“Formula Lampedusa”: usato sicuro sul palco

Gianni Morandi: presente. Fiorello: presente. Laura Pausini: presente. Biagio Antonacci: presente. Danilo Rea: presente. Piero Pelù: presente. Gianna Nannini: presente. Giuliano Sangiorgi: presente. Nek-Pezzali: presenti.
Si fa prima a dire chi non c’è stato. Non sul palco dell’Ariston, ma su quello della spiaggia Guitgia di Lampedusa. Il “dittatore” artistico, nell’invitare gli ospiti di questo Sanremo, è andato sul sicuro: la kermesse isolana “O’ Scia’”, andata avanti per dieci anni, ha visto gli stessi protagonisti che ascolteremo duettare con lui (e anche molti di quelli in gara a Sanremo). Anche allora, la formula era stata quella “tutti cantano Baglioni”. “A Lampedusa facevo una rassegna molto più nascosta e anche lì avevo imparato l’arte dell’incontro”. Incontro sicuro non si cambia.

La verve di un Gentiloni per sonnecchiare sereni

De gustibus non est disputandum. Ciascuno di noi si mette davanti alla tv e scrutando Sanremo, scruta l’Italia. I pubblicitari, per esempio, hanno visto che le canzoni fanno bene alla tavola. Inserzioni massicce di olio, pomodori pelati, cioccolata fondente. Significa che con le canzoni, o canzonette, si mangia. E dove c’è il Pil c’è lui, Paolo Gentiloni. Scrutando Sanremo Pier Luigi Bersani nota che Claudio Baglioni dà l’idea di essere un po’ il Gentiloni del Festival. Aplomb da forza tranquilla. In questo caso tranquillissima. Per la verve e l’energia mostrata, e rimanendo sempre ben piantato al centro della scena, a noi ricorda di più quei mattacchioni dell’Udc ai tempi in cui sonnecchiavano, e senza neanche dividersi, in Parlamento.

Strega 2018, meno potere alle case editrici

“Fino all’anno scorso esisteva una costituzione materiale prevalente su quella formale. Dal 2018 si cambia”. Stefano Petrocchi, presidente della Fondazione Bellonci organizzatrice del Premio Strega, così sintetizza le novità introdotte nel regolamento per la selezione dei titoli che parteciperanno al più prestigioso premio letterario italiano.

“Il motore delle candidature – spiega Petrocchi – è formalmente nelle mani degli Amici della domenica (i 400 selezionatori, ndr)

ma di fatto il boccino era nelle mani delle case editrici, che decidevano se e con quale titolo concorrere per poi individuare i due Amici della Domenica necessari per presentare il titolo. Il risultato era che non venivano proposti più di 25-27, uno solo per ciascuna casa editrice”

In che modo la “costituzione formale” degli Amici della domenica dovrebbe tornare a prevalere sulla “costituzione materiale” delle case editrici? Con una semplice ma significativa modifica al regolamento: “Al fine di coinvolgere più attivamente gli Amici della domenica nella fase di selezione delle candidature, il Comitato direttivo – spiega il sito ufficiale – ha stabilito che a partire dall’edizione 2018 ogni Amico avrà facoltà di segnalare liberamente e singolarmente un’opera che ritiene meritevole di concorrere, senza alcuna necessità di associarsi a un altro giurato”.

Nessun accordo, nessuna imbeccata, a ciascuno il suo titolo preferito del 2018. Questo potrebbe aprire le porte alla selezione di titoli in corsa per il Premio Strega senza la preventiva scelta delle case editrici: “Il nostro obiettivo – prosegue Petrocchi – e innanzitutto avere a disposizione il maggior numero di libri possibile, nonché permettere al Comitato direttivo la possibilità di ragionare anche su titoli non presentati dagli Amici della Domenica”. Il comitato direttivo, cui spetta selezionare i dodici in gara e la cinquina finale, potrà a sua volta (dichiarandolo) indicare uno o due candidati.

