Como, esplode un silos: 9 feriti, 3 gravi. Paura per la nube

Un altro incidente sul lavoro in Lombardia con un bilancio meno grave della tragedia del 16 gennaio alla Lamina di Milano, dove hanno perso la vita 4 operai. Sono tre i lavoratori feriti in maniera grave, altri sei sono ricoverati in condizioni meno serie a causa di un’esplosione che si è verificata alla Ecosfera srl di Bulgarograsso, nel Comasco, azienda che si occupa della trasformazione di rifiuti.

L’esplosione si è verificata poco prima delle 14 in uno dei dodici serbatoi esterni in cui vengono effettuate lavorazioni di solventi: per cause ancora da accertare, nel silos si è verificata una reazione anomala che ha provocato un violento incendio, con fiamme altissime che hanno intaccato anche i serbatoi adiacenti. “Sembrava il terremoto, tremavano non solo i vetri ma anche i muri”, ha raccontato un residente che vive a parecchie centinaia di metri.

La violenza della deflagrazione ha fatto tremare i vetri a chilometri di distanza, mentre nel piazzale dell’azienda, in cui lavorano 33 dipendenti, le auto parcheggiate sono state danneggiate dallo spostamento d’aria. Sul posto sono intervenute dieci squadre dei vigili del fuoco, dodici ambulanze e l’elisoccorso. Un operaio di 47 anni è stato ricoverato in prognosi riservata al reparto grandi ustionati del Niguarda di Milano, mentre un altro è stato portato sempre in codice rosso a Legnano.

Un terzo operaio ferito è stato ricoverato al Sant’Anna di Como: è un uomo di 42 anni di Rovellasca con ustioni su varie parti del corpo. Gli altri feriti hanno riportato lesioni meno gravi e sintomi da intossicazione da gas tossici. Tra i medicati anche due persone che stavano facendo la spesa in un vicino supermercato, che hanno accusato eruzioni cutanee e pizzicori alla gola. Nell’aria si sarebbero liberati vapori di acetato di etile, ritenuti non tossici. La procura ha aperto un’indagine.

Roma, Acea straccia il Jobs act: “Fuori da Confindustria”

La rabbia è quella tipica che si mostra verso gli ingrati. Un colosso aderente a Confindustria ha deciso di ignorare una delle sue più riuscite creature: il Jobs act. E così ieri il vicepresidente degli industriali italiani, Maurizio Stirpe, ha tuonato contro Acea, la multiutility controllata dal Comune di Roma, minacciando di metterla alla porta. La colpa è di aver siglato un contratto aziendale con i sindacati che di fatto deroga alle tre grandi novità introdotte alla riforma del lavoro varata dal governo Renzi: licenziamento per giusta causa, demansionamento e controllo a distanza dei lavoratori. “Un accordo proditorio dei principi della correttezza e lealtà dei rapporti”, ha attaccato Stirpe. Insomma, un tradimento che “coglie di sorpresa” gli industriali, non informati dai vertici dell’azienda nominati ad aprile 2017 dalla giunta 5Stelle.

L’intesa, che prevede premi di risultato e norme sul welfare aziendale stabilisce “per tutto il personale e per coloro che saranno assunti in futuro, le tutele previste dall’articolo 18 della legge 300, così come modificato dalla legge Fornero del 2012”. Significa che potranno essere reintegrati dal giudice in caso di licenziamento illegittimo (il Jobs act concede solo un indennizzo). Affida poi le decisioni su eventuali demansionamenti dei lavoratori a un accordo che l’azienda dovrà trovare con i sindacati. Stesso discorso per “l’introduzione di sistemi di controllo della prestazione a distanza” per i quali invece il Jobs act (se considerati strumenti di lavoro) ha eliminato l’obbligo di intesa con le sigle.

