Le Murate, il carcere liberato: case e movida nelle celle fasciste

Dove un tempo c’erano le celle ora ci sono 45 alloggi popolari. E la piazza, dove oggi si mangia e si ascoltano concerti, era il cortile per l’ora d’aria. Nel quartiere di Santa Croce, l’ex carcere de Le Murate, è diventato uno dei luoghi di ritrovo della movida fiorentina. Un progetto di riqualificazione ben riuscito avviato da Palazzo Vecchio nel settembre 1998 quando l’allora sindaco Mario Primicerio accolse la proposta dell’architetto Renzo Piano di riqualificare per conto dell’Unesco le carceri. È stato Leonardo Domenici nel corso dei suoi due mandati (1999- 2009) a portare a termine la riqualificazione con un investimento di 9 milioni. Oggi piazza Santa Maria delle Neve è il cuore dell’intervento che ha trasformato 2700 metri quadrati di sofferenza e storia in un luogo culturale.

La struttura risale alla metà del 1300. Nel 1370, monna Apollonia si fece recludere in una casupola del secondo pilone del Ponte Rubaconte, oggi Ponte alle Grazie. A lei si aggiunsero altre dodici donne. Pregavano. Recluse. Vennero chiamate le Murate. Nel 1424 Giovanni de’ Benci decise di costruire un monastero a ridosso delle mura. Poi ampliato da Lorenzo de’ Medici. Qui morì Caterina Sforza e nel 1528, durante la cacciata dei Medici, venne rinchiusa Caterina de’ Medici. Il convento venne soppresso nel 1808. Divenne poi carcere, tristemente famoso negli anni della Seconda guerra mondiale come centro di raccolta e tortura dei prigionieri politici e dei partigiani catturati dai nazifascisti. Qui è stato rinchiuso, fra gli altri, Nedo Fiano – padre del parlamentare del Pd, Emanuele Fiano – prima di essere deportato a Birkenau. Dalle Murate prima di lui passò anche suo fratello Enzo Fiano, la cognata, Livia Di Porto e il cugino di Emanuele, Sergio Fiano, ad appena 18 mesi.

Un luogo storico per molti fiorentini che il 4 novembre 1966, quando l’Arno straripò, vi accorsero per salvare “dalla fine del topo” i detenuti rinchiusi alle Murate. Nel 1983 è stato chiuso e i carcerati trasferiti a Sollicciano. Oggi è uno spazio restituito alla città e, soprattutto, un modello di riqualificazione urbana.

Città incompiuta. Nardella e le rotaie d’oro: 741 milioni per due linee

Tre miliardi. Milione più, milione meno. A Firenze, negli ultimi dieci anni, le opere pubbliche hanno macinato e continuano a macinare cifre esorbitanti. Eppure non ce n’è una terminata in tempo e soprattutto terminata bene. Tav, aeroporto, ippodromo, scuola Marescialli, lungarno Torrigiani. L’ultima, in ordine di tempo, è la tramvia. Un progetto avviato 11 anni fa che prevedeva la realizzazione iniziale di tre linee entro il 2012, ma che al momento ha solo la prima conclusa con costi da record: 263 milioni per 7,6 chilometri, ben 34,6 milioni a chilometro.

Nella tanto criticata Capitale, per capirci, il costo a chilometro delle ultime linee è stato di 22 milioni, comunque un’esagerazione di fronte alla media europea di 7,5 milioni. Ma meglio dell’ex sindaco Matteo Renzi, che ha fortemente voluto l’opera – seppur abbia interrotto i lavori per pedonalizzare piazza Duomo – è riuscito a fare Dario Nardella. L’attuale primo cittadino ha pensato bene di avviare i lavori della linea 2 e della linea 3, nella speranza di riuscire a finirle entrambe entro le elezioni politiche. Sarebbe stato un successo da sbandierare in campagna elettorale, tanto che lo stesso Nardella nel maggio 2016 disse al mensile cittadino il Reporter: “La tramvia sarà pronta entro il 14 febbraio 2018, scommetto una cena con i fiorentini”. A fine gennaio, quando la promessa si è rivelata utopica, Gianluca Bertelli ha creato la pagina facebook “La cena con Nardella”, ironizzando sull’impegno preso dal sindaco. In pochi giorni, oltre 5 mila persone hanno aderito all’iniziativa.

Il menu è ovviamente goliardico, come l’iniziativa, e interamente dedicato al fu Giglio Magico (ormai Tragico) renziano: antipasti del Südtirol alla Bosken, come primo inciuci alla Rignanese, fritturina alla De Luca per secondo e torta divisa alla Etruria come dessert. “Nardella ha perso la scommessa e quindi essendo un uomo di parola come il suo ‘Capo’ (cioè Renzi, ndr) offre la cena a tutti i fiorentini”, si legge.

