Ora sa cosa si prova: Paul Simon si ritira

Edopo Elton John tocca a Paul Simon. Inaspettatamente, alle prime ore del pomeriggio di ieri, sui profili Facebook e Twitter dell’artista di New York è comparso un comunicato senza troppi fronzoli, con l’inesorabile annuncio del ritiro dalle scene, subito dopo l’ultimo tour in partenza nei prossimi mesi.

“Mi sono chiesto spesso cosa avrei provato il giorno in cui avessi deciso di considerare la mia carriera musicale giunta alla sua fine naturale. Adesso lo so: mi sentirei un po’ destabilizzato, elettrizzato e sollevato. Mi piace fare musica, la mia voce è forte e la mia band è un gruppo affiatato di musicisti di talento. Ma purtroppo abbiamo perso il nostro chitarrista e mio grande amico da oltre trent’anni, Vincent N’guini, deceduto lo scorso dicembre. Nonostante la sua perdita non sia l’unica ragione per cui ho deciso di smettere con i tour di sicuro è una delle ragioni. Penso alla musica di continuo, sono molto grato di aver avuto una carriera appagante e, naturalmente, di aver avuto un pubblico che ha trovato nella mia musica qualcosa che ha toccato il suo cuore”.

Un messaggio scritto di proprio pugno, in attesa del suo prossimo tour che partirà da Vancouver in Canada il 16 maggio e proseguirà negli Stati Uniti per venti date per poi approdare in Europa: Stoccolma il 30 giugno, Oslo il primo luglio, il 3 a Copenaghen, il 5 a Anversa, il 7 ad Amsterdam, il 10 a Manchester, l’11 a Glasgow, il 13 a Dublino e il gran finale a Hyde Park a Londra il 15 luglio.

Non sono purtroppo previste date nel nostro Paese. Paul Simon ha 76 anni, è sposato con la cantante Edie Brickell e ha quattro figli. Il suo sodalizio con Art Garfunkel ha prodotto cinque album, il primo dei quali – Wednesday Morning 3 a.m. – nel 1964, contenente la celebre The Sound Of Silence, il loro più grande successo.

Il picco della sua carriera solista (con tredici dischi all’attivo) è Graceland del 1986, l’ultimo disco pubblicato è del 2016, Stranger To Stranger.

Nei secoli gratis. Archiviata online la canzone italiana

Immaginate di voler ascoltare – tempo un paio di click – tutte le canzoni che hanno partecipato al Festival di Sanremo chessò nel 1958, di avere un dubbio su chi ha scritto la vostra dico-music preferita degli anni 80, o di voler inserire nella vostra tesi sulla Prima guerra mondiale una citazione dal Canto degli Alpini.

A ognuna di queste richieste risponde ora il portale www.canzoneitaliana.it, varato dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ieri, in concomitanza con il Festival. Si tratta di uno degli archivi sonori più importanti d’Europa: 200mila brani dal 1900 al 2000, da poter ascoltare gratuitamente: un viaggio tra la canzone popolare, le orchestre jazz, il rock e il cantautorato. Ma soprattutto tutto Sanremo dalla prima edizione del 1951 al 2000. Quantomai utile in questa settimana. A rendere possibile la creazione di questo database l’Istituto Centrale per i Beni sonori e Audiovisivi (l’ex Discoteca di Stato) e Spotify, che – come ha ricordato il direttore dell’Istituto Massimo Pistacchi – ha aperto le porte ai tecnici perché ritrovassero tra le versioni dei brani di cui aveva i diritti, quella che potesse essere “agganciata” al loro catalogo e così essere ascoltata gratuitamente dagli utenti del portale. Un modo per lo Stato di evitare l’acquisto dei diritti di canzoni ancora coperte da copyright, un “vantaggio per la piattaforma musicale traducibile in aumento delle visite, ma anche in visibilità, perché accanto a ogni playlist c’è il suo ormai noto logo verde”, ha spiegato Pistacchi. Sì, perché due secoli della canzone italiana – oltre a una prima suddivisione 1900-1950, 1950-2000 – sono stati divisi in 100 playlist: dalla musica da ballo, alle canzoni di propaganda e politica a quelle d’autore, a quelle delle tradizioni popolari regionali e i contributi speciali. In quest’ultima sezione troviamo i vinili firmati da Andrea Pazienza, le biografie, le copertine vintage e gli approfondimenti. A collaborare, oltre alla “direzione scientifica di Renzo Arbore, vero serbatoio di informazioni”, ha raccontato Pistacchi, anche Wikipedia, che ha omologato le fonti e fornito informazioni necessarie come le classifiche del Festival. Un’operazione “costata al Mibact 300 mila euro in questa prima fase, che verrà sostenuta da 150 mila euro l’anno per le successive implementazioni”, spiega Franceschini e che è online nella versione beta. Il che forse giustifica la mancata traduzione di tutte le parti del sito nelle otto lingue annunciate dal Ministro, ma anche qualche cattiva esecuzione dei brani, soprattutto della tradizione popolare.