La rabbia di Stirpe ha una sua logica. A maggio 2014, Confindustria suggerì, per così dire, i contenuti della riforma nel documento “Proposte per il mercato del lavoro e della contrattazione”, che fu ricopiato in molte parti dai decreti attuativi del Jobs act. “Lo ritengo un grave incidente di percorso – ha detto il vicepresidente con delega alle relazioni industriali -. Non è escluso che questo comportamento dell’azienda non venga portato all’attenzione del collegio dei probiviri”. Comportamento che per Stirpe si spiega con “la natura giuridica di Acea che ha un comune come azionista”, cosa che rende l’accordo, agli occhi degli industriali, “assolutamente una ingerenza indebita della politica”. Le regole confindustriali prevedono che Unindustria Lazio – a cui Acea aderisce – potrà espellere l’azienda (eventualità che necessita di “gravi motivi”): secondo quanto fa trapelare Viale dell’Astronomia questa sarebbe l’intenzione (ma decide Unindustria). “Prendiamo atto che in Confindustria vige il pensiero unico”, spiega ironico il segretario della Filctem Cgil, Emilio Miceli. L’intesa di ieri non è l’unico precedente, ma preoccupa Confindustria per le sue dimensioni, visto che Acea ha oltre cinquemila dipendenti. “L’azienda ha dimostrato coraggio, ma non è la sola che si sta muovendo in questa direzione” ha spiegato la leader della Cgil, Susanna Camusso. A marzo scorso le sigle dei metalmeccanici hanno sottoscritto per Ducati e Lamborghini un accordo che smonta il Jobs act sugli stessi punti toccati dall’intesa di ieri. A maggio 2015 la Trelleborg di Tivoli ha assunto 70 persone con la garanzia dell’articolo 18. Anche in quell’occasione Stirpe minacciò sfracelli (“così va fuori dalla nostra associazione”) chiedendo addirittura l’intervento del governo: “Sancisca in maniera decisiva l’indisponibilità a livello contrattuale della normativa sui licenziamenti”.

Da tempo la Cgil, cerca di archiviare il Jobs act almeno negli accordi di secondo livello. Quello di ieri è il risultato più forte della strategia, centrato anche grazie a concessioni di peso: flessibilità su turni e orari, ma anche un sotto-inquadramento per i primi tre anni per i neoassunti (over 29, per gli under c’è l’apprendistato). A novembre scorso Acea ha varato un ambizioso piano industriale al 2022. Per centrarlo ha siglato un accordo sindacale che considera “fondato su innovativi criteri di organizzazione, con effetti qualificanti per i lavoratori”. E forse per questo verrà cacciata dall’associazione degli industriali.

La morte in campo di Morosini: condanne confermate

Confermate le condanne per la morte del calciatore del Livorno Piermario Morosini, stroncato da un malore a 26 anni mentre disputava una partita contro il Pescara, allo stadio Adriatico. Era il 14 aprile del 2012, da allora la giustizia ha fatto il suo corso.

In primo grado sono state inflitte tre condanne per omicidio colposo, ieri la Corte d’Appello de L’Aquila, presieduta da Luigi Catelli, ha mantenuto la condanna a un anno per Vito Molfese, medico del 118 di Pescara, e a otto mesi rispettivamente per il medico sociale del Livorno Manlio Porcellini, e per quello del Pescara Calcio Ernesto Sabatini. Il procuratore generale Ettore Picardi aveva chiesto per Molfese otto mesi e la conferma della pena emessa in primo grado (sempre a otto mesi) per Porcellini e Sabatini. Il difensore di Molfese, Alberto Lorenzi, ha annunciato il ricorso in Cassazione.

I giudici della Corte d’appello hanno escluso la Asl come responsabile civile, ma hanno ribadito la responsabilità civile per la società Pescara Calcio.

Bussi, “processo” al giudice del disastro. La Regione dimentica il risarcimento

Doppia accusa disciplinare per Camillo Romandini ex giudice di Chieti oggi in Corte d’appello a Roma: dal 2 marzo sarà processato dal Csm per due vicende diverse. Dovrà rispondere di “gravi scorrettezze nei confronti di altri magistrati” per l’andamento del processo per i veleni della discarica di Bussi sul Tirino (Pescara) mentre per essere stato titolare di un’azienda agricola dovrà rispondere di “incompatibilità con la funzione giudiziaria”.

Per quanto riguarda la vicenda Bussi, il giudice era presidente del collegio che a dicembre 2014 ha assolto 19 imputati dall’accusa di avvelenamento delle acque e non ha riconosciuto il dolo pertanto il reato di disastro ambientale fu derubricato in disastro colposo. Risultato: prescrizione. La sentenza è stata poi ribaltata dalla Corte D’Assise d’appello all’Aquila, che ha condannato 10 imputati fra ex dirigenti e tecnici della Montedison nonché a una maxi provvisionale alle parti civili .