La pagina in poco più di una settimana si è riempita di commenti e ironie varie su Nardella, diventato una sorta di sberleffo vivente. Almeno per i fiorentini. Che hanno subìto negli ultimi anni disagi di ogni tipo per via dei cantieri in città. Disagi giustificati dal sindaco con la necessità di “finire presto”. Persino i tassisti col tempo si sono rassegnati e hanno rinunciato a protestare: “Era inutile, si lasciava fare e si sperava finisse subito”. Quali disagi? Sensi unici cambiati ogni giorno, strade chiuse e riaperte e richiuse in poche ore. Scene comiche. Nella centrale via degli Alfani, per citarne una, un anno fa s’eran dimenticati di lasciare una strada d’uscita. Via Nazionale, verso la stazione, ha cambiato direzione di marcia venti volte in quaranta giorni in autunno. Insomma: viabilità impazzita. Però, garantiva il sindaco: entro il 14 febbraio tutto sarà pronto.

Ma la fretta può giustificare il costo? Infatti il prezzo a chilometro per queste due linee (la 2 prevede un percorso di 7,4 chilometri e 3,4 invece la linea 3) è al momento a 42,5 milioni per complessivi 459. Al momento. Perché le due opere potrebbero costare altri 282 milioni, portando la media chilometrica alla strabiliante cifra di 68,6 milioni. Un’enormità. Il 40% in più del costo iniziale. Venerdì la concessionaria dei lavori Tram Spa ha presentato domanda d’arbitrato con la richiesta al Comune di ulteriori 282 milioni per opere non previste, annunciando un ulteriore slittamento della linea 2 a giugno e della linea 3 a novembre. E così sulla pagina “a cena con Nardella” si parla già di replicare a dicembre con il panettone. Intanto però l’appuntamento è per il 15 febbraio a Palazzo Vecchio. Ed è bene che i fiorentini si presentino perché Nardella non pare aver capito il messaggio, giacché ha appena annunciato la volontà di ricandidarsi. Mancano due anni alle elezioni comunali, ma il sindaco il primo febbraio ha detto a Italia7: “Le scommesse per Firenze sono così avvincenti e difficili che richiedono un governo di dieci anni. Se i fiorentini me lo chiederanno io ci sarò”. E il consigliere Tommaso Grassi, già suo sfidante, stupito: “Pensate ancora di saper governare?”.

Più che la maledizione di Dante – leggenda vuole che i fiorentini paghino l’aver esiliato il sommo poeta – sembra il paradosso dei renziani: dire di far tutto senza far nulla. Ancora più emblematica è la vicenda Alta velocità. Il Tav di Firenze sembra una cornice nel purgatorio del malaffare nazionale: non esiste l’inferno e si spera di raggiungere il paradiso. Invano. A descriverlo, con doti meno alte di Dante, ma con estrema obiettività, è stato Raffaele Cantone che da guida dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) ha dedicato una relazione all’opera fiorentina. La sintesi? Criminalità organizzata, politici corrotti, tecnici venduti, società fittizie, scavi abusivi, ripetuti passaggi illegali di appalti e subappalti, carenza e omissioni nella vigilanza, sindaci inefficienti: tutte le zavorre dell’arretratezza d’Italia sono racchiusi nelle 30 pagine siglate da Cantone.

L’opera è stata assegnata nel 1999 e doveva essere conclusa nel maggio 2015: è ancora un cantiere. E anzi la galleria che doveva attraversare Firenze appare, al momento, un miraggio. L’esecuzione è stata più volte interrotta: sono scaduti i permessi, i vertici delle società sono stati arrestati, chi per corruzione chi per associazione a delinquere, chi per abuso d’ufficio, chi per tutti e tre i reati e per altri ancora. L’opera doveva costare poco più di 500 milioni, è lievitata fino a 750 prima di essere bloccata e “registrerà ulteriori incrementi”, scrisse Cantone già nel 2015. Ma il dato più allarmante è riferito alla sicurezza: il materiale utilizzato è “privo della qualità richiesta”. E, ricorda il presidente dell’Anticorruzione, l’opera “sotto-attraversa il centro cittadino, interferendo con la falda idrica” e ha già causato “dissesti che hanno interessato la scuola Rosai (chiusa a causa di crepe e smottamenti subiti dai lavori sotterranei, ndr) confermando la delicatezza del contesto”. Nel 2016 la soluzione sembrava esser il progetto della stazione sotterranea firmato da Norman Foster, poi accantonato. Nel luglio 2017 lo stop è arrivato dal Tar: questo tunnel non s’ha da fare. Intanto il costo è lievitato al miliardo.