Ma certamente si tratta del portale di cui sentivano il bisogno anche gli addetti ai lavori presenti alla presentazione: da Nicola Piovani a Mogol, da Tosca a Ambrogio Sparagna. Un sito voluto da Franceschini che – forse perché in chiusura di mandato (“Il mandato sta finendo”, ha cantato) –, ha voluto presentarlo anche se ancora in fase di perfezionamento. Infatti in poche ore – forse per troppe visite – è crollato.

Non liberarci dal MALE

Quaranta ne sono passati di anni dall’apparizione de Il Male. Era il settimanale di aspra satira politica che – sull’onda della tensione derivata dal rapimento di Aldo Moro – ebbe a smascherare il capo delle Brigate Rosse: Ugo Tognazzi, nientemeno. In anticipo sul mondo di oggi, prodigo com’era di fake news – con tutta quella meraviglia di false edizioni di Paese Sera e La Stampa – il Male ebbe l’apoteosi con il titolo a nove colonne su un’edizione contraffatta di Repubblica: “Lo Stato si è estinto”.
“Eugenio Scalfari telefonò in redazione”, ricorda Vincino che fu nominato direttore dopo i primi tre numeri in edicola, “presi io la telefonata, pure le pareti, figurarsi le finestre erano a bocca aperta nel rimbombo della telefonata”.

Quaranta ne sono passati di anni dall’apparizione de Il Male.

Era il settimanale di aspra satira politica che – sull’onda della tensione derivata dal rapimento di Aldo Moro – ebbe a smascherare il capo delle Brigate Rosse: Ugo Tognazzi, nientemeno.

In anticipo sul mondo di oggi, prodigo com’era di fake news – con tutta quella meraviglia di false edizioni di Paese Sera e La Stampa – il Male ebbe l’apoteosi con il titolo a nove colonne su un’edizione contraffatta di Repubblica: “Lo Stato si è estinto”.

“Eugenio Scalfari telefonò in redazione”, ricorda oggi Vincino che fu nominato direttore dopo i primi tre numeri in edicola, “presi io la telefonata, pure le pareti, figurarsi le finestre – spalancate – erano a bocca aperta nel rimbombo della telefonata dell’illustre contraffatto: vi denuncio, vi denuncio…”.

Vi denunciò?

No, ma si sfogò con quella telefonata così tonante che ancora oggi sento squillare quel telefono finito chissà dove.

Si arrabbiavano tutti?

Una falsa edizione azzerava le loro vendite perché un titolo come ‘Annullati i Mondiali’ in prima pagina portava a noi, e non al Quotidiano dello Sport, tutti i lettori del pallone; gli impiegati di banca che passavano dall’edicola e compravano la nostra falsa copia quando se ne accorgevano ridevano ma i direttori e gli editori beffati, no.

