Ilda Boccassini. La cronaca di una vita in toga come una Storia d’Italia (tra la politica e l’amore)

Tre diversi stati d’animo si accostano e si scontrano nel libro di biografia e di memorie di una magistrata celebre che va in pensione, dopo aver lasciato un segno profondo nella vita giudiziaria, politica e nella pubblica morale del Paese Italia. Per tutto il periodo del suo lavoro di magistrato (procuratore) Boccassini è stata temuta, disprezzata, esaltata e letteralmente adorata, diventando il simbolo di un pezzo di storia italiana.

Il libro (La stanza numero 30. Cronache di una vita, Feltrinelli) irrompe con un concitato entusiasmo di giovane donna priva di ambiguità e di esitazioni, che acciuffa insieme, con determinazione cocciuta e festosa, una laurea, un figlio, il concorso per essere il procuratore della Repubblica che vuole essere, e arrivare alla stanza n. 30, nel palazzo di Giustizia di Milano. Da questo punto il libro non è più né una festa né un congedo. È un racconto drammatico, carico di colpi di scena e di rivelazioni raramente avute prima sul come si vive una grande emergenza: con piena coscienza e giudizio su ciò che accade e accadrà; ma anche con la fermezza di un temperamento forte e di un sentire da donna mai mascherato.

“ Da donna”: cioè quel tipo di coraggio raramente maschile, che include un’attenzione ai battiti della vita che non diventano esaltazione o problema, perché sono la realtà. Boccassini racconta gli episodi di eventi impossibili: come lo scontro aperto e diretto con un potere spavaldo e senza scrupoli. Che non intende accettare limiti e obblighi delle istituzioni, si vanta (con finzioni ridicole) di violare la Costituzione, e tratta con le fonti di malavita (la mafia) che sono l’origine dello squilibrio e la causa del pericolo.

Boccassini è una delle maggiori protagoniste del confronto fra Magistratura e governo, dove governo non vuol dire cura e guida del Paese, bensì “potere” e uso libero e spregiudicato del potere. Boccassini magistrato ha avuto il coraggio di guardare dentro la politica e giudicarla, prima che come magistrato, come cittadina. I passaggi che dedica a Borrelli (il Procuratore capo di Milano che sta per andare in pensione, e pronuncia la famosa frase “Resistere, resistere, resistere”), al procuratore generale D’Ambrosio (che diventa senatore. sempre presente e attivo sui problemi della giustizia), sono come una firma preliminare al suo lavoro implacabile, ma anche di quei frequenti armistizi che caratterizzano i confronti italiani fra “il bene” e “il male”. Qui non ci sono armistizi, e se necessario la siciliana Boccassini insediata a Milano torna a Palermo dove lavora, quasi da solo, Giovanni Falcone.

Qui la magistrato donna, scortata per tutta la vita, si prende il suo diritto di donna di fare entrare l’amore nel groviglio di una vita al fronte, e accetta il rischio di essere giudicata per questo. La scrittura è rapida, priva di legalese e priva di tentazioni letterarie. È quello che ti aspetti: la biografia rigorosa di una vita estremamente difficile. È storia d’Italia. Per questo va letta.

 

La stanza numero 30. Cronache di una vita

Ilda Boccassini

Pagine: 352

Prezzo: 18,05

Editore: Feltrinelli

Bilanci di Serie A. Conconi e le plusvalenze: le mille e una storia di doping e altri illeciti

Lo sport italiano è l’isola felice in cui negli anni 80-90 venne praticato un vero e proprio doping istituzionale (o se preferite: “doping di stato”) con una struttura pubblica, l’Università degli Studi di Ferrara del prof. Francesco Conconi, che invece di svolgere il compito di controllo e lotta alle pratiche dopanti, col tacito appoggio del Coni e delle varie Federazioni le sperimentava ed effettuava su atleti di varie discipline procacciando all’Italia una sorprendente messe di vittorie e medaglie, specie negli sport di resistenza come sci di fondo, atletica, ciclismo.

Nel file denominato “Dblab” trovato dal pm Soprani nel centro di ricerche biomediche di Ferrara venne scoperta una lista di 63 atleti di prima grandezza (Manuela Di Centa, Marco Pantani, Gianni Bugno, Claudio Chiappucci, Maurizio Fondriest, Maurizio Damilano, Maurilio De Zolt e Silvio Fauner, solo per dirne alcuni) che vennero trattati con Epo, l’ormone che stimola la produzione di globuli rossi e modifica le prestazioni di resistenza grazie al maggior trasporto di ossigeno ai muscoli, a quei tempi non rintracciabile ai controlli, giungendo a risultati sportivi sorprendenti. Per la cronaca: nel 2003, al termine di un processo durato anni, Conconi venne riconosciuto colpevole dei reati legati al doping (sentenza n. 533-2003 del Tribunale di Ferrara depositata il 16/2/2004), ma il tribunale dichiarò il non doversi procedere nei confronti degli imputati per intervenuta prescrizione, riconoscendone comunque la colpevolezza fino alla data del 9 agosto 1995. Conconi e i suoi collaboratori vennero assolti solo limitatamente ai fatti successivi a quella data.

