Caracciolo, l’ultimo arrivato è assessore nella giunta Emiliano

Dopo la consegna dell’avviso di garanzia e delle perquisizioni nella sua abitazione e nei suoi uffici, Filippo Caracciolo, assessore all’Ambiente della Regione Puglia, ha rassegnato le sue dimissioni dalla Giunta guidata da Michele Emiliano. Ma adesso le accuse di corruzione e turbativa d’asta rischiano di influire pesantemente sulla campagna elettorale, visto che Caracciolo è candidato uninominale nel collegio Puglia 4 (Barletta, Andria, Canosa Trani) con il Partito democratico. Caracciolo è considerato una potente macchina da preferenze, tanto da essere utilizzato in un collegio senza paracadute e considerato dai sondaggi in bilico tra centrodestra e M5S.

L’indagine a suo carico ruota intorno all’appalto di 5,7 milioni di euro per la costruzione di una scuola a Corato (Bari) e svela però in parte quel sistema di potere pugliese per la suddivisione degli appalti pubblici nei territori. Solo pochi giorni fa, domenica, il candidato Caracciolo aveva incontrato diverse associazioni nel territorio per chiedere sostegno elettorale. È noto in tutto il mondo politico come un caterpillar dei consensi, perché utilizza i vecchi sistemi: incontra gli imprenditori titolari di grande commesse, imprese di piccolo taglio con parecchi addetti, associazioni di categoria. Insomma un politico instancabile e capace di convincere, anche perché nella sua città, Barletta, molti devono la propria collocazione lavorativa nella Barsa (l’azienda pubblica dei rifiuti), proprio a “Filippo”, come lo chiamano dalle sue parti.

Le indagini, e i capi di imputazione contestati a Caracciolo di corruzione e turbativa d’asta, lasciano trasparire uno schema corruttivo che viene confermato e ripetuto negli appalti pubblici del territorio. Per pilotare la gara avrebbe immesso alla presidenza della commissione giudicatrice un proprio uomo, l’ingegner Donato Lamacchia, dirigente dei lavori pubblici nel comune di Barletta. A Lamacchia sarebbe poi stata promessa la promozione all’ARPA, l’agenzia regionale che poi sarebbe stata alle dirette dipendenze dell’Assessore regionale all’Ambiente.

Attualmente, a dirigere l’agenzia ARPA c’è proprio un altro amico di Caracciolo che prima, era stato nominato dalla Regione nell’ARCA di Lecce come commissario straordinario. Insomma lo stesso esercito che si ritrova spostato d’ufficio a seconda delle destinazioni politiche del capo.

L’avvocato di Caracciolo, auspicando che “la vicenda si chiarisca in fretta perché la campagna elettorale è brevissima”, ha sostenuto che “l’inchiesta non può essere gestita dalla procura di Bari, perché per i reati commessi a Corato è competente il Tribunale di Trani”.

“Peggio ancora”, affermano i rappresentanti del Pd locale, perché oltre a Caracciolo alla Camera è candidata al Senato la presidente del Pd Puglia Assuntela Messina: capolista nel collegio dove fino a pochi mesi fa esercitava suo fratello Francesco, quale Gip del Tribunale di Trani.

Il biotestamento politico di Giuliano

Con amarezza, in fondo a un articolo in cui si parla di aborto, il fiero anti-abortista Giuliano Ferrara rivela il suo voto: “Non avrei mai pensato che, ormai in ritiro virtuale dalla vita pubblica, avrei dovuto votare – scrive sul Foglio – nel mio collegio romano, in quanto sostenitore dell’unico partito costituzionale residuo, per un Pd che mi porterà la mano a metter la croce su Paolo Gentiloni alla Camera, e vabbè, e Emma Bonino al Senato”. Con un “vabbè”, Ferrara è costretto ad accettare e sostenere la candidatura del simbolo della battaglia per l’aborto e per il biotestamento approvato di recente in Parlamento (mentre dieci anni fa, per esempio, il giornalista – col suo Movimento per la vita – portava bottigliette d’acqua per protestare contro la decisione di fermare le macchine che tenevano in vita Eluana Englaro). In Ferrara prevale il presente di marca Pd e non il passato della Bonino o il suo stesso passato. Dopo gli anni accanto a Silvio Berlusconi, fedele e ostinato, Ferrara sceglie ancora il Pd di Matteo Renzi e lo segue ovunque, e lo tollera comunque, anche al costo di farsi del male e riportare in Parlamento la senatrice Bonino.

