Ragazza arbitro presa a calci dal papà del baby calciatore

A diciassette anni una ragazzina-arbitro è stata presa a calci da un padre dopo che aveva ammonito in campo il figlio durante una partita tra due squadre giovanili.

È successo domenica scorsa a Monterchi, in provincia di Arezzo, al termine dell’incontro tra le squadre di giovanissimi umbre del Junior Tiferno e Bastia, in cui milita il figlio dell’aggressore.

Il padre non ha gradito l’ammonizione al figlio da parte di R.B., 17 anni, baby arbitro della sezione di Città di Castello, e così l’ha raggiunta e ha sferrato un violento calcio alla porta dello spogliatoio. La porta ha colpito la ragazza all’anca ferendola.

La 17enne è finita a terra dolorante e i dirigenti delle due squadre hanno fermato l’uomo. La ragazza è stata trasferita al pronto soccorso di Città di Castello, quasi in stato di choc. È stata poi dimessa con una decina di giorni di prognosi.

Allo stadio di Monterchi hanno svolto gli accertamenti i carabinieri della locale stazione. Sembra che il padre del calciatore ammonito abbia anche cercato di scappare dopo l’aggressione.

Sesso, droga e liceo classico: è il fallimento della Scuola

“Un professore meridionale in combutta con la vicepreside, richiedente asilo e affiliata all’Isis, convince un’intera classe di liceali ad assumere Lsd. Gli studenti poi sfilano nudi a quattro zampe per il corso cittadino”. Potrebbe essere una strampalata notizia di Lercio o il prossimo scandalo che riguarda la scuola italiana. Almeno ci sarebbe qualcosa da commentare davvero. Perché le chat fra docenti e alunni, i casi di coma etilico, di uso di stupefacenti, di violenza, di bullismo non sono scandali che possono essere propriamente addebitati alla scuola, nonostante siano fra gli argomenti che rimpolpano i titoli dell’informazione da mesi. In Italia la scuola viene mentalmente inserita nella categoria protettiva della famiglia e, per alcuni, della chiesa.

Famiglia, scuola, chiesa: la trinità pedagogica dell’igiene, del “liberaci dal male”, della purezza. Se parafrasando Tolstoj non tutte le famiglie sono felici, a giudicare dai dati spesso ignorati di femminicidi, abusi, violenze esiste davvero una notevole quantità di famiglie infelici “a modo loro”. Eppure all’interno del focolare domestico, come nelle sagrestie e negli oratori, ci si nasconde dietro un manto di ipocrisia. Visto che i panni sporchi si lavano in casa, e quindi in maniera omertosa, si fa finta che alcune cose non succedano nella vita reale. Se proprio capitano, almeno che venga intaccato l’anello più debole della catena: cioè la scuola. Ma una quindicenne che va in coma dopo essersi scolata un numero imprecisato di bottiglie non è un problema della scuola, o almeno non è solo della scuola. Quella quindicenne lo avrebbe fatto comunque, altrove, alla prima occasione. Sesso e droga riguardano una buona fetta degli adolescenti, non solo di oggi. Ignorare che sia così è un gesto da struzzi, ricorda l’atteggiamento di quelli che dicevano: “La mafia non esiste”.

Si potrebbe anche considerare quante volte questi scandali, questi peccati siano inventati, ma non si metterebbe a fuoco il nucleo del discorso. C’è questa roba qui che è la scuola, e vede due grandi attori protagonisti: i docenti e gli studenti. Non deve essere facile fare il professore attualmente: ti pagano uno schifo, con i coretti che “lavori solo 18 ore a settimana”, “tutta l’estate in vacanza”, e sei sempre vittima del pregiudizio di essere uno sfigato, mezzo fallito, perché “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”. Ecco, mettiamoci pure, che con la trasformazione dei presidi in dirigenti scolastici, i professori rischiano di diventare dei burattini, ricattabili dalla famiglie. Vuoi bocciare mio figlio? E io cambio scuola, vado dove lo promuovono e la tua scuola si svuota.

Il docente dal polso duro e lo sguardo arcigno, da punizione in ginocchio sui ceci, si è antropologicamente mutato nel prof amico, al quale dai del tu nel gruppo di Whatsapp. Che poi esistono davvero docenti appassionati, che con devozione missionaria sperano di migliorare il mondo con la scuola. E di questa fazione non fanno parte i maniaci, che chiedono foto porno alle alunne.

