Prezzi record e crescita, perché le Borse crollano

L’ultimo avviso l’aveva dato, giusto prima di lasciare l’incarico, Janet Yellen, presidente della Federal Reserve. In un’intervista registrata venerdì scorso, andata in onda sulla rete Cbs domenica mattina, aveva parlato di “Prezzi delle azioni alti, con i rapporti prezzi/utili vicini ai massimi storici”. Una profezia avveratasi in tempo reale. Dopo nove anni di crescita quasi ininterrotta la borsa americana è crollata, trascinando con sè i mercati asiatici ed europei. Oltre 4 mila miliardi di valore persi dalle Borse mondiali tra i massimi del 29 gennaio e ieri. Quali siano le ragioni di una caduta così brusca, e cosa ci si debba aspettare dai mercati nel prossimo futuro, è argomento di dibattito tra analisti e investitori. Un bel carico di responsabilità nella gestione della faccenda ce l’ha ora Jerome Powell, nuovo capo della Banca centrale americana, che dovrà manovrare i tassi cercando di non fare danni in un contesto di mercati instabili.

Che le azioni avessero raggiunto valutazioni da record è un fatto, su cui gli analisti più prudenti insistevano da mesi. Prima del crollo, le principali società quotate a Wall Street, rappresentate nell’indice Standard & Poor’s 500, avevano raggiunto un valore medio di Borsa pari a 27 volte gli utili, il 30% in più della media storica, e un rapporto tra il prezzo e il valore del patrimonio netto pari a 3,5 volte, contro la media di 2,4 degli ultimi 10 anni. A meno di ritenere che un mercato possa salire all’infinito, contraddicendo una delle leggi più certe dell’economia, e del buon senso, una correzione era prevedibile. Anche se non di questa portata. L’economia reale, se si sorvola sulla crescenti diseguaglianze nella distribuzione del reddito (che sono l’ultimo problema degli investitori), gode infatti di buona salute, la migliore da anni. Tutti principali Paesi sono in crescita, con gli utili aziendali che salgono a doppia cifra: per quelli delle 500 principali società quotate in Usa, beneficiate dal maxi-taglio fiscale sugli utili varato dall’Amministrazione Trump, quest’anno si attende un più 18,4%.

“La preoccupazione sulla sopravvalutazione delle azioni c’era da tempo – dice Mario Seminerio, economista e autore del sito Phastidio.net – dopo l’accelerazione delle ultime settimane il mercato cercava evidentemente un alibi per vendere e realizzare i profitti. L’occasione è stato il dato di venerdì scorso sulle paghe orarie negli Stati Uniti, cresciute del 2,9% a dicembre, più del previsto”. La crescita dei salari indica infatti che l’inflazione potrebbe rialzare la testa.

Dopo la stagione delle politiche monetarie super accomodanti, con 15 mila miliardi di dollari immessi nel sistema dalle banche centrali negli ultimi 10 anni, che hanno portato il costo del denaro ai minimi storici, un repentino rialzo dei tassi, per contrastare l’inflazione, renderebbe più conveniente l’investimento in obbligazioni e metterebbe un freno agli investimenti delle aziende e ai consumi.

Ieri è stata un’altra giornata difficile, le Borse europee sono tutte scese pesantemente, con Milano giù del 2,08%, mentre quella americana ha oscillato tutto il giorno attorno alla parità, chiudendo alla fine in rialzo. .

Come andrà nei prossimi giorni non è dato sapere. Quel che è certo è una ripresa della volatilità, cioè dell’ampiezza delle oscillazioni dei prezzi. L’indice Vix (volatility index, il cosiddetto “indice della paura”), rimasto piatto per mesi, negli ultimi giorni è impazzito, raggiungendo i livelli più alti dal 2011. “Economicamente non c’è nulla che giustifichi questi ribassi, i fondamentali economici restano buoni – ha detto ieri Paul Donovan, capo economista di Ubs wealth management – ma i trader che si erano dimenticati cos’è la volatilità si sono ora bruscamente risvegliati”.