Corruzione, chiesto il rinvio a giudizio per Silvio e Apicella

La questione è ancora la stessa: le celebri cene eleganti che hanno animato le serate di Villa San Martino, ad Arcore. Si tratta del filone romano del processo Ruby-ter in cui sono indagati Silvio Berlusconi e il suo cantante di fiducia, Mariano Apicella. Ieri la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi: all’ex premier è contestato il reato di corruzione, mentre ad Apicella si aggiunge anche la falsa testimonianza. Secondo l’accusa Berlusconi avrebbe pagato il cantante per indurlo a dire il falso sul caso “olgettine”. Il primo pagamento sarebbe avvenuto a Roma e proprio per questo motivo è la Procura capitolina a occuparsene dopo che, due anni fa, il tribunale di Milano aveva deciso di spacchettare il processo in cinque diversi filoni. In totale il cantante napoletano, che avrebbe partecipato a feste organizzate ad Arcore, avrebbe percepito illecitamente dal Cavaliere complessivamente 157 mila euro, denaro erogato in importi da 3 mila euro al mese. L’udienza davanti al gup Angela Gerardi è stata fissata al prossimo 9 maggio.

La Cassazione respinge il ricorso: le ville sulle dune restano ai vip

I vip possono tirare un sospiro di sollievo: le ville costruite sulle cosiddette dune di Sabaudia non devono essere restituite al Comune – che ne aveva contestato l’atto di vendita – e potranno così restare agli attuali proprietari. Lo ha deciso martedì la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso del Comune di Sabaudia e mettendo fine a una disputa che proseguiva dal lontano 1962. Quella parte di litorale – dove oggi sorgono i resort di lusso, tra gli altri, di Francesco Totti ,Giovanni Malagò e Bernardo Bertolucci – era stato venduto dal Comune di Terracina alla società Domiziana Rrl, nel 1952. Una vendita oggetto di ricorso da parte del Comune di Sabaudia, che riteneva di essere proprietaria di quella striscia di terra in nome delle leggi che, nel 1933, assegnarono all’allora neonato Comune pontino alcune aree dei territori limitrofi. Nel 2006, in primo grado, il giudice onorario aggregato di Latina aveva dato ragione al Comune di Sabaudia, dichiarando nullo l’atto di compravendita delle dune e allarmando i proprietari delle ville, che avrebbero perso la proprietà dei beni. Ma la sentenza d’appello prima (nel 2011) e la Cassazione adesso hanno ribaltato la sentenza, chiarendo che il decreto regio del 1933 aveva trasferito i beni demaniali di quell’area al Comune di Sabaudia, senza però che Terracina perdesse la proprietà dei beni patrimoniali, tra cui le ville di lusso poi regolarmente vendute.

Il candidato Pd si fa lo spot su Rai Italia durante Sanremo e l’azienda fischietta

Durante la pubblicità del Festival di Sanremo, l’unico evento che richiama ascolti anche oltre confine, Rai Italia (ex Rai Mondo) trasmette lo spot del concerto a New York di Fiorella Mannoia il prossimo 23 febbraio, ma in realtà è un messaggio di propaganda elettorale pagato da Pasquale Nestico, candidato del Pd nella circoscrizione Nord e Centro America. “Un italiano al servizio degli italiani all’estero”. Il medico di origini calabresi non poteva scegliere momento migliore per catturare un pubblico numeroso seppur violando la par condicio.

