Un franchista, l’ex trotzkista e il fu capo della Consob, Giuseppe Vegas. Potrebbe essere questa la nuova guida della Lega calcio, secondo i piani di Urbano Cairo e Claudio Lotito. Dopo aver chiuso la partita dei diritti tv, ora la Serie A prova a nominare i vertici per uscire dal commissariamento prima che Giovanni Malagò torni da Pyeongchang, così da respingere l’invasione del Coni. Lunedì Cairo ha provato a piazzare come amministratore delegato lo spagnolo Javier Tebas, capo della Liga dalle simpatie di destra e grande amico di Jaume Roures, numero uno di Media Pro (la società che si è appena aggiudicata i diritti tv) che invece viene dall’estrema sinistra e ora sostiene Podemos. Il ticket prevedeva come presidente Vegas, già viceministro di Berlusconi, sponsorizzato da Lotito che ormai è entrato a tutti gli effetti nella grande famiglia di Forza Italia. L’alternativa è Umberto Gandini, attuale dirigente della Roma. Il primo blitz è andato a vuoto, se ne riparlerà presto: i presidenti potrebbero riunirsi il 14 febbraio. San Valentino, la data ideale per filare d’amore e d’accordo pur di cacciare Malagò.
Di Maio e i fondi ai partiti: “Stop anche al 2 per mille”
“Via il 2 per mille ai partiti, massima trasparenza su fondazioni e partiti. Una legge sul conflitto di interessi”. Va all’attacco il capo politico M5S Luigi Di Maio in una conferenza stampa organizzata in Senato dopo l’inchiesta del mensile FQ MillenniuM sui finanziamenti privati ai partiti e per la quale due cronisti si sono finti lobbisti in Parlamento uscendo con una valigia di promesse, non ultima d’incontrare Berlusconi.
Per Di Maio è la prova che “i partiti restano tangenti-dipendenti”. “Non sono in vendita per un voto ma solo in svendita. Non chiedono neanche da dove vengono i soldi”. Il riferimento è al fatto che dei sette parlamentari incontrati dai sedicenti uomini d’affari non uno abbia domandato loro l’origine dei fondi che promettevano. Il candidato Dino Giarrusso, sempre parlando di MillenniuM, ha ricordato il caso delle presunte bombe italiane usate dall’Arabia Saudita in Yemen: “Mi chiedo ora se la scelta di autorizzarne la vendita fosse dovuta ad attività di pressione dei sauditi”, attacca l’ormai ex “Iena”. Di Maio passa in rassegna i numeri del finanziamento reso anonimo per legge, altro pezzo dell’inchiesta. “Il Pd ha ricevuto così 9 milioni dal 2013 al 2016, Forza Italia 1,5 milioni. Soldi di fatto anonimi che potrebbero venire addirittura dall’estero. Il M5S ha indicato da tempo una terza via tra finanziamento pubblico e strapotere delle lobby private: una politica senza soldi, nella quale gli eventi sul territorio e le campagne elettorali vengono finanziate da microdonazioni completamente volontarie dei cittadini. Noi vogliamo tutelare i portatori d’interesse, ma l’Italia è all’anno zero nel rapporto tra lobby e forze politiche”.
Replica Michele Anzaldi (Pd) che su Facebook ribalta l’accusa tirando in ballo la Casaleggio come sinonimo di opacità e le alte spese per il funzionamento dei gruppi parlamentari M5S come fonte di spreco.
Mercato delle sentenze al Consiglio di Stato
Il tempio della giustizia amministrativa profanato dal baratto. Per i pm di Roma c’è “un sinallagma funzionale tra la funzione pubblica e le utilità ricevute”. Chi in questa storia veste il ruolo dello Stato è Riccardo Virgilio, Presidente della IV Sezione del Consiglio di Stato, in pensione da gennaio 2016. Chi invece tende la mano, le “utilità”, sono invece due avvocati, non di primo pelo: Piero Amara, 48enne, in passato anche difensore dell’Eni, e Giuseppe Calafiore, entrambi siciliani.
È solo la prima tappa di un’inchiesta entrata fin dentro il Consiglio di Stato, il secondo e ultimo grado del giudizio amministrativo dove di fatto si decide l’assegnazione degli appalti pubblici. Ieri ci sono stati i primi arresti ma l’indagine è più ampia. L’avvocato Amara è finito in carcere, mentre Calafiore è ai domiciliari. Per Virgilio invece la Procura aveva chiesto una misura minore, l’obbligo di firma, ma il gip non l’ha concessa. Per tutti l’accusa è di corruzione in atti giudiziari.
