Macerata, Pd e Anpi mollano. E oggi arriva Forza Nuova

Il magico mondo della sinistra italiana si è diviso sui fatti traumatici di Macerata. Il Pd, da Roma, ha spinto i suoi all’annullamento della grande manifestazione del popolo della sinistra, organizzata per sabato pomeriggio in citàà. A segno l’appello del sindaco di Macerata, Romano Carancini: “Ero fiducioso che le forze democratiche ed antifasciste – ha detto il primo cittadino Pd – avrebbero saputo ascoltare la voce della città. La sospensione dimostra la sensibilità verso una comunità che intende rialzarsi e tornare ad essere se stessa dopo le ferite subite. Fermarsi a respirare non significa rinunciare a combattere per i valori”.

Resta da capire di quale voce stia parlando Carancini, dietro al cui messaggio sembra esserci la regia di Matteo Renzi. Al sindaco l’ordinaria amministrazione, ai vertici, specie in una fase pre-elettorale, la strategia sul “caso Macerata”: il tiro al bersaglio con la pistola contro gli immigrati (sei feriti, uno più grave ma fuori pericolo) scatenato da un ex candidato leghista con tatuaggi neonazisti che voleva “vendicare” la 18enne Pamela Mastropietro, la cui morte è ancora un mistero mentre un pusher nigeriano resta in carcere per l’atroce vilipendio del suo cadavere, in mancanza di indizi precisi sull’omicidio.

La presa di posizione del Pd ha diviso il fronte della sinistra. Senza scalfire la controparte di destra, piuttosto estrema. Nessun divieto da parte della polizia. Ieri CasaPound, stasera Forza Nuova e la sua iniziativa: “Di immigrazione si muore”. Il Partito democratico si è portato dietro sigle, organizzazioni e movimenti, lasciando da sola la sinistra radicale e antagonista. Una spaccatura inattesa. La manifestazione di sabato resta in cartellone ma senza i vessilli di Pd, Cgil, Arci, Libera e soprattutto dell’Anpi, che martedì sera ospitava l’assemblea generale in vista di sabato. Liberi e uguali, dopo l’iniziale adesione, ne sta discutendo ma gli esponenti locali sono per rinunciare. Gli ambienti più a sinistra, tra anarchici, formazioni studentesche, autonomi e così via, la vedono così: “Eravamo stati chiari – dicono gli antagonisti –, niente vessilli di partito o di tendenza politica. Questa la spaccatura. Sembra che senza Pd, Cgil e associazioni collegate non si possa fare nulla, è l’esatto contrario. Loro non ci comandano, per questo abbiamo deciso di confermare la manifestazione, fissata per il primo pomeriggio a Macerata. Ci sono decine di pullman in arrivo dalle Marche e dal resto del Paese”.

All’assemblea dell’altra sera erano presenti i responsabili locali del Pd, tra cui il coordinatore regionale, Francesco Comi. Nella sede dell’Anpi anche i rappresentanti di Potere al Popolo: “Noi ci saremo sabato – precisa Maurizio Acerbo, leader di Rifondazione comunista e candidato del neonato movimento politico –. Dispiace apprendere che diverse sigle abbiamo deciso di non partecipare. Rinunciare significa darla vinta a chi vuole un clima di paura”.

Ieri, intanto, CasaPound ha svolto la sua iniziativa politica a Macerata, con tanto di corteo di un centinaio di persone blindato dalla polizia in assetto antisommossa, alla presenza del segretario nazionale, Simone Di Stefano: “Non sono a favore, ma di fronte a certi crimini efferati, come la morte di Pamela Mastropietro, la pena di morte potrebbe essere una liberazione”.

I fatti di Macerata suscitano reazioni diverse. Il vescovo della città, Nazzareno Marconi ha invitato tutti ad una preghiera, insieme alle comunità protestanti, ortodosse, islamiche ed ebraiche. A Roma invece, vicino al Colosseo, gli antagonisti hanno piazzato un manichino a testa in giù con una croce celtica e una scritta: “Minniti e fascisti la vostra strategia della tensione non passerà”. Ieri, forse anche per distinguersi dal Pd, il guardasigilli, Andrea Orlando, ha fatto visita ad alcuni degli africani feriti, uno dei quali, un ghanese ferito ad una gamba, è scappato dall’ospedale.