Giorgio Tosatti, direttore di “Stadio”, tuonò al pari di Scalfari.

“Non si getta fango sul calcio” (Un giornale fabbricato con “meravigliosi disegnatori e bravissimi scrittori” sottolinea Vincino cui spettano gli auguri di un compleanno di cui si sa l’anno di fondazione e il giorno esatto però no).

Ma non è scolpita nel marmo, la data?

Neppure il mese mi ricordo, ricordo che c’era freddo.

Ogni tanto “Il Male” ricomincia, fa capolino: fondazione, rifondazione, morte e resurrezione…

Siamo dei superstiti, è una gloria da maneggiare con cura quella del Male (A giudicare dalla vignetta pubblicata sul profilo Twitter, qualcosa si ricava: “Nel 1978, gennaio-febbraio, al ristorante Dallo Sporcaccione a Campo dei Fiori, onore ai fondatori!”).

Siete tutti a tavola, facciamo l’elenco.

Pino Zac, il primo direttore, il fondatore, un uomo straordinario…

Perché dopo tre numeri lascia il giornale?

Tragedia amorosa ci fu.

E che fu?

Nella vignetta, come puoi vedere, c’è Francoise Perrot, che al tempo aveva venticinque anni; aveva disegnato lei la testata del giornale ovvero il bellissimo quadrato policromo con le semplici due consonanti e le due vocali, ebbene….

Ebbene.

Francoise stava con Zac, un signore di sessant’anni, celebrato autore del Canard Enchaîné, la più grande rivista di satira di tutti i tempi. Un uomo di grande fascino, Pino, in lui c’era l’aura di una grande stagione straordinaria e un po’ antica ma lei va a innamorarsi di Lionello Massobrio, amministratore del giornale.

Nella vignetta, quella dove siete tutti seduti a tavola, Massobrio c’è.

E certo che c’è, è uno dei fondatori, ed è disegnato accanto a lei. (Al tavolo di fondazione, c’è Pino Zac a capotavola, quindi Sergio Saviane, un altro grande vecchio e poi ci sono Vincino, Vauro, Mannelli e Jacopo Fo). Giovani del ’68, noi, appena usciti dal ’77 e reclutati sull’onda di un’epoca pazzesca. Noi, più che parte di un giornale, eravamo una compagnia di teatro. Ce ne stavamo tutti intorno al tavolo a raccogliere le idee di tutti. Non c’erano gerarchie e ruoli e fu grazie a un grafico – stampare una Repubblica, più veritiera che falsa – che si ebbe l’impennata delle vendite. E poi, certo, il rapimento Moro che accade in contemporanea con il quarto numero, ci porta al balzo, da diecimila copie a quarantamila immediatamente… Anche il mitico Parrini, il distributore nelle edicole, lui che spargeva qualunque cosa, dai fumetti ai giornaletti porno, ci dava consigli e noi, ben prima, c’eravamo consigliati con lui….

In merito a cosa, i consigli?

Il Male ha due momenti fondativi. Quando Zac ci convoca, la prima volta, è a Milano; io parto da Palermo, e non mi era mai capitato di essere spesato per il viaggio e pagato bene, anche; lui che sta arrivando da Parigi è direttore de I Quaderni del Sale, un mensile, sta lavorando all’idea di farne un settimanale, Il Sale settimanale, appunto, ma Zac – come tutti gli autori sacri – è meravigliosamente inaffidabile; come poteva restarsene a sbrogliarsela con un proprietario il cui primo interesse è fare i servizietti alla politica?

E dunque?

Diciamo a Parrini, ti dispiace se invece che il Sale ti diamo il Male? Quello dice sì, altroché, e così, per caso – in un alloggio tipo cucina, bagno e camera da letto – comincia Il Male.

Ogni giorno, spettacolo.

Ciascuno portava qualcosa: le segretarie, i tipografi e i fotografi che poi andavano a fare le cose complicate…

Cose complicate come, cosa?

