Ora manca solo la parata dei missili per le strade di Sanremo. Perché ci gioca, il buon Claudione, sulla storiella del “dittatore artistico”, ma i segnali su una gestione autocratica del Festival si moltiplicano in modo esponenziale. No, non per la trovata scivolosa del podio dal quale ha gridato “Italiani!”, impancandosi per burla a tiranno. I social sono insorti: con la triste ombra del Duce non è sensato cazzeggiare, neppure a Carnevale. Il problema è un altro: Baglioni ha trasformato le Cinque Giornate di Sanremo in una campagna propagandistica, in un infinito recital personale dove, sempre giocando e scherzando e trallallero schiaccia come nani tutti i convitati sul palco. I superospiti come i cantanti in gara, e figurarsi gli esordienti. Ti dice: vieni che facciamo una cantatina e subito cannibalizza l’altro, in uno show giusto un filino autoreferenziale. La prima sera ha costretto anche il sodale Morandi a inseguirlo sulle scale (canore), trattandolo come un mozzo, altro che Capitano Coraggioso. Fiorello gli ha tenuto testa nel duetto, ma solo perchè lo showman trova sempre una via d’uscita, quando lo metti alle strette. E che dire del povero Antonacci, che ha ingenuamente accettato la sfida di misurarsi con Re Claudione in una cosa sacra e inviolabile come “Mille giorni di me e di te”? E un notabile come Vecchioni, confinato a notte fonda con il contentino di una concione sulle canzoni “che sono fiori e io sono felice di non essere un poeta”? Messo lì all’ora in cui nel locale cala la saracinesca. Solo la Leosini è riuscita a mandare in vacca l’autocelebrazione del monarca assoluto, esponendosi in una lunare gag da giornalista d’inchiesta nel bel mezzo di “Questo piccolo grande amore”, con tutto l’Ariston che continuava a intonare l’inno baglionesco e lei che insisteva a far l’interrogatorio. Ieri sera? Nell’omaggio al sovrano sono stati coinvolti Paoli e Rea, e poi i Negramaro, messi di fronte a “Poster” e “La prima volta”. Dalla continua solennizzazione del repertorio del Re non se ne esce più, inutile illudersi. A volte i duetti sono semplici scambi-merce promozionali all’interno di una stessa scuderia, come nel caso de Il Volo, che prima hanno demolito la cara memoria di Endrigo e poi hanno reso tributo al dittatore in “La vita è adesso”: come stupirsi, se i tenorini continuano a girare il mondo e Baglioni è alla semivigilia della beatificazione dei Concerti del Cinquantennale? Fin qui siamo nel campo delle certezze. Ma i maligni sospettano che il Re di Sanremo giochi anche perfidamente a mortificare tutti gli altri dall’alto della sua caratura tecnico-artistica. Chissà. Di certo è un potente che sa ironizzare su sé stesso: uno che si mette a quattro zampe insieme a Favino o che recita da pozzo dei desideri (in falsetto) di fronte a Biancaneve-Hunziker. Davanti a un secchio vuoto. E un ego stracolmo.
“La Rai è viva e con Favino manda segnali di novità”
“Mi sembra un’edizione eccellente. Sanremo è più di un appuntamento, è una ricorrenza come Pasqua e Natale. Il bello di quest’anno è che traspare un piglio di novità”. Parola di Bruno Voglino, storico autore della televisione. Seppure tutti non sono d’accordo, se lo dice lui forse qualcosa di vero c’è.
La televisione generalista sta morendo, sono scomparsi i varietà del sabato sera. Sanremo resiste. L’Ariston è il Fort Apache del piccolo schermo?
Il Festival resiste di suo, ma quest’anno è anche realizzato molto bene, grazie a un signore che conosce come pochi il mondo musicale italiano. Ha organizzato uno show molto razionale, troppo spesso a Sanremo la musica era una cornice alla banalità televisiva. Se deve essere un festival della canzone, che si dia spazio alla musica, è elementare. Baglioni poi se la cava benissimo, è molto furbo, si è travestito da uno che non ce la fa da solo, che ha bisogno di partner. Ma si vede che sotto sotto ci ride, dissacra continuamente la sua presenza apparentemente formale. Non si mette una medaglia al collo. E con la boria che abbiamo visto su quel palco, non è poco.
