Canada. Non si fermano le esportazioni di armi ai sauditi

Il pacifico e tranquillo Canada – sempre attento al politically correct e ai diritti umani – si sta rivelando uno dei maggiori fornitori di armi per i conflitti in corso in Medio Oriente. Se una mano cancella ordini e forniture, l’altra prosegue imperterrita.

Il Canada sta violando il diritto internazionale rifiutando di porre fine alla vendita di armi all’Arabia Saudita, sostengono due gruppi per i diritti umani: Amnesty International e Project Ploughshares. La revisione del Canada delle sue esportazioni di armi verso il regno – dopo un blocco di due anni per l’assassinio di Jamal Khashoggi, il giornalista dissedente ucciso il 2 ottobre 2018 dentro il consolato saudita ad Istanbul, in Turchia – è stata “fondamentalmente imperfetta”.

Il rapporto afferma che la revisione del 2020 del governo canadese ha interpretato erroneamente, o ignorato, i pilastri chiave del Trattato sul commercio delle armi del 2019, un accordo internazionale firmato dal Canada che regola il commercio internazionale di armi convenzionali. Ci sono prove che le esportazioni di armi canadesi, compresi veicoli blindati leggeri (LAV) e fucili da cecchino, sono state dirottate per essere usate nella guerra in Yemen, dove l’Arabia Saudita e i suoi alleati sono coinvolti dal 2015. Un rapporto di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite pubblicato nel settembre 2020 indica il Canada come uno degli Stati che contribuiscono ad alimentare la guerra in Yemen attraverso le sue continue vendite di armi all’Arabia Saudita. Ryad continua ad essere il più grande acquirente di beni militari canadesi: nel 2020, le vendite di armi canadesi all’Arabia Saudita hanno totalizzato più di un miliardo di dollari e hanno rappresentato il 67% delle esportazioni totali del Canada (esclusi gli Usa).

Anche la Turchia è un grande acquirente di elettronica canadese per uso militare. Con un tardivo blocco delle vendite Ottawa ha cancellato la sua vendita di tecnologia ottica per la guida di droni militari autonomi fabbricati in Turchia (il modello TAI Anka), dopo che un’indagine ha scoperto che la tecnologia canadese è stata utilizzata nel conflitto tra Azerbaigian e Armenia.

 

Il premier Costa affondato dalla faida della sinistra

La bocciatura della legge di bilancio per il 2022 da parte del parlamento portoghese, mercoledì scorso, a tarda serata, rischia di dare il colpo di grazia al governo socialista di António Costa, in carica dal 2015. Già prima del voto, il presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa, aveva avvisato che non avrebbe esitato a sciogliere le Camere e indurre elezioni anticipate, se il Parlamento non avesse adottato il piano del governo. Il progetto di legge dell’esecutivo è stato respinto con 117 voti, contro 108 favorevoli (e cinque astenuti), dopo due giorni di dibattiti parlamentari che hanno soprattutto rivelato l’entità del divario che si è scavato negli ultimi tempi tra i tre principali partiti della sinistra. “Ho fatto tutto ciò che era in mio potere per garantire una buona legge di bilancio. Per quanto mi riguarda, sono sereno, ho la coscienza pulita”, ha detto il capo del governo prendendo la parola in Parlamento, pochi minuti prima del voto. António Costa, il “coriaceo”, come viene definito talvolta dalla stampa portoghese, ha governato dal 2015 grazie all’alleanza con due partiti che si posizionano alla sua sinistra, il Blocco di sinistra (Be) e il Partito comunista (Pcp), un’alleanza a volte eterodossa che i conservatori hanno soprannominato la “geringonça” (ovvero l’“accozzaglia”).

Dalla vittoria alle elezioni del 2019, Costa si ritrova alla testa di un governo socialista minoritario che può contare sul sostegno altalenante di altri partiti, tra cui il Be e il Pcp, ma anche il Partito animalista (Pan) e LIVRE (gli ecologisti). Il Partito socialista conta solo 108 deputati sui 230 membri eletti del Parlamento. Per adottare la nuova legge di bilancio, doveva quindi fare affidamento sull’astensione dei comunisti (10) o del Bloco (19). Lo scorso anno, il bilancio era stato approvato per un soffio, malgrado l’opposizione, già all’epoca, dei responsabili del Bloco, ma il Pcp, il Pan e i Verdi del Pev si erano astenuti. Invece, quest’anno, i due ex alleati del governo hanno preso le distanze dal Ps, un modo forse per punire Costa per le frustrazioni e le tensioni degli anni della geringonça. Costa ha potuto contare soltanto sull’astensione di tre deputati del Pan e di due indipendenti. Il socialista rifiuta di dare le dimissioni. Tocca dunque al presidente della Repubblica prendere in mano la situazione e de Sousa potrebbe annunciare lo scioglimento delle Camere da un momento all’altro. A ottobre, António Costa, che aveva intuito il mutare della situazione, ha tentato di sedurre l’ala più a sinistra del Parlamento con proposte che pensava allettanti. “Il bilancio che presentiamo è un bilancio apertamente di sinistra”, aveva detto la ministra del Lavoro, Ana Mendes Godinho, nell’ultima riunione di crisi di lunedì scorso. Per soddisfare il Partito comunista, i socialisti avevano messo sul tavolo una serie di misure, tra cui l’aumento del salario minimo fino a 750 euro, la gratuità progressiva degli asili nido e l’aumento delle pensioni. Delle proposte giudicate però troppo timide dal Pcp, che aveva chiesto un salario minimo a 850 euro. “Il Portogallo non ha bisogno soltanto di una legge di bilancio, ma di una reale risposta del governo ai problemi del paese che si stanno accumulando”, ha osservato Jerónimo de Sousa, il leader del Pcp, per giustificare il suo rifiuto. Sostenere il governo Costa dopo il 2015 era stato necessario per i comunisti per voltare la pagina della “troika” e delle politiche di austerità associate al precedente esecutivo di Pedro Passos Coelho.