De luca, la frittura si fa responsabile

Era il dicembredel 2010, nacquero i Responsabili, dimenticabile stampella di un Cavaliere in crisi, tre senatori voltagabbana che gli regalarono altri undici mesi di agonia. “A chi è venuta l’idea di fare i Responsabili? Chi ha detto per primo che avrebbe votato Berlusconi, senza se e senza ma”? A parlare così in un’intervista a Repubblica non fu Scilipoti, né Calearo, ma il terzo, Bruno Cesario da San Giorgio a Cremano (Napoli). Cesario che sette anni e due mesi dopo approda alla corte di Vincenzo De Luca. Il Governatore Pd della Campania ha pensato a lui come nuovo capo staff, il posto era libero dopo le dimissioni di Franco Alfieri, candidato dem nel collegio del Cilento. Dal signore delle fritture di pesce al principe dei cambi di casacca. Già demitiano, rutelliano, pidino, poi scilipotiano, nel 2015 Cesario ha detto di nuovo sì a De Mita e si è candidato (non eletto) alle Regionali nell’Udc appena uscito dall’accordo con Forza Italia per sostenere De Luca. Caldoro lo ha definito “il patto di Marano”, dal luogo dove si incontrarono gli statisti di Nusco e Salerno. Eccone uno dei frutti. Pare evidente che De Luca sceglie i suoi capi staff secondo il criterio che devono essere capaci di tutto: Cesario risponde al profilo.

Libera lap dance in libero Stato

Per definizione sono le “donne libere”.
E l’incongruenza c’è: l’azione volontaria non può essere considerata coercizione.

Insomma, dove ci sono campane, ci sono bottane e la legge Merlin contro la prostituzione di Stato e lo sfruttamento e il favoreggiamento della stessa, in vigore dal 20 settembre 1958, contiene norme contraddittorie.

Libera lap dance in libero Stato. E la Consulta è oggi chiamata a stabilire se sia costituzionale sbattere in galera chi assolda escort volontariamente decise a prostituirsi.

Il colpo di scena, a Bari. È la Terza sezione della Corte di appello ad accogliere l’istanza presentata dai difensori di Gianpaolo Tarantini nel processo “Escort” in cui, oltre a “Gianpi”, sono imputati la mitica Ape Regina, Sabina Began, Massimiliano Verdoscia e Peter Faraone.

C’è un’illegittimità costituzionale – nella valutazione degli avvocati difensori – nella parte in cui la legge Merlin individua come reato il reclutamento di ragazze destinate allo scopo.

Ed è il reato – come ravvisa l’accusa – di Tarantini che arruola ventisei signorine per portarsele alle serate a casa di Silvio Berlusconi, tra il 2008 e il 2009, all’epoca presidente del Consiglio.

Un reato, questo, dalle suggestioni tanto imbarazzanti quanto evocative nella storia del costume nazionale, un capitolo chiave dal titolo Bunga-Bunga

nel grande libro del berlusconismo, quasi un anatema penitenziale che nell’istanza redatta dagli avvocati inciampa in un’illogicità: chi si offre volontario può essere considerato coscritto?

La Consulta accetta di dare una risposta e il processo è sospeso. Fin qui, il colpaccio messo a segno nel vivo cuore di una vicenda che comincia sessant’anni fa quando più di cinquecento “case chiuse” vennero cancellate e 2.700 prostitute licenziate e avviate a un diverso destino.

Un’occasione, se mai verrà riconosciuta l’incostituzionalità delle norme nella Legge dello Stato, che va a far crollare la Merlin con un esito, anzi, un dettaglio, chiamato “Berlusconi”, ancora una volta protagonista nella sovversione della sacrissima morigeratezza repubblicana.