Non si è stupito della scelta di Baglioni dunque?
Non avevo dubbi che avrebbe funzionato, conosco la sua competenza, la sua artigianale operosità. Ho subito pensato che avessero azzeccato il direttore artistico.
Insomma, Festival 2018 promosso a pieni voti?
Sì, ma le dirò di più. Che la tv pubblica abbia passato tempi molto grigi, dimessi e rinunciatari, mi pare incontestabile. Ma da qualche mese noto una certa vivacità, una buona irrequietezza.
Qualche esempio?
Raitre ha programmato La linea verticale, un prodotto tutt’altro che banale, molto lontano dal solito tran tran televisivo. Anche Raiuno ha tentato qualche colpo, penso a Roberto Bolle in prima serata. Non vedo ancora un progetto editoriale compatto, ma scorgo un grande esercito, un po’ polveroso, che manda pattuglie in avanscoperta per saggiare il terreno. Che prendessero coraggio e ci portassero altre buone notizie.
La pattuglia dell’Ariston le sembra una di queste?
Speriamo. La professionalità della Hunziker è fuori discussione, la più grande sorpresa è Favino. Non parlo dell’attore, ma del presentatore. Raiuno non se lo faccia scappare, gli chieda se qualcosa gli frulla per la testa e gli affidi un programma.
A Sanremo non si improvvisa mai…
Il Festival è un baraccone enorme, una produzione mostruosa, improvvisare sarebbe da delinquenti.
Anche a costo di sopportare battute e siparietti un po’ stantii?
È nel gioco, ma l’autoironia di Baglioni dà un tocco artigianale a un prodotto curato nei dettagli. Un elemento di freschezza piacevole.
Virginia a sorpresa desta Baglioni in concerto
Il festival numero 68 – che sta avendo un insperato successo (47,7% di share nella difficilissima seconda serata) – ci regala gioie a giorni alterni: la prima sera Fiorello, la terza Virginia Raffaele. In mezzo, purtroppo, i trapani del mago Forrest, una delle pagine più umilianti della storia di Sanremo.
Ieri la serata si è aperta con l’esibizione canora di un giovane debuttante: Claudio Baglioni con Via. “Voglio andar via i piedi chiedono dove ma via” (desiderio inconscio?).
Virginia (si è convinta a tornare all’Ariston per il quarto anno consecutivo solo un paio di giorni fa) è stata corteggiatissima sia dalla Rai che dal direttore artistico. Non ha avuto tempo di preparare uno dei suoi memorabili numeri, ma ha trionfato comunque (la classe, si sa, non è acqua). Le regole d’ingaggio di quest’edizione tutta musicale erano chiare: si canta. E dunque anche lei lo ha fatto, dopo un delizioso siparietto in cui ha preso in giro il festival e il direttore artistico (era ora), con un omaggio al grande Lelio Luttazzi (Canto, anche se sono stonato). Una regina: è riuscita a sciogliere perfino Baglioni che non è mai stato così bravo come con lei.