Cosmec di Centofanti e quell’appalto con la Regione Lazio

La società Cosmec Srl – di cui è amministratore di fatto Fabrizio Centofanti, l’imprenditore finito in cella per associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale – ha avuto il 15 aprile 2016 un appalto con la Regione Lazio di 85 mila euro “per il servizio di promozione d’immagine per la Regione”. In sostanza la Cosmec avrebbe dovuto sponsorizzare il logo della Regione durante 18 workshop che si tenevano a Roma. Ma nelle carte dell’inchiesta romana si cita anche un “rapporto di consulenza tra la Cosmec Srl (…) e Maurizio Venafro”, ex capo di Gabinetto del governatore Luca Zingaretti (estraneo alle indagini) “per un importo di 6 mila mensili, (totale 72 mila) di cui 42 mila corrisposti, relazione parimenti caratterizzata da profili di inesistenza soggettiva ed oggettiva”. Anche un altro soggetto, citato ma non indagato, nelle carte dell’inchiesta era in rapporti con la Regine Lazio. Il magistrato Raffaele De Lipsis, ex presidente del Consiglio di giustizia amministrativa di Palermo, “il 22 ottobre 2016 – scrive la Finanza – veniva nominato commissario straordinario dei consorzi di bonifica A Sud di Anagni Valle del Liri e Conca di Sora con decreto a firma Zingaretti”. Carica lasciata dopo alcune indagini palermitane.

Oggi Longo risponderà al gip: “Complotto degli ex colleghi”

Si terrà oggi l’interrogatorio di Giancarlo Longo, il procuratore di Siracusa finito in cella due giorni fa. Secondo l’accusa, che gli contesta il falso, la corruzione e l’associazione a delinquere, in cambio di soldi avrebbe pilotato procedimenti penali in favore dei clienti di due legali siracusani: Piero Amara e Giuseppe Calafiore, quest’ultimo latitante a Dubai. I favori del pm sarebbero stati ricompensati con 88 mila euro e vacanze di lusso negli Emirati e in un hotel a 5 stelle di Caserta. Tramite il suo legale, Longo ha fatto già sapere di voler rispondere alle domande del gip. Nelle scorse settimane ha depositato una memoria difensiva in cui accusa gli otto colleghi pm di Siracusa che hanno sollevato il caso e l’hanno denunciato di aver pianificato tutto per danneggiarlo. “Abbiamo dimostrato con una consulenza che non è stato tenuto in considerazione dai pm – dice il suo legale – che i soldi depositati da Longo sul suo conto erano regali dei suoceri”. Venerdì saranno interrogati nel carcere di Regina Coeli a Roma l’avvocato Piero Amara e l’imprenditore Fabrizio Centofanti: sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale. Amara è accusato anche di corruzione in atti giudiziari.

Qui i magistrati indagano sui magistrati senza timori

Inchieste parallele, depistaggi, mazzette. Eppure lo scandalo Eni racchiude anche un aspetto di cui andare fieri: l’Italia indaga sulle proprie multinazionali. Anche quando sono accusate di pagare mazzette all’estero. Perfino rischiando di metterle in difficoltà. Non è scontato: altri Paesi che ci fanno la morale – spesso giustamente – per la nostra corruzione talvolta cedono agli interessi economici. La Francia non ha avuto lo stesso coraggio quando si è trattato di mettere il naso negli affari delle sue multinazionali in Africa. E la Germania ha fatto muso duro quando l’Ufficio europeo Antifrode indagava sul dieselgate. Lo ha ricordato anche Raffaele Guariniello (in foto): i giudici francesi si stupiscono delle inchieste italiane sulla sicurezza in materia di lavoro che fanno tremare le grandi industrie. La Germania si rifiuta di consegnarci i manager di Thyssen condannati. E tacciamo degli Usa che dal disastro del Cermis al caso Abu Omar, passando per Bophal (15 mila morti), hanno messo davanti all’accertamento della verità la ragion di Stato e i bilanci.