Dove ci sono campane, ci sono bottane. Mai come in questo capovolgimento, frutto dell’estro giuridico levantino – gli avvocati Nicola Quaranta, Raffaele Quarta, Ascanio Amenduni e Nino Ghiro – il procedimento di Strapaese va a reclamare le proprie irragionevoli ragioni. Ed eccolo: “L’Arcitaliano non ha paura della Legge di natura, anzi, talvolta, egli corregge, la natura della Legge”.

E niente come con questo argomento – la “libera lap dance, in libero Stato” – può mettere in scacco un mito fondante dell’etica laica, la Merlin, su cui indimenticati fotogrammi della grande commedia italiana, a metà tra nostalgia e melodramma, come coi capolavori di Federico Fellini, segnano l’estetica e il sottotesto di una pruderie “elegante” presente in tre generazioni: quella dei nonni, quella dei padri e quella dei figli.

Dopo Guido Gozzano – “Cocotte, che vuol dire mammina? Vuol dire cattiva signorina, non bisogna parlare alla vicina!” – passando per Totò (nel film Totò cerca casa

), ecco Silvio Berlusconi che, oplà, come la vecchia talpa della storia di Karl Marx – ben scavando – scardina i lucchetti di una vicenda data per chiusa e va a incrinare il monumento chiamato Angelina Merlin, la senatrice socialista che dal 16 agosto 1948 cominciò la sua battaglia contro i bordelli di Stato.

Con la chiusura delle case chiuse, diceva Ennio Flaiano, “agli italiani non resterà altro ricordo che quello della vita militare”. Anche la naja è stata cancellata ma, ancora poco e – vecchia talpa, ben scavato! – si torna alle Case chiuse.

Gianpi e le escort “per scelta”: il processo appeso alla Merlin

Il processo sulle escort portate nelle residenze private di Silvio Berlusconi arriva davanti alla Corte costituzionale. La Consulta potrebbe teoricamente ribaltare, a distanza di sessant’anni dalla sua approvazione, parte della legge Merlin sulla prostituzione, sulla quale si basano molte delle accuse agli imputati nel “processo escort”. È quanto deciso ieri dalla Corte d’appello di Bari, che ha accolto le richieste degli avvocati Nicola Quaranta, Raffaele Quara, Ascanio Amenduni e Nino Ghiro, difensori di Gianpaolo Tarantini e Massimiliano Verdoscia, imputati – oltre che per altri reati, nel caso di Tarantini – per favoreggiamento e reclutamento della prostituzione, per aver fatto da intermediari tra le escort e l’ex premier, tra il 2008 e il 2009.

I giudici dell’appello hanno ritenuto “non manifestamente infondata” la presunta illegittimità costituzionale della Merlin, nella parte in cui dispone che il favoreggiamento e il reclutamento siano previsti come reato anche quando la scelta della prostituzione – come nel caso delle escort – avvenga in maniera libera e volontaria.

Il riferimento è all’articolo 3 della Merlin, che potrebbe essere in contrasto con diversi principi costituzionali, a partire dal riconoscimento “dei diritti inviolabili” dei cittadini (art. 2), in cui i giudici fanno rientrare “la libera scelta” di prostituirsi, fino all’uguaglianza davanti alla legge (art. 3) e alla libertà “dell’iniziativa economica privata” (art. 41).

“La legge Merlin – si legge nell’ordinanza – è stata concepita in un’epoca storica (fu approvata nel 1958, ndr) in cui il fenomeno della prostituzione professionale delle escort non era di certo conosciuto e neppure concepibile”. Per questo adesso sarebbe necessario rivedere alcuni reati: “Il contesto (…) impone di configurare come lecite quelle forme di interazione” , rendendo “inesigibile la penale illiceità” nei confronti dell’intermediazione tra escort e clienti (reclutamento) o del favoreggiamento. “Trattasi – scrivono i giudici – indubbiamente di una ghettizzazione indebita del libero esercizio di una peculiare forma di lavoro autonomo”.