Stando al nuovo regolamento, dunque, i rumors sulle scelte delle case editrici rischierebbero di essere oziosi, ma non è detto – anzi – che la costituzione materiale molli facilmente la presa. Occhio dunque – come anticipato da illibraio.it – a Con molta cura (Rizzoli) di Severino Cesari (l’inventore di Einaudi stile libero recentemente scomparso), Storia della mia ansia di Daria Bignardi (Mondadori), Ipotesi di una sconfitta (Giorgio Falco) e Lealtà (Letizia Pezzali) per Einaudi, La ragazza con la Leica (Guanda) di Helena Janeczek, Le stanze dell’addio (Yari Selvetella) e L’arrivo di Saturno (Loredana Lipperini) per Bompiani, Come un giovane uomo (Carlo Carabba) per Marsilio, solo per citare alcune tra le “maggiori” case editrici.

Si fa presto a dire “Dancer” se ti chiami Sergei Polunin

Quando in sala le luci si spengono e i fari puntano sul palco, quando non rimane che guardare la lucetta verde là in fondo che indica la via d’uscita – faro per orientarsi nelle piroette –, quando la musica diventa uno spazio fisico intorno al quale c’è solo silenzio, è allora che la magia avviene: tu sei la tua danza. Anzi, “il salto sei tu”. In quel momento non ci sono lutti, non ci sono ferite – neanche le punte sanguinanti dei piedi si sentono –, non ci sono rancori, e forse non c’è nemmeno il giorno a venire. Ecco perché, quando danza, Sergei Polunin sembra trasfigurato. L’hanno chiamato il nuovo Nureyev, l’enfant prodige, il bad boy della danza, il “talentuoso ribelle”. Ognuna di queste definizioni è giusta, ma al tempo stesso non basta. E soprattutto rischia di trasformarsi in una gabbia molto più stretta di quella del Royal Ballet da cui Sergei è fuggito.

La sua non è una storia come tante, neanche come quella di tutti ballerini che hanno raggiunto il successo a suon di sbarra e sacrifici. C’è un docufilm che prova a raccontarla, Dancer, diretto da Steven Cantor e distribuito in questi giorni in poche sale italiane (stasera al nuovo Anteo Palazzo del Cinema di Milano, preceduto da un incontro con lo stesso ballerino).

Sergei Polunin è nato 28 anni fa a Cherson, nell’Ucraina del sud, dove sono tutti poveri e quindi la povertà non si sente. A scuola fa ginnastica, ma sua madre intuisce che non può essere solo quello e lo iscrive a un corso di danza. Il talento è puro e va forgiato, ma la famiglia non ha le possibilità economiche per sostenere gli studi. E allora cosa non si fa per un figlio o un nipote: il padre di Sergei emigra in Portogallo, la nonna diventa la badante di un’anziana in Grecia. La madre no, la madre lo porta a Kiev e gli resta accanto. È lei che lo spinge a tentare un’audizione alla Royal Ballet School di Londra. Centinaia di aspiranti danzatori, solo pochi ce la fanno. Sergei è uno di loro. Grazie a una borsa di studio della Rudolf Nureyev Foundation si trasferisce a Londra, la madre lo segue per un breve periodo, poi il visto le scade ed è costretta a tornarsene in patria. Quel figlio prediletto, su cui tutta la famiglia ha tanto puntato, rimane solo con la sua danza. È il migliore del corso, neanche a dirlo, è talmente bravo che salta tre anni di scuola. Fino alla promozione: a 19 anni, Sergei Polunin diventa il primo ballerino più giovane nella storia del Royal Ballet. Un fenomeno che la stampa inglese non esita a definire – appunto – il nuovo Nureyev.

Ma quando balli, racconta il ragazzo nel docufilm, “ti senti prigioniero del tuo corpo, del bisogno di ballare” e lui in gabbia non ci sa stare. “Da piccolo mia madre è stata molto esigente con me; ho sempre sperato di infortunarmi, per avere una scelta. Mi chiedevo: perché sono costretto a fare delle cose, solo perché sono bravo?”. Quell’enorme responsabilità, il peso di tutti i sacrifici che la sua famiglia ha sopportato per lui, sono mine pronte a deflagrare nel corpo prodigioso di un ventenne. Manca la miccia, che non tarda ad arrivare: i suoi genitori divorziano. È l’esplosione. Anzi, l’implosione: “Non sono stato capace di sistemare le cose. Non ho più pianto per anni”. Sergei si tatua il corpo – aberrazione per un ballerino classico – si ubriaca fino a svenire, assume droghe che non gli fanno sentire la fatica e il dolore fisico.