Il Fatto nel 2015 ha raccolto la testimonianza di alcuni giudici popolari, dietro garanzia di anonimato, che hanno raccontato di una cena con il presidente Romandini prima del verdetto durante la quale avrebbe fatto loro pressioni. Altre testimonianze hanno chiamato in causa il governatore abruzzese come persona informata delle presunte pressioni: “Il presidente Luciano D’Alfonso ha detto di essere a conoscenza di gravi anomalie sull’andamento del processo”.

Dopo la condanna in appello, nel febbraio 2017, la Regione Abruzzo, a distanza di un anno, non ha ancora chiesto i 500 mila euro di provvisionale che Edison (ex Montedison) deve dare. L’inchiesta del Fatto ha portato a un’indagine penale a Campobasso finita per Romandini con un’archiviazione. Quanto all’accusa davanti al Csm per la società agricola è scattata dopoche la Gdf di Pescara ha accertato “46 mila euro” di contributi concessi al giudice dalla Regione Abruzzo. “In un recente passato”, scrive la Gdf, Romandini è stato “titolare dell’omonima impresa individuale agricola” poi “cessata” a giugno 2015 e che “dal 2004 al 2015” ha avuto “aiuti” per 46 mila euro. Per le Fiamme gialle una “indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato”, non per la pm di Campobasso Elisa Sabusco che ha chiesto al gip, che non ha ancora deciso, l’archiviazione. Comunque a livello disciplinare è un’altra storia: un magistrato non può essere titolare di impresa.

“L’uranio 238 uccide”. E i generali insorgono

Scrisse il professor Giorgio Trenta, presidente dell’Associazione italiana di radioprotezione medica, nella perizia su un militare che aveva fatto servizio in Kosovo dopo i bombardamenti all’uranio impoverito: “È necessario demolire l’ipotesi che l’uranio depleto, in quanto tale, possa essere la causa di induzione di tumori. (…) Deve essere ricordata la responsabilità di tali proiettili nel generare le nanopolveri che sono, in effetti, lea vera causa dell’induzione di molte forme tumorali. (…) Si può affermare che l’uranio depleto è il mandante e le nanopolveri l’esecutore”. Il 23 marzo 2016, davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, Trenta confermava: “Sì certo, si tratta delle nanopolveri generate dall’esplosione”.

La sua valutazione è finita, con parecchi altri elementi, nella durissima relazione finale approvata con 10 sì e 2 no dalla commissione, presentata ieri dal presidente Gian Piero Scanu, a conferma della tesi sostenuta da migliaia di soldati che si sono ammalati soprattutto di linfomi (353 i morti secondo l’Osservatorio militare) in genere dopo missioni nei Balcani, e fatta propria da decine di sentenze che hanno riconosciuto risarcimenti e pensioni dopo il no della Difesa. Trenta deve aver cambiato in parte idea e non l’ha presa bene: “Parlavo – ha detto ieri – di un militare che lavorava in un campo di atterraggio e decollo degli aeroplani che portavano le bombe all’uranio depleto in Kosovo che aveva una pista in terra battuta. Quando gli aeroplani atterravano facevano un polverone, e questo faceva sì che inalasse microparticelle non di uranio, ma del materiale che stava nella pista. In questa perizia ho dato colpa a nanoparticelle derivate dalle attività che si svolgevano nel sito dove stava, ma non certo all’uranio”.

Lo Stato maggiore della Difesa si schiera dietro il professore: “Le Forze Armate respingono, anche alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal professor Trenta, le inaccettabili accuse mosse dalla quarta Commissione parlamentare d’inchiesta”, si legge in un comunicato. Ma non basta a cancellare le 72 sentenze che collegano in vario modo le nanoparticelle, non solo ma anche di uranio impoverito o depleto, a tumori e decessi. Né azzera la tabella dell’Inail che dal 2008 indica l’uranio impoverito tra le probabili cause della nefropatia tubolare e che secondo la commissione dovrebbe essere “aggiornata” con “altre patologie” e in particolare “talune forme tumorali del sistema linfopoietico”. Anche perché le parole del professor Trenta non valgono più di decine di perizie diverse, firmate da specialisti anche in assenza di una prova scientifica definitiva del nesso causale diretto. Ancora ieri Carmine Pinto, già presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), parlava di “potenziale legame tra uranio impoverito e tumori”.