No, non siamo meglio degli altri. Anzi, siamo un Paese più corrotto. Ma abbiamo anche conquiste da salvaguardare. Come la magistratura che, più che altrove, è indipendente dal governo e dal potere economico.

Teniamoci cara l’indipendenza dei giudici. Ma non solo: c’è forse nell’animo degli italiani, pur tra mille difetti, un senso critico che non risparmia neppure noi stessi. Che ci mette al riparo dal cinismo di Stato. Business is business, ma la giustizia viene prima.

“Il più grave scandalo di sempre”

“Se queste accuse dovessero essere confermate in giudizio, si tratterebbe del più grave scandalo della storia della Repubblica Italiana: uno dei massimi dirigenti di un’impresa controllata dallo Stato che depista le indagini per rendere inefficaci i controlli sulla società a cui appartiene e permetterle di agire come entità autonoma, al di fuori della legge”. C’è solo l’economista di Chicago Luigi Zingales a reagire a quanto emerge dalle inchieste di Messina, Roma e Milano. Lui è andato allo scontro con quel blocco di potere che guida l’Eni e che, sostengono ormai uno stuolo di pm e parecchi giudici, si è messo al di sopra delle leggi. Zingales ha perso: nominato dal governo Renzi nel maggio 2014 si è dimesso nell’estate 2015 e si è trovato pure indagato per un’inesistente diffamazione, accusato di essere parte di un finto complotto contro l’ad Claudio Descalzi in un’inchiesta che, ora è chiaro, era stata aperta a Siracusa al solo scopo di ostacolare l’inchiesta vera, quella a Milano, per la più grande mazzetta della storia, 1,1 miliardi di dollari finiti nelle tasche di politici nigeriani dopo che l’Eni aveva pagato il governo del presidente Goodluck Jonathan.

Zingales chiede ora che il governo imponga a Eni di nominare “un commissario esterno indipendente, di fiducia del governo stesso, con pieni poteri di indagine” per verificare che “sia lo Stato a controllare l’Eni e non l’Eni lo Stato”. Zingales ama le cause perse. È già chiaro da tempo che è l’Eni a controllare lo Stato: l’ex premier Matteo Renzi difese Descalzi alla Camera nel settembre 2014 dopo l’avvio dell’indagine sulla corruzione internazionale in Nigeria, “gli avvisi di garanzia non cambiano la politica economica del Paese”. Il governo Gentiloni lo ha confermato senza indugio, nonostante il già prevedibile rinvio a giudizio pochi mesi dopo la nomina. Il Tesoro, in quanto azionista, ha dal 2014 nel cda Eni uno dei suoi massimi dirigenti, Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica del ministro Padoan, ma non c’è traccia di sue prese di posizione critiche su Nigeria e depistaggio.

Descalzi, personalmente e in quanto capo azienda, è protagonista di tutta la vicenda. È lui ad aver gestito in prima persona il dossier Nigeria – ma di questo si occupa ormai il Tribunale di Milano – ed è lui ad aver promosso il capo degli affari legali Massimo Mantovani a dirigente responsabile della parte gas. Una promozione che Mantovani chiedeva da tempo – lo ha detto a verbale l’ex ad Paolo Scaroni a settembre 2017 – e che arriva un paio di mesi dopo che Mantovani ha avallato il depistaggio ai danni dell’inchiesta milanese, presentando una denuncia (infondata) per diffamazione a Siracusa contro Zingales e l’altra consigliera scomoda, Karina Litvack che proprio per questo è stata poi messa ai margini e tenuta lontana dal dossier Nigeria (per un anno è stata sospesa dal comitato rischi).

