Terza dose, Stati Ue in ordine sparso. Ema: ok, ma non necessaria

Chi corre di più è Israele, che da fine agosto ha dato il via libera alla terza dose per tutta la popolazione di età superiore ai 12 anni e poi, dai primi di ottobre, ha avviato anche la revoca del Green pass – che lì non serve per lavorare ma per entrare in qualsiasi locale al chiuso sì – per chi non si sottopone alla nuova iniezione a cinque mesi dalla seconda.

È l’approccio più aggressivo, la terza dose a tutti, scelto anche negli Stati Uniti da Joe Biden che però a settembre ha provocato un terremoto nella Food and drug adminstration (Fda), l’agenzia regolatoria Usa, con le dimissioni ai primi di settembre di due autorevoli dirigenti dell’Office of vaccines research and review come Marion Gruber e Phillip Krause per i quali il presidente stava correndo troppo.

Report ha ricostruito ieri sera la vicenda. Poi il via libera della Fda alla terza dose è arrivato, il 17 settembre, ma solo per la popolazione over 65, per i soggetti ritenuti più fragili e per le persone che corrono maggiori rischi di contagio, dagli operatori sanitari ai detenuti. Ora però, di fronte alla rapida risalita dei contagi tra chi era stato vaccinato per primo in un Paese che non ha Green pass e che conosce una forte resistenza alle immunizzazioni, si parla insistentemente di un’imminente autorizzazione generalizzata per darla a tutti.

L’Ema, l’agenzia del farmaco dell’Unione europea, il 4 ottobre ha indicato l’opportunità di una terza dose di Pfizer o Moderna a 28 giorni dalla seconda per gli immunocompromessi, mentre per tutti gli altri dai 18 anni in su si può fare ma non prima di sei mesi. Si può, non si deve.

Il tema resta controverso e gli Stati membri sono liberi di decidere come vogliono. Infatti procedono in ordine sparso, tra fughe in avanti e svarioni nella comunicazione. Da settembre la Germania la fa solo ai più fragili e agli anziani in assenza di un pronunciamento della commissione vaccinale Stiko, la Francia fin qui si è fermata agli over 65, la Spagna lo stesso. In Italia siamo arrivati a 60 anni, oltre a immunocompromessi, ospiti delle Residenze per anziani e personale sanitario, ma tutti danno per probabile, o almeno possibile, l’estensione della terza dose a tutti. Al momento tuttavia ci sono quasi 20 milioni di terze dosi da fare, quindi agli under 60 difficilmente toccherà prima di gennaio- febbraio e la decisione non è imminente; semmai si discute l’ipotesi di dare ancora una corsia preferenziale al personale scolastico.

La stessa Gran Bretagna per il momento si è limitata agli over 50 oltre ad alcune categorie particolari.

La verità è che non ci sono dati certi, inoppugnabili, sulla durata della protezione indotta dal vaccino, specie per la debolezza delle ricerche sul livello degli anticorpi in assenza di procedure e regole standardizzate. Così la terza dose per tutti divide gli esperti, come la necessità di vaccinare subito i bambini da 5 a 11 anni di cui dovrà occuparsi a breve l’Ema dopo il via libera della Fda. Gli studi delle case farmaceutiche, a partire da Pfizer che ha utilizzato i nove milioni di cittadini israeliani come se fossero i volontari di un grande trial, vanno nel senso della necessità della terza dose e di successive vaccinazioni periodiche. Pfizer parla di terza dose ai potenziali investitori da marzo 2021, quando la somministrazione delle prime dosi era iniziata da appena due mesi.

Ce n’è abbastanza per pensare che i dati sulla durata della protezione, certamente influenzati anche dal susseguirsi delle diverse varianti dopo trial eseguiti prima ancora che divenisse dominante la Alfa (all’inizio detta inglese) poi seguita dalla Delta (già indiana), non siano stati adeguatamente condivisi con la comunità scientifica e l’opinione pubblica, come ha detto nei giorni scorsi sul Fatto Andrea Crisanti, se non addirittura con le stesse agenzie regolatorie, come sembra sostenere Peter Doshi, docente di servizi sanitari farmaceutici nel Maryland ed editorialista del British Medical Journal, intervistato ieri da Report.

Di nuovo allarme: aumento ricoveri (+131). E a Trieste divieto di protesta

Calano i contagi Covid in Italia, come sempre accade nel fine settimana, ma calano anche i tamponi processati, dato che fa salire il tasso di positività all’1,90%. Soprattutto aumentano i ricoveri sia in terapia intensiva che in reparto, segno che il virus non ha mollato la presa. Il bollettino del ministero della Salute torna, quindi, a far paura: 2.818 i nuovi contagi, dato in netto calo rispetto ai 4.526 del giorno prima, ma con tamponi più che dimezzati, passati a 146.725 contro gli oltre 350 mila di ieri. Il tasso di positività sale così all’1,9% rispetto all’1,3% del giorno prima. Non bastasse, salgono i ricoveri: +22 quelli in intensiva per un totale di 364 con 33 nuovi ingressi, mentre aumentano di 109 i ricoveri in area medica per un complessivo di 2.863. Sono 80.495 le persone in isolamento domiciliare. Stabile il numero dei decessi con altre 20 vittime. L’aumento dei contagi, con un relativo rallentamento della campagna vaccinale, riapre la discussione sulla proroga dello stato di emergenza e sull’estensione temporale dell’obbligo del Green pass. Entrambi, infatti, scadono il 31 dicembre prossimo, e il ministro della Salute Roberto Speranza non ha escluso che, a ridosso della fine dell’anno, entrambe possano essere ulteriormente estese, qualora fosse necessario. Salvo ovviamente interventi legislativi tutte le misure e strumenti emergenziali, dal commissario straordinario al Comitato tecnico scientifico, dallo smart working alla dad, decadrebbero il 31 gennaio 2022.

