Il neo nei record di Marchionne Buco miliardario di Fca Italy

“Chissà se il 2017 sarà stato l’anno della svolta. Difficile dirlo, i dati ancora non sono disponibili. Ma è probabile che anche l’anno scorso si sia chiuso in perdita. Forse a questo punto più d’uno si chiederà di cosa stiamo parlando. Nel generale successo di utili à gogo e titolo alle stelle, la Fca di Sergio Marchionne sprizza salute da tutti i pori. Non è mai stata sugli allori quanto in questo momento. Eppure anche l’uomo del miracolo, il novello Re Mida Marchionne un grattacapo ce l’ha.

Una pecca nella gestione dell’ad di Fca

Una sorta di cono d’ombra nello sfavillante cammino della sua creatura automobilistica. Quel neo si chiama Fca Italy. La società di fatto raggruppa le attività industriali in Italia, Europa, Turchia e Sudamerica. Sono gli impianti produttivi per lo più, gli stabilimenti, di fatto le attività della vecchia Fiat Auto pre-acquisizione dell’americana Chrysler. Ebbene Fca Italy è un pozzo senza fondo di perdite. Da sempre. Nel 2016 (ultimo bilancio pubblicato) la perdita è stata di 1,1 miliardi. Un filo meglio del buco da 1,6 miliardi del 2015. Dal 2012, almeno, le perdite viaggiano ogni anno sopra il miliardo abbondante. Solo nel 2014 il bilancio chiuse in utile grazie alle plusvalenze della cessione della Fiat North America a Fca. Ma il bottino fu una tantum ed esclusivamente di natura finanziaria. La crisi è tutta nel conto economico. Nonostante i ricavi in forte crescita passati da 16 a 26 miliardi in soli 5 anni, la “vecchia” Fiat Auto non riesce a chiudere in profitto. I costi superano puntualmente anche la corsa dei ricavi.

Perdere oltre un miliardo all’anno su un quinto del fatturato dell’intera Fca non è cosa da poco. Il gruppo è anche dovuto intervenire più di una volta a rimpolpare il capitale mangiato dalle continue perdite. Solo nel 2016 sono stati immessi nel capitale di Fca Italy 3,5 miliardi. Chissà forse il primo utile arriverà. Gli analisti ne dubitano fortemente dato che secondo le stime di Goldman Sachs i marchi Fiat e Lancia chiuderanno con utili operativi in perdita anche nel 2019. La stessa Alfa Romeo è previsto che lavori in perdita anche nel 2018. I vizi della vecchia Fiat Auto non sono mai morti. Molti stabilimenti produttivi lavorano in perdita e i marchi storici, pur con grandi successi nelle vendite, non producono margini positivi.

Il miracolo dello sbarco negli States

Ecco perché il vero miracolo di Marchionne, il prodigio vero e proprio è stato lo sbarco negli Stati Uniti. Senza l’acquisizione a tappe di Chrysler la Fiat continuerebbe con ogni probabilità a boccheggiare. Del resto basta vedere dove fa i ricavi e gli utili il colosso italo-americano dell’auto. L’area Nafta (Usa, Canada) è la vera punta di diamante del gruppo. I successi vengono dalle Jeep e dai pick up venduti in terra d’America. Lo dicono i numeri del bilancio. Oltre metà dei 110 miliardi di fatturato del gruppo vengono da Oltre Atlantico. L’Europa allargata (Emea) fa solo un terzo del fatturato del continente nordamericano. Non solo ma la redditività operativa è ben diversa. Usa e Canada hanno un margine sul fatturato dell’8% contro il 3,2% europeo, superato anche dall’area asiatica che ha marginalità operativa oltre il 5%. I gioiellini di casa Marchionne quanto a valore sono i marchi Jeep e Ram, oltre al brand di lusso della Maserati. Come detto i marchi Fiat e Lancia continuano a operare in perdita.

Un dirigente seduto su una montagna d’oro

È la conquista del mercato Usa, l’aver globalizzato fuori d’Europa la vecchia Fiat il grande successo strategico di Marchionne che si gode in questi giorni l’apoteosi della sua carriera lunga ormai 14 anni al timone del gruppo posseduto dalla famiglia Agnelli. Solo negli ultimi 3 anni ha quasi decuplicato gli utili e portato il reddito operativo da 4 a 7 miliardi con il fatturato fermo. Grande efficienza sui costi. Non solo, il debito è stato fortemente tagliato e Marchionne vuole uscire di scena con un gruppo net cash.

Peccato che sull’indiscutibile successo del manager italo-canadese gravi ancora quel buco miliardario di Fca Italy.