Venimmo a scoprire di un’amante segreta di Giulio Andreotti, il fotografo individuò l’albergo e restò nascosto nell’armadio della camera per scattare la fotografia.

È ancora nascosto?

Se non sono andati a riprenderselo i parenti, sì.

Pop Vicenza, i pm sequestrano 106 milioni

Un sequestro dopo l’altro, la Procura di Vicenza sta mettendo i sigilli al denaro ancora rintracciabile della ex Popolare di Vicenza, per risarcire l’esercito di danneggiati dalla banca di Gianni Zonin. L’ultimo ieri, con il sequestro di 106 milioni giacenti nella filiale di Milano di un istituto, in un conto intestato a “Popolare di Vicenza spa in liquidazione coatta amministrativa” grazie al supporto dei liquidatori (Fabrizio Viola, Giustino Di Cecco e Claudio Ferrario). Soldi che derivano dalla pregressa liquidazione di asset rimasti nel patrimonio della ‘vicentina’. Secondo il procuratore Antonio Cappelleri, sono “il profitto realizzato dalla banca con l’aumento di capitale del 2014, reso possibile dall’attività di ostacolo alla vigilanza Consob”. Accusa contestata all’ex dg Samuele Sorato e all’ex vicedirettore Emanuele Giustini, due dei 7 imputati. Poche settimane fa era scattato il sequestro conservativo di 1,7 milioni tra beni mobili e immobili a carico di Zonin e altri 4 imputati. Si tratta di capitali che non hanno tuttavia nulla a che fare con i reati per i quali è già in corso l’udienza preliminare relativa al crac della Popolare. È una parte ancora in fase di indagine che i pm sperano di unificare insieme all’altro troncone.

“Ryanair deve accettare che esistono i sindacati”

Ryanair non può continuare a ignorare l’esistenza dei sindacati italiani. Deve, al contrario, incontrarli e trattare con essi applicando la legge nazionale sul lavoro. A dirlo è il Tribunale di Busto Arsizio (Varese), che ieri ha deciso su una causa promossa a Malpensa contro la compagnia low cost irlandese. A pochi giorni dallo sciopero previsto per sabato prossimo, si registra una sconfitta per il vettore irlandese noto per aver sempre chiuso la porta in faccia ai rappresentanti dei lavoratori.

Per la giudice Franca Molinari, il comportamento di Ryanair “ha leso l’immagine, il ruolo e l’azione dei sindacati”. Diversi gli episodi citati: significativa (anche se non posta alla base della pronuncia) la presenza di un regolamento aziendale che di fatto vietava al personale Ryanair di “prendere parte ad azioni collettive di qualsiasi tipo”, compresi gli scioperi. Negli ultimi mesi, inoltre, la compagnia ha cestinato ogni richiesta arrivata dalle organizzazioni sindacali: quella di essere informate sul numero di lavoratori interinali e sul rispetto della parità di genere, quella di avviare procedure per la nomina del responsabile per la sicurezza e anche quella di fissare un semplice incontro. Per il diritto italiano, i datori di lavoro sono obbligati a rispondere a queste sollecitazioni, ma Ryanair si è sempre negata nascondendosi dietro le meno stringenti norme irlandesi. Un regolamento dell’Unione europea chiarisce però che l’azienda è tenuta, per i dipendenti di base nei nostri scali, ad applicare le leggi nazionali. A settembre 2017 la Cgil Trasporti, con gli avvocati Carlo De Marchis, Mara Paglioni e Sergio Vacirca, ha quindi fatto ricorso, appoggiato anche da Cisl e Uil.

