Bucato il sito del Pd Firenze, preso l’hacker di Rousseau

Alle 3 e un quarto della notte di domenica, il sito è andato in tilt: i responsabili informatici del sito del Pd di Firenze hanno intuito subito che la ragione doveva ricercarsi in quella strana visita da un “indirizzo” tedesco. Hacker “professionisti”, già li hanno ribattezzati, perché “hanno messo in atto tutta una serie di azioni e strategie che un ragazzino certo non potrebbe conoscere”. Il risultato è che on line è finito un file formato pdf, con i dati degli iscritti al Pd fiorentino e l’elenco delle tessere rinnovate nel 2015, compreso il vecchio numero di cellulare del segretario e il numero di telefono fisso della sua segreteria quando era sindaco della città. “Ci sono i dati di Matteo Renzi”, rivendicano via Twitter quelli di AnonPlus per ingolosire gli internauti: la polizia postale, ora, proverà a capire chi c’è dietro la sigla che ha colpito il sito dem.

Ci vorrà del tempo: solo ieri, per dire, si è riusciti a risalire al pirata informatico che l’estate scorsa aveva hackerato il sito dell’associazione Rousseau, organo del Movimento 5 Stelle. Si tratta di un 26enne padovano, iscritto alla facoltà di Matematica: “L’ho fatto per testare la vulnerabilità, non avevo fini o motivazioni politiche”, ha detto il giovane indagato, che in Rete si fa chiamare Evariste Galois. “Ma chi ci crede”, gli ha risposto a distanza Di Maio, convinto che lui sia solo “l’esecutore materiale” e che mandanti e finanziatori dell’operazione vadano ricercati tra gli avversari politici del M5S. A quanto spiegano gli investigatori, il “buco” nel sistema di Rousseau avrebbe consentito di rubare solo informazioni tecniche e non i dati degli iscritti. “Suggeriamo al Pd di elevare i suoi standard di sicurezza, come abbiamo fatto noi ad agosto – commentano ora i 5Stelle –. Auspichiamo che il Garante della privacy faccia tutti i dovuti accertamenti del caso sulle modalità con cui sono stati archiviati i dati degli iscritti del Pd, come hanno fatto con grande professionalità nei nostri confronti”.

Dell’Utri resta in carcere: “Pericolo di fuga”

Marcello Dell’Utri deve restare detenuto non solo perché le sue patologie sono curabili presso un centro clinico ma perché “non si ritiene di poter escludere il pericolo di fuga, non trovandosi in condizioni fisiche impeditive della deambulazione e del movimento, e non essendo le malattie in fase avanzata e debilitante”: per i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma – che hanno respinto per la terza volta l’istanza di differimento della pena e la conseguente concessione degli arresti domiciliari – questa volta c’è il pericolo che il senatore azzurro scappi, viste “le pendenze per reati molto gravi che potrebbero determinare nuove, consistenti pene detentive, e tenuto conto del recente tentativo di sottrarsi all’esecuzione penale’’.

Secondo i giudici l’ipotesi che Dell’Utri possa darsi alla fuga è avvalorata anche dalla sua posizione giuridica, “che non è in alcun modo rassicurante”: oltre ai sette anni per concorso in associazione mafiosa, i giudici citano condanne vecchie e nuove per evasione fiscale (l’ultima per 43 milioni di euro). Su di lui pende anche il processo che si sta concludendo a Palermo sulla Trattativa Stato-mafia, in cui il pm ha chiesto per Dell’Utri 12 anni di carcere. E per di più appare “allarmante la pregressa latitanza in Libano, avvenuta nel 2014, vale a dire poco di quattro anni fa, nonostante l’età, la patologia cardiaca e le altre affezioni già all’epoca presenti”. Per tutte queste ragioni, i giudici non ritengono adeguati né i domiciliari, né il ricovero in una clinica privata, luoghi dai quali l’ex senatore “può facilmente allontanarsi”, visto che “le terapie previste non consentono neanche l’applicazione di uno strumento elettronico di controllo”.