L’anno scorso, la situazione eccezionale legata alla pandemia di Covid-19, li aveva spinti ancora una volta ad astenersi dal voto del bilancio, per non aggiungere una crisi politica all’emergenza sanitaria. Ma quest’anno, con l’UE che inizia a erogare i fondi del piano di rilancio post-Covid, il contesto è cambiato. Non opporsi alla legge di bilancio, ha insistito Jerónimo de Sousa, avrebbe voluto dire “abdicare di fronte ai principi che per noi comunisti sono fondamentali”. Il Ps aveva anche difeso un nuovo “servizio sanitario nazionale”, che avrebbe dovuto permettere ai medici del servizio pubblico di non sentirsi più costretti a lavorare parallelamente anche nel settore privato. Aveva proposto un aumento, per quanto modesto, delle indennità di licenziamento e un aumento della retribuzione degli straordinari (oltre le prime 120 ore già lavorate nello stesso anno). Per convincere il Pan, il Partito animalista, Costa si era inoltre impegnato a vietare gli spettacoli di corrida ai minori di 16 anni. Se la bocciatura del bilancio da parte dei comunisti si è confermata solo molto tardi, quella del Bloco si profilava invece già da metà ottobre. Catarina Martins aveva espresso la sua “grande delusione” nei confronti del Ps, che si era mostrato riluttante a negoziare le nove proposte formulate dal Bloco, in materia tra l’altro di previdenza sociale e codice del lavoro. Senza sorpresa, gli sforzi portati avanti dal Ps dal 2015 per apparire una formazione capace di rilanciare l’economia e, al tempo stesso, di tenere “in ordine i conti pubblici”, come richiesto dall’ortodossia di bilancio pretesa dai trattati europei, hanno finito per allontanare una parte della sinistra. Costa e Martins, in particolare, appaiono ormai molto distanti. Mercoledì scorso, Martins ha denunciato ancora una volta in Parlamento gli “investimenti anemici” messi in programma dall’esecutivo. “La geringonça è morta a causa dell’ossessione del Ps per la maggioranza assoluta”, ha insistito, denunciando la mancanza di volontà del partito di Costa di negoziare il bilancio con eventuali partner di sinistra. “La geringonça non ha più le basi per andare avanti”, ha commentato ironico il conservatore Rui Rio, leader dell’opposizione. La prospettiva delle elezioni anticipate nel gennaio 2022 – invece che nell’ottobre 2023, come previsto dal calendario ufficiale – non piace a molti. Innanzi tutto, perché la campagna elettorale potrebbe coincidere con il versamento del grosso dei fondi europei per il rilancio post-Covid (“il programma di rilancio e resilienza”, come viene definito dal governo). In secondo luogo, perché il principale avversario di Costa, il Partito socialdemocratico (a destra), è diviso sulla sua leadership. Le primarie interne di partito, previste per il 4 dicembre, dovranno decidere chi, tra Rui Rio, attuale sindaco di Porto, e Paulo Rangel, eurodeputato, guiderà la formazione alle prossime elezioni legislative.

Anche l’estrema destra di Chega, guidata dall’ex telecronista sportivo André Ventura, è in agitazione e sta frettolosamente organizzando un congresso, presumibilmente all’inizio di dicembre, per riconfermare Ventura alla presidenza. In caso di legislative anticipate, lo scenario politico resta quindi incerto. Alcuni sondaggi danno ancora Costa per vittorioso. Ma le elezioni municipali di settembre sono state un segnale di avvertimento per il Ps portoghese. Se è vero che i socialisti hanno vinto lo scrutinio locale, con quasi il 33% dei voti (ma cinque punti in meno rispetto al voto del 2017, in un contesto di forte astensione), hanno però perso una delle loro roccaforti, il municipio di Lisbona, che detenevano ininterrottamente dal 2007. A dispetto di tutti i sondaggi, ha vinto nella capitale l’ex commissario europeo Carlos Moedas, candidato del Psd, sostenuto da un’ampia coalizione di destra e centrodestra. Il Ps è stato battuto anche a Coimbra (grande città universitaria nel centro del paese) e a Funchal (la città più grande dell’isola di Madera). Se la destra dovesse riuscire a riproporre questo tipo di alleanze allargate a livello nazionale, all’avvicinarsi dello scrutinio, potrebbe far vacillare il Ps. Le ultime municipali si sono rivelate deludenti anche per il Bloco, e ancor più per il Pcp, una formazione nota per le sue solide radici locali. È senza dubbio anche lo scarso risultato alle urne che spiega il posizionamento del Pcp sulla legge di bilancio, all’origine dell’attuale crisi politica.

(Traduzione di Luana De Micco)

Risparmio. Reti “porta a porta” e fondi comuni uccidono i clienti di costi: parola di Mediobanca

Belli gli investimenti Esg? Sono l’ultima moda, con Esg che significa “environmental, social e corporate governance”, ovvero nel rispetto dei valori ambientali, sociali e di una corretta amministrazione aziendale. Belli soprattutto per chi l’anno scorso è riuscito a raschiare via la bellezza del 6,3% dal patrimonio di un fondo comune, come Azimut con Equity Global Esg.

Che dire poi dei fondi obbligazionari? Nel 2020 le reti di vendita porta a porta, quotate in Borsa, si sono accaparrate dal 45 all’89 per cento del rendimento dei portafogli. Essendo stato un anno buono, qualcosina è rimasta pure agli investitori. Ma costi fissi nell’ordine dell’1,2-1,9% conducono strutturalmente a perdite nette, con gli attuali tassi vicini allo zero.