Dalla commissione arriva un durissimo atto d’accusa nei confronti delle gerarchie militari per i rischi a cui sono stati e sono esposti quanti vestono la divisa e le popolazioni che vivono nei dintorni di poligoni e centri di addestramento, in particolare in Sardegna, dalla Penisola di Capo Teulada definita “una discarica non controllata” al Salto di Quirra: “La commissione ha scoperto, dietro le rassicuranti dichiarazioni rese dai vertici dell’Amministrazione della Difesa e malgrado gli assordanti silenzi generalmente mantenuti dalle autorità di governo, le sconvolgenti criticità che in Italia e nelle missioni all’estero hanno contribuito a seminare morti e malattie tra i lavoratori militari del nostro Paese”. Non è solo questione di uranio ma del torio utilizzato nei missili Milan utilizzati al Salto di Quirra, del radon e soprattutto dell’amianto: “Solo nell’ambito della Marina militare 1.101 persone sono decedute o si sono ammalate per patologie asbesto-correlate”.

La commissione si è avvalsa di consulenti tra cui l’ex magistrato Raffaele Guariniello che più di tutti si è occupato di amianto e sicurezza sul lavoro e Domenico Leggiero, ex maresciallo dell’Aviazione dell’esercito, a capo dell’Osservatorio militare che ha seguito migliaia di casi di soldati ammalati o deceduti. Solo di recente è stata approvata una legge, che non c’era, sulla sicurezza dei poligoni. Non è passata invece quella che avrebbe sottratto alla Difesa i controlli sanitari nei siti militari, eliminando la “giurisdizione domestica” per affidare i relativi poteri all’Inail. “Nell’Amministrazione della Difesa – si legge ancora nella relazione – continua a diffondersi un senso d’impunità quanto mai deleterio per il futuro”. In alcuni casi i parlamentari hanno trasmesso gli atti alle Procure, anche per un generale dello Stato maggiore accusato di falso per quanto dichiarato davanti alla commissione stessa. E Scanu non sarà ricandidato dal Pd.

Garante Privacy multa Tim per 840mila euro: chiamati gli ex clienti

È costato carissimo a Telecom aver contattato gli ex clienti della telefonia fissa che non avevano dato l’autorizzazione a ricevere chiamate commerciali o l’avevano revocata. La società telefonica dovrà ora sborsare 840 mila euro: è questa la multa record inflittagli dal garante della Privacy alla fine di un procedimento iniziato nel 2016. “È una sanzione tanto più pesante perché – ha spiegato l’Autorità guidata da Antonello Soro – Telecom ha agito in maniera consapevole e non per mera negligenza”. Per aggirare il divieto delle telefonate promozionali senza consenso, nel 2015 l’ex monopolista ha, infatti, ideato una campagna promozionale (chiamata “Recupero consenso”) contattando 1.976.266 di ex utenti che, senza volerlo e saperlo, si sono ritrovate ad acconsentire a ricevere sms, email, monitoraggi sui dati di traffico e nuove offerte promozionali per vendita diretta e per ricerche di mercato dall’operatore che avevano deciso di abbandonare. Ma la maggior parte di loro non si è neanche resa conto della gravità della cosa visto che ormai le chiamate dei call center a tutte le ore sono la prassi. “Bene, ottima notizia. Basta con le telefonate moleste”, ha commentato l‘Unione nazionale consumatori.

Prima l’approccio, poi l’omicidio. Una 19enne uccisa a coltellate

É stata uccisa a coltellate nella notte, a Milano, nella casa in cui viveva da qualche giorno ospitata da una coppia. Il corpo di Jessica Valentina Faoro, 19 anni, è stato ritrovato ieri al secondo piano di un palazzo di proprietà di una cooperativa di tramvieri, dove viveva assieme alla moglie Alessandro Garlaschi, 39 anni, dipendente dell’Atm, la società di trasporti milanese. E proprio Garlaschi è stato fermato ieri dalla polizia per omicidio volontario, dopo diverse ore di accertamenti delle forze dell’ordine sul luogo del delitto.