La domanda che probabilmente in voi sorge spontanea è: che ci azzecca il “doping di stato” con l’attualità di oggi? Beh, c’entra. È notizia di oggi, infatti, l’apertura di un’inchiesta della Procura Figc sullo scandalo delle plusvalenze farlocche con cui i club di serie A hanno truccato i loro conti iscrivendo a bilancio soldi mai entrati in cassa. È stata la Covisoc a segnalare alla Procura Federale 62 casi sospetti, 42 dei quali riguardano la Juventus. E perché la Covisoc, dopo aver dormito anni, all’improvviso si è risvegliata? Perché la Consob, l’organismo di controllo delle società quotate in borsa, si è svegliata a sua volta dal suo letargo e il 12 luglio 2021 ha annunciato un’ispezione sui 27,8 milioni di plusvalenze iscritte a bilancio dal club di Agnelli nel suo ultimo esercizio. Peccato che l’anno prima le plusvalenze-Juve ammontassero a 166,5 milioni, che nell’esercizio ancora precedente toccassero quota 126,6 milioni e ancora e ancora. Domanda: sicuri che nel calcio i controllori controllino? Pare che succeda il contrario, che facciano finta di niente e nascondano. E insabbino.

Poiché i bilanci dei club quotati in borsa sono pubblici, sul Fatto, ho scritto vari articoli di denuncia sugli evidenti trucchi di bilancio posti in essere (ne cito uno: Juve, tutti per uno. I fedeli moschettieri che pagano a Madama Ronaldo & C, 6 luglio 2020), il tutto mentre chi doveva vegliare sulla regolarità amministrativa dei club dormiva. Ma la giustizia sportiva è questa. Quella che assolve Tavecchio, poi squalificato da Uefa e Fifa, per razzismo; quella che nega al suo stesso Procuratore Pecoraro (sic) l’audio di Valeri & Orsato nella partita-scandalo Inter-Juventus 2-3 che scippò lo scudetto al Napoli; quella che ad oggi non ha ancora aperto un’inchiesta sull’esame-truffa di Suarez a Perugia. Così è, anche se non vi pare.

 

“Squid game” vietato. E se mettessimo all’indice il capitalismo violento?

 

NON CLASSIFICATI

Welfare game.

I costumi della seguitissima (e violentissima) serie di Netflix “Squid Game” sono stati vietati per la festa di Halloween nelle scuole elementari nel distretto di Fayetteville-Manlius, nello stato di New York. Tre presidi hanno inviato una email alle famiglie degli alunni, spiegando che gli abiti rossi e le maschere nere sono vietati per via del “messaggio violento” della serie sudcoreana. “Squid Game” (il gioco del calamaro) racconta la storia di un gruppo di persone disoccupate, disperate e indebitate che rischiano la vita in un gioco di sopravvivenza per vincere il montepremi miliardario. Va tutto bene per carità: noi siamo contro la violenza, sia quella delle pallottole che quella dei diritti negati. Ma: davvero nella patria del capitalismo selvaggio e delle armi libere si lamentano del messaggio sbagliato del capitalismo selvaggio e delle armi?

 

Porta pene.

David Beckham ha firmato un accordo di 177 milioni di euro con il Qatar per diventare ambasciatore della Coppa del Mondo di calcio 2022, oltre a promuovere il turismo e la cultura nel Paese. Dato che il Qatar non è proprio il paradiso dei diritti umani, diverse associazioni hanno accusato l’ex stella di Manchester United e Real Madrid di essersi “venduto l’anima” per “pura avidità”. Ma quindi il problema non sono i mondiali (per ottenere i quali il Qatar non ha sicuramente pagato nessuno), ma i soldi a Beckham?

 

Milite ignotissimo.

Una locandina per ricordare l’anniversario dei cento anni del Milite ignoto – la cui salma fu inumata all’Altare della Patria nel 1921 – è stata diffusa sui profili social del governo. Nell’immagine che voleva ricordare l’anniversario sono stati inseriti alcuni soldati non italiani, peraltro della Seconda guerra mondiale: si tratterebbe di militari portoricani impegnati durante la guerra di Corea. Indovinate chi si è indignato al grido di “prima gli italiani”? Dai, può succedere, chi non fa non sbaglia. Però i danni delle riforme scolastiche a base di “geostoria” si vedono…

 

Translochi.

Dopo l’infausto naufragio del ddl Zan in Senato, sui social è pieno di gente che vuole lasciare l’Italia per protesta. Chi vuole andare in Francia, chi addirittura in montagna (a sciare, probabilmente). Per fortuna a Milano è rimasto qualcuno che ha organizzato un’oceanica manifestazione di protesta.

 

PROMOSSI

Satisfaction!

I Maneskin stanno vivendo un momento d’oro: hanno vinto il Festival di Sanremo e l’Eurovision, sono tra gli artisti più ascoltati al mondo su Spotify, sono stati in tour per mezza Europa e, dopo aver lanciato il video di “Mammamia”, sono sbarcati anche in America dove sono stati ospiti del “Tonight Show” di Jimmy Fallon, diventando la prima band italiana a esibirsi su un palcoscenico tanto ambito. Le immagini dei fan in delirio al concerto di N.Y. spiegano bene l’entità del successo. E, ciliegina sulla torta, il 6 novembre apriranno il live dei Rolling stones a Las Vegas. Altro che zitti e buoni…

 

Vanto nei capelli.