E molla. Nel 2012, due anni dopo la promozione, Sergei Polunin lascia il Royal Ballet. Torna in Russia, dove il ballerino Igor Zelenskij lo prende sotto la sua ala protettiva e lo fa esibire. Ma anche questa è una storia d’amore che dura poco. Al “bad boy” ogni repertorio sta stretto. E così decide di dedicarsi a un’ultima coreografia, chiede la collaborazione del fotografo David Lachapelle e danza sulle note di Take Me to Church di Hozier. Il video finisce su Youtube, lo vedono (fino a ieri) quasi 23 milioni di persone. Il mondo reclama la sua danza. Libera, come lui. La vita normale che sperava (davvero?) di avere, a Sergei Polunin non è data. Deve farlo a modo suo, ma deve continuare a danzare. E non perché glielo chieda il mondo. Ma perché quando si spengono le luci in sala, il salto è lui.

Fiorello re a Sanremo. Salva il Festival (e Baglioni)

Laura non c’è, ma tutti gli altri sì (Nek compreso, nei prossimi giorni. Per sapere quando bisognerebbe interrogare la Pizia). E soprattutto tutti cantano Baglioni: il Festival numero 68 si è aperto con una sigla corale, i concorrenti schierati con il direttore artistico sul palco per un’inaugurazione che (ma va?) è un brano scritto dal divo Claudio di persona personalmente. L’effetto però è kitsch, un po’ troppo Zecchino d’oro. Arriva subito l’asso della manica, il Fiorello nazionale, il salvatore della patria che ha ceduto alle lusinghe solo una settimana fa. Ieri sera ha cominciato proprio leggendo il messaggio con cui Baglioni l’ha convinto (mozione dei sentimenti). I suoi pezzi, stretti dai paletti della par condicio, sono stati divertenti e veloci, tra imitazioni e battute e uno sketch “elettorale” che avrà fatto tremare i vertici di Viale Mazzini. Ma il pezzo forte è il medley con testi e melodie di Baglioni e Morandi mischiati: un capolavoro che resterà nella storia della tv.

Alla Rai è andata di lusso: l’incursione di un uomo che ha interrotto il monologo all’inizio della serata è stata gestita magistralmente da Fiorello. È riuscito a perfino a improvvisare: “Nemmeno cavallo pazzo è più quello di una volta. Un tempo si arrampicavano sulla balconata. Ora chiedono il permesso”. Subito dopo Fiorello, il padrone di casa ha recitato un ampolloso monologo composto di citazioni delle sue canzoni, ma la distanza tra la leggerezza dello showman e la retorica autoreferenziale del “direttore artistico” ha cambiato subito la temperatura della puntata. Fino al secondo intervento di Fiorello. Che nel pomeriggio aveva intrattenuto la sala stampa con un ritmo che sul palco, è stato subito evidente, farebbe parecchio comodo in tutte le serate: saranno una lunghissima maratona canora, anzi una monografia, un Cantagiro personale, un “Tutto Baglioni minuto per minuto”.

Oltre alla sbornia di palcoscenico – roba che manco Mentana nei momenti di maggior impegno – il cantautore farà anche incetta di diritti Siae: a occhio (non ci dicono quasi niente) dovrebbero essere almeno una decina le sue canzoni mandate in prima serata e riprese poi dalle varie trasmissioni che si occupano del Festival durante la settimana. Per non dire delle radio che rimanderanno i vecchi successi: un’operazione commercialmente riuscita, non proprio di buon gusto. Sul tema “un Festival della canzone intervallato da altre canzoni”, Fiorello era intervenuto anche nelle “prove” in sala stampa annunciando: “Potrei anche cantare, ho come l’impressione che manchi la musica in questa edizione. Quest’anno se non canti ti arrestano”. E infatti nel secondo pezzo ha cantato E tu: il guaio è che fa Baglioni meglio di Baglioni. Tanto che incassa anche un tweet delll’onniprensente Matteo Renzi.

Da segnalare nella giornata una conferenza stampa moscissima, con la banda del Dopofestival guest star. La polemica di giornata è toccata a Laura Pausini: sta davvero male o temeva che la sua esibizione venisse eclissata dall’ingombrante presenza di Fiorello? È stato proprio lui a farci ascoltare, nel pomeriggio, un messaggio audio della cantante con la voce rauca, che anche nella telefonata in diretta è apparsa un po’ provata.