Il Tribunale ha preso atto del rifiuto di Dell’Utri di trasferirsi in un centro clinico penitenziario attrezzato e nel ribadire “fermamente la necessità che il monitoraggio, la prevenzione e l’eventuale emergenza” siano affrontate in modo più adeguato che nell’infermeria del carcere, ha chiesto “espressamente al Dap di prendere in considerazione il trasferimento, in ragione della tutela della salute e del rispetto dell’art. 32 della Costituzione”.

L’ennesimo “no” del Tribunale è arrivato ieri dopo l’udienza straordinaria del 2 febbraio nella quale i due difensori dell’ex parlamentare avevano citato anche il garante dei detenuti, secondo il quale “sia il carcere che le strutture protette sono inadeguate per le cure di cui ha bisogno Dell’Utri”. Circostanza che già a dicembre il Tribunale aveva smentito: tutte le lamentate difficoltà nell’assistenza sanitaria, compreso lo stress cui è sottoposto il detenuto, “sono aspetti propri della condizione di ogni soggetto ristretto”.

Ultimo bluff di Renzi e B. per salvare l’inciucione

Tra Renzi e Berlusconi c’è una “condizione di reciprocità”. La definizione arriva a sera da Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali. I due hanno appena espresso la stessa posizione sugli scenari post-4 marzo. “Se il centrodestra non otterrà la maggioranza torneremo al voto”, ha detto Berlusconi lunedì ad Agorà. E ieri Renzi nella stessa trasmissione ha approvato: “La penso esattamente come Berlusconi, se non ci sono i numeri si torni a votare”. Ma poi aggiunge: “Il Pd con gli estremisti non governerà mai”. Gli estremisti, nella definizione data dal segretario dem in questa campagna elettorale sono Lega e Cinque Stelle. Non Forza Italia. Evocare scopertamente le urne assomiglia insomma a un bluff.

Lo schema, elaborato tra Nazareno e Arcore prevede ormai da mesi, per il dopo 4 marzo, un divorzio tra Silvio Berlusconi e la Lega di Matteo Salvini, a favore di un governo di larghe intese.

Ma la cosa è talmente scoperta, che rischia di demotivare gli elettori. Sia Pd che Forza Italia devono almeno fingere di essere in competizione. Senza contare che più la data si avvicina, più le incognite crescono.

Prima di tutto quella rappresentata dal Rosatellum. Ai piani alti della politica, da Palazzo Chigi al Quirinale, è arrivata forte e chiara un’indicazione da parte di una serie di giuristi: il sistema è totalmente nuovo e dunque nessuno può davvero sapere come reagiranno gli elettori davanti a una scheda che viene usata per la prima volta. Nella decisione di chi votare prevarranno i simboli, i nomi dei collegi uninominali o quelli nei listini? Non si sa: “Questa legge elettorale tiene tutto aperto. Se noi recuperiamo 2 punti percentuali rendiamo contendibili il 60% dei collegi aperti”, ha spiegato lunedì l’ex premier.

Praticamente tutte le simulazioni per ora dicono che nessuna maggioranza è possibile, ma anche che il centrodestra è a un soffio dalla vittoria e dalla possibilità di formare una maggioranza autonoma. Però, va anche detto che i sondaggi necessari, quelli su ogni singolo collegio, non ci sono ancora: le previsioni si basano su risultati precedenti, flussi elettorali e indicazioni di voto.

C’è di più. Negli ultimi giorni, soprattutto dopo la sparatoria di Luca Traini a Macerata, la Lega sta salendo nei consensi. Tanto è vero che Berlusconi ha seguito a ruota Salvini nel cavalcare il sentimento anti-immigrati: d’altra parte il progetto “larghe intese” – che all’ex Cavaliere piace assai più di un governo con l’alleato sulla scheda – sta in piedi se il centrodestra non vince effettivamente le elezioni e se Forza Italia prende più voti del Carroccio.