Davanti alla pm Cristina Roveda, l’uomo avrebbe fatto alcune parziali ammissioni sulla morte di Jessica. Secondo le prime ricostruzioni, all’origine dell’omicidio di cui è sospettato Garlaschi ci sarebbe stata una lite, scaturita dal tentativo di approccio fisico dell’uomo rifiutato dalla ragazza, nella notte tra martedì e mercoledì. Garlaschi, in quel momento solo in casa con Jessica, avrebbe colpito la ragazza con un coltello nel soggiorno, intorno alle quattro di notte. Qualche ora dopo Garlaschi è stato poi visto uscire dall’appartamento con gli abiti ancora sporchi di sangue e le mani fasciate, forse a causa di alcune ferite dovute alla collusione con Jessica. “Ho una ragazza morta in casa”, avrebbe detto al portinaio, confessando anche di “aver combinato un grosso guaio” prima dell’arrivo della moglie e delle forze dell’ordine, giunte sul posto a metà mattinata.

Nei suoi confronti, secondo quanto raccontano gli investigatori, ci sarebbero prove numerose e schiaccianti. Mentre la polizia lo portava via in manette dal condominio, Garlaschi è stato coperto di insulti dai vicini: “Maledetto”, “Sei un mostro”, “Spero marcirai in galera”. Anche la moglie dell’uomo, accompagnata in lacrime e sotto choc in Questura, è stata interrogata per diverse ore dagli inquirenti, per escludere un suo coinvolgimento sia nel delitto che nelle fasi seguenti, prima dell’intervento della Polizia.

Garlaschi era stato già denunciato per stalking nel 2014 e negli ultimi tempi – come riferiscono alcuni colleghi – aveva avuto qualche problema sul lavoro, tanto da rischiare il licenziamento. Lui e la moglie vivevano da diversi anni nel palazzo di via Brioschi – quartiere Stadera, nella parte sud di Milano – ma solo di recente si erano trasferiti nell’appartamento in cui è avvenuto l’omicidio. A spingerli a cambiare casa erano stati i rapporti con i vicini, divenuti sempre più tesi nell’ultimo periodo.

Sembra che Jessica, figlia di un conducente della metropolitana milanese, dipendente di Atm proprio come Garlaschi, fosse stata ospitata dalla coppia per una decina di giorni dopo aver vissuto per un periodo in una comunità. Poche ore prima del delitto, Jessica aveva postato su Facebook una foto in cui compariva assieme a un ragazzo, che le aveva commentato: “Vita mia”. “Un giorno senza sorriso è un giorno perso”, si può leggere in un altro post della giovane, sotto a un selfie scherzoso scattato martedì.

L’uomo bianco che poteva salvare Pamela l’ha sfruttata

C’è una figura, nella brutta storia della morte di Pamela morta a 18 anni per ragioni poco chiare e “vendicata” dal fascistoide Luca Traini a colpi di pistola contro i “negri cattivi”, su cui tutti si sono soffermati poco. La figura di un uomo bianco di mezza età, un meccanico, un maceratese come tanti, nessun tatuaggio nazista sulla fronte, nessun precedente inquietante. Uno con un’utilitaria bianca e abitudini banali. Uno a cui nessuno ha sparato, che nessuno ha insultato su Facebook, perché sono i negri quelli cattivi.

Sui giornali, ieri, veniva descritto come un uomo con un peso sul cuore, uno che non si dà pace. Perché lui, il bianco buono, la sera in cui Pamela è scappata dalla comunità per tornare a bucarsi dopo tre mesi, è l’ultimo bianco buono ad averla vista viva. E anche l’ultimo che avrebbe potuto darle una mano, solo che l’ha scaricata alla stazione e dopo un po’ Pamela era a pezzi in una valigia. Non si dà pace, il pover’uomo. “È tutto così atroce”, dice. Il procuratore capo di Macerata aveva pure provato a coprirlo, a raccontare una storia diversa, perché non sia mai che l’uomo bianco non ne esca come la parte buona della vicenda.