In giornata si è risolta, dopo lungo penare, la polemica festivaliera che ha tenuto banco da martedì notte. La telenovela Meta-Moro si è conclusa bene per i cantautori (cosa di cui non si può che essere contenti), meno bene per l’organizzazione del Festival. La vicenda è stata gestita male e ha provocato molti malumori interni, con rimpalli di responsabilità più o meno palesi. I due ieri sono venuti in sala stampa per dare la loro versione della vicenda. Di cui è giusto dar conto. Chi si aspettava il cinismo mestierante del “bene o male purché se ne parli” è rimasto deluso: l’impressione è che fossero molto amareggiati per le insinuazioni di plagio e poca correttezza. “Tutti sapete chi siamo”, ha detto Ermal Meta. “Avete davanti due cantautori, facciamo questo lavoro da tempo. Sappiamo che cosa significa scrivere una canzone, significa conservare la bellezza. Non avete davanti due furbacchioni, non avrebbe avuto alcun senso fare quello di cui siamo stai accusati. Le canzoni non ci mancano, sia io che Fabrizio ne abbiamo abbastanza per fare altri tre dischi”. Moro ha aggiunto: “La cosa che mi ha fatto stare male è stata la parola plagio: noi non abbiamo bisogno di plagiare nessuno, tanto che Silenzio (il brano da cui è tratto il refrain, ndr) l’ho scritta e prodotta io insieme a Andrea Febo, che con noi è il terzo autore di Non mi avete fatto niente. Su quella canzone, su quel ritornello avevo lavorato per un anno cercando di dargli una forma che poi non è arrivata. L’idea, con Ermal, era quella di scrivere un pezzo sulla paura che in questo momento storico ha contaminato tutti noi. Un familiare di una vittima del Bataclan aveva scritto una lettera e l’aveva letta in mondovisione e quella lettera finiva proprio con la frase ‘non ci avete fatto niente’”.
Da segnalare nel pomeriggio sanremese anche l’apparizione al roof dell’Ariston dello Stato Sociale, con la signora Paddy Jones, ovvero la strepitosa vecchia che balla (è un festival geriatrico, il trionfo de “la maturità è tutto”). Ha cominciato, sappiatelo, con un corso di salsa acrobatica a 69 anni, ma pare che non ci sia un doping segreto: “Solo zucchero, cioccolata e caffelatte”.
Il risultato è un paio di gambe che levati (altro che Brigitte Macron). I ragazzi sono già super favoriti, gli scommettitori hanno abbassato le loro quote. Sul podio, se c’è una giustizia, dovrebbero esserci certamente.
Questo è il palco più conformista (e per forza di cose conservatore) della tv italiana, dove la rivoluzione si fa con i buoni sentimenti. A tre anni di distanza dalla volgarità volante dei tre tenorini, se dovesse vincere la loro ironia intelligente e mai consensuale, sarebbe davvero un’ottima notizia.
Non solo per il nome della band, un programma politico che la politica ha tradito.
Honduras, il Grande Fratello parla inglese
Le elezioni presidenziali dello scorso novembre in Honduras sono state fra le più violente della storia recente di un paese già sconvolto da povertà, criminalità e repressione del dissenso. La sfida era fra il candidato di sinistra Salvador Nasralla e il presidente in carica Juan Orlando Hernandez, che si era ricandidato grazie ad una deroga della Costituzione e ha poi vinto a sorpresa, per 45 mila voti, in un clima di sospetti brogli elettorali e documentate violazioni dei diritti umani da parte dei suoi sostenitori. Con una coda tragica: a seguito degli scontri post voto con la polizia sono morte almeno 40 persone. Di quella repressione il governo britannico sarebbe stato complice indiretto, secondo Lloyd Russell-Moyle, giovane deputato laburista e membro della Commissione parlamentare di controllo dell’Export di armi alla Camera dei Comuni.
Spulciando i database del Ministero per il Commercio con l’Estero, lo staff di Russell-Moyle ha scoperto che, un anno prima del voto, il governo ha autorizzato la vendita di spyware, cioè tecnologia di sorveglianza, al governo dell’Honduras.
Approvate anche due Open export licenses: oltre a forniture militari, la licenza comprende “tecnologia per sistemi di ascolto via cavo” o per “apparecchi a ridotto elettromagnetismo”, come i telefoni cellulari. Non si conosce ancora il nome delle società britanniche che hanno venduto il software, ma i destinatari finali dell’affare da 300 mila sterline sono proprio le forze dell’ordine del paese centro-americano: avrebbero utilizzato quella tecnologia per monitorare email, account online e telefoni cellulari di oppositori politici ed attivisti e intercettarne le comunicazioni.