In realtà i venditori di fondi spingono a più non posso i clienti nei fondi azionari, per potergli addebitare commissioni più alte, che il rendimento sia positivo o negativo. Tanto paga Pantalone, ovvero il risparmiatore. Sempre per le stesse reti porta a porta (Anima, Azimut, Banca Generali, Banca Mediolanum e Fineco) risultano per lo stesso periodo costi dal 4,5 al 2,2 per cento, con Azimut che sfigura in negativo in cima alla classifica. A gonfiare i guadagni delle reti, ma anche delle banche, contribuiscono le cosiddette commissioni di performance, magari congegnate ad usum delphini, cioè affinché i gestori possano incassarle anche collezionando figure barbine.

I dati sopra riportati non sono di associazioni di consumatori, spesso amiche dell’industria del risparmio gestito a dispetto dei proclami bellicosi. Il paradosso, in un certo senso la vera notizia, è che provengono dal profondo interno dell’establishment finanziario, cioè da Mediobanca. Non però dal suo ufficio studi, la cui spietata indagine annuale sui fondi comuni venne affossata due anni fa (vedere Il Fatto Quotidiano del 25-1-2021). La ricerca (Italian Asset Gatherers, 1-10-2021) – che non è pubblica ed è in inglese – è invece di Gian Luca Ferrari di Mediobanca Securities, che ha analizzato le società in questione nell’ottica non dei loro clienti, bensì dei loro azionisti.

La morale è che i costi addossati ai clienti dalle reti porta a porta sono così esorbitanti che tali società non possono fare affidamento per il futuro su margini di guadagno così alti. Non sarebbero sostenibili alla lunga commissioni stratosferiche, che arrivano a sottrarre ai risparmiatori anche più della metà dei guadagni di Borsa. Questi finiranno per aprire gli occhi.

Io però ho una minore fiducia illuministica di Ferrari. Pure io credo che la diffusione del sapere, delle informazioni eccetera tenda a migliorare la società. Ma le forze contrarie sono potenti. Vedi in particolare la cosiddetta educazione finanziaria, che è stata subappaltata alle banche ed è degenerata in un’attività di propaganda a loro vantaggio, purtroppo col beneplacito della Banca d’Italia.

 

Arriva il Pnrr e mette in crisi soprattutto i governi di sinistra

Lunedì scorso Paolo Gentiloni, commissario europeo agli Affari economici, si è presentato a Madrid per una visita non di cortesia: tra le altre cose doveva spiegare a Pedro Sanchez che la riforma del lavoro che il suo traballante governo ha in cantiere – Podemos la pretende – non è proprio benvenuta a Bruxelles. Concetto ribadito anche pubblicamente ricordando che la Commissione europea si aspetta “un equilibrio tra sicurezza e flessibilità” per le imprese. Sempre nella penisola iberica, ma a Lisbona, due giorni dopo il governo di Antonio Costa, socialista anche lui, finiva sotto in Parlamento sul Bilancio per il 2022, abbandonato dai due partiti alla sua sinistra per motivi che, visti dall’Italia di Mario Draghi, potrebbero sembrare persino speciosi: il presidente della Repubblica, il conservatore Marcelo Rebelo da Sousa, ha già fatto sapere che considera il governo pressoché morto e che senza un bilancio nei prossimi giorni scioglierà le Camere per votare quanto prima, probabilmente a gennaio. Motivo: bisogna avere un governo che segua il Piano di ripresa e resilienza.

Il Pnrr è appena arrivato e già si rivela più pericoloso del Covid-19 per i governi di sinistra dell’Europa periferica. Non in sé, ovviamente, cioè non quanto agli investimenti e alle spese da fare, ma per tutto quello che si porta dietro, in particolare il nuovo protagonismo della Commissione Ue e delle sue “Raccomandazioni”, il cui rispetto – da regolamento – è condizione esplicita per ottenere i futuri esborsi del Next Generation Eu (come si ricorderà, anche un solo Paese può bloccare per mesi i pagamenti agli eventuali reprobi). L’invito di Gentiloni a Sanchez a non proseguire sulla strada della riforma del lavoro è, insomma, assai più cogente oggi di quanto lo fosse qualche mese fa: la ricreazione è finita.

Perché questo finirà per mettere in mora soprattutto i governi di sinistra della periferia dell’Eurozona? È semplice: sono quelli che hanno scommesso di più su un cambio di paradigma nel loro rapporto col Paese per curare le ferite delle multiple crisi iniziate nel 2008 e della cura a base di austerità imposta ai più deboli da Bruxelles. Il mercato del lavoro spagnolo, oggi uno dei più precari del continente, è un esempio plastico di questa situazione. L’attuale legislazione fu varata dal governo di Mariano Rajoy (Ppe) nel 2012, sotto dettatura dei creditori internazionali: libertà di licenziamento, precarizzazione spinta, sgravi per le assunzioni, liberalizzazione della contrattazione aziendale.

La crisi pandemica ha fatto esplodere le contraddizioni di un modello che riservava al lavoro solo le briciole della crescita e qui arriva la riforma del lavoro proposta dal governo socialisti-Podemos: tre contratti (stabile, a termine, di formazione), limitazione degli accordi aziendali in deroga ai contratti di settore. Ora che bisognava stringere, sono iniziati i problemi: la Banca di Spagna, che pure ritiene “eccessiva” la quota di lavoro precario, ha iniziato a dire che così non va bene, la Commissione ha consegnato a domicilio la sua gentile minaccia, i socialisti hanno iniziato a ripensarci e provato a togliere la palla legislativa alla ministra del Lavoro Diaz di Podemos per passarla alla socialista Calviño della Finanze. Podemos ha minacciato una crisi di governo, per ora c’è un accordo formale su come procedere nel lavoro, ma quello politico non è affatto certo.

In Portogallo, altro Paese passato per la Troika, la situazione è meno chiara (vedi il bel servizio nelle prossime due pagine). Il socialista Costa governa dal 2015 grazie a un accordo coi comunisti (Pcp) e il blocco di sinistra (BE). Un esperimento che può considerarsi riuscito: guarire un Paese devastato dalle politiche imposte dai creditori senza entrare in rotta di collisione con Bce e Ue. Il Budget 2022 del governo accoglieva molte richieste della sinistra: un aumento, ancorché non enorme, del salario minimo, meno tasse sui bassi redditi e un aumento della fascia di esenzione, asili gratuiti, etc. Dal canto loro Pcp e BE chiedevano la riforma del mercato del lavoro (come in Spagna), più soldi su sanità, pensioni e stipendi pubblici, un aumento più marcato del salario minimo.