Se ci fosse una buona commistione di insegnanti che conoscono le loro materie e qualche epigono del prof. Keating stile L’attimo fuggente, saremmo già a cavallo. E poi c’è l’altra faccia della medaglia: gli studenti, ovvero la componente maggioritaria della scuola. Nella fascia delle superiori si tratta di ragazzi che vivono la stagione dell’adolescenza, una bolla a sé stante rispetto agli altri cicli della vita. Sono considerati i nuovi barbari, spesso criticati, a volte critici. Si sentono ripetere: “Siete il futuro” e poi quel futuro gli viene proposto in forma ridotta, impoverita, devastata. Fra i 14 e 19 anni vivono l’esperienza della formazione e della deformazione. A quell’età tutto appare come una burrasca o una bonaccia di noia.

Sono ragazzi, fisicamente sviluppati, dai modi adulti, capaci di violenze atroci, inaudite, irresponsabili, assediati da un mondo vetusto. Ascoltano Trap (che non vuol dire Trapattoni), seguono gli youtuber, stanno sempre incollati agli smartphone. Altro che approfondimenti come vorrebbe la vecchia scuola, loro surfano, navigano, si muovono a velocità siderali. Non vanno giù, vanno più in là. Non scrutano l’abisso, ma si proiettano oltre l’orizzonte. Gestiscono con disinvoltura la rete dei social, dove gli adulti si muovono con imbarazzante asincrono.

La scuola istituzione, la scuola dall’alto, prova ad adeguarsi con metodi risibili alla loro contemporaneità. Si abolisce il tema di letteratura in terza media, e giù con critiche trombone. Dove andremo senza letteratura? La domanda legittima sarebbe inversa: dove finiremo con la letteratura, che è uno spazio mentale e psicologico che valica spesso i confini di bene e male? Il punto è a cosa serve la scuola: a formare uomini o cittadini, menti libere o sudditi fedeli? Perché Dostoevskij ti porta nella mente di un gerontocida e Nabokov in quella di un pedofilo, Goethe, Dante, Bulgakov ti conducono all’inferno o a fare patti con il diavolo. La letteratura è fatta anche di sesso e di droga. Forse basterebbe un po’ di buon senso, anzi di senso della responsabilità, e che questi due poli, docenti e studenti, abitassero la scuola facendo muro contro l’idiozia. Carlo Cipolla sosteneva che non i banditi, ma gli stupidi fossero il vero rischio della società. Ecco, basterebbe quello. Dichiarare che la stupidità è il vero nemico della scuola italiana e che lo scandalo è non opporsi ai suoi attacchi, dentro e fuori ogni istituto.

Castelfrigo assume gli interinali, ma dimentica i licenziati delle coop

Davanti ai cancelli della Castelfrigo, azienda che opera nel distretto modenese delle carni, la tensione è ancora molto alta. Dalle 4 di ieri mattina, i 75 lavoratori licenziati il 29 dicembre hanno iniziato una nuova protesta. Stanno bloccando l’ingresso delle merci nello stabilimento, perché hanno scoperto che l’impresa, tramite l’agenzia interinale Sapiens, ha assunto nuovo personale. Secondo la Flai Cgil, in questo modo non è stato rispettato un accordo – firmato a fine 2017 – il quale prevedeva che, in caso di rinforzi dell’organico, l’azienda avrebbe dato priorità alle persone cacciate poco più di un mese fa. “Ancora una volta – spiega Marco Bottura della Flai – questi lavoratori vengono scavalcati e penalizzati solo perché hanno avuto il coraggio di scioperare”.

Questa vertenza è iniziata a ottobre e, in poco tempo, è diventata simbolica nel sistema delle false cooperative in appalto. La Castelfrigo, infatti, fino a poche settimane fa ha esternalizzato parte della produzione a due coop. In autunno, venute meno le commesse, le due società hanno chiuso e dichiarato di voler licenziare 127 persone. Durante la procedura di allontanamento collettivo, durata tre mesi, un gruppo di lavoratori – iscritti alla Flai Cgil – ha scioperato e organizzato un presidio permanente davanti alla fabbrica e ha denunciato una serie di irregolarità. Circostanze confermate dall’Ispettorato del Lavoro, che nella relazione di fine anno ha citato proprio la Castelfrigo tra i casi emblematici per le riscontrate “violazioni della normativa in materia di lavoro”. Nel pieno della mobilitazione, la Fai Cisl – ha raggiunto un accordo con la Castelfrigo. I 52 lavoratori che avevano dato mandato di trattare a questo sindacato sono così stati rimessi al lavoro tramite l’agenzia di somministrazione, con un contratto di sei mesi e possibilità di assunzione stabile al termine. Un’intesa che ha scatenato l’ira della Flai Cgil, secondo la quale si tratterebbe di una discriminazione: non si possono riassumere, aggirando le norme, solo i lavoratori che non hanno fatto sciopero. Contro quel documento, è stato presentato ricorso per “condotta antisindacale”.