Marchionne ha però di che consolarsi. Ha creato valore per gli azionisti con il titolo Fca passato da 3 a quasi 19 euro in soli 5 anni, ma non si è dimenticato di se stesso. I suoi emolumenti da dipendente toccano ora i 10 milioni di euro l’anno. Più un nutrito pacchetto di stock option che verranno incassate a fine del 2018 valutato nell’ordine di 160 milioni di euro. Ma la vera ricchezza sono il possesso di quote intorno all’1% del capitale sia di Fca, sia di Ferrari che di Cnh. Lungimirante la scommessa su se stesso che vale oggi ai valori di Borsa 600 milioni di euro, di cui solo 308 milioni è il bottino sulle azioni Fca. Seguono 150 milioni di euro in azioni Ferrari e altri 142 milioni di euro sui titoli Cnh. Marchionne potrà dirsi, se il sogno non si sgonfierà, di essere a fine corsa in Fca, dopo 14 anni di duro lavoro, l’uomo da oltre 800 milioni di euro. Forse l’uomo dei record quanto a ricchezza personale che non ha però risanato la vecchia Fiat Auto.

Un equivoco si aggira per l’Italia: Bonino e +Europa

Come i più attenti sanno alle elezioni corre col Pd la lista “+Europa con Emma Bonino”, che poi sarebbero i Radicali italiani con la Bonino e pure con Bruno Tabacci per via di un favoretto che gli ha fatto sulla raccolta firme. Ora, attorno a questa formazione di schietta quanto becera destra economica si è creato un equivoco bizzarro. C’è in giro un certo numero di persone che si ritengono di sinistra le quali non si rassegnano a votare il Pd perché non gli piace Renzi; non scelgono LeU perché c’è D’Alema e il frazionismo è brutto; non amano il radicalismo di Potere al popolo e ridono dei relitti del comunismo. E allora? Voteranno Bonino. Facciamo, data la sua autorevolezza, un solo esempio: Michele Serra, sul Venerdì, ci ha informato di aver scelto +Europa, “marchio in grado di suscitare in me ancora un minimo di partecipazione ideale”. Il prestigioso commentatore vaticina, peraltro, un lusinghiero risultato per la lista Bonino che tenderemmo ad avallare sin d’ora se si votasse solo a Repubblica, ma il punto è un altro: gente che va in solluchero per “fondata sul lavoro” eccetera, voterà una lista che propone tagli selvaggi di spesa pubblica (congelare quella nominale al 2017 per 5 anni); privatizzazioni di quasi tutto, messa a gara del resto; una riduzione delle imposte dirette finanziata con un salasso Iva (tutto quel che ora è tassato al 10% passa al 22) e “il taglio di diverse agevolazioni fiscali”. Per fare cose così, per dire, in Cile i Chicago boys dovettero aspettare Pinochet, qua le puoi vendere all’inquieto elettore progressista.

Il senso del ridicolo: le domande da non fare a De Luca padre

Un sondaggio Swg ci racconta che solo il 5 per cento dei cittadini ha fiducia nella “classe politica nazionale”. Una percentuale miserrima che però triplica, arrivando a toccare il 15 per cento, quando si guarda agli amministratori locali. Il risultato, tenendo conto di quanto viene combinato in tante Regioni e in tanti Comuni, non è poi da buttar via. Verosimilmente nell’immaginario collettivo degli italiani alcuni buoni sindaci e qualche buon presidente finiscono per far meritare a chi sta in provincia un 3 in pagella, invece che l’1 riservato a coloro i quali frequentano le istituzioni parlamentari.

C’è da chiedersi però a quale voto potrebbero aspirare in media i nostri rappresentanti se migliorassero non tanto in materie difficili come moralità e competenza, ma almeno in un campo relativamente più semplice: il senso del ridicolo. La controprova arriva dall’ultima e teoricamente meritoria impresa di Vincenzo De Luca, il governatore della Campania abituato ad augurare la morte e ogni tipo di sciagura a chi considera avversari (celeberrimi restano quei “ve possano ammazzare” e quel “infame da uccidere” rivolti a tre pentastellati e a Rosy Bindi). De Luca ieri ha presentato una nuova legge regionale sull’editoria. Due milioni e mezzo di contributi destinati a trasformare qualche decina di precari in redattori assunti regolarmente. Al di là della discussione sui finanziamenti pubblici ai giornali – noi qui al Fatto siamo notoriamente contrari – colpiscono in positivo le motivazioni da cui De Luca dice di essere stato spinto. Il governatore davanti alle telecamere analizza correttamente la situazione dei media. “Sappiamo – dice – che il mondo dell’informazione è intrecciato con il mondo della politica a livello nazionale. In Italia si fa fatica a trovare editori puri e questo limita l’autonomia delle funzioni della stampa”. Poi aggiunge: “La stampa è libera quando c’è un lavoro garantito e stabile, quando un giornalista non è ricattabile da un editore e può esercitare la propria funzione critica in piena autonomia”.