Arrestato anche Fabrizio Centofanti, socio e amministratore di fatto della Nuove Energie Srl, accusato di far parte con Amara e altri sette persone dell’associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale. Ai domiciliari è invece finito anche Enzo Bigotti. L’imprenditore piemontese è diventato famoso quando il suo nome è stato citato negli atti dell’inchiesta Consip. L’ex amministratore delegato di Consip aveva raccontato al pm napoletano Henry John Woodcock che insieme a Denis Verdini e proprio ad Amara, Bigotti era andato a pranzo con lui per perorare la causa delle sue società in Consip.
In questa inchiesta è indagato per la presunta bancarotta fraudolenta della Ge.Fi. Fiduciaria e per false fatture.
Tutto inizia con una segnalazione di operazione sospetta dell’Uif, l’Ufficio di informazione finanziaria della Banca d’Italia: 751 mila euro che a dicembre del 2014 passano da un conto svizzero intestato al giudice Virgilio (causale del trasferimento: “Finanzimento socio”) a un conto intestato alla Investment Eleven Ltd, società maltese. Secondo la segnalazione, titolare di questa società era tale Marco Salonia. I pm lo interrogano il 3 maggio 2017 e Salonia spiega di “aver agito (…) come prestanome” dei due legali Amara e Calafiore. I magistrati romani non contestano al giudice Virgilio i 751 mila euro, che erano suoi (ancorché probabilmente non dichiarati al fisco, secondo il giudice), ma la “veicolazione” e la “garanzia” dell’investimento.
Scrive il giudice: “Virgilio aveva interesse a mantenere occulta la somma di danaro detenuta sul conto svizzero agli organi dello stato italiano”. Non solo: “Amara e Calafiore, a garanzia del debito contratto dalla società con Virgilio, rilasciavano una fideiussione con la quale garantivano sia il capitale investito che gli interessi, nel caso di default della società beneficiaria del finanziamento”.
In cambio di questo doppio favore, secondo i pm, Virgilio metteva a disposizione la sua funzione di giudice del Consiglio di Stato in vari procedimenti “verso soggetti i cui interessi erano seguiti” proprio dai due legali. Nell’ipotesi dell’accusa sono ben 18 i procedimenti amministrativi sospetti. Riguardano due gruppi societari i cui interessi erano seguiti dai due legali: la cooperativa bolognese Ciclat e la Exitone di Ezio Bigotti. Le sentenze emesse dai collegi in cui era presente Virgilio, per i pm, sono quasi sempre a favore delle ricorrenti.
L’avvocato Amara, prima ancora che gli fossero mosse contestazioni sul punto, ha presentato una memoria difensiva ai pm per spiegare i suoi rapporti con Virgilio. Nella memoria spiega di aver proposto a Virgilio “di entrare in partnership per un investimento nel settore delle telecomunicazioni” nella tecnologia cosiddetta N.Touch. Tra i soci di Amara in questo affare poi tramontato c’era anche Andrea Bacci, amico storico di Matteo e Tiziano Renzi, che ultimamente hanno però raffreddato i rapporti con lui. Bacci è estraneo all’inchiesta ma finisce anche lui nell’informativa di un’autorità antiriciclaggio estera che fa partire l’indagine.
L’informativa fa accenno a “trasferimenti della Investment Eleven Ltd da (93 mila euro) e verso (186 mila) Andrea Bacci apparentemente riferiti alla Racing Horse Sa”, società svizzera dell’imprenditore toscano che si occupa di pelletteria.
Oltre al giudice Virgilio, nell’informativa della Finanza vengono citati anche altri togati che però nei provvedimenti emessi ieri non sono indagati. Il nome più noto alle cronache è Nicola Russo, presente come giudice in un provvedimento che riguardava anche le società Exitone e Ciclat e già indagato per rivelazione di segreto per una vicenda nella quale ha ottenuto però un pronunciamento favorevole della Cassazione.
Nell’informativa della Finanza è citato (non indagato) anche Francesco Saverio Romano. Piero Amara voleva pagare 10 mila euro al mese all’ex ministro dell’Agricoltura del governo Berlusconi per i suoi servizi professionali. “Dall’attività tecnica eseguita in data 12 gennaio2017 – scrive la Guardia di Finanza – veniva intercettato sulla mail in uso all’indagato (Amara, ndr) un contratto quadro di consulenza professionale a firma degli avvocati Amara Piero e Romano Saverio per cui il Romano con decorrenza 11 gennaio 2017 e per tre anni avrebbe percepito 10 mila euro mensili per la collaborazione prestata allo Studio Legale Piero Amara Partners”.