C’è allora forse da consolarsi a vedere quanto accaduto alla Scuola Marescialli che almeno è stata terminata. Ma male, tanto da essere inutilizzabile. E invece centinaia di carabinieri ci vivono regolarmente, seppure la Cassazione abbia stabilito che l’intera struttura non rispetta il necessario coefficiente antisismico. Gli spazi che gli uomini dell’Arma occupavano a Santa Maria Novella sono tornati a disposizione del Comune. Nardella voleva trasformarli in una città della scienza. Idea rapidamente tramontata. Ora vorrebbe dividerli in quattro. Si vedrà. Intanto ha annunciato l’avvio dei lavori per il 2019.

I soldi ci sono: già stanziati 5 milioni. Arrivano dal cosiddetto “Patto di Firenze” firmato nel novembre del 2016 dall’allora premier Matteo Renzi: oltre 2,2 miliardi di euro per le opere della sua città. Qui erano inseriti anche 40 milioni per la messa in sicurezza idrogeologica. Pochi mesi prima, il 25 maggio, era crollato un tratto del lungarno Torrigiani, uno degli angoli più belli d’Italia, tra il Ponte Vecchio e gli Uffizi. La società di gestione Publiacqua aveva immediatamente fatto mea culpa siglando un accordo con il sindaco facendosi carico delle spese di ripristino stimate in 5 milioni. Nardella aveva garantito: “Neanche un euro ricadrà sulla tariffa dell’acqua dei cittadini”. Il conto è poi tornato al Comune. Non si sa ancora chi pagherà. Forse i fiorentini. Una cena Nardella gliela potrebbe offrire.

 

Mail Box

 

A Sanremo suona musica da usa e getta dei sentimenti

Una musica che più che leggera è una mazzata sui maroni delle persone con un minimo di senso critico e di dignità. Una musica dove la sua leggerezza è tale da costringere l’uditore, o meglio il suo stomaco, a improvvisi attacchi di nausea e conseguenti conati sussultori di vomito. Soggetti canterini che definire “artisti”, compositori e autori è un insulto all’etimologia. È il consumismo dell’arte che si fa merce; bene effimero. L’usa e getta dell’emozione, il narcisismo che monta sul consenso delle masse ignoranti e adoranti – è il rozzo qualunquismo che si fa profitto, denaro, privilegio e potere, che non disturba, non uccide, non scuote, né fa pensare, ma addormenta, rincoglionisce, omologa, appiattendo la coscienza collettiva sulla condivisione del nulla, del vuoto cosmico, sulle note scarnificate di una musica in putrefazione il cui tanfo acidulo e soporifero sterilizza ogni altra emozione, incenerisce ogni atmosfera, sacrifica ogni slancio poetico, magia, personalismo e impulso rivoluzionario. È la musica leggera dei tempi moderni. Una commistione di affari, di pubbliche relazioni e prostituzione, dove l’arte e la creatività restano parole morte sul sepolcro dell’ottusità generale.

Gianni Tirelli

 

Due leggi assurde non fanno pace con la Shoah

La Polonia si regala una bella legge liberticida e state certi che ben presto altri Stati seguiranno il fulgido esempio. In cosa consiste la trovata? Nel mandare in galera (tre anni di pena) chi si permette di affermare che sono esistiti dei lager nazisti polacchi e che cittadini polacchi hanno avuto un ruolo di complicità nell’olocausto. Ma la cosa più surreale di tutta la faccenda sono le reazioni indignate della comunità internazionale e di Israele. L’una e l’altro hanno vibratamente protestato perché quella è una legge negazionista che limita la libertà di parola. Una volta si diceva: il bue che dice cornuto all’asino. Infatti, subito dopo è stata presentata alla Knesset, il Parlamento israeliano, una legge che introduce la pena fino a cinque anni di carcere (nello Stato ebraico) per chi nega il reato di complicità di chiunque aiutò i nazisti nel loro folle disegno di sterminio degli ebrei. Praticamente, è partita la gara ufficiale a chi abbatte più libertà civili e politiche in un colpo solo.

Francesco Carraro

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo sulle aliquote della gestione separata INPS occorre ricordare innanzitutto che contro l’abuso delle partite Iva per mascherare lavoro dipendente il Jobs Act è intervenuto efficacemente, determinandone nei fatti una riduzione costante negli ultimi tre anni. Ciò che preme di più sottolineare è che per le nuove figure professionali che uno dei vostri intervistati vorrebbe difendere, l’aliquota della gestione separata è stata bloccata dal governo Renzi al 27% per due anni, con le leggi di stabilità 2015 e 2016, e infine portata stabilmente al 25% con la legge di bilancio 2017. Quindi l’aliquota non solo non è aumentata, ma è diminuita di 8 punti rispetto all’intento della Fornero. Non vale per i collaboratori e tutte le figure ad essi assimilate: la politica del lavoro dei governi Renzi e Gentiloni, così come quella contenuta nel programma del Pd, ha l’obiettivo di ridurre la convenienza fiscale e contributiva ad utilizzare forme di lavoro parasubordinato.