Detto questo, sabato sera Pausini arriverà. In mattinata c’è stato tempo per fare al direttore di Rai Uno Angelo Teodoli una domanda sullo share: “Anche dopo l’infornata du big vi accontate del 40%?”. “Qualcosi di più si può fare”. L’anno scorso la coppia più bella del mondo (Carlo Conti e Maria De Filippi) aveva totalizzato uno share del 50.37% share con 11.374.000 spettatori. Stamattina sapremo, anche se grazie al magistrale Fiorello, gli ascolti potrebbero essere un po’ dopati: il giorno della verità sarà domani, quando sapremo i dati della seconda, difficilissima, serata.

E il Voltaren si comprò il governo ateniese

Tra i tanti scandali che hanno macchiato la reputazione dei politici greci quello scoppiato ieri ha tutte le caratteristiche per distruggere definitivamente le speranze dei comuni mortali nei confronti della già vituperata classe politica. Perché le cospicue tangenti – per un totale di almeno 50 milioni di euro – che ministri vecchi e nuovi di punta del maggior partito di opposizione, Nea Demokratia, e del partito socialista (Pasok) avrebbero preso dal gigante farmaceutico svizzero Novartis, secondo la magistratura greca, sarebbero state elargite quando la crisi economica era già conclamata. Ovvero quando la maggior parte dei greci non era più in grado di acquistare le medicine della casa farmaceutica essendo diventate troppo costose.

La magistratura sostiene che la crescita dei prezzi Novartis sia dovuta al fatto che almeno dieci, tra legislatori e ministri, hanno accettato di imporre prezzi più alti in cambio di mazzette. Tra questi ci sarebbero l’attuale ministro socialista della Salute, Panayotis Kouroumplis, esponente dei socialisti, gli ex primi ministri di centro destra Antonis Samaras e Panagiotis Pikrammenos, l’ex ministro del Pasok Dimitris Avramopoulos, oggi commissario della Ue per l’immigrazione, Yannis Stournaras già ministro delle Finanze nel governo di centro destra fino al 2014 e consigliere speciale della Banca centrale greca nonché ex membro della commissione monetaria della Ue ed Evangelos Venizelos, uno dei più longevi e potenti esponenti dei socialisti.

Nell’aprile dello scorso anno, il parlamento votò a favore dell’apertura di un’inchiesta su presunti scandali sulla salute e il governo presieduto da Tsipras affermò che le amministrazioni socialiste e conservatrici per decenni hanno permesso agli appaltatori di sovraccaricare gli ospedali di attrezzature, forniture e medicine in cambio di tangenti. Il ministro della giustizia greco Stavros Kontonis ha dichiarato che Novartis probabilmente ha corrotto anche “migliaia di medici e dipendenti pubblici”. Che ci sia sotto qualcosa di grosso, lo si era capito dal tentato suicidio nella notte di Capodanno del 2017 di un manager della Novartis che lavorava nella sede di Atene. Il tentativo fu sventato, e una fonte giudiziaria rivelò che il manager era fra quelli interrogati sulla presunta corruzione. Intanto la Novartis è indagata dall’Fbi, sospettata di aver pagato tangenti per aumentare le vendite di alcuni dei suoi medicinali, e ha già ricevuto una multa di 390 milioni di dollari dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Nel marzo 2017, Novartis ha anche pagato 25 milioni di dollari per liquidare i sinistri relativi alla sua controllata cinese. Ora la Commissione parlamentare dovrà riunirsi per decidere se togliere l’immunità ai presunti corrotti ancora seduti in Parlamento.

Große Koalition 2018, sanità e contratti a tempo sono gli ultimi ostacoli

Sanità – comparto nel quale i socialdemocratici chiedono più attenzione – e lavoro (la disputa è sull’utilizzo dei contratti a tempo) sarebbero gli ultimi ostacoli alla rinascita della GroKo, acronimo di Große Koalition, la grande coalizione sfiduciata dagli elettori alle elezioni federali del 24 settembre e che ora i partiti ripropongono.

Cdu, Csu ed Spd hanno prorogato i negoziati per raggiungere un’intesa e assicurare un “governo stabile” alla Germania. Le trattative, incluse quelle precedentemente saltate per un possibile esecutivo in versione Giamaica, vanno avanti da quasi 140 giorni. Un’eternità anche per Angela Merkel, cancelliera dal 2005.