Romano, candidato alla Camera alle prossime elezioni, spiega al Fatto: “Piero Amara mi propose una collaborazione con il mio studio legale di Palermo e però quando formalizzò io non ho firmato e ho preferito lasciare cadere la cosa. Non ho mai percepito i 10 mila euro al mese che lui lecitamente mi proponeva”.
Chiedevano soldi per non indagare: arrestati finanzieri
Due militari della Guardia di finanza sono stati arrestati ieri, assieme alla moglie di uno dei due, su ordine del gip di Busto Arsizio (Varese). Secondo l’accusa, avrebbero chiuso un occhio su un’azienda che non aveva denunciato al fisco l’incasso di 16 assegni, per un ammontare complessivo di 350mila euro, ovvero il “nero” dell’imprenditore edile Antonio Bernasconi, in cambio di soldi. Mario Putino, 49 anni, maresciallo capo già ai domiciliari dall’anno scorso per episodi analoghi, avrebbe contattato il capopattuglia incaricato della verifica, il luogotenente Ruggiero Tiritiello, 56 anni, che è finito in carcere per corruzione. Per passare oltre alle irregolarità avrebbe preteso prima 10mila euro, poi altri 22mila. Soldi in realtà mai pagati, anche per l’intervento della Procura. Ma sullo sfondo c’è anche una fuga di notizie, per cui la Procura ha avviato un altro fascicolo di inchiesta. Gli indagati, infatti, erano stati avvertiti delle indagini in corso e per cercare di uscirne puliti avevano formattato i cellulari e cancellato tutte le conversazioni incriminanti.
Ior, due ex dirigenti vaticani condannati per “malagestione”
L’ex direttore generale dello Ior, Paolo Cipriani, e l’allora suo vice Massimo Tulli sono stati condannati in sede civile dal tribunale aticano per danni pari a circa 47 milioni di euro per “malagestione” dello Ior, l’Istituto Opere di Religione banca del Vaticano. “La Corte – si legge in una nota dello Ior – ha ordinato agli ex dirigenti di risarcire lo Ior dei danni emersi”. La decisione della Corte arriva dopo la causa civile avviata dallo Ior nel settembre 2014, attraverso “un’approfondita ispezione degli investimenti finanziari intrapresi dall’Istituto nella prima metà del 2013”. Tale decisione – sostiene lo Ior – è “un passo importante che dimostra il significativo sforzo del management dello Ior negli ultimi 4 anni per trasformare l’Istituto” verso “la trasparenza”.
Un anno fa Cipriani e Tulli erano stati condannati a 4 mesi di carcere dal giudice monocratico del tribunale di Roma, per aver violato nel 2010, in tre distinte circostanze, la normativa in materia di antiriciclaggio, assolvendoli invece per altri sei episodi, compresa la movimentazione di 23 milioni di euro passati dal Credito Artigiano alla Jp Morgan Frankfurt (20 milioni) e alla Banca del Fucino (3 milioni).
La maxi-mazzetta in Nigeria che può cambiare il destino della società
Tra indagini, rogatorie internazionali, depistaggi e discrezione dei media, per l’opinione pubblica è difficile capire che l’inchiesta della Procura di Milano sull’Eni riguarda la più grande storia di corruzione dai tempi di Mani Pulite. Corruzione presunta, ovviamente, finché non si arriverà almeno alla sentenza di primo grado. Però è una storia da cui dipendono i destini non solo del colosso petrolifero controllato dallo Stato, ma di tutta l’industria italiana che esporta in Paesi dove è facile che vengano chieste mazzette in cambio di commesse miliardarie.
Nel 2011 Eni e Shell pagano 1,1miliardi di euro su un apposito conto Jp Morgan Chase di Londra intestato al governo nigeriano e in cambio ottengono il diritto di sfruttare un colossale giacimento in Nigeria noto come Opl245. Quei soldi non vanno allo Stato della Nigeria ma alla Malabu, società schermo dell’ex ministro del petrolio Dan Etete che si era auto-attribuito la concessione mentre era al governo, e a vari prestanome dell’allora presidente Goodluck Jonathan, al ministro della Giustizia che aveva organizzato l’operazione oltre che a una pletora di faccendieri e politici locali. Una parte di quella somma, sostengono i pm di Milano, sarebbe anche tornata anche ai dirigenti italiani dell’azienda (50 milioni di dollari in contanti, secondo quanto ha raccontato il controverso ex dirigente Vincenzo Armanna, anche lui indagato e che, a sua volta, ha ricevuto soldi che sarebbero parte dell’operazione).