Tradotto: la vicinanza col Pd di Renzi e Paolo Gentiloni va negata per non perdere voti a destra. Ieri, infatti, berluscones e renziani nelle dichiarazioni ufficiali si esprimevano tutti contro le larghe intese. Solo per commentare, a microfoni spenti: “Siamo in campagna elettorale…”

Si tratta, comunque, di schemi fatti tutti a tavolino. Perché poi può essere che effettivamente l’unica possibilità concreta per formare una maggioranza sia tornare alle elezioni. A quel punto, si porrà un’altra questione: con la stessa legge elettorale che non ha garantito una maggioranza?

Al Nazareno, come precedente, citano il caso della Spagna: lì si è tornati a votare con lo stesso sistema. Il Colle sarebbe d’accordo? Qui potrebbe tornare in campo l’operazione “non dimissioni” di Gentiloni. Sergio Mattarella si è preoccupato di avere comunque un governo in carica. Che – peraltro – nella gestione degli “affari correnti” continua a sfornare decreti e ha pure sdoganato, ricevendolo, un capo di stato come Erdogan, respinto da molti paesi. Insomma, un eventuale nuovo voto verrebbe rimandato a dopo la nuova legge elettorale: nel frattempo potrebbe governare chi già lo fa oppure un premier di larghe intese a termine. E si sa che in Italia non c’è niente di più duraturo del precario: tanto più che per fare una legge elettorale possono volerci molti, molti mesi.

Nella scorsa legislatura, durata 5 anni, le elezioni sono state evocate e minacciate una settimana sì e l’altra pure. E l’inadeguatezza del sistema di voto fu la motivazione opposta dal Colle per negare le urne tra 2016 e 2017. Chissà che il nastro non si riavvolga e il film non sia simile al precedente.

CasaPound contro l’ospedale: “Cacciate fuori i senzatetto”

Un blitz dentro l’ospedale, per protestare contro l’ospitalità concessa ai senzatetto. È quanto successo a Bolzano, dove un gruppo di militanti di Casapound qualche sera fa è entrato nell’ospedale cittadino, manifestando contro la decisione di far dormire al riparo dal freddo i più bisognosi. I militanti dell’estrema destra hanno apposto al Pronto soccorso e nelle aree limitrofe un cartello in 4 lingue – italiano, tedesco, arabo e rumeno – con scritto “luogo riservato a pazienti e malati e a visitatori di pazienti e malati”. Le direzioni dell’Azienda sanitaria e del Comprensorio sanitario di Bolzano hanno condannato “la strumentalizzazione di immagini di alcuni senzatetto, che durante le scorse notti hanno trovato riparo rifugiandosi all’interno del Pronto soccorso dell’ospedale di Bolzano”. Per l’Anpi, che ha inviato una lettera aperta a prefetto, questore, governatore e al sindaco di Bolzano, si tratta “di fatti gravissimi e questo ennesimo episodio ci induce a esprimere una ferma condanna e a richiamare tutti alla necessaria vigilanza e opera di prevenzione per garantire la civile convivenza e il regolare svolgimento della campagna elettorale”.

Striscione a Roma per il fascioleghista “Onore a Luca”

Uno striscione di solidarietà a Luca Traini, l’attentatore razzista di Macerata, è comparso lunedì sera a Roma, in zona Ponte Milvio. Il telo, in cui si poteva leggere la scritta “Onore a Luca Traini”, è rimasto appeso per pochi minuti, prima di essere rimosso. La foto dello striscione è comunque circolata in modo virale nei social network, soprattutto negli ambienti di estrema destra, di cui lo stesso Traini era simpatizzante. Ieri è stata l’Anpi, l’Associazione dei partigiani, a riprendere la foto e a postarla su Twitter per denunciare l’accaduto. “C’è un clima estremamente preoccupante, – ha detto la presidente dell’Anpi Roma Carla Nespoli – per anni si è troppo sottovalutato il problema del razzismo”. E sabato Roma ospiterà due manifestazioni organizzate da movimenti di estrema destra in ricordo delle foibe, una fiaccolata di Azione Frontale e un corteo di Casapound. Due eventi che, in un momento così delicato, mettono in allarme la città.