In molti pensano che la crisi di governo abbia dietro anche motivi politici come l’affermazione della destra alle recenti amministrative e il dimezzamento dei voti della sinistra. Ma Francisco Seixas da Costa – ex diplomatico e ministro, un pezzo grosso dell’establishment portoghese, oggi analista e consulente – la vede diversamente: “Quel patto di coalizione è di fatto esaurito. Pcp e BE stanno chiedendo l’impossibile”, perché “hanno capito che i socialisti non abbandoneranno i loro impegni con l’Ue sul contenimento della spesa pubblica”, ha detto al Financial Times.

“Il Covid ha riabilitato il debito pubblico: ora i governi sono più forti”

Chi scriverebbe un libro intitolato “In difesa del debito pubblico”? Gli affezionati all’economia del vecchio mondo risponderanno che solo un pensatore radicale, anzi estremista, potrebbe osare tanto. Avrebbero però torto. “In difesa del debito pubblico”, infatti, è il titolo del nuovo libro di Barry Eichengreen, illustre storico dell’economia dell’Università di Berkeley. È un titolo forte, forse provocatorio, che dimostra che sono in corso grandi trasformazioni. Il nuovo mondo dopo il Covid ha bisogno di un’economia diversa, che abbandoni i dogmi del passato: lo Stato come una famiglia, il debito pubblico come un male economico e morale, e via dicendo. Barry Eichengreen (che il 28 ottobre ha parlato alla università Luiss) non è certo un pensatore estremista, ma uno che ha studiato in profondità l’economia e può appoggiarsi a una profonda consapevolezza storica. Insieme a Olivier Blanchard, Jason Furman e altri, è la prova che il cambio di paradigma economico sta penetrando ai piani alti dell’accademia. Finalmente, oggi si può parlare con maggiore libertà e chiarezza di temi che fino a poco tempo fa erano tabù. Il debito pubblico, ad esempio, svolge un ruolo positivo fondamentale nella nostra economia. Oggi ancor di più, a dispetto delle incessanti litanie dei sacerdoti dell’austerità.

Professore, come è cambiato negli ultimi anni l’approccio al debito pubblico e cosa vi ha spinto a scrivere questo nuovo libro?

Avevamo iniziato a scrivere il libro già prima della crisi del Covid, che in un certo senso ha dato forza alla nostra tesi al posto nostro. Avevamo osservato il continuo declino dei tassi d’interesse reali, sia in termini assoluti che in relazione ai tassi reali di crescita economica, e abbiamo visto come questo ha reso possibile ai governi pagare gli interessi in modo sicuro e sostenere livelli più alti di debito. Abbiamo visto come l’emissione di debito pubblico ha aiutato i governi a far fronte all’emergenza della crisi finanziaria globale e a stabilizzare i propri sistemi bancari e finanziari. E abbiamo lamentato la svolta prematura verso l’austerità iniziata nel 2010. Ora abbiamo visto un’altra dimostrazione, fra 2020 e 2021, di come l’emissione di debito pubblico possa aiutare i governi a far fronte a un’emergenza, e di come possano sostenere livelli di debito più alti di quanto si credeva in precedenza.

Cosa succederà all’enorme debito pubblico contratto durante la crisi del Covid?

I governi dovranno ora assumere provvedimenti per ripristinare la loro capacità di prendere in prestito per far fronte alla prossima pandemia o un’altra emergenza che si presenterà lungo la strada. La storia che passiamo in rassegna nel libro mostra che i governi sono riusciti ad abbattere alti livelli di debito solo quando si sono affidati a un approccio multiforme: passando al consolidamento fiscale quando è il momento giusto (e non prima), facendo crescere l’economia (alzando il denominatore del rapporto debito/Pil) ed evitando la deflazione (anche tollerando moderati tassi di inflazione).

In Europa abbiamo avuto per anni un acceso dibattito sulle finanze pubbliche. Oggi quel dibattito sta ricominciando. Hanno senso le regole europee sul debito e sul deficit? O ripristinarle sarebbe un disastro?

Le vecchie regole devono essere riviste. Un rapporto debito/Pil del 60% [il limite fissato dal Patto di Stabilità ndr] poteva avere senso quando i tassi d’interesse reali sul debito pubblico erano al 4%. Ma questo non vuol dire che abbia ancora senso ora che i tassi d’interesse reali sono negativi.

L’Europa ha bisogno di un safe asset, un titolo sicuro? È utile pensare a qualche forma di eurobond?

Gli Stati Uniti non possono continuare a fornire asset sicuri e liquidi al resto del mondo da soli a tempo indeterminato – soprattutto perché i mercati emergenti continueranno ad emergere, facendo sì che gli Stati Uniti rappresentino una quota sempre minore del Pil globale nel tempo. Ma c’è una relativa scarsità di titoli di stato con rating AAA in Europa disponibili per il resto del mondo. La maggior parte dei titoli che i governi europei con rating AAA emettono è in realtà detenuto dalle banche europee come riserva e dalla Bce come risultato dei programmi di acquisto di asset – significa che l’Europa fa troppo poco per risolvere il problema. Un modo per risolverlo sarebbe quello di espandere il Recovery Fund europeo da 850 miliardi di euro concordato l’anno scorso. Ma dovrebbe essere ampliato molto significativamente per fare la differenza. 850 miliardi di euro sono soltanto una goccia nel secchio delle riserve monetarie internazionali.

Stiamo entrando in una nuova era di gestione del deficit e del debito pubblico?