A Trieste con i contagi in continuo aumento e la città che rischia di scivolare verso la zona gialla, il prefetto Valerio Valenti impone il divieto di manifestazione in piazza Unità d’Italia fino a fine anno. Nessun corteo o presidio sarà più consentito senza l’uso della mascherina e il rispetto delle distanze, ha annunciato Valenti: “Occorre contemperare il diritto a manifestare con il diritto alla salute. Per me prevale quest’ultimo, perché è un bene primario. È una scelta difficile perché non si tratta di scegliere fra manifestazioni statiche o dinamiche, visto che il rischio di contagio è lo stesso”. E il sindaco Roberto Dipiazza, fresco di rielezione, definisce i manifestanti No Green pass dei “disertori”: “Spingeremo perché sia stabilito che il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo su coloro che non sono vaccinati, perché sono dei disertori. Se questa è una guerra, in una guerra c’è chi ha paura, non combatte, viene messo al muro e fucilato. Qui non fuciliamo nessuno, ma il peso di eventuali nuove restrizioni deve gravare esclusivamente su questi disertori, che mettono a rischio la salute di tutti. La pazienza è finita”. Il Comune di Trieste, ha spiegato il sindaco, è pronto infatti a emanare un’ordinanza per punire chi scenderà in piazza senza mascherina.

Le autorità sanitarie hanno tracciato un cluster di 93 persone che si sono ammalate dopo aver partecipato alla mobilitazione contro il certificato verde e contro l’obbligo vaccinale, trasformando Trieste nell’epicentro nazionale delle proteste di No Green pass e No vax. Fra i contagiati ci sono anche 15 portuali, categoria che nei primi giorni ha trainato la protesta, minacciando il blocco dello scalo. Nella provincia sono stati rilevati 801 nuovi casi, con un’incidenza di 350 ogni 100 mila abitanti, il doppio rispetto alla settimana precedente. In tutta la regione Friuli Venezia Giulia ci sono stati 1.534 i nuovi casi nell’ultima settimana, con un’incidenza di 128 casi per 100 mila abitanti. A parità di numero di tamponi, nell’ultima settimana c’è stato un raddoppio del tasso di positività. E i dati di ieri mostrano il superamento della prima soglia delle terapie intensive, intorno al 10%. Numeri che, spiegano le autorità sanitarie, riportano Trieste e il Friuli Venezia Giulia “alla primavera del 2020”: “Basta idiozie – ha dichiarato il governatore Massimiliano Fedriga –. La gente non si cura perché qualche pagliaccio va sui social a raccontare menzogne e mettere paura ai cittadini. Il vaccino c’è, funziona ha pochissimi effetti collaterali e dà un ottimo risultato”.

E l’inviato italiano per il clima ancora non c’è: ora a che serve?

La norma è inutilmente in vigore dal 24 giugno: “Al fine di consentire una più efficace partecipazione italiana agli eventi e ai negoziati internazionali sui temi ambientali, ivi inclusi quelli sul cambiamento climatico, il Ministro degli esteri e il Ministro della transizione ecologica nominano l’inviato speciale per il cambiamento climatico”. È il ruolo, ad esempio, che John Kerry svolge per conto di Joe Biden e dell’amministrazione Usa: ecco, ieri è iniziata la Cop26 di Glasgow, l’appuntamento chiave per questa nuova figura, solo che il governo quell’inviato s’è scordato di nominarlo. D’altronde è un’abitudine: la norma arrivò in vista del G20 per il clima svoltosi a Napoli a fine luglio, a cui sono seguiti la pre-Cop26 di Milano e il G20 vero e proprio, ma l’inviato per il clima è ancora fantasma.

La responsabilità è in capo ai ministri Luigi Di Maio e Roberto Cingolani, che in cinque mesi non hanno trovato modo di mettersi d’accordo. La prima proposta del 5 Stelle fu l’ex ministro Costa, bocciato senza appello dal suo successore, poi un diplomatico “di lungo corso” (cioè proveniente dal suo ministero), anche questo rifiutato. Il Mite non s’è ancora scoperto ufficialmente, ma la preferenza sarebbe per un nome famoso ma di scarso peso “politico”. Il punto, dicono fonti di governo, è che qualsiasi nome dotato di poteri ampi e possibilità di ursarli finirebbe per togliere spazio proprio a Cingolani, a cui il ddl Bilancio ha già tolto la gestione dell’ex Fondo Kyoto per la cooperazione coi Paesi in via di sviluppo sul clima, passata a Cdp.