Da questo punto di vista, il maggior costo (di poco più di 1 punto percentuale) di un collaboratore rispetto a un lavoratore subordinato ci sembra utile e necessario a riportare nell’alveo di contratti con maggiori garanzie la maggior parte della forza lavoro. Dispiace poi che l’aliquota aggiuntiva (0,51%) per garantire la Dis-Coll ai collaboratori sia trattata solo come un costo e non come una conquista che dà finalmente ai collaboratori un sussidio di disoccupazione. L’abbiamo sperimentata per due anni e poi stabilizzata definitivamente con la legge 81, il Jobs Act degli autonomi. Questo ammortizzatore sociale è invece oggi garantito a tutti i collaboratori, nonché agli assegnisti e ai dottorandi di ricerca.

Ufficio Stampa Pd

 

Ringraziamo per l’utile precisazione. Per i liberi professionisti non assicurati presso altre forme pensionistiche obbligatorie l’aliquota complessiva dovuta all’Inps dal 2018 è al 25,72% mentre per i titolari di pensione o gli iscritti ad altre forme pensionistiche obbligatorie è al 24%. Si tratta comunque di aliquote generalmente molto più alte di quanto corrisposto alle altre casse previdenziali professionali, intorno al 14%. In ambito Inps la cospicua differenza di aliquota non fa che rendere ancora più odiosa la disparità di trattamento dei collaboratori. Per quanto riguarda l’aliquota di finanziamento della Dis-Coll è il caso di sottolineare che il corrispondente trattamento di disoccupazione per i lavoratori subordinati (Naspi) è a totale carico del datore di lavoro.

Luciano Cerasa

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’edizione del Fatto Quotidiano del 6 febbraio, nell’occhiello dell’articolo “Patrizia se ne va con la nuova legge sul biotestamento” abbiamo per errore scritto che la donna, malata di Sla, “si era rivolta ai radicali e al giudice, che non le hanno mai risposto”. Come peraltro riportato nel testo dell’articolo, il radicale Marco Cappato aveva invece risposto alle richieste di Patrizia, dandole assistenza. Dell’errore ci scusiamo con i lettori e con gli interessati.

Fq

Treni. “Altro che beneficiari di troppi sussidi di Stato, i pendolari sono vittime”

 

Scrivo dopo aver letto l’articolo dell’ingegner Francesco Ramella sul Fatto in cui un messaggio ideologico, tanto più vergognoso perché segue un disastro ferroviario dove sono morte tre persone, è camuffato da studio scientifico. Questo signore, in sostanza, ci dice che i pendolari usufruiscono di fin troppe risorse pubbliche: chiaramente non usa il treno. Non sperimenta pertanto la delizia di stare su vagoni gelati o roventi (secondo stagione) che hanno i cessi rotti e sono perennemente in ritardo. Si è chiesto come mai nei Paesi civili la “mobilità sostenibile” passi per il potenziamento di tratte e collegamenti ferroviari, mentre nei Paesi civilissimi i camion sono caricati sui treni? Quanto alle infrastrutture: se non bastassero le circostanze che hanno determinato il disastro di Pioltello, segnalo che qui, a Mantova, ci siamo attivati da mesi per raccogliere firme perché la amministrazione cittadina spinga le ferrovie a bonificare dalla massicciata ferroviaria le lastre di Eternit (fuorilegge dal 1992) che la puntellano. In un altro punto il materiale di contenimento è costituito da onduline in lamiera databili al mesozoico. Certamente non è l’unico caso in Italia.

Marian Romani

 

La signora Romani commette due errori. Non sa la Signora che il tizio scrivente ha alle sue spalle una onorata carriera di pendolare: 180 km al giorno, 240 giorni all’anno per 15 anni: poco meno di 700.000 km. Senza mai lamentarsi troppo del servizio. Nessuno ha mai costretto il tale ingegnere a salire su un treno. Lo ha fatto di sua sponte perché quella era l’alternativa preferibile: un abbonamento di 1.200 euro all’anno, 5 al giorno, 2,5 a viaggio. Avrebbe potuto scegliere l’auto spendendo più di 10.000 euro di cui 3.000 di sole tasse sulla benzina, impiegando più tempo e senza poter leggere, lavorare o dormire. Avrebbe potuto scegliere di cambiare luogo di residenza spendendo molto di più per un’abitazione vicina al luogo di lavoro. Avrebbe potuto farlo ma non lo ha fatto perché non gli conveniva. Così come non converrebbe agli altri pendolari usi al perenne lamento. La Signora sbaglia di nuovo quando scrive di Paesi civili e sostenibilità ma ha una attenuante. Le hanno raccontato questa favola per anni: la “cura del ferro” per la sostenibilità dei trasporti. Non è così. Merci e passeggeri in tutti i Paesi europei si spostano per oltre l’80% su gomma. Inquinando oggi molto meno di ieri e domani meno di oggi. E versando allo Stato le risorse che consentono alla Signora di pagare meno di un quarto dei costi del servizio, molto più sicuro dell’auto, di cui usufruisce.