Che il pagamento si sia rivelato una mazzetta è acclarato. L’Eni rivendica però di aver fatto l’unica cosa possibile quando si fanno affari in Africa, cioè trattare con un governo legittimo. I pm di Milano sostengono – sulla base di molti documenti interni a Eni agli atti dell’inchiesta e dei tanti incontri dei vertici con Dan Etere – che tutti sapevano tutto. E che l’Eni ha usato il governo di Abuja per fare “safe sex in Nigeria” (come scrisse l’Economist). Cioè pagare una mazzetta legale. Ma il primo giudice che si è pronunciato sulla vicenda, cioè quello per le indagini preliminari, ha deciso che c’erano gli elementi per fare il processo, pessima notizia per l’Eni e per il suo ad Claudio Descalzi, indagato per corruzione internazionale.
Le notizie di cronaca di ieri confermano per l’ennesima volta che uomini direttamente connessi all’Eni – l’avocato Piero Amara e l’ex capo del legale che gestì in prima persona l’affare Nigeria, Massimo Mantovani – sono sospettati dalle Procure di Milano e Messina di aver cercato di ostacolare l’inchiesta sulle tangenti intorno all’Opl245. La posta in gioco è altissima: l’attuale presidente nigeriano, Muhammadu Buhari, negli ultimi due anni ha avviato una sorta di Mani Pulite sulla gestione precedente di Goodluck Jonathan proprio centrata sull’affare Opl 245: prima un’apposita commissione e poi la giustizia nigeriana hanno indagato su Eni e Shell e il giacimento è stato sequestrato. Eni rischia di aver pagato un miliardo (finito in mazzette) e di non avere il giacimento. A fine gennaio, nell’ambito del processo a Dan Etete, è emerso un appunto riservato del ministro del Petrolio, Ibe Kachikwu, che chiedeva al presidente Buhari di cambiare linea su Eni e Shell “per l’immagine negativa che la Nigeria potrebbe trasmettere se da questa vicenda si arrivasse a un arbitrato internazionale” tra governo e compagnie petrolifere. L’appunto ha funzionato: il Procuratore generale Abubakar Malami ha detto alla Commissione per i crimini finanziari Efcc creata dal governo Buhari che potrebbero non esserci prove sufficienti che intorno all’Opl245 ci sia stata corruzione. È chiaro che sarebbe impossibile sostenere questa tesi in Nigeria se in Italia, a Milano, i vertici dell’Eni venissero condannati per corruzione dei politici nigeriani.
Dal processo milanese dipendono i destini di altre aziende, tipo Leonardo, Salini, Enel, Saipem. L’Italia è uno dei pochi Paesi in cui i magistrati perseguono le aziende nazionali che pagano mazzette nei Paesi in cui fanno affari, altrove prevale il patriottismo. A seconda dell’esito, il processo Eni-Nigeria potrebbe stabilire un precedente rilevante: una condanna stabilirebbe che l’azienda è sanzionabile per corruzione se paga un governo legittimo e poi i soldi finiscono a politici e funzionari; oppure l’assoluzione potrebbe suggerire che basta trovare qualche ministro collaborativo che faccia da intermediario per pagare tangenti. Nessuna sorpresa quindi nel vedere quanto gli uomini del “sistema Eni” si siano dati da fare per complicare il lavoro della Procura di Milano.
Il super manager che combatteva chi chiedeva legalità
Un’associazione a delinquere – finalizzata ai reati di false informazioni ai pm e calunnia – che aveva come capo Massimo Mantovani, fino a ottobre 2016 responsabile degli affari legali dell’Eni. Su questa ipotesi la pm di Milano Laura Pedio ha mandato ieri una squadra del nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Milano a perquisire abitazione e studio di Mantovani, proprio mentre due degli altri tre indagati (il legale dell’Eni Pietro Amara e l’imprenditore Alessandro Ferraro) venivano arrestati su richiesta della procura di Messina nell’ambito di un’inchiesta collegata. La storia è quella dei depistaggi contro l’inchiesta del pm milanese Fabio De Pasquale, che da anni sta battendo le piste delle tangenti internazionali che sarebbero state pagate dall’Eni in Nigeria e in Algeria.