Il caso viene denunciato da Leonardo Metalli, già volto del Tg1, il rivale di Nestico con la lista Maie. La sempre vigile Autorità di garanzia per le Comunicazioni – quella che intendeva imporre la par condicio ai giornalisti per imbavagliarli e che forse ignora i seggi eletti all’estero – stavolta non dice niente e da Viale Mazzini nessuno si scusa con i telespettatori fuori dall’Italia.

Ma chi è Nestico? Lo racconta egli stesso nella sua biografia-agiobiografia: “Figlio di Aurelio e Concetta, nasce il 6 maggio 1945 a Isca Ionio, in provincia di Catanzaro. Cresce in una famiglia di lavoratori, dove il padre si occupa di provvedere alle esigenze familiari lavorando duramente come muratore; anche Pasquale a soli 13 anni inizia a lavorare dato che all’epoca al sud non esistevano limiti di età. (…) Nel 1985 Pasquale apre da solo il suo primo studio medico, il “Cardiovascular Center” in Sud Filadelfia. Nel 1990 viene promosso a professore associato e nel 1996 è professore. Attualmente lavora nel secondo studio privato che ha aperto, il Nestico Medical Building, gestito insieme ad altri colleghi di talento”. Ora è pronto per un seggio al Senato.

Depreda lo Stato e devasta il territorio, ma porta voti

Il condono è un classico del centrodestra berlusconiano (stavolta l’ex Cavaliere l’ha chiamato “sanatoria per l’abusivismo di necessità”), anche se – va detto – il suo alleato Matteo Salvini ha già detto di essere contrario. I numeri, però, consiglierebbero molta prudenza: oltre ad avvelenare il territorio e mettere a rischio le vite di chi lo abita, col condono dei manufatti abusivi lo Stato negli ultimi trent’anni ci ha rimesso pure dei soldi. E questo senza contare che ogni dichiarazione o mossa pro-abusivi contribuisce a fomentare un fenomeno che non è affatto morto: le costruzioni abusive in Italia nascono ancora al ritmo di circa ventimila ogni anno e ogni tanto siamo costretti a ricordarlo perché vengono giù durante un terremoto o una inondazione.

E pure ogni tanto torna la proposta del condono. Nonostante ce ne siano stati tre dal 1985 al 2003, la produzione di norme a favore degli abusivisti non si è mai fermata né a livello regionale (i famosi “piani casa”), né nazionale: dal 2010 a oggi almeno una trentina di provvedimenti legislativi poi abortiti hanno tentato di fare un favore a chi ha costruito in spregio alle regole. L’ultimo è il famigerato ddl Falanga: bloccato in Senato dopo essere stato approvato alla Camera con le larghissime intese solo perché la stampa si è accorta di quel che conteneva.

Nonostante i danni evidenti che crea anche solo il parlarne, il condono edilizio (quello fiscale, in un modo o nell’altro, non s’è mai fermato) torna di moda. Ha due grandi pregi agli occhi di un politico nazionale: fa incassare un po’ di soldi subito (ma uccide le finanze comunali nel medio periodo) e porta tanti, tanti voti.

Anche qui sono i numeri che aiutano a capire. In Breve storia dell’abuso edilizio in Italia (Donzelli), l’urbanista Paolo Berdini ha calcolato in 4,6 milioni i manufatti abusivi dal 1948 al 2010, circa 203 al giorno: ovviamente si va dalle piccole infrazioni all’ecomostro nel parco naturale, ma quanto agli alloggi abusivi parliamo di circa due milioni di unità mentre circa 6 milioni gli italiani vivono in città “abusive”.