Ci si riferisce qui a quel lavoro autonomo un tempo noto come “lenocinio” e da ieri come “interferenza di terzi” che si colloca “all’interno del libero incontro sul mercato del sesso tra domanda e offerta” e va “a supportare il preminente interesse delle escort a segnalarsi”. Attività – qualunque ne sia la forma (selezione della lavoratrice, consigli utili al buon esito della serata, eccetera) – che i giudici inquadrano senz’altro “nella fase esecutiva della prestazione di servizio”. Nessun profilo dubbio invece, secondo la Corte d’appello, per quanto riguarda i reati di induzione alla prostituzione e del suo sfruttamento: la Consulta non sarà chiamata a intervenire.

Gli avvocati di Tarantini e Verdoscia avevano già chiesto in primo grado un rinvio alla Consulta, che non era stato concesso. Per la prima volta la Corte dovrà adesso decidere sulla costituzionalità dei reati di favoreggiamento e reclutamento della prostituzione, dopo che nel corso degli anni la stessa Consulta era stata chiamata in causa varie volte per chiarire altri aspetti controversi della Merlin, come la punibilità dei gestori degli alberghi che tolleravano la prostituzione o la legittimità del raddoppio della pena per chi induca a prostituirsi ragazze minori di 21 anni.

Con la decisione di rimandare il caso alla Corte è stata sospesa la parte del processo relativa ai capi di imputazione oggetto della presunta incostituzionalità. Oltre a Verdoscia e Tarantini (l’imprenditore barese accusato di aver fatto da tramite tra 26 giovani donne e l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi per gli incontri nelle sue residenze private), sperano in un ribaltamento altre sei persone, imputate nello stesso processo di Bari. Tra loro ci sono anche Sabina Began, l’Ape regina dei party di palazzo Grazioli, e Pierluigi Faraone, promoter amico di Tarantini.

Sempre a Bari rischia grosso anche lo stesso Berlusconi, che potrebbe finire a processo per induzione a rendere false dichiarazioni alla giustizia, con l’accusa di avere pagato Tarantini – tramite Valter Lavitola – perché mentisse ai pm baresi che indagavano nel processo escort.

1,5 miliardi al Tap dalla Banca europea degli investimenti

Via libera da parte della Bei, la banca europea degli investimenti, a un maxi prestito da 1,5 miliardi di euro per la realizzazione del contestato gasdotto Tap, che attraverserà Grecia, Albania e l’Adriatico per poi raggiungere l’Italia e connettersi alla sua rete di gas naturale. Il board della Bei, dopo “discussioni dettagliate” e un primo passaggio alla riunione di dicembre, ha approvato il finanziamento, che rientra tra i più sostanziosi concessi dalla Banca. La Trans-Adriatic Pipeline è infatti parte del Corridoio Sud del gas, rientrando quindi tra i progetti energetici strategici dell’Ue. Il Tap è stato di nuovo confermato lo scorso novembre tra i progetti energetici Ue di interesse comune, in quanto di importanza strategica per la diversificazione delle forniture di gas europee. L’obiettivo, infatti, è diminuire la dipendenza dal metano russo, diminuire i prezzi per il consumatore europeo e ridurre i rischi di crisi del gas come quelle conosciute in passato. Il gasdotto, infatti, insieme con il Tanap che passa per la Turchia e a cui si collega, dovrà portare per la prima volta in Europa il gas dall’Azerbaigian, dai giacimenti del mar Caspio di Shah Deniz II. L’obiettivo è cominciare con le prime forniture nel 2020.

