Chi corre di più è Israele, che da fine agosto ha dato il via libera alla terza dose per tutta la popolazione di età superiore ai 12 anni e poi, dai primi di ottobre, ha avviato anche la revoca del Green pass – che lì non serve per lavorare ma per entrare in qualsiasi locale al chiuso sì – per chi non si sottopone alla nuova iniezione a cinque mesi dalla seconda.
È l’approccio più aggressivo, la terza dose a tutti, scelto anche negli Stati Uniti da Joe Biden che però a settembre ha provocato un terremoto nella Food and drug adminstration (Fda), l’agenzia regolatoria Usa, con le dimissioni ai primi di settembre di due autorevoli dirigenti dell’Office of vaccines research and review come Marion Gruber e Phillip Krause per i quali il presidente stava correndo troppo.
Report ha ricostruito ieri sera la vicenda. Poi il via libera della Fda alla terza dose è arrivato, il 17 settembre, ma solo per la popolazione over 65, per i soggetti ritenuti più fragili e per le persone che corrono maggiori rischi di contagio, dagli operatori sanitari ai detenuti. Ora però, di fronte alla rapida risalita dei contagi tra chi era stato vaccinato per primo in un Paese che non ha Green pass e che conosce una forte resistenza alle immunizzazioni, si parla insistentemente di un’imminente autorizzazione generalizzata per darla a tutti.
L’Ema, l’agenzia del farmaco dell’Unione europea, il 4 ottobre ha indicato l’opportunità di una terza dose di Pfizer o Moderna a 28 giorni dalla seconda per gli immunocompromessi, mentre per tutti gli altri dai 18 anni in su si può fare ma non prima di sei mesi. Si può, non si deve.
Il tema resta controverso e gli Stati membri sono liberi di decidere come vogliono. Infatti procedono in ordine sparso, tra fughe in avanti e svarioni nella comunicazione. Da settembre la Germania la fa solo ai più fragili e agli anziani in assenza di un pronunciamento della commissione vaccinale Stiko, la Francia fin qui si è fermata agli over 65, la Spagna lo stesso. In Italia siamo arrivati a 60 anni, oltre a immunocompromessi, ospiti delle Residenze per anziani e personale sanitario, ma tutti danno per probabile, o almeno possibile, l’estensione della terza dose a tutti. Al momento tuttavia ci sono quasi 20 milioni di terze dosi da fare, quindi agli under 60 difficilmente toccherà prima di gennaio- febbraio e la decisione non è imminente; semmai si discute l’ipotesi di dare ancora una corsia preferenziale al personale scolastico.
La stessa Gran Bretagna per il momento si è limitata agli over 50 oltre ad alcune categorie particolari.
La verità è che non ci sono dati certi, inoppugnabili, sulla durata della protezione indotta dal vaccino, specie per la debolezza delle ricerche sul livello degli anticorpi in assenza di procedure e regole standardizzate. Così la terza dose per tutti divide gli esperti, come la necessità di vaccinare subito i bambini da 5 a 11 anni di cui dovrà occuparsi a breve l’Ema dopo il via libera della Fda. Gli studi delle case farmaceutiche, a partire da Pfizer che ha utilizzato i nove milioni di cittadini israeliani come se fossero i volontari di un grande trial, vanno nel senso della necessità della terza dose e di successive vaccinazioni periodiche. Pfizer parla di terza dose ai potenziali investitori da marzo 2021, quando la somministrazione delle prime dosi era iniziata da appena due mesi.
Ce n’è abbastanza per pensare che i dati sulla durata della protezione, certamente influenzati anche dal susseguirsi delle diverse varianti dopo trial eseguiti prima ancora che divenisse dominante la Alfa (all’inizio detta inglese) poi seguita dalla Delta (già indiana), non siano stati adeguatamente condivisi con la comunità scientifica e l’opinione pubblica, come ha detto nei giorni scorsi sul Fatto Andrea Crisanti, se non addirittura con le stesse agenzie regolatorie, come sembra sostenere Peter Doshi, docente di servizi sanitari farmaceutici nel Maryland ed editorialista del British Medical Journal, intervistato ieri da Report.