Mantovani ora è indagato per associazione a delinquere. Non conosciamo gli atti e siamo ben lontani da qualunque sentenza. Ma un fatto è certo: Descalzi (così come il suo predecessore Scaroni e l’Eni nel suo insieme), consapevole o meno, era il beneficiario ultimo di tutte le manovre di depistaggio ai danni dell’inchiesta di Milano. Se l’ad dell’azienda non ha nulla da nascondere dovrebbe essere il primo a sposare la richiesta di Zingales e a pretendere chiarezza assoluta. Perché ci sono soltanto due interpretazioni possibili di quello che è emerso. La pm di Milano Laura Pedio lavora sull’ipotesi che Mantovani fosse il regista del depistaggio e che l’avvocato arrestato Piero Amara, che per l’Eni di Descalzi ha seguito i processi in Sicilia ma anche in Basilicata, non si muovesse da solo nei suoi traffici con il pm siracusano Giancarlo Longo (pure lui in manette). Quindi: o Mantovani aveva obiettivi personali che per ora non sono emersi; oppure lavorava nell’interesse dell’azienda e del suo top management. Se si scoprisse che ha fatto tutto da solo e senza informare Descalzi, dovrebbe essere allontanato, non promosso. E se Descalzi sapeva? In questo caso toccherebbe al governo prendere una posizione.

La rete contro i pm di Minchia69, Escobar e Peter Pan

I linguaggi usati sono spesso criptici, parole dette a mezza bocca. Alcuni dei personaggi citati nelle inchieste di Roma e Messina – che hanno svelato corruzioni in atti giudiziari – erano molto attenti, usavano applicazioni di messaggistica più sicuri, difficili da intercettare. O meglio ancora, non portavano con sé i cellulari. Un’accortezza per chi sa che dalle celle telefoniche è possibile geolocalizzare le persone. Nonostante ciò gli investigatori sono riusciti a scoprire fughe di notizie su intercettazioni in corso o su perquisizioni imminenti. Per gli inquirenti sapeva delle intercettazioni Piero Amara, avvocato siciliano arrestato due giorni fa: è accusato a Roma – oltre che di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale – di corruzione in atti giudiziari. Reato questo contestato anche al giudice del Consiglio di Stato, ora in pensione, Riccardo Virgilio, e all’avvocato, Giuseppe Calafiore (ora ai domiciliari).

“La pericolosità di Amara e Calafiore – scrive il gip nell’ordinanza – si manifesta anche nella loro capacità di ostacolare le indagini e l’acquisizione delle prove. Ad esempio Amara e il suo uomo di fiducia Alessandro Ferrara erano a conoscenza di intercettazioni poste nei confronti del giudice del Consiglio di Stato Raffaele De Lipsis e dell’ex giudice della Corte dei Conti Luigi Caruso”. “Ma la cosa impressionante è che siamo sotto intercettazione (…) Quello che ti ho detto è la verità… i servizi…”, diceva Caruso il 4 marzo 2016. “Caruso riferiva – scrive la Finanza in un’informativa del 15 settembre 2017 – come fosse stato Piero, secondo ipotesi investigativa, l’avvocato Amara a informarlo dell’esecuzione di intercettazioni nei suoi confronti”. Con l’autista Caruso discute anche di una bonifica: “Queste cose le fanno di mese in mese, hai capito? Fai conto che… anche per sei anni.. di regola vanno fatte”. Per comunicare utilizzavano anche Wickr Me, un’applicazione di messaggistica, “un sistema – scrive la Finanza – che occulta le informazioni identificative”. Gli investigatori scoprono i nickname con i quali si erano registrati all’epoca: Caruso era “Minchia69”, Amara “Peter Pan” e il suo “uomo di fiducia” Ferraro “Zorro”, Calafiore “Escobar”.

Anche Ezio Bigotti è registrato sull’applicazione Wickr Me (non che questo sia un reato). L’imprenditore è noto da quando è stato citato negli atti dell’inchiesta Consip. L’ex ad Luigi Marroni aveva raccontato ai pm di Napoli di un pranzo con lui, Amara e Denis Verdini. Accusato ora di bancarotta fraudolenta e false fatture, Bigotti è finito ai domiciliari. “Bigotti – scrive il gip – ha numerosi contatti con persone che rivestono ruoli istituzionali, utilizzati per acquisire informazioni sulle indagini in corso e compromettere la genuina acquisizione delle prove”. Ad agosto 2017 parla con un dirigente del ministero dell’Economia. I due discutono di “‘un’indagine dell’Antitrust’ su ‘questa tanto commentata gara Consip Fm4’”. Ossia la gara da 2,7 miliardi di euro per la quale Bigotti, con altri, è indagato per turbativa d’asta. Il dirigente del Mef “riferiva dell’esistenza di ‘accertamenti con le Procure’”. Parla anche di una richiesta formale alla Procura (che non gli risponde) per sapere se vi fossero reati a carico di Bigotti.