Tanti italiani, tanti voti. Dal condono del 1985 firmato dal presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi e dal ministro socialdemocratico Franco Nicolazzi ai due di Silvio Berlusconi (1994 e 2003) risultano presentate in tutto – secondo un rapporto Sogeea – 15 milioni di domande totali: incredibilmente oltre 5 milioni risultano ancora inevase. Il lettore potrebbe pensare che lo Stato abbia almeno incassato molto da questi condoni che costano bellezza, salute e vite al territorio: la risposta è no. Sempre nella Breve storia, Berdini ha calcolato che negli ultimi tre condoni per ogni 100 euro incamerato dall’erario, poi se ne siano spesi 300 per le opere di urbanizzazione (portare agli abusivi fogne, acqua, elettricità, eccetera) e per l’istruzione delle pratiche. Gli incassi sono stati 15 miliardi, le spese circa 45 e sono andate tutte a gravare sulle finanze comunali.

Nonostante questo ogni tanto qualcuno parla di condono o sanatoria declinata in vari modi: dall’abusivismo “di necessità” fino al salvataggio della “prima casa” purchessia. E così ogni anno qualche altro migliaio di italiani si aggiunge a quegli abusivisti che non hanno neanche mai tentato di condonare le loro abitazioni perché sono troppo abusive persino per un condono: nel 2010 l’Agenzia del territorio tentò di quantificarle e scoprì una discreta metropoli da 1 milione e 200 mila immobili.

Lavitola dal bistrot: “Silvio, vai in carcere a trovare Dell’Utri”

In via dei Quattro Venti, nel cuore di Monteverde vecchio, quartiere di registi di sinistra come Nanni Moretti, ha aperto una pescheria-bistrot. Si chiama “Cefalù” e il sito gastronomico Puntarella Rossa lo ha recensito positivamente aggiungendo: “nel locale sarebbe coinvolto il faccendiere Valter Lavitola. Leggenda metropolitana?”.

Tutto vero. Lavitola ogni giorno passa la sua giornata in questo locale dietro al banco del pesce o intento a cucinare piatti semplici a prezzi popolari. Si infervora quando i collaboratori sbagliano a estrarre il nero delle seppie e gongola quando i clienti di sinistra gli fanno i complimenti per i suoi moscardini senza riconoscerlo.

Lavitola che ci fa dietro al bancone tra totani e polpi?

Cerco di ricominciare. Quando sono uscito dal carcere un amico che abita qui mi ha offerto ospitalità e ho pensato che una pescheria-bistrot a Monteverde avrebbe funzionato. Ho trovato i soci e un prestito e siamo partiti.

Lei pochi mesi fa a Emiliano Fittipaldi de L’Espresso ha detto di avere avuto da Silvio Berlusconi nel 2010 ben 500 mila euro in contanti usati per ottenere dai funzionari di Santa Lucia i documenti contro Fini sulla famosa casa di Montecarlo. Non le sembra una macchina del fango a pagamento?

Non esageriamo. Ho avuto quei soldi da Berlusconi per la mia attività giornalistica con L’Avanti!. Certo, poi io ho usato parte di quella somma per pagare le mie fonti e fare uno scoop. Come fanno tutti i giornalisti.

Le fonti di regola non si dovrebbero pagare. Soprattutto con i soldi del premier per abbattere un rivale. Non solo. Lei ha raccontato pure che fu un agente dei servizi segreti britannici ad aiutarla. Sembra un complotto internazionale ai danni di Fini

Sono normali rapporti internazionali con l’intelligence. Quell’agente è stato la fonte di uno scoop. Io non ero il perno di un complotto. Ero solo un giornalista che ha sfruttato le sue relazioni.

Lei è stato tre anni e mezzo in galera. Cosa le ha lasciato di buono quell’esperienza?

Le dico solo che quando sono caduto nella doccia mi sono rotto il femore. Avevo le ossa che si sbriciolavano perché non c’era più vitamina D nel mio corpo. Per troppi anni non ho preso luce in cella. Io non credo che la galera porti qualcosa di buono. Ora però voglio guardare avanti grazie a questa attività.