Il 29 dicembre, invece, è stato raggiunto l’accordo firmato da tutti i sindacati (e anche dalla Regione Emilia Romagna) per impegnare l’azienda a ricollocare i 75 rimasti fuori. “Martedì matina – aggiunge Bottura – abbiamo scoperto che sono arrivati sei nuovi lavoratori, non pescati tra i licenziati. Sono persone che in passato hanno prestato servizio in azienda con contratti a termine. Ci eravamo accordati su un percorso di ricollocazione omogenea, i patti erano questi e loro li hanno violati”.

Reddito minimo, si può pagare in deficit senza lasciare buchi

Il 24 gennaio scorso, sul Fatto Economico, Mario Seminerio ha discusso la nostra proposta di finanziamento di un “reddito minimo” presentata su queste pagine a dicembre. Come indicato da Seminerio, il punto di partenza della nostra analisi è l’ampiezza dell’output gap: è la differenza tra il Pil effettivo e quello potenziale, dove “potenziale indica il livello massimo di produzione realizzabile con il pieno utilizzo delle risorse produttive (principalmente, il pieno impiego della forza lavoro) in un contesto di inflazione stabile. Questa forbice, considerata penalizzante per l’Italia anche dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, risulta cruciale per la politica fiscale: più ampio è l’output gap, maggiore è lo “spazio” per attuare politiche espansive. Rivedendo al rialzo la stima del Pil potenziale ci sarebbero le coperture, almeno dal punto di vista statistico, per fare un deficit maggiore.

L’annosa questione, come la definisce Seminerio, riguarda la stima del tasso di disoccupazione “strutturale” (il NAWRU), fissato dalla Commissione europea attorno al 10% per l’Italia: secondo le regole di Bruxelles un tasso di disoccupazione inferiore (ad esempio all’8%) genererebbe un aumento generalizzato dei prezzi, e pertanto politiche di stimolo della domanda atte a far scendere la disoccupazione al di sotto della doppia cifra risulterebbero, nel contesto italiano, inflazionistiche e non compatibili con i parametri europei.

Al fine di ottenere un maggiore spazio di manovra fiscale, si può fare leva sull’aumento del tasso di attività: un aumento della partecipazione alla forza lavoro da parte di un milione di scoraggiati (a fronte di tre milioni di inattivi che dichiarano di non cercare lavoro perché ragionevolmente certi di non trovarlo) permetterebbe una revisione al rialzo della stima del prodotto potenziale e dell’output gap, con conseguente possibilità per il governo di fare più deficit. Gli scoraggiati andrebbero tuttavia incentivati a rientrare nel mercato del lavoro, e per “riattivarli” risulterebbe sufficiente garantire loro un reddito minimo condizionato all’iscrizione a un centro per l’impiego e/o a frequentare corsi formativi.

Seminerio afferma che la manovra consisterebbe nel “ridurre per legge (e sussidio) gli scoraggiati e sperare che i medesimi riescano a reimpiegarsi, grazie a collocamento e formazione”. Certamente, la nostra idea implica l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro, ma non è necessario il collocamento. Siamo inoltre ben consapevoli che – oltre a trattarsi di un esercizio algebrico – nessuno assicurerebbe la loro immediata occupazione una volta riattivati. Tuttavia, la crescita del tasso di partecipazione consentirebbe, via maggiore output gap, la possibilità di realizzare una maggiore spesa in deficit, la quale contribuirebbe alla crescita della domanda aggregata e di conseguenza dell’occupazione: stando alla nostra analisi, per aumentare il prodotto potenziale sarebbe sufficiente un aumento della partecipazione alla forza lavoro, senza la necessità che tale aumento si traduca contestualmente in una maggiore occupazione. Il riassorbimento dei disoccupati non deriverebbe tanto da “collocamento e formazione”, bensì dal maggior deficit strutturale consentito al governo che stimolerebbe la domanda aggregata e di conseguenza l’occupazione: la riattivazione degli scoraggiati sarebbe incentivata, oltre che dal sussidio, dalla “prospettiva occupazionale” connessa all’attuazione di politiche espansive, non tanto dalla maggiore impiegabilità che deriverebbe dai corsi di aggiornamento.