Finora aveva impiegato in media quasi 61 giorni per formare il suo governo. Helmut Kohl, l’uomo dell’unificazione e suo mentore, si è fermato poco sopra i 37 giorni. Più veloci, ma anche con due sole legislature, sono sempre stati i socialdemocratici Gerhard Schröder (30) e Willy Brandt (25). Un segnale importante ai negoziatori dei tre partiti è arrivato dall’economia con la chiusura piuttosto rapida del rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Quasi un monito: le risposte della politica non possono essere troppo lente. L’accordo è vicino e tutti ripetono di volerlo raggiungere. Un sorridente Alexander Dobrindt (Csu) si era dichiarato ottimista, ma “ciascuno deve uscire dalla proprie trincea”. Martin Schulz (Spd) si era dimostrato tanto fiducioso da ipotizzare un accordo entro la giornata, o la nottata. Il “giro conclusivo”, cioè quello con i leader di partito, non è stato tuttavia ancora convocato. Almeno non fino al momento della chiusura del giornale. Per questa mattina sono stati convocati una serie di incontri che dovrebbero essere collegati all’approvazione del contratto di governo da parte della Cdu. Poi dovrebbe toccare alla Csu bavarese, mentre la Spd interpellerà gli iscritti come aveva già fatto nel 2013. I giovani socialdemocratici (Jusos), hanno già detto che si impegneranno per affossare l’intesa.

Perfida Albione: Assange resta nella prigione dorata

La speranza di tornare libero, per Julian Assange, è svanita alle 14 di ieri, quando il giudice Emma Arbuthnot della Magistrates Court di Westminster ha rigettato il ricorso dei suoi legali sulla validità del mandato di arresto che lo costringe, da quasi sei anni, all’esilio nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

Nel febbraio 2011 Assange, che si trovava a Londra, era stato raggiunto da un ordine di estradizione verso la Svezia, dove era accusato di violenza sessuale. I suoi legali avevano presentato diversi appelli, tutti respinti, e nel frattempo lui aveva accettato la protezione diplomatica offerta dall’Ecuador, rifugiandosi in ambasciata. Il mandato di arresto era stato spiccato nel giugno 2012 al suo rifiuto di presentarsi alla polizia britannica che intendeva estradarlo.

Nel maggio scorso, quando la Procura svedese ha archiviato l’inchiesta, è decaduto anche il mandato di arresto europeo che su quelle accuse si basava.

Su questa premessa il 26 gennaio scorso gli avvocati del fondatore di Wikileaks hanno quindi richiesto una revisione del mandato. Ma per il magistrato resta in piedi la motivazione dell’arresto, cioè l’iniziale violazione della libertà condizionata, indipendentemente dal fatto che le accuse iniziali siano cadute, e quindi ha respinto il ricorso. “Non convinti che il mandato debba essere ritirato”, è la logica conclusione giuridica.

E così Assange resta prigioniero di muri sempre più stretti. Dopo 5 anni di reclusione forzata, la sua situazione sembra inestricabile. Tanto che, il 10 gennaio scorso, il ministro degli Esteri ecuadoriano, Maria Fernanda Espinosa, aveva lanciato un appello a trovare una soluzione condivisa con il Regno Unito, e poco dopo il governo di Quito, per facilitarne la liberazione, aveva rilevato di aver concesso all’attivista australiano la cittadinanza dell’Ecuador.

Tutto inutile, per ora: il governo britannico non si smuove dalla sua posizione: se Assange lascia l’ambasciata dovrà affrontare la giustizia. Con il rischio, sempre presente, di una estradizione verso gli Stati Uniti, dove potrebbe essere incriminato per divulgazione di materiale classificato, come Chelsea Manning – il militare che passò a Wikileaks informazioni sulla guerra in Iraq – prima di lui.

La battaglia legale, comunque, non si chiude così. Gli avvocati di Assange hanno presentato altre obiezioni. La prima riguarda le sue condizioni di salute, che si sarebbero peggiorate, e hanno parlato apertamente anche di “depressione” dopo gli anni di confino nelle stanze dell’ambasciata.

Hanno poi chiamato in causa due sviluppi importanti del dossier Assange: nel 2016 il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie ha definito “illegale” quella a cui è costretto Assange.