Lei segue la politica e sente Berlusconi?

Non ho praticamente più contatti con lui ma gli auguro di vincere per dimostrare che nel 1994 voleva fare la rivoluzione liberale e non i suoi interessi. È l’ultima occasione. Faccio il tifo per lui.

Lei in passato non era così ben disposto verso di lui. Ha anche cercato di ricattarlo, almeno a leggere alcune lettere minacciose trovate dai pm di Napoli…

Quei fogli sono stati trovati in un computer di una terza persona e non li ho scritti io.

Secondo lei Berlusconi ha fatto poco per i suoi collaboratori in difficoltà?

Questo tipo di domande necessitano di risposte lunghe e non mi interessano. Io vorrei parlare della pescheria.

Lei ha fatto tre anni e mezzo in galera e lo stesso sta accadendo per Dell’Utri. Entrambi, con accuse diverse, siete finiti nel mirino dei pm anche per i vostri rapporti con Silvio Berlusconi. Lui ha fatto abbastanza per voi?

Su di me non mi va di rispondere. Ma su Dell’Utri penso che effettivamente Berlusconi una cosa in più dovrebbe farla. Semplicemente deve andare a trovare Marcello in carcere. Io ho fatto quell’esperienza terribile e sarebbe importante questo gesto per un anziano signore che ritiene Berlusconi suo fratello. Una visita in carcere farebbe bene a Marcello e non penso nemmeno che nuocerebbe dal punto di vista mediatico a Berlusconi.

Dopo l’esperienza della pescheria-bistrot tornerà a occuparsi di politica?

Sto aspettando l’iscrizione all’Ordine per tornare a collaborare con i giornali e sto scrivendo un romanzo ispirato alla mia vita.

Il Caimano è davvero fra noi: c’è anche il condono edilizio

Il copione è già visto, ingiallito per le troppe repliche, ma Silvio Berlusconi non sembra farsene un cruccio. Da vecchio leone delle campagne elettorali sa che certi temi toccano le corde più profonde di una parte del suo potenziale elettorato e magari qualche migliaio di voti in più riesce a portarlo a casa. L’unica differenza col passato è che l’ex Cavaliere questa volta viene attaccato, e smentito, pure dai suoi alleati.

La notizia è che Berlusconi ieri mattina, dai microfoni di Radio 24, è tornato a pronunciare la parolina magica: condono, questa volta edilizio. “Chi deve costruire una casa o aprire un’attività non dovrà più aspettare anni per permessi e licenze”, ha detto il leader forzista. “Basterà dichiarare l’inizio dell’attività assumendosi la responsabilità di rispettare le leggi”, continua, “e solo dopo, ex post, arriverà un controllo che, nel caso di irregolarità, assegnerà un periodo di tempo per sanarle”. “Un condono?”, gli viene chiesto. “Lo chiami come vuole, ma una sanatoria edilizia per i casi di abusivismo di necessità serve per raggiungere una pace sociale tra cittadini e fisco”, risponde l’ex Cav. Seguirà smentita pomeridiana: “Il presidente non ha mai parlato di condono, ma di una semplificazione amministrativa”, recita una nota di Forza Italia.

Non è la prima volta che il Caimano si butta sui condoni, edilizi o fiscali che siano. Durante la campagna elettorale del 2013 se ne uscì con la proposta di un condono tombale in campo fiscale ed edilizio da portare al primo consiglio dei ministri in caso di vittoria. Ma, andando indietro con gli anni, le sue non sono state solo promesse elettorali. Nel dicembre del 1994, col suo primo governo, emanò la legge 724 che estese il condono del governo Craxi del 1985 – il primo in assoluto firmato dal ministro dei Lavori pubblici Franco Nicolazzi – a tutti gli abusi edilizi fino al 31.12.1993. Col secondo governo, nel 2003, arrivò un’altra sanatoria grazie alla conversione in legge del decreto 269, che prevedeva “disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dei conti pubblici”.