Sono stati “trovati” i pronipoti di Toro Seduto, leggendario capo indiano Sioux, passato alla storia per aver sconfitto il colonnello George Armstrong Custer nel 1876. Una nuova tecnica permette di analizzare l’informazione genetica anche quando il Dna è degradato, come quello estratto dai capelli di Toro Seduto, ed è stata usata per la prima volta per dimostrare una parentela tra un personaggio storico e persone in vita, trovando i nipotini di Toro seduto. Per fortuna non gli avevano fatto lo scalpo!

 

Memoria a lampi. Quando il “professionista del bene” è solo un bimbo timido e arruffato

Che sorprese ti sforna la memoria. Vitale e disvelatrice schizza fuori d’improvviso da pertugi misteriosi. Così ultimamente mi ha portato in dono l’immagine di un bambino. La colloco con certezza nel 1974, l’anno del referendum sul divorzio e della doppia strage di Brescia e dell’Italicus. Eventi che avevo vissuto impotente lontano dall’Italia, prima felice poi sgomento. Tornato in patria ero andato a trovare il giovane professore di sociologia che aveva presentato la mia tesi alla Bocconi, confezionando per me un titolo che avrebbe segnato la mia vita e i miei rovelli futuri: “Il fenomeno mafioso. Continuità e trasformazione”. Si chiamava (si chiama) Alberto Martinelli, e da un anno sognavo di andargli a fare da assistente alla giovanissima facoltà di Scienze Politiche, dove insegnava Sociologia economica.

Il professore mi accolse con gentilezza a casa sua, in uno studio traboccante di libri che, se fosse dipeso da me, mi sarei portato subito via su un camioncino. D’un tratto entrò da una stanza dietro la sua scrivania un bimbetto silenzioso con una massa di capelli arruffati. Si fermò a guardarmi con la meraviglia che si riserva agli intrusi. Il professore mi disse: “Questo è Filippo”. Aveva tre o quattro anni. Salutò timidamente. Ne ebbi subito simpatia. Negli anni lo rividi ogni tanto. Anche quando – ispirato dal padre – faceva da terzino sinistro in una simpaticissima squadretta di calcio di adolescenti nella quale fu concesso di giocare a mio figlio, di almeno sei-sette anni più piccolo. Tutto questo mi è improvvisamente tornato in mente quando ho scoperto che cosa fa oggi Filippo.

Sapevo che era diventato medico, sapevo che lavorava all’Ospedale Maggiore Policlinico. Non sapevo però che fosse diventato anche lui un professore universitario, associato di neurologia a Milano, che avesse molto imparato anche in Francia e negli Stati Uniti. Meno che mai sapevo che avesse fatto parte di quella schiera di medici che si è spremuta con coraggio per aiutare l’Italia a resistere alla “peste cinese”. Che nella stagione terribile dell’emergenza si fosse offerto volontario nei reparti anticovid, contraendo la malattia in forma seria. Non sapevo che aveva fatto della sua professione una missione, come tutti noi vorremmo che fosse per i medici. Né che da quasi un quarto di secolo stava dedicando la sua vita alla lotta contro la sclerosi multipla, ottenendo anche importanti risultati internazionali nella ricerca. L’ho saputo quando mi è stato recapitato con sua dedica un libro intitolato Quando inizia un nuovo viaggio. Una vita oltre la sclerosi multipla, splendide storie di persone, donne e uomini, imprenditori, preti, casalinghe, chef o atleti paralimpici, che hanno coraggiosamente iniziato delle nuove vite. Aiutate da una vera rivoluzione scientifica ma anche dalle decisive relazioni con chi si prende cura di loro. Come Filippo, che riserva parte del suo tempo libero a rispondere via mail ai problemi dei suoi pazienti.

Si potrà obiettare che quel che fa Filippo lo fanno per fortuna migliaia e migliaia di persone. Non risponderò che ci sono milioni di persone che “non” lo fanno. Anche perché non voglio proporre una storia eccezionale. Eccezionale, piuttosto, è stata la mia meraviglia nel passare di colpo, grazie a un lampo di memoria, dal bimbetto intrufolatosi innocentemente nello studio del papà al “professionista del bene” cinquantenne, che scrive storie per infondere fiducia in quei 122 mila italiani che con la sclerosi multipla sono costretti a combattere ogni giorno. Mi colpisce l’idea che le vite, le storie italiane si formino e crescano sotto i nostri occhi senza che noi ce ne accorgiamo. E capisco tanto meglio quella frase di Saramago: il bene dura di meno solo perché per tanto tempo non lo vediamo. Quello di Filippo dura da 25 anni e io non ne sapevo niente.

 

Non è un paese LGBTq+. Il giubilo sul defunto ddl Zan (e le fake su Di Maio)

 

Scripta manent.