In tutto il mondo è un flop. Da noi è il trionfo di Mario

Una delusione collettiva ma un trionfo individuale. I media mondiali guardano al G20 sul clima e vedono risultati modesti, impegni deboli e poco ambiziosi, la stampa italiana invece vede un successo senza frontiere di Mario Draghi.

Repubblica ha forgiato un nuovo epiteto per il premier italiano: “Il tessitore Draghi”. Così lo definisce nel titolo di pagina 3, nel quale l’ex presidente della Bce esprime tutta la soddisfazione per il bilancio del meeting: “È stato un successo, teniamo vivi i sogni”. Nessuna delusione, si legge nel testo: “Il presidente del Consiglio pensa altro. Ritiene che si tratti di ‘una vittoria del multilateralismo’”. L’articolo del Corriere della Sera è ancora più enfatico. Titolo: “La tattica dell’empatia. Così Draghi ha ‘smosso’ anche Pechino e Mosca e evitato un fiasco finale”. Certo “è stato un compromesso”, spiega il Corsera, come ha dovuto riconoscere lo stesso Draghi “con professione di modestia e sincerità”. È “per i dietro le quinte che pochi conoscono” che “Mario Draghi si dichiara orgoglioso”. È a lui, musa del giornale di via Solferino, che si deve il conio di una nuova categoria giornalistica, a metà tra la psicanalisi e gli affari esteri: Draghi è promotore di “una sorta di empatia geopolitica”. Il premier è anche modesto: “Tutti gli riconoscono di aver gestito il vertice con ottimi risultati e grande competenza. Lui si schermisce: ‘L’autorevolezza dell’Italia dipende da me? No’. E accenna un sorriso”. Il Corriere infine mette le pagelle ai leder del vertice. Mario Draghi? Voto 9. Il Messaggero è quasi visionario: “Draghi: sostanza non bla bla”. Il bilancio è trionfale: “G20 Roma, nuovo corso mondiale e l’Italia guida la svolta”. La Stampa è scissa. Il vertice è andato malino, ma Draghi no. Così il titolo in prima è diviso a metà: “Successo di Draghi, ma spiccioli per il clima”. Ma il bicchiere è mezzo pieno: “Il premier è il faro del dopo Merkel”, sancisce l’editoriale di Alan Friedman.

Una sbronza collettiva, che rende imbarazzante il ritorno alla sobrietà. La stampa internazionale ha raccontato il meeting con entusiasmo appena diverso. Bbc: “Il G20 promette di agire per il clima ma assume pochi impegni”. Guardian: “I paesi poveri della Cop26 preoccupati per i limitati progressi sul clima del G20”. Sommario: “Ora le possibilità di rimanere al di sotto di 1,5 gradi stanno svanendo”. La Cnn definisce “weak” – debole – l’accordo trovato dai leader del G20, aggiunge che c’è “un gap enorme tra le promesse e le azioni”. El Paìs intervista il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. Il titolo è esplicito: “Basta trattare la natura come un gabinetto. Stiamo scavando le nostre tombe”. Per Le Monde “gli impegni su cui si sono accordati domenica a Roma (i leader del G20) potrebbero non essere sufficienti per portare un vero vento di speranza alla Cop26”. Secondo Frankfurter Allgemeine Zeitung “I paesi del G20 non riescono a concordare obiettivi climatici ambiziosi”. Per Japan Times “Il G-20 fallisce nel realizzare un progresso climatico, lasciando in salita la strada della Cop26”. Tutto questo, nonostante Mario Draghi.

Spauracchio Cina&C. Usa e Ue inquinano di più e da più tempo

Uno dei temi caldi alla Cop26 di Glasgow è la distribuzione di responsabilità geografica delle emissioni. La vulgata vuole che la Cina sia la cattiva di turno, perché si tratta della nazione con le maggiori emissioni, pari al 27 per cento di quelle globali, stimate per il 2019 in 52 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (cioè comprensiva di tutti i gas serra e delle fonti da agricoltura, foreste e uso del suolo). Gli Stati Uniti vengono secondi ma ben distanziati, con l’11 per cento del totale globale e segue poi l’India con il 6,6 per cento. L’Unione Europea è in quarta posizione, con il 6,4 per cento. Ma la Cina è popolata da quasi un miliardo e mezzo di persone, gli USA da 333 milioni. Così, se facciamo la media pro capite delle emissioni emerge che ogni cinese emette circa 10 tonnellate all’anno di CO2 equivalente, mentre un americano ne emette circa 17,5. Come dire che occorrono quasi due cinesi per produrre le emissioni di un americano.