Uno dei cronisti presenti viene comprensibilmente ammaliato dal pacifico spirito liberale da cui appare finalmente animato De Luca. “Libertà” e “diritto di critica” sono principi che ogni giornalista (almeno a parole) considera irrinunciabili. Così pone un interrogativo secco e preciso. Chiede al governatore perché nei giorni precedenti abbia attaccato alcuni servizi Rai e se ritiene “opportuna la candidatura di suo figlio Pietro”.

È una domanda normale, anzi ovvia, visto che è legata a due recentissimi fatti di cronaca politica. Ma anche se autonoma, a De Luca la domanda non piace. Il governatore s’irrigidisce e la ignora. “Presidente, non rispondere non vuol dire rispettare la stampa”, lo incalza il giornalista. De Luca fissa allora negli occhi l’intervistatore. Poi scandisce lento: “Caro ragazzo, il tempo delle piccole provocazioni è finito. Si chiede e si risponde se si ritene”. La scena ha qualcosa di surreale. Anche perché De Luca, trattenendo visibilmente la rabbia, continua: “Questa non è una domanda. È semplicemente un elemento di una polemica strumentale da politica politicante alla quale risponderò quando prepareremo una conferenza stampa con questo tema”. Cioè mai.

Ce ne è abbastanza per dare lavoro a Maurizio Crozza per una decina di puntate. E soprattutto, al prossimo sondaggio, per far scendere la fiducia nella classe politica locale dal 15 all’1 per cento. Quella di De Luca e di suo figlio Pietro.

La nostra politica ignora le vittime di Macerata: mica siamo in Germania

Non ci vuole una fantasia particolare, o chissà quale slancio romanzesco per vedere la scena, dunque si può provare senza nemmeno chiudere gli occhi. Frau Angela Merkel, saputo che un pistolero nazista sparacchia per la strada agli immigrati neri (a Dresda, o Francoforte, o Monaco, fate voi), fa la sua sacrosanta dichiarazione ai media, poi prende la sua borsetta da sciura Pina e va all’ospedale, stringe le mani ai feriti, chiede come va, incontra i medici e insomma in poche parole, senza dire proprio queste precise, comunica alla Germania e al mondo: io, io Repubblica Tedesca, sto dalla vostra parte, e non da quella di chi vi spara.

Già che ci siamo, spostiamo l’immaginazione un po’ più a ovest, in Francia. Ed ecco Monsieur l’Empereur Macron che mette su quella sua ghigna napoleonica, pancia in dentro, petto in fuori, scarpe lucide. Dichiara che questo in Francia non può succedere e va all’ospedale, dove stringe presidenzialmente la mano alle vittime. Chiede delle condizioni di salute dei feriti, poi ricorda al mondo che la Francia è vicina alle vittime e le aiuterà in ogni modo. Sipario.

Ognuno veda le differenze con la situazione italiana, dove il testacoda è semplicemente da brividi. Non solo nessuna figura istituzionale è andata a visitare gli innocenti colpiti. Ma per due giorni, dopo che un pazzo (mah!) fascista si è messo a sparare per la strada come un qualunque terrorista dell’Isis, il dibattito si sviluppa su questi arguti temi. Uno: non si spara alla gente per la strada. Due: Beh, però, se uno è esasperato, dai, si può capirlo. Il tutto con decine e decine di sfumature, nuances, minuscoli slittamenti di colore.

In poche parole: Salvini a reti unificate, un’accettazione profonda del suo discorso, il trionfo della narrazione fascio-leghista. Persino davanti a sei feriti innocenti in un raid terroristico, la vulgata prevalente sul tema dell’immigrazione è ancora quella di Salvini. Qualunque altro leader mondiale, anzi della Galassia, anzi dell’Universo, compaia in una foto mentre stringe la mano a quello che poi andrà in giro a sparare per la strada, avrebbe la carriera troncata. Salvini no, Salvini guadagna punti nei sondaggi.

Il capo del Pd, si legge sui giornali, “ha ascoltato con preoccupazione gli esperti di marketing elettorale”. Urca. Poi ha deciso per la linea morbida e la solita richiesta di sicurezza: più Polizia, più Carabinieri. E del resto la sua sudditanza all’impianto salviniano era già stata dichiarata con un “aiutiamoli a casa loro” da manuale.