La dicitura Open Export Licenses di norma si riferisce ad autorizzazioni ad esportare beni senza limiti di quantità in destinazioni a basso rischio. Ma in questo caso, spiega al Fatto Russell-Moyle “Ben prima di autorizzare la vendita il governo era al corrente che i servizi di sicurezza dell’Honduras sono responsabili impuniti dell’omicidio di ambientalisti, gay e in generale di qualunque oppositore, che nel paese non c’è una magistratura indipendente e che le sue prigioni sono piene di persone incarcerate senza processo per le loro idee politiche”.
Una violazione della legge britannica che vieta le esportazioni di armi, strumenti o tecnologie se c’è il rischio che vengano utilizzati a fini repressivi. Negli ultimi anni, secondo Andrew Smith della Campaign Against Arms Trade, tecnologie di sorveglianza di produzione britannica “sono state utilizzate nella repressione e nella violazione di diritti umani a Hong Kong, Egitto e Arabia Saudita. Il collegamento fra l’industria della ‘sicurezza’ e la repressione interna è sempre stato forte, e chiudere un occhio sul reale utilizzo di questi strumenti è un elemento centrale della politica di esportazione delle armi del Regno Unito”.
Un mercato globale di 1.6 miliardi di dollari, in crescita: potrebbe valere più di 8 miliardi nel 2020.
Altro che Olimpiadi, a Pyongyang Kim si diletta con le parate militari
Prova di forza prima delle Olimpiadi. Il leader Kim Jong-un, accompagnato dalla moglie Ri Sol-ju e dalla sorella minore Kim Yo-jong, ha osservato la sfilata dei suoi militari nella parata che la Corea del Nord ha organizzato alla vigilia della cerimonia d’apertura dei Giochi invernali in programma oggi a PyeongChang, a sud del 38° parallelo. Lo “spettacolo” è durato 90 minuti, hanno partecipato 13 mila soldati.
Abusi sessuali, rischia Hulot il “golden boy” di Macron
I sospetti di molestie sessuali investono uno dei ministri più popolari di Emmanuel Macron. Nicolas Hulot, alla testa del ministero della Transizione ecologica e solidale, è accusato di stupro e aggressione sessuale sulle pagine della rivista L’Hebdo, che riporta due presunti casi di violenze. La notizia ha colto di sorpresa i francesi che apprezzano molto Hulot. Il suo nome è stato per tanti anni ai primi posti della lista delle personalità più amate dai francesi, che lo hanno conosciuto prima nei panni di presentatore di una trasmissione tv di viaggi, Ushuaïa, poi come paladino nella difesa dell’ambiente. Hulot in un certo senso è una “conquista” di Macron. Già due ex presidenti di destra, Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy, e uno di sinistra, François Hollande, avevano tentato di averlo nei loro governi, senza successo.
Anticipando la pubblicazione, Hulot, 62 anni, è intervenuto ieri su RMC per smentire le accuse di cui ancora i francesi non sapevano nulla: “È da mesi che subisco insinuazioni, sospetti – ha detto –, che una muta invisibile mi bracca. Non ho paura della verità ma delle voci, che uccidono lentamente”.
Hulot era già stato al centro di polemiche quando i francesi avevano scoperto che è tra i ministri più ricchi di Macron. Un patrimonio di oltre 7 milioni di euro e 9 automobili, troppe per un ecologista militante. Ma non era bastato a farlo cadere. Nell’articolo de L’Hebdo si fa riferimento soprattutto a un presunto stupro che risale al 1997. Ad accusarlo la “nipote di un celebre uomo politico” (di cui non si fa il nome, ma potrebbe trattarsi di François Mitterrand, stando a Le Point) che ha denunciato i fatti solo nel 2008, quando ormai erano prescritti. La ragazza aveva 20 anni, Hulot 42. I due si incontrarono a casa di lui: “Ci saremmo potuti vedere ovunque – ha spiegato la donna – ma ha insistito perché fosse a casa sua”. Lei non parla di stupro, ma di “atto sessuale sotto costrizione”.