Attualmente le emissioni di un cinese sono pari a quelle di un tedesco, la differenza è che il livello di vita di un abitante della Germania è molto più elevato di quello di un cinese, e la ragione di questa differenza sta nel grande uso di carbone che fa la Cina, mentre la Germania lo ha in parte sostituito con gas e rinnovabili. Ma c’è poi anche la responsabilità storica delle emissioni, in quanto la CO2 di origine fossile si accumula in atmosfera e vi risiede per secoli, quindi il riscaldamento globale è attribuibile ai paesi storicamente iniziatori della rivoluzione industriale e solo in seconda battuta a quelli che si sono affacciati di recente allo sviluppo economico. In questo senso, a partire dal 1750 i paesi Ocse risultano aver emesso quattro volte di più di quanto abbia fatto la Cina in poco più di vent’anni di massiccio uso dei combustibili fossili: circa 200 miliardi di tonnellate di CO2 contro 900. Torniamo ai valori pro capite: insieme agli Usa, gli altri paesi con valori superiori a 15 tonnellate annue a persona sono il Canada, l’Australia e l’Arabia Saudita e in Europa spiccano il piccolo Lussemburgo e l’Estonia. L’Italia non è messa male, con poco più di 7 tonnellate a persona e la Svezia è la più virtuosa, con 5,4 tonnellate. Non dimentichiamo che all’estremo opposto ci sono i Paesi poveri africani: in Burundi, Ruanda o Madagascar le emissioni per abitante sono meno di 100 kg a testa – e questa è miseria, non efficienza – e le loro responsabilità storiche sono pressoché nulle.

Ecco dunque che i Paesi poveri hanno tutto il diritto di chiedere che il primo passo nella riduzione delle emissioni lo facciano quei Paesi ricchi che sprecano molta energia con valori pro-capite da veri obesi di carbonio. E la Cina, sia pure con i suoi valori relativamente elevati, non ha tutti i torti a voler verificare la buona volontà degli altri partner dell’accordo di Parigi, che promettono riduzioni ma mantengono emissioni pro capite da urlo. Aggiungiamo che la contabilità di questi dati non è semplice né trasparente: sulla Rete troverete ogni genere di numero, e questo perché in alcuni archivi si conteggiano solo le emissioni fossili e da produzione di cemento, in altri anche quelle da agricoltura e uso dei suoli. Ma gli ordini di grandezza relativi più o meno sono quelli che abbiamo citato.

Ora a Glasgow, invece di darsi la colpa l’un l’altro con statistiche farlocche, converrebbe riconoscere le diverse responsabilità storiche e individuali e finanziare la transizione energetica dei Paesi meno ricchi con quei 100 miliardi di dollari annui previsti proprio dall’accordo di Parigi. Ma, aggiungerei, sarebbe anche importante che i Paesi con stile di vita occidentale sprecone dessero il buon esempio razionalizzando per primi i propri consumi ma poi chiedessero ai Paesi poveri di ridurre il loro tasso di natalità: nel pacco di tecnologie rinnovabili d’avanguardia ci dovrebbero essere anche i contraccettivi. Così il risultato sarebbe più equilibrato: un contenimento della popolazione che non può che far bene alla sostenibilità ambientale e sociale.

“Così andiamo verso il disastro”. Ma i leader arrivano con 400 jet

Al termine della prima giornata della Cop26 di Glasgow, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite durante la quale tradizionalmente i Paesi assumono impegni formali (e a volte vincolanti) sul fronte delle politiche climatiche e ambientali, forse le parole che inquadrano meglio la situazione di partenza sono del segretario generale dell’Onu, António Guterres: “C’è un deficit di credibilità – ha detto quasi ammonendo i partecipanti – e un eccesso di confusione sulla riduzione delle emissioni e sugli obiettivi di zero netto, con significati e metriche diverse”. Sono punti fermi da cui partire per interpretare quello che accadrà nei prossimi undici giorni, fino alla conclusione del 12 novembre, e anche per comprendere la situazione attuale.

Il G20 di Roma, che si è concluso domenica e che aveva sul clima un focus rilevante, ha infatti consegnato un comunicato su un traguardo molto debole perché già previsto nell’accordo di Parigi del 2015, ovvero il riconoscimento da parte di tutti del contenimento del riscaldamento globale a 1,5 gradi centigradi entro la fine del secolo invece degli iniziali 2 gradi con vocazione a fare “ogni sforzo possibile” per arrivare a 1,5. La “neutralità carbonica”, ossia il saldo zero tra le emissioni inquinanti emesse e quelle eliminate, si dovrà invece raggiungere “intorno alla metà del secolo”, senza una data precisa. E così, nel suo discorso di apertura, il premier britannico Boris Johnson si rifà alle parole dell’attivista Greta Thunberg e spiega che dal 2015 il mondo ha fatto troppo “bla bla bla” e che il flop di questo summit potrebbe scatenare la “furia del mondo”. Certo l’inizio non è dei migliori.