Nell’articolo di Seminerio si fa riferimento agli effetti della contrattazione collettiva che, combinata ai privilegi degli occupati (insider) rispetto alla posizione dei disoccupati, non permetterebbe al tasso di disoccupazione di scendere. Tuttavia, il legame tra flessibilità del mercato del lavoro e livello occupazionale non risulta provato dai dati, bensì smentito dall’evidenza empirica: non esiste una relazione statisticamente significativa tra l’indice di protezione legislativa dei lavoratori e il tasso di disoccupazione.

La nostra proposta si basa esclusivamente sulla possibilità di accrescere il tasso di partecipazione al fine di ottenere un maggiore spazio per l’attuazione di politiche espansive, in un quadro compatibile con le regole europee: non sarebbero i Centri per l’Impiego (o di collocamento) a risolvere il problema della disoccupazione, sarebbe la spesa in deficit a far ripartire la domanda aggregata, e di conseguenza il Pil e l’occupazione.

In un’ottica di lungo periodo restiamo dell’opinione che la sostenibilità di uno strumento come il reddito minimo garantito risulti connessa alla realizzazione di tassi di occupazione effettivi elevati, e quindi al perseguimento di politiche di pieno impiego che stimolino una crescita economica sostenuta capace di limitare la spesa in sussidi.

 

Le Venete valgono un regalo da 3,5 miliardi per Intesa

Nella memoria comune è consolidato il ricordo che Intesa abbia comprato Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca al prezzo simbolico di un euro. Avrebbe cioè preso in carico debiti e crediti pressoché in equilibrio, con un’operazione presentata come equa. Da parte di Banca Intesa addirittura come una specie di atto eroico per salvare la Patria. Il giornalismo di regime ha annuito con fare compunto.

È davvero così? Marco Gallea, docente di materie economiche al Politecnico di Torino, ha rifatto un po’ di conti e da un suo recente articolo su Lavoce.info emerge che la storia va riscritta in modo diverso.

Per cominciare si scopre che 3,5 miliardi dati a Banca Intesa appaiono come una vera e propria liberalità. Non sono un prestito e neppure un aumento di capitale, di per sé possibile anche senza penalizzare gli azionisti di Intesa, che invece così sono gratificati per gli utili della nuova divisione “ex-banche venete” e per la regalia ricevuta.

Indiscutibilmente la risoluzione delle due banche venete contempla pesanti deroghe al codice civile. A carico delle banche in liquidazione sono stati posti non solo il costo degli esuberi, di regola nelle crisi aziendali sostenuto dallo Stato, e le garanzie che Intesa potrà attivare, ma anche il suddetto supporto finanziario.

Dall’analisi di Gallea appare che il reale motivo per cui gli obbligazionisti subordinati rischiano seriamente di restare con un pugno di mosche è proprio questo, e non una bassa percentuale di recupero dei crediti deteriorati, cosiddetti non performing loan (npl), rimasti in pancia alle banche in liquidazione coatta amministrativa (Lca). La causa risiede proprio in quei 3,5 miliardi graziosamente elargiti a Banca Intesa, senza nulla in cambio, di fatto sulle spalle degli obbligazionisti subordinati (e, al limite, degli azionisti). Ieri Intesa Sanpaolo ha comunicato il piano industriale e i conti del 2017, chiuso con un utile di 7,3 miliardi di euro che comprende proprio i 3,5 miliardi assegnati dal Tesoro in seguito all’acquisizione delle banche venete.

Una generosità del governo a carico di altri. Lo insegnava già il Machiavelli: coi soldi altrui sii liberale.

 

Bitcoin in picchiata, ma Kim ne fa razzia in Asia

Cinquecento milioni di dollari in Bitcoin rubati attraverso un attacco hacker alla piattaforma giapponese Coincheck: dietro, secondo quanto riportato dai media americani ci sarebbe la Corea del Nord. Il furto da questo exchange (un sito su cui comprare e vendere le criptomonete) è avvenuto a fine gennaio. Sono stati sottratti solo Nem (per un corrispettivo di 58 miliardi di Yen), una valuta virtuale meno nota ma comunque tra le dieci più capitalizzate al mondo. Non sono stati toccati i depositi di Bitcoin.