Poi si è esibito anche sul fisco: per esempio col “concordato fiscale di massa” del 1994 o gli scudi fiscali per il rientro dei capitali all’estero nel 2002-2003 e nel 2009-2010 targati Giulio Tremonti, grazie ai quali gli evasori si sono potuti mettere in regola pagando quattro spiccioli.

La proposta di ieri, però, è stata rispedita al mittente in primis dal suo principale alleato. “L’edilizia si rilancia togliendo burocrazia e tagliando tasse folli, ma dico no a ogni ipotesi di condono per abusi edilizi”, ha detto Matteo Salvini. Più soft, ma pur sempre critica, Giorgia Meloni. Matteo Renzi, invece, punta il dito sulla ripetitività: “Nell’ultimo mese di campagna elettorale Berlusconi propone sempre il condono edilizio: la fantasia al potere”. “È un’idea criminale”, attacca Pietro Grasso (LeU). “Quando Berlusconi dice queste cose parla direttamente alla mafia, a una parte di Paese che pensa che l’illegalità sia la soluzione”, afferma Alessandro Di Battista (M5S).

Ferrara logora chi ce l’ha

Io non so come dirlo, perché mi sa che Renzi il Fatto lo legge ancora. Però dài, pazienza. Matteo, se stai leggendo, tieniti forte, fatti coraggio e tròvati una sedia comoda, meglio una poltrona, ché certe notizie è meglio ascoltarle da seduti. Te la metto giù così nuda e cruda, senza inutili preamboli o ridicoli eufemismi per indorare la pillola, tipo quando uno muore sul colpo e ai parenti dicono che è grave in ospedale: Giuliano Ferrara vota Pd. L’ha annunciato lui stesso ieri, sul Foglio, forse per mettere sull’avviso gli sventurati destinatari del suo voto, affinché – se ci riescono – adottino le dovute precauzioni contro il suo endorsement mortale: “Non avrei mai pensato che avrei dovuto votare nel mio collegio romano, in quanto sostenitore dell’unico partito costituzionale residuo, per un Pd che mi porterà la mano a metter la croce su Paolo Gentiloni alla Camera, e vabbè, e Emma Bonino al Senato” (ma sì, pure l’abortista Bonino, che per chi 10 anni fa fondò la lista “Aborto? No, grazie” non è niente male).

Lo so, è una minaccia atroce, e durissima da accettare per chi sperava nella remuntada renziana. Ferrara, basta la parola: col suo bacio della morte, ne ha fatti secchi più lui che il colera. Ora al Nazareno diranno: ma come, già abbiamo la Picierno, la Rotta, la Morani, la Madia, la Fedeli, la Boschi-Wälder, la Lorenzin, e poi Lotti, Faraone, Carbone, Anzaldi, Andrea Romano, Mario Lavia, Rosato, persino Casini, tutte sfighe che al confronto le dieci piaghe d’Egitto erano Disneyland, e ora ci tocca pure Ferrara? Ma perché proprio a noi, ma che abbiamo fatto di male, ma quali peccati originali dobbiamo espiare, ma che colpa abbiamo noi, ma allora Dio non esiste o forse c’è ma ci sottopone a prove disumane che non siamo in grado di superare. Ma allora finiteci con un colpo secco alla nuca e facciamo prima. Però è così, non c’è niente da fare, tanto vale farsene una ragione, stringere i denti, pregare molto, rassegnarsi, aspettare che il tempo rimargini la ferita, essere forti.

Noi, per quel che vale, siamo solidali col Pd nell’ora forse più grave della sua storia. L’abbiamo criticato, sì, anche duramente, per le boiate che ha combinato nei primi dieci anni di vita, soprattutto negli ultimi cinque. Però una punizione così terribile, direi veterotestamentaria, non la meritava neppure Renzi. L’appoggio di Ferrara, come se non bastasse il bacio della morte di Eugenio Scalfari, è uno di quei colpi da cui nessuno s’è mai rialzato. Eccetto i fortunati che, dopo averlo avuto sul groppone, sono riusciti a liberarsene. Infatti Berlusconi, appena appresa la notizia, ha quasi ripreso i colori.