La differenza? Il padre di lei ha spiegato che all’epoca la figlia “non se la sentiva di affrontare lo scandalo. Il nostro nome avrebbe amplificato la cosa”. Hulot non ha smentito la denuncia. Nel 2008 era stato anche interrogato: “Ma non c’erano elementi”. L’altro caso sarebbe più recente e riguarda una ex collaboratrice della Fondation Hulot. La donna sarebbe stata vittima di molestie sessuali ma avrebbe accettato un “accordo o una transizione finanziaria” in cambio del silenzio. Queste stesse ‘voci’ avrebbero nel 2016 bloccato le ambizioni presidenziali di Hulot, la cui candidatura all’Eliseo era all’epoca molto attesa.
Il primo ministro francese, Edouard Philippe, gli dà fiducia. Lui esclude di dimettersi. Così come non si è dimesso neanche un altro membro del governo di Macron, Gérard Darmanin, il giovane ministro dei Conti Pubblici, che da fine gennaio è al centro di un’inchiesta preliminare per stupro. In questo caso i fatti risalirebbero al 2009, quando Darmanin aveva 27 anni. Una donna di 46 anni sostiene di avergli chiesto aiuto per risolvere un caso giudiziario ma che lui in cambio ha preteso un atto sessuale. Il ministro ha smentito e ricevuto a sua volta il sostegno dell’esecutivo.
Sulla scia della campagna #balancetonporc anche in Francia si moltiplicano le denunce a sfondo sessuale. A chiedere le dimissioni di Darmanin si sono sollevate le femministe che denunciano la gravità delle accuse. Appena eletti, già altri ministri, tra cui l’ex Guardasigilli François Bayrou, avevano dovuto dimettersi per affari di corruzione e impieghi fittizi: “Perché uno stupro sarebbe meno grave?”, scrivono in una petizione. Si è dimesso invece, ma negli Stati Uniti, lì dove tutto è nato con lo scandalo Weinstein, Rob Porter, uno dei consiglieri della Casa Bianca, accusato di abusi, fisici e psicologici, dalle due ex mogli. Una di loro, Colbie Holderness, sostiene che l’ex marito l’ha presa a calci durante la luna di miele, nel 2003 e che, tempo dopo, le ha dato un pugno in faccia, pubblicando una sua foto con l’occhio tumefatto. Tutto falso, sostiene Porter.
Inchieste, Bibi gioca la carta del perseguitato
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e la moglie Sarah questa volta tremano davvero. La prossima settimana potrebbe arrivare la notizia che da almeno un anno la coppia tenta di scongiurare facendo leva sul lungo rapporto di collaborazione e amicizia fra il premier e il procuratore generale Avichai Mandelblit.
Non appena la stampa ha diffuso la notizia secondo cui la polizia potrebbe chiedere tra qualche giorno ai giudici di incriminare ufficialmente per corruzione il primo ministro, Bibi Netanyahu ha attaccato gli investigatori e il loro capo Roni Alscheich dicendosi, in un post su Facebook, “scioccato” per le sue affermazioni che ha definito “ridicole” e che “gettano un’ombra” sulle indagini stesse. L’opposizione contrattacca, il centrista Yair Lapid ha detto che le critiche alla polizia da parte di Netanyahu sono “un atto disperato”; Avi Gabbay (capo dei laburisti) ha affermato che il primo ministro “agisce come un criminale comune. Invece di chiedere una inchiesta rapida attacca la polizia minando la fiducia della gente nel sistema giudiziario”.
Tensione alle stelle e anche per il fedele Mandelblit, a questo punto, non sarà facile trovare escamotage per posticipare nuovamente la caduta dal piedistallo di Bibi e della impopolare first lady, detestata da buona parte degli israeliani anche di destra, tra i quali molti elettori del Likud (il partito conservatore di cui Netanyahu è il leader da tempo, ndr) per lo stile di vita sfarzoso, le angherie nei confronti dei collaboratori domestici e l’ossessione di apparire accanto al marito nei vertici internazionali.