Francesco Ramella

Un Gentiloni solo a Berlino: amaro apologo su storia e potere

Ce lo immaginiamo, il povero Gentiloni, malinconico e solo nel freddo pomeriggio berlinese, dopo che Angela Merkel gli ha fatto sapere che, certo, sarebbe stato tanto un piacere incontrarlo, ma purtroppamente le trattative per la Grosse Koalition e una gara di birra e salsicce convocata all’ultimo secondo dal Bundesrat le impedivano di riceverlo: “Ma sentiamoci, eh, teniamoci in contatto, davvero: torna tra una settimana magari…”. E dire che il povero Gentiloni era arrivato spinto, per così dire, dall’entusiasmo dei meglio commentatori oltre che dal suo proprio. La ripresa, c’informava Il Sole 24 Ore, e il nuovo governo tedesco (base Spd permettendo) rendono questione di poco la riforma franco-tedesca dell’Eurozona (quella che – aggiungiamo noi – serve a incaprettare ulteriormente l’Italia rendendola finalmente alla portata di simpatiche scorribande modello Atene nel nome della “solidarietà europea”): “Non a caso – arguiva Il Sole – il presidente del Consiglio sarà a Berlino per incontrare la cancelliera Merkel nel quadro di un vertice bilaterale fondamentale”. Eh no? Fondamentale. Il punto non è tanto quel che poteva o potrà fare il povero Gentiloni, cioè poco o anche meno, ma che l’amica Angela non abbia trovato il tempo nemmeno per il caffè che avrebbe attenuato la sua figuraccia. Ce ne doliamo sinceramente, perché il nostro iniziava davvero a crederci a quella faccenda di succedere a se stesso, ma – se è lecito violentare una frase di Oscar Wilde – la vita scorre assai più veloce del realismo.

La labirintite politica di Emma Bonino

Un’istituzione la Bonino. Competente, seria, battagliera, senza lei – e Pannella e i Radicali – non avremmo aborto, divorzio e altre conquiste civili. Altro che Quirinale, oltre.

Parlamentare di lunghissimo corso, nel ’94 – liberale e libertaria – si candida col Polo delle Libertà ed entra in FI di Berlusconi, Dell’Utri, Previti. La rivoluzione liberale anche in futuro non si vedrà (il Family Day sì). Appena eletta, B. la nomina insieme a Monti commissario europeo e il suo primo atto è andare nella martoriata ex Jugoslavia a invocare – “da convinta nonviolenta” – l’intervento militare internazionale.

Nel ’99 è costretta alle dimissioni con tutta la commissione, ma resta in Europa con la Lista Bonino e assiste da Bruxelles ai governi Berlusconi. Le leggi ad personam e i lodi non le impediscono nel 2005 di “apprezzare ciò che B. sta facendo da premier” (l’ha ricordato Travaglio). Alle elezioni 2006 torna con lui? No, è nel centrosinistra con la Rosa nel Pugno. E Prodi la fa entrare nella storia: primo radicale a diventare ministro (Commercio internazionale).

Nel 2008 ancora centrosinistra: i radicali sono ospitati nelle liste Pd e la Bonino diventa vicepresidente del Senato. Ma la fedeltà ai democratici talvolta vacilla, a beneficio di B.: “Se si fa l’amnistia, varrà anche per lui” (19.9.2011); a ottobre sulla fiducia al governo Berlusconi l’opposizione decide di disertare l’aula per far mancare il numero legale, ma i radicali entrano lo stesso: B. si salva e loro si beccano degli “stronzi” dal Pd; gennaio 2012, voto sulla richiesta d’arresto di Cosentino (libero proprio in questi giorni), accusato di essere il referente politico dei casalesi: i radicali sono decisivi per salvarlo, “le carte non giustificavano l’arresto”, dice Emma (verrà condannato complessivamente a 25 anni in 4 processi, non definitivi). Intanto è arrivato Monti e la Bonino vede realizzata nella legge Fornero la sua battaglia sull’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne e può rilanciare la modifica dell’art. 18 (via l’obbligo di reintegro e aumento dell’indennizzo) che completerà Renzi.

Nel 2013 riecco le sirene della Destra: Pannella accetta la proposta di alleanza per le Regionali del Lazio di Storace (poi fallita). La Bonino fa le barricate? “Non scandalo, solo errore politico”, “a un tratto non gli piacevamo più, il perché chiedetelo a lui”. Insomma, non sedotta ma abbandonata (da Storace?!).