Per capire il ruolo attribuito a Mantovani nelle ipotesi investigative bisogna risalire al settembre 2014. L’economista Luigi Zingales, da pochi mesi consigliere del colosso petrolifero pubblico, si scontra con il capo dell’ufficio legale a proposito delle inchieste per corruzione internazionale che stanno coinvolgendo l’Eni. Lo accusa di avere un approccio troppo morbido sul delicato tema dei controlli interni, e arriva a chiederne la sostituzione all’amministratore delegato Claudio Descalzi. Zingales è sostenuto solo dalla consigliera indipendente Karina Litvack e, sentendosi isolato nel cda, a luglio 2015 rassegnerà le dimissioni.
Ma nel frattempo è partita una scientifica macchina del fango contro Zingales e Litvack, che cerca sponda prima alla procura di Trani, attivata con tre esposti anonimi, poi a Siracusa, dove il pm Giancarlo Longo (arrestato ieri) riesce l’8 luglio 2016 a iscrivere i due nel registro degli indagati con la singolare accusa di diffamazione ai danni di Descalzi e dell’Eni, nonostante che la Guardia di finanza di Bari avesse già escluso l’esistenza di qualsiasi indizio a carico di Zingales.
In una vicenda confusa e complessa, due fatti meritano di essere ricordati. Il 15 luglio 2016 il procuratore capo di Siracusa Francesco Paolo Giordano trasmette il fascicolo per competenza a Milano, ma il 28 luglio Mantovani scrive agli stessi magistrati di Siracusa proponendo querela contro Litvack e Zingales in quanto il reato di diffamazione non è procedibile d’ufficio, cioè senza querela di parte. In pratica Mantovani ha proposto una sorta di sanatoria retroattiva, e fuori tempo massimo, all’irregolarità commessa dal pm Longo. E lo ha fatto senza sapere che cosa avevano fatto i due consiglieri, visto che il principe del foro Carlo Federico Grosso, inviato dall’Eni a Siracusa il 20 luglio, si è visto opporre il segreto d’ufficio, accompagnato dal “consiglio” di procedere alla querela.
Non solo. Lo stesso 28 luglio 2016 il cda dell’Eni ha votato l’esclusione della Litvack dal comitato di controllo (e quindi dall’accesso ai documenti delle inchieste per corruzione internazionale), “alla luce delle indagini in corso su ipotesi di cospirazione ai danni della società riportate anche dalla stampa (…) al solo fine di assicurare la massima tutela alla società dai rischi derivanti da possibili conflitti di interesse”.
L’altro fatto singolare è che, quando il pm di Milano Fabio De Pasquale chiede l’archiviazione del fascicolo ricevuto da Siracusa, non manca di far notare che l’anonimo – che ha convinto la procura di Trani a chiedere all’Eni l’esibizione di documenti a sole 48 ore dalla ricezione della missiva – mostra nella sua lettera di sapere, sulle prime mosse di Trani, cose che solo i pm o un alto dirigente dell’Eni poteva sapere. Il 20 settembre 2016 arriva l’archiviazione e poco dopo Descalzi manda Mantovani a occuparsi di distribuzione del gas.
Eni, il sistema per depistare le indagini contro l’azienda
L’ex capo dell’ufficio legale dell’Eni, Massimo Mantovani, è accusato di aver organizzato un depistaggio per condizionare l’inchiesta sulla più grande mazzetta della storia italiana. Quella da 1,1 miliardi che Eni, secondo la procura di Milano, avrebbe pagato per ottenere il giacimento nigeriano Opl 245. E per questo motivo, su mandato del procuratore aggiunto di Milano Laura Pedio, ieri la Guardia di Finanza ha perquisito la sua abitazione e il suo studio. Per l’Eni, però, si tratta di un vero accerchiamento giudiziario. Nella stessa giornata, infatti, i militari della Finanza hanno arrestato il pm di Siracusa Giancarlo Longo, accusato con un altro avvocato legato a Eni, Piero Amara, di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione.