Non so se la chiamerei una nuova era, ma i governi prudenti faranno ora dei passi per migliorare e ripristinare la loro capacità di prendere in prestito, il che significa consolidare (in altre parole, stabilizzare e forse ridurre) i rapporti debito/PIL ereditati.

Quali sfide ci permette di affrontare la nuova mentalità sul debito pubblico? Può aiutarci nella transizione verde?

Dovrebbero essere prioritari gli investimenti nella transizione verde che si ripagano da soli (nel senso di evitare più avanti ulteriori e maggiori investimenti per la riduzione del cambiamento climatico e per l’adattamento a esso). Direi che è ragionevole prendere in prestito per intraprendere questi investimenti. La questione è se sappiamo abbastanza sul cambiamento climatico per identificare quegli investimenti che si ripagano da soli.

Miliardi ai deforestatori: Intesa e Unicredit in lista

Ok, l’ambiente è importante, ma gli affari sono affari. Dal 2016, anno in cui è entrato in vigore l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, le due principali banche italiane, Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno finanziato per oltre un miliardo di dollari le attività di alcuni dei gruppi agroindustriali più compromessi con la distruzione ambientale. È quanto emerge dalle ricerche di Global Witness, organizzazione che dal 1993 denuncia lo sfrutamento delle risorse naturali e i connessi fenomeni di povertà e corruzione.

La deforestazione ha effetti devastanti per il clima, la biodoversità e la vita delle popolazioni indigene. La richiesta di aree per la produzione intensiva di olio di palma, soia e carne, si stima abbia portato alla distruzione di 23 milioni di ettari di foreste tropicali nel sudest asiatico e in Africa tra il 2016 e il 2020, una superficie pari a quella dell’interno Regno Unito. Secondo l’indagine “Dividendi della deforestazione – come le banche globali fanno profitti con la distruzione delle foreste pluviali e gli abusi dei diritti umani”, pubblicata nei gorni scorsi, le maggiori banche mondiali negli ultimi cinque anni hanno dato 157 miliardi di dollari a gruppi implicati nella distruzione dell’ambiente, come i giganti brasiliani Slc Agrcola, coltivatore di soia e mais, e Jbs, maggiore produttore mondiale di proteine animali, e la multinazionale di Singapore Olam, uno dei principali produttori mondiali di caffè, cacao e olio di palma. Si stima che ne abbiano ricavato 1,74 miliardi di dollari tra interessi, commissioni e dividendi. Il report di Global Witness, risultato dell’analisi di oltre 5 mila transazioni, registrate in database finanziari, bilanci e comunicazioni agli organi di vigilanza, si concentra sulle sei banche globali più esposte. Sono presi in considerazione solo i finanziamenti andati alle attività che comportano devastazione ambientale. In cima alla lista c’è il colosso Usa JP Morgan, che ha fatto affari per 9,3 miliardi, mentre la prima europea è la francese Bnp Paribas con 5,7 miliardi. Le banche italiane non sono citate, ma il Fatto ha ottenuto i file in cui compaiono le cifre dei loro affari.

Quello della sostenibilità è diventato uno degli argomenti di punta nel marketing bancario. Unicredit, che nella nella sua comunicazione istituzionale si dichiara “fortemente impegnata nella salvaguardia del pianeta”, tra il 2016 e il 2020 ha fatto affari per 870 milioni di euro tra linee di credito, prestiti e obbligazioni, a 20 società con comprovate attività di deforestazione. La cifra maggiore è andata a Olam, gruppo a cui il Forest stewardship council (Fsc), ente che certifica la sostenibilità delle attività in aree forestali, contesta la distruzione di 40 mila ettari di foresta pluviale in Gabon; 150 milioni di dollari sono andati invece a Cofco, principale gruppo agroalimentare cinese. La maggior parte dei 4 milioni di tonnellate di soia che Cofco esporta ogni anno dal Brasile, destinati agli allevamenti cinesi di suini, viene da ex foreste del Cerrado e dell’Amazzonia.

Banca Intesa redige da tre anni un bilancio non finanziario, di responsabilità sociale, puntando, vi si legge, “a diventare un modello di riferimento in termini di sostenibilità e di responsabilità sociale e culturale”. Negli ultimi cinque anni ha però prestato 300 milioni alle attività di deforestazione di Olam, dell’indonesiana Royal Golden Eagle e dell’americana Cargill. Alla Royal Golden Eagle nel 2013 è stata revocata la certificazione Fsc in seguito alle denuncie di Greenpeace e Wwf per “distruzioni ambientali su larga scala e violazione dei diritti umani”, mentre Cargill, maggiore trader di soia in Brasile, è nel mirino delle organizzazioni ambientaliste per la distruzione delle foreste pluviali e l’occupazione di terre reclamate dagli indigeni nel Cerrado. Tra le istituzioni finanziarie italiane esposte verso attività spregiudicate in termini ambientali figurano anche le Assicurazioni generali, per 12 milioni di dollari, anche se, secondo gli analisti londinesi, si tratta più che altro di partecipazioni azionarie detenute nei portafogli di fondi e gestioni patrimoniali.

“Nonostante la maggior parte delle banche dichiarino di impegnarsi nel contrasto della deforestazione, continuano ad avere rapporti con compagnie legate a questa pratica”, dice Colin Robertson, analista di Global Witness, “Il problema è che manca una regolamentazione che le obblighi a cambiare”.

La ripresa? Greggio e carbone. La guerra sul clima è già persa

Cinquant’anni fa, la “diplomazia del ping pong” diede il via alle relazioni Usa-Cina. Alla Cop26, la conferenza dell’Onu sul clima in corso a Glasgow, tra la Repubblica Popolare e il resto del mondo è tornato il tennis da tavolo: stavolta però la pallina è l’accusa di inquinare. I Paesi sviluppati, Usa in testa, puntano il dito contro Pechino per le sue enormi emissioni di gas serra, ma il gigante asiatico non accetta di stare sul banco degli imputati e il presidente Xi Jinping non parteciperà al summit. A disertare saranno anche i capi di altri Stati sotto accusa, come il russo Vladimir Putin e il brasiliano Jair Bolsonaro. Il fronte delle ricche nazioni finanziarizzate e quello dei Paesi poveri, che per crescere puntano invece sull’industria, si rimpallano i sacrifici per salvare il clima. Entrambi hanno ragioni e torti, ma il loro scontro rischia di rendere vano il summit scozzese.