Silvio buonanima si è messo a rincorrere Salvini praticamente sostenendo che se la gente spara per strada agli stranieri è perché ci sono gli stranieri, e lui li manderà via. I cinque stelle hanno fischiettato e parlato d’altro, non essendo perfettamente al corrente di quel che pensa la loro base elettorale. Intanto, le vittime del jihadista della Lega, quelli che stavano andando a lavorare, o aspettavano l’autobus, o tornavano a casa e che sono finiti sparati da uno che leggeva il Mein Kampf, lo Stato italiano lo hanno incontrato. Poliziotti che sono corsi sul posto, guidatori di ambulanze, infermieri, medici, caposala che ti portano il brodino dopo l’operazione.

Insomma hanno visto la parte migliore dello Stato, i gradini bassi, la manovalanza che ti ferma l’emorragia e ti prepara la flebo, i vituperatissimi “lavoratori statali”. Mentre i vertici, dello Stato, si sono comportati come davanti a un normale caso di cronaca nera, insomma hanno fatto di tutto perché il primo vero attacco terroristico in Italia scivolasse via come una specie di incidente stradale. Belle parole, fermi proclami, poi via, a fare gli aperitivi elettorali, con la paura di perdere qualche voto o la preoccupazione di sciacallare il meglio possibile per guadagnarne.

Noi, Come l’emigrato del film di verdone

Più che triplicata in una ventina d’anni, l’astensione dal voto sarà sicuramente alta anche il 4 marzo perché le ragioni della disaffezione politica degli italiani non accennano a venir meno. Col naufragio delle ideologie e la personalizzazione dei partiti, trasformati in macchine da guerra tenute insieme non da una gerarchia di valori comune, ma dalla disponibilità a marciare agli ordini dello stesso capo, la politica non può attrarre chi è disposto a mettersi al servizio di un ideale, ma non al servizio di un uomo. Tanto più se si tratta di un uomo che può parlare del suo partito non come del partito al quale appartiene lui, ma come del partito che appartiene a lui (anche in termini patrimoniali). Idem se si tratta di un giovanotto senza complessi riuscito in quattro e quattr’otto a impadronirsi anche lui (ma lui solo di fatto) di un partito, che ora gestisce in modo, appunto, padronale, riducendolo a un’accolita di yesmen capaci di approvare le decisioni più devastanti con cento voti a favore e un solo contrario: una maggioranza che d’ora in poi in Bulgaria chiameranno italiana. La personalizzazione della politica riguarda però un po’ tutti i partiti, la cui carta d’identità riporta ormai solo il nome e la faccia del capobastone. Ma non sono pochi gli italiani che vivono con crescente disagio la propria appartenenza a un popolo rassegnato a questo; e faticano a togliersi dalla mente l’interrogativo di Platone dal quale Gobetti trasse il motto della sua casa editrice: “E che c’entro io con gli schiavi?”

La scelta di dare il proprio voto (non meno che quella di aderire) a un partito tanto fortemente personalizzato che la sua identità coincide con quella del suo capo, al quale è perciò consentito, oltre che di stabilirne discrezionalmente la linea, di fare il bello e il cattivo tempo senza dover consultare nessuno e a nessuno rendere conto, può poggiare solo su una fede senza limiti in lui, e dunque sulla certezza della sua affidabilità. Ma quale garanzia di affidabilità può dare chi continua a fare e disfare ad nutum a seconda delle (sue) convenienze? Per rimanere ai leader delle due principali coalizioni, ecco un evasore fiscale certificato che promette guerra senza quartiere all’evasione fiscale, e pur sapendo di non potere per legge diventare presidente del Consiglio, propone all’elettorato un logo (Berlusconi presidente) che fa credere agli ignari di poterlo portare alla Presidenza del Consiglio col loro voto: tentata truffa, tentata circonvenzione di incapace, pubblicità ingannevole, o tutt’e tre le cose insieme?

Ecco un altro al quale l’aver fatto rimuovere la bandiera dell’Ue dal suo studio non impedisce di spacciarsi ora per un ultrà dell’europeismo; come l’avere per un anno intero indicato nel Senato un ente inutile e dannoso non impedisce di scegliere proprio il Senato come luogo dove impegnarsi per il bene del Paese. Ed ecco tutt’e due fingere una belligeranza che in realtà è una non-belligeranza, e anzi una cobelligeranza contro un avversario comune. Niente di male: ma allora perché simulare scaramucce genuine come un incontro di wrestling, se non per ingannare gli elettori?