Va ricordato che durante l’autunno una raffica di scioperi in tutta Europa ha costretto Ryanair a cancellare migliaia di voli (cosa che non le ha impedito di realizzare, nell’ultimo trimestre del 2017, un più 12% di utili). In quei giorni di mobilitazione la compagnia ha detto ai suoi dipendenti di essere pronta a negare gli aumenti stipendiali in caso di adesione agli scioperi. Subito dopo è tornata sui suoi passi e ha preso la storica decisione di riconoscere i sindacati. Non per tutti, però: solo per i piloti, quelli più difficilmente sostituibili e quindi con un potere negoziale maggiore rispetto agli altri. Poiché questa apertura è stata solo parziale, i sindacati di Cgil, Cisl e Uil hanno proclamato un nuovo sciopero per sabato prossimo.

Ieri il Tribunale di Busto Arsizio ha stabilito la condotta “antisindacale” di Ryanair. Nel decreto, la giudice ha ricordato le parole pronunciate dall’amministratore delegato Michael O‘Leary nel 2010: “L’inferno si congelerà prima che riconosceremo un sindacato”. Una frase che, scrive la magistrata, “è riconducibile a un atteggiamento antagonistico”. Ora la compagnia dovrà rispondere a tutte le richieste finora ignorate, fornire le informazioni chieste dai sindacati e avviare trattative; dovrà ammettere che esistono, insomma, anche se l’inferno non è ancora congelato.

Allarme microplastica negli oceani: a rischio anche balene e squali

I giganti del mare sono messi in pericolo dai microframmenti di plastica che inquinano gli oceani. Dal Golfo del Messico al Mar Mediterraneo, balene, squali e mante che si nutrono ingerendo e filtrando enormi quantitativi d’acqua finiscono, infatti, per fare scorpacciate di microplastiche, con conseguenze negative in termini di salute. A lanciare l’allarme è uno studio internazionale condotto dall’università di Siena insieme alla Murdoch University australiana e alla Marine Megafauna Foundation indonesiana. Le microplastiche, con diametro inferiore ai 5 millimetri, contengono sostanze chimiche tossiche che possono accumularsi per decenni e alterare i processi biologici degli animali. “La microplastica nel Mar Mediterraneo è a un livello allarmante”, afferma la professoressa Maria Cristina Fossi dell’università di Siena. “Una balena – aggiunge – del Mediterraneo, filtrando tonnellate d’acqua, assume migliaia di particelle di microplastica”. A rischio gli oceani più puliti: “Abbiamo analizzato il mare di Cortez, nella bassa California, un tratto di oceano popolato da molti grandi animali marini, e abbiamo calcolato una presenza di 0,7 frammenti di plastica per metro cubo”, spiega Fossi.

Sfregiò la prof. con un coltello. Il minorenne finisce in cella. Insegnante incontra Gentiloni

Si aprono le porte del carcere minorile per Rosario, il 17enne che giovedì scorso ha accoltellato in classe e sfigurato la sua professoressa di italiano con un coltello a serramanico di circa 15 centimetri. L’episodio è avvenuto nell’istituto superiore professionale Bachelet-Majorana di Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta. La decisione di tradurre Rosario in carcere è del Gip del Tribunale dei Minori di Napoli, Carlo Avallone. Il giudice ha convalidato l’arresto per lesioni aggravate: lo studente, dopo il fermo del pm Ugo Miraglia, era presso il Centro di prima accoglienza per minori dei Colli Aminei di Napoli. Ora finirà nel carcere partenopeo di Nisida o in quello sannita di Arpaia, dipende dove si troverà un posto. Proprio ieri la docente ferita, Franca Di Blasio, è stata incontrata a Palazzo Chigi dal premier Paolo Gentiloni e al Miur dal ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli.

Il ministro ha scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere un’onoreficenza come forma di riconoscimento per l’impegno e l’amore profusi ogni giorno nella sua professione. E come atto simbolico di valorizzazione del ruolo chiave che le insegnanti e gli insegnanti hanno nell’educazione delle nuove generazioni, soprattutto nei contesti di maggiore difficoltà. “Incontrare la professoressa Di Blasio è stato un onore – sottolinea Fedeli -. Ha vissuto un momento difficile e ha saputo affrontarlo con grande serietà e compostezza. La sua dolcezza, la sua voglia di tornare in classe, i messaggi di affetto che sta ricevendo da tutte le sue alunne e tutti i suoi alunni, quelli di oggi e quelli di ieri, sono il segno tangibile della qualità della nostra classe docente, che ogni giorno fa un lavoro incredibile in tutto il Paese. Un lavoro che dobbiamo e vogliamo riconoscere socialmente ed economicamente.”.

