Tra Renzi e Berlusconi c’è una “condizione di reciprocità”. La definizione arriva a sera da Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali. I due hanno appena espresso la stessa posizione sugli scenari post-4 marzo. “Se il centrodestra non otterrà la maggioranza torneremo al voto”, ha detto Berlusconi lunedì ad Agorà. E ieri Renzi nella stessa trasmissione ha approvato: “La penso esattamente come Berlusconi, se non ci sono i numeri si torni a votare”. Ma poi aggiunge: “Il Pd con gli estremisti non governerà mai”. Gli estremisti, nella definizione data dal segretario dem in questa campagna elettorale sono Lega e Cinque Stelle. Non Forza Italia. Evocare scopertamente le urne assomiglia insomma a un bluff.
Lo schema, elaborato tra Nazareno e Arcore prevede ormai da mesi, per il dopo 4 marzo, un divorzio tra Silvio Berlusconi e la Lega di Matteo Salvini, a favore di un governo di larghe intese.
Ma la cosa è talmente scoperta, che rischia di demotivare gli elettori. Sia Pd che Forza Italia devono almeno fingere di essere in competizione. Senza contare che più la data si avvicina, più le incognite crescono.
Prima di tutto quella rappresentata dal Rosatellum. Ai piani alti della politica, da Palazzo Chigi al Quirinale, è arrivata forte e chiara un’indicazione da parte di una serie di giuristi: il sistema è totalmente nuovo e dunque nessuno può davvero sapere come reagiranno gli elettori davanti a una scheda che viene usata per la prima volta. Nella decisione di chi votare prevarranno i simboli, i nomi dei collegi uninominali o quelli nei listini? Non si sa: “Questa legge elettorale tiene tutto aperto. Se noi recuperiamo 2 punti percentuali rendiamo contendibili il 60% dei collegi aperti”, ha spiegato lunedì l’ex premier.
Praticamente tutte le simulazioni per ora dicono che nessuna maggioranza è possibile, ma anche che il centrodestra è a un soffio dalla vittoria e dalla possibilità di formare una maggioranza autonoma. Però, va anche detto che i sondaggi necessari, quelli su ogni singolo collegio, non ci sono ancora: le previsioni si basano su risultati precedenti, flussi elettorali e indicazioni di voto.
C’è di più. Negli ultimi giorni, soprattutto dopo la sparatoria di Luca Traini a Macerata, la Lega sta salendo nei consensi. Tanto è vero che Berlusconi ha seguito a ruota Salvini nel cavalcare il sentimento anti-immigrati: d’altra parte il progetto “larghe intese” – che all’ex Cavaliere piace assai più di un governo con l’alleato sulla scheda – sta in piedi se il centrodestra non vince effettivamente le elezioni e se Forza Italia prende più voti del Carroccio.
Tradotto: la vicinanza col Pd di Renzi e Paolo Gentiloni va negata per non perdere voti a destra. Ieri, infatti, berluscones e renziani nelle dichiarazioni ufficiali si esprimevano tutti contro le larghe intese. Solo per commentare, a microfoni spenti: “Siamo in campagna elettorale…”
Si tratta, comunque, di schemi fatti tutti a tavolino. Perché poi può essere che effettivamente l’unica possibilità concreta per formare una maggioranza sia tornare alle elezioni. A quel punto, si porrà un’altra questione: con la stessa legge elettorale che non ha garantito una maggioranza?
Al Nazareno, come precedente, citano il caso della Spagna: lì si è tornati a votare con lo stesso sistema. Il Colle sarebbe d’accordo? Qui potrebbe tornare in campo l’operazione “non dimissioni” di Gentiloni. Sergio Mattarella si è preoccupato di avere comunque un governo in carica. Che – peraltro – nella gestione degli “affari correnti” continua a sfornare decreti e ha pure sdoganato, ricevendolo, un capo di stato come Erdogan, respinto da molti paesi. Insomma, un eventuale nuovo voto verrebbe rimandato a dopo la nuova legge elettorale: nel frattempo potrebbe governare chi già lo fa oppure un premier di larghe intese a termine. E si sa che in Italia non c’è niente di più duraturo del precario: tanto più che per fare una legge elettorale possono volerci molti, molti mesi.
Nella scorsa legislatura, durata 5 anni, le elezioni sono state evocate e minacciate una settimana sì e l’altra pure. E l’inadeguatezza del sistema di voto fu la motivazione opposta dal Colle per negare le urne tra 2016 e 2017. Chissà che il nastro non si riavvolga e il film non sia simile al precedente.