Dall’orrore agli spari

Lo scorso 31 gennaio viene ritrovato a Pollenza, vicino a Macerata, il corpo smembrato e senza vestiti di Pamela Mastropietro, 18enne di Roma, chiuso in due valigie abbandonate nei pressi di un fosso. Da ottobre Pamela era ospite della comunità di recupero Pars di Corridonia per un problema di tossicodipendenza. Dopo il ritrovamento del corpo viene arrestato il 29enne nigeriano Innocent Oseghale

Tre giornidopo l’arresto di Oseghale, Luca Traini, 28 anni, simpatizzante dell’estrema destra e candidato della Lega alle Comunali di Corridonia nel 2017, impegnato anche nella vigilanza a un comizio di Matteo Salvini, semina il terrore a Macerata, sparando dalla propria macchina in direzione di diversi cittadini stranieri, ferendone sei, per vendicare l’omicidio di Pamela. Spara anche su locali frequentati dalla sinistra antagonista locale. Poi i carabinieri l’arrestano

Il giudiceha convalidato ieri l’arresto per Traini, disponendo la custodia cautelare in carcere per strage aggravata dall’odio razziale. Cade invece, per il momento, l’accusa di omicidio volontario per Oseghale, che resta in carcere per occultamento e vilipendio di cadavere

Destre e antagonisti in città: primi incidenti

La vicenda di Luca Traini si sposta nelle piazze. È il tempo dei regolamenti di conti, annunciati e forse messi in pratica. Ieri pomeriggio primo assaggio di incidenti. Un gruppetto di giovani dei centri sociali, una ventina in tutto, tutti venuti da fuori Macerata, ha lanciato dei fumogeni all’interno del bar Venanzetti, in pieno centro, lo stesso dove oggi pomeriggio avrebbe dovuto tenersi una conferenza stampa di CasaPound su Traini. Ci sono stati incidenti con la polizia, alcuni contusi e due ragazzi identificati. Disordini sufficienti per spingere il titolare del bar più in della città a disdire la conferenza stampa a cui avrebbe dovuto partecipare il segretario nazionale, Simone Di Stefano.

La contrapposizione tra destra e sinistra inizia a farsi seria. In attesi di possibili divieti per le manifestazioni organizzate da movimenti di destra, anche estrema, da parte delle autorità, il clima non è mai stato così teso. A Macerata si stanno radunando gruppi antagonisti e anachici e membri delle tifoserie più oltranziste. Richiamati dal clamore della vicenda, stuzzicati dalle iniziative dell’estrema destra: “Forza Nuova e Casa Pound stanno alzando il tiro – spiega uno dei membri della protesta appartenente ad un circolo anarchico-antagonista della zona –. Ci stiamo incontrando spesso in questi giorni per discutere e per stabilire le azioni da intraprendere. Ci stano provocando, una sorta di istigazione alla reazione all’interno di un clima molto difficile. Noi però dobbiamo essere intelligenti e adottare le strategie migliori e più utili. Denunciamo l’ambiguità delle istituzioni, tutte, quasi ci sia una sorta di connivenza, supporto e accettazione. A molti, forse, non è chiaro cosa è accaduto sabato scorso a Macerata. Azioni violente nei confronti degli esponenti di destra? Ripeto, dobbiamo valutare bene. Il rischio è elevatissimo”.

Oggi sarà una giornata molto delicata, targata CasaPound. È probabile che la conferenza stampa sia spostata altrove. Il tutto in attesa di capire cosa accadrà domani, con il corteo annunciato e poi ufficializzato sulla rete di Forza Nuova a Macerata. Già diffusi i manifesti, abbastanza emblematici e capaci di incendiare il quadro generale. Basterebbe il titolo: “Di immigrazione si muore”, con il volto di una donna, tratti somatici caucasici e una mano maschile che le tappa la bocca. La manifestazione è confermata per domani sera in piazza Cesare Battisti. Ad Ancona intanto, una cinquantina di chilometri da Macerata, Casa Pound ha organizzato un meeting elettorale alla presenza del segretario nazionale del movimento, Simone Di Stefano. Lo scopo principale della sua visita è l’appoggio elettorale al candidato di Casa Pound di Ancona alle prossime elezioni politiche, Emanuele Mazzieri. Il movimento ha chiesto, ben prima dei fatti di Macerata, uno spazio pubblico al Comune di Ancona (giunta Pd) che lo ha negato fino a ieri pomeriggio.