I leaderradunati a Glasgow sono 120 e sono arrivati portandosi dietro di sicuro 52 jet solo nella giornata di domenica, almeno 400 jet totali secondo le stime della stampa anglosassone che potrebbero genererare “13mila tonnellate di emissioni di CO2, l’equivalente di quella prodotta da 1.600 inglesi in un anno” dice il Daily Mail. Anche il rientro di Johnson a Londra è previsto in aereo e il premier si è dovuto giustificare con esigenze istituzionali e il fatto che il suo jet charter utilizza una speciale miscela di carburante per aviazione “sostenibile” ed è uno degli aerei più efficienti in termini di emissioni. Pesano, poi, le assenza rilevanti del presidente cinese Xi Jinping – che a Roma si è collegato in videoconferenza mentre in Scozia ha mandato un messaggio scritto –, del presidente brasiliano Jair Bolsonaro e del presidente russo Vladimir Putin. E soprattutto, pesa l’assenza di qualsiasi buona notizia: se la Cina non sembra in alcun modo intenzionata a modificare il percorso stabilito (massime emissioni entro il 2030 e poi zero al 2060) e ha puntato il dito contro gli Stati Uniti accusandoli di avere “minato la fiducia globale in anni recenti nella lotta contro i cambiamenti climatici”, per la mancata ratifica del Protocollo di Kyoto, e il ritiro dagli accordi di Parigi del 2015 con Donald Trump, l’India è riuscita a sorprendere in negativo. Il primo ministro Narendra Modi, da cui ci si aspettava annunci ambiziosi, ha comunicato un obiettivo di “zero netto” entro il 2070, dieci anni dopo Cina e Russia, venti dopo gli Usa. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha invece sollecitato un’azione più severa sulle emissioni, ma non ha annunciato alcuna nuova mossa rispetto all’impegno d’inizio mandato (taglio del 52% delle emissioni entro il 2030).

Non resta che l’obiettivo minimo dei soldi, i famosi 100 miliardi all’anno che, sempre dal 2015, gli Stati si sono impegnati a destinare alla transizione energetica dei Paesi in via di sviluppo e oggi fermi a 82 miliardi. La proposta del premier Mario Draghi, ieri, è stata di colmare la differenza con i diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale (una forma di liquidità garantita dal fondo). Spendere anziché agire: magari su questo si arriverà a una quadra.

Il flop trionfale

Il flop del G20 sulla stampa internazionale: “Vertice debole” (Cnn), “non riesce a colmare le divisioni” (Los Angeles Times), “progressi limitati… le possibilità di rimanere al di sotto di 1,5 gradi stanno svanendo” (The Guardian), “I Paesi del G20 non riescono a concordare obiettivi climatici più ambiziosi” (Frankfurter Allgemeine Zeitung).

Il flop del G20 sulla stampa italiana di domenica: “Obiettivo 1,5 gradi senza più una data” (Corriere), “La strada è in salita” (Repubblica), “Trattativa in stallo” (Stampa).

Il flop del G20 sulla stampa italiana di lunedì, dopo che Draghi si è autoelogiato per il “successo” e il “passo in avanti”: “La tattica dell’empatia. Così Draghi ha ‘smosso’ anche Pechino e Mosca ed evitato il fiasco finale”, “Il premier tessitore che consolida i nuovi equilibri… Difficile negare il successo del G20. Voto 9” (Corriere), “Un passo avanti per curare il clima”, “Il tessitore Draghi: ‘È stato un successo, teniamo vivi i sogni, è la vittoria del multilateralismo con Russia, Cina e India’”, “Draghi sottolinea giustamente il successo”, “Greta ragazza incontentabile… Draghi è stanco: qualcosa ha costruito” (Repubblica), “Successo di Draghi, ma spiccioli per il clima” (sic), “Bentornato multilateralismo”, “Ora Cina e Russia vanno recuperate”, “Il premier è il faro del dopo Merkel” (Stampa), “Passo avanti sul clima”, “Nuovo corso mondiale e l’Italia guida la svolta”, “Il multilateralismo soppianta i populismi” (Messaggero).

Il flop del G20 di Roma secondo la stampa italiana, se a presiederlo fosse stato Conte: “Il G20 di Giuseppi senz’anima né visione”,“Disastro/catastrofe/ flop/caos/figuraccia mondiale del Conte Casalino”, “Disfatta della pochette populista in mondovisione”, “Ciancia di multilateralismo per nascondere che è un servo di Putin e Xi Jinping, che però lo snobbano e non vengono”, “Multilateralismo? No, trasformismo: lo schiavo di Casalino ci svende a Mosca e Pechino, come già a Caracas, e stringe la mano a Erdogan dopo avergli dato del dittatore”, “Da Trump a Biden, gli Usa lo elogiano per compassione”, “I Grandi del mondo sfilano al funerale dei 5Stelle”.

Roma sede del G20 con la Raggi: “I Grandi accolti da topi e cinghiali”, “Slalom dei Venti tra buche e rifiuti”, “I Grandi con la mascherina per non sentire la puzza”, “Biden si porta 50 Suv perché ne perderà la metà nelle buche e nei roghi dei flambus”, “Caos Roma”, “Raggi vattene”.

Roma sede del G20 con Gualtieri, ma senza giunta: “Boom di turisti”, “Il Centro torna ai romani. C’è persino chi si sposa”, “Gualtieri fa da guida alle first lady: ‘La città ha superato la sfida’”, “Vince la grande bellezza” (Messaggero). Sempre sia lodato.

Alberi, radure, bambole: “Lo famo strano”, il rito

“Le vie del Signore sono infinite”, è vero. Anche noi umani, però, non scherziamo, quando si tratta di provare a dare risposte al nostro, insopprimibile, bisogno di sacro. Ne è testimonianza più che eloquente questo originale e stimolante I luoghi più strani delle religioni. Chiese nascoste, alberi magici e santuari proibiti, firmato da Johann Hinrich Claussen, in libreria per i tipi di Odoya, nella traduzione di Martina Maddalena.