Anche alle Politiche va male: la Bonino non è rieletta (davvero gli italiani la vorrebbero al Quirinale, visto che il suo record è un 8,5% alle Europee ’99?), ma Letta le offre il ministero degli Esteri. Che non brilli lo dimostrano le richieste di dimissioni sulla vicenda Shalabayeva, ma a licenziarla è il neopremier Renzi, che ora la accetta come alleata con +Europa, ma solo col vaccino polivalente dc Tabacci. Nel 2000 quest’ultimo diceva che il centrosinistra era “spregiudicato” ad aprire a Pannella-Bonino, mentre il suo Ccd “teneva fermi programmi e valori”, “bene il no netto di Casini, del resto il peso elettorale dei radicali è tutto da vedere”. Oggi invece la salva offrendole il suo simbolo. Tanto anche Casini ormai sta col Pd, e pure la Lorenzin del Fertility Day. Sai l’entusiasmo quando la Bonino e Mina Welby gli sottoporranno l’eutanasia legale?

Al Festival non siamo i servi sciocchi della Rai

Questo breve apologo festivaliero potrebbe (si parvissima licet) intitolarsi “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani”. E non solo perché “Sanremo è lo specchio del Paese” (ragion per cui resiste alla ruggine del tempo). Nella notte del miracolo di Claudio Baglioni, un collega del Corriere ospite del Dopofestival, pone il problema della canzone di Ermal Meta e Fabrizio Moro, il cui refrain non sarebbe inedito e sarebbe già stato eseguito in pubblico, in un brano scritto da uno dei co-autori della canzone sanremese, pubblicato sul sito della Rai e (coincidenza?) immediatamente rimosso dopo essere stato mostrato al Dopofestival. Meta e Moro (favoriti secondo molti, martedì si erano piazzati nella fascia alta della classifica) possono restare in gara? Ieri mattina in conferenza stampa i giornalisti chiedono alla Rai come s’intende risolvere il problema. Risposta di Claudio Fasulo, vicedirettore di Rai1: “Non c’è nessuno scoop, non si tratta di plagio. Febo (il coautore, ndr) aveva dichiarato la rielaborazione del suo brano. Da regolamento è prevista la possibilità di campionare brani o usarne stralci per un totale non superiore al 30%. La canzone ha i requisiti di novità a tutti gli effetti”. L’Ansa batte la dichiarazione alle 13.16. I colleghi più esperti delle questioni regolamentari e musicali fanno ulteriori, circostanziate obiezioni. Alle quali vengono date risposte vaghe e confuse, per esempio sul concetto di refrain nella canzone moderna (e in quella di Petrarca, no?). Il punto, evidentemente, è come al caso si applichi il regolamento. Alle 14.19 l’Ansa batte un altro lancio in cui sempre il vicedirettore Fasulo rivede le sue posizioni: “In base agli elementi emersi, saranno fatte con l’ufficio legale Rai ulteriori valutazioni”.

Poco prima, aveva liquidato una domanda con una battuta sui giornalisti che visto il successo di ascolti non sanno a cosa appigliarsi. Abbiamo allora fatto notare quel che qui ribadiamo: non è sensazionalismo provare a sapere come la rete ammiraglia del Servizio pubblico applica il regolamento dell’evento più importante della tv, dove gli interessi e i denari che girano sono parecchi. È, semplicemente, il nostro lavoro (presente quell’articolo della Costituzione che garantisce la libertà dell’informazione?). È grave che la prima azienda culturale del Paese non capisca che una stampa autonoma, competente e critica conviene a tutti: la prova è proprio la conferenza stampa di ieri in cui grazie all’insistenza e al confronto la Rai ha riaperto un’istruttoria che riteneva conclusa, evitando di commettere un errore (in serata Meta e Moro sono stati rinviati). Certo, ci dovrebbero spiegare come mai il brano in questione è sparito nottetempo dal sito Rai… In altri tempi – un analogo precedente si è verificato nel 2014 – i vertici di Viale Mazzini non si erano fatti cogliere impreparati. Bastava che dicessero, come accadde quattro anni fa, che la decisione sarebbe stata presa dopo aver acquisito tutti gli elementi (li avevano già, ma tant’è). Altri tempi e altri direttori, con diverse considerazioni dell’importanza delle regole e del rispetto dei ruoli: del resto una volta gli addetti alla cultura e i funzionari di partito venivano sbeffeggiati anche dai cantautori. È bizzarro anche perché questa è la Rai più “giornalistica” di sempre (sono giornalisti il direttore generale, la presidente e due consiglieri). La colpa è anche, o forse soprattutto, nostra. La sala stampa sanremese applaude continuamente, perde tempo in complimenti e domande consensuali: l’equivoco per cui si vuol far parte del mondo che si racconta va a discapito della qualità e della dignità della professione. Vero: Hugo diceva che c’è chi pagherebbe per vendersi. Ma non siamo qui per credere alle coincidenze e farci trattare come servi sciocchi.