Chi non ce la fa a votare per loro, ma dati i suoi i suoi principi non ce la fa nemmeno a non votare per nessuno, potrebbe essere tentato di guardare ai 5stelle; ma sarebbe presto costretto a riconoscere che anche per loro democrazia non significa contare, ma essere contati. Chi e come ha deciso che e come doveva essere cambiato il loro statuto (spiritosamente chiamato non-statuto, in perfetta aderenza ai canoni della neolingua orwelliana) poi approvato plebiscitariamente? Come mai il giovanotto che hanno chiamato a guidarli si è messo a parlare in prima persona singolare (farò questo, farò quello, invece di faremo questo, faremo quello)? E perché uno dovrebbe dargli mandato di abrogare 400 leggi (chi sa perché non 237 o 4526), senza sapere quali e per quale ragione?

Se poi si aggiunge che proprio ora che la personalizzazione della politica è all’apice è stata varata una legge elettorale che consente agli elettori di scegliere il partito, ma non la persona da cui farsi rappresentare, e che anche se per avventura capita che a rappresentarli sia la persona che avrebbero scelto se l’avessero potuto scegliere, il divieto di mandato imperativo, inteso come obbligo di mandato in bianco, le consentirà di fare quello che vuole lei invece che quello che vorrebbe chi l’ha eletta, forse risulterà meno colpevole chi rifiuta di prestarsi a un gioco del quale trova inaccettabili le regole. L’astensione appare infatti la sola forma di protesta civile possibile (si vedrà se sterile) contro l’arroganza di una classe politica che non ha mai preteso tanto potere come ora che la sua credibilità è prossima allo zero. Meglio comunque limitarsi a disertare i seggi, se l’alternativa è quella di andarci solo per prodursi in una dichiarazione di non voto analoga (e nella conclusione, identica) a quella dell’emigrato di Bianco, rosso e Verdone.

Mail box

 

L’assurda guerra tra poveri per contenderci le briciole

Vorrei tanto che quando un “onesto cittadino italiano” medio povero secerne il suo livoroso veleno contro i disperati, gli emarginati, i reietti della società pretendendo giustizia sommaria non contro un presunto colpevole, ma addirittura verso tutta l’etnia che ritiene comune al ero, immaginasse le risate che si fanno chi abita ai piani alti della società. Ormai la guerra tra poveri è in atto e soltanto un miracoloso ravvedimento può evitare che arrivi alle sue estreme conseguenze. Capisco che è facile sfogare le proprie frustrazioni su chi è debole, indifeso, solo, ma possibile che non capiamo chi sia il vero nemico della nostra vita, il responsabile dei nostri problemi? Se noi diventiamo sempre più poveri non è perché sbarcano i migranti, ma è per il fatto che i (pochi) ricchi diventano sempre più ricchi, se non c’è lavoro per i giovani non è perché lo danno ai richiedenti asilo, se non c’è un welfare soddisfacente non è colpa dei profughi. Sulla loro e sulla nostra pelle specula un’accolita di parassiti che prospera sulle nostre disgrazie e si sbellica assistendo all’assurdo spettacolo che gli forniamo quando, come ottusi galletti da combattimento, ci azzuffiamo tra noi per contenderci le poche briciole che ci concedono.

Mauro Chiostri

 

Fermi tutti: c’è il Festival e l’Italia dimentica i problemi

Tregua. Ci sono le Olimpiadi? No, di più: c’è il Festival di Sanremo. Dopo la Nazionale di calcio, è l’evento che ci fa sentire veramente italiani. Sì, c’è il razzismo che spara, il fascismo che torna (non solo Lui con un film), Salvini che ci salva, Meloni che ci mela, Berlusconi che ci berlusca e anche Gentiloni che ci gentila, ma poi c’è il palco che s’illumina. E tutti a capire se il motivo va e le parole reggono. Sì, perché di politica non ce ne intendiamo, ma di melodie sì. E siamo esigenti. Possiamo accettare tutto: corruzione, evasione fiscale, nepotismi e incompetenze, ma la stecca no. Li pretendiamo una punizione severa ed esemplare. Ne va della nostra italianità. Fondata su tre C: Calcio, Cucina e Canzoni.