Forse però è il caso di riavvolgere il nastro. Di pensare un attimo al cuore buono di questo concittadino che il 29 gennaio era sulla strada per Corridonia per andare a trovare la sorella. Mentre è in auto intravede sul ciglio della strada la sagoma di Pamela. La ragazzina cammina da sola trascinandosi il trolley con le sue poche cose portate via di fretta dalla comunità. Lui accosta e la carica sulla sua utilitaria. Se un uomo buono bianco vede una ragazzina per strada in difficoltà, le dà una mano. La ragazzina ha 18 anni. È bella e anche fragile, scopre lui. È in fuga da chi voleva salvarla dalla droga e ha un desiderio disperato di tornare a bucarsi. Per fortuna non ha i soldi per farlo. Per fortuna è sulla macchina dell’uomo bianco che può riconsegnarla alla madre o alla comunità o farle una lavata di testa o dirle che la droga fa male, quelle cose che un uomo di mezza età prova a dire a una ragazzina che si sta autodistruggendo. E invece qui la storia fa una bella virata e diventa altro.

Quello che i giornali non dicono a caratteri cubitali e non lo dicono nel momento storico in cui un tentativo di bacio diventa abuso fisico e psicologico oltre che una buona ragione per gogne pubbliche e licenziamenti.

Diventa una storia in cui l’uomo buono bianco decide che se la ragazzina fragile vuole i 50 euro per una dose da spararsi in vena, deve fare una cosa semplice: farsi scopare. Inutile edulcorare. Lo ripeto perché voglio che entri bene in testa a chi legge: farsi scopare. Tanto è debole, è disperata, è abbrutita dalla voglia di drogarsi. La ragazzina accetta. Se a 18 anni non hai paura di un ago che si conficca nelle vene, figuriamoci di un estraneo che ti entra dentro. Così lui la porta in un garage dove c’è un materasso squallido su cui poterla usare per quella mezz’ora di sesso al misero prezzo di una dose. Un affare, tutto sommato, per una diciottenne così bella.

Finito tutto, la ricarica in macchina, il gentiluomo bianco, e la porta dove lei voleva. In stazione, dai pusher di fiducia. Quelli negri, quelli cattivi. Mica come lui che non vende droga, ma al massimo, in cambio di sesso, ti dà i soldi per comprartela. La fine di Pamela (sebbene le cause della morte non siano ancora accertate) e quello che la sua fine si è portata dietro, tra sparatorie folli e dibattiti deliranti, è noto. “Credete forse che non pensi a Pamela? Non bestemmiate, per favore”, dice ora l’uomo bianco inseguito dai cronisti. Già. Come se il problema, qui, fosse solo il tragico epilogo.

Fai bene a non trovare pace, uomo bianco. Perché non hai avuto pietà e umanità. Perché ti sei approfittato della miseria, dell’abisso, della giovinezza. E mentre nell’epoca dei processi sommari agli uomini sul patibolo ci finiscono i nomi noti che piacciono ai giornali, quelli che “è abuso psicologico perché lui è il regista e lei l’aspirante attrice”, tu rischi pure di sfangarla. Invece no, non devi passarla liscia. Potevi fare molte cose quel pomeriggio e hai fatto la più schifosa. Hai abusato di una ragazzina drogata marcia, l’hai consegnata a chi le vendeva morte e ora piagnucoli perché tu ci pensi a lei, poverina, come facciamo a insinuare il contrario? Sì, io insinuo il contrario. Potevi pensarci quel pomeriggio, a Pamela. Potevi darle un passaggio e illuderla, per una manciata di minuti, che la vita, anche quando l’effetto dell’eroina svanisce, fosse il sorriso gentile di uno sconosciuto. Sarebbe morta lo stesso, forse, ma senza l’odore della miseria umana, del maschio rapace appiccicato addosso.