E a dicembre scorso una Corte britannica ha stabilito che Wikileaks è una pubblicazione giornalistica, riconoscendone il diritto, in base alla legge sulla libertà di stampa, di diffondere le informazioni di pubblico interesse, se ne entra in possesso. Quanto alla pena prevista per violazione della libertà condizionata, i legali hanno sottolineato, ammonterebbe a sei mesi, molto meno degli anni già trascorsi nella detenzione di fatto dell’ambasciata.

Su questo aspetto, il giudice si pronuncerà il 13 febbraio.

Autismo, una “cura” alla candeggina

Sul suo account Twitter, Danny Glass si presenta con il nome esotico di Sun Fruit Dan e si definisce Health Coach, esperto di disintossicazione, specialista nell’eliminazione di parassiti, Youtuber.

Glass, 29 anni inglese di Margate, non ha alcuna qualifica medica, ma dal suo buen retiro in Thailandia sostiene di aver scoperto, grazie alla sua esperienza da “guaritore”, che l’autismo sarebbe provocato da non meglio precisati “parassiti” e che sia possibile curarlo con cure disintossicanti.

Fra quelle che raccomanda – e vende tramite un link sul proprio sito – c’è la Miracle o Master Mineral Solution (MMS), una soluzione a base di clorito di sodio – un potente ossidante usato come candeggiante, disinfettante e sbiancante a livello industriale – con l’aggiunta di acido citrico e acqua. Un prodotto molto simile alla candeggina, spacciato però come cura risolutiva per un’infinità di malattie e venduto a circa 30 dollari a bottiglietta. Fra gli effetti collaterali della sua ingestione ci sono diarrea, vomito e disidratazione. Nei siti che la vendono in tutto il mondo (Italia inclusa) il racconto della sua presunta “scoperta” da parte di tal Jim Humble, geniale ingegnere e poi fondatore della misteriosa chiesa Genesis II: un copione già visto di superstizione e “guarigioni miracolose” senza alcuna conferma scientifica. Eppure in Gran Bretagna a farne uso sarebbero stati anche bambini molto piccoli, come ha rivelato un’inchiesta del Sunday People, inserto domenicale del tabloid popolare Daily Mirror.

I giornalisti del Mirror hanno scoperto l’esistenza su Facebook di una pagina chiusa in cui genitori di bambini affetti da autismo si scambiavano segnalazioni e consigli per l’uso del MMS. Nell’inchiesta si leggono dettagli agghiaccianti, come il caso di una donna che consigliava di somministrare ai bambini fino a 16 dosi al giorno per periodi dai tre ai sei mesi. In un altro caso, una madre raccontava di aver utilizzato la soluzione sul figlio di due anni, che “piangeva molto durante il primo clistere ma poi è molto migliorato”.

In realtà, sia la Food Standard Authority che la britannica Medical and Healthcare Products Regulatory Agency (MHRA) hanno messo in guardia contro la MMS, ma questo non ne ha impedito la diffusione fra genitori, vittime di un cocktail altrettanto micidiale di ignoranza e disperazione per le condizioni dei figli. Eppure è proprio grazie a una madre che i giornalisti del Mirror sono riusciti a infiltrarsi nel gruppo Facebook e a documentarne le pratiche.

Emma Dalmayan soffre lei stessa di una forma leggera di autismo, e sono autistici cinque dei suoi sei figli. Ha scoperto l’esistenza del business della MMS quattro anni fa e ne è rimasta “disgustata”: “Non potevo credere che dei genitori potessero dare la candeggina ai propri figli”.

Da allora si batte per contrastare la diffusione della “cura miracolosa”, e chiede al governo britannico di fare di più per bandirla prima che qualcuno ci rimetta la vita.

Weinstein-Thurman-Tarantino. In scena il triangolo “mortale”

L’ultimo capitolo dello tsunami-Weinstein e dei suoi effetti collaterali – che ormai hanno assunto dinamiche trasversali e internazionali – ovvero la sortita, apparentemente tardiva, di Uma Thurman, costituisce in effetti un caso a parte.
Un episodio meno clamoroso di altri della tremenda saga, eppure, a occhio, ancor più intimamente emblematico di una realtà che coinvolgeva centinaia di persone, nello sterminato entourage di Harvey il moghul della Miramax e d’uno showbiz striato di coolness, che nascondeva tanti scheletri negli armadi di Hollywood.
Perché dopo tante rivelazioni, giaculatorie e j’accuse, qui s’arriva a chiamare in causa la vera triade regnante di quella casa ormai divelta e abbandonata, che fu il migliore studio di Hollywood al passaggio del millennio: Weinstein-Tarantino-Thurman, gli assi nella manica, i fuoriclasse della premiata ditta, legati da rapporti complicati ma soprattutto da una contorta complicità, che per molti versi (creativi, di visione, di rappresentazione) ne faceva le diverse teste della stessa idra.