Si era trattato del furto più grande mai avvenuto e per il quale Coincheck aveva dovuto congelare buona parte delle transazioni. La società, fondata nel 2012, si era giustificata sostenendo che non era stata in grado di ultimare gli ultimi presidi di sicurezza per i Nem perché carente di personale specializzato. Inoltre, aveva assicurato il rimborso degli utenti e annunciato di star monitorando lo spostamento delle monete. Monitoraggio che, evidentemente, sta dando i primi frutti.

L’accusa al regime di Kim Jong-un è stata mossa dall’agenzia nazionale di spionaggio della Corea del Sud di fronte a una commissione parlamentare. E non è la prima volta: da tempo c’è il sospetto che la Corea del Nord usi le criptovalute per ottenere denaro contante e aggirare le sanzioni delle Nazioni Unite e le restrizioni che assottigliano le riserve di liquidità. Secondo un rapporto di settembre, pubblicato della società di sicurezza FireEye, gli hacker nordcoreani hanno preso di mira almeno tre piattaforme di scambio sudcoreane. A Seul, la piattaforma Youbit ha dovuto dichiarare bancarotta dopo aver perso il 17% delle sue risorse in un attacco informatico a dicembre.

Stando a fonti anonime citate dalla stampa giapponese, l’Agenzia per i servizi finanziari del Giappone nei giorni scorsi avrebbe inviato una nota a Coincheck e agli altri exchange che operano nel Paese – una trentina circa – per metterli in guardia da nuovi attacchi informatici e per sollecitarli ad accrescere le misure di sicurezza. Il supervisore finanziario giapponese sta anche valutando sanzioni amministrative per Coincheck: il governo giapponese aveva infatti iniziato a chiedere la registrazione degli exchange di criptovalute lo scorso aprile. Coincheck, però, aveva presentato la propria domanda soltanto a settembre.

Intanto, ieri è stata l’ennesima giornata nera per le criptovalute: il bitcoin è sceso sotto la soglia dei 6mila dollari (a 5.920 sulla piattaforma lussemburghese Bitstamp) con una perdita del 13%. Un nuovo record negativo che non si raggiungeva da novembre. Sono crollate anche le altre valute digitali, dai Ripple agli Ethereum fino ai Litecoin che hanno perso almeno l’11%. Solo un mese fa il Bitcoin aveva raggiunto quota 20mila dollari circa.

A dare il colpo di grazia, in questo caso, sembrano essere state le indiscrezioni di stampa secondo cui i vertici della Sec, l’organo di vigilanza della Borsa Usa, e della Commodity Futures Trading Commission chiederanno al Congresso di prendere in considerazione l’ipotesi di un controllo a livello federale delle piattaforme per gli scambi di criptovalute.

Un controllo che potrebbe far male a chi, magari per interessi diversi dalla sola speculazione che ha gonfiato il valore delle criptomonete, è rimasto nel mercato dopo la fuga collettiva dei mesi scorsi.

Covip, il conflitto d’interessi tra vigilanti e vigilati (in casa)

Vigilante e vigilato insieme, in famiglia. Succede anche questo nel mondo della Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione, dove si è verificata una situazione curiosa. In più di un’occasione uno dei due commissari che compongono il collegio (insieme al presidente) ha dovuto segnalare che un’istruttoria dell’authority coinvolgeva la società guidata dal marito. È il caso di Antonella Valeriani, nominata nel 2014 all’authority che vigila sul prezioso secondo pilastro della previdenza.

Valeriani, già capo ufficio legislativo e dirigente generale del ministero del Lavoro (che vigila a sua volta sulla Covip) è sposata con Marco Valerio Morelli, dal 2012 amministratore delegato di Mercer Italia, controllata del colosso mondiale delle consulenze che lavora con diversi fondi pensione e Casse previdenziali, tutti soggetti vigilati dalla Covip, cioè anche dalla moglie. A marzo scorso Mercer è stata scelta come advisor finanziario dal Fondo pensione dei lavoratori del gruppo Unicredit – 3,2 miliardi di patrimonio netto e oltre 50 mila iscritti – uno dei più grossi fondi cosiddetti “preesistenti”, cioè antecedenti alla riforma del 1993. La cosa è stata segnalata da una serie di lettere indirizzate, tra gli altri, al ministro del Lavoro Giuliano Poletti e al presidente della Covip Mario Padula. Il caso è emblematico degli intrecci in cui ci si può imbattere quando si parla di fondi pensione.

