nel 2011 votarono festosi la leggendaria mozione “Ruby nipote di Mubarak”. Quindi hanno uno stomaco abbastanza forte per digerire di tutto. Anche un governo B.-Salvini. Nel caso, ragazzi, ricordatevi dell’amico Rosato e dei pericoli che corre. E fatelo ministro, ad honorem.

Pedro Mairal, L’amante indecisa

Come mai “El País” ha definito il romanzo di Mairal “una storia che ha sedotto il mondo intero”? Per lo stile di scrittura fatto di frasi nominali e polisindeti giustapposti? Per il plot, che è letteralmente il vomito di un’intera giornata di un protagonista abulico? Forse per l’ottica maschilista dell’uomo che incolpa la moglie del proprio tradimento? Per la svolta lesbo-chic? O è forse il finale semi-edificante in cui lui le chiede un po’ scusa? Una cosa, però, è certa: noi non siamo stati sedotti da Mairal.

 

 

Viaggio negli abissi di Charles Burns, che intaglia disegni nel buio più nero

Passata una certa età non ci si spaventa più neppure con i film horror, figurarsi con i fumetti. Eppure ci sono autori come Charles Burns che riescono a trasmettere una profonda inquietudine, priva della funzione catartica dello splatter o dei mostri da cinema e senza le allegorie sociali alla Dylan Dog. I fumetti di Burns sembrano soprannaturali, intagliati nel buio, con i disegni che emergono come fenditure di bianco abbagliante in una pagina nerissima. E già al primo sguardo risucchiano, avvolgono le loro spire intorno al lettore che non riesce a smettere di guardare la tavola. Skin Deep è un trittico di racconti che esce ora in un grande formato cartonato per le edizioni Oblomov di Igort (legate a La Nave di Teseo). Tre storie connesse, ognuna si connette alle altre pur conservando la propria indipendenza. Nella prima il protagonista è Dog Boy, un ragazzo che per risparmiare ha accettato un trapianto low cost e il cuore che gli batte in petto è ora quello di un cane. Lecca facce, scava cercando ossi, si aggira spaesato. Nella seconda, un ragazzino con Gesù tatuato sul petto da un incendio non riesce a sfuggire al suo destino di guru spirituale e costruisce una chiesa milionaria aspettando un dio-alieno e furioso. Un “racconto ulcerato”, lo ha definito Burns con una sintesi perfetta. Il terzo prende alla lettera l’espressione abusata “il mio matrimonio è un inferno” e costruisce una perversione delle trame da romanzo rosa, con un triplo ribaltamento di piani: dall’orrore di una quotidianità senza amore al colpo di scena da fumetto pulp con tragedia inclusa, fino al ritorno alla realtà, più inquietante di qualunque finzione. Charles Burns non ha messaggi da dare, costruisce abissi e si diletta nell’attirarci sull’orlo per contemplare la profondità.

 

Salvatore, che salva la sua famiglia (e noi) dalla mafia

“Salvo e le mafie” è un libro e un fumetto, scritto da Riccardo Guido con disegni di Sergio Riccardi. Racconta la storia della mafia in Italia fin dal 1863! Il libro è particolare perché è la storia vera di una famiglia legata alla mafia. Ed è grazie all’ultima generazione che si riescono a liberare dagli affari di Cosa Nostra. Il libro è suddiviso in tre capitoli e mezzo: il bisnonno, il nonno, il papà, e Salvatore, il bambino che riesce a far capire ai genitori il danno che fanno allo Stato. La mafia uccideva a sangue freddo chiunque si metteva contro. Le persone più famose che si opposero alla mafia furono: Peppino Impastato, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Peppino era un ragazzo che aprì una radio, Radio Aut, che denunciava i boss. Venne ucciso nel 1978 con la dinamite. Falcone e Borsellino furono dei grandissimi magistrati che organizzarono dei maxi-processi. La mafia organizzò contro di loro due grandi attentati che scossero l’Italia. Falcone venne ucciso facendo saltare in aria con il tritolo buona parte dell’autostrada da Palermo a Trapani. Borsellino, invece lo uccisero facendo esplodere un’auto sotto la casa di sua madre. È interessante scoprire come la gente non si è fatta influenzare dalla mafia e ha combattuto, anche al costo della vita. Alla fine ci sono i nomi di tutte le vittime di mafia dal 1863. E si impara anche come fare, nel proprio piccolo, a combattere la peggiore cosa sia mai stata creata.