Massimo Marnetto

 

Renzi continua a promettere, ma non ci casca più nessuno

Il Fatto Quotidiano ha pubblicato ieri una tabellina con l’attendibilità delle promesse elettorali di Matteo Renzi. Al di là che gran parte delle promesse elettorali sono poi disattese da qualsiasi politico siano fatte, è incredibile la faccia tosta di questo personaggio che ha governato fino a poco tempo fa e non ha fatto assolutamente nulla di quanto sbandierava prima di andare al governo. Anzi, spesso ha fatto il contrario. Continua a elargire promesse di bonus che costano una follia senza affrontare i problemi alla radice, a partire dal lavoro. Si sono già visti gli effetti dei suoi bonus e se ne è vista l’inutilità (a parte per quelli che hanno gli 80 euro in più in busta paga, forse gli unici contenti). Ma la cosa più grave è che vi sono persone che, nonostante non abbiano tratto nessun vantaggio dalle scelte di Renzi, credono alle sue promesse e pensano ancora di votarlo. Ignoranza o masochismo?

Monica Stanghellini

 

Troppi incidenti sulla neve: ci vogliono più regole

Le statistiche, ahimé, registrano un numero ancora troppo elevato di infortuni e morti sulle piste da sci e snowboard. Basti vedere la cronaca dei giorni scorsi. Per non parlare degli incidenti e morti per valanghe. Per chi pratica queste discipline è indispensabile imparare a conoscere i propri limiti e sapersi gestire coscienziosamente: usare sempre il casco e non andare a una velocità eccessiva. In altre parole, per chi vuole divertirsi in montagna è importante osservare le regole fondamentali da adottare in pista. Le guide alpine e la prevenzione, saggiamente, vogliono che cresca la cultura del no al fuori pista. Insomma, è necessario attenersi alle indicazioni e non fare di testa propria. La montagna è sinonimo di libertà ma va rispettata. Solo così si possono evitare perdite di vite umane. La vita è sacra e inviolabile.

Franco Petraglia, Pasquale Mirante

 

L’On. Ronzulli si informi prima di discutere di lavoro e art. 18

L’altro giorno ho captato, durante un gallinaio televisivo una frase di Licia Ronzulli (cito a memoria): “L’Italia, per decenni è stata ostaggio dei sindacati e dell’art. 18”. Ovvio che, come al solito, non sapesse neppure di cosa trattasse l’argomento, visto che l’art. 18 insieme a tutta la legge 300/1970 entrava in vigore quando lei frequentava l’asilo. Io che, invece, avevo partecipato a molte manifestazioni a favore della legge, che ne ho fatto argomento di tesi di laurea, credo di poterle dare (all’On Ronzulli) un suggerimento: non parli di un argomento che non conosce, che non sa quanta sofferenza ha causato prima di entrare in vigore. Mio padre, era interprete alla Fiat nell’epoca Vallettiana e il peggiore attentato alla dignità del lavoratore, veniva effettuato perché non c’era lo Statuto. All’uscita dai cancelli, poteva essere perquisito dalle guardie di Valletta e se, disgraziatamente, la matita usata sul lavoro, anziché posarla nel cassetto, l’avesse messa nel taschino della giacca, il giorno successivo poteva evitare di ripresentarsi ai cancelli. Capito on. Ronzulli? Lasci stare argomenti per lei completamente fuori della sua portata come il lavoro. Quello che dà dignità alle persone.

Luigi Barbero

Sanremo Anzaldi è una sorta di caricatura, ma arrogante

Trovo veramente ridicola la posizione assunta da Michele Anzaldi del Pd che grida alla violazione della par condicio solo perché Andrea Scanzi è stato chiamato a far parte della giuria di esperti da Baglioni. In che cosa consista la violazione della par condicio l’illustre Anzaldi non lo spiega per bene, ma l’assunto del pidino è che il giornalista del Fatto Quotidiano rappresenti una parte politica.

Certo la disperazione può fare brutti scherzi e tale sentimento, visti tutti i sondaggi, deve essere diffuso tra i dirigenti del Pd, ma polemizzare sul nulla visto che si parla di canzoni e pensare che uno dei pochi giornali “liberi” che abbiamo in Italia possa esistere, avere un suo spazio e un suo pubblico deve dare molto fastidio a un partito cui di democratico è rimasta solo la fuffa e non la sostanza.

Si tranquillizzi Anzaldi e si preoccupi piuttosto di recuperare con argomenti seri e non con le buffonate come quella su Scanzi i milioni di voti che il suo partito ha perso e continua a perdere. Ad Andrea Scanzi naturalmente tutta la mia solidarietà e stima. Gli Anzaldi passano! Il giornalismo vero e al servizio del lettore ha e avrà sempre il suo spazio.

Leonardo Gentile

Caro Leonardo, le parole “Anzaldi” e “ridicolo” vanno spesso di pari passo. Ogni epoca ha i suoi dittatorucoli e, con essi, i suoi “bravi” di manzoniana memoria. Il renzismo somiglia al berlusconismo anche in questo: nella refrattarietà al dissenso, nella continua propensione al tragicomico.