Il premier è al centro di tre diverse inchieste: “caso 1000”, “caso 2000” e “caso 3000”. I poliziotti dell’Unità anticorruzione due giorni fa hanno tenuto una riunione riservata decisiva con l’ispettore generale, il generale Rosi Alsheich, che presenterà le sue raccomandazioni ai giudici sui casi “1000” e “2000”. Nel “caso 1000” il premier è sotto accusa per aver ricevuto regali per migliaia di shekels dal noto produttore di Hollywood, l’ israeliano Arnon Milchan. L’uomo, con un passato di agente segreto, fu aiutato da Netanyahu a ottenere la cittadinanza americana.
Dalle ricostruzioni degli investigatori sarebbe emerso che Milchan da anni mandi a casa Netanyahu casse dei più costosi champagne e centinaia di scatole di sigari pregiatissimi. Il premier si è giustificato sostenendo che “erano regali fra amici”. A smentire Bibi però è emersa nei giorni scorsi una testimonianza considerata attendibile: Sarah avrebbe chiesto continuamente e con insistenza alla segretaria di Milchan di far consegnare gli omaggi in scatole chiuse ermeticamente per evitare che ne venisse individuato il contenuto. Il “caso 2000” riguarda il tentativo di Netanyahu di far cambiare linea editoriale, a proprio favore, al quotidiano Yediot Ahronot in cambio di una manovra, illegale, al fine di danneggiare il quotidiano rivale Israel Hayom, diventato il più letto dagli israeliani. In cauda venenum, ovvero, il veleno sta nella coda: è “3000” l’indagine che però tiene più sulle spine il premier e i suoi fidi collaboratori.
Si tratta della vendita di sottomarini tedeschi Dolphins a Israele dietro pagamento di vere e proprie tangenti. Nel settembre 2017 la polizia arrestò a questo proposito l’ex capo dello staff del premier, David Sharan. L’inchiesta però continua a procedere a rilento nonostante la polizia sia riuscita a convincere Sharan a diventare collaboratore di giustizia.
Trump Stranamore: bombe sulla Siria in nome del petrolio
Il presidente Trump ripropone la sua imitazione del Dottor Stranamore e, dieci mesi dopo, giorno più giorno meno, torna a bombardare in Siria. Raid aerei Usa contro milizie leali al presidente Assad uccidono oltre cento soldati. Il governo siriano ha condannato “la mostruosa aggressione” e ha chiesto l’intervento dell’Onu per “crimini contro l’umanità”. Il Pentagono conferma l’attacco: è il primo del genere dall’inizio della guerra, sette anni or sono. Immediate le reazioni negative da Damasco, Mosca, Ankara.
In Siria, la coalizione a guida Usa ancora impegnata nella lotta al sedicente Stato islamico, l’Isis, ormai in rotta, informa di avere colpito forze del regime “rispondendo a un attacco non provocato dell’esercito siriano contro basi delle Forze democratiche siriane”.
Una fonte Usa spiega alla Cnn che i lealisti aggressori avevano attraversato il fiume Eufrate appoggiati dall’artiglieria; allora, le unità americane hanno contrattaccato a loro volta con artiglieria e mezzi aerei. Fonti arabe indicano che i raid hanno fatto oltre cento morti tra soldati e miliziani filo-governativi siriani, che tentavano di impadronirsi del pozzo petrolifero di Khusham, vicino a Deir ez Zor. I media governativi siriani non confermano né smentiscono la notizia, che non può essere al momento verificata in modo indipendente. Sempre secondo fonti arabe, miliziani curdo-siriani – quelli contro cui è in corso un’offensiva turca, vicino ad Afrin, dove l’esercito di Ankara afferma di “avere messo fuori combattimento oltre mille terroristi” – hanno partecipato ai cruenti scontri: la coalizione ribelle a guida Usa e il regime, che ha l’appoggio di Russia e Iran, si contendono il controllo di un’area tenuta, fino a qualche tempo fa, dall’Isis. Non è chiaro se russi e americani siano stati in contatto prima e/o durante i raid aerei: Mosca e Washington s’informano delle loro azioni in Siria, per evitare ‘incidenti’ non voluti.