Luigi Di Maio, nel suo libro in uscita in questi giorni, ha raccontato di essere stato innumerevoli volte additato come omosessuale, senza esserlo, da politici e giornalisti, che avevano l’obiettivo di utilizzare questo argomento per screditarlo. Possibile che nel terzo decennio del terzo millennio si pensi di danneggiare la reputazione di un politico dandogli dell’omosessuale, come se essere gay fosse un’infamia? Possibile. Chiunque frequenti l’ambiente politico-giornalistico sa perfettamente quanto questa diceria sia circolata. E mai in modo neutro ma sempre con voluta malignità. Rendere pubblici questi “verba” velenosi e metterli per iscritto, non solo disinnesca le malelingue (che proliferano nell’ombra) ma fa sì che le considerazioni che scaturiscono riguardo la pochezza di un simile comportamento siano destinate a “manere”.

7

 

La dissidenza val bene un tampone.

Davide Barillari, consigliere regionale del Lazio, non potrà più partecipare alle attività istituzionali del Consiglio regionale, in quanto sprovvisto di “green pass”. Il controverso esponente politico, che quando venne espulso dal Movimento Cinque Stelle a causa delle sue esternazioni antiscientifiche aveva già gridato al complotto (“Dopo 10 anni di lotta appassionata nel M5S, la mia colpa oggi è di non rassegnarmi a fare lo scendiletto di Zingaretti….”), si mostra fedele a se stesso anche questa volta, evocando lo spettro della censura dei dissidenti: “Non posso entrare in ufficio, non posso rispondere al telefono, non posso utilizzare il computer per leggere e scrivere mail. Non posso presentare interrogazioni, non posso votare le proposte di legge, non posso partecipare alle commissioni di cui sono membro. Non ci saranno più voci critiche ed indipendenti, come lo ero io. Mi hanno escluso per zittire l’ultima voce di opposizione vera agli impicci di Zingaretti”. No, consigliere, spiace contraddirla, ma l’hanno esclusa perché non solo non si vuole vaccinare, ma evita pure la fatica di farsi un tampone. Se “l’ultima voce di opposizione” era così scomoda, non valeva la pena di un tampone per far naufragare gli oscuri disegni degli alti vertici ?

4

 

Esultanza poco civile.

Barbara Masini, senatrice forzista omosessuale favorevole al Ddl Zan, che ha condiviso pubblicamente la sua sfera privata per sensibilizzare e facilitare la mediazione tra le parti, evidenza un triste aspetto: “Non erano applausi, ma urla da stadio. Davvero una brutta pagina del Parlamento. Capisco la politica, è il gioco delle parti. Ma bisogna riflettere e pensare che quelle urla sono uno schiaffo alle persone che aspettavano i diritti. Che avevano bisogno del ddl Zan perché oggetti di violenza e di discriminazioni. (…) C’era poco da urlare, il voto di mercoledì è stato un fallimento di tutta la politica, non solo del centrosinistra”. Un tale entusiasmo per una legge mancata, quando (quasi) tutti riconoscono l’esigenza di una legge per i diritti civili, è un’offesa per gli occhi. Prima del giubilo, meglio pensare a chi quella legge la aspettava.

4

 

Chiesa e Stato. L’uso politico dell’eucarestia: la lezione di Francesco alla destra clericale

Che cos’è la laicità di uno Stato per un cattolico adulto? “Quando sei un personaggio pubblico devi prendere determinate decisioni, specialmente in una democrazia, per conto di qualcosa di più dei tuoi sentimenti personali”. La dichiarazione – raccolta dall’Associated Press – è di Joe Ciccone, vicerettore della chiesa di San Patrizio a Roma, il riferimento della comunità cattolica americana nella Capitale.

Ed è qui che sabato scorso, il giorno dopo il lungo colloquio con Francesco in Vaticano, Joe Biden ha ricevuto la comunione, assistendo alla messa seduto in ultima fila con la moglie. Il vicerettore Ciccone ha anche detto di non aver avuto alcun problema a dare l’eucarestia al presidente degli Stati Uniti. Le sue parole sono in linea con quelle di papa Bergoglio, per il quale “i vescovi devono essere pastori, non politici”. Ha detto il sacerdote: “La comunione è ciò che ci unisce nel Signore. Nessuno di noi è puro e perfetto. Lottiamo attraverso la vita. Siamo tutti santi e peccatori”. Simbolo di unità l’eucarestia, non di divisione, quindi.

La questione è nota, raccontata con ampi particolari in questi giorni. Da circa un anno i vescovi conservatori degli Stati Uniti, guidati dall’arcivescovo di Los Angeles José Gomez (Opus Dei), vogliono negare la comunione a Biden, ritenuto un “abortista”. Per giunta “alleato di Lucifero”, come sostengono monsignor Carlo Maria Viganò e il cardinale Raymond Leo Burke, gli Stanlio e Ollio dell’estrema destra clericale, complottista e no vax. La decisione sarà presa nell’assemblea prevista questo mese. Ed è in questo dibattito lacerante che s’inserisce quindi un dettaglio decisivo che lo stesso presidente ha rivelato del suo incontro con il papa: “Abbiamo appena parlato del fatto che era felice che fossi un buon cattolico e che dovessi continuare a ricevere la comunione”.