Sono (spesso, non sempre) goffi, incapaci, caricaturali, arroganti e naturalmente disastrosi. Il successo di “Renzusconi” (libro e tour) non poteva non dare fastidio ai piani alti, così infastiditi da cercare ogni pretesto – anche il più ridicolo – pur di limitare il raggio d’azione mio e del Fatto.

Ringrazio Claudio Baglioni per avermi chiamato a Sanremo: sarà divertente. Quanto ad Anzaldi: il nostro eroe è una sorta di Gasparri che non ce l’ha fatta, e anche solo per questo avrà sempre la mia solidarietà umana. Grazie a te per le belle parole e a tutti voi per la quintalata di affetto (e responsabilità) con cui mi state meravigliosamente travolgendo in queste settimane.

 

Piombino, il colosso Jindal interessato allo stabilimento

Sembra che per l’Aferpi di Piombino e i suoi tremila lavoratori (indotto compreso) la situazione cominci a schiarirsi. L’accelerazione della vertenza richiesta dai sindacati la scorsa settimana c’è stata, e in più per il futuro dell’acciaieria sono in vista sia un piano A che un piano B. Ai rappresentanti dei metalmeccanici presenti al tavolo romano, il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha infatti confermato l’avvio della procedura per il nuovo commissariamento della società che permetterebbe di di garantire la continuità lavorativa. In più, stando a una lettera che Cevital (società proprietaria dello stabilimento di Piombino, guidata da Issad Rebrab) ha inviato al ministro, il gruppo indiano Jindal – già noto per aver partecipato alla gara per l’Ilva – sarebbe interessato ad acquistare l’Aferpi. Se fosse davvero così, si tratterebbe di una buona notizia per i lavoratori che in caso di cessione diretta della società non dovrebbero aspettare i tempi tecnici del nuovo commissariamento. Se infatti l’istanza di amministrazione straordinaria di Aferpi è immediata, per la decisione del tribunale di Livorno sull’insolvenza di Cevital ci sarà da aspettare un mese.

“Gli operai votano 5Stelle perché traditi dal Pd”

Chi ancora pensa che l’operaio voti a sinistra quasi per una predisposizione genetica può mettersi definitivamente l’anima in pace. Anche il sondaggio pubblicato ieri dal Fatto descrive un voto delle “tute blu” che ha mollato da tempo gli ormeggi dei partiti storici di riferimento. E quando non si rifugiano nella disillusione dell’astensionismo (ben il 30 per cento) i più politicizzati vagano tra le sirene dell’attuale offerta elettorale, alla ricerca di rappresentanza e più ancora di rivalsa, dove il polo attrattivo più forte è il Movimento 5 stelle.

Prendiamo LeU, la costola uscita dalla sinistra del Pd impugnando la bandiera del lavoro: il sondaggio gli assegna solo il 10% di preferenze.

“Per una formazione politica nata il 6 dicembre scorso e che deve dimostrare ancora la sua forza propulsiva al mondo del lavoro mi sembra una buona base di partenza e un’inversione di tendenza” osserva Giorgio Airaudo, perito elettronico e sindacalista, ex segretario nazionale dei metalmeccanici della Cgil, deputato di Sel uscente e oggi candidato in Piemonte per Liberi e Uguali.

Al di là dei sondaggi che aria tira?

Davanti alle fabbriche sento dire che molti non votano, o votano Lega o 5Stelle, e poi mi dicono meno male che ci siete voi, così posso tornare a votare.

Ha sentito parlare anche di Matteo Renzi?

In quel voto lì ci vedo una richiesta di cambiamento contro il tradimento del Pd: l’abolizione dell’articolo 18 che non era riuscita a Berlusconi l’ha fatta Renzi, la Fornero più che una riforma è una manovra finanziaria; hanno dato in garanzia le nostre pensioni alla finanza internazionale per spegnere la speculazione e Salvini sull’articolo 18 è un ‘diversamente Fornero’.

A questi operai però la Lega piace: gli assegnano sul piano nazionale un 13%, come negli anni 90 quando Bossi a nord superò la Dc e il Pci con il voto dei vecchi quartieri operai. La storia si ripete?

Il voto dei lavoratori non è mai stato da una parte sola, negli anni ‘70 la sinistra si identificava nel mondo del lavoro, facendo eleggere nei consigli comunali e al parlamento gli operai delle fabbriche, questa cosa si è persa nel tempo con la perdita dei diritti conquistati che si è trasformata in perdita di consenso, non si ricostruisce un rapporto con quel mondo con i braccialetti della Amazon.