Alla comunità ispirata a don Giussani 100 euro al giorno per ogni ospite

Pamela era stata assegnata alla Comunità Pars dal Sert di Roma a cui la mamma si era rivolta quando aveva scoperto che aveva iniziato a drogarsi. A causa, diciamo così, di un ragazzo tossicodipendente di cui si era invaghita. La Pars, che fa riferimento a Don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, si estende su molti ettari di terreno nella campagna fra Corridonia e Monte San Giusto nel Maceratese e comprende diversi immobili. Ospitano anziani, disabili, minori in difficoltà e anche sacerdoti allontanati dalle parrocchie.

Negli ultimi anni uno degli ospiti si è suicidato, uno ha tentato di farlo e almeno sei sono fuggiti. Anche Pamela era già scappata e per inseguire l’eroina aveva fatto molta strada fino a Lido tre Archi, quartiere di spaccio a Fermo, sulla litoranea adriatica, ma poi era tornata. La famiglia ha denunciato la Comunità come spiega lo zio, l’avvocato Marco Valerio Verni, delegato alle Politiche giuridiche e legalità di Fratelli d’Italia: “Alla Pars hanno fatto tutto il possibile per evitare che scappasse? Se l’avessero bloccata i genitori non li avrebbero mai denunciati. Ce l’avevamo mandata chiedendo un provvedimento al tribunale, che aveva nominato la nonna amministratrice di sostegno, responsabile dei ricoveri e delle cure: dalla Pars non hanno mai risposto alle sue mail”. Una storia dell’orrore in una città un tempo considerata una città assonnata e oggi quasi un “regno” degli spacciatori. Una situazione che l’avvocato Giuseppe Bommarito di Macerata, presidente dell’associazione “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza” che porta il nome di suo figlio morto a 26 anni per overdose, denuncia da tempo: “Si spaccia senza sosta e le ‘vittime’ sono anche adolescenti. Quando vado nelle scuole medie i ragazzi conoscono i luoghi di spaccio quasi meglio della polizia. L’azione di prevenzione è lenta e lacunosa, quella repressiva fa acqua da tutte le parti. Le Marche – continua –da anni sono in cima alle statistiche della mortalità per overdose”. E “le comunità, anche quelle convenzionate, non vengono controllate. Spesso i tossicodipendenti vengono considerati ‘merce umana’ da far fruttare in termini di retta giornaliera rimborsata dalla Regione”.

Alla Pars le rette vanno da 100 euro al giorno per i tossicodipendenti a 150 per quelli anche con problemi psichiatrici. “Ci si illude – dice ancora Bommarito – che siano capaci di decidere se proseguire il soggiorno in comunità. Di fatto Pamela, in astinenza, è stata lasciata libera di andarsene. È la legge, ma non è giusto”.

Traini lascia l’isolamento. “Qui in carcere sto bene”

Luca Traini si avvale della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio davanti al gip che convalida l’arresto e lo incrimina di strage. Una strategia studiata a tavolino quella della difesa del 28enne di Tolentino: scena muta con il giudice per le indagini preliminari e poi nuove conferme e confessioni col pm, a metà tra dichiarazioni spontanee e un vero e proprio interrogatorio: “Sto bene in carcere, mi sembra di stare a casa mia”, ha detto Traini col volto disteso all’avvocato di fiducia, Giancarlo Giulianelli. Sembra quasi un altro, diverso rispetto a quello che soltanto quattro giorni fa ha scaricato trenta colpi addosso a persone di colore e obiettivi politici avversi. Sereno, ma anche freddo e poco incline alle lacrime e al pentimento.