In questa inchiesta c’è stata anche una fuga di notizie su una perquisizione che i pm di Roma avrebbero dovuto fare a marzo 2017. “La notizia di una perquisizione nei confronti di Amara e degli altri indagati – scrive il gip – si era diffusa a Siracusa”. Avverte i pm romani Fabio Scavone, il magistrato di Siracusa che segnala al suo capo le anomalie del collega Giancarlo Longo nel fascicolo sul falso complotto contro l’ad di Eni, Descalzi. Scavone riferisce di aver appreso, durante una cena a Roma, della perquisizione da un poliziotto. Che, convocato, ha smentito.

Eni, il piano di usare Lotti e Carrai per il depistaggio

Il depistaggio dell’inchiesta sulla maxi tangente nigeriana prevedeva le testimonianze di tre persone vicinissime a Matteo Renzi, per sostenere la tesi del complotto contro l’amministratore delegato Claudio De Scalzi. I nomi del ministro Luca Lotti e di Marco Carrai erano già stati annotati dal pm Giancarlo Longo nell’elenco di audizioni che avrebbe dovuto effettuare nell’estate del 2016. Il terzo, l’unico a essere sentito in procura, era Andrea Bacci, che, seppure genericamente, confermò l’ipotesi: qualcuno effettivamente l’aveva avvicinato sponsorizzando la nomina di un altro uomo a Eni alla direzione del colosso petrolifero.

L’effetto più importante di quella deposizione, però, fu un altro: un uomo molto vicino a Renzi, un insospettabile, con le sue dichiarazioni rendeva credibili le parole di Giuseppe Gaboardi, l’uomo pagato, secondo le accuse, per inventarsi la tesi del complotto dinanzi al pm Longo. E fu sempre Gaboardi a citare, nei suoi interrogatori, il secondo amico di Renzi, Marco Carrai. Prima, infatti, parla di un imprenditore iraniano, tale Katwani, che “ha cercato contatti con Bacci per condizionare le scelte del governo, ma senza successo”. Bacci conferma che Katwani gli parla di Eni e di un gradimento per un altro amministratore delegato. Poi Gaboardi aggiunge: “Altri soggetti hanno cercato contatti con il dottor Carrai”.

Il dato inquietante è, però, che dalle accuse della procura di Messina, emerge che il verbale di Gaboardi era “un inquietante falso, visto che era stato redatto direttamente, in forma di domanda e risposta, dall’avvocato Calafiore”. E l’avvocato Giuseppe Calafiore è accusato, insieme con l’altro avvocato Eni, Piero Amara, di aver organizzato il depistaggio con il pm Longo. E quindi, i nomi di Carrai e Bacci, in realtà vengono fatti non da Gaboardi, ma proprio da Calafiore. Eppure Bacci conferma le circostanze con l’effetto di rendere in apparenza credibile la tesi del complotto e il conseguente depistaggio.

Al nome di Bacci, nella lista di audizioni scoperta dal procuratore capo Giordano, si aggiungono quelli del ministro Lotti e di Carrai. Due uomini dunque vicinissimi al premier che, come Bacci, avrebbero potuto rendere credibile uno dei più grandi depistaggi mai scoperti. Fatto ancor più grave se consideriamo che, secondo la procura di Milano, a organizzare il tutto, c’era un importante uomo Eni: il capo dell’ufficio legale Massimo Mantovani, indagato per associazione a delinquere con Piero Amara, Alessandro Ferraro e Gaboardi. La filiera, quindi, non soltanto si allunga ma si fa sempre più inquietante. Il depistaggio, ordito anche dal capo dell’ufficio legale dell’Eni, non soltanto prevedeva le menzogne di Gaboardi, ma la chiamata in causa di alti esponenti del governo o intimi amici dell’ex premier.