Mancata bonifica di Bagnoli, condanne fino a 4 anni di carcere

Undici anni dopol’avvio delle indagini condotte dal pm di Napoli Stefania Buda una sentenza certifica che a Bagnoli le bonifiche non sono state fatte, l’inquinamento in alcuni punti si è aggravato e 107 milioni di euro sono finiti in fumo. La sesta sezione penale del Tribunale di Napoli ha condannato sei imputati e ne ha assolti dieci per la mancata bonifica dell’ex Italsider, derubricando però da dolose a colpose alcune accuse di disastro ambientale. In aula era affisso uno striscione dei comitati di Bagnoli. I giudici hanno inflitto pene per complessivi sedici anni di carcere: quattro anni per Gianfranco Caligiuri, direttore tecnico di Bagnolifutura; due anni per l’ex direttore generale di Bagnolifutura Mario Hubler, subentrato nel 2007; tre anni per Sabatino Santangelo, ex presidente di Bagnolifutura e vicesindaco di Napoli; due anni e sei mesi per l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini; due anni per Giuseppe Pulli, coordinatore del dipartimento ambiente del Comune di Napoli; tre anni per Alfonso De Nardo, dirigente Arpac. Tra gli assolti Maria Teresa Celano, dirigente area ambiente della Provincia di Napoli, difesa dai penalisti Luca Bancale e Alfonso Furgiuele, Maria Palumbo, direttore generale del centro campano tecnologia e ambiente, Rocco Papa, ex vicesindaco ed ex presidente Bagnolifutura; Carlo Borgomeo, ex direttore Bagnolifutura; e i tecnici di laboratorio Daniela Cavaliere, Gaetano Cortellessa, Federica Caligiuri, Antonio Ambretti. Il Tribunale ha disposto il dissequestro delle aree, accolto con soddisfazione da Invitalia, il soggetto attuatore dei nuovi progetti di bonifica, ostacolati dal sequestro. “Prima dell’estate credo si possa iniziare”, ha detto l’amministratore delegato Invitalia Domenico Arcuri. “La gara è stata già bandita, i risultati dell’analisi tecnica hanno evidenziato scientificamente che la bonifica va fatta da capo”.

“Rapina con il mitra in pugno”. Arrestato il figlio del procuratore per l’assalto al supermercato

Una rapina in provincia è diventata un caso a livello nazionale che coinvolge il mondo della magistratura. Perché a imbracciare una mitraglietta in un colpo messo a segno mercoledì scorso all’ora di chiusura in un supermercato di Rogno (in provincia di Bergamo) è Gianmarco Buonanno, figlio del procuratore capo di Brescia Tommaso (completamente estraneo alla vicenda). Il 33enne è stato arrestato dai carabinieri sabato notte e ora si trova in carcere a Bergamo con l’accusa di rapina a mano armata. Gianmarco Buonanno è entrato in azione con altri due complici armati di bastone e pistola: il 49enne Luigi Mazzocchi, fermato qualche ora dopo il colpo, e un terzo complice che ancora non è stato trovato. Secondo la ricostruzione i tre scapparono, con un bottino di 12 mila euro prelevato dalle casse del supermercato, a bordo di un’auto che risulta intestata al procuratore di Brescia Tommaso Buonanno, ma da tempo in uso al figlio Gianmarco. Oggi Buonanno non era presente nel suo ufficio al quarto piano del palazzo di giustizia di Brescia dove la notizia è arrivata al mattino presto. Solo un anno fa l’altro figlio del magistrato, Francesco, era stato coinvolto nell’inchiesta della Procura di Bergamo sullo spaccio di droga nel mondo degli ultras dell’Atalanta. Per lui era scattato l’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria.