Una sorta di “guida turistica” – la definizione è dell’autore – che ci conduce alla scoperta di “alcuni dei luoghi religiosi più strani del nostro pianeta”. Attraverso la lettura, però, non i viaggi. Dopotutto, le tre grandi religioni abramitiche – Ebraismo, Cristianesimo e Islam – non sono conosciute anche come “religioni del Libro”? Il testo si trasforma, così, in una sorta di “Cicerone anti-turistico” che – oltre a farci riflettere su un tema tutt’altro che irrilevante quale la fede – svolge, così, anche un’utile funzione ecologica. Non lasciamoci ingannare dal fatto che posti e usanze appaiano, spesso, piuttosto lontani dall’idea che – soprattutto in un Paese come il nostro – abbiamo della religione. E nemmeno dal linguaggio piacevolmente divulgativo e tutt’altro che iniziatico e polveroso. La riflessione è seria, come il suo autore: responsabile degli Affari culturali della Chiesa protestante in Germania, professore onorario presso l’Università di Berlino e collaboratore di testate autorevoli. Del resto, ammonisce subito Claussen, “provare puro divertimento per qualcosa di estraneo senza tentare di comprenderlo sarebbe un triste segno d’ignoranza”. Sacrosanto. È proprio quando pensiamo che “alcuni princìpi di un’altra religione siano discutibili” che “dovremmo riflettere sulla loro bellezza e profondità, ma anche su come giovino alla vita dei suoi fedeli, al luogo in cui vivono e in quali condizioni”. Qual è, allora, l’obiettivo di questa “guida”? “Risvegliare una rinnovata curiosità per i fenomeni e le questioni religiose”, aprendoci gli occhi sulla “varietà e sulla diversità della vita religiosa dei nostri tempi”, per suscitare in noi un “utile turbamento” ma anche invitarci al rispetto. Ma perché accanto a santuari, chiese, eremi o mausolei, troviamo colline, montagne, alberi, giardini, e persino targhe e bambole? Perché la religione, in sé e per sé, non esiste. Per esistere, “ha bisogno di plasmarsi in un contesto concreto e quindi in un luogo”. In qualche modo, dunque, lo spirito ha bisogno di carne. La fisica deve, cioè, farsi “garante” della metafisica. Anche se, nel profondo, sentiamo che l’essenziale è davvero invisibile agli occhi, infatti, non smettiamo di temere che una cosa che resta troppo a lungo lontano dagli occhi, finisca, prima o poi, col ritrovarsi anche lontano dal cuore. Per allontanare questo rischio, cerchiamo di dare un corpo allo spirito. Incarnarlo. In qualcuno, come il Dio dei cristiani ha fatto con suo figlio; in qualcosa o in qualche luogo. Così, l’oggetto della nostra fede diventa, appunto, un oggetto: non solo visibile ma anche tangibile. In qualche caso, addirittura, vivibile, come una radura, una collina, un fiume. Molti di questi luoghi sacri sono “bizzarri, sorprendenti, spaventosi” ma anche “inquietanti, emozionanti, affascinanti”. Ed è proprio così che vogliono essere – spiega Claussen – perché “incarnano, su questa Terra, una parte di mondo ultraterreno”. Ecco, allora, che in Argentina i camionisti offrono in voto componenti o intere auto alla statua della Difunta Correa; ad Amburgo, da sessant’anni, si celebra una “messa delle moto” alla quale accorrono migliaia di biker; in un anonimo paesino belga, la gente affigge un fazzoletto, simbolo di sofferenza, al tronco di un albero druidico. Ma la lista, ovviamente, è infinitamente più ricca e articolata di così.

Un libro disordinato, lo definisce l’autore, il quale, scrivendo, non ha seguito né un metodo rigoroso né una logica ben definita. Anche perché le meraviglie di cui parla, oltre a essere molto diverse tra loro, sfuggono tanto all’uno quanto all’altra. Della religione, Claussen dà una definizione efficacissima: “musicalmente parlando – scrive – la religione è un tema in infinite variazioni”. Se è incredibile a quanta musica l’umanità sia riuscita e riesca a dare vita con un alfabeto di sole dodici note, non è ancora più incredibile quante forme di religiosità sia riuscita a creare con un dizionario che contiene un unico lemma: Dio?

Caravaggio per i milionari. E la politica sta a guardare

Ma davvero non avvertite una nota mostruosa nella notizia che ai ventimila uomini più ricchi del mondo (quanti criminali comuni, quanti ladri, quanti profittatori disumani tra di essi?) sia stata mandata una mail per avvertirli che il prossimo 18 gennaio andrà all’asta un Caravaggio per 471 milioni di euro (ma basterà a costoro offrirne 353 per aggiudicarselo)? Cifre e nome pronunciati con la stessa stolida voluttà con cui si snocciolano le cronache delle feste mondane, o degli scandali sessuali.