Mercer – già advisor del comitato remunerazione di Unicredit (che sovrintende agli emolumenti dei top manager) – per il fondo pensione ha l’incarico di consulente per gli investimenti. La gestione del patrimonio – si legge nelle segnalazioni – è invece affidata a due veicoli lussemburghesi della Fondaco, che è allo stesso tempo “risk manager” del fondo, cioè dovrebbe vigilare sui rischi legati alla gestione. Tutto, va ricordato, perfettamente legale e legittimo. Contattato dal Fatto, il Fondo – a cui i lavoratori di Unicredit possono aderire e versare il Tfr anche con la “tacita adesione” – spiega di non poter dare chiarimenti e di aver depositato un esposto in Procura per calunnia.

La Covip deve vigilare su un settore, la previdenza complementare, che stenta a decollare nonostante sia vivamente consigliato dalla stessa authority. Alla fine del 2016, il sistema vantava un patrimonio gestito di 143 miliardi, e 7,2 milioni di iscritti effettivi (solo il 27,8% delle forze di lavoro). Dieci anni fa erano 2,5 milioni, un incremento dovuto soprattutto al fatto che per molti fondi “negoziali” ( che raccolgono le adesioni dei dipendenti su base contrattuale) è prevista l’iscrizione obbligatoria dal contratto di categoria (come per gli edili dal 2015) e che la riforma del 2006 ha introdotto il “silenzio assenso”, con il trasferimento automatico del Tfr al fondo pensione. Da tempo la crescita delle adesioni va al rallentatore, segno che la gran parte dei lavoratori non si fida e preferisce lasciare il Tfr in azienda (o all’Inps). Per questo dal 2013 la Covip chiede di favorire il rilancio del settore “con meccanismi di adesione generalizzata”.

Come tutte le authority, anche la Covip ha un proprio codice etico. Prevede che i conflitti d’interessi dei commissari siano segnalati da loro stessi al collegio. L’autorità conferma al Fatto che nel caso della Valeriani è sempre avvenuto “nei casi in cui l’attività della Mercer in qualità di consulente di soggetti vigilati è venuta all’attenzione della Commissione sulla base dell’attività istruttoria degli Uffici”. In questi casi, il commissario “si astiene dal partecipare alle relative determinazioni, salvo che l’organo collegiale ritenga che la fattispecie non presenti alcun aspetto che possa considerarsi significativo dal punto di vista di un conflitto di interessi, anche in via potenziale”. L’autorità spiega di non poter rivelare il “limitatissimo” numero di casi in cui si è materializzato e le soluzioni seguite “in quanto tenuta, per legge, al segreto d’ufficio”. Non è però la prima volta che si verificano situazioni imbarazzanti in Covip. Solo per dare l’idea, due ex commissari, Fabio Ortolani e Giuseppe Stanghini, sono finiti in fondi pensione vigilati appena terminato il loro mandato. Tutto legittimo. L’authority ricorda che l’incompatibilità vige solo durante il mandato.

Vietato parlare dei disastri bancari “Propaganda sleale e ambigua”

I disastri bancari degli ultimi anni sono un nervo scoperto per molti, tanto che chi ne parla può anche essere accusato di fare campagna elettorale. È quanto accaduto a Vincenzo Imperatore, ex manager bancario che ha deciso di raccontare gli aspetti peggiori del mondo in cui ha lavorato, dagli scandali nascosti agli interessi milionari. Sabato scorso Imperatore ha presentato il suo ultimo libro Sacco bancario (Chiarelettere) nel feudo rosso di Cavriago, la cittadina – a guida Pd – in provincia di Reggio Emilia nota per il busto di Lenin che campeggia nell’omonima piazza centrale.

Alla richiesta dell’associazione culturale Carmen Zanti – che ha organizzato la presentazione del libro – di poter usufruire di uno spazio del Comune, l’amministrazione ha negato il permesso: “Sacco bancario tratta, senza contraddittorio, un tema molto delicato – motiva il sindaco Paolo Burani – e fortemente politico”. “Vincenzo Imperatore è un ex manager bancario che accusa a spada tratta tutto il sistema bancario e il servilismo della politica. I temi ed i fatti affrontati nella pubblicazione in oggetto attengono persone coinvolte nella campagna elettorale in corso”, perciò “si ritiene di non concedere la sala comunale per la manifestazione in oggetto”. I disastri bancari, dunque, restano fuori dalla campagna elettorale, nonostante il libro di Imperatore, come spiega lui stesso, “non sia incentrato sugli scandali più noti, come Etruria o Mps, ma analizzi in generale alcuni pessimi meccanismi del sistema bancario”. Niente da fare: il Comune ha negato la sala e Imperatore ha dovuto presentare il libro in un’osteria. E pensare che durante tutta la settimana Sacco bancario era stato presentato in lungo e in largo in Emilia, con ampia concessione di sale pubbliche, da Carpi, dove sono stati invitati anche gli studenti delle scuole, a Novellara (RE). “L’Associazione Carmen Zanti non è un partito né un movimento politico – ha scritto il sindaco di Cavriago in una lettera – e rischierebbe di essere coinvolta in un’azione di propaganda sleale e ambigua”.