Il sondaggio dice che tra i lavoratori il Movimento 5 Stelle è più credibile di voi.

Non sono stupito, il consenso dei 5stelle è trasversale, hanno occupato uno spazio davanti al fallimento di politiche ostili al lavoro: il voto al Movimento è un randello su chi ha governato fino adesso.

Germania: più salario e 28 ore alla settimana

Gli stipendi saliranno del 4,3% e i lavoratori avranno anche il diritto di accorciarsi il turno settimanale, facendo 28 ore anziché 35. Alle buste paga più ricche, insomma, si aggiungerà una maggiore flessibilità nell’organizzazione dell’orario: ecco i due risultati portati a casa dal maggiore sindacato dei metalmeccanici tedeschi, l’IgMetall. Nella notte tra lunedì e martedì, dopo settimane di trattative e scioperi, è arrivata la firma sul nuovo contratto con l’associazione datoriale Suedwestmetall, che rappresenta gli industriali del Baden-Wuerttenberg, la ricca regione a Sud-Ovest della Germania. Per il momento, si tratta di un’intesa che coinvolge i 900 mila lavoratori della zona, ma tutti i commentatori sono pronti a scommettere che sarà presto estesa a tutti i 3,9 milioni che ricadono sotto l’ombrello IgMetall. Un primo passo verso quella crescita dei salari auspicata all’interno dell’Eurozona dalle istituzioni europee e internazionali.

LO SFONDO. I presupposti per arrivare a un accordo molto favorevole ai lavoratori c’erano tutti: il bassissimo tasso di disoccupazione e la crescita dei dividendi delle aziende. Il Baden-Wuerttenberg, con capitale Stoccarda, è lo stato federale tedesco con la più bassa percentuale di persone senza lavoro, un risultato reso possibile anche grazie alla presenza di industrie quali la Porsche, la Daimler e la Robert Bosch. Una domanda di lavoro talmente alta che spesso per le aziende diventa addirittura difficile trovare la manodopera richiesta. In questo contesto, il sindacato ha alzato la posta, chiedendo aumenti del 6% dello stipendio, anche a titolo compensativo visto che negli anni della crisi era stata accettata una discesa dei salari. L’offerta messa sul piatto dagli industriali, tra l’altro inizialmente ostili a concedere flessibilità sugli orari, si fermava al 2%. Così, consapevole del suo potere negoziale, l’IgMetall è passato alla mobilitazione, con 24 ore di sciopero.

LA FIRMA. L’ultimo round con la Suedwestmetall è durato 13 ore e si è concluso con la firma sul contratto che sarà efficace fino a marzo 2020. Gli aumenti partiranno ad aprile, mentre per i primi tre mesi del 2018 i lavoratori otterranno 100 euro come una tantum. Chi vorrà potrà ridursi l’orario a 28 ore settimanali per due anni, per poi tornare al full time. Le aziende, invece, potranno aumentare il personale in servizio per 40 ore settimanali. L’obiettivo del sindacato, che è sembrato addirittura più sentito della questione economica, è permettere ai suoi iscritti di bilanciare lavoro e vita privata. Jörg Hofmann, leader IgMetall, ha detto che questo accordo è “una pietra miliare sul sentiero di un moderno e autodeterminato mondo del lavoro”.

L’APPELLO. A spingere in favore di un aumento salariale, negli scorsi mesi, sono state la Banca centrale europea, il Fondo monetario internazionale e la Bundesbank. Da Francoforte Mario Draghi ha più volte sostenuto la necessità della crescita degli stipendi per una risalita dell’inflazione nell’Eurozona. Proprio sulla base di queste esternazioni, tutti gli occhi erano puntati sull’accordo “pilota” del Baden-Wuerttenberg, un’area nella quale le buste paga non lievitavano nonostante l’altissima richiesta di lavoratori. Tuttavia, le prime stime non prevedono un impatto molto alto per il contratto di IgMetall.

La Bce ha spesso insistito sul rapporto tra livello salariale e statistiche del mercato del lavoro. In più occasioni, Draghi ha diffuso i dati sulla disoccupazione reale dell’eurozona, quella che non considera solo chi cerca attivamente lavoro – come fanno gli istituti di statistica – ma anche i cosiddetti “inattivi disponibili” e i part-time involontari. Con questi parametri, il dato italiano si aggirerebbe attorno al 23% (contrariamente all’11% “ufficiale”) e rappresenta un grande ostacolo alla crescita dei salari.