Il pm avrebbe incassato 88mila euro per istruire un fascicolo nel quale l’ad di Eni, Claudio De Scalzi, imputato a Milano per la maxi-tangente, figurava come vittima di un complotto ordito da due consiglieri del colosso petrolifero, Luigi Zingales e Katrina Litvak, che Longo provvedeva a iscrivere ingiustamente nel registro degli indagati. Una storia che i nostri lettori conoscono sin dall’inizio, nell’estate 2016, quando – in modo solitario – il Fatto raccontò questa inchiesta, spiegando che Siracusa si spingeva a ipotizzare pure un secondo complotto che avrebbe visto come vittima l’ex premier Matteo Renzi. I nostri articoli spinsero il Copasir, il comitato parlamentare che vigila sull’intelligence, a intervenire. Il faro acceso dal Fatto sull’inchiesta ha prodotto un risultato che lo stesso Longo, intercettato mentre parla con due suoi colleghi, spiega così: “… a luglio … comincia… gli articoli del Fatto … sparano un po’ di cazzate… così chiama il Copasir… il Copasir richiama … e lui è cominciato ad andare un pò in panico su questa cosa…”.
“Lui” è Francesco Paolo Giordano, il procuratore capo di Siracusa che, dopo aver letto gli articoli, vuole vederci chiaro e, come spiega Longo, “assegna il fascicolo a Scavone”. Fabio Scavone è il procuratore aggiunto di Siracusa. Il suo arrivo, per Longo, è l’inizio della fine. E la reazione a catena arriva fino alla perquisizione di Mantovani. “Scavone”, continua Longo, “va là (dal procuratore capo) gli fa casini, dice… guarda io ho visto questo fascicolo… se l’è passato … se l’è assegnato…”. Il risultato per Longo e l’intero depistaggio è devastante. Il procuratore capo Giordano trasferisce gli atti alla procura di Milano, segnala Longo alla Procura generale della Cassazione e trasmette a Messina, competente a indagare sui magistrati di Siracusa, notizie che riguardano il fascicolo sul falso complotto contro De Scalzi. La procura di Messina, ieri, ha arrestato Longo accusandolo di una “precisa regia e consapevolezza di utilizzare l’azione giudiziaria per fini illeciti”. Quello sul falso complotto non è l’unico finito nel mirino della procura di Messina.
Il metodo Longo, secondo l’accusa, era di tre tipi. Creava fascicoli “specchio”, che si auto-assegnava per monitorare i fascicoli, assegnati ad altri colleghi che potevano interessare agli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore per avere copia di atti altrui o riunire i procedimenti. C’erano poi i fascicoli “minaccia” nei quali iscriveva soggetti ostili agli interessi di alcuni clienti di Calafiore. Infine, fascicoli “sponda” per poter conferire consulenze utili agli interessi dei clienti di Calafiore e Amara”.
Ma torniamo al finto complotto. Il pm Longo, scrive il gip di Messina Maria Ventriglio, si auto-assegnava un procedimento a carico di ignoti per il surreale sequestro denunciato da Alessandro Ferraro. Poi faceva confluire nel fascicolo un verbale di sommarie informazioni rese dal tecnico petrolifero Massimo Gaboardi che, però, era secondo l’accusa un inquietante falso, visto che era stato redatto direttamente, in forma di domande e risposte, dal solito avvocato Calafiore. Quindi iscriveva tra gli indagati Gaboardi, il dirigente Eni Umberto Vergine, i consiglieri Karina Litvak e Luigi Zingales. “Il tutto – scrive il gip – al fine di precostituire e introdurre elementi indiziari idonei a sviare le indagini svolte dalla Procura di Milano” sulla tangente nigeriana. Nel fascicolo Ferraro sosteneva di essere stato sequestrato da tre uomini armati, due di colore e un italiano, e “riconduceva l’attentato” a “quanto appreso a Milano in occasione di una cena” nel corso della quale un nigeriano gli aveva “riferito dell’esistenza di un’organizzazione criminale, la cui mente era tale Volpi, finalizzata a destabilizzare il management di alcuni gruppi imprenditoriali tra i quali l’Eni”. L’obiettivo di Volpi, sosteneva sempre Ferraro, “era di acquistare le quote dell’Eni, avvalendosi di Vergine e Zingales, e ordire un complotto ai danni di De Scalzi”. Dichiarazioni rilasciate al pm senza che fosse presente la polizia giudiziaria. Inusuale, secondo l’accusa, le modalità in cui sentiva come persona informata sui fatti Vincenzo Armanna (non indagato, ndr). Lo stesso Armanna imputato a Milano per maxi tangente nigeriana che, in quei giorni, riscontrava le rivelazioni formulate da Gaboardi”.