Precari e mazziati: vola l’aliquota Inps per le partite Iva (finte) e i collaboratori

Tassati e mazziati. Cresce ancora il peso del cuneo previdenziale obbligatorio sulle retribuzioni dei lavoratori precari, mentre si allontana la possibilità per i più giovani di ottenere in cambio, un giorno, la pensione. L’ultima circolare dell’Inps che ha aggiornato le aliquote per il nuovo anno ha portato il prelievo per gli iscritti alla gestione separata dell’istituto al 33%, lo stesso livello dei lavoratori dipendenti. Si taglia così il traguardo imposto dalla legge Fornero nel 2012. Ma se a questa si aggiungono le aliquote aggiuntive dello 0,51% per finanziare la Dis-coll decisa nel 2017, l’indennità mensile di disoccupazione che per i dipendenti è pagata dai datori di lavoro, e dello 0,72% per retribuire i periodi di maternità e malattia, si supera abbondatemente l’obiettivo e si arriva al 34,23% dei compensi percepiti, di cui l’11,41% in capo al lavoratore. Per i dipendenti, invece, l’aliquota previdenziale è pari al 9,19%. Ma per il popolo dei collaboratori forzati e delle false partite Iva i contributi previdenziali possono arrivare a superare i compensi percepiti.

Per l’anno 2018, scrive l’Inps “il minimale” di reddito è pari a 15.710 euro. Quindi per i collaboratori e le figure assimilate per i quali si applica la nuova aliquota, il contributo minimo annuale da versare per vedersi riconoscere con il metodo contributivo un’annualità valida per la pensione ammonta oggi a 5.377,533 euro. Inoltre con la discontinuità lavorativa e le basse retribuzioni che circolano per queste tipologie di rapporto ci si può pure trovare nella condizione di non percepire alcuna pensione nonostante i versamenti effettuati: devono arrivare ad un ammontare tale da far maturare il diritto a percepire almeno una volta e mezza la pensione sociale, circa 700 euro.

Al di sotto incamera l’Inps. “Ci sentiamo presi in giro, il presidente dell’Inps viene a dire in televisione ai nati negli anni 70 e 80 fatevi una pensione complementare perché quando arriverete all’età pensionabile vi rimarrà un pugno di mosche e dall’altra parte li obblighiamo a fare versamenti che vanno oltre il 34%”, accusa il presidente di Sos Partite Iva, Andrea Bernaudo. La filosofia con cui i vari ministri del Lavoro che si sono succeduti, da Fornero a Poletti, hanno giustificato anno dopo anno la stangata del prelievo sugli iscritti alla Gestione separata dell’Inps – dal 26% del 2011 al livello attuale – è che così si scoraggerebbe il ricorso delle aziende al lavoro precario, rendendo competitivamente vantaggiose le assunzioni. Di fatto la pensione per i giovani a contratto è diventata un miraggio e gli ultimi dati Istat ci dicono che calano gli occupati mentre sale il numero degli inattivi e degli scoraggiati. E diminuiscono anche i dipendenti con un contratto stabile: nel dicembre del 2017 erano 25 mila in meno rispetto allo stesso mese del 2016, nonostante tre anni di statistiche drogate dagli incentivi regalati alle imprese per assumere gli stessi occupati già programmati.

Gli iscritti alla gestione separata dell’Inps nel 2016 erano 759mila, 97mila in meno rispetto al 2015 e circa 3,9 milioni le partite Iva intestate a persone fisiche. Secondo alcune stime i lavoratori costretti ad aprirsi “false” partite Iva per camuffare un rapporto di lavoro dipendente sono circa 600mila. “Occorre riequilibrare la disparità fra il carico contributivo dei collaboratori e quello dei dipendenti, evitando che gli aumenti dell’aliquota previdenziale previsti dalla legge Fornero si scarichino sui compensi dei lavoratori determinandone una cospicua riduzione”, chiede Giuseppe Benincasa della Cgil-NIdiL, il sindacato dei lavoratori atipici. Formalmente l’aliquota previdenziale viene ripartita tra datore di lavoro e collaboratori o consulenti. Di norma tutto il carico dei versamenti all’Inps si trasferisce sulle retribuzioni percepite, in media sempre inferiori al lavoro dipendente e che al lordo rimangono quasi sempre le stesse. La ragione è dovuta soprattutto alla differenza tra la normativa sul lavoro dipendente – fissata dai contratti nazionali che pongono paletti precisi ai salari – e quella del lavoro autonomo, lasciata, nonostante le promesse del governo Renzi, alla libera contrattazione.