Il nome di Gianmarco Buonanno era invece comparso nell’inchiesta sui presunti maltrattamenti all’interno della comunità Shalom di Palazzolo, nel Bresciano, il cui processo è in corso con imputate 43 persone. Il figlio del procuratore Buonanno era uno dei 33 ex ospiti della struttura che accusò i responsabili e a inizio dell’indagine disse che il padre lo aveva costretto ad entrare in comunità. Il 4 aprile 2013 nei confronti del magistrato, all’epoca dei fatti procuratore capo a Lecco, il pm Leonardo Lesti aprì un’inchiesta per concorso in sequestro di persona, poi archiviata un mese dopo.

La biblioteca chiusa nel paese di Sciascia. Soldi buttati e libri nascosti chissà dove

“Incredibile è la Sicilia” diceva il capitano Bellodi, protagonista de Il giorno della civetta, una delle opere più famose di Leonardo Sciascia. E non può esserci espressione migliore per descrivere la situazione nella quale versano oggi la biblioteca di Racalmuto, paese natale dello scrittore (in provincia di Agrigento), e la Fondazione da lui voluta. Se quest’ultima si trova in agonia a causa della mancanza di fondi, della prima non si hanno più notizie. Dal 15 febbraio del 2016, infatti, la biblioteca comunale di Racalmuto è chiusa. Ad oggi, a due anni di distanza, ancora non è stata decisa la nuova sede, mentre i libri, come racconta chi li ha visti, sono finiti in alcuni sacchi neri, comunemente usati per l’immondizia.

Inizialmente, tra le opzioni per la nuova sede della biblioteca c’erano gli ex locali dell’asilo nido comunale, che nel 2014 il Comune voleva convertire in biblioteca tra mille polemiche da parte dei cittadini, i quali chiedevano di mantenere un servizio essenziale come la scuola. Sono stati fatti i lavori e sono stati spesi 69 mila euro per adibire quei locali in biblioteca, ma – ironia della sorte – la destinazione d’uso è rimasta vincolata ad asilo nido. E così nonostante i lavori quello spazio non poteva comunque essere utilizzato. A quel punto, il sindaco di Racalmuto, Emilio Messana, nel 2017 ha annunciato la ricerca di altri locali. Finora nulla si è concretizzato. L’unico progetto che si ha è quello di ripiegare di nuovo sull’asilo, dove però andrebbe a finire solo una piccola parte di tutti i libri dei quali da due anni non si hanno più tracce.

Questa ingarbugliata storia riporta alla mente una simile iniziativa, datata 1989: all’epoca l’archivio storico del Comune doveva cambiare “casa” e venne anch’esso sistemato in alcuni sacchi: di questi, quasi trent’anni dopo, non si hanno più notizie.

Nel paese di Leonardo Sciascia che in tre anni ha visto cambiare tre giunte assessoriali, neanche la Fondazione che porta il nome del celebre scrittore vive un buon momento: quest’anno infatti la struttura riceverà dalla Regione Siciliana 31 mila 500 euro, quando lo stanziamento previsto inizialmente era di 90 mila euro. Il taglio voluto dall’allora presidente della Regione, Rosario Crocetta, per i contributi alle associazioni, oltre a colpire le fondazioni antimafia della Sicilia, si abbatte anche su una struttura che ospita al suo interno più di 14mila lettere ricevute dallo scrittore da personaggi di spicco della cultura e della politica dell’epoca, alla cui catalogazione oggi ci lavora una sola persona, per 15 ore settimanali, che adesso teme anche di perdere il posto. I soldi stanziati, non basterebbero a pagare neanche il riscaldamento nelle stanze della fondazione. Chi ci lavora non può non temere per il suo futuro.