Va all’asta, è vero, un Caravaggio. L’unico suo dipinto su un muro: il soffitto del camerino dove il cardinal Francesco Maria Del Monte praticava l’alchimia. Siamo probabilmente nel 1599, alla vigilia della Cappella Contarelli: quando il Merisi si appresta ad uscire in pubblico, e tra le molte critiche che gli si fanno c’è quella di non intendere la prospettiva, di non saper collocare i corpi nello spazio. Ebbene, qua vediamo i suoi primi nudi monumentali in piedi: egli dispone Nettuno e Plutone come vicini molesti che, in un condominio affollato di una metropoli moderna, stiano prendendo il fresco, senza nessun riguardo alla decenza. Uomini nudi in piedi sul cornicione del piano di sopra. Al padre degli dei, poi, non basta l’aquila per coprirsi i genitali: quasi un rifacimento ironico del Padreterno dell’altro Michelangelo, sulla Volta Sistina.

Ma non c’è solo Caravaggio. C’è anche la strepitosa Aurora del Guercino che dà il nome al Casino che viene venduto, con le sue statue antiche e tante altre opere d’arte. Con questa pittura “temporalesca, maculata, bruscata” arrivano fin nel cuore del Barocco le inquietudini di Ferrara. Guercino fa dilagare la sua luce in tutta la sala, dove un’antichità romanticamente diruta introduce ad un cielo incendiato dal carro dell’Aurora, tirato da 2 cavalloni pezzati, caravaggescamente naturali. Sotto appare “una di quelle viste de’ giardini di Roma, figurandovi i soliti giochi d’acqua”: come se le pareti del casino scomparissero, e lo spettatore fosse direttamente nella villa che lo circonda. È in questo giardino, sotto un arco diroccato, che ancora per qualche istante dorme la Notte, tra pipistrelli, civette e putti assopiti.

È il cuore stesso di Roma che va all’asta. L’unico avanzo della villa più bella della città, e cioè del mondo: caduta, come moltissime altre, sotto i colpi della speculazione edilizia degli anni ’80 dell’ottocento. Roma capitale partì malissimo, finendo in mano a quella cricca di palazzinari che ancora oggi la controllano: e un Torlonia (stirpe di avvoltoi) la fece a pezzi per una società immobiliare che trasformava tutto in case. Nasceva il quartiere Ludovisi, con via Veneto al posto della Villa Ludovisi. Tra coloro che si ribellarono c’era Hermann Grimm: tedesco, storico dell’arte, figlio di uno dei fratelli filologi e grandi favolisti, noti a tutti per aver scritto Hansel e Gretel, o Biancaneve. Nel suo libro (La distruzione di Roma, 1886) Grimm fa notare che tutto questo è avvenuto contro le leggi – come al solito. “Di pubblica necessità – scrive – non se ne discorre neppure, quello che può aver dato l’impulso a tale opera è soltanto la circostanza che la villa è situata in un luogo ove il suolo oggi è così caro da far intascare a casa Ludovisi i milioni che desiderava”. “Ciò che specialmente fa paura – concludeva –, nel moderno mutamento di sistema, è l’improvviso drizzone verso il mostruoso: è proprio dei nostri nuovi tempi che quando ci sia realmente da guadagnare milioni in un batter d’occhio le condizioni mutino e si passa ogni misura senza che, e anche questo è un segno del tempo, nessuno ci veda niente di straordinario o che apparisca anche possibile il porvi riparo”. L’improvviso drizzone verso il mostruoso: proprio come oggi.

E così tutto questo morì, e Gabriele D’Annunzio fece camminare Andrea Sperelli e Elena Muti, i due amanti del Piacere, nei giardini della “Villa Ludovisi un po’ selvaggia profumata di viole, ove in quel tempo i platani d’oriente i cipressi dell’aurora che parvero immortali rabbrividivano nel presentimento del mercato e della morte”. Il mercato e la morte: ancora e sempre padroni della scena.

Oggi, di fronte alla calata di qualche miliardario saudita o russo, si leverà un fronte di protesta, di lotta? Se ci sarà, ciò che dovrebbe propugnare è molto semplice: contestare la stima assurda e vergognosa partorita da un professore disposto a valutare quei dipinti come se fossero tele libere da ogni vincolo, già disponibili sul mercato di Londra. Sono invece beni vincolati, e inamovibili: che dovranno continuare ad essere visitabili. E dunque non valgono affatto quelle cifre astronomiche. Ma altre e diverse, più umane, che lo Stato può (e deve) stabilire, e poi corrispondere a questi eredi senza gloria, assicurando questo pezzo straordinario di Roma al godimento pubblico.Per prelazione, con un esproprio: o come vuole. Purché lo faccia, perché il contrario non sarebbe nemmeno immaginabile.

Il rivoluzionario errante, esule alle Hawaii nel nome di Marx

Celso Cesare Moreno (1931-1901), avventuriero e nemico del colonialismo britannico, nato in quel di Dogliani, nelle Langhe, fu nominato ministro degli Esteri delle Hawaii dal re Kalakaua, nell’estate del 1880. Rimase in carica soltanto per cinque giorni. Proprio nell’anno in cui Moreno moriva in povertà a Washington, il bielorusso Nikolaj Konstantinovič Sudzilovskij (1850-1930), medico e rivoluzionario di idee comuniste libertarie, a febbraio divenne presidente del Parlamento della repubblica della Hawaii. Fu il primo e unico “presidente marxista”, come si disse, del Senato di quelle isole del Pacifico.