Macerata e i nostri famosi “valori”

La cronaca nera ha regalato alla campagna elettorale un giocattolo pericoloso e conturbante. La duplice vicenda di Macerata, a un mese dal voto più rischiosamente anti-democratico della Storia repubblicana, assume l’aspetto di un mostro a due teste di potente carica allegorica. Una ragazza appena maggiorenne viene fatta a pezzi a Macerata presumibilmente da un nigeriano, che confessa di averla condotta da uno spacciatore per la sua ultima dose di eroina e poi in casa sua; un giovane marchigiano decide di “vendicarla” scaricando la sua pistola addosso a sei persone di pelle nera a caso.

Il linguaggio non è mai innocente. Per chi detiene o vuole assumere il potere sapendo di non poter contare sulla forza persuasiva dei dati razionali, l’evento è ghiotto. Mentre il cadavere della ragazza giace a pezzi sul tavolo autoptico, Salvini accusa la sinistra accogliente di avere “le mani sporche di sangue”, dimenticando che la cosiddetta sinistra si è guardata bene dal toccare la vigente Bossi-Fini, inasprita semmai con le misure anti-sbarchi, ma pro-galere libiche, di Minniti. In conseguenza del raid razzista, il nigeriano diventa il capro espiatorio della “bomba sociale dell’immigrazione”, come dice B., che sorpassa Salvini vaneggiando di deportazioni di massa, e di Renzi, che abbraccia l’assurda contro-deduzione imputandone però la responsabilità a B. (“Se in Italia arrivano i migranti è per colpa della guerra in Libia e il premier allora era lui”). Le sei vittime sono innocenti del reato ascrittogli da Traini, ma colpevoli di risiedere sul nostro sacro suolo, e per ciò stesso sono potenziali criminali.

Traini, al contrario, non è il rappresentante del razzismo neo-fascista reso familiare e glamour da stampa e Tv, ma “un delinquente” (Salvini), “uno squilibrato” (B.), “una persona squallida e folle” (Renzi). Il suo non è un atto politicamente connotato, ma il gesto isolato di una particella deviante della nostra sana democrazia. (Solo Pietro Grasso ha parlato di fascismo). Per Renzi, persino, è un “pistolero” che cercava di “portare giustizia” ma ha ecceduto, purtroppo. Si giustifica il raid nazifascista inquadrandolo dentro un pattern di vendetta etnica. La Lega, partito in cui milita Traini, acquista consensi perché parte dell’elettorato reputa più grave un presunto omicidio commesso da un nero in un contesto di cronaca nera che sei omicidi tentati da un bianco su base razziale.

La Verità, quotidiano di posizioni casapound-leghiste, si accanisce sul corpo della vittima: “Testa, seno e bacino fatti a pezzi”. E in un corsivo delizioso avanza i risultati di sue particolari indagini che inchiodano il nigeriano: “Per far sparire un cadavere e rendere difficile il suo ritrovamento, ci sono tecniche di comprovata affidabilità”, forse comprovata in redazione; ad esempio “scavare una buca e sotterrarlo, scioglierlo nell’acido, buttarlo in mare o in un fiume con un peso”, insomma come si faceva noi italiani alla vecchia maniera. Dalla scelta di non adottare nessuna delle tecniche che ci hanno resi famosi nel mondo, il giornale avanza “l’ipotesi di un macabro rituale”, di “magia nera, e in particolare lo juju, una forma religiosa tradizionale predominante nelle zone sud-occidentali della Nigeria”. Ma anche ai Parioli, dove mesi fa una donna è stata fatta a pezzi e gettata in un cassonetto dal fratello, a Teramo (Adele Mazza smembrata da Romano Bisceglia nel 2010), a Pisa (Oksana Auskelyte, 27 anni, uccisa da Andrea Falaschi e messa dentro una valigia nel 2008), solo alcuni toponimi della nostra tradizione di autarchici femminicidi.

Il Corriere (della Sera, non del Vino) informa che c’è un altro attore in questa storia. “E adesso chissà che peso grande ha sul cuore, questo 45enne con la tuta rossa da meccanico e i sandali da francescano”. È l’uomo che ha fatto salire Pamela sulla sua auto mentre fuggiva dalla comunità di recupero e ne ha abusato sessualmente in cambio di 50 euro. Ora è ritratto nel suo giardino “dove la mimosa è già in fiore”: “Penso sempre a lei”. Il set truculento della morte per mano dell’uomo nero si arricchisce di un brividino placido, rassicurante e provinciale. La dramatis personae, la lista dei ruoli in tragedia, offre una cronaca auto-assolutoria: i nigeriani assassini feroci, persino “cannibali” per La Verità, che insidiano “le nostre donne e i nostri valori” come da retorica centro-destrorsa; il paesano semplice, che paga “la bellezza” su un materasso in un garage, finito dentro un gioco tribale di uteri asportati e addomi recisi. “Adesso gli vengono mille pensieri, mille rimorsi e anche un po’ di vergogna”, povera stella. “Ora non resta che il dolore e nessun piacere”, dice il Corriere, quel piacere di abusare di una persona in grave difficoltà invece di offrirle aiuto. È nel destino di martire di questa giovane donna che emergono, come su una cartina di tornasole, le rimozioni della nostra cultura.