Parte male il vertice sull’emergenza climatica, l’appuntamento più importante dall’accordo di Parigi del 2015 che fu firmato da 195 Stati. Dopo la pandemia, il 2021 ha visto il rimbalzo della domanda di carbone e petrolio e il secondo maggior aumento annuo delle emissioni di CO2 della storia. Per rispondere alla sfida, oltre 50 Paesi e l’Unione Europea si sono impegnati ad azzerare le proprie emissioni nette entro il 2050. La strada passa per un taglio del 40% delle emissioni di CO2 nella produzione di elettricità, con l’aumento del solare fotovoltaico ed eolico per 500 gigawatt (GW) e la riduzione del 20% dei consumi di carbone prima del 2030. Ma nemmeno questo basterà ad azzerare le emissioni nette globali a metà secolo. Il problema, come spiega l’Agenzia Onu per l’energia, è che nei piani nazionali di ripresa economica post-Covid la spesa pubblica per le fonti rinnovabili ha ottenuto solo un terzo degli investimenti necessari a raggiungere il target climatico di contenimento dell’aumento della temperatura globale a un grado e mezzo. Per riprendersi dalla recessione, i Paesi in via di sviluppo hanno aumentato la domanda di energia a basso costo dal carbone. Così nel mondo sono in costruzione nuove centrali elettriche da coke per 140 GW e altre sono in progettazione per 400 GW. Diventa cruciale fermarne l’approvazione e ridurre le emissioni di quelle in esercizio, che nel 2020 hanno prodotto più di un terzo dell’elettricità mondiale: finora sono 84 i Governi già impegnati a non autorizzare nuovi impianti a carbone, ma ciò comporta ricadute economiche e sociali.

Su questo fronte è fondamentale il ruolo della Cina – che rappresenta il 55% dei progetti mondiali di nuove centrali – insieme a quello di India, Vietnam, Indonesia, Turchia e Bangladesh, che dipendono dal coke. Ecco perché il presidente cinese Xi Jinping ha fatto scalpore quando il 22 settembre ha annunciato all’Assemblea generale Onu che Pechino intende fermare la costruzione di 44 nuove centrali a carbone in Asia e Africa, finanziate e realizzate dalle sue aziende statali, e vuol aiutare i Paesi in via di sviluppo a passare all’energia pulita. Risparmierebbe emissioni di CO2 per 20 miliardi di tonnellate l’anno, pari al taglio dell’intera Ue. Xi Jinping aveva anche promesso di “controllare rigorosamente” la produzione nazionale di elettricità da carbone. Ma dopo i blackout per mancanza di energia, a ottobre, in vaste aree del Paese, la Cina ha fatto marcia indietro e ora prevede nuove centrali e di ridurre i suoi consumi di carbone solo dal 2026. Ciò rinvierà il taglio delle sue emissioni oltre il picco atteso nel 2030 e allontanerà la sua neutralità climatica prevista entro il 2060.

È l’industria ad affamare di energia la Cina. Nel 2018 il Paese ha raggiunto il 28,4% della produzione manifatturiera globale, davanti al 16,6% degli Stati Uniti. Con un valore aggiunto di 3.460 miliardi di euro, tre anni fa la manifattura rappresentava il 30% del Pil cinese a fronte dell’11% degli Usa. Così la Cina finisce per sprigionare il 27,9% delle emissioni mondiali, pari alla somma di Usa, Russia, India e Giappone. I grandi gruppi industriali cinesi emettono più CO2 di intere nazioni: China Baowu, il maggior produttore mondiale di acciaio, ne riversa più del Pakistan (211 milioni di tonnellate), China Petroleum & Chemical come Canada e Spagna insieme (733 milioni), Huaneng (elettricità, 317 milioni) quanto il Regno Unito. La verità è che la locomotiva industriale cinese produce e inquina anche per i Paesi ricchi, che di fatto le hanno “traslato” le emissioni connesse alle loro importazioni di beni di consumo e che ora però la accusano. Tuttavia, come spiega la Banca Mondiale, nel 2018 ogni cinese con 7,41 tonnellate di CO2 procapite inquinava un quinto dei qatarioti (peggiori al mondo con 32,42), meno della metà di un americano (15,24), il 16% in meno di un cittadino dei Paesi Ocse (9,84), ma il 15% in più di un abitante della Ue (6,42), il 38% in più di un italiano (5,38) e due terzi in più della media mondiale (4,48).

I Paesi ricchi non possono però assolversi. Un decennio fa avevano promesso di mobilitare 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020 per aiutare le nazioni povere a investire in fonti rinnovabili, invece per ora sono a 90 e raggiungeranno i 100 forse nel 2023. Soprattutto continuano a ottenere enormi guadagni dalla finanza sulle fonti fossili. Secondo il rapporto “Fare banca sul caos climatico” dal 2016 al 2020 tra prestiti e collocamenti di azioni e bond le 60 maggiori banche mondiali hanno investito nel carbonio 3.300 miliardi di euro. L’anno scorso il finanziamento è calato del 9%, ma resta superiore al valore del 2016. Ai vertici di questo business ci sono quattro banche Usa – JPMorgan Chase, Citi, Wells Fargo e Bank of America – seguite da Royal Bank of Canada e dalla giapponese Mitsubishi UFJ Financial Group. Barclays è la peggiore in Europa. Bank of China, Industrial and Commercial Bank of China e China Citic Bank finanziano il carbone. L’italiana UniCredit ha il credito più “verde” al mondo, ma è ancora a metà strada dall’uscita completa dalle fonti fossili. Inoltre, come spiega la Ong Reclaim Finance, le banche “nascondono” la maggior parte dei finanziamenti alle emissioni. L’Alleanza per il credito a zero emissioni nette riunisce 87 banche mondiali, ma le linee guida del gruppo obbligano gli aderenti a fissare obiettivi di decarbonizzazione solo per gli investimenti e i prestiti a bilancio, mentre per quelli non consolidati nei conti l’impegno è facoltativo. Ciò consente agli istituti di sorvolare su una parte sostanziale del loro finanziamento alle fonti fossili. L’Alleanza afferma che saranno nella prossima versione delle linee guida, previste però ad aprile 2024.