Di questo tema non c’è traccia nel comunicato ufficiale della Santa Sede, ma il Vaticano non ha smentito. Tuttavia, un quotidiano online del network cattolico anti-Bergoglio, Korazym, ha messo in dubbio la versione di Sleepy Joe: “E se Biden avesse mentito?”. Improbabile, ma l’esternazione del presidente ha riacceso la guerra dei vescovi americani conservatori contro la Casa Bianca. Alla vigilia dell’arrivo di Biden in Vaticano lo stesso Burke aveva rivolto un appello a Francesco: “Rimprovera Biden e difendi la santità della Santa Eucarestia, salvaguardando le anime dei politici cattolici che violerebbero gravemente la legge morale e si presenterebbero comunque a ricevere la Santa Comunione, commettendo così un sacrilegio”.

In Italia, giova ricordarlo, furono tutti cattolici i politici che firmarono la legge numero 194 del 22 maggio 1978 sull’aborto: il capo dello Stato Giovanni Leone, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e i ministri Tina Anselmi, Francesco Bonifacio, Tommaso Morlino e Filippo Maria Pandolfi. In seguito, Andreotti rivelò che si era posto il problema della controfirma: con il rifiuto, però, “si sarebbe aperta una crisi e la Dc avrebbe rischiato di perdere Palazzo Chigi”. Quando il potere prevale sulla legge morale, per dirla con Burke. Non dimentichiamo, allora, che se Biden è il novello Lucifero, il divo Giulio era pur sempre Belzebù.

 

Solito “blabla”: zero piani realistici e verità scomode

Ancora una volta assistiamo a vertici politici dove il cambiamento climatico appare problema urgente, cruciale, inderogabile. Ancora una volta ne escono promesse vaghe, obiettivi confusi, non verificabili. Dichiarazioni d’intenti come tante, fin dal Summit della Terra del 1992 a Rio: dobbiamo fare dieta per curare il male climatico. Ok, da domani cominciamo. E son passati trent’anni, la febbre dell’atmosfera intanto sale inesorabile, la plastica nei mari aumenta, le foreste tropicali diminuiscono. È questa la trappola delle ricette generiche: il paziente dovrebbe fumare meno, mangiare meno e fare attività fisica. Ma una vera dieta efficace è fatta di numeri precisi: quanti grammi di pasta al di, quanti di zucchero, quante calorie. E fumare meno quanto? Eliminare una sigaretta alla settimana non serve, dieci al giorno sì, smettere del tutto ancora meglio.

Insomma la politica col clima non vuole prendere impegni dettagliati e misurabili perché sa che sono impopolari, richiedono ai cittadini nuove tasse, rinunce e impegno continuo, offrono risultati incerti e a lungo termine, al di là dell’orizzonte elettorale. Posto che la prognosi infausta del collasso ambientale può essere ancora evitata solo con una terapia d’urto, ecco che bisogna pretendere dosaggi inequivocabili e rispetto ferreo dei tempi di applicazione della dieta e delle conseguenti rinunce. L’opposto delle promesse generaliste che tentano di lasciare tutto com’è, limitandosi a prescrivere una pillola miracolosa, oggi rappresentata da un po’ di energia rinnovabile da aggiungere al mondo fossile, nell’illusione che possa sostituirlo in tempi brevi. L’intossicazione – che è come una dipendenza da stupefacenti e quindi non si può nemmeno nominare – è la crescita economica e demografica che continuamente, aumentando i consumi, ci allontana dal risultato atteso. La fisica ci dice da mezzo secolo che non è possibile una crescita infinita in un pianeta finito, l’economia dice invece che la tecnologia ha sempre risolto tutto e quindi ancora una volta metterà una pezza ai nostri problemi generati dalla crescita stessa. Un atto di fede, non una previsione basata su dati. Come il tacchino ben allevato che ogni giorno prevede un altro buon pasto perché è sempre stato così e non sa che il 24 dicembre gli tireranno il collo. Allora come si fa una dieta climatica razionale? Spiegando alla gente che le vacche grasse sono finite, che il pianeta è limitato, bisogna cominciare a tagliare il superfluo, ora che è ancora possibile, non per far crescere il Pil a vanvera, processo che accelera soltanto lo schianto.

Bisogna far pagare chi inquina con la tassa sul carbonio, arrestare il consumo di suolo (è facile, basta una legge, quando la firmate? Bisogna approvarla domattina!), fare in modo che tutti possano vivere in case ad alta efficienza energetica alimentate da fonti rinnovabili, (e perché allora togliete l’ecobonus?), garantire ai cittadini autosufficienza alimentare, un rinnovato sistema idrico che possa far fronte a future megasiccità, meno spreco di tutto, meno oggetti usa e getta, una sorta di economia di guerra, se vogliamo un paragone storico con uno sforzo collettivo di pari livello. Ci vuole una enorme e condivisa tensione sociale volta prioritariamente alla sostenibilità ambientale e alla tenuta del welfare. Tutto il resto è zavorra. Invece i nostri politici vogliono la crescita sostenibile, cioè la botte piena e la moglie ubriaca. Che è come violare l’inviolabile, secondo principio della termodinamica. Attenti che vince lui e ci fa secchi. La cura climatica si misura in tonnellate, ettari, chilowattora. Non in comode generiche illusorie parole dipinte di verde senza data di scadenza.