In cambio dell’istruzione di questo fascicolo, mirato a sviare l’inchiesta milanese, oltre gli 88mila euro, secondo l’accusa Longo incassava anche un viaggio a Dubai con la famiglia. Certo, chiudere un fascicolo che vedeva De Scalzi vittima di un complotto, peraltro ordito da un alto dirigente Eni e due consiglieri del cda, avrebbe potuto sortire qualche effetto anche sul futuro processo contro De Scalzi. E un ipotetico collegamento investigativo con Milano, avrebbe consentito di conoscere l’intero fascicolo contro De Scalzi, dal pm milanese Fabio De Pasquale. L’intervento tempestivo del procuratore Giordano, dopo la pressione mediatica del Fatto, riesce a bloccare questi effetti. Dal fascicolo trasmesso a Milano partono le archiviazioni per Litvak e Zingales – iscritti in modo “irregolare” – e le indagini che hanno portato alla perquisizione di Mantovani.
È “inquietante”, scrive il gip, “il dato che gli accertamenti” effettuati da Longo “si muovano su iniziativa di soggetti non deputati istituzionalmente alle indagini”. È “allarmante la disinibita gestione dei fascicoli” del pm che “ha proceduto all’audizione di informatori, senza l’ausilio di segretari o polizia giudiziaria, ma ha addirittura formato falsi verbali”.
Cose turche
Fortuna che c’è B. a ricordarci chi è B. L’altroieri, con la sparata sui migranti da cacciare, ci ha fatto rammentare quando li invitava a venire (a ogni esodo segue sempre un controesodo). Ieri, avendo giustamente notato che noi italiani siamo di memoria un po’ corta, ha voluto esagerare e ci ha fornito non uno, ma addirittura due indizi.
1) I legali del suo pappone personale (uno dei tanti), Gianpi Tarantini, sono riusciti a bloccare il processo d’appello in corso a Bari per le escort fornite al Cavaliere di Hardcore, con un’eccezione di incostituzionalità della legge Merlin, subito accolta dalla Corte che ha inviato gli atti alla Consulta. L’idea che la legge sulla prostituzione del 20.2.1958, che fra pochi giorni compirà 60 anni, si scopra improvvisamente e insospettatamente illegittima ad appena 12 lustri dall’approvazione e proprio in un processo innescato dal vecchio satiro brianzolo non può che riempire di buonumore la cittadinanza. Se tutto va bene, grazie all’Utilizzatore Finale, riapriranno i bordelli per la gioia di grandi e piccini.
2) L’altroieri l’ometto di Stato era atteso al Tribunale di Reggio Calabria per testimoniare al processo a Scajola per favoreggiamento della latitanza di Matacena. Testimonianza già più volte rinviata per “concomitanti impegni al Tribunale di Tempio Pausania dove sono impegnato come parte offesa” (si presume, dal paesaggio della Costa Smeralda che gli impedisce di fare altri abusi edilizi a Villa Certosa) e per “impegni di campagna elettorale”. Stavolta ha dato buca per un inderogabile incontro col presidente turco Erdogan, “fissato a Roma per le ore 17.30”. Talmente fissato che, lo si è scoperto ieri, non si è mai tenuto. Erdogan ha visto Mattarella, Gentiloni, il Papa, ma B. no. Ma è tutto regolare, assicura l’on. avv. Niccolò Ghedini: “Il presidente aveva chiesto un incontro privato con Erdogan e proprio per questo è rimasto a Roma, ma non è stato possibile realizzarlo”. Forse voleva complimentarsi per lo squisito rispetto dei diritti umani, o consigliarsi su come vincere le elezioni per arresto degli avversari, o manifestargli ammirazione per aver coronato il suo sogno di incarcerare quasi tutti i giudici del Paese. Ma il sultano l’ha lasciato lì in anticamera per ore. Magari ha saputo che B. voleva usarlo per bigiare la solita convocazione in tribunale e non ha voluto prestarsi a queste cose turche tipiche dell’Italia. O s’è ricordato di quando Silvio fece da testimone di nozze a sua figlia e gli è parso strano che chi fa il testimone a un matrimonio in Turchia non riesca a farlo a un processo in Italia.