Il Papa agli operai Whirlpool: “Lottate per il vostro lavoro”

Una delegazione di lavoratori della Embraco di Riva di Chieri (Torino), azienda del gruppo Whirlpool, ha incontrato il Papa in Vaticano. Francesco, prima dell’udienza generale nell’aula Paolo VI, si è fermato a parlare con i lavoratori e li ha esortati a continuare nella lotta a difesa dei loro posti di lavoro. “Il Papa ci ha detto: ‘Dovete lottare e dovete avere fede anche nella lotta. Prego per voì’”, hanno riferito i presenti. I lavoratori hanno ricordato al Pontefice che sua nonna era originaria di Portacomaro, nell’Astigiano, ad alcune decine di km dallo stabilimento di Riva di Chieri. Oggi il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, incontrerà azienda e sindacati in Prefettura a Torino. L’Embraco ha annunciato la chiusura dello stabilimento torinese e 500 licenziamenti. A manifestare al Papa i problemi dei lavoratori dell’azienda che produce componenti per elettrodomestici, sono stati quattro rappresentanti sindacali. Al Pontefice si è voluta esprimere l’angoscia per la perdita del lavoro: “Al dramma economico si somma quello umano”, hanno detto i lavoratori. Al Papa, nei giorni scorsi, era arrivata una lettera scritta da una bambina a nome di tutti i figli degli operai.

Caso Madia: gli economisti non copiano

Caro Direttore, nell’articolo del 4 febbraio comparso sul Suo giornale “Madia, la perizia sulla tesi: ‘Violati gli standard accademici, molte fonti non sono citate’” viene riportata la frase, che sarebbe desunta dal rapporto commissionato dall’Imt di Lucca alla società Resis di Enrico Bucci, secondo la quale “il settore disciplinare all’interno del quale la tesi si situa tollera comportamenti che altrove sarebbero definiti inaccettabili”. Non entriamo nel merito del caso specifico, ma dal momento che il settore disciplinare a cui si fa riferimento è quello delle scienze economiche, voglio manifestare a nome della Società Italiana degli Economisti che attualmente presiedo la mia profonda indignazione per l’accusa di comportamenti contrari all’etica professionale e scientifica che viene mossa all’intera categoria degli economisti e che ora è diffusa – mi auguro involontariamente – dal suo giornale.

Non conoscendo il contenuto del rapporto a cui fa riferimento l’articolo, non è possibile desumere sulla base di quali fatti il dottor Bucci sia arrivato a questa sorprendente conclusione, visto che l’unico elemento portato a suo sostegno è il riferimento a un manifesto a carattere politico (non un articolo scientifico) che riporta brani di alcuni dei firmatari, cosa ben diversa da un plagio. Posso però rassicurare i suoi lettori che gli standard seguiti dagli economisti, italiani o stranieri, nella pubblicazione dei risultati delle loro ricerche non sono di certo inferiori a quelli di nessun’altra disciplina scientifica. Potrei argomentare in dettaglio, ma mi limito a riportare l’esplicita condizione per gli autori che vorrebbero pubblicare un loro articolo scientifico nella rivista ufficiale della nostra associazione, l’Italian Economic Journal e che riprendono linee guida internazionalmente adottate. Le traduco qua (l’originale è disponibile a http://www.springer.com/economics/journal/40797?detailsPage=pltci_2503578) : “Dati, testi o teorie prodotti da altri non devono essere presentati come se fossero propri (“plagio”). Adeguato riconoscimento deve essere dato ad altri lavori (compreso materiale che è riprodotto quasi alla lettera, riassunto e/o parafrasato), le virgolette devono essere utilizzate quando il materiale è riprodotto parola per parola e deve essere ottenuta l’autorizzazione per materiale coperto da copyright”.

Affermazioni simili sono presenti nel codice etico a cui devono aderire gli studenti di molti Atenei che presentano tesi magistrali o di dottorato in economia o in qualunque altra materia. Dato il ruolo che gli economisti rivestono nella nostra società, sono certa che vorrà rassicurare i suoi lettori sui loro standard scientifici e la correttezza dei loro comportamenti pubblicando questa lettera.

*Presidente Società Italiana degli Economisti