Ora Uma, con distacco e con una qual rassegnazione, presenta il personale conto in sospeso per quella relazione, che evidentemente le è costata patimenti ben oltre l’immaginabile. Lo fa convocando una delle penne più scelte e singolari del giornalismo Usa, Maureen Dowd, editorialista del NY Times, inimitabile per come riesce a concepire la perversa congiuntura tra potere e controllo, tra ambizioni e frustrazioni, tra desideri e sopraffazioni, che costituisce buona parte della narrativa alla voce “Successo in America”. Il suo magistrale articolo raccoglie la versione di Uma, ma è quanto di più lontano dall’intervista-scoop che meni un altro colpo d’ascia al mostro. Piuttosto, è un sottile interludio, dal ritmo più confidenziale che confessionale, ambientato in un appartamento d’inverno, tra l’andirivieni pomeridiano dei figli dell’attrice. Pare sia come se, inesorabilmente, a questo punto la Thurman abbia avuto la consapevolezza di non poter tacere, non per aggiungere benzina al fuoco che arde, ma perché sottrarsi al suo turno nell’alzare il velo del non-detto, le sarebbe sembrato indecoroso. Dunque si ripercorre un copione non più sorprendente, costellato dagli agguati del produttore-orco ai danni della ragazza magnifica, prima sorpresa, poi offesa, infine afflitta dal limitare i danni, tenendo a bada le smanie del Tantalo. Soprattutto emergono i riflessi della relazione che – siamo sul turbolentissimo set di Kill Bill – legano la protagonista di quella perversa storia di vendette e il suo regista, che era stato e non era più il suo amante, ma continuava a essere il sacerdote della sua particolarissima icona. Emergono risvolti inattesi, imbarazzanti per la quantità di sofferenza che ne gronda: sono momenti di un rapporto, tra Uma e Quentin, usurato ma ancora saldo, sulla garanzia di una fiducia apparentemente infrangibile. E che invece si sgretola su quel set, tra violenze piccole e grandi, maltrattamenti e un incidente più grave degli altri: Tarantino insiste che la Thurman giri una scena automobilistica senza controfigura. Deve guidare a velocità sostenuta una decappottabile su una strada sconnessa. Uma ha paura, ma infine accetta, però perde il controllo dell’auto, finisce contro un albero e l’impatto le provoca traumi di cui soffre le conseguenze ancor’oggi. Ecco che s’innesca il meccanismo delle responsabilità, che aumentano dal “di chi è la colpa?”, fino all’impronunciabile “Uma era carne da cannone”, visto il suo rifiuto delle attenzioni di Weinstein. Dowd nell’articolo si mantiene in prodigioso equilibrio e non pronuncia condanne definitive. I social invece ribollono, eccitati dall’apparizione del filmato dell’incidente, che lo stesso Tarantino ha fornito, dopo molti anni e molte insistenze, all’attrice. Infine sia Uma che Tarantino tornano sulla questione, dicendo che, comunque sia, è acqua passata, le responsabilità ci sono ma il rispetto rimane. L’importante è che Weinstein sia stato fermato – su questo entrambi ora paiono d’accordo. Resta però un filo d’inquietudine, dopo aver letto un’altra di queste storie: la lunga convivenza col mostro – e chissà con quanti altri mostri – quell’entrare e uscire con noncuranza dalle grinfie dei vampiri, com’è stato veramente vissuto, come è stato veramente possibile, sia per le vittime che per i complici, più o meno consapevoli? Di sicuro resta l’odio, il rimorso di non aver parlato prima, e dunque queste denunce frantumate. Perché la simpatia per il diavolo non è un sentimento da cui ci si possa spogliare a intermittenza. Resta addosso. Insieme al rimpianto perché le cose sono andate come non dovevano. Fino a rendere fatua quella fortuna che sembrava averti baciata.