E che Gaboardi fosse pagato per sostenere questa tesi dinanzi alla procura di Siracusa, si scopre dagli atti di Milano, sempre per depistaggio, condotta dal procuratore aggiunto Laura Pedio. A confermarlo, dinanzi agli inquirenti milanesi, sono due suoi stretti familiari, Alberto e Patrizia Castagnetti, rispettivamente cognato ed ’ex moglie di Gaboardi. Dice Alberto Castagnetti che Gaboardi gli aveva raccontato di “aver stretto un accordo con il ‘ciccione’. (…). In forza del patto, il ‘ciccione’ gli aveva chiesto quali fossero le sue esigenze economiche, per fare fronte ai bisogni della famiglia e lui aveva indicato la somma di 5mila euro al mese”. Ma in cambio di cosa, Gaboardi, avrebbe ricevuto questi soldi dal “ciccione”? Gaboardi – dice Castagnetti – disse che i soldi “gli venivano dati dal ‘ciccione’ per rendere dichiarazioni e testimonianze… Disse che le dichiarazioni le aveva rese alla Procura di Siracusa”. E dinanzia al pm, Gaboardi poi sostenne che c’era un complotto per far fuori Descalzi.

Chiamati a riconoscere chi fosse il “ciccione”, i due Castagnetti, lo riconoscevano in Alessandro Ferraro. Un altro uomo chiave del depistaggio contestato dalle procure di Milano e Messina. È proprio Ferraro, infatti, che denunciando un surreale sequestro di persona, consente al pm Longo di aprire il fascicolo. E gli uomini vicini a Renzi, in qualche modo, avrebbero potuto dare credito alla tesi. Per quanto riguarda Bacci – che è stato sentito come persona informata sui fatti e non è indagato – l’operazione era già andata in porto.

L’appuntamento con Lotti e Carrai, invece, non poté mai realizzarsi. Dopo gli articoli pubbilcati in quei giori dal Fatto, il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, contatta il suo collega di Siracusa, Giordano, chiedendogli cosa stesse accadendo, in una lunga telefonata. Di lì a poco, il pm titolare dell’inchiesta milanese, Fabio De Pasquale, scende a Siracusa per scambiare informazioni con il collega Longo. Che però non c’è. È stranamente in ferie.

Gli articoli del Fatto allarmano il Copasir, che chiede di poter acquisire gli atti di Siracusa, e il procuratore Giordano decide di coassegnare il fascicolo al procuratore aggiunto Giuseppe Scavone che, leggendolo, scopre l’insussitenza delle indagini e una lunga serie di irregolarità. Il depistaggio viene sventato. Il fascicolo trasmesso a Milano. E le audizioni di Lotti e Carrai, alle quali dovevano tenere molto gli indagati, vengono bloccate.

Europarlamento: No alle liste di partiti transnazionali

Niente liste transnazionali nelle prossime elezioni Europee del 2019. L’aula di Strasburgo ha bocciato la proposta – sostenuta fra gli altri dal presidente francese Emmanuel Macron e dal governo italiano – di creare una lista in una circoscrizione elettorale a livello europeo con i seggi lasciati liberi dai britannici dopo l’uscita di Londra dall’Ue. Un muro per cui è stato fondamentale il no dei Popolari. E il portavoce alla commissione Affari costituzionali, György Schöpflin, commenta sostenendo che “non esiste base giuridica per una tale sperimentazione”, a suo dire un “ progetto diretto dalle élite”. La pensa diversamente invece l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, che parla di “un brutto giorno per l’Europa” e manifesta “profonda delusione” per il no dell’Eurocamera. Via libera invece dall’Europarlamento alla riduzione dei deputati al Parlamento europeo dagli attuali 751 a 705 dopo la Brexit. Dei 73 seggi del Regno Unito che saranno liberati, 27 saranno mantenuti e ridistribuiti tra i 14 Paesi dell’Unione che sono leggermente sotto rappresentati, e all’Italia ne spetteranno tre.