Infine, ci sono gli altri costi della decarbonizzazione: Secondo la Ong Global Witness, dal 2015 a oggi ogni settimana sono stati assassinati quattro attivisti ambientali, soprattutto donne. I cittadini dei Paesi meno sviluppati dell’Africa nel 2018 emettevano 340 chili di CO2 pro-capite, il 7,5% della media mondiale, e quelli del Congo erano ultimi nel pianeta con 30 chili. Oggi le Ong africane richiamano i Paesi ricchi alla giustizia sociale per non scaricare sulle nazioni povere oneri che ne bloccherebbero lo sviluppo. Ma, come diceva Upton Sinclair, “è difficile far capire qualcosa a un uomo, quando il suo stipendio dipende dal fatto che non lo capisca”.

Mail Box

 

Facebook, l’odio è l’oro di Zuckerberg (e dei talk)

L’odio vale miliardi. E Facebook si è arricchita favorendo la sua propagazione on line. Sono pesanti le accuse di Frances Haugen, l’ex alta dirigente di Facebook, che ha deciso di denunciare tutto il marcio di questo enorme flusso di violenza verbale on line; tollerata solo perché genera giganteschi numeri di contatti, con ricadute pubblicitarie enormi. Zuckerberg smentisce e ora i Facebook files sono al vaglio degli inquirenti americani. Ma non serviva certo questa denuncia per capire che l’odio è ormai un affare mediatico. Basta vedere quante nostre trasmissioni tv sono impostate sullo scontro brutale dei partecipanti, incitati da accorti autori affinché diano tutto il peggio di sé. Il meccanismo di base è la soddisfazione nell’assistere all’umiliazione di altri. E sono in tanti a cercare questo sollievo, masse di frustrati che gonfiano l’auditel. In tale squallore, non giudico chi ha queste pulsioni, spesso per mancanza di una buona formazione; ma ritengo laidi speculatori coloro che strumentalizzano la miseria umana per arricchirsi.

Massimo Marnetto

 

Liberiamoci di Renzi e B. per salvare la Giustizia

Tutti ne hanno le tasche piene di due facce ignobili di una medesima medaglia: Berlusconi e Renzi. Hanno gli stessi interessi: difendersi dai tribunali, non nei tribunali per le loro poco chiare avventure. Possibile che, in questo nostro Paese di predicatori bugiardi, non si riesca a farla finita con questi due personaggi e la loro corte dei miracoli, che ci hanno lasciati in uno stato miserabile e confusionale utile soltanto a loro? Ci stiamo avvitando sui loro problemi quasi con una sorta di ammirevole rassegnazione. Fino a quando le persone perbene, e ve ne sono ancora molte, si rassegneranno a tollerare ciarlatani come? Ho ormai ottantacinque anni e non sono in grado di fare rivoluzioni, ma ora sarebbe il caso di sbarazzarci di tanti “illustri” personaggi, che ridicolizzano coloro che credono ancora nella dignità e nella giustizia.

 

Berlusconi al Quirinale? L’ultima beffa al popolo

Non so se qualcuno , a cominciare dallo stesso Berlusconi, crede veramente nella possibilità che questo Parlamento possa eleggere il “Caimano” alla carica più delicata e prestigiosa della Repubblica e di sopravvivere all’indignazione popolare. Se al fondo di una storia di soprusi e colpi di Stato striscianti (che hanno sabotato per decenni lo spirito e la lettera della Costituzione), l’arroganza dell’oligarchia al comando arrivasse al punto di imporre Berlusconi come Capo dello Stato, questo seppellirebbe definitivamente ogni patto possibile tra i cittadini e le Istituzioni della Repubblica, già gravemente screditate per la loro complicità con le tante trame eversive, che hanno progressivamente svuotato i principi democratici. Difficile dire come si potrebbe materializzare la rivolta civile e morale di un Paese malgovernato, preso in giro fino a questo ultimo insulto, ma nessuno potrebbe appellarsi alla responsabilità e alla tolleranza in una situazione del genere.

Benedetto Tilia

 

Giuseppe Conte e il M5s. La rinascita è a sinistra

Il Partito democratico cerca Calenda e forse Renzi spostandosi a destra. Conte deve collocarsi in questo spazio lasciato libero a sinistra, nella parte più consona ai Cinque stelle, per sostenere gli ideali a difesa degli “ultimi e dei dimenticati”. Ricordiamoci che alle amministrative circa il 60% degli elettori non ha votato.

Gabriele Canton

 

Il Papa parla ai migranti e la politica li ignora

La politica internazionale e i governanti tutti dovrebbero porre ascolto alle parole del Papa, che ha denunciato, ancora una volta, la situazione disumana di uomini, donne, bambini, costretti a vivere nei “lager” della Libia. Un accorato richiamo, che, tra l’altro, è stato anche ripreso da una lettera della Presidenza della Cei. Non si può più restare colpevolmente indifferenti. I diritti umani non possono essere impunemente calpestati e violati dalla ferocia di certuni. Il registro che i governi devono seguire l’ha tratteggiato con solerzia Francesco: “Accogliere, proteggere, promuovere, integrare”. La Comunità internazionale non può più distrarsi, deve farsi carico delle necessità e dei bisogni dei profughi (che fuggano da guerre o da persecuzioni etniche o “solo” dalla povertà). Come ha scritto la Presidenza Cei, “solo ascoltando il grido degli ultimi si potrà costruire un mondo più solidale e giusto per tutti”. Con profonda stima.