Il fido Tajani caposala di Silvio in Europa

Antonio Tajani, questo incrocio somatico e a pensarci bene anche politico tra Gérard Depardieu e Alvaro Vitali, sta vivendo il suo momento d’oro. Nonostante abbia contribuito a fondare Forza Italia e sia in politica dal ’94 (prima era un attivista monarchico), da quando è diventato presidente del Parlamento europeo lo prendono tutti sul serio. Tv e giornali se lo litigano; da Bruxelles, da dove appare sempre trafelato, come stesse trascurando l’impegno di tenere unita l’Europa e la cosa gli desse prescia, sta sempre a collegarsi con l’Italia per riferire cosa succede lassù, tipo astronauta Nespoli dalla stazione orbitante Iss. Ma come è accaduto che questo perdente di successo, uscito male da tutte le contese elettorali in cui si è buttato (le politiche del ’96, le amministrative di Roma contro Veltroni), è diventato una specie di oracolo della stabilità? Questo infermiere istituzionale di B. (di cui è stato portavoce), per una vita europarlamentare di FI (come Iva Zanicchi), è chiaramente un trojan inoculato nelle istituzioni Ue per trasformare in “argine contro i populismi” il frodatore fiscale, che infatti l’ha candidato premier insieme ad altri ignari malcapitati (il carabiniere Gallitelli, Frattini, gente a sorpresa e financo sé stesso). Perché in realtà Tajani, celando l’accento ciociaro sotto un contegno da emigrante italiano in Belgio, non dice niente, se non che l’Europa ama, vuole, brama B. Così ha fatto da anfitrione quando B. è andato a trovare Juncker, ha twittato tutto il tempo e ha impallato le foto con lo sguardo fanatico degli imbucati ai matrimoni.

Ieri a Radio Capital, sollecitato da Giannini sul futuro governo del Paese (che, per inciso, sarà lui a guidare), il caposala Tajani ha detto che B., l’uomo che è tra i primi responsabili del declino etico e della legalità nel nostro Paese, è “un garante di stabilità” e “a Bruxelles il suo ritorno è visto con favore”. Alla qual cosa noi, che siamo pessimisti, crediamo fermissimamente.

“Ora è chiaro: ha copiato”. Economisti contro la Madia

“La Madia ha copiato, su questo non c’è il minimo dubbio”, dice Roberto Perotti, economista della Bocconi, che aveva inizialmente difeso il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia su Repubblica e lavoce.info all’indomani delle rivelazioni del Fatto Quotidiano in merito al presunto plagio riscontrato nella tesi di dottorato. Quello che l’allora deputata Pd ha conseguito alla Scuola di Alti Studi Imt di Lucca nel 2008. Perotti contesta anche le argomentazioni per salvare la ministra usate nella perizia effettuata sulla tesi, chiesta da Imt ad una società privata per stabilire se di plagio si sia o meno trattato. La Resis di Enrico Bucci, un biologo che risulta essere professore a contratto presso la Temple University (Usa), conferma, con minime differenze, le copiature riscontrate dal Fatto nella tesi, ma salva il ministro sostenendo che in economia è lecito copiare senza virgolettare e citare. “È chiaramente un’assurdità – dice Perotti – da quello che scrive il Fatto, la perizia appare totalmente strampalata, Imt avrebbe dovuto stralciarla e avrebbe dovuto chiedere la perizia a dei pari, cioè a degli economisti, non a chi pare non avere qualifiche accademiche per giudicare un lavoro peraltro non nel proprio campo e che sembra non avere la minima di idea di come si affronti un controllo del genere”. Imt, insomma, per Perotti ha messo “una toppa che è peggio del buco”.

Dello stesso avviso Andrea Ichino, professore di Economia alla European University Institute di Firenze: “Sono indignato dalle affermazioni della perizia. Gli economisti non tollerano affatto le copiature”. Chi cita altri studi deve farlo tra virgolette se usa esattamente le parole del testo citato, oppure, nel caso di un riassunto delle affermazioni altrui, deve essere chiaramente evidente la fonte delle affermazioni, sottolinea Ichino: “Se Madia ha utilizzato materiale di altri studi senza citare esplicitamente le fonti ha commesso un errore grave.”