La mossa americana rimescola per l’ennesima volta le carte siriane e riavvicina Mosca e Ankara, che, dopo avere trovato ad Astana un’intesa nella ripartizione del Paese in aree d’influenza e avere celebrato la loro ‘pax siriana’, s’erano di nuovo irrigidite per l’offensiva turca anti-curdi non condivisa. I due presidenti Putin ed Erdogan si sono sentiti e hanno ribadito l’impegno a combattere “insieme contro i terroristi”, dove i terroristi sono gli oppositori di Assad in difesa dei quali Trump ha scatenato la sua carneficina.
È la seconda volta che il magnate presidente batte un pugno sul tavolo in Siria. La prima in aprile fu una gragnola di missili su una base dell’aviazione di Assad, per sanzionare l’uso dei gas da parte del regime: vittime anche civili, impatto militare limitato, effetto sul conflitto nullo o quasi. Anche perché, di lì in poi, gli Stati Uniti si sono quasi disinteressati di quanto avveniva in Siria, al più dando una mano dal cielo alle azioni dei curdi anti-Isis e non facendo quasi nulla per proteggere l’opposizione dall’offensiva lealista appoggiata dai russi. Che, compiuta la missione di consolidare al potere Assad, se ne sono nel frattempo andati – almeno in parte – dalla Siria.
Accadrà lo stesso ora, una botta e poi nulla? La sensazione è che le iniziative militari dell’Amministrazione Trump siano un po’ fini a se stesse: servono magari a distrarre l’attenzione dalle grane interne (l’immigrazione o il Russiagate o lo shuting down); oppure a impressionare i partner internazionali: in aprile, il bombardamento della Siria avvenne mentre il presidente cinese Xi Jinping era ospite di Trump nel suo resort Mar-a-lago in Florida: la notizia fu servita al dessert.
Sanremo, anche il 68 finisce in larghe intese
Ricapitoliamo: non ci sono le eliminazioni, non c’è vera gara, tutt’al più qualche sondaggio, non ci sono le vallette (c’è un’ex valletta, ma non vale), non c’è il conduttore (casomai il condattore, il condittatore, o forse il confaraone, considerata la somiglianza di Claudio Baglioni con Tutankhamon), non ci sono superospiti stranieri (anzi no, c’è Ermal Meta), non ci sono i comici, non c’è la par condicio (chi tocca muore), non c’è Carlo Conti e di conseguenza non c’è Maria De Filippi. Come rivendicato da Baglioni, non c’è un’idea televisiva a meno che l’idea sia nel non avere idea, commissionare agli autori agghiaccianti siparietti, così uno non vede l’ora che riparta la musica. In questo Festival di Sanremo numero 68 al massimo c’è un’idea radiofonica: un annuncio via l’altro, una canzone via l’altra, i due condattori fingono di litigare, arriva il condittatore e finge di rappacificare…
Ma allora che Sanremo è? Non sarebbe stato più onesto, e più coerente, fare il Festival ad Arma di Taggia? Ma no: in realtà questo è il festival delle larghe intese; premier Rosario Fiorello (se si candida, prende il 52 per cento), Baglioni alla Difesa, Favino al Lavoro, Hunziker alle Pari opportunità… larghe intese nei duetti, nella platea dell’Ariston, in Pippo, nei Pooh, nei testi delle canzoni (l’unica eccezione l’hanno sospesa). E larghissime intese negli ascolti, là dove Sanremo è veramente Sanremo: l’unico evento che mette d’accordo chi lo vuol vedere con chi non lo può vedere.