Marcello Buttazzo

 

“Scuola a picco e insulti ai prof: grazie Brunetta”

L’istruzione dei giovani è una materia politico, nel senso che il problema, come si suol dire, sta “a monte”. Negli ultimi 30 anni c’è stata una parabola discendente del ruolo del docente, ridotto a “status impiegatizio”. Le tante “riforme” infauste hanno demolito la scuola pubblica: ricordo l’infamante campagna ideologica del ministro Brunetta, nel 2008, nei confronti dei “docenti fannulloni”. Siamo percepiti come “privilegiati”, “scansafatiche”, da punire e perseguire. Questa menzogna poggia su falsi (e radicati) stereotipi: 3 mesi di ferie estive, troppe vacanze nel corso dell’anno scolastico, e via discorrendo. Serviranno almeno tre decenni di politica virtuosa per invertire la rotta e risalire la china. Non sono pessimista, solo realista.

Lucio Garofalo

La sinistra. Il suo problema non è Draghi, ma com’è la sinistra oggi

 

Adesso le pensioni, domani il Reddito di cittadinanza. Il governo Draghi va avanti per la sua strada: l’ex presidente della Bce sta facendo il lavoro per il quale è stato imposto a Palazzo Chigi. In pensione più tardi e il Reddito ridimensionato (se va bene), questo per quel che riguarda i “pezzenti”, a loro non è “tempo di dare”. Il salario minimo e la patrimoniale, invece, non vedranno la luce: per imprenditori e benestanti “non è tempo di togliere”. A Mario Draghi non si può rimproverare nulla: lui il suo lo sta facendo, sta “normalizzando” una situazione che aveva, con Giuseppe Conte (e i suoi ristori), preso una piega che in certi ambienti, come dire: non garbava. Casomai ci sarebbe qualcosa da chiedere a quelle forze politiche, sedicenti “di sinistra”, che davanti a queste scelte piegano regolarmente la testa limitandosi a degli sterili mugugni. La faccenda è fin troppo chiara. Draghi, come Mario Monti dieci anni fa, sta facendo le “cose giuste”: Monti doveva far fare i necessari sacrifici alla “parte giusta” della popolazione; Draghi deve indirizzare i miliardi del Recovery verso i “giusti approdi”.

Mauro Chiostri

 

Gentile lettore Mauro, si può essere più o meno d’accordo con le sue analisi economiche, ma ciò che è innegabile sono proprio la “natura” e la cultura politiche dell’attuale premier. Con quella storia e con quel curriculum non si può interpretare la sinistra e non si può pretendere che, sia pur nell’emergenza attuale, Draghi stia (mi consenta una definizione che molti ormai giudicano arcaica) “dalla parte del popolo”. E questo, comunque, aldilà degli effetti concreti che produrranno la sua manovra e anche l’avvio del Pnrr. Detto ciò, il vero problema, come spiega bene lei, non è prendersela con un banchiere innalzato a Palazzo Chigi, ma piuttosto con la sinistra (che appoggia Draghi). I mali sono sempre gli stessi: divisioni, mancanza di coraggio, troppe frequentazioni e collateralismi con chi ha denaro e potere economico, oltre alla viscerale avversione, in una parte di essa, per i sia pur “squinternati” Cinquestelle (che peraltro un po’ di politica sociale l’hanno fatta). E ora anche l’illusione per qualche vittoria in alcune città, dove il 60 per cento non ha votato, sognando riscosse e ribaltamenti. Il segnale del voto sul Ddl Zan e le fosche previsioni sul Quirinale lasciano, però, poche speranze.

Ettore Boffano

Miti. Brasiliani allegri? No, al Carnevale di Rio ballano nudi e felici i commercialisti di Novara

Non ho mai desiderato andare in Brasile. No, non mi piace, sono troppo allegri, ballano e cantano fissi, è un carnevale continuo, e a me, il Carnevale e la sua finta allegria mette molta tristezza. Naturalmente non è così.

Lo so, lo so, non posso liquidare un Paese immenso, il quinto stato del mondo, un popolo intero come quello brasiliano con due paroline: ballano fissi! I brasiliani hanno una storia, una cultura, e delle tradizioni importanti. Le immagini del Carnevale di Rio, quelle che si vedono sempre alla televisione, con ragazze e ragazzi bellissimi, seminudi e mascherati che ballano in mezzo alle strade, non sono quelli che noi pensiamo, no! Me lo ha detto un amico di mio cugino fidato che ci è andato diverse volte.

Cioè, quelli che ballano fissi ci sono, ma spesso non sono brasiliani, la maggior parte sono commercialisti italiani in gita, quasi tutti di Bergamo e di Novara. I brasiliani veri, quelli autentici, sono un popolo chiuso, snob, introverso e anche un po’ scostante.

Fate conto gli inglesi, ecco come loro! Non amano il clamore, il rumore, il casino del Carnevale, e infatti, durante il periodo carnevalesco, si chiudono in casa, non mangiano, non bevono, e soprattutto non ascoltano musica, fanno una specie di Ramadan, loro la chiamano “ O Ramadão”. I commercialisti invece, novaresi e bergamaschi, a volte c’è anche qualcuno di Pavia, sono scatenati, attaccano a ballare che stanno ancora sulla scaletta dell’aereo, le hostess li odiano, i piloti si toccano.

Ballano, ballano sempre, dicono che lo fanno per “scaricarsi”, che passano l’anno a “scaricare” le fatture degli altri e in vacanza “ scaricano” se stessi, bisogna capirli poveretti e comunque vanno accettati. Loro, ormai sono una realtà con la quale bisogna fare i conti. Sono il nuovo Brasile che avanza, anzi che balla. Eh, i tempi moderni!