Dai documenti che il Fatto ha ottenuto grazie al Freedom of Information Act italiano risulta che nel 2007 economisti molto noti, come lo stesso Andrea Ichino, Luigi Zingales (della Chicago Booth) e Alberto Alesina (Harvard) fossero parte del collegio dei docenti di Imt. Assenti giustificati nella seduta dell’ 8 marzo 2007 dove si approvava il passaggio al terzo anno di dottorato degli studenti, inclusa la Madia. Dai documenti in mano al Fatto risulta che il Collegio docenti sapeva che Madia aveva scritto uno dei tre capitoli della tesi a quattro mani con la collega di dottorato Caterina Giannetti. Un fatto che però non viene dichiarato nella versione finale della tesi del ministro e neanche ai commissari per l’esame di dottorato della Madia. Uno di loro, Davide Fiaschi, economista all’Università di Pisa, ha dichiarato al Fatto in ottobre: “Il co-autoraggio resta un problema: l’originalità di una tesi va valutata in base al numero di co-autori”.

Lo certifica anche la perizia della Resis, definendo il capitolo co-autorato, senza dichiararlo, “una deviazione dagli standard accettati per la citazione del proprio lavoro.” Andrea Ichino sottolinea che però lui a Imt ha solo insegnato per un paio d’anni come professore esterno: “Non ho mai fatto parte del collegio docenti stabili e non ricordo di aver ricevuto quel verbale”. Idem Alberto Alesina: “Ho partecipato a qualcosa che mi era stato descritto come un advisory board dal 2005 al 2007, ma non ho mai partecipato ad alcuna riunione. Col senno di poi non avrei mai dovuto farlo e non voglio avere assolutamente nulla a che fare con l’Imt”. Del caso Madia non vuole parlare: “Non sono abbastanza informato.” Il Fatto non è riuscito a mettersi in contatto con Zingales.

La modalità con cui è stata effettuata la perizia è stata approvata da un comitato di saggi composto da Francesco Donato Busnelli (emerito di diritto civile presso la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa) Massimo Egidi (emerito di economia all’Università Luiss di Roma, di cui è stato rettore) e Giovanni Maria Flick (presidente emerito della Corte costituzionale). Il 26 ottobre 2017 certificano che “la relazione (della Resis, ndr) opera un’analisi precisa e puntuale delle criticità presenti nei capitoli della tesi e delle osservazioni critiche contenute negli articoli del Fatto Quotidiano, giungendo a conclusioni rigorose e ben argomentate”. Aggiungono che “si riscontra un alto grado di accuratezza nella ricostruzione dei fatti, di precisione e dettaglio nel considerare i punti critici e un notevole equilibrio nel situare l’operato degli studiosi che lo valutarono nel contesto storico e nell’area disciplinare a cui esso appartiene”. Al Fatto, Flick spiega che non era suo compito valutare il contenuto della perizia: “E’ fatta con serietà e coerenza. Non ho altro da aggiungere.” Dello stesso avviso anche Egidi: “Alcune cose risultano sì copiate, ma si tratta di frasi o dati irrilevanti perché di pubblica conoscenza”. Egidi specifica però di non aver letto la tesi della Madia, ma solo la perizia, e di non essere a conoscenza di un’altra criticità riscontrata dal Fatto, più grave del plagio: la possibile frode scientifica che appare nel terzo capitolo, cioè l’esperimento di economia comportamentale che la Madia dichiara di aver fatto all’Università di Tilburg in Olanda dove però non l’hanno mai vista. Dell’esperimento non esiste alcuna prova documentale neppure nelle carte fornite da Imt al Fatto. “Non ero a conoscenza di questo”, spiega Egidi.