La differenza di trattamento è sancita anche dalla disparità tra le aliquote previdenziali obbligatorie. “Una discriminazione incomprensibile – denuncia NIdiL – resa ancor più odiosa dal fatto che a pagarne le conseguenze è una categoria di lavoratori fra le più deboli nel mercato del lavoro: i compensi dei collaboratori sono già spesso molto bassi, anche perché il legislatore del Jobs Act ha cancellato la norma che disponeva non potessero essere inferiori ai salari del dipendente corrispondente, allo stesso tempo, però, sono fra i maggiori contribuenti dell’Inps, aiutando in maniera cospicua a ripianare le gestioni in deficit dell’Istituto”. Il mancato intervento sul riequilibrio del carico contributivo, denuncia ancora il sindacato, ha determinato decurtazioni di compenso dei collaboratori già a partire dal 2016 (anno in cui già pagavano una quota contributiva superiore ai lavoratori subordinati).

Il tentativo “politico e culturale”, secondo Bernaudo di Sos Partita Iva, è anche di dividere il popolo delle partita Iva, mettendo le imprese più grandi contro quelle più piccole. “Se gli imprenditori potessero assumere dipendenti con un cuneo fiscale più basso lo farebbero tutti”, sottolinea Bernaudo che una soluzione ce l’avrebbe: “Se siamo obbligati a farci una pensione, allora lasciateci la libertà di scegliere con chi farla, chiediamo uno sganciamento delle partite Iva dall’obbligo contributivo all’Inps e di pagare un contributo di solidarietà del 3% per il welfare, dallo 0,72% attuale, tre volte di più: mi pare una buona offerta”.

La sovranità e il miraggio dei nuovi dazi

In questa campagna elettorale senza idee, i leader fanno passare i giorni lanciando parole chiave intorno a cui i talk show possano costruire dibattito. Tra le ultime c’è “dazi”. La Lega li chiede, il Pd no, la maggior parte degli elettori non ha chiaro di che si parla, nel chiacchiericcio social molti dicono “facciamo come Trump”. Sorvoliamo sulle discussioni teoriche – dall’apertura al commercio internazionale ci guadagnano quasi tutti quindi conviene indennizzare le vittime invece che perdere opportunità – e andiamo alle questioni pratiche. Gli Usa si sono ritirati dal tentativo di dare una forma occidentale alla globalizzazione, niente trattato Tpp con l’Asia, congelato il Ttip con l’Europa. L’Ue ha molti progetti e pochi risultati: ha iniziato a trattare con Nuova Zelanda, Australia e Messico, ma si trova paralizzata da un conflitto di sovranità. Dal 2009 la politica commerciale è di competenza solo del livello comunitario: il Consiglio (governi) decide, la Commissione negozia, il Parlamento europeo approva. Ma poiché questi nuovi accordi commerciali sono molto ambiziosi, spesso coprono anche materie che non sono strettamente commerciali, dove gli Stati hanno ancora voce in capitolo. E quando l’accordo viene dichiarato “misto” – come il Ceta tra Ue e Canada – ben 38 Parlamenti si trovano ad avere diritto di veto. Risultato: molte battaglie di principio e di potere (i Parlamenti nazionali non gradiscono essere scavalcati da quello europeo, anche se sulla base del Trattato di Lisbona che hanno ratificato) e pochi risultati. C’è una sola via per procedere: ridurre le ambizioni. Approvare a livello europeo ciò che è di competenza europea e procedere su un binario parallelo con le materie che prevedono il coinvolgimento delle assemblee nazionali.

Ma in Italia si torna a parlare di dazi come se fossimo negli anni Trenta. Per alzare barriere commerciali bisogna uscire non solo dall’euro, ma pure dal Mercato unico europeo. Chi suggerisce questo, come Matteo Salvini, sta suggerendo un suicidio economico e politico.