La bocciatura della legge di bilancio per il 2022 da parte del parlamento portoghese, mercoledì scorso, a tarda serata, rischia di dare il colpo di grazia al governo socialista di António Costa, in carica dal 2015. Già prima del voto, il presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa, aveva avvisato che non avrebbe esitato a sciogliere le Camere e indurre elezioni anticipate, se il Parlamento non avesse adottato il piano del governo. Il progetto di legge dell’esecutivo è stato respinto con 117 voti, contro 108 favorevoli (e cinque astenuti), dopo due giorni di dibattiti parlamentari che hanno soprattutto rivelato l’entità del divario che si è scavato negli ultimi tempi tra i tre principali partiti della sinistra. “Ho fatto tutto ciò che era in mio potere per garantire una buona legge di bilancio. Per quanto mi riguarda, sono sereno, ho la coscienza pulita”, ha detto il capo del governo prendendo la parola in Parlamento, pochi minuti prima del voto. António Costa, il “coriaceo”, come viene definito talvolta dalla stampa portoghese, ha governato dal 2015 grazie all’alleanza con due partiti che si posizionano alla sua sinistra, il Blocco di sinistra (Be) e il Partito comunista (Pcp), un’alleanza a volte eterodossa che i conservatori hanno soprannominato la “geringonça” (ovvero l’“accozzaglia”).
Dalla vittoria alle elezioni del 2019, Costa si ritrova alla testa di un governo socialista minoritario che può contare sul sostegno altalenante di altri partiti, tra cui il Be e il Pcp, ma anche il Partito animalista (Pan) e LIVRE (gli ecologisti). Il Partito socialista conta solo 108 deputati sui 230 membri eletti del Parlamento. Per adottare la nuova legge di bilancio, doveva quindi fare affidamento sull’astensione dei comunisti (10) o del Bloco (19). Lo scorso anno, il bilancio era stato approvato per un soffio, malgrado l’opposizione, già all’epoca, dei responsabili del Bloco, ma il Pcp, il Pan e i Verdi del Pev si erano astenuti. Invece, quest’anno, i due ex alleati del governo hanno preso le distanze dal Ps, un modo forse per punire Costa per le frustrazioni e le tensioni degli anni della geringonça. Costa ha potuto contare soltanto sull’astensione di tre deputati del Pan e di due indipendenti. Il socialista rifiuta di dare le dimissioni. Tocca dunque al presidente della Repubblica prendere in mano la situazione e de Sousa potrebbe annunciare lo scioglimento delle Camere da un momento all’altro. A ottobre, António Costa, che aveva intuito il mutare della situazione, ha tentato di sedurre l’ala più a sinistra del Parlamento con proposte che pensava allettanti. “Il bilancio che presentiamo è un bilancio apertamente di sinistra”, aveva detto la ministra del Lavoro, Ana Mendes Godinho, nell’ultima riunione di crisi di lunedì scorso. Per soddisfare il Partito comunista, i socialisti avevano messo sul tavolo una serie di misure, tra cui l’aumento del salario minimo fino a 750 euro, la gratuità progressiva degli asili nido e l’aumento delle pensioni. Delle proposte giudicate però troppo timide dal Pcp, che aveva chiesto un salario minimo a 850 euro. “Il Portogallo non ha bisogno soltanto di una legge di bilancio, ma di una reale risposta del governo ai problemi del paese che si stanno accumulando”, ha osservato Jerónimo de Sousa, il leader del Pcp, per giustificare il suo rifiuto. Sostenere il governo Costa dopo il 2015 era stato necessario per i comunisti per voltare la pagina della “troika” e delle politiche di austerità associate al precedente esecutivo di Pedro Passos Coelho.