Di Maio: “Il nostro ministro degli Esteri sarà un politico”

Luigi Di Maio ha presentato il programma di politica estera del Movimento 5 Stelle alla Link Campus di Roma, l’università internazionale fondata dall’ex Dc Vincenzo Scotti. Introdotto dal giornalista Piero Schiavazzi, di fronte alla segretaria generale della Farnesina Elisabetta Belloni, il candidato premier del Movimento ha annunciato le linee guida per il prossimo ministro degli Esteri, in caso di governo a 5 Stelle: il ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan, una conferenza di pace sulla Libia a Roma, lo stop alle forniture di armamenti destinate allo Yemen e più chiarezza sulla missione in Niger, di cui andrebbero riviste “regole e termini di ingaggio”. Di Maio ha confermato la sua ultima versione, quella di europeista convinto: ha definito “necessaria” la permanenza dell’Italia nella Nato e ancora di più quella in Europa, descritta con inconsueta enfasi come “la casa naturale dell’Italia e del M5S”. Poi ha dato un annuncio: alla Farnesina i Cinque Stelle non manderanno un ambasciatore, un diplomatico o un tecnico, ma “una guida politica, una persona che deve conoscere quel mondo”. Potrebbe riferirsi a Manlio Di Stefano (in foto), l’ex capogruppo del Movimento in commissione Esteri.

Sorpresa: sui migranti i partiti vanno d’accordo

Si potrebbe dire che sono più le affinità che le divergenze tra il compagno Salvini e gli altri leader di partito. Al di là della retorica quotidiana del segretario leghista e del suo flirt con l’estremismo di destra, nei programmi sull’immigrazione si notano più le convergenze che altro. Tutti, dal Pd ai Cinque Stelle, citano Dublino III, gli accordi che assegnano l’onere dell’accoglienza – e l’esame delle domande di asilo – al primo Paese d’ingresso dell’Unione Europea. Tutti parlano di cooperazione internazionale (ovvero: aiutiamoli a casa loro). Nessuno mette in discussione gli accordi di Marco Minniti con la Libia. I contrasti sull’immigrazione – sinistra a parte – rimangono in superficie.

Lega Nord. Nel programma sull’immigrazione della Lega (curato dal nigeriano Toni Iwobi) non si leggono farneticazioni etniche – come il “rischio di estinzione della razza bianca” pronunciato da Attilio Fontana – ma proposte meno radicali di quanto si potrebbe immaginare. Per il Carroccio c’è un solo criterio regolatore dei flussi migratori: il lavoro. L’immigrazione legale “è identificata dalle esigenze del mercato del lavoro nel nostro Paese”: sono benvenuti gli stranieri con un impiego regolare. Mentre “va contrastata con fermezza ogni forma d’illegalità” e dunque “chi è clandestino va rimpatriato”.

Il programma ruota attorno ad alcuni punti fondamentali: 1. No allo ius soli; 2. Blocco degli sbarchi: “L’immigrazione clandestina va contrastata alla fonte, prima che i migranti si imbarchino, quando si trovano in mare è troppo tardi”; 3. Velocizzare i tempi di analisi delle domande d’asilo e decongestionare il sistema d’accoglienza: per la Lega “a parte quel 6-7% di effettivi rifugiati, la restante parte dei richiedenti asilo risulta essere composta da finti profughi, e cioè migranti economici”; bisogna poi aumentare i Cie e stipulare accordi bilaterali con i paesi d’origine per i rimpatri; 4. Favorire politiche di sviluppo nei paesi d’origine (il famoso “aiutiamoli a casa loro” adottato anche da Matteo Renzi); 5. Revisione degli accordi di Dublino III con gli altri Stati europei.

Centrodestra. Le proposte leghiste sono state adottate – e inasprite – nel programma firmato con Forza Italia e Fratelli d’Italia. Non a caso, all’indomani dei crimini di Macerata Silvio Berlusconi ha parlato dell’espulsione di “600mila migranti irregolari”. Questi gli impegni del centrodestra sull’immigrazione: 1. Ripresa del controllo dei confini; 2. Blocco degli sbarchi con respingimenti assistiti (qui si scavalca la Lega, ndr) e stipula di trattati e accordi con i Paesi di origine dei migranti economici; 3. Piano Marshall per l’Africa; 4. Rimpatrio di tutti i clandestini ; 5. Abolizione della concessione indiscriminata della sedicente protezione umanitaria.