Come si dice zitti e buoni nella lingua sindacalese?

Come si dirà in sindacalese “stiamo fermi e zitti”?

Ecco qua: “Le iniziative si svolgeranno a partire dal deposito della legge di stabilità in Parlamento e avranno momenti di verifica entro il mese di novembre per rafforzare e ricalibrare se necessario le iniziative di mobilitazione, non escludendo iniziative nazionali”. L’italiano lascia a desiderare, ma in compenso il comunicato partorito da Cgil, Cisl e Uil all’indomani del consiglio dei ministri può leggersi come una summa di quel linguaggio burocratico, costellato di eufemismi di facile decifrazione, il sindacalese, appunto, che in Italia contrassegna i momenti di stallo dei vertici confederali. Chi doveva intendere ha inteso: per ora, fermi e zitti.

Lungi da me farla facile. Da tempo i sindacati si ritrovano privi di qualsivoglia sponda politica nel fisiologico contrasto d’interessi coi datori di lavoro. Pd e M5S si nutrono di retorica interclassista anche quando la conclamata neutralità gli nuoce. E nei luoghi di lavoro non si respira certo aria di mobilitazione, troppe essendo le differenziazioni interne generazionali e contrattuali.

Così il segretario della Cgil, Maurizio Landini, si ritrova ostaggio di un dilemma all’apparenza insanabile. È convinto che il sindacato, privo di sponde partitiche, debba sviluppare una propria autonoma forza politica. Ma per farlo efficacemente non può rinunciare all’unità d’azione con Cisl e Uil. Che invece lo temono e lo frenano. Si direbbe il Comma 22 del sindacato. Col risultato di seguire il governo sulla linea del rinvio.

Chi se la sentirebbe, in questo clima, di aprire vertenze impegnative per gli sgravi fiscali in busta paga, per la limitazione dei contratti a termine, per garantire un’uscita sicura ai pensionandi? Va a finire che solo i disperati, cioè i lavoratori direttamente colpiti, saranno disposti a scioperare. Ma lo faranno con i sindacati autonomi.

Le dosi sbagliate a migliaia di anziani: troppo vaccino

Meglio abbondare che scarseggiare. Lo dicevano i latini e la saggezza degli antichi ha quasi sempre ragione. Ma non quando si tratta di vaccini. Qui essere precisi è d’obbligo, si parla di dosaggi calibrati al millesimo per ottenere la giusta reazione immunitaria e ridurre al minimo il rischio di effetti avversi. Invece nella campagna vaccinale italiana, per due settimane a cavallo tra settembre e ottobre, i nostri anziani hanno ricevuto la quantità sbagliata di Moderna per colpa di un cortocircuito fra Aifa e Ministero della Salute: la dose intera invece della metà, come suggerito dalla stessa azienda e poi approvato da tutte le agenzie regolatorie. Lo ha scoperto Report, nel servizio sulla terza dose di Manuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale, che andrà in onda questa sera alle 21.20 su Rai3.

Spikevax, il vaccino di Moderna, è ormai considerato il siero anti-Covid più efficace ma è anche il più “forte”, nel senso che utilizza la quantità maggiore: 100 microgrammi di mRNA, contro i 30 contenuti da Pfizer. Proprio per questo il tema del suo dosaggio è da tempo oggetto di discussione nell’eventualità di una somministrazione multipla. Non è un caso che, dove si somministra il cosiddetto “booster”, all’inizio lo si è fatto solo con Pfizer, in attesa di maggiori certezze su Moderna. Non in Italia.

Nella smania di vaccinare e non farsi trovare impreparati da una nuova ondata, il nostro Paese ha anticipato anche le indicazioni dell’Ema, che a dire il vero ha fatto poco per mantenere una strategia comune nell’Ue, scaricando la scelta sugli Stati. Così, mentre tutto il mondo è incerto sul da farsi, l’Italia ha deciso di muoversi con prudenza in direzione della terza dose: via libera, ma per ora soltanto alle persone fragili e agli over 60. Ed è proprio in questa distinzione che si sono inceppate le istituzioni italiane.

Il 9 settembre l’Aifa dà il suo parere favorevole alla terza dose. Indica per entrambe le categorie l’utilizzo di un vaccino mRNA, dunque sia Pfizer che Moderna, a dosaggio intero. Immunodepressi e anziani però non sono la stessa cosa. Per i primi tecnicamente si parla di “dose addizionale”, perché completa il normale ciclo vaccinale, e infatti può essere somministrata subito dopo le prime due. Per i secondi invece si chiama “booster”: un rinforzo dopo 6 mesi per ripristinare la protezione scesa nel tempo, e per questo nel caso di Moderna può avere un dosaggio minore. È stata la stessa azienda a suggerirlo e la ragione si trova nei documenti del farmaco: l’aumento degli anticorpi è praticamente identico, ma dimezzando la quantità si ottengono il doppio delle dosi. E, soprattutto, nelle ricerche “è stata osservata una tendenza verso una minore reattogenicità”. Tradotto: meno eventi avversi, meno rischi per i pazienti per un vaccino molto reattivo.