In una lettera a un vecchio compagno di lotta, il rivoluzionario populista Egor Egorovič Lazarev, scrisse: “È la fine di otto anni di oligarchia dei missionari e dei piantatori di zucchero. Per sollevare gli indigeni, li abbiamo sollecitati con discorsi appassionati contro l’attuale potere dei missionari, dei piantatori e degli altri bianchi, nemici delle Isole Hawaii”. Sconfitto su vari fronti, tuttavia, presto si dimise e rinunciò a partecipare alle elezioni del 1902. Sudzilovskij, noto anche come dottor Russel, riprese allora la sua vita errabonda. Una vita che dall’impero russo, da esule politico, lo aveva portato in Bulgaria, dove si batté contro i turchi, e in Romania, dove prese parte al movimento socialista, per poi approdare negli Stati Uniti e alle Hawaii, e quindi nelle Filippine e in Cina, sua estrema dimora. A questa figura davvero singolare, del tutto sconosciuta in Italia, Claudio Facchinelli, torinese, matematico di formazione, che si è occupato di divulgazione scientifica, di teatro, di disagio giovanile, ha dedicato il libro Lumpatius Vagabundus. Sulle tracce di Nikolaj Sudzilovskij medico e rivoluzionario (Gaspari editore, pagg.159, euro 18), uscito in questo giorni.

Una biografia, spiega l’autore, scritta con lo scopo di “far conoscere un personaggio molto particolare, sotto molti rispetti eccezionale, del quale in Italia soltanto pochissimi hanno sentito parlare. Quell’uomo non solo è stato testimone per oltre mezzo secolo degli avvenimenti che hanno preceduto e seguito la Rivoluzione di Ottobre, ma ha lasciato tracce non effimere in tutti i Paesi dove ha avuto la ventura di muoversi e agire, in quattro continenti (Europa, America, Oceania, Estremo Oriente) nel corso di un’esistenza incredibilmente densa di avventure. Quell’uomo è: Nikolaj Konstantinovič Sudzilovskij, alias dottor Russel, medico e rivoluzionario errante”.

Come si rammentò nel 2006 in un servizio della sezione bielorussa dell’emittente Radio Libertà, Sudzilovskij concluse “la sua lunga vita in Cina, dettando il proprio epitaffio: Hic jacet Lumpatius Vagabundus, che, tradotto dal latino, significa ‘qua è stato lanciato un mendicante vagabondo’”. Tutto era cominciato a Mogilëv, in Bielorussia, all’epoca sotto la Russia zarista, dove “studia presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pietroburgo; poi quella di medicina, a Kiev, dove si lega al movimento dei narodnik”, i populisti rivoluzionari, e “va persino in Svizzera, per incontrare l’anarchico Mikhail Bakunin”.

La Bielorussia, dunque, di ieri e di oggi. Così, il bielorusso Uladzimir Arlou afferma, nell’introduzione al lavoro di Facchinelli, che “Nikolaj Sudzilovskij è stato una persona dall’insolito percorso terreno, che una vita non basterebbe a contenere. Figlio di un nobiluomo polacco diventò rivoluzionario, emigrato, politico, fornitore di armi per i ribelli bulgari contro i turchi, medico che salvò migliaia di vite, scienziato e viaggiatore riconosciuto nel mondo, scopritore di isole nel Pacifico; ingegnoso avventuriero che, sotto il naso della polizia, era riuscito a organizzare un banchetto in un rinomato ristorante di Bucarest in onore della Comune di Parigi”.

Sorgeva perciò “naturale”, scrive Facchinelli, “un parallelo fra la situazione che oggi vivono in Bielorussia gli oppositori del regime, e il destino di Sudzilovskij, costretto a venticinque anni a fuggire dalla Russia, senza farvi mai più ritorno, per non essere arrestato e deportato; per dare corpo ai suoi ideali e ai suoi sogni, alla speranza di vivere in un mondo migliore, e combattere perché divenisse realtà”. Allora, “in Russia, per sfuggire alla Ochrana, la temibile polizia segreta zarista; oggi, in Bielorussia, per fuggire agli arresti indiscriminati, alla milicyja in assetto antisommossa, alla violenza omicida in piazza e nelle caserme”. La storia, continua Facchinelli “che dovrebbe essere magistra vitae, si ripete – e non solo in Bielorussia – senza insegnare quasi nulla. Ma poiché, da antico insegnante, non ho mai abbandonato una segreta, pudica vocazione educativa, conservo la fiducia che la storia di un uomo come Nikolaj Konstantinovič, della incredibile ricchezza e generosità dei progetti cui ha messo mano, possa ancora insegnare qualcosa”.

La Bielorussia, aggiunge Uladzimir Arlou, “non sarà più la stessa di prima. Non sarà più percepita da molti europei – è successo di recente – come una provincia della Russia. La nazione bielorussa ha affermato a piena voce se stessa, e la sua volontà di libertà. Perciò agli attuali emigranti si apre la prospettiva di tornare presto a casa, per costruire un nuovo Paese europeo, che per adesso, dopo le manifestazioni di strada, vive nei nostri sogni. In quella Bielorussia, sono certo, tornerà anche Nikolaj Sudzilovskij, in effigie bronzea. Con i miei amici di Mogilëv, gli abbiamo già trovato un posto sulla riva alta del Dnepr”.