5Stelle, caos per i rimborsi della Belotti

Segui il denaro e troverai la faida, anche dentro i 5Stelle. Ne sa qualcosa la responsabile comunicazione del M5S nel Parlamento europeo, Cristina Belotti, 27 anni, invisa a molti europarlamentari ma stimata da Davide Casaleggio, e ormai da mesi presenza fissa accanto al candidato premier Luigi Di Maio.

Settimane fa però l’Efdd, il gruppo di cui fa parte il Movimento a Bruxelles, le ha chiesto conto dei rimborsi chiesti per le tante missioni in Italia, che da regolamento possono essere rimborsate ai funzionari solo per iniziative politiche riguardanti la Ue. E a patto che non ricadano in periodi di campagna elettorale. Così alla fine Belotti ha rinunciato a parte dei rimborsi, e si è messa in congedo non retribuito fino al 7 marzo. Una vicenda raccontata ieri da Repubblica, con un pezzo a cui il M5S ha reagito con una nota furibonda. Poche ore dopo il quotidiano ha pubblicato i documenti dell’inchiesta sul sito, e il blog delle stelle ha controreplicato. Sullo sfondo, i lunghi coltelli nel Movimento a Bruxelles. Dove l’ascesa di Belotti, già nella redazione del berlusconiano Paolo Del Debbio, ha suscitato diffusi mal di pancia. Tanto che l’anno scorso molti degli eletti a 5Stelle (attualmente 13, più due sospese) chiesero la testa della nuova responsabile, promossa al posto di Filippo Pittarello, ex fedelissimo dei Casaleggio. Ma Grillo e Casaleggio fecero muro. Un anno dopo, ecco il caso rimborsi. “Qualcuno cerca vendette” soffiano dal M5S. Mentre da Bruxelles c’è chi sussurra: “Belotti non risponde più ai messaggi degli eurodeputati da mesi”. Ma la certezza sono le mail di spiegazioni chieste dall’Efdd. E le risposte della dipendente, che accetta la cancellazione di almeno tre missioni dai rimborsi. Tra cui la diaria per un’assemblea plenaria a Strasburgo l’11 dicembre. L’Efdd le chiedeva di provare di avervi partecipato, e Belotti ha rinunciato. “La missione di Strasburgo a cui si fa riferimento – sostiene il M5S – è stata rinunciata (testuale, ndr) da Belotti perché arrivata a Strasburgo e ripartita il giorno dopo. Pertanto ha fatto richiesta di rinunciare”.

L’elenco continua, e tra le missioni su cui si chiedono lumi ce n’è una Messina, il 14 ottobre. “Era un evento sui fondi europei organizzato dalla Efdd” scrivono i 5Stelle. Ma si era anche in campagna elettorale per le Regionali del 5 novembre. Poi c’è una mail inviata da Pietro Dettori, motore dell’associazione Rousseau e della Casaleggio, ai funzionari europei. In cui precisa che “tra il 16 e il 20 novembre Belotti ha partecipato a incontri di natura privata con la leadership che si compone di Davide Casaleggio, Grillo e Di Maio”. Ed è l’attestazione che Casaleggio è uno dei capi. La vicenda comunque si conclude il 19 dicembre con una riunione in seguito a cui Belotti accetta il congedo “per evitare ulteriori problemi”.

Mentre l’Europarlamento, raccontano fonti della Ue, non indagherà. Il resto è la rabbia del M5S, che parla di “balle di Repubblica”, annuncia querela e giura: “Ogni spostamento è stato dimostrato”. Mentre il segretario dell’Efdd scrive ai 5Stelle Ignazio Corrao e Laura Agea: “Confermo la vostra ricostruzione”. Intanto Di Maio ha inviato ai candidati un sms in cui chiede “donazioni” per la campagna. E assicura: “Possiamo arrivare fino al 37 per cento”.