Quando Aifa raccomanda entrambi i prodotti, scrive che “in base alle conoscenze attuali, il dosaggio raccomandato per la dose booster è uguale al dosaggio autorizzato per il ciclo primario”. Ma in realtà non è proprio così: in quel momento la questione è già nota. Il parere delle agenzie ancora non c’era, ma la richiesta di Moderna presentata a Fda e Ema per il booster “dimezzato” è datata al 3 settembre, 6 giorni prima. Aifa evidentemente non lo sa, o se ne dimentica: propone il dosaggio intero anche per gli anziani. Così quando il 27 settembre il Ministero della Salute avvia la campagna per il booster agli over 80, trasmette ai centri vaccinali l’ordine di somministrare Moderna in quantità errata, 100 invece dei sufficienti 50 microgrammi. Ma che qualcosa non quadra è evidente dopo pochi giorni, il 4 ottobre, quando Ema approva per il booster soltanto Pfizer. Di fatto, in Italia stiamo utilizzando sugli anziani un vaccino non raccomandato. Passa un altro po’ di tempo e al ministero corrono ai ripari: l’8 ottobre, nella circolare che estende il booster agli over 60, si specifica di utilizzare solo Pfizer. Ma ormai il pasticcio è fatto, e lo ha chiarito definitivamente il fatto che il richiamo di Spikevax è stato poi approvato solo a 50 microgrammi.

In Italia per quasi due settimane gli anziani che hanno preso il booster Moderna hanno ricevuto una quantità di vaccino sbagliata. Nel migliore dei casi inutile, quindi uno spreco, nel peggiore potenzialmente dannosa. Quanti è difficile dirlo. In quei 13 giorni sono state somministrate circa 230mila terze dosi. Secondo i dati della struttura commissariale, complessivamente quelle Moderna sono in media il 15-20% del totale. Se questa proporzione fosse mantenuta anche per il booster, si tratterebbe di 30-40mila anziani. Dal Ministero della Salute fanno sapere di essersi attenuti alle indicazioni di Aifa. Aifa non commenta. È solo un po’ di vaccino di troppo.

La sai l’ultima?

 

Cincinnati

Un tribunale federale in difesa degli ippopotami di Escobar: “Sono persone”

Importante notizia dagli Stati Uniti: una corte federale di Cincinnati ha riconosciuto la personalità giuridica degli ippopotami di Pablo Escobar, il sanguinario e leggendario narcotrafficante colombiano. Gli ippopotami, che Escobar allevava per diletto e deliri di onnipotenza, hanno diritti da tutelare. Lo racconta il Corriere della Sera: “C’è un giudice a Cincinnati, nell’Ohio, che ha stabilito che gli ippopotami di Pablo Escobar hanno lo status di ‘persone’ e che quindi, prima di essere castrati o uccisi come vorrebbe il governo colombiano, devono essere trattati con il rispetto che il signore dei narcos non ha mai usato per gli esseri umani”. Gli ippopotami in origine erano due (il re della coca li teneva in una delle sue tenute insieme a leoni e giraffe). Nel tempo si sono moltiplicati e sono diventati una colonia senza controllo da 80 esemplari, che prospera negli acquitrini della Hacienda Na’ Poles. Pare siano un serio problema per la biodiversità dell’area, ma guai a toccarli: sono persone anche loro.

 

Covid

I green pass a nome di Adolf Hitler e di Topolino funzionano: “Certificazione valida in Italia e in Europa”

Il green pass è funzionante, se lo si passa sotto lo scan compare la spuntina verde e la dicitura “Certificazione valida in Italia e in Europa”. Il titolare però ha un nome sinistro: Hitler Adolf, nato il primo gennaio 1930. La data è di fantasia, il nome è ovviamente uno scherzo di dubbio gusto, ma il green pass del fuhrer esiste davvero (è stato disattivato solo mercoledì) e la sua immagine ha fatto il giro della rete. Chiunque volesse mettere in luce le falle nel funzionamento del sistema di verifica, c’è riuscito alla grande. Qualche giorno dopo è spuntato anche il green pass di Topolino. La situazione è disperata, ma non è seria, come si dice in questi casi. Lo spiega il Post: “Significa che qualcuno è riuscito a generare un green pass evidentemente falso, ma riconosciuto dalle app di verifica. Al momento non è semplice capire cosa sia successo, individuare le cause del problema e soprattutto valutare come ne esca l’intera procedura di generazione europea dei green pass in termini di affidabilità”.

 

Roma

Armato di coltello rapina la stessa cornetteria per tre volte in tre giorni: arrestato un ventiduenne

Una triste storia di incredibile accanimento microcriminale: un giovane romano ha rapinato per tre volte di fila in tre giorni consecutivi lo stesso bar del Quarticciolo, quartiere della periferia capitolina. Un coltello, poca fantasia o forse tanta pigrizia: tre volte lo stessa operazione. La notizia è di Roma Today: “È accusato di aver messo a segno quattro rapine, tra il 12 e il 16 settembre scorsi. La prima, ai danni di una donna romana di 47 anni a cui avrebbe rubato la borsa dopo averla minacciata con un coltello mentre stava passeggiando in strada. Le altre, ben 3, tutte ai danni della stessa cornetteria di via Manduria, zona Quarticciolo. Nel locale, il giovane avrebbe consumato cibi e bevande, poi si sarebbe rifiutato di pagare e, alle rimostranze dei dipendenti, li avrebbe minacciati con un coltello per poi darsi alla fuga. Dopo indagini e accertamenti (…) i carabinieri della di Tor Tre Teste hanno stretto il cerchio intorno al presunto responsabile, un 22enne romano con precedenti”.