Di sicuro gli avrà giovato la modifica, vitale, delle sua detenzione. Ieri mattina per lui è finito l’isolamento, con il passaggio in una cella “normale” che divide con un detenuto italiano. I vertici del carcere anconetano di Montacuto si sono ben guardati dal fargli condividere i pochi metri quadrati di una cella con uno straniero, a prescindere da colore della pelle, dalla nazionalità e dalla religione. Diverso, e per certi versi doloroso, l’aspetto familiare: “Presto sentirò i suoi genitori – ha spiegato l’avvocato Giulianelli all’uscita del carcere dopo quasi quattro ore di prassi giudiziaria – e vedremo le loro disponibilità. Potrebbero venire anche domani a far visita al figlio, ma non è così semplice, dipende dagli stati d’animo, dai rapporti non sempre sereni. Di mezzo c’è stato anche questo fatto gravissimo, ma sono certo che entro pochi giorni Luca potrà incontrare i suoi. La madre è più difficile, viste le sue precarie condizioni”.

Ricordiamo che è stato il padre a nominare il suo avvocato di fiducia. L’interrogatorio da parte del gip Domenico Potetti è iniziato pochi minuti dopo le 16. Alle 17,19 la berlina con a bordo il giudice ha varcato in uscita il cancello dell’istituto di pena di Ancona. Ci sono volute altre due ore per osservare l’uscita della pm, Stefania Ciccioli e, soprattutto, dell’avvocato Giulianelli e della sua collaboratrice. Potetti ha ritenuto applicabile l’articolo 422 del codice penale, appunto la strage, in quanto è stata messa in pericolo la pubblica incolumità. Di fatto inglobato nel reato principale quello di tentato omicidio. Scontata la convalida e l’ordinanza di custodia cautelare in carcere in attesa dei prossimi passi giudiziari e del processo.

Nelle dichiarazioni fatte successivamente al pm, Luca Traini ha ribadito alcuni concetti già emersi, ma di vitale importanza. In particolare l’involontarietà nel ferimento della ragazza nigeriana, ancora ricoverata all’ospedale di Macerata con una spalla letteralmente esplosa dopo che il proiettile della sua Glock 4 l’ha colpita. Nessun passo indietro, al contrario, sulla sua accesa volontà di sparare agli uomini di colore, in quanto testimoni del caos provocato dall’immigrazione clandestina e ritenuti spacciatori di droga, portatori di morte.

L’avvocato ha tenuto a smentire un altro passaggio molto delicato: “L’informazione inerente alle presunte intenzioni del mio assistito di voler entrare in tribunale e farsi giustizia da solo, uccidendo Innocent Oseghale (il nigeriano coinvolto nella morte di Pamela Mastropietro, ndr) non corrisponde a verità”, ha precisato l’avvocato Giulianelli. Di fatto smentendo il procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio. La difesa punterà diritto sull’infermità mentale di Luca Traini: “Faremo richiesta subito, nel giro di pochissimi giorni. I prossimi passi? Ora dovrò lavorare al caso, ma qui dentro al carcere tornerò presto, oltre a Luca ho tanti altri detenuti, certo meno mediatici di lui”.

Lo stesso Giulianelli aggiunge un altro particolare preoccupante: “Avevo parlato della gente che mi fermava per strada offrendo solidarietà nei confronti di Luca. Adesso anche la mia casella di posta elettronica inizia a riempirsi di messaggi di auguri e di supporto per lui, contro l’escalation dell’immigrazione clandestina”.

“Non l’ha uccisa il nigeriano”. Ecco le ultime ore di Pamela

Interrogato ieri mattina racconta la sua versione dei fatti il nigeriano Innocent Oseghale, già condannato per spaccio a quattro anni in primo grado, che ora si trova rinchiuso nel carcere di Montacuto ad Ancona con l’accusa di occultamento e vilipendio di cadavere nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Pamela Mastropietro: “L’ho incontrata ai Giardini Diaz – ha detto –, mi ha chiesto una dose di eroina, l’ho accompagnata dal pusher, poi in farmacia a comperare la siringa e infine siamo andati a casa mia”. Pamela, sempre secondo la versione di Oseghale, poco dopo essersi iniettata la dose sarebbe svenuta: “Mi sono spaventato e sono scappato”, ha raccontato il 29enne, arrestato anche per l’omicidio della 19enne romana. Ma il giudice ieri non ha ritenuto sufficienti gli indizi per questo reato.