La figuraccia di Gentiloni: Merkel neanche lo riceve

Angela Merkel non ha il tempo di incontrare Paolo Gentiloni. Dopo 4 mesi di trattative, è arrivata a un accordo per formare il governo di larghe intese con la Spd. Così il bilaterale tra i due salta e il premier italiano (a Berlino per una lezione all’Università Humboldt) torna indietro. “Non bisogna mai confondere, per quanto riguarda il giudizio sull’Italia, la frequenza dei cambi di governo con l’instabilità nelle scelte di fondo del paese. L’Italia resta un paese che dimostra una grande affidabilità e con il quale è fondamentale che i grandi paesi europei collaborino”.

La lezione di Gentiloni (con le risposte alle domande degli studenti) era sembrata una sorta di premessa teorica all’incontro in programma con la Merkel. Gentiloni si era spinto a augurarsi continuità: “Si vota tra 4 settimane, chi ha responsabilità di governo può solo augurarsi continuità e la conferma delle scelte fatte in questi anni e manifestare rispetto per la scelta autonoma degli elettori”. Ma le urne il 4 marzo con l’incertezza che aleggia in Italia e in Europa sul risultato non sono un dettaglio. Tanto è vero che il bilaterale con Gentiloni non è esattamente una priorità per la Merkel. Secondo fonti diplomatiche, è lei stessa a chiamare il premier, spiegandogli che il tempo da dedicargli sarebbe stato troppo ridotto a causa dei suoi impegni di politica interna. Gentiloni, compresa la situazione, accetta di far slittare la visita. Rinviata al 15 febbraio. Da Palazzo Chigi minimizzano, spiegano che erano consapevoli della possibilità che l’incontro saltasse per le consultazioni, ma che la lezione a Humboldt non si poteva spostare, perché era stata già rimandata due volte. Ma il segnale è indicativo di quanto il ruolo dell’Italia sia marginale. E di quanto lo stesso Gentiloni, al quale finora le cancellerie europee guardavano (con favore) come al più probabile successore di se stesso, con una coalizione di centrodestra che avanza, sia considerato sempre più precario.

E così Germania e Francia procedono allineate e sole nel progetto di revisione dei Trattati europei. Per modificarli ci vuole l’unanimità, ma di fronte a una forte convergenza di Merkel e Macron, la real-politik potrebbe trovare delle strade. Non una buona notizia per l’Italia se la base d’asta sarà, come sembra, il documento prodotto da 14 economisti francesi e tedeschi all’inizio di gennaio. Molto poco neutrali: tra loro ci sono Beatrice Weder di Mauro, ex membro del Consiglio degli esperti economici del governo tedesco, Jean Pisani-Ferry, principale architetto della campagna presidenziale di Macron, e Philippe Martin, ex consigliere del presidente francese. La proposta non promette niente di buono per i paesi con un debito pubblico alto come, appunto, l’Italia. Sei sono gli ambiti citati dal dossier. Tra questi, “il completamento dell’unione bancaria” con la previsione di un deposito comune di garanzia. Poi, “una nuova regola di spesa”, al posto del criterio di Maastricht, che limita il deficit al 3%. E una modifica delle funzioni dell’Eurogruppo e la creazione di un nuovo ente che dovrebbe assorbirne la “facoltà di controllo”.

L’idea di fondo è quella di individuare un criterio più stringente rispetto ai vincoli al deficit annuale usati finora: in sostanza si agirebbe direttamente sulla spesa finendo per costringere i Paesi ad alto debito a smantellare il welfare. Altro punto cruciale è la trasformazione del Fondo salva-Stati Esm in una sorta di Fmi europeo: ogni “aiuto” nella gestione e ristrutturazione del debito sarebbe sottoposto a forti “condizionalità” politiche come accaduto in Grecia negli ultimi anni.

A sorvegliare le scelte politiche dovrà essere un consiglio di economisti indipendenti di ogni singolo paese, che riferisca ogni anno a un board di esperti dell’Eurozona. Questi proporrebbero agli organi decisionali europei flessibilità per chi spende bene e penalità – fino appunto alla ristrutturazione del debito – per chi spende troppo. In sostanza, una istituzionalizzazione della Troika.