M5S. Sull’immigrazione le sensibilità del Movimento hanno sempre oscillato: le proposte di legge sullo ius soli poi ripudiate, la frase di Di Maio sulle Ong “taxi del mare” (anch’essa rinnegata), e così via. Le sei paginette del programma – dal titolo “Obiettivo sbarchi zero” – non fanno chiarezza. Le proposte sono quattro. Primo: “Vie legali d’accesso”, ovvero corridoi umanitari. “Il Movimento s’impegnerà per affermare vie legali e sicure di accesso all’Europa” per i rifugiati. Ma le domande di protezione internazionale saranno valutate prima della partenza, “nelle ambasciate o nei consolati nei Paesi di origine e transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi”. Il secondo punto è il “ricollocamento dei richiedenti asilo”, ovvero la già citata revisione degli accordi di Dublino, con “l’introduzione di un meccanismo automatico ed obbligatorio di distribuzione dei richiedenti”. Terzo punto (anche questo in comune con la Lega): “Velocizzare le procedure per il riconoscimento o meno dello status di rifugiato”, ma “potenziando le Commissioni territoriali e aumentandone il numero”. Infine – altro déjà vu – “la cooperazione internazionale”.

Pd. I dem sono alleati con Emma Bonino, che ha criticato apertamente le politiche di Minniti sul tema. Nelle 100 proposte del programma di Renzi non ce n’è nemmeno una sui migranti. Nel programma del Pd, un documento di 41 pagine, la parola “immigrazione” compare una sola volta in tutto il testo, nel capitolo sull’Ue: “Deve essere l’Europa a occuparsi del fenomeno migratorio. Il controllo delle frontiere ha senso se viene fatto a livello europeo (…): superiamo gli accordi di Dublino”. Fantasia. Per il resto il Pd ripropone lo ius soli, che non ha avuto la forza di approvare in 5 anni, sostiene il superamento della Bossi-Fini e (ancora) la cooperazione internazionale: “Perché l’Africa è lo specchio dell’Europa: se l’Africa cresce, l’Europa sta meglio”.

Sinistra.Per Liberi e Uguali bisogna “rigettare accordi con Paesi in cui non siano garantiti i diritti umani”, a partire dalla Libia. Come il Pd, LeU vuole abolire la Bossi-Fini e approvare lo ius soli. Inoltre per la lista di Grasso “va costruito un sistema di accoglienza rigoroso, diffuso e integrato, sulla base del modello Sprar, superando la gestione straordinaria che ha generato scandali”. Quest’ultima proposta è formulata anche nel programma di Potere al Popolo. Che aggiunge “l’abolizione del regolamento di Dublino III, delle leggi Minniti-Orlando e di tutte le leggi razziste che lo hanno preceduto (la Bossi-Fini e la Turco-Napolitano, ndr)”. Infine l’approvazione dello ius soli e “il diritto di voto a partire dalle elezioni amministrative per chi risiede stabilmente nel nostro paese”.

“Vinci salvini”, felpe in omaggio

L’offerta campeggia sui canali social del leader della Lega, candidato premier all’insaputa degli alleati: “Vinci Salvini”, con tanto di punto esclamativo, è la prima raccolta punti in cui è il presunto “premio” a elemosinare like. Funziona così: chiunque metta un “mi piace” sulla pagina Facebook del “Capitano” (anche questo, di titolo, se l’è appioppato da sé) partecipa al concorso che ha in palio, nell’ordine: una telefonata con Matteo Salvini, un post con la propria foto diffusa ai 3 milioni di fan del medesimo, un caffè con il segretario del Carroccio. Chi sogna l’incontro riservato, resterà deluso: ci sarà una telecamera a immortalare l’evento, per poi far crepare d’invidia il resto della Rete. Non disperino, i mancati vincitori: fonti vicinissime al leader leghista ci informano che presto partirà un tour in pullman per ricompensare i delusi. In omaggio una batteria di felpe, disponibili taglie per tutta la famiglia.