L’anno scorso, la situazione eccezionale legata alla pandemia di Covid-19, li aveva spinti ancora una volta ad astenersi dal voto del bilancio, per non aggiungere una crisi politica all’emergenza sanitaria. Ma quest’anno, con l’UE che inizia a erogare i fondi del piano di rilancio post-Covid, il contesto è cambiato. Non opporsi alla legge di bilancio, ha insistito Jerónimo de Sousa, avrebbe voluto dire “abdicare di fronte ai principi che per noi comunisti sono fondamentali”. Il Ps aveva anche difeso un nuovo “servizio sanitario nazionale”, che avrebbe dovuto permettere ai medici del servizio pubblico di non sentirsi più costretti a lavorare parallelamente anche nel settore privato. Aveva proposto un aumento, per quanto modesto, delle indennità di licenziamento e un aumento della retribuzione degli straordinari (oltre le prime 120 ore già lavorate nello stesso anno). Per convincere il Pan, il Partito animalista, Costa si era inoltre impegnato a vietare gli spettacoli di corrida ai minori di 16 anni. Se la bocciatura del bilancio da parte dei comunisti si è confermata solo molto tardi, quella del Bloco si profilava invece già da metà ottobre. Catarina Martins aveva espresso la sua “grande delusione” nei confronti del Ps, che si era mostrato riluttante a negoziare le nove proposte formulate dal Bloco, in materia tra l’altro di previdenza sociale e codice del lavoro. Senza sorpresa, gli sforzi portati avanti dal Ps dal 2015 per apparire una formazione capace di rilanciare l’economia e, al tempo stesso, di tenere “in ordine i conti pubblici”, come richiesto dall’ortodossia di bilancio pretesa dai trattati europei, hanno finito per allontanare una parte della sinistra. Costa e Martins, in particolare, appaiono ormai molto distanti. Mercoledì scorso, Martins ha denunciato ancora una volta in Parlamento gli “investimenti anemici” messi in programma dall’esecutivo. “La geringonça è morta a causa dell’ossessione del Ps per la maggioranza assoluta”, ha insistito, denunciando la mancanza di volontà del partito di Costa di negoziare il bilancio con eventuali partner di sinistra. “La geringonça non ha più le basi per andare avanti”, ha commentato ironico il conservatore Rui Rio, leader dell’opposizione. La prospettiva delle elezioni anticipate nel gennaio 2022 – invece che nell’ottobre 2023, come previsto dal calendario ufficiale – non piace a molti. Innanzi tutto, perché la campagna elettorale potrebbe coincidere con il versamento del grosso dei fondi europei per il rilancio post-Covid (“il programma di rilancio e resilienza”, come viene definito dal governo). In secondo luogo, perché il principale avversario di Costa, il Partito socialdemocratico (a destra), è diviso sulla sua leadership. Le primarie interne di partito, previste per il 4 dicembre, dovranno decidere chi, tra Rui Rio, attuale sindaco di Porto, e Paulo Rangel, eurodeputato, guiderà la formazione alle prossime elezioni legislative.
Anche l’estrema destra di Chega, guidata dall’ex telecronista sportivo André Ventura, è in agitazione e sta frettolosamente organizzando un congresso, presumibilmente all’inizio di dicembre, per riconfermare Ventura alla presidenza. In caso di legislative anticipate, lo scenario politico resta quindi incerto. Alcuni sondaggi danno ancora Costa per vittorioso. Ma le elezioni municipali di settembre sono state un segnale di avvertimento per il Ps portoghese. Se è vero che i socialisti hanno vinto lo scrutinio locale, con quasi il 33% dei voti (ma cinque punti in meno rispetto al voto del 2017, in un contesto di forte astensione), hanno però perso una delle loro roccaforti, il municipio di Lisbona, che detenevano ininterrottamente dal 2007. A dispetto di tutti i sondaggi, ha vinto nella capitale l’ex commissario europeo Carlos Moedas, candidato del Psd, sostenuto da un’ampia coalizione di destra e centrodestra. Il Ps è stato battuto anche a Coimbra (grande città universitaria nel centro del paese) e a Funchal (la città più grande dell’isola di Madera). Se la destra dovesse riuscire a riproporre questo tipo di alleanze allargate a livello nazionale, all’avvicinarsi dello scrutinio, potrebbe far vacillare il Ps. Le ultime municipali si sono rivelate deludenti anche per il Bloco, e ancor più per il Pcp, una formazione nota per le sue solide radici locali. È senza dubbio anche lo scarso risultato alle urne che spiega il posizionamento del Pcp sulla legge di bilancio, all’origine dell’attuale crisi politica.
(Traduzione di Luana De Micco)