Ieri l’abbiamo visto in gran forma a Sky, con i capelli gommati di Ken in un’inedita nuance fra il mogano e il tramonto sul Bosforo, o forse era solo Nutella spalmata. E ora può confidare, come il M5S, in un grande exploit elettorale. Salvo che, si capisce, Ferrara cambi idea e si butti a tradimento su qualche altro malcapitato. La regola è fissa da decenni: Ferrara logora chi ce l’ha. Per capire chi vince o chi perde le elezioni, basta vedere con chi non sta Ferrara.

Ricordate il Pci? Ferrara c’era, sappiamo com’è finito. Ricordate Craxi? Ferrara c’era, sappiamo com’è finito. Ricordate il primo governo B.? Lui c’era, ministro e portavoce: sappiamo com’è finito (sette mesi e tum: morto). Ricordate le elezioni al Mugello? Lui c’era, candidato di FI contro l’orrido Di Pietro: sappiamo com’è finita (centrodestra al 16% e l’ex pm al 68). Ricordate la guerra in Iraq? Lui c’era, anzi era più busciano di Bush, tant’è che le truppe angloamericane entrarono in Baghdad a bordo di Ferrara: sappiamo com’è finita (una ritirata che Caporetto al confronto fu una marcia trionfale). Ricordate la lista “Aborto? No, grazie” alle elezioni del 2008? Ferrara c’era, l’aveva proprio fondata lui e minacciava di prendere almeno il 5%: sappiamo com’è finita (più uova in faccia che voti). Quella fu l’unica volta in vita sua che portò sfiga a se stesso, sostenendosi da solo. Poi riprese a menar gramo agli altri, l’attività che gli riesce meglio.

I cimiteri della politica sono lastricati di lapidi con le foto delle sue vittime illustri: D’Alema, da lui sostenuto per il Quirinale nel 2006 (infatti fu eletto Napolitano); Rutelli, da lui appoggiato per il ritorno in Campidoglio (infatti vinse Alemanno); Veltroni, da lui molto elogiato agli albori del Pd per il tenero dialogo col “CaW” (infatti un anno dopo dovette dimettersi da segretario); Fini, da lui supportato dopo il distacco da B. (bye bye); Enrico Letta, sponsorizzato per il governo di larghe intese del 2013 (deceduto in nove mesi); Renzi, che aveva il vento in poppa finché Ferrara gli dedicò il libro & soffietto The Royal Baby (zac: stecchito). Una strage. Senza contare il suo frenetico attivismo in politica internazionale, col sostegno ai Neocon americani (una prece), a Sarah Palin contro Obama (le sia lieve la terra), a Hillary Clinton contro Trump (ciao core). E le avventure editoriali? Una collezione di fiaschi da far impallidire una cantina sociale: dalle vendite clandestine del suo samiszdat Il Foglio (che ha più redattori che lettori) alle percentuali di share da albumina dei suoi programmi tv su Mediaset, La7 e Rai, che impiegarono anni per riaversi delle perdite, anche perché lui, per ogni flop, si fa pagare bene. Fra le grandi catastrofi del 900, Ferrara ha mancato solo il terremoto di Messina e l’ultimo viaggio del Titanic, ma non per cattiveria: per esclusivi motivi anagrafici. Ora l’arma letale del giornalismo italiano si accanisce sul corpo già martoriato del Pd, con particolare ferocia contro Gentiloni e Bonino. Infatti non si contenta di annunciare che li vota. No: scrive proprio, con linguaggio sepolcrale, di volerci “metter la croce”. Praticamente, l’estrema unzione.