La sua ricostruzione contrasta non solo con gli abiti insanguinati della ragazza, della mannaia e di un lungo coltello trovati a casa del nigeriano, ma anche con quella che il procuratore capo di Macerata, Giovanni Giorgio, definisce la testimonianza chiave. Si tratta di un tassista del Camerun, uno dei tanti abusivi, prevalentemente a servizio degli stranieri che spacciano, a quanto pare, indisturbati in città. “Ho accompagnato io Innocent Oseghale a Casette Verdini (dove sono stati ritrovati i resti di Pamela, ndr), aveva con sé due valigie che ha abbandonato a terra quando è sceso”. Il cerchio non si chiude in quanto manca la prova che Pamela sia stata uccisa da Innocente, mentre sarebbe oramai chiaro che sia stato lui a fare a pezzi il cadavere facendo scomparire il pube e il collo, forse, per cancellare traccia di un avvenuto stupro.

Intanto è stato indagato il pusher che aveva fornito la dose di eroina a Pamela e di nuovo passato al setaccio l’appartamento al terzo piano della casa dove Oseghale viveva e dove Pamela ha sicuramente trascorso le ultime ore di vita. Appartamento che si trova nella zona residenziale di via Spalato 124, teatro negli anni Ottanta di feste della cosiddetta Macerata bene, di proprietà del regista maceratese Massimo Potenza, trasferitosi in Sardegna, che lo aveva affittato con regolare contratto transitorio per 400 euro al mese a una ragazza di Matelica (Macerata), tossicodipendente in attesa di una figlia. Il regista ignorava che lo condividesse con il compagno nigeriano, cosa che ha scoperto quando una volta a pagare l’affitto fu proprio Innocent utilizzando una banconota da 50 euro falsa, fatto di cui si era poi scusato. Il regista, scioccato dopo la terribile notizia, racconta che da tempo aveva saputo, anche dai vicini, che nella casa la sera si riunivano molti immigrati. Ma non fece nulla fino a che la ragazza non gli chiese se il compagno poteva portare lì la residenza in quanto aveva fatto richiesta del permesso di soggiorno. A quel punto ha maturato l’idea di rescindere il contratto. Nel frattempo, nata la bambina, per paura che gli assistenti sociali potessero portargliela via, la ragazza era andata con la figlia, mentre Oseghale era rimasto lì.

Sono state ricostruite dagli inquirenti le ore che la povera Pamela Mastropietro ha trascorso da quando ha lasciato con il suo trolley blu e rosso la Comunità Pars di contrada Cigliano 15 a Corridonia (Macerata), a quando è morta. Pamela si allontana a piedi, percorre un chilometro circa di strada non asfaltata, raggiunge la statale dove fa l’autostop. Si ferma un cinquantenne disoccupato che vive con la madre nella campagna di Mogliano (Macerata) che la porta nel garage di casa sua.

Pamela, secondo il racconto dell’uomo, a quel punto decide di avere un rapporto con lui in cambio di 50 euro per il biglietto del treno per Roma. Lui non si fa scrupoli della sua giovane età e nega che la ragazza gli abbia detto che quei soldi le sarebbero serviti per acquistare una dose di eroina. Poi la conduce alla stazione di Macerata. Pamela scende e raggiunge il luogo dello spaccio, i Giardini Diaz dove incontra il nigeriano Innocent Oseghale. Il resto è già stato ricostruito dalle indagini che proseguono per accertare se Pamela sia stata uccisa oppure sia morta per overdose. A giorni dovrebbero arrivare i risultati degli esami tossicologici su quei pochi resti del suo corpo straziato a colpi di mannaia per poi poter autorizzare il funerale.