 

La Stampa

“Morti di selfie”: negli ultimi 14 anni ben 379 persone ci hanno lasciato le penne col telefono in mano

Il titolo della settimana è quello della Stampa di giovedì, in pagina 19. L’argomento è serio ma il titolista è sbarazzino e apodittico: “Morti di selfie”. Punto. Occhiello: “Derive tecnologiche”. Catenaccio: “Autoscatti fatali”. Il pezzo, si è capito, passa in rassegna le storie delle persone che ci lasciano le penne mentre armeggiano col cellulare in mano, per cazzeggiare o per scattarsi una fotografia particolarmente pericolosa e inopportuna: sono 379 negli ultimi 14 anni, dal primo gennaio 2008 allo stesso giorno del 2021. “C’è almeno un grosso discrimine tra di loro”, leggiamo. “C’è chi è morto per farsene uno (di selfie, ndr), e questo dice qualcosa sul senso dell’impresa, oggi, e del modo in cui è slegata dall’avventura, e c’è chi è morto facendosene uno”. L’argomento è raffinato e affascinante ma onestamente il discrimine sfugge: sono o non sono entrambi “morti di selfie”?

 

Georgia

Una coppia di milionari fa mettere al mondo 21 figli in 16 mesi con la maternità surrogata. Costo: 168mila dollari

Ventuno figli, tutti procreati con la maternità surrogata nell’arco di un anno e mezzo. E poi, a cascata: 16 tate assunte a tempo pieno, un investimento (solo per la fecondazione) di 168mila euro. È la famiglia più grande del mondo, o almeno la più grande di cui si abbia notizia. Sicuramente la più strana. L’ha raccontata il sito Today, riprendendo una notizia del Sun: “Kristina e Galip Ozturk sono una coppia che vive in Georgia. Kristina ha 24 anni, il marito, businessman milionario, 57, e hanno speso una cifra che si aggira intorno a 168mila euro per avere un gran numero di figli con la maternità surrogata tra il marzo 2020 e il luglio 2021. In totale, 21 bambini tra i quindici e i tre mesi. Kristina, russa di origini, spende l’equivalente di circa 82mila euro all’anno per pagare 16 tate, baby sitter che si sono trasferite nella casa della coppia, e che lavorano per garantire la propria presenza 24 ore su 24. La coppia vive anche con alcuni dei figli avuti da relazioni precedenti”. Chissà che macello ricordarsi tutti i compleanni.

 

Pesaro

La pubblicità che smentisce se stessa: “Stai sereno! Al diploma ti accompagnamo noi”

Pubblicità: come sbagliarla male. Un istituto in stile Cepu, che promette di aiutare gli studenti a diplomarsi, si promuove con un ignobile strafalcione ortografico. Purché se ne parli? Marketing meta-ironico? Nel dubbio, a Pesaro è comparso questo cartellone pubblicitario: “Stai sereno! Al diploma ti accompagnamo noi”. (Se non siete in grado di individuare l’errore, passate oltre e facciamo finta di nulla). Se n’è accorto Il Resto del Carlino: “Così un istituto d’istruzione privato lancia la sua campagna pubblicitaria, e lo fa attraverso un grande manifesto affisso nella zona del campus. Ma c’è un refuso, un errore grammaticale di cui si sono accorti in diversi”. Per alcuni è una strategia di marketing, altri hanno sottolineato la bizzarria di un istituto di sostegno allo studio che non è in grado di declinare il verbo “accompagnare”. Il sito della Treccani, seppur con una certa riluttanza, è indulgente: “La grafia accompagnamo è sconsigliabile, anche se è molto diffusa, non soltanto nei temi scolastici, ma anche nei giornali e in rete”.

 

Colorado

L’escursionista disperso non risponde ai suoi soccorritori: “Numero privato, pensavo fosse un call center”

Storie che commuovono: un escursionista disperso da 24 ore durante una passeggiata in montagna ha rifiutato le chiamate dei soccorritori perché pensava fossero i soliti scocciatori dei call center commerciali. Una perla finita sulle colonne del Guardian: “Si è perso per 24 ore durante un’escursione in montagna e ha ignorato le telefonate dei soccorsi perchè ‘provenivano da un numero sconosciuto’”. Succede in Colorado, Stati Uniti: un’escursionista fa perdere le sue tracce in uno dei percorsi di montagna più insidiosi della zona. Dopo la segnalazione le squadre di soccorso si mettono al lavoro e provano con insistenza a contattare l’uomo al suo numero di telefono. Ma lui, vedendo il numero privato, e ritenendo di avere problemi molto più seri della solita pubblicità inutile, le rifiutava tutte: “I ripetuti tentativi di contattare l’uomo tramite chiamate, sms e messaggi in segreteria sono stati ignorati”. Alla fine questo eroe contemporaneo è riuscito a tornare a casa da solo alle 7 del mattino.