Comunque la testimonianza è slittata al 26 marzo, dunque B. ha tutto il tempo per inventarsi altri legittimi impedimenti prêt-à-porter. Casomai non gliene venissero in mente, non ha che da pescare nel repertorio dei suoi anni migliori: tipo il 2003, quando il Tribunale di Milano lo processava per corruzione dei giudici e lui, non sapendo di essere innocente, faceva di tutto per sembrare colpevole. Fuggiva dalle udienze con le scuse più ingegnose per far approvare il lodo Schifani blocca-processi prima che arrivasse la sentenza. Il 9 maggio, per dire, accampò una commemorazione di Aldo Moro e un Consiglio dei ministri, dove nessuno lo vide. Il 10 maggio si disse “impegnato in una consultazione con le categorie del commercio e in una conferenza programmatica di FI” (fissata per l’11 ma anticipata apposta al 10). I giudici però non se la bevvero e così il premier improvvisò last minute un doppio fuori programma fra Roma, il Veneto e il Friuli: un lungo incontro con Casini; un summit coi candidati alle Regionali friulane; e un fondamentale vertice a Venezia su “Criminalità e immigrazione clandestina nel mare Adriatico” con i prefetti di Belluno e Verona, note repubbliche marinare. Il 24 maggio eccolo in Lussemburgo, insalutato ospite. Si fece ricevere dal premier Juncker, che non si aspettava di trovarselo fra i piedi, poi nel pomeriggio passeggiò a lungo per la capitale del Granducato con i suoi collaboratori, infine confessò ai giornalisti: “Non scappo dalla giustizia, ma dall’ingiustizia”. Il 6 giugno, improvvisò un viaggio in Medio Oriente commissionatogli personalmente da Bush jr. per riportare la pace fra Israele e palestinesi: “Mi ha chiamato Bush, abbiamo convenuto sull’esigenza di una visita non veloce in Medio Oriente, che prenda tutto il tempo necessario. Fino all’11 giugno non potrò essere in tribunale”. I giudici storsero il naso, allora un commosso Ghedini ne deplorò la grave insensibilità ai destini dell’area: “Il Tribunale ritiene il processo più importante degli interessi della pace in quell’area martoriata, dove ieri è stata uccisa una bambina di tre anni…”.
Poi il 18 giugno 2003 passò il lodo Schifani, seguito da tanti altri, e B. non ebbe più bisogno di scuse. Casomai fosse fuori allenamento, potrebbe chiedere consigli a Cesare Previti, altro grande fantasista del legittimo impedimento. Lui alla Camera non andava quasi mai e, le rare volte, non apriva bocca. Ma, appena partirono i suoi processi, si trasformò in un presenzialista da piaghe da decubito e in un oratore infaticabile su tutti i temi dello scibile umano: dalla fecondazione assistita al riordino delle carriere dei prefetti, dal Kosovo alle quote latte, dal servizio militare femminile alla riforma dei cicli scolastici. Senza trascurare “la minoranza slovena”, “la lingua ladina in Alto Adige”, “l’adeguamento ambientale della centrale termoelettrica di Polesine-Camerini”, “l’impiego delle giacenze di bioetanolo nelle distillerie”, “l’esecuzione dell’inno nazionale prima delle partite del campionato”, “la previsione di un volo diretto Roma-Washington”. Sì, erano meravigliosi. Basta un niente e tornano tutti.
Anastasi, l’autore ci ha messo la voce
Noto negli ambienti musicali per la sua attività di autore, Giuseppe Anastasi è uno che dal successo è stato già baciato. Ha composto lui, infatti, brani come Sincerità e Controvento, con i quali Arisa si è aggiudicata i Festival di Sanremo nel 2009 nella sezione “Giovani” e nel 2014 in quella “Big”. E ora, sempre più infatuato dalla voglia di essere una pop star, Anastasi fa un tentativo pubblicando il suo primo album intitolato Canzoni ravvicinate del terzo tipo. Un disco dalle sonorità prevalentemente acustiche e con poca elettronica, praticamente “è il live che faccio con la band, portato su disco”, spiega Giuseppe. Il titolo, invece, “è una citazione di uno dei miei film preferiti, Incontri ravvicinati del terzo tipo: sono canzoni ‘vecchie’, almeno rispetto alla modernità, e ‘ravvicinate’ perché c’è un concetto unico, che è quello della parola”. Undici brani proiettati nella libera riflessione sull’uomo (2089 Ricominciare) sulla società (Lo specchio), sulla realtà (Nella Rete) e sulla vita (Giuseppe). E tutto questo senza mai diventare radicalmente nichilista.