Mor candidato: nel Pd l’insuccesso paga sempre
“Quos Deus perdere vult, dementat prius”. È la versione della massima di Euripide, secondo cui “Zeus, a quelli che vuole rovinare, toglie prima la ragione”. Mi rendo conto che tirare in ballo Zeus per la candidatura di Mattia Mor nel Pd è davvero troppo, ma certo è che averlo imposto a Milano ha attirato su Matteo Renzi tanti malumori (mi era venuta un’altra parola: incazzature) da risultare una operazione controproducente, fallimentare, demenziale. Intanto: chi è Mattia Mor? Lui si presenta come “imprenditore”. E manager del gruppo Alibaba. La sua avventura imprenditoriale si chiama Blomor, un’azienda che ha tentato di vendere magliette all’estero. Ma che è fallita miseramente, lasciando un buco da 2,2 milioni di euro di cui si sta ora occupando il Tribunale di Genova.
Le sue imprese più riuscite sono invece le apparizioni in tv: è stato tra i “boys” di Simona Ventura a Quelli che il calcio, poi “tronista” di Maria De Filippi a Uomini e donne, infine ha partecipato al Grande Fratello 10, con breve relazione con Diletta, con lui ospite della “casa”. “Le partecipazioni televisive erano un modo per poter fare marketing del mio brand”, ha spiegato. Il “brand” sarebbe il suo marchio, che poi si identifica con la sua persona.
Oggi quello che conta è, appunto, il “brand”, e lo “storytelling” con cui lo racconti. I fatti, i risultati (tipo il fallimento) contano zero. Tant’è vero che Mattia Mor ha affermato così bene il suo “brand” da convincere un altro, come lui allupato di “storytelling”, ovvero Matteo Renzi, a candidarlo a Milano nelle liste del Pd, anche a costo di buttare fuori tanti altri che da anni lavorano per il Pd e per Matteo Renzi. Per fare “marketing del suo brand” ha fatto due cose: negli anni scorsi è andato alla Leopolda, a vendersi come imprenditore e manager emergente; e nei mesi scorsi ha messo in piedi una campagna (con spazi regalati dal Comune) chiamata #HoSceltoMilano, in cui 130 personaggi hanno messo la loro faccia sui manifesti e in brevi video per raccontare la città in tre aggettivi.
Ha convinto tanti, contenti e convinti di promuovere Milano: dal sindaco Giuseppe Sala a Carlo Cracco, da Linus a Francesco Facchinetti, da Santo Versace a Mara Maionchi, da Manfredi Catella a Gino e Michele, da don Virginio Colmegna a Peter Gomez, da Javier Zanetti a Francesco Micheli, da Davide Oldani a Selvaggia Lucarelli, da Stefano Boeri a Moni Ovadia. Appena finita la campagna, ha annunciato la sua candidatura nel Pd. Cioè ha reso evidente che #HoSceltoMilano gli era servita per conquistarsi la candidatura.
Apriti cielo. A essere infastiditi sono stati quelli che, non avendo simpatie per il Pd, si sono sentiti usati per una manovra politica: “Ma come, credevamo di promuovere l’immagine di Milano, invece siamo serviti per la carriera politica di Mor”. Ma a essere proprio incazzati sono stati quelli del Pd: si sono sentiti turlupinati dall’ultimo arrivato, che con la sua idea furba (peraltro copiata da una campagna precedente: “I milanesi siamo noi, storie e facce di una città”) ha scavalcato la fila e si è messo davanti a tutti. Nelle liste Pd non c’era stato spazio per Fabio Pizzul e per Ada Lucia De Cesaris, Maurizio Martina e Franco Mirabelli hanno dovuto ritirarsi dai loro collegi e perfino Lia Quartapelle, renzianissma giovane promessa della politica milanese, è stata recuperata solo in extremis a furor di popolo. Per Mor, il tronista di bell’aspetto, il polemista televisivo brillante, il manager fallito, invece, Renzi il posto lo ha trovato. Risultato: ha scontentato tutto il Pd milanese, da Sala in giù. Qualcuno protesta, molti mugugnano, la maggior parte sta zitta: in attesa di fare i conti, dopo il 4 marzo.