Permessi ai detenuti per traffico di droga: sì ma con riserve

Parere favorevole ma con “la condizionale” delle commissioni Giustizia di Senato e Camera alla riforma Orlando dell’ordinamento penitenziario. Si raccomandano modifiche per non favorire, di fatto,boss mafiosi. Ha votato sì, oltre alla maggioranza, anche Leu. Contro M5S e Fi. Il relatore Felice Casson (Leu) ha puntualizzato che “il parere è stato favorevole ma con due pagine di condizioni” legate a mafia e terrorismo: “Dopo l’audizione del procuratore nazionale Federico Cafiero de Raho si chiede di mantenere il ‘doppio binario’”. Il 25 gennaio Cafiero e ieri l’ex direttore delle carceri Sebastiano Ardita, hanno puntato il dito contro la modifica dell’articolo “4 bis” che consentirebbe i benefici anche ai condannati per traffico di droga e contrabbando. Quei reati “sono manifestazioni proprie dell’operatività delle mafie e quindi- ha spiegato Cafiero- ritenere ostativo” per i benefici

“il ruolo di capo ma non di partecipe è una riduzione del sistema di sicurezza e interruzione di collegamento di mafiosi con il territorio” così come i domiciliari per le donne mafiose incinte o con figli “sotto i 10 anni”. Se il governo non vuole modificare, dovrà motivare e inviare ancora il testo al Parlamento.a.masc.

Il leghista pistolero e la collega dal volto umano

Il basco verde, gli occhiali da sole e le mani giunte a impugnare una pistola. L’immagine è del 1986. Al tempo, Luca Paolini, membro di punta della Lega Nord nelle Marche e capolista nel proporzionale alle prossime elezioni, aveva 26 anni ed era un istruttore di tiro, tecniche di difesa e guida spericolata della Guardia di finanza: “Insegnavo le basi ai giovani che volevano seguire la carriera nelle scorte armate dei giudici, quelli erano anni difficili. Nulla di male nel postare una foto di quando si è giovani, nel pieno della vita, solo un ricordo nostalgico”, sostiene Paolini.

Nulla da eccepire, se non fosse che alla foto in questione, postata su Facebook il 6 settembre 2017, Paolini abbia allegato commenti e notizie sul fatto di cronaca allora sui giornali: lo stupro e le violenze nei confronti dei due turisti polacchi sulla spiaggia di Rimini da parte di un gruppo di giovani e giovanissimi africani poi arrestati: “Non ricordo quale notizia stessi commentando – aggiunge Paolini –, ma ripeto: nulla di male. Rimuovere quel post? Non ci penso neppure, non lo faccio mai, sono una persona responsabile. Se ho messo quella foto sui social significa che non avevo nulla da rimproverarmi. Sia chiaro, io sulla questione armi e sulla legittima difesa la penso come tutti i miei colleghi di partito: se una persona mi entra in casa io non posso valutare con quale arma possa attaccarmi, nel dubbio io devo essere legittimato a sparare. Io la pistola non ce l’ho”.

Lui, Luca Paolini, che punta l’arma, scena poi replicata sul serio da Luca Traini sabato scorso a Macerata: “Non mettiamo insieme le due cose. Traini è un folle, uno sciroccato che ha perso il controllo e ha commesso un atto da condannare. Lo Stato lo ha armato, il governo ha la sua responsabilità politica in materia di immigrazione clandestina, di spaccio di droga. Traini è stato un leghista casuale, il suo passaggio è stato rapido, nessuno se ne è accorto, al momento di presentare le liste è stato messo dentro, ma poi è sparito dai radar. Non ne facciamo un caso”.

La Lega è un blocco compatto. I contenuti della campagna elettorale sono noti e accettati da tutti. Eppure in un movimento guidato da “un uomo solo al comando”, Matteo Salvini, alcune voci escono, per così dire, dal seminato. Non solo questione di virgole: “Non giustifico in alcun modo, senza se e senza ma, quanto accaduto a Macerata sabato e non lo voglio neppure mettere in relazione all’omicidio brutale di quella giovane ragazza. Le due cose non possono essere legate”.

Marzia Malaigia, 58 anni, coetanea di Paolini, è stata eletta consigliera regionale della Lega nel 2015 ed è la vicepresidente dell’assemblea legislativa delle Marche: “Per me è difficile trovare delle giustificazioni per quanto commesso da Luca Traini, quel gesto va condannato, punto. Senza spiegazioni ulteriori, senza semplificazioni. Mi dica come posso io, da insegnante delle scuole medie, dare un messaggio del genere. La violenza va condannata. La politica è un’altra cosa. Sarà per questo che mi